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di Giorgio Baruzzi

I bestiari medievali

I bestiari (i “libri di bestie”) sono opere didattico-morali nelle quali alle descrizioni degli animali seguono i relativi significati morali. Occupano dunque un posto intermedio tra le favole (storie di animali con valore morale) e le enciclopedie. Accanto ai bestiari troviamo nel Medioevo gli erbari, in cui le piante e le erbe sono interpretate secondo categorie magiche e i lapidari, che descrivono le pietre indicandone presunte proprietà curative e talismaniche.

Questi testi presero spunto dal Physiologus, un testo in lingua greca composto tra la fine del II e i primi anni del III secolo d.C., presumibilmente ad Alessandria d’Egitto. Nelle raffigurazioni medievali gli animali assumono una connotazione religiosa che prescinde dal valore decorativo ed estetico. In esse appaiono animali sia reali che immaginari, le cui qualità vengono spesso descritte allegoricamente ed interpretate come simboli di più profonde verità religiose. 

La pantera (la lonza). 

Alla pantera sono state attribuite, presso i popoli antichi, qualità eccezionali legate alla sua pelle, usata come parte dell’abbigliamento dei sacerdoti egizi, specie nei riti funebri. Nel cristianesimo medievale la pantera è stata soggetta ad interpretazioni simboliche spesso contrapposte: accostata simbolicamente a Cristo da un lato, è stata vista dall’altro come espressione allegorica del richiamo erotico e della sensualità. La «lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta», che impedisce a Dante di ascendere al colle, è un felino come il leopardo, la pantera o la lince. Essa racchiude tutte le caratteristiche della seduzione (il mantello screziato, i movimenti aggraziati del suo corpo) e rappresenta allegoricamente la lussuria.

Il leone. 

Negli antichi culti pagani europei e afro-asiatici, il leone incarnava attributi divini: presso gli antichi Egizi, la dea Sekhet portava una testa leonina; presso gli Ammoniti il sole era adorato col nome di Camos, il Leone-sole; in Siria il leone aveva il carattere divino; in Persia era uno degli animali sacri al culto di Mitra. Nel Medioevo cristiano talune immagini allegoriche rappresentano nella parte anteriore del leone la natura divina di Cristo mentre in quella posteriore, quella umana. La simbologia del leone è ambivalente a seconda che la sua forza sia al servizio del bene o del male: immagine di Cristo quando combatte il serpente, il drago o altre bestie maledette, ma talvolta simbolo di Satana, dei vizi e dell’eresia. Nel suo ruolo satanico, il leone rappresenta simbolicamente l’orgoglio della vita (da cui l’orgoglio e la collera), una delle tre concupiscenze alle quali l’ascetismo cristiano attribuisce la perdita delle anime.

Il lupo (la lupa). 

L’età classica ha visto nel lupo il nemico primo degli animali domestici, solo eccezionalmente pericoloso per l’uomo. Il Medioevo, invece, ha inserito il lupo nella lista dei demoni. La bestia diventa una realtà spaventosa non solo per animali e greggi, ma per lo stesso uomo di cui è anche il divoratore. Per l’Occidente cristiano medievale  esso rappresenta il diavolo o gli eretici, il peccato, la morte, l’inferno. Il significato simbolico della lupa dantesca è la “cupidigia” o l’“avarizia”.

L’agnello. 

Al male incarnato dal lupo, si oppone l’innocenza dell’agnello, del Cristo che si offre in volontario olocausto come agnello sgozzato per riscattare i peccati del mondo. In tutti i tempi, il sangue dell’agnello sgozzato è sceso a rivoli dinanzi a tutti i simulacri e sul pavimento di tutti i templi. Vittima espiatoria e propiziatoria che si sostituisce all’umanità peccatrice, il mite animale ha preso il primo posto fra i simboli del Cristo. L’iconografia che rappresentava l’agnello sulla croce persistette per lungo tempo sia in Oriente sia in Occidente. Il Medioevo lo rappresenta spesso in piedi con la gola sgozzata dalla cui ferita cola sangue.

Il serpente. 

Il serpente è uno dei simboli più importanti dell’immaginario collettivo. È l’animale che si presta ad una vastissima gamma di interpretazioni e di ruoli. Le antiche religioni orientali consideravano i serpenti come divinità (o come geni del bene e del male). Il cambiamento di pelle a cui è soggetto il serpente ogni anno, fu considerato presso gli antichi l’immagine simbolica delle felici trasformazioni spirituali e fisiche dell’uomo. Il serpente è stato accolto in qualche caso in chiave positiva dalla simbologia cristiana: oltre alle qualità malefiche comunemente attribuitegli, è talora un simbolo di Cristo. Tuttavia nel cristianesimo prevale la tendenza a considerarlo, a partire dall’interpretazione simbolica della Genesi, come simbolo di Satana e della malvagità, spesso associato al peccato di lussuria.

Il drago. 

Il drago è una specie di grosso coccodrillo verde con una cresta che va dalla testa fino alla coda, con quattro corte zampe artigliate, coda appuntita e sovente a punta di freccia; solitamente ha piccole ma robuste ali membranose da pipistrello. Talvolta è dotato di corna, ha la lingua biforcuta e sputa fuoco. Ha una stretta parentela con il serpente. Il suo carattere è ambivalente: fecondatore e distruttore. In Estremo Oriente il drago è visto come una creatura benefica, mentre in Europa e nel Medio Oriente esso ha caratteristiche malvagie, che culminano nel cristianesimo con l’identificazione del drago in Satana. Nel Medioevo, come accade per il serpente, il drago appare legato alla donna ed è simbolo della tentazione del peccato, in particolare della lussuria. Il mito cristiano di San Giorgio che uccide il drago sarà simbolo, per la cavalleria cristiana, della “guerra santa contro gli infedeli”.

L’asino. 

L’asino e il suo parente selvaggio, l’onagro, assumono nel Medioevo un significato simbolico ambivalente: se il demonio cristiano riceve attributi asinini, ciò non toglie che l’asino assuma anche una sua valenza positiva, sia in considerazione delle sue doti di pazienza e di umiltà, sia in quanto animale presente insieme con il bue presso la mangiatoia in Betlemme, come cavalcatura di Maria durante la fuga in Egitto e infine come cavalcatura regale nell’ingresso di Gesù a Gerusalemme. Il Medioevo erediterà molte storie e tradizioni asinine. Quelle legate al presepio e alla Domenica delle Palme, anzitutto, ma anche altre, come l’immagine “satirica” dell’asino che suona la lira, familiare alla scultura romanica e gotica. I bestiari medievali trasferiscono i significati demoniaci, più spesso, all’onagro, parente “selvatico” dell’asino.

Il centauro. 

Il centauro è mezzo uomo e mezzo cavallo, con dorso umano e posteriore equino. Situati sui monti della Tessaglia, i centauri erano ritenuti discendenti di Centauro, nato dall’unione di Issone e delle giumente dei pascoli della Magnesia. Alcuni centauri erano autori di imprese malvagie e brutali, mentre altri, come Chirone, erano saggi e benevoli, vivevano nei boschi, conoscevano le piante e le stelle ed erano considerati fedeli amici degli uomini e degli dei. Nell’antichità univano l’intelligenza dell’uomo alle principali qualità del cavallo, la forza e la velocità. Per il Cristianesimo essi sono invece simbolo di orgoglio, richiamato dalla testa umana, di lussuria, richiamata dal busto, di cupidigia richiamata dalle mani. Il cristianesimo fece del centauro il simbolo delle passioni più basse, espressione di bestialità, tanto da identificarlo con Satana. Esso fu talvolta visto come l’allegoria della doppia natura di Cristo: l’umana e la divina.

La scimmia. 

Bestia satanica per eccellenza, la scimmia è una caricatura dell’uomo del quale scimmiotta ogni gesto. È la controfigura del diavolo: maligna, ladra, subdola, lussuriosa, ingorda e per di più bugiarda e idolatra. Talvolta la si vede, in alcune raffigurazioni artistiche, attaccata ai piedi della Vergine Maria, a simboleggiare la menzogna su cui ha trionfato la verità.

La sirena. 

Figura metà donna e metà pesce, in cui il simbolismo medievale ha rappresentato la femminilità fatale e una concezione pessimistica della donna (la sua caducità fisica, la sua fragilità morale), presso molti autori monastici medievali. San Bernardo di Clairvaux così si esprimeva: «La donna è lo strumento di Satana. Questa ti incanta con allettamenti mondani e ti indica la scorciatoia del diavolo… È simile alla sirena marina; bellissima dall’ombelico in su ha l’aspetto di una vergine formosa; dall’ombellico in giù è simile ad un pesce… canta dolcemente… come la sirena inganna i marinai con dolci melodie, così la donna che vive nel mondo, con i suoi inganni trascina alla perdizione …». L’insaziabilità del desiderio femminile era un luogo comune del Medioevo. Naturale era pertanto l’accostamento della donna alla sirena, una divoratrice di uomini che incuteva paura e repulsione.

L’unicorno. 

Animale fantastico di derivazione orientale, sulla scorta di ambigue indicazioni bibliche, l’unicorno è divenuto una figura simbolica di primaria importanza nell’immaginario cristiano. All’origine sta forse il ritrovamento dei lunghi corni a spirale di narvalo, un mammifero marino.  Esso è raffigurato come un cavallo bianco con le zampe posteriori di antilope, barba di capra e un lungo corno sulla fronte. Nell’ambito della cristianità l’unicorno divenne il simbolo di Cristo e della castità; si pensava che, essendo molto timido e puro, si facesse avvicinare esclusivamente da una vergine. Il suo corno purifica le acque e allontana i veleni. Incastonata nella sua fronte c’è una pietra preziosa, il carbonchio, dal magico potere.

Il gatto. 

Fin dall’alto Medioevo, il gioco fra gatto e topo fu utilizzato dagli scrittori cristiani in funzione didascalica: questa caccia è connotata come gioco perverso, messo in relazione con il diavolo che gioca con l’anima umana. L’istinto naturale del gatto costituirà negli exempla dei predicatori il trionfo del male e del diavolo sul peccatore, vulnerabile come il topo. Anche se, paradossalmente, in alcune rappresentazioni il gatto diventa difensore della dottrina e ortodossia della Chiesa contro gli eretici, i gatti (in particolare quelli neri) hanno rappresentato frequentemente il diavolo e sono stati associati alle pratiche di magia e stregoneria. Lussuria e vanità furono i peccati che associarono la donna al gatto, come testimoniato anche dalla pittura italiana della  fine del Medioevo e nel Rinascimento.

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