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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Caronte, il traghettatore di anime.

Caronte è un personaggio della mitologia classica, figlio dell’Erebo e della notte, traghettatore delle anime dei morti al di là dell’Acheronte, il fiume dell’Ade. Egli però accoglie sulla sua barca solo le anime che hanno un tributo da rendergli: da qui l’usanza di mettere un obolo sotto la lingua o due monete appoggiate sugli occhi del defunto. Le anime che non portano l’obolo sono destinate a vagare per l’eternità.

Virgilio lo descrive nel libro VI dell’Eneide, narrando la discesa di Enea agli Inferi. Egli lo raffigura come un vecchio con un’incolta barba bianca, gli occhi fiammeggianti e un mantello annodato sulle spalle, che fa salire sulla sua barca le anime dei defunti.

Caronte è il primo demone infernale incontrato da Dante, che lo raffigura con poche ma efficaci pennellate (Canto III dell’Inferno). Dante lo descrive come un vecchio coi capelli e la barba bianchi, che assume in crescendo tratti demoniaci che terrorizzano le anime dei dannati. Egli ricorda loro, con le sue grida e i suoi gesti minacciosi, l’eternità del dolore e delle tremende pene che li attendono. Il terribile nocchiero dagli occhi infuocati le raccoglie con un cenno sulla barca e quelle, pronte, obbediscono. Poi si allontanano sull’acqua torbida mentre altri dannati si accalcano sulla riva dell’Acheronte.

La descrizione di Dante riprende con evidenza quella fatta da Virgilio nell’Eneide. Tuttavia Dante ne accentua i tratti demoniaci e ne fa uno strumento della giustizia divina. Rispetto al modello virgiliano, sostanzialmente statico-descrittivo, il Caronte dantesco entra in scena con irruenza e drammaticità, presentandosi come lo spietato e violento esecutore della volontà divina. Egli urla rabbiose minacce contro le anime dannate, che colpisce con il remo se si attardano a salire sulla sua barca.

Inferno, Canto III

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo [1],

gridando: «Guai a voi, anime prave!             84

Non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.         87

E tu che se’ costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

Ma poi che vide ch’io non mi partiva,          90

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti».            93

E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».        96

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.    99

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che ‘nteser le parole crude.                   102

[…]

Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.                111

[1] Un vecchio, bianco, per antico pelo: Caronte, figlio dell’Erebo e della Notte, è, nella tradizione classica, il traghettatore delle anime nell’aldilà. Il personaggio è descritto da Virgilio in Eneide, VI, 298-304, nei più minuti particolari, che Dante efficacemente sintetizza in pochi tratti.

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