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Gli occhi di Beatrice. Canto I del Paradiso

Gli occhi di Beatrice. Canto I del Paradiso

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi
Gli occhi di Beatrice

Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo [1]; ma da quella

39 .   che quattro cerchi giugne con tre croci [2],

con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

42 .   più a suo modo tempera e suggella.

Fatto avea di là mane e di qua sera

tal foce, e quasi tutto era là bianco

45 .   quello emisperio, e l’altra parte nera,

quando Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

48 .   aguglia sì non li s’affisse unquanco.

E sì come secondo raggio suole

uscir del primo e risalire in suso,

51 .   pur come pelegrin che tornar vuole [3],

così de l’atto suo, per li occhi infuso

ne l’imagine mia, il mio si fece,

54 .   e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.

Molto è licito là, che qui non lece

a le nostre virtù, mercé del loco

57 .   fatto per proprio de l’umana spece.

Io nol soffersi molto, né sì poco,

ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,

60 .   com’ferro che bogliente esce del foco;

e di sùbito parve giorno a giorno

essere aggiunto, come quei che puote

63 .   avesse il ciel d’un altro sole addorno.

Beatrice tutta ne l’etterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

66 .   le luci fissi, di là sù rimote.

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco [4] nel gustar de l’erba

69 .   che ‘l fé consorto in mar de li altri dèi.

Trasumanar significar per verba

non si poria; però l’essemplo basti

72 .   a cui esperïenza grazia serba.

S’i’ era sol di me quel che creasti

novellamente, amor che ‘l ciel governi,

75 .  tu ‘l sai, che col tuo lume mi levasti.

Quando la rota che tu sempiterni

desiderato, a sé mi fece atteso

78 .   con l’armonia che temperi e discerni,

parvemi tanto allor del cielo acceso

de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

81 .   lago non fece alcun tanto disteso.

La novità del suono e ‘l grande lume

di lor cagion m’accesero un disio

84 .   mai non sentito di cotanto acume.

Ond’ella, che vedea me sì com’io,

a quïetarmi l’animo commosso,

87 .   pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, sì che non vedi

90 .   ciò che vedresti se l’avessi scosso.

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

93 .   non corse come tu ch’ad esso riedi».

 Note

[1] la lucerna del mondo: il sole.

[2] Nell’equinozio di primavera il sole sorge nel punto cardinale di Levante dove i cerchi dell’equatore, dell’eclittica (che taglia l’equatore nella zona equinoziale) e del coluro equinoziale (il circolo massimo che passa per i poli e taglia l’eclittica) intersecano quello dell’orizzonte, formando tre croci in uno stesso punto. Inoltre, in primavera, il sole si trova in congiunzione con la costellazione dell’Ariete, i cui influssi sono particolarmente benigni. Infine anche l’ora, il mezzogiorno, è particolarmente propizia.

[3] Il Chimenz, a proposito dei verso 51, ha offerto una diversa interpretazione: pellegrin sarebbe il falco peregrinus, che vuole risalire in alto, dopo aver afferrato la preda.

[4] Glauco, un pescatore della Beozia, avendo visto che i pesci da lui pescati tornavano in vita al contatto di un’erba particolare, incuriosito, volle assaggiarla e subito dopo fu trasformato in un dio marino (Ovidio – Metamorfosi XIII, 898-968).

Gli occhi di Beatrice. Canto I del Paradiso

fissa con li occhi stava; e io in lei / le luci fissi, di là sù rimote

 

Anche nel I canto del Paradiso, in cui Dante si propone di esprimere l’inesprimibile della visione dell’Empireo, Beatrice si mostra tramite indispensabile di elevazione spirituale. Dopo il proemio, prosegue la narrazione del viaggio, con l’indicazione astronomica del giorno, l’equinozio di primavera, e dell’ora, il mezzogiorno. Il poeta, vede Beatrice volgersi a sinistra, a guardare il sole: nessuna aquila lo fissò mai così intensamente. Anche il poeta volge il viso verso il sole, ma non può sostenere a lungo la sua luce abbagliante. Troppo intensa sarebbe per lui la luce, ed è contemplando la donna e guardandola negli occhi che può vederne un riflesso e provare sensazioni sublimi ed ineffabili, affascinato dall’armonia delle sfere celesti. Beatrice gli spiega che questi fenomeni sono dovuti al suo velocissimo salire, più rapido del fulmine, verso l’empireo, verso la luce divina. Egli è infatti ormai libero dalle attrattive dei beni terreni, purificato, e sale perciò per la naturale tendenza delle creature a ricongiungersi al loro creatore..

L’ascesa al cielo e il trasumanar.

37-93: Il sole sorge per gli uomini (a seconda delle stagioni) da diversi punti dell’orizzonte; ma da quella zona in cui quattro cerchi si incontrano formando tre croci, esce con un corso più favorevole e congiunto con una costellazione più propizia, e plasma e segna con la propria impronta la materia del mondo con maggiore efficacia.

Il sole, sorgendo quasi in quello stesso punto, aveva recato il giorno nel purgatorio e la sera sulla terra, e l’emisfero australe era tutto illuminato, e quello boreale avvolto nelle tenebre, quando vidi Beatrice volta a sinistra che guardava con intensità il sole: mai aquila lo fissò così fermamente.

E come il raggio riflesso suole aver origine da quello diretto e risalire in alto, a guisa di pellegrino che (giunto al termine del viaggio) vuole tornare (al luogo da cui è partito), allo stesso modo dal suo atteggiamento, penetrato attraverso gli occhi nella mia facoltà immaginativa, trasse origine il mio, e fissai gli occhi sul sole oltre ogni nostra possibilità. Nel paradiso terrestre sono possibili molte cose, che non sono concesse in terra alle nostre facoltà, in grazia del luogo creato (da Dio) come dimora propria del genere umano (nel suo stato di perfezione originaria). Io non sostenni la vista del sole molto a lungo, ma neppure tanto poco, da non poter discernere che esso sfavillava all’intorno, come ferro che esce incandescente dal fuoco; e dopo un istante parve che la luce del giorno fosse raddoppiata come se l’Onnipotente avesse ornato il cielo di un altro sole.

Beatrice guardava intensamente le sfere celesti; ed io fissai gli occhi in lei, dopo averli distolti dal sole. Osservandola  divenni interiormente come si fece Glauco quando assaggiò l’erba che lo rese  compagno  delle divinità marine. Non si potrebbe esprimere a parole  l’elevarsi oltre i limiti propri dell’uomo; perciò  basti l’esempio (di Glauco) a colui al quale  la grazia divina riserva l’esperienza diretta (poiché al cristiano è permesso l’accesso al paradiso). Se io ero solo anima, la parte di me che creasti per ultima , Tu lo sai, o Dio, amore che governi il cielo, Tu che con la tua luce (riflessa in me attraverso gli occhi di Beatrice) mi sollevasti (attraverso gli spazi verso il cielo ).

Quando il ruotare delle sfere celesti che tu rendi perpetuo con l’esser da quelle desiderato, attirò su di sé la mia attenzione con l’armonico suono che Tu regoli e moduli, mi apparve allora una così grande parte  del cielo illuminata dalla luce del sole, che mai pioggia o fiume formarono un lago tanto ampio. La novità del suono e la grande luce accesero in me un desiderio di conoscere la loro origine più intenso di qualsiasi desiderio prima avvertito. Perciò Beatrice, che vedeva nel mio intimo come potevo vedere io stesso, per  tranquillizzare il mio animo turbato (da questo profondo desiderio), si preparò a parlare, prima che io formulassi la domanda e disse: “Tu stesso ti rendi incapace a comprendere con le tue errate supposizioni, cosi che non capisci ciò che capiresti da solo, se le avessi rimosse (dalla tua mente). Tu non sei in terra, così come credi; ma nessun fulmine, allontanandosi dalla sfera del fuoco (il proprio sito: la sua dimora naturale), corse così rapidamente come  tu che ritorni  al luogo che ti è proprio (al cielo, al quale tende ogni uomo)”.

Analisi del testo

L’argomento della cantica: il paesaggio-luce del Paradiso.

Fin dall’inizio, protagonista della terza cantica è la luce: essa è una delle qualità principali di Dio, che guida l’universo come motore supremo, imprimendo a ciascuna realtà creata una vita specifica e manifestandosi come luce, che illumina amorosamente le sue creature, inoltre il Paradiso, privo di materia, è costituito solo da luce e non presenta più caratteristiche fisiche, come l’Inferno e il Purgatorio. La cosmologia di Dante è quella della Scolastica, che ha fatto propria la dottrina tolernaico-aristotelica: la terra occupa il centro dell’universo e intorno a lei ruotano nove cieli (Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Cielo Stellato, Cielo Cristallino o Primo Mobile). Questi ultimi, di natura materiale, sono circondati dal cielo Empireo, che è pura luce e nel quale ha la sua sede Dio; esso, inoltre, è perfettamente immobile, avendo conseguito il pieno appagamento nella visione perpetua della divinità, mentre tutte le cose create tendono, in un moto continuo, al raggiungimento di Dio.

L’invocazione ad Apollo e l’inesprimibilità della visione.

Nel Paradiso Dante invoca Apollo, evidenziando la straordinarietà della materia poetica e il fatto che egli si ritiene direttamente ispirato da Dio. Trascesi i limiti posti ad ogni umana esperienza, si avvicina a Dio e ne ha una mistica visione, che può solo in parte tentare di esprimere, poiché è inesprimibile, perché le facoltà espressive risultano inadeguate, e la memoria non è in grado di ricordare perfettamente quanto visto e sentito nel momento di mistica unione con Dio. Sulla difficoltà della traduzione del suo “trasumanar” nei termini sensibili e razionali del linguaggio, Dante ritornerà frequentemente.

L’ascesa al cielo e il trasumanar.

Il volgersi al sole di Beatrice coincide con l’inizio del volo verso l’empireo: lo spirito non è più condizionato dalla materia, si eleva verso Dio, che Dante poi metaforicamente contemplerà nel sole, guardandolo per mezzo degli occhi di Beatrice, cioè attraverso la mediazione della Teologia. Anche qui, come nella Vita Nuova, gli occhi della donna sono un elemento centrale, fondamentale, che permette al poeta di accogliere in sé la Grazia divina, e Dante diventa capace, come attraverso uno specchio, di rivolgere gli occhi al sole, cioè a Dio. Egli si sente travolto da una sensazione sublime e ineffabile, paragonabile a quel che avvenne a Glauco, quando mangiò l’erba che lo rese simile agli dei. Con la favola di Glauco, che da umano diventa divino, il Poeta spiega, per analogia, la trasformazione che egli avverte dentro di sé, ma che non riesce ad comunicare per mezzo di parole, perché il linguaggio umano è insufficiente ad esprimerne l’intima essenza. Dante è estaticamente rapito da sensazioni straordinarie ed ha l’impressione che l’anima sia separata dal corpo, ma. Beatrice, che legge nella sua mente, gli spiega che egli s’inganna, pensando di essere ancora a terra, perché invece, più rapido del fulmine, sta salendo verso l’empireo.

Lo stile.

Il linguaggio del canto è solenne, latineggiante. Sono presenti alcuni termini stilnovisti, che evidenziano la funzione salvifica di Beatrice. Alcune metafore (vedi ad es.: la mondana cera = la materia del mondo) e similitudini (ad esempio tra il trasumanar di Dante e la metamorfosi di Glauco) danno concretezza alle immagini.

Esercizi di verifica.
  1. Tema centrale della terza cantica è quello della luce. Spiega perché.
  2. La cosmologia di Dante è quella della Scolastica, che ha fatto propria la dottrina aristotelico- tolernaica: spiega che cosa caratterizzava questa visione dell’universo.
  3. Oggi tale sistema dottrinale è stata superato dalla scienza astronomica. Svolgi una ricerca sulle teorie astronomiche attualmente più accreditate.
  4. Dante chiede l’aiuto di Apollo: qual è il motivo di tale invocazione?
  5. Il viso, ed in particolare gli occhi di Beatrice hanno un’importante funzione. Quale?
  6. Beatrice è strumento di elevazione a Dio. Spiega quest’affermazione.
  7. Ai vv. 67-69 Dante paragona se stesso a Glauco. Spiega i termini della similitudine:
Glauco mangia  
conseguenza:  
Dante guarda  
conseguenza:  
  1. Che significato assume il termine “trasumanar”? Perché Dante paragona se stesso a Glauco?
  2. Dante erroneamente crede che la sua anima si sia separata dal corpo. Cosa, invece, in realtà sta accadendo?
  3. Il poeta è stupito, e chiede a Beatrice spiegazione. Qual è la risposta della donna?
  4. Che cosa contraddistingue il linguaggio del primo canto del paradiso?

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L’incontro con Beatrice (Canto XXX del Purgatorio) 

L’incontro con Beatrice (Canto XXX del Purgatorio) 

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

L’incontro con Beatrice

 

Io vidi già nel cominciar del giorno

la parte orïental tutta rosata,

24 .    e l’altro ciel di bel sereno addorno;

  e la faccia del sol nascere ombrata,

sì che per temperanza di vapori

27 .    l’occhio la sostenea lunga fïata:

  così dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

30 .    e ricadeva in giù dentro e di fori,

  sovra candido vel cinta d’uliva

donna m’apparve, sotto verde manto

33 .    vestita di color di fiamma viva.

  E lo spirito mio, che già cotanto

tempo era stato ch’a la sua presenza

36 .    non era di stupor, tremando, affranto,

  sanza de li occhi aver più conoscenza,

per occulta virtù che da lei mosse,

39 .    d’antico amor sentì la gran potenza.

  Tosto che ne la vista mi percosse

l’alta virtù che già m’avea trafitto

42 .    prima ch’io fuor di püerizia fosse,

  volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

45 .    quando ha paura o quando elli è afflitto,

per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma

di sangue m’è rimaso che non tremi:

48 .    conosco i segni de l’antica fiamma’.

  Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

di sé, Virgilio dolcissimo patre,

51 .    Virgilio a cui per mia salute die’mi;

  né quantunque perdeo l’antica matre,

valse a le guance nette di rugiada

54 .    che, lagrimando, non tornasser atre.

  «Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non piangere ancora;

57 .    ché pianger ti conven per altra spada ».
  Quasi ammiraglio che in poppa e in prora
viene a veder la gente che ministra

60 .    per li altri legni, e a ben far l’incora;

  in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

63 .    che di necessità qui si registra,

  vidi la donna che pria m’appario

velata sotto l’angelica festa,

66 .    drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

  Tutto che ‘l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

69 .    non la lasciasse parer manifesta,

  regalmente ne l’atto ancor proterva

continuò come colui che dice

72 .    e ‘l più caldo parlar dietro reserva:

  «Guardaci  ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti d’accedere al monte?

75 .    non sapei tu che qui è l’uom felice? ».

  Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

78 .    tanta vergogna mi gravò la fronte.

  Così la madre al figlio par superba,

com’ella parve a me; perché d’amaro

81 .    sente il sapor de la pietade acerba.

L’incontro con Beatrice (Canto XXX del Purgatorio) 

Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

 

L’amore può essere qualcosa di sublime, che eleva a Dio: Dante, incontra Beatrice a nove anni per la prima volta, come ci dice nella Vita nuova, poi a diciotto. Beatrice, con la sua bellezza spirituale, è portatrice di beatitudine e di salvezza, ma dopo la sua morte il poeta trascorre un periodo di disorientamento e di traviamento. Così ella è costretta ad intercedere per salvarlo e redimerlo ma, come una madre severa, lo rimprovera con durezza e pretende da lui un doloroso pentimento.

Dante si trova nel Paradiso terrestre, con Virgilio e il poeta Stazio, guidato da Matelda, quando appare una straordinaria processione, aperta da sette candelabri seguiti da 24 vecchi vestiti di bianco e da un lungo corteo (Canto XXIX).

La processione si ferma, al rimbombo di un tuono, e uno dei ventiquattro seniori (simbolo dei libri della Bibbia), rivolto al carro, intona tre volte “Vieni, sposa del Libano” (un verso del Cantico dei Cantici). Cento angeli si alzano in volo cantando e lanciano una nuvola di fiori sul carro. Simile alla luce dell’aurora, quando la luce del sole è velata dai vapori del mattino, avvolta in una nuvola di fiori appare a Dante una donna (Beatrice) rivestita d’un candido velo, un vestito rosso e un manto verde. Dante non può vederle il volto, ma sente nel cuore la forza del suo antico amore.

Il poeta, confuso, si volge verso Virgilio, come un fanciullo spaurito alla madre, per comunicargli il suo turbamento e il suo amore, ma il “dolcissimo patre” che l’aveva condotto fin lì è scomparso e il poeta, smarrito e commosso, non riesce a trattenere le lacrime.

Beatrice, con tono aspro e pungente, gli dice di risparmiare le lacrime, riservandole a dolori ben più amari e gli chiede come abbia osato, con tanto ritardo, salire alla vetta del Purgatorio, alla quale può accedere solo chi è esente dal peccato.

Beatrice gli appare come una madre severa che rimprovera il figlio e la sua angoscia è tale che solo al canto degli angeli, che chiedono misericordia per lui, può sciogliere le lacrime congelate dentro il suo cuore. Beatrice accusa Dante, creato da Dio con disposizioni naturali felici, di aver seguito vani obiettivi e di essere stata costretta a scendere nel Limbo, per pregare Virgilio di guidarlo nel viaggio ultraterreno. Solo dopo un pianto di pentimento sincero il poeta potrà bere l’acqua del Leté, e Beatrice lo guiderà attraverso i cieli del Paradiso, poi il ruolo di guida sarà assunto da S. Bernardo di Chiaravalle, nella fase finale del viaggio.

Tematiche:
  • La donna-angelo.
  • La funzione salvifica della donna
Le sequenze del canto XXX
  • La processione (1-21)
  • L’apparizione di Beatrice avvolta in una nuvola di fiori appare (22-39)
  • La scomparsa di Virgilio (40-54)
  • L’aspro rimprovero di Beatrice che ricorda a Dante le sue colpe (55-99).
  • Il traviamento di Dante (100-145).
L’apparizione di Beatrice.

22-39: Io vidi spesso all’inizio del giorno la parte orientale del cielo tutta rosa, e le altre parti adorne di un bel sereno;

e il disco del sole spuntare come velato d’ombra, in modo che l’occhio lo poteva fissare per lungo tempo, perché i vapori ne temperavano il fulgore: così velata da una nuvola di fiori che, lanciati dalle mani degli angeli, salivano al cielo e ricadevano dentro e intorno al carro, m’apparve una donna cinta di fronde d’ulivo posta su un candido velo, vestita di una veste del colore della fiamma viva sotto un manto verde.

E il mio animo, che già da tanto tempo (sono trascorsi dieci anni dalla morte di Beatrice) non percepiva il profondo turbamento che, pieno di tremore, provava alla sua presenza, pur senza averla quasi vista, per una misteriosa virtù che s’effuse da lei, avvertì la grande potenza dell’antico amore.

La scomparsa di Virgilio.

40-54: Non appena i miei occhi furono colpiti dalla grande bellezza che già mi aveva ferito prima di essere uscito dalla puerizia, mi volsi verso sinistra con la stessa affannosa incertezza con la quale il bambino corre dalla mamma quando ha paura o quando prova dolore, per dire a Virgilio: “Neppure una stilla di sangue mi è rimasta che non tremi: conosco i segni dell’antica fiamma”.

Ma Virgilio aveva privato della sua presenza me e Stazio, Virgilio, il dolcissimo padre, Virgilio, al quale mi ero affidato perché mi fosse guida verso la salvezza; né tutto ciò che Eva (l’antica matre) perdette con il suo peccato (cioè il paradiso terrestre e le sue gioie), poté impedire che le mie guance, già lavate (di ogni bruttura) con la rugiada, ritornassero a macchiarsi di lagrime.

L’aspro rimprovero di Beatrice

55-99: “Dante, non piangere anche per il fatto che Virgilio se n’è andato, non piangere ancora; poiché sarai costretto a piangere per ben altro dolore”.

Simile ad un ammiraglio che si sposta sulla poppa e sulla prora della sua nave per controllare le ciurme che attendono al proprio lavoro sulle navi minori della flotta, e le esorta a compiere bene il proprio lavoro, sulla sponda sinistra del carro, quando mi volsi al suono del mio nome, che qui devo trascrivere per necessità, vidi la donna che prima mi era apparsa coperta di un velo sotto la nuvola dei fiori lanciati dagli angeli, volgere gli occhi verso di me al di qua del Letè.

Sebbene il velo che le scendeva dal capo, coronato da fronde di ulivo (pianta sacra alla dea Minerva), non la lasciasse apparire completamente visibile, sempre in atteggiamento di regale fierezza continuò come l’oratore che inizia a parlare e riserva per ultimo le parole più accese: “Guarda qui bene! Sono io, sono proprio Beatrice. Come ti sei considerato degno di accedere al monte del Purgatorio? Non sapevi tu che qui l’uomo è felice (perché purificato dal peccato)?”.

Gli occhi mi caddero sulla limpida acqua del Letè (per la vergogna); ma vedendovi rispecchiata la mia immagine depressa, li volsi all’erba, tanta fu la vergogna che mi gravò sulla fronte. Come la madre (quando lo rimprovera) sembra severa al figlio, così Beatrice apparve a me, perché riesce amaro il sapore dell’affetto materno quando (per il bene del figlio) si manifesta in modo severo.

Analisi del testo

L’apparizione di Beatrice.

L’apparizione di Beatrice è il tema centrale del canto. La sua figura appare fin dall’inizio densa di elementi simbolici: la sua comparsa è introdotta dalla solenne processione e dal tuono  che la fa fermare, poi dalle voci che invocano la sua venuta con parole tratte dalle sacre scritture. Il paragone di Beatrice con il sole che sorge accentua l’analogia, già presente nell’invocazione, tra la donna e Cristo che attraverso la Grazia illumina l’uomo. Ella appare dentro una nuvola di fiori, vestita di un velo bianco, che simboleggia la Fede, da un mantello verde, la Speranza, e da una veste rossa, la Carità. La corona d’ulivo che la cinge rappresenta la sapienza (ma l’ulivo è anche simbolo di pace, qui la pace della coscienza) e Beatrice raffigura la Teologia, che comprende in sé tutta la virtù e la conoscenza che unisce l’uomo a Dio. Tuttavia è presente anche una dimensione umana ed affettiva intensa: Dante è emozionato, quasi sconvolto di fronte all’apparizione della donna, “l’alta virtù che già m’avea trafitto”. L’incontro gli fa ricordare vivamente il passato e rigenera l’amore che il poeta aveva provato la prima volta che l’aveva vista.

La scomparsa di Virgilio.

Virgilio ha ormai compiuto la sua missione: le possibilità umane, se pur eccellenti, da lui impersonate, non possono condurre Dante oltre la comprensione della natura del peccato e della necessità di redenzione. Il pianto di Dante esprime il dolore per la perdita ma anche la consapevolezza che ora l’incontro con Beatrice lo porterà al doloroso pentimento per essersi allontanato dalla retta via, dopo la morte della donna.

L’aspro rimprovero di Beatrice.

Il nome proprio del Poeta viene pronunciato qui per la prima ed ultima volta in tutta la Commedia. Dante osserva che esso viene riportato solo per necessità e non per ostentazione, per precisare a chi è rivolto il richiamo, per sottolineare il legame di affetto che unisce Beatrice a lui e per rafforzare il rimprovero che la donna poco dopo gli rivolge. Beatrice è paragonata ad un ammiraglio che controlla, stimola ed incoraggia le sue truppe, con piglio fermo e sicuro. La sua comparsa come creatura celestiale, immersa nella nuvola di fiori, si precisa in quella di altero e inflessibile giudice, di ferma guida, più autorevole di quel che fosse Virgilio. Ella ha il severo compito di richiamare il poeta alla consapevolezza dell’errore e alla necessità di abbandonare con decisione la via del peccato. Beatrice, con solennità regale, prosegue in tono ancor più duro, che suona persino ironico, chiedendo a Dante come abbia osato, con tanto ritardo, salire al monte del Purgatorio (pentirsi della propria vita peccaminosa), alla sommità del quale può accedere solo chi è esente dal peccato. Punto aspramente dal  rimprovero, Dante prova un forte senso di vergogna e non osa guardare in viso la donna ma deve anche distogliere gli occhi dalla limpida acqua del Letè, dove vede rispecchiata la propria immagine. È come un fanciullo sorpreso dalla madre a compiere un’azione empia, infatti Beatrice appare a Dante come una madre che al figlio sembra impietosa, quando lo rimprovera, perché è aspro il sapore dell’affetto materno, quando si manifesta in modi severi. Beatrice, come una madre, deve somministrare a Dante una medicina amara, ma questo è necessario per la sua salvezza.

