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Wislawa Szymborska, Un amore felice

Wislawa Szymborska, Un amore felice

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Wislawa Szymborska, Un amore felice

 

 

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
 
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
 
Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano ?
sembra un complotto contro l’umanità!
 
È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?
 
Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
 
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.
 
Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni, Corriere della sera
A cura di Pietro Marchesani
 

 

Maria Wisława Anna Szymborska è stata una poetessa e saggista polacca. Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti. In Polonia, i suoi volumi raggiungono cifre di vendita (500.000 copie vendute – come un bestseller) che rivaleggiano con quelle dei più notevoli autori di prosa, nonostante Szymborska abbia ironicamente osservato, nella poesia intitolata Ad alcuni piace la poesia (Niektorzy lubią poezje), che la poesia piace a non più di due persone su mille.

 

 

“La poesia della Szymborska non dài risposte, perché ogni domanda può solo generare altre domande. Essa parla in un modo aperto, dubbioso, non definitivo né definitorio, che non chiude ma apre ulteriori spazi alla riflessione, e di ogni singolo lettore sembra condividere intuizioni, sensazioni e paure. A questo lettore la poetessa di Cracovia dice che, benché si debba vivere in un universo apparentemente governato dall’assoluta casualità, nel poeta alla disperazione si accompagna l’incanto. Ed è l’incanto della poesia che rende al lettore la vita su quello stesso universo più sopportabile e lieve.” [Pietro Marchesani]

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Friedrich Dürrenmatt, Il tunnel (Der Tunnel) 

Friedrich Dürrenmatt, Il tunnel (Der Tunnel) 

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Friedrich Dürrenmatt, Il tunnel

(Der Tunnel, 1952)
Il tunnel (Der Tunnel) è un racconto di Friedrich Dürrenmatt, che uscì nel 1952. Un classico del racconto surrealistico.

 

 

Un ventiquattrenne, grasso per tenere a distanza quanto di spaventoso accade dietro le quinte (e che vedeva: era una sua dote, forse l’unica), che amava turare i buchi della sua carne proprio perché attraverso quelli poteva irrompere l’orrore, nel senso che fumava sigari (Ormond Brasil 10) e portava, in aggiunta ai suoi, anche un secondo paio d’occhiali da sole, e batuffoli d’ovatta nelle orecchie: questo giovanotto, dipendente ancora dai genitori alle prese con vaghi studi all’università che si poteva raggiungere in due ore di viaggio in ferrovia, salì una domenica pomeriggio sul solito treno, partenza alle diciassette e cinquanta, arrivo alle diciannove e ventisette, per seguire il giorno seguente un seminario che aveva già deciso di marinare.
Il sole splendeva in un cielo senza nuvole quando lasciò la località dove abitava. Era estate. Il treno doveva seguire un tracciato fra le Alpi e il Giura, passando accanto a ricchi villaggi e a piccole città, più oltre lungo un fiume, per tuffarsi poi, dopo neanche venti minuti di viaggio, proprio dopo Burgdorf, in una breve galleria. Il treno era sovraffollato. Il ventiquattrenne era salito in cima al convoglio e s’era fatto faticosamente largo verso la coda, sudando e dando l’impressione d’essere vagamente scimunito. I viaggiatori stavano seduti stretti l’uno a ridosso dell’altro, molti sulle valige, anche gli scompartimenti di seconda classe erano occupati, solo la prima classe era poco affollata. Quand’ebbe finito di lottare in mezzo alla confusione di famiglie, reclute, studenti, coppiette, cadendo ora addosso all’uno e ora all’altro, sballottato qui e là dal treno, barcollando contro vetri e petti, il giovanotto trovò posto nell’ultimo vagone, e anzi in quel settore di terza classe – dove ci sono solitamente solo rare vetture e scompartimenti – trovò una panca intera tutta per sé: nell’ambiente chiuso stava seduto davanti a lui un uomo ancor più corpulento che giocava a scacchi con se stesso, e nell’angolo dello stesso sedile, verso il corridoio, c’era una ragazza dai capelli rossi che leggeva un romanzo.
S’era dunque già sistemato accanto al finestrino e aveva acceso un Ormond Brasil 10, quando venne la galleria, che gli parve durare più a lungo del solito. Aveva percorso più volte quel tratto, da un anno quasi ogni sabato e domenica, e non aveva in realtà mai fatto caso, se non di sfuggita, alla galleria. Talvolta, sì, avrebbe voluto riservarle piena attenzione, ma poi, ogni volta al suo sopraggiungere, aveva sempre pensato ad altro, e non aveva fatto caso a quel breve tuffo nel buio perché quando sollevava lo sguardo deciso a osservarla, la galleria era già passata, così rapidamente l’attraversava il treno e così breve era il piccolo tunnel. Anche in quella circostanza dunque non s’era nemmeno tolto gli occhiali da sole quando vi entrarono, perché non stava pensando alla galleria. Appena prima splendeva ancora con pieno vigore il sole e il paesaggio che stavano attraversando (le colline e i boschi, la lontana catena del Giura e le case della cittadina) era come d’oro, e tanto lo si era visto brillare alla luce della sera, che ora divenne consapevole d’un colpo del subentrare improvviso dell’oscurità della galleria, e fu questa certo anche la ragione per cui l’attraversamento gli parve più lungo.
C’era buio assoluto nello scompartimento, le luci non erano state accese a causa della brevità del tunnel, da un secondo all’altro doveva profilarsi sul finestrino il primo vago riflesso del giorno, estendersi poi fulmineo e irrompere infine violentemente con tutto il suo dorato fulgore; poiché tuttavia l’oscurità persisteva, si tolse gli occhiali da sole. In quell’attimo la ragazza si accese una sigaretta, evidentemente seccata – come gli parve di notare al rossastro incendiarsi del fiammifero – perché non poteva continuare a leggere il suo romanzo; l’orologio dalle cifre fluorescenti che aveva al polso indicava le sei e dieci minuti. Si appoggiò nell’angolo fra la parete dello scompartimento e il finestrino, e rifletté sui suoi studi confusi ai quali nessuno credeva veramente, sul seminario cui avrebbe dovuto partecipare l’indomani e che non avrebbe invece frequentato (tutto quello che faceva era solo un pretesto per giungere, al di là della facciata di quel suo affaccendarsi, a un ordine; non tanto all’ordine in sé, quanto alla parvenza di un ordine rispetto all’orrore contro cui s’imbottiva di grasso, s’infilava sigari in bocca e batuffoli d’ovatta nelle orecchie), e quando tornò a guardare il quadrante erano le sei e un quarto e c’era ancora la galleria. Ne fu sconcertato.
Ora le lampadine erano accese, certo, c’era la luce nello scompartimento, la ragazza rossa poteva continuare a leggere il suo romanzo, il signore grasso giocava di nuovo a scacchi con se stesso, però fuori, al di là del finestrino in cui si rispecchiava ora tutto lo scompartimento, c’era ancora la galleria. Uscì nel corridoio dove un uomo alto con un impermeabile chiaro camminava su e giù, con una sciarpa nera al collo. A cosa gli servirà poi con questo tempo, pensò e guardò negli altri scompartimenti del vagone, dove c’era gente che leggeva giornali e chiacchierava. Tornò al suo angolo e si sedette, ormai il tunnel doveva finire da un momento all’altro; l’orologio da polso segnava ormai quasi le sei e venti; s’irritò d’aver fatto così poco caso alla galleria in precedenza, si protraeva ormai da un quarto d’ora e, dal momento che il treno viaggiava palesemente a massima velocità, doveva essere una galleria importante, uno dei tunnel più lunghi della Svizzera. Dunque era probabile che fosse salito sul treno sbagliato, anche se sul momento non riusciva a ricordare che a venti minuti di ferrovia dalla località dove abitava esistesse un tunnel così lungo e importante.