La donna-angelo.

Nell’incontro di Dante con Beatrice, in questo canto, appaiono evidenti i legami con la giovanile “Vita nuova” e con il primo incontro con la donna ivi descritto. Tuttavia, mentre in essa Beatrice è portatrice di beatitudine e di salvezza per il solo Dante, nella Divina Commedia, oltre a redimere il poeta, che in assenza di lei si era smarrito, diviene tramite per la redenzione dell’umanità intera. Il viaggio di Dante è un viaggio della sua anima verso Beatrice. Gli occhi della donna sono un elemento centrale nella vicenda d’amore dei due giovani, descritta nella Vita Nuova. Nella Divina Commedia, solo dopo il pentimento ed il pianto Dante riuscirà a guardarla negli occhi. Qui essi sono portatori di pace, di serenità e di salvezza per tutti gli uomini, che potranno compiere attraverso l’esemplare viaggio di Dante un analogo percorso di liberazione e di avvicinamento a Dio.

Lo stile.

Numerose le similitudini presenti nel canto: l’apparizione di Beatrice paragonata al sorgere del sole (e l’implicita analogia tra Beatrice e Cristo, presente anche nei versi che precedono); il paragone di Virgilio con la madre cui si volge il figlio (Dante) smarrito; le successive similitudini che paragonano Beatrice ad un severo ammiraglio che passa in rassegna e pungola la ciurma e ad una madre severa che rimprovera aspramente il figlio colpevole. Il linguaggio si fa via via più raffinato, ma le immagini conservano concretezza “visiva” per l’efficacia rappresentativa delle similitudini.

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Esercizi di verifica.

  1. La comparsa di Beatrice avviene nel contesto di una processione solenne. Quale significato assume questa “comparsa in scena”? A chi può essere paragonata?
  2. La figura di Beatrice presenta numerosi significati simbolico-allegorici. Indica nella tabella il significato degli elementi della sua descrizione riportati:

Elementi della descrizione

Significato simbolico-allegorico

dentro una nuvola di fiori…donna m’apparve…

sovra candido vel

cinta d’uliva…

sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva

  1. Beatrice conserva una dimensione umana, che richiama l’antico legame affettivo tra lei e Dante. In quali punti ti sembra che questo sia visibile?
  2. La visione di Beatrice, benché la donna non sia identificabile con certezza, suscita in Dante una forte reazione emotiva. Descrivine le caratteristiche con parole tue.
  3. Dante si volge a Virgilio in cerca di conforto. Con quale similitudine il poeta viene rappresentata questa ricerca di aiuto?
  4. Virgilio però è scomparso. In che modo è possibile spiegare tale allontanamento? Qual è la reazione di Dante?
  5. L’atteggiamento di Beatrice viene paragonato a quello di un ammiraglio (vv. 58-66). Sulla base dello schema semplificato dei versi, completa la tabella e spiega il motivo della similitudine:

Beatrice

drizza gli occhi verso

L’ammiraglio

viene a veder…

  1. Il rimprovero di Beatrice è aspro e forse ironico: spiega la duplice interpretazione possibile dei versi “Come degnasti d’accedere al monte? / non sapei tu che qui è l’uom felice? “.
  2. Al verso 79 inizia un secondo paragone: quello tra Bearice ed una madre severa. Spiega i termini della similitudine:

Beatrice

sembra

a Dante

La madre

sembra

al figlio

Giuseppe Ungaretti, La madre

E il cuore quando d’un ultimo battito

Avrà fatto cadere il muro d’ombra,

Per condurmi, Madre, sino al Signore,

Come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’Eterno,

Come già ti vedeva

Quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,

Come quando spirasti

Dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,

Ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

E avrai negli occhi un rapido sospiro.

(Da Sentimento del Tempo, 1930)

Il poeta immagina di essere giunto, dopo la morte, davanti a Dio e che la madre lo prenda per mano, e che alzando poi le mani, tremante, implori per lui il perdono, con fermezza. Solo quando Dio lo avrà perdonato, ella guarderà negli occhi il figlio, con un sospiro di sollievo.

Eugenio Montale, Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Ti libero la fronte dai ghiaccioli

che raccogliesti traversando l’alte

nebulose; hai le penne lacerate

dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo

l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole

freddoloso; e l’altre ombre che scantonano

nel vicolo non sanno che sei qui.

(da Le Occasioni, 1939)

Il poeta immagina che Irma Brandeis, la donna amata, un’ebrea costretta ad emigrare in America, torni da lui in volo, attraverso “l’alte nebulose”. Ma l’angelo di Montale ha le penne lacerate, è una donna-angelo sofferente.

La femmina balba (Canto XIX, Purgatorio)

La femmina balba (Canto XIX, Purgatorio)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

La femmina balba

e qual meco s’ausa,/rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Canto XIX del Purgatorio

Ne l’ora che non può ‘l calor dïurno

intepidar più ‘l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno [1]                       3

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna [2]

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

surger per via che poco le sta bruna -,                  6

mi venne in sogno una femmina balba [3],

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.                9

Io la mirava; e come ‘l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta                      12

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

com’ amor vuol, così le colorava [4].                     15

Poi ch’ell’ avea ‘l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.                              18

«Io son», cantava, «io son dolce serena [5],

che’ marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!                       21

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!».                        24

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand’ una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.                      27

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

fieramente dicea; ed el venìa

con li occhi fitti pur in quella onesta.                      30

L’altra prendea, e dinanzi l’apria

fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.                  33

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: «Almen tre

voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

troviam l’aperta per la qual tu entre».                    36

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l’alto dì i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.                          39

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l’ha di pensier carca,

che fa di sé un mezzo arco di ponte;                      42

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.              45

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

tra due pareti del duro macigno.                             48

Mosse le penne poi e ventilonne,

Qui lugent[6]affermando esser beati,

ch’avran di consolar l’anime donne .                       51

«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,

la guida mia incominciò a dirmi,

poco amendue da l’angel sormontati.                     54

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch’a sé mi piega,

sì ch’io non posso dal pensar partirmi».                  57

«Vedesti», disse, «quell’antica strega

che sola sovr’ a noi omai si piagne;

vedesti come l’uom da lei si slega.                          60

Bastiti, e batti a terra le calcagne [7];

li occhi rivolgi al logoro [8] che gira

lo rege etterno con le rote magne».                         63

Quale ‘l falcon, che prima a’ pié si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che là il tira,                             66

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n’andai infin dove ‘l cerchiar [9] si prende.                  69

[1] Secondo la scienza del tempo si attribuiva il progressivo raffreddamento notturno della terra ai raggi freddi del pianeta Saturno, quand’era all’orizzonte, e della luna.

[2] I geomanti erano indovini che traevano le loro predizioni dallo studio di figure geometriche ottenute segnando sulla sabbia o sulla terra (geomanti: indovini per mezzo della terra) dei punti senz’ordine e congiungendo questi punti con linee. Tra le figure di particolare valore per i geomanti vi era quella chiamata Fortuna maior (Maggior Fortuna), formata da sei punti in forma di quadrilatero munito di una coda, e simile alla figura formata dalle ultime stelle dell’Acquario e dalle prime della costellazione dei Pesci, che precedono la costellazione dell’Ariete, in congiunzione con la quale, durante l’equinozio di primavera, sorge il sole (per via che poco le sta bruna).

[3] È simbolo dei vizi che si commettono per eccessivo attaccamento ai beni terreni (stortura = avarizia; balbuzie = gola; vista guercia = lussuria). La dice femmina e non donna, per sottolinearne le caratteristiche spregevoli e moralmente repellenti

[4] La donna da turpe strega si muta in ammaliante e seducente sirena.

[5] Per i cristiani le sirene furono simbolo del peccato, fascinoso e dilettevole i apparenza ma fatale e distruttivo; nella poesia trobadorica è simbolo della seduzione della bellezza femminile

[6] è la seconda beatitudine evangelica: cfr. Matteo V, 4; Luca VI, 21

[7] batti a terra le calcagne: letteralmente, batti la terra con i calcagni, con i piedi.

[8] Il logoro era lo strumento con cui il falconiere richiamava il falcone in caccia e la metafora introduce il successivo paragone tratto da scene e momenti della caccia col falcone, arte assai praticata nelle corti medievali.

[9] cerchiar: seguendo la curva del girone.

Parafrasi

Canto XIX del Purgatorio

La femmina balba.

1-33: Poco prima dell’alba nell’ora (l’ultima della notte), in cui il calore del sole (del giorno), vinto dalla naturale freddezza della terra, non può mitigare il freddo irradiato dalla luna, e talvolta da Saturno – quando i geomanti (gli indovini) vedono sorgere in cielo ad oriente, poco prima dell’alba, lungo la via che resta per poco oscura, la figura detta “Maggior fortuna”- vidi in sogno una femmina balba (balbuziente) guercia negli occhi, storta nelle gambe, con le mani monche (mutilate o rattrappite), scialba di colore.

Io la guardavo intensamente; e come il sole riscalda le membra intirizzite che il freddo notturno appesantisce, così il mio sguardo le rendeva la lingua sciolta, e poi tutta la raddrizzava in poco tempo, e il pallido volto, come richiede amore, le colorava.

Poiché ella sapeva ora parlare in modo così sciolto, cominciò a cantare in modo tale che a fatica avrei distolto la mia attenzione da lei. “Io sono” cantava, “io sono una dolce sirena che in mezzo al mare affascino (dismago) i marinai allontanandoli dal loro cammino; tanto sono piena di piacere (piacevole) ad ascoltarla! Io distolsi Ulisse dal suo desiderato viaggio, col mio canto; e chiunque si abitua a me, raramente si allontana; a tal punto riesco ad appagarlo pienamente!”.

La sua bocca ancora non era chiusa (non aveva cessato di parlare), quando apparve nel sogno una donna santa e sollecita accanto a me per smascherarla.

“O Virgilio, Virgilio, chi è costei?” diceva con aspro sdegno; ed egli veniva con gli occhi fissi su quella donna onesta. Afferrava l’altra donna, e la scopriva davanti, e me ne mostrava il ventre; e questo mi svegliò per il puzzo che ne usciva.

Il significato sogno.

34-69: Io aprii gli occhi, mentre il mio valente maestro mi diceva: “Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e vieni: cerchiamo l’apertura nella roccia attraverso la quale tu possa entrare”. Mi alzai in piedi, e ormai tutti i gironi del sacro monte (il Purgatorio) erano pieni della luce del sole, alto sull’orizzonte, e camminavamo col sole del nuovo giorno (sorto da poco) alle spalle.

Seguendo Virgilio, tenevo bassa la fronte come chi l’ha oppressa da gravi pensieri, e camminavo curvo come un mezzo arco di ponte, quando udii dire: “Venite, si passa di qui” con un tono così soave e benigno, come non si sente mai nel nostro mondo terreno.

L’angelo che così ci parlò, con le ali aperte, candide come quelle d’un cigno, ci avviò verso l’alto (alla cornice superiore), alla scala scavata tra due pareti di duro sasso. Poi mosse le ali e ci fece vento (cancellando così un’altra P), affermando esser beati “Quelli che piangono”, perché avranno le loro anime padrone (piene) di consolazione. “Che cos’hai che continui a guardare a terra?” cominciò a dirmi la mia guida quando entrambi di poco eravamo saliti sopra il punto in cui si trovava l’angelo.

Ed io gli risposi: “Mi fa camminare con tanta perplessità una recente visione che attira a sé la mia mente, tanto che non riesco a fare a meno di pensarci”.

Mi rispose: “Hai visto quella vecchia strega ammaliatrice, che rappresenta solo i vizi che ormai restano da espiare sopra di noi (avarizia, gola, lussuria); hai visto come l’uomo si libera da lei.

Ti basti quanto hai sentito, e calpesta la terra affrettando il passo; volgi gli occhi in alto al richiamo che il re eterno fa ruotare con le sfere celesti”.

Come il falcone che prima sta con gli occhi fissi ai piedi, poi si volge al richiamo del falconiere e tutto si protende per il desiderio del pasto, che lo attira in quella direzione, così mi feci io; e così, per tutta la fenditura della roccia che si apre per dare passaggio a chi sale, procedetti fin dove si riprende a camminare in cerchio.

Analisi del testo

L’amore può essere volto in direzioni sbagliate.

Nel canto XVIII (Accidiosi) Virgilio spiega a Dante che l’amore è una disposizione innata dell’anima, ma non è detto che la sua traduzione in atto sia retta. Il peccato può derivare dall’amore che erra “per malo obietto” (la superbia, l’invidia e l’ira), dall’amore che erra “per poco di vigore” nel conseguire la sua meta, l’amore privo di volontà (l’accidia) e dall’amore che, al contrario, erra “per troppo di vigore” nel raggiungere i beni terreni (l’avarizia e la prodigalità, la gola e la lussuria). L’amore è una tendenza naturale nell’uomo, che però può essere volto in direzioni sbagliate.

Dante è preso da una pesante sonnolenza, si addormenta e sogna.

La femmina balba.

Il canto XIX, inizia con un sogno del poeta, che anticipa il passaggio alle ultime tre cornici del Purgatorio. Dante sogna una “femmina balba”, una donna orrenda, balbuziente, guercia, storpia, con la pelle di colore livido. Il poeta la guarda, e la mostruosa apparizione iniziale sotto il suo sguardo si trasforma in un essere di altissima seduzione e fascino.

La femmina balba assume l’aspetto che il desiderio amoroso di Dante le conferisce (com’amor vuol, così le colorava),

con una sorta di “attrazione fatale”, sottratta ai freni della volontà cosciente. Ella diviene bellissima: le sue membra si raddrizzano, la sua lingua si scioglie ed inizia a cantare, dicendo di essere una dolce sirena che avvince chi l’ascolta col suo canto melodioso e si vanta di aver indotto i marinai e persino Ulisse a perdere la rotta.

Le sirene e Ulisse

Ulisse, secondo il racconto di Omero, sfuggì al fascino delle sirene, ma non a quello di Circe. Dante, che non aveva letto l’Odissea, probabilmente fu ingannato dall’ambiguità di un passo, in cui Cicerone traduce le parole delle sirene, ma non dice affatto che Ulisse sfuggì al loro canto. Le sirene, secondo il mito, erano mostri marini dall’aspetto di bellissima donna nella parte superiore del corpo e di mostruoso pesce in quella inferiore, ed ammaliavano i marinai con il loro dolce canto, attirando le navi a sfracellarsi contro gli scogli. Presso gli antichi esse rappresentavano il distruttivo richiamo del piacere sensuale.

Dante ne è affascinato. Ma nel sogno appare una “donna…santa e presta” che, sdegnata, richiama Virgilio al suo dovere di guida e questi accorre, le strappa le vesti e ne scopre il ventre da cui esce un puzzo che risveglia Dante.

I due poeti riprendono il cammino, ma Dante procede incerto e preoccupato, così Virgilio lo esorta a non attardarsi e a non avere ulteriori incertezze, volgendo lo sguardo con decisione al richiamo (al logoro) divino, poiché l’immonda strega non è che la rappresentazione dei tre peccati che sono puniti nelle cornici successive del Purgatorio (l’avarizia e l’opposta prodigalità, la gola, la lussuria).

Salito alla quinta Cornice, il poeta vede delle anime che giacciono a terra bocconi con mani e piedi legati, che sospirano e pregano: sono gli avari, che non elevarono gli occhi al cielo, e ora li devono volgere a terra e sono costretti all’immobilità. Papa Adriano V, sollevatosi a indicare la via ai due poeti, dice di essere stato ambizioso ed avido, tanto legato ai beni terreni quanto ora è costretto a stare disteso in terra.

La femmina balba e deforme è simbolo, come chiarirà Virgilio, dei tre vizi nei quali l’uomo cade per eccessivo amore (per troppo di vigore) dei beni terreni, vizi che si puniscono nelle ultime tre cornici del Purgatorio: avarizia, gola, lussuria.

La mostruosa apparizione femminile è caratterizzata da una somma di incapacità parziali: di parlare (è balbuziente), di vedere (è guercia), di camminare (è storpia). La figura della femmina balba risulta ripugnante proprio in virtù di questo dimezzamento di ogni caratteristica umana: non è priva del dono della parola, ma balbetta; possiede la capacità di vedere, ma di un vedere parziale, falsificante; è in grado di camminare, ma grottescamente. La santa donna, che si contrappone alla femmina balba, è simbolo dell’aiuto divino a Virgilio-Ragione, che riesce così a svelare il non-valore (il puzzo del ventre) dei beni mondani. Il risveglio di Dante è brusco, quasi brutale: gli allettamenti del sogno hanno mostrato il loro aspetto repellente. La femmina balba è costretta a svelare la propria realtà negativa, la propria depravata sozzura ed immoralità.

Lo stile.

Il linguaggio di cui Dante fa uso nell’episodio del sogno è realisticamente crudo, in un contesto che si sta via via “elevando” anche sul piano lessicale ed espressivo. Accanto all’asprezza dei termini utilizzati per la descrizione della femmina balba (guercia, e sovra i piè distorta, con le man monche, e di colore scialba – ventre; puzzo che n’uscia), troviamo un registro lessicale più elevato, che contraddistingue la descrizione iniziale del canto (dïurno; Intepidar; veggiono; surger) e il linguaggio di Virgilio («Almen tre voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre»).

 

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Esercizi di verifica
  1. Dante si addormenta e sogna: in quale momento della giornata si svolge il sogno? Con quale perifrasi rappresenta tale momento?
  2. La “femmina balba” assume sembianze mutevoli in tre momenti del sogno: apparizione – metamorfosi – svelamento. Indica le sue caratteristiche nelle tre diverse fasi.
  3. La metamorfosi della “femmina balba” è opera dello stesso Dante. Spiega perché.
  4. Il sogno della femmina balba anticipa il successivo salire di Dante alle ultime cornici del Purgatorio. Perché? Che cosa rappresenta allegoricamente?
  5. Un ruolo fondamentale nello smascheramento della “femmina balba” è svolto da una “santa donna”. Perché? Quale funzione svolge e cosa rappresenta allegoricamente?
  6. Virgilio spiega a Dante il significato del sogno e lo esorta ad abbandonare le sue perplessità. In che modo?
  7. Dopo l’esortazione di Virgilio, Dante confronta la propria reazione a quello di un falco. Tuttavia i termini del confronto, relativi al comportamento del poeta sono solo impliciti. Rendili espliciti e spiega il significato della similitudine.
Sirena e vampiro…
Charles Baudelaire, Le metamorfosi del vampiro.

Dalla sua bocca di fragola la donna, contorcendosi come un serpente

sulla brace e i seni strusciando contro i ferri del busto, lasciava colare

queste parole tutte impregnate di muschio: “Ho le labbra umide e so

l’arte di portare a perdizione su un letto l’antica coscienza. Asciugo

ogni lagrima sui miei seni trionfanti e faccio sì che i vecchi ridano

come i bambini. Chi mi vede nuda e senza veli, vede la luna, il sole,

le stelle ed il cielo. Sono, caro sapiente, così dotta in voluttà, quando

fra le braccia temute soffoco un uomo, o quando, timida e libertina,

fragile e vigorosa, abbandono ai suoi morsi il mio seno, che, su

questi materassi turbati, impotenti gli angeli si dannerebbero per me.”

 

Poi che ella ebbe succhiato tutto il midollo delle mie ossa, mi volsi

languidamente verso di lei per darle un ultimo bacio: ma non vidi più

che un otre viscido e marcescente. Chiusi gli occhi, preso da un

freddo terrore; e quando li riapersi alla luce, al mio fianco, in un luogo

del gran manichino che sembrava aver fatto provvista di sangue,

tremavano confusamente pezzi di scheletro, stridendo come quelle

banderuole o insegne appese a un ferro che il vento fa oscillare nelle notti d’inverno.

Canto XXXIII – Il conte Ugolino – Analisi del testo

Canto XXXIII – Il conte Ugolino – Analisi del testo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Canto XXXIII (Inferno) – Il conte Ugolino – Analisi del testo

La bocca sollevò dal fiero pasto.

La bocca è fin dall’inizio l’elemento centrale dell’incontro con il Conte Ugolino, che si apre e si chiude con un’immagine crudele di feroce cannibalismo, nei confronti dell’odiato nemico. L’immagine del forbirsi la bocca appare in perfetta, simmetrica, orrida sintonia con l’immagine conclusiva del conte che nuovamente si avventa, avido e famelico come un cane, con gli occhi stravolti (per il dolore? Per il piacere di tormentare il compagno di pena? O…per il piacere del divorare carne umana…?), sul cranio dell’arcivescovo Ruggeri.

Il conte Ugolino, come Francesca (Canto V), è addolorato solo all’idea di dover rievocare l’accaduto eppure, come lei, racconta. La sofferenza che Francesca prova consiste nella dolorosa contrapposizione tra quel momento felice e il presente della pena infernale, ma prevale in lei il desiderio di soddisfare la richiesta che Dante ha fatto con tanta commozione. Nel dolore del conte Ugolino non vi è contrasto tra presente doloroso e passato piacevole. Il suo dolore è disperato, gli opprime il cuore, per la crudeltà dei tragici avvenimenti che hanno portato lui e i suoi figli alla morte. Egli è spinto a parlare dalla profonda avversione per l’odiato nemico, cui spera di recare infamia.

La narrazione di Ugolino.

Ugolino non si sofferma sulle vicende del tradimento, ma inizia a narrare i particolari della prigionia e della morte per fame, sua e dei figli innocenti.

Da mesi rinchiuso nella Torre della Muda, dove venivano tenuti gli uccelli nel periodo in cui cambiavano le penne, in seguito chiamata Torre della Fame, una notte Ugolino è terrorizzato da un terribile incubo: l’arcivescovo Ruggieri capocaccia e altri cacciatori (notabili pisani) inseguono un lupo e i suoi piccoli, con l’aiuto di cagne fameliche. Dopo una breve corsa il lupo e i lupicini vengono raggiunti e sbranati, lacerati dalle zanne affilate dei cani.

Più che il dolor potè il digiuno…

Il sogno premonitore, pur facendo forse riferimento al fallito tentativo di Ugolino di rifugiarsi a Lucca, è soprattutto un’anticipazione della terribile fine che attende lui e i suoi figli. Risvegliatosi, Ugolino sente i suoi figli piangere nel sonno e chiedere del pane. All’ora del magro pasto nulla viene portato loro ma anzi Ugolino sente inchiodare la porta della torre. Ugolino è impietrito dal terrore e i figli piangono, senza che lui sia in grado di rassicurarli. All’alba del giorno dopo, alla vista dei compagni di cella, per la disperazione si morde le mani; i figli, pensando che si morda per la fame, si offrono al padre come cibo, ed egli allora si ricompone. Dopo quattro giorni trascorsi in silenzio, suo figlio Gaddo invoca il suo aiuto e muore. Poi, nei giorni successivi, i figli muoiono ad uno ad uno. Poi, più che il dolore potè il digiuno…

L’odio e il dolore di Ugolino.

Odio e dolore dominano il personaggio. Egli è chiuso in un dolore senza speranza, in un odio e in un desiderio di vendetta che non possono essere appagati. L’offesa arrecatagli dai suoi nemici non è rappresentata per Ugolino dalla sua morte, ma soprattutto da quella dei suoi figli. Il peccatore roso dall’odio è un padre amorevole, benché il suo amore appaia in qualche modo animalesco, simile a quello del lupo che tenta di difendere disperatamente la sua cucciolata, il proprio sangue.

La disperazione che lo coglie al vedere i propri figli, dopo aver compreso quale destino orrendo li attenda, lo impietrisce ed egli ricaccia dentro di sé il proprio dolore, in particolare dopo che essi gli si sono offerti come cibo, mostrando anch’essi un amore meramente naturale per il padre, dopo averlo visto mordersi le mani.

Ugolino è impietrito e le lacrime non escono dai suoi occhi, mentre i suoi figli piangono. L’odio ed il dolore di Ugolino, che rimprovera Dante di non mostrarsi afflitto e di non piangere per quanto gli sta raccontando, si sfogano disperatamente e insaziabilmente sul cranio di colui che in vita lo ha condannato a quella fine tremenda.

Un caso di cannibalismo?

Nella realtà storica probabilmente è corretta l’interpretazione di coloro che negano la tesi secondo la quale il conte Ugolino, spinto dalla fame, si sarebbe nutrito dei propri figli. In questo caso, le parole “…più che il dolor poté il digiuno” indicherebbero che egli sia morto per il lungo digiuno, più che per il dolore.

Tuttavia Dante vuole suggerirci, in modo abbastanza evidente, l’idea del cannibalismo di Ugolino. Ecco alcuni elementi che lo indicano:

  • Si può pensare che Ugolino si lamenti di non essere stato ucciso dal dolore ma di aver dovuto attendere, a lungo, che il digiuno lo liberasse dall’atroce sofferenza. Tuttavia, che Ugolino sia morto per il lungo digiuno sembra abbastanza ovvio. Allora perché dirlo…?
  • Inoltre, tutto il canto è disseminato di immagini che rimandano al tema del cannibalismo: dal conte che rode il cranio del suo nemico, alla crudele caccia al lupo, nel corso della quale i cani mordono ferocemente i fianchi dei lupicini, a lui che si morde le mani, all’offerta che i figli fanno al padre delle proprie carni.
  • Non si dimentichi, infine, che in fondo all’Inferno Lucifero mastica crudelmente i traditori per eccellenza, Bruto, Cassio e Giuda. Il cannibalismo caratterizza il Cocito al punto da sembrare quasi una pena parallela al ghiaccio. Come il ghiaccio rappresenta la razionale, fredda meditazione del peccato commesso dai traditori, così il cannibalismo sembra rappresentare simbolicamente la ripugnanza e la ferocia di delitti così crudeli.

L’invettiva contro Pisa.

Dante si mostra indifferente al dolore di Ugolino, probabilmente perché le colpe dei peccatori di questa zona dell’Inferno sono troppo gravi per provarne pietà. L’ira del poeta si rivolge tuttavia contro coloro che hanno fatto morire, insieme con un presunto colpevole, quattro innocenti, con un’invettiva in sintonia, per la sua violenza, con lo stile dell’episodio del quale rappresenta la conclusione. Egli denuncia energicamente l’odio e l’efferata violenza degli scontri di parte che travagliano i Comuni italiani: la situazione politica delle città italiana è così degenerata che non c’è più rispetto neppure per la vita di giovani innocenti che sono stati lasciati crudelmente morire di fame.

Esercizi di verifica

  1. Nella seconda zona del Nono cerchio dell’Inferno (Antenora) sono puniti i traditori della patria o del proprio partito. A quale tipo di pena sono condannati e perché? (Che tipo di contrappasso).
  2. Dante e Virgilio incontrano il conte Ugolino. Che cosa sta facendo e perché?
  3. Il dialogo tra Dante e Ugolino presenta alcune analogie (ma anche differenze) con quello tra Dante e Francesca. Quali?
  4. Sulla base delle tue impressioni in seguito alla lettura, indica quali elementi della vicenda del Conte Ugolino suscitano inquietudine, paura, orrore, pietà.
  5. Il conte Ugolino compie un sogno premonitore: quale?
  6. Nell’episodio che ha come protagonista il Conte Ugolino si contrappongono amore paterno e odio per il traditore. Individua i momenti della narrazione in cui questo accade.
  7. L’epilogo tragico della vicenda è anticipato da tetri presagi (rumori, sguardi ed espressioni, invocazioni). Individuali nel testo e trascrivili.
  8. Nel corso della narrazione si fa riferimento esplicitamente od implicitamente ad animali, associati al tema della fame: quali? Quale significato assumono queste immagini crudeli?
  9. L’episodio del conte Ugolino presenta numerosi elementi tipici del genere “horror”. Individua quelli che ti appaiono maggiormente evidenti.
  10. Dante sembra impassibile di fronte alle parole di Ugolino, tanto che questi sembra rimproverarlo per la sua indifferenza. Qual è il motivo di tale atteggiamento?
  11. Terminato il racconto del conte Ugolino, Dante reagisce con un’invettiva contro la città di Pisa: che cosa le rimprovera Dante?
  12. Nella successiva zona dell’Inferno Dante incontra un caso traditore particolarmente efferato e crudele, Frate Alberigo dei Manfredi, di Faenza. Qual è il crimine che egli ha commesso? Come si spiega che la sua anima sia all’inferno mentre egli è ancora in vita? Come si comporta Dante nei suoi confronti?

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Canto XXXIII – Il conte Ugolino – Testo e parafrasi

Canto XXXIII – Il conte Ugolino – Testo e parafrasi

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Canto XXXIII (Inferno) – Il conte Ugolino – Testo

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto.                       3

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ‘l cor mi preme

già pur pensando, pria ch’io ne favelli.                     6

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlare e lagrimar vedrai insieme.                             9

Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand’io t’odo.                       12

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.                               15

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;                           18

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.                               21

Breve pertugio dentro da la Muda, [1]

la qual per me ha ‘l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,                  24

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’io feci ‘l mal sonno

che del futuro mi squarciò ‘l velame.                         27

Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.                   30

Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi[2]

s’avea messi dinanzi da la fronte.                             33

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi. [3]                       36

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli [4]
ch’eran con meco, e dimandar del pane.         39

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?               42

Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ‘l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;                               45

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’io guardai

nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.                        48

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: ‘Tu guardi sì, padre! che hai?’.                        51

Perciò non lacrimai né rispuos’io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l’altro sol nel mondo uscìo.                          54

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,                         57

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi                                         60

e disser: ‘Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia’.                  63

Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t’apristi?                     66

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: ‘Padre mio, ché non m’aiuti?’.                           69

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ‘l quinto dì e ‘l sesto; ond’io mi diedi,                          72

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».                       75
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese ‘l teschio misero co’denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.                          78

Canto XXXIII (Inferno) – Il conte Ugolino – Parafrasi

vv. 1-78 

Quel peccatore sollevò dal pasto feroce la bocca, pulendola con i capelli della testa

che egli aveva roso nella parte posteriore. Poi incominciò a dire: “Tu vuoi che io rinnovi

un dolore disperato che mi opprime il cuore al solo pensarci, prima che io ne parli.

Ma se le mie parole possono essere causa d’infamia per il traditore che io rodo,

mi vedrai al tempo stesso parlare e piangere.

Non so chi sei né in quale maniera sei arrivato quaggiù; ma quando ti odo parlare mi sembri davvero fiorentino.

Devi sapere che fui il conte Ugolino,

e questo è l’arcivescovo Ruggieri: adesso ti dirò perché sono per lui un vicino siffatto.

Non occorre che io racconti come, avendo fiducia in lui, fui fatto prigioniero e poi ucciso, in conseguenza dei suoi intendimenti malvagi;

ma udrai quello che non puoi avere udito, cioè come la mia morte fu crudele, e potrai giudicare se egli non è stato colpevole nei miei riguardi.

Una piccola feritoia nella torre della Muda,
che a causa mia è soprannominato torre della fame,

e nella quale altri saranno ancora rinchiusi, mi aveva già mostrato attraverso la sua apertura più lune (erano passati diversi mesi), quando io feci il cattivo sogno che mi svelò il futuro.

Costui (l’arcivescovo Ruggieri) mi sembrava capocaccia e signore degli altri cacciatori,

mentre, cacciava il lupo e i suoi piccoli su per il monte (San Giuliano) a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

Egli aveva messo davanti a sé, sul fronte dello schieramento degli inseguitori, Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

insieme con cagne fameliche, sollecite a cacciare ed esperte.

Dopo una breve corsa il lupo e i lupicini mi sembravano stanchi, e mi sembrava di vedere lacerati i loro fianchi dalle zanne affilate.

Quando fui sveglio prima dei mattino, udii piangere nel sonno i miei figli, che erano con me, e chiedere del pane.

Sei davvero crudele, se fin da questo momento non provi dolore immaginando quello che il mio cuore presagiva a se stesso.

E se non piangi, per che cosa sei solito piangere?

Erano ormai svegli, e si avvicinava l’ora in cui il cibo soleva esserci portato, e a causa del proprio sogno ciascuno aveva timore; e udii inchiodare la porta inferiore della spaventosa torre; allora guardai negli occhi i miei figli senza pronunciare parola.

Io non piangevo, a tal punto l’animo divenne impietrito: piangevano loro;

e il mio Anselmuccio disse: “Tu guardi in modo così strano, padre! che hai ?”

Perciò non piansi né risposi tutto quel giorno e la notte successiva, finché non spuntò un’altra alba.

Non appena un po’ di luce riuscì a penetrare nella cella dolorosa, ed intravidi su quattro volti il mio stesso aspetto, mi morsi entrambe le mani per il dolore;

ed essi, credendo che lo facessi per desiderio di mangiare, si alzarono immediatamente in piedi, e dissero:

“Padre, sarà per noi un dolore assai minore se tu ti cibi delle nostre membra:
tu (generandoci) ci facesti indossare queste carni infelici, tu privacene”.

Allora mi quietai per non renderli più tristi; rimanemmo in assoluto silenzio quel giorno e il giorno successivo:

ahi, terra crudele, perché non ci inghiottisti?

Quando giungemmo al quarto giorno, Gaddo si gettò disteso ai miei piedi, dicendo:

“Padre, perché non m’aiuti?”Morì lì; e così come tu vedi me, vidi cadere gli altri tre uno dopo l’altro tra il quinto e il sesto giorno; per cui incominciai, ormai cieco, a brancolare sopra ciascuno di loro, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti:

poi, più del dolore, ebbe potere su me il digiuno “.

Ciò detto, con gli occhi biechi, afferrò nuovamente il misero cranio coi denti, i quali furono, sull’osso, forti come quelli di un cane.

Note

[1] dentro dalla muda: muda era chiamato il luogo chiuso dove venivano tenuti gli uccelli nel periodo in cui cambiavano le penne.

[2] le tre principali famiglie ghibelline di Pisa

[3] Il tema della caccia “infernale” è presente anche nel canto XIII dell’Inferno. Gli scialacquatori sono condannati a correre nudi nella selva dei suicidi inseguiti da cagne nere e fameliche. Nel correre, poi, graffiano se stessi e spezzano i rami delle piante, provocando sofferenza ai suicidi. Inoltre si veda anche la novella “Nastagio degli Onesti” di Giovanni Boccaccio.

[4] i miei figli: Ugolino chiama così anche i suoi nipoti Anselmuccio e Nino.

 

 

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Canto XXVI -Ulisse – Analisi del testo

Canto XXVI -Ulisse – Analisi del testo

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di Giorgio Baruzzi

Inferno, Canto XXVI – Ulisse: analisi del testo ed esercizi

Analisi del testo

Il racconto di Ulisse.

Il racconto di Ulisse inizia con un autoritratto dell’eroe, al cui centro si pone il desiderio di “divenir del mondo esperto /e de li vizi umani e del valore”, anteposto alle lusinghe dell’eros (Circe) ed agli affetti famigliari (Penelope, il figlio, il vecchio padre). È un desiderio non negativo in sé ma limitato, perché essenzialmente rivolto alla gloria individuale e terrena. Il viaggio di Ulisse ha come momento saliente il superamento delle colonne d’Ercole, i confini del mondo conosciuto e conoscibile, un mondo sconosciuto ed affascinante. Nel momento culminante dell’impresa l’eroe pronuncia un energico discorso, un piccolo capolavoro di retorica [1], con cui esorta i suoi compagni a mostrarsi degni della loro natura di uomini, guidati da “virtute e canoscenza”.

Il “folle volo”

L’eroe greco avverte l’audacia assurda della sua impresa (folle volo): la grandiosa ed esaltante impresa si conclude con una tragica catastrofe che porta lui ed i compagni alla morte. Le circostanze della morte di Ulisse erano un tema molto dibattuto: Dante ne dà una soluzione del tutto originale. Nel mito delle “Colonne d’Ercole”, poste dall’eroe nell’attuale stretto di Gibilterra, per impedire agli uomini di spingersi oltre, Dante vede anche la volontà di Dio, che non può in alcun modo permettere ai mortali di avvicinarsi, come tenta invece di fare Ulisse con il suo “folle volo”, al regno del Purgatorio.

L’abuso della ragione

In Ulisse l’umanità è vinta ma non umiliata: il suo naufragio non è una punizione, ma una riaffermazione dei limiti inviolabili posti da Dio all’uomo. Ulisse non parla dei peccati per i quali è condannato (in particolare l’inganno del cavallo di Troia) ma del suo ultimo avventuroso viaggio per mare. Tuttavia, così come il “folle volo” rappresenta i limiti di una sapienza tutta terrena, priva della guida di Dio, anche nel peccato di Ulisse si manifesta un uso distorto e utilitaristico dell’intelligenza umana, in cui è assente il rispetto per il divino. La colpa di Ulisse non risiede solo nell’abilità a costruire inganni, ma nell’abuso delle possibilità, pur positive, della ragione.

La figura di Ulisse nella letteratura [2].

Il mito di Ulisse (Odisseo) inizia con l’Odissea di Omero: l’eroe greco partecipa alla guerra di Troia e contribuisce in modo decisivo alla conquista della città (con l’inganno del cavallo di legno e con la sottrazione del Palladio). Egli è coraggioso, astuto e intelligente, ha gusto dell’avventura e gran sete di conoscenza, contemperati dal richiamo della patria e dagli affetti familiari. Gli scrittori latini, come Cicerone e Orazio, ne hanno fatto simbolo di virtù e di insaziabile desiderio di conoscenza. L’Ulisse di Dante incarna queste qualità, ma paga con la morte che esse non siano state sorrette dalla Grazia divina.

Gli scrittori e la figura di Ulisse

Il mito di Ulisse è stato fonte di ispirazione anche nei secoli successivi. Ugo Foscolo, nel sonetto “A Zacinto” (1802), ne fa un eroe romantico, “bello di fama e di sventura”.

Giovanni Pascoli, nell’”Ultimo viaggio di Ulisse” (1904), ci presenta un eroe pieno di dubbi, alla ricerca della propria identità, dominato dall’ansia di conoscere. Egli, ormai vecchio, ripercorre i viaggi compiuti, ma tutto è ormai cambiato, scomparso, come vento e fumo, e la vita non è che una folle corsa verso la morte.

Gabriele D’Annunzio in “Maia” (1903) fa di Ulisse una sorta di “superuomo”, che incarna simbolicamente l’Italia eroica e colonizzatrice. Egli è un eroe dalla natura semidivina, sprezzante del pericolo, proiettato a superare i suoi limiti. Guido Gozzano, nel componimento parodistico “L’ipotesi” (1907), ne fa un play boy che, viaggiando sul suo yacht, tocca le spiagge del Mediterraneo frequentando prostitute, e che poi cerca fortuna in America, ma fa naufragio.

Umberto Saba, nella poesia “Ulisse”, vede nell’eroe greco un emblema della propria esperienza umana, che lo ha condotto al rifiuto delle sicurezze ed alla continua ricerca, spinto dal proprio indomito spirito e dall’amore per la vita.

James Joyce, nel romanzo “Ulisse” (1922), riprende la struttura e le peregrinazioni dell’eroe dell’Odissea descrivendo una sola giornata del protagonista, l’antieroe Leopold Bloom.

In “Se questo è un uomo” (1947) Primo Levi, prigioniero nell’inferno del campo di concentramento di Auschwitz, vede nei versi di Dante e nelle parole di Ulisse spiegati ad un compagno, un punto di riferimento che lo faccia sopravvivere con dignità.

Esercizi di verifica.

  1. Nel canto XXVI sono puniti i consiglieri fraudolenti: in cosa consiste il loro peccato? Le loro anime sono racchiuse dentro una fiamma. Qual è la ragione di questa punizione? Si tratta di un contrappasso per somiglianza o per contrasto?
  2. Dante e Virgilio incontrano le anime di Ulisse e Diomede racchiuse in una fiamma biforcuta. Spiega perché sono puniti insieme e quali sono le principali imprese che hanno compiuto.
  3. In che modo si rende possibile il dialogo o meglio la narrazione di Ulisse? Come comunica con i due poeti l’eroe greco?
  4. Ulisse racconta le vicende seguenti il suo ritorno ad Itaca. Riassumi la sua narrazione in quattro sequenze ed attribuisci a ciascuna un titolo.
  5. Spiegane il significato dei versi 118-120 indicando a chi sono rivolte le parole di Ulisse.
  6. Dante come Ulisse compie un viaggio. Quale differenza c’è però tra il viaggio dell’eroe greco e quello del poeta?
  7. Benché Dante per certi versi ammiri Ulisse, egli ritiene che il suo viaggio non potesse che concludersi che in modo tragico. Quali sono le ragioni dell’ammirazione di Dante e quali quelle delle sua condanna?
  8. Virtù e conoscenza: la peculiarità dell’uomo In che cosa consiste la dignità dell’uomo? Che cosa lo distingue dagli animali?

[1] Retorica: arte del dire. Ulisse costruisce il suo discorso secondo lo schema: captatio benevolentiae; richiesta; esortazione solenne conclusiva.

[2] Anche la canzone contemporanea è stata influenzata dalla figura dell’eroe greco: si pensi al testo di Lucio Dalla, “Ulisse coperto di sale”, e al più recente “Odysseus” di Francesco Guccini.

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