Chiese allora al grasso giocatore di scacchi se quel treno andava a Zurigo, e quello confermò. Non sapeva che quel tratto comprendesse una galleria così ragguardevole, insistette il giovanotto, e il giocatore di scacchi, un po’ irritato per essere interrotto una seconda volta in una qualche difficile riflessione, rispose che in Svizzera c’erano appunto tante gallerie, moltissime gallerie, lui era la prima volta che viaggiava in quel paese, d’accordo, ma ci si faceva caso subito, aveva anche letto in un annuario statistico che nessun paese aveva tante gallerie come la Svizzera. E poi lo pregò di scusarlo, gli dispiaceva terribilmente, ma era alle prese con un importante problema connesso alla difesa Nimzowitsch e non voleva più essere distratto. Il giocatore di scacchi aveva risposto con cortesia ma anche con fermezza; e il giovanotto capì che non era il caso d’aspettarsi altre delucidazioni da lui. Del resto era persuaso che il suo biglietto sarebbe stato contestato, e continuò a crederlo, talmente convinto com’era di essere salito sul treno sbagliato, anche quando il controllore – un uomo pallido, magro, d’aspetto nervoso – fece notare alla ragazza cui per prima aveva preso il biglietto, che avrebbe dovuto cambiare treno a Olten. Mi toccherà certo pagare la differenza, lui era diretto a Zurigo, disse poi, senza togliersi l’Ormond Brasil 10 di bocca, nel porgere il biglietto al controllore. “Il signore è sul treno giusto,” ribatté quello dopo aver verificato il biglietto. “Ma se stiamo viaggiando in un tunnel!” esclamò con irruenza il giovanotto, irritato e deciso a questo punto a chiarire la sconcertante situazione. “Siamo appena passati vicino al lago di Herzogenbuch e ci stiamo avvicinando a Langenthal,” disse il controllore. “Giusto, signore, e sono le sei e venti.”
Ma erano venti minuti che viaggiavano in galleria, ribadì il giovanotto, insistendo su quella constatazione. Il controllore lo fissò senza capire. “Questo è il treno per Zurigo,” disse, e guardò anche lui verso il finestrino. “Le sei e venti,” ripeté, ora un po’ inquieto in apparenza, “fra poco saremo a Olten, arrivo alle diciotto e trentasette. Si sarà fatto brutto il tempo, d’improvviso, ed ecco spiegata l’oscurità; un temporale forse, sì, sarà per questo.” “Sciocchezze,” s’intromise a questo punto nel dialogo l’uomo alle prese con un problema connesso alla difesa Nimzowitsch, seccato perché continuava ancora a reggere il biglietto senza che il controllore gli badasse. “Sciocchezze, stiamo viaggiando in galleria. Si vede benissimo la roccia, granito mi sembra. In Svizzera c’è il maggior numero di gallerie del mondo. L’ho letto su qualche annuario statistico.” Il controllore, prendendo finalmente il biglietto del giocatore di scacchi, assicurò ancora, quasi implorante, che quel treno era diretto a Zurigo, al che il ventiquattrenne chiese del capotreno. Era in testa al convoglio, disse il controllore, ma restava il dato di fatto che quel treno era diretto a Zurigo, erano le sei e venticinque e fra dodici minuti, secondo l’orario estivo, si sarebbe fermato a Olten, lui viaggiava su quel treno tre volte ogni settimana.
Il giovanotto s’incamminò. Procedere nel treno stracolmo gli risultò ancor più difficile di prima quando aveva fatto lo stesso tragitto in direzione opposta; il treno doveva viaggiare a una velocità straordinaria; anche il fragore che faceva era spaventoso, e così tornò a infilarsi nelle orecchie i batuffoli d’ovatta che aveva tolto quando era salito sul treno. La gente accanto cui passava si comportava tranquillamente, quel treno non aveva niente di diverso dagli altri treni su cui aveva viaggiato nei pomeriggi domenicali, e non notò nessuno particolarmente preoccupato. In una carrozza con scompartimenti di seconda classe c’era un inglese accanto a un finestrino in corridoio, e picchiettava raggiante sul vetro la pipa che stava fumando. “Il Sempione,” disse. Anche nel vagone ristorante tutto era come al solito, benché non ci fosse un posto libero e la galleria dovesse pur essere stata notata da qualcuno dei viaggiatori o dei camerieri che servivano bistecche impanate e riso.
Il giovanotto rintracciò il capotreno, riconoscendolo dalla borsa rossa, all’uscita del vagone ristorante. “Desidera?” chiese il capotreno, un uomo grande e placido, dai baffi neri assai curati e occhiali senza montatura. “Sono venticinque minuti che siamo in galleria,” disse il giovanotto. Il capotreno non guardò verso il finestrino come il ventiquattrenne s’era aspettato, e si volse invece al barista. “Mi dia una scatola di Ormond 10,” disse, “fumo sigari della stessa marca di questo signore;” però il barista non potè accontentarlo perché non aveva quel tipo di sigari, e il giovanotto, contento d’aver trovato uno spunto, offrì un Brasil al capotreno. “Grazie,” disse quello, “probabilmente a Olten non avrò tempo di procurarmene, e quindi mi fa proprio un grande favore. È importante fumare. Posso ora chiederle di seguirmi?”
Condusse il ventiquattrenne nel bagagliaio situato prima del vagone ristorante. “Più in là non c’è che la locomotiva,” disse il capotreno quando entrarono in quell’ambiente, “siamo in testa al treno”. Nel bagagliaio era accesa una debole luce gialla, la maggior parte del vagone era immersa nel buio, le porte laterali erano chiuse, l’oscurità della galleria traspariva solo attraverso una piccola finestra munita di sbarre. Attorno c’erano delle valige, molte cosparse d’etichette d’alberghi, alcune biciclette e una carrozzella per bambini. Il capotreno appese la borsa rossa a un gancio. “Cosa desidera?” Chiese di nuovo, senza però guardare il giovanotto e cominciando invece a compilare tabelle su un quaderno che aveva tolto dalla borsa.
“È da Burgdorf che siamo in galleria,” rispose il ventiquattrenne, risoluto, “su questo tratto non esiste un tunnel del genere, lo faccio ogni settimana nei due sensi, io conosco questo percorso.” Il capotreno continuò a scrivere. “Signore mio,” disse infine e si accostò al giovanotto tanto che i due corpi si sfioravano, “signor mio, non so che dirle. Non capisco come siamo capitati in questo tunnel, non so darmi una spiegazione. Però la prego di considerare; noi ci stiamo muovendo su binari e quindi la galleria deve portare da qualche parte. Nulla sta a dimostrare che ci sia qualcosa di sbagliato in questo tunnel, a parte il fatto, naturalmente, che non finisce.” Il capotreno – l’Ormond Brasil non ancora acceso fra le labbra – aveva parlato con tono molto basso, eppure con tale dignità e con tanta chiarezza e precisione, da fargli sentire ogni parola nonostante i batuffoli di ovatta e benché nel bagagliaio il fragore del treno fosse molto più intenso che nel vagone ristorante. “E allora la prego di fermare il treno,” pretese il giovanotto spazientito, “non capisco il senso di quanto mi dice. Se c’è qualcosa che non va in questo tunnel, la cui esistenza lei stesso non sa spiegarsi, è suo dovere fermare il treno.” “Fermare il treno?” Rispose l’altro lentamente, certo, ci aveva pensato anche lui; chiuse il quaderno e tornò a infilarlo nella borsa rossa che oscillava sul gancio, quindi si accese con cura l’Ormond. Forse era il caso di tirare il freno d’emergenza, disse il giovanotto, e stava per afferrare la maniglia del freno che era sopra la sua testa, ma in quello stesso istante barcollò in avanti e andò a sbattere contro la parete. Una carrozzella per bambini gli rotolò addosso, le valige gli scivolarono più vicine; stranamente vacillando, anche il capotreno avanzò a mani protese attraverso il bagagliaio. “Stiamo viaggiando in discesa,” disse il capotreno e si appoggiò accanto al ventiquattrenne alla parete anteriore del vagone, ma l’atteso impatto del treno in corsa contro la roccia, lo sfracellarsi e il conficcarsi dei vagoni l’uno nell’altro non avvenne, la galleria pareva invece di nuovo scorrere in pianura. La porta si aprì all’altro capo della vettura. Alla luce viva del vagone ristorante c’era gente che brindava, poi la porta tornò a chiudersi. “Venga sulla locomotiva,” disse il capotreno, e guardò il ventiquattrenne diritto negli occhi, pensieroso e, come d’un tratto parve, anche minaccioso, poi aprì la porta accanto alla quale s’erano appoggiati alla parete: allora una corrente d’aria calda e impetuosa li investì con una violenza tale da farli barcollare di nuovo contro la parete, spinti dall’impatto dell’uragano; contemporaneamente il bagagliaio si riempì d’un fragore terribile. “Dobbiamo arrampicarci sulla locomotiva,” gridò il capotreno all’orecchio del giovanotto e la sua voce risultò anche così quasi impercettibile, poi sparì nel riquadro della porta spalancata attraverso la quale si scorgevano i vetri vivamente illuminati, oscillanti, della locomotiva. Il ventiquattrenne lo seguì risoluto, anche se gli sfuggiva il senso di quell’arrampicata. La piattaforma su cui mise piede aveva su entrambi i lati una ringhiera metallica alla quale si aggrappò, spaventato non tanto per la tremenda corrente d’aria, che s’attenuò anzi quando il giovanotto si accostò alla macchina, quanto per l’immediata vicinanza delle pareti del tunnel, che non vedeva, dovendosi concentrare tutto sulla macchina, e che pure intuiva, scosso dallo stantuffare delle ruote e del fischiare dell’aria, con la sensazione di filare a una velocità astronomica in un mondo di pietra. Tutt’attorno alla locomotiva c’era una stretta passerella sovrastata da una sbarra che seguiva, sempre alla stessa altezza rispetto alla passerella, i contorni della macchina: ecco, quella doveva essere la strada da seguire; calcolò di dover fare un salto della lunghezza d’un metro. E così riuscì anche lui ad afferrare la sbarra. Avanzò lungo la passerella, premuto contro la locomotiva; e il tragitto si fece terribile solo quando pervenne sul lato più lungo della macchina, ora completamente esposto all’impatto dell’uragano urlante e delle minacciose pareti rocciose che, illuminate vivamente dalla locomotiva, gli schizzavano incontro. Lo salvò il gesto del capotreno che l’attirò, attraverso una porcina, all’interno del locomotore. Esausto, il giovanotto si appoggiò contro le strutture della macchina, e d’un tratto ci fu silenzio perché, quando il capotreno ebbe chiusa la porta, le pareti d’acciaio del gigantesco locomotore attutirono il fragore al punto da renderlo quasi impercettibile. “E così abbiamo perduto anche l’Ormond Brasil,” disse il capotreno. “Non è stato intelligente da parte mia accenderlo prima di arrampicarmi, però, con quella forma affusolata che hanno, si spezzano facilmente se non si ha una scatola in cui riporli.” Il giovanotto fu contento d’essere distratto dalla minacciosa vicinanza delle pareti rocciose da qualcosa che lo richiamava a quella vita d’ogni giorno in cui si trovava meno di mezz’ora prima, a tutti quei giorni e anni sempre uguali (sempre uguali perché era vissuto solo nell’attesa del momento che aveva ora raggiunto, del momento del crollo, del cedimento improvviso della superficie della terra, del fantastico precipitare verso l’interno della terra). Tolse dalla tasca destra della giacca uno degli astucci bruni e offrì un altro sigaro al capotreno, infilandosene egli stesso uno in bocca, e si accostarono quindi entrambi con attenzione al fuoco che il capotreno offriva. “Apprezzo molto questi Ormond,” disse il capotreno, “ma bisogna aspirare bene, altrimenti si spengono,” parole che resero diffidente il ventiquattrenne, perché si rese conto che nemmeno il capotreno pensava volentieri al tunnel che, là fuori, continuava ancora (ma c’era ancora la possibilità che cessasse d’un tratto, come a volte cessa all’improvviso un sogno). “Le diciotto e quaranta,” disse guardando il quadrante luminoso del suo orologio, “a quest’ora dovremmo essere già a Olten,” e ripensò intanto alle colline e ai boschi che pure aveva visto fino a poco prima, soffusi d’oro al tramontare del sole. Rimasero lì a fumare, appoggiati alla parete della sala macchine. “Il mio nome è Keller,” disse il capotreno, aspirando il suo Brasil. Il giovanotto non si arrese. “Arrampicarsi sulla locomotiva è stato rischioso,” osservò, “almeno per me che non sono abituato a far cose simili, e quindi vorrei proprio sapere a che scopo mi ha condotto qui.” Non lo sapeva, rispose Keller, aveva solo voluto guadagnar tempo per riflettere. “Tempo per riflettere,” ripetè il ventiquattrenne. “Sì,” disse il capotreno, proprio così, e continuò a fumare. Pareva che la locomotiva s’inclinasse di nuovo in avanti. “Potremmo entrare nella cabina di guida,” propose Keller, ma rimase fermo accanto alla parete della macchina, indeciso, al che il giovanotto s’avviò lungo il corridoio. Quand’ebbe aperta la porta d’accesso alla cabina di guida, si fermò. “Vuota,” disse al capotreno che ora si stava a sua volta avvicinando, “il posto del conduttore è vuoto.” Entrarono nella cabina, barcollando per la tremenda velocità con cui la locomotiva continuava a sfrecciare nel tunnel trascinando con sé il treno. “Prego,” disse il capotreno, e abbassò alcune leve, tirò il freno d’emergenza. La locomotiva non reagì. Avevano fatto di tutto per fermarla non appena avevano notato il cambiamento di percorso, assicurò Keller, ma la locomotiva aveva continuato a correre. “E continuerà a correre ancora,” rispose il ventiquattrenne, mostrando l’indicatore di velocità. “Centocinquanta. Questa macchina è mai andata a centocinquanta?” “Centocinque al massimo,” rispose il capotreno. “Appunto,” constatò il giovanotto. “Appunto. La velocità aumenta. Ora l’indicatore segna centocinquantotto. Stiamo precipitando.” Si avvicinò al finestrino, ma non riuscì a mantenersi in piedi e andò a finire con la faccia contro la lastra di vetro, tanto era ora fantastica la velocità. “E il conduttore della locomotiva?” gridò e guardò le masse di roccia che gli si avventavano addosso alla violenta luce dei fari, sopra di lui, sotto di lui, e sparivano ai due lati della cabina di guida. “È saltato giù,” urlò di rimando Keller che sedeva ora sul pavimento, con le spalle appoggiate al quadro di manovra. “Quando?” Chiese il ventiquattrenne, ostinato.
Il capotreno esitò un attimo e dovette riaccendersi l’Ormond, le gambe alla stessa altezza della testa perché il treno s’inclinava sempre di più. “Dopo cinque minuti,” disse poi. “Non avrebbe avuto senso tentare un’operazione di salvataggio. Anche l’addetto al bagagliaio è saltato giù.” “E lei?” chiese il ventiquattrenne. “Io sono il capotreno,” rispose l’altro, “e poi sono sempre vissuto senza speranza.”
“Senza speranza,” ripeté il giovanotto, disteso ora al riparo della lastra di vetro del posto di manovra, il volto premuto sull’abisso. “Noi stavamo seduti nei nostri scompartimenti e non sapevano che tutto era già perduto,” pensò. “In apparenza niente era ancora cambiato, eppure la realtà del precipitare verso l’abisso ci aveva già accolti.” A quel punto doveva tornare indietro, gridò il capotreno, “nei vagoni sarà già scoppiato il panico. S’ammasseranno tutti in coda al treno.” “Certo,” rispose il ventiquattrenne e pensò al grasso giocatore di scacchi e alla ragazza col romanzo e i capelli rossi. Allungò al capotreno gli astucci di Ormond Brasil 10 che gli rimanevano. “Prenda,” disse, “nell’arrampicarsi di là finirà col perdere di nuovo il suo Brasil.” E lui, non tornava indietro, chiese il capotreno che si era rialzato e cominciava a risalire faticosamente l’imbuto del corridoio. Il giovanotto guardò gli strumenti senza senso, quelle leve ridicole e gli interruttori che lo circondavano argentei nella luce abbagliante della cabina. “Duecentodieci,” disse. “Non credo che con questa velocità ce la farà a risalire nel vagone che è sopra di noi.” “È mio dovere,” gridò il capotreno. “Certo,” rispose il ventiquattrenne, senza volgere il capo verso la sconsiderata impresa del capotreno. “Quanto meno devo tentare,” gridò ancora una volta il capotreno, ormai su in alto nel corridoio, puntellandosi con cosce e gomiti contro le pareti metalliche, però quando la macchina s’inclinò maggiormente – per correre ora, spaventosamente precipitando, verso il centro della terra, e il capotreno si trovò appeso nell’imbuto direttamente sopra il ventiquattrenne disteso in fondo alla locomotiva, sull’argenteo finestrino della cabina di guida, faccia all’ingiù – le forze gli mancarono. Il capotreno cadde sul quadro di manovra e si trovò coperto di sangue, disteso accanto al giovanotto, aggrappato alle sue spalle.
“Cosa possiamo fare?” gridò il capotreno nel fragore delle pareti del tunnel che schizzavano loro incontro, all’orecchio dell’altro che era premuto immobile, col corpo grasso diventato inutile perché non offriva più protezione alcuna, contro il vetro del posto di guida, e assorbiva per la prima volta a occhi bene aperti l’abisso che era sotto di lui. “Cosa possiamo fare,” gridò il capotreno ancora una volta, e il ventiquattrenne, senza distogliere lo sguardo dallo spettacolo, e mentre a causa della tremenda corrente d’aria volavano nell’imbuto su di lui i batuffoli d’ovatta, rispose con una spettrale serenità: “Niente.”
(1952/1978)
Da: Friedrich Dürrenmatt, Racconti, UE Feltrinelli
traduzione di Umberto Gandini

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Friedrich Dürrenmatt, Il tunnel

Il protagonista è un ventiquattrenne, grasso e fumatore di sigari, che si mette batuffoli di ovatta nelle orecchie. Come al solito prende treno per Zurigo, per raggiungere l’università, dove dovrebbe seguire un seminario che ha però già decisori marinare.
A un certo punto il treno imbocca un breve tunnel, al quale il protagonista non ha mai dato peso proprio per la sua brevità. Senonché questa volta il tunnel sembra non finire. L’oscurità continua per dieci, quindici e poi venti minuti. Lo studente pensa inizialmente di aver sbagliato treno, ma il controllore ribadisce che quello è proprio il treno per Zurigo. Il giovane è sempre più agitato, nonostante gli sembri che i passeggeri siano calmi e che non si siano accorti dell’anomalia.
Lo studente trova il capotreno e gli domanda perché il tunnel non finisca. All’inizio il capotreno è evasivo, ma in seguito conduce lo studente nella locomotiva, che è vuota: sia il conduttore della locomotiva sia l’addetto al bagagliaio sono saltati giù dal treno dopo cinque minuti dal suo ingresso nel tunnel. Infatti il treno non risponde ai comandi e corre sempre più veloce, spingendosi a superare i duecento chilometri orari e precipitando dentro un abisso. Mentre il treno precipita verticalmente e i due sono schiacciati  sono schiacciati sul finestrino della cabina di guida lo studente fissa gli occhi sull’abisso che lo sta inghiottendo. Il capotreno grida più volte “Cosa possiamo fare?” E lo studente con una spettrale serenità risponde: “Niente”.

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express.

 
L’investigatore belga Hercule Poirot sta facendo ritorno a Londra in treno, in compagnia dell’amico Monsier Bouc, direttore della Compagnie Internationale des Wagons-Lits. Durante la prima notte di viaggio il treno è costretto a fermarsi per una bufera di neve che ha parzialmente ostruito i binari. La mattina successiva viene ritrovato il corpo senza vita di uno dei passeggeri, colpito da dodici ferite da coltello. Su richiesta dell’amico direttore, Poirot avvia un’indagine sulla morte dell’uomo e ben presto si rende conto che non c’è carenza di persone sospette tra i viaggiatori…
Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express) è uno tra i più famosi romanzi gialli di Agatha Christie, reso ancora più celebre dall’omonimo film del 1974 e dal più recente omonimo remake del 2017. Ha tra i protagonisti il detective Hercule Poirot.
Scritto dalla Christie durante un suo soggiorno a Istanbul, nella stanza 411 del Pera Palas Hotel, il romanzo fu pubblicato a puntate dal settimanale statunitense The Saturday Evening Post nell’estate del 1933. L’anno successivo il libro fu pubblicato dall’editore inglese Collins Crime Club, mentre in Italia fece la sua comparsa nel 1935, edito da Mondadori col titolo Orient Express, in seguito denominato col titolo più fedele all’originale.

 

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express [la trama]
Hercule Poirot, di ritorno da una delicata missione ad Aleppo, in Siria, giunge a Istanbul con il Taurus Express, ma un telegramma gli annuncia che deve rientrare al più presto a Londra. Può farlo solo con l’Oriente Express, che però risulta insolitamente pieno per quella stagione dell’anno.
Tuttavia Poirot può assicurarsi un posto grazie all’amico Monsieur Bouc, direttore della Compagnie Internationale des Wagons-Lits. Dapprima condivide uno scompartimento, poi dalla seconda notte viaggia in uno scompartimento riservato.
Sul treno, nel vagone Istambul-Calais, viaggiano persone delle più svariate nazionalità e ceti sociali:
  • Samuel Edward Ratchett, ricco americano in viaggio d’affari;
  • Hector MacQueen, segretario del signor Ratchett;
  • Caroline Martha Hubbard, un’eccentrica signora americana, che parla molto di sua figlia;
  • Greta Ohlsson, gentile e mite donna svedese di mezz’età, direttrice di una scuola missionaria;
  • Natalia Dragomiroff, anziana principessa russa, vedova, assai brutta e assai danarosa;
  • Hildegard Schmidt, la cameriera tedesca della principessa Dragomiroff, a lei molto fedele;
  • Rudolph Andrenyi, conte e diplomatico ungherese, detentore di passaporto diplomatico;
  • Helena Maria Andrenyi, contessa e moglie di Rudolph;
  • Il colonnello Arbuthnot, inglese dai modi freddi e impassibili;
  • Mary Hermione Debenham, una giovane, avvenente e rigida istitutrice inglese;
  • Cyrus Beltman Hardman, investigatore privato americano, piuttosto rozzo e vistoso;
  • Antonio Foscarelli, un italiano ciarliero e bonario naturalizzato americano, venditore di auto;
  • Henry Masterman, il cameriere americano di Mr. Ratchett;
  • Pierre Michel, controllore dei vagoni letto.
Mr Ratchett propone a Poirot di mettersi al suo servizio per proteggerlo, perché si sente minacciato, avendo, tra l’altro, ricevuto lettere minatorie, ma l’investigatore rifiuta.
Quella stessa notte, nei pressi di Belgrado, a ventitré minuti dall’una di notte, Poirot si sveglia al suono di un forte rumore. Sembra venire dal compartimento vicino al suo, occupato da Mr. Ratchett. Quando Poirot guarda fuori dalla sua porta, scorge il controllore bussare alla porta dell’uomo e chiedergli se sia tutto a posto. Una voce risponde in francese “Ce n’est rien. Je me suis trompé” (Nessun problema. Mi sono sbagliato). Poi il controllore si affretta a rispondere a un’altra chiamata, lungo il corridoio.
Poirot torna a letto, ma è disturbato dal fatto che il treno è insolitamente fermo e lui ha sete. Dopo essersi disteso sente una chiamata urgente di Mrs. Hubbard. Quando Poirot chiama il controllore per chiedergli una bottiglia di acqua minerale, apprende che Mrs. Hubbard ha dichiarato che qualcuno è entrato nel suo scompartimento. Apprende inoltre che il treno si è fermato per una tempesta di neve. Poirot congeda il controllore e prova a dormire. Viene però svegliato di nuovo da un tonfo alla sua porta. Questa volta, quando Poirot si alza e guarda fuori dal suo scompartimento, il corridoio è in completo silenzio e lui non vede nessuno eccetto la schiena di una donna con un kimono scarlatto che si allontana. Il giorno successivo viene a sapere che Mr. Ratchett è stato ucciso nel sonno con dodici colpi di pugnale e Mr. Bouc chiede all’investigatore di occuparsi del caso. Poirot accetta l’incarico. Per farlo, pretende che gli vengano messi a disposizione i passaporti e i biglietti dei passeggeri.
Tuttavia gli indizi e le circostanze dell’omicidio sono molto misteriosi. Solo alcune delle ferite inferte sono molto profonde e tre di esse sono letali. Inoltre, alcune sembrano essere state inferte con la mano destra, le altre da una persona mancina. Poirot trova molti altri indizi nella cabina della vittima e sul treno, tra cui un fazzoletto di lino ricamato con la lettera “H”, un nettapipe e il bottone dell’uniforme di un controllore.
Tutti questi indizi indicano che l’assassino o gli assassini sembrano essere stati alquanto approssimativi. Inoltre, ciascun indizio sembra indicare diversi possibili sospetti, il che fa pensare che qualcuno di essi sia stato lasciato di proposito per fuorviare l’indagine. Ricomponendo i frammenti di una lettera bruciata, Poirot scopre che Mr. Ratchett era in realtà un noto criminale di nome Lanfranco Cassetti, fuggito dagli Stati Uniti.
Cinque anni prima la banda di Cassetti aveva rapito Daisy Armstrong, una bimba americana di tre anni. Benché la famiglia Armstrong avesse pagato un enorme riscatto, Cassetti aveva ucciso la piccola ed era fuggito dal paese con il denaro. La mamma di Daisy, Sonia, era incinta quando aveva appreso che Daisy era stata uccisa. Lo shock le aveva provocato un parto prematuro ed entrambe, lei e il bambino erano morti. Suo marito, il colonnello Armstrong, si era sparato per il dolore. Una cameriera, Susanne Michel, era stata sospettata di complicità dalla polizia, a dispetto delle sue dichiarazioni di innocenza. Così, disperata, si era gettata dalla finestra ed era morta, dopo di che la sua innocenza era stata provata. Cassetti era stato arrestato, ma le sue risorse gli avevano permesso di essere assolto per un cavillo tecnico. Poi, per sottrarsi alla giustizia e alla collera popolare, era fuggito dal paese.
Poirot procede a interrogare ad uno ad uno i passeggeri e si accorge che quasi tutti, in modi diversi, gli stanno mentendo. Mentre le prove aumentano, l’indagine di Poirot si orienta in diverse direzioni. Intanto, il kimono scarlatto indossato dalla donna sconosciuta vista la notte del delitto fa la sua comparsa nel bagaglio di Poirot. Grazie alla sua abilità investigativa l’investigatore riesce a scoprire la vera identità dei viaggiatori del treno, vagone Istambul-Calais, comprendendo che tutti sono in qualche modo legati al rapimento e all’uccisione di Daisy Armstrong:
Dopo aver a lungo riflettuto ed esaminato le prove e gli indizi, Poirot riunisce i dodici sospettati, M. Bouc e il dr. Constantine nella carrozza ristorante.
Egli fornisce due possibili spiegazioni dell’omicidio di Ratchett.
La prima spiegazione è che uno straniero, qualche gangster nemico di Ratchett, sia salito sul treno a Vinlovci, l’ultima fermata, abbia ucciso Ratchett per ragioni ignote e si sia dileguato senza farsi notare. L’assassinio si sarebbe verificato un’ora prima di quel che ciascuno aveva pensato perché era sfuggito il fatto che il treno era entrato in una zona con una differente fascia oraria. I rumori sentiti da Poirot quella notte non sarebbero quindi stati correlati all’omicidio. Tuttavia il dr. Constantine osserva che Poirot deve sicuramente essere consapevole del fatto che questa interpretazione non è la vera spiegazione del caso.
La seconda spiegazione di Poirot è piuttosto sensazionale: tutti i sospettati sono colpevoli. Una curiosa coincidenza, che aveva insospettito Poirot, era costituita dal fatto che i passeggeri del treno fossero di tanto differenti nazionalità e classi sociali. Solo negli Stati Uniti si poteva trovare un gruppo di persone così diverse in relazione tra di loro. Poirot rivela che i dodici passeggeri sul treno sono tutti in qualche modo ricollegabili alla famiglia Armstrong:
  • Hector McQueen, segretario di Ratchett/Cassetti, aspirante attore, era profondamente devoto a Sonia Armstrong e suo padre era stato avvocato della famiglia durante il processo.
  • Edward Henry Masterman, cameriere di Ratchett/Cassetti, era stato attendente del Colonnello Armstrong durante la guerra e poi suo maggiordomo.
  • Il Colonnello John Arbuthnot era stato compagno d’armi del Colonnello Armstrong e il suo migliore amico.
  • Mrs. Caroline Martha Hubbard in realtà è Linda Arden (nata Goldenberg), la più famosa attrice tragica del teatro newyorkese, madre di Sonia e nonna di Daisy.
  • La contessa Elena Andrenyi (nata Helena Goldenberg) era la sorella di Sonia Armstrong.
  • La principessa Natalia Dragomiroff era la madrina di Sonia Armstrong e una cara amica di sua madre.
  • Miss Mary Debenham era la segretaria di Sonia Armstrong e l’istitutrice di Daisy.
  • Fräulein Hildegarde Schmidt, domestica della principessa Dragomiroff, era la cuoca della famiglia Armstrong.
  • Antonio Foscarelli, venditore di automobili, era l’autista della famiglia Armstrong.
  • Miss Greta Ohlsson, missionaria svedese, era la bambinaia di Daisy Armstrong.
  • Pierre Michel, il controllore, era il padre di Susanne, la bambinaia che si era suicidata.
  • Cyrus Hardman, detective privato al servizio di Ratchett/Cassetti, era un poliziotto innamorato di Susanne.
I dodici sospettati avevano deciso di rendere giustizia a Daisy e alla sua famiglia uccidendo Cassetti, responsabile dell’efferato delitto e delle sue tragiche conseguenze. Essi avevano deciso di agire come una giuria, composta appunto da dodici giurati. Solo la contessa Elena Andrenyi, in realtà la sorella di Sonia, non aveva partecipato di persona all’uccisione, sostituita in questo dal marito, il conte Rudolph Andrenyi. La tempesta di neve e la presenza sul treno di Poirot aveva reso più complicata la faccenda.
Mrs. Hubbard/Linda Arden confessa che la seconda spiegazione di Poirot è quella corretta, ma gli chiede di consegnare solo lei, come colpevole dell’omicidio, alla polizia.
In conclusione, convinti che il delitto avesse non poche, valide motivazioni, Poirot, Mr. Bouc e il dottor Constantine convengono che la prima soluzione del caso, proposta dall’investigatore, sia quella giusta, da offrire alla polizia iugoslava.

 

A questo punto… ho l’onore di abbandonare il caso…” (finale del romanzo)
“Restava la signora Hubbard. Proprio la signora Hubbard, lasciatemelo dire, ha recitato la parte più importante in questo dramma. Occupando lo scompartimento adiacente a quello di Ratchett era più esposta ai sospetti di chiunque altro. Nella natura delle cose non avrebbe potuto avere un alibi dietro al quale trincerarsi. Per interpretare la parte che recitava, quella della madre americana affettuosa, assolutamente spontanea, un po’ ridicola, era necessaria un’artista. Ma c’era un’artista legata alla famiglia Armstrong: la madre della signora Armstrong, Linda Arden, l’attrice…”
Poirot si interruppe.
Allora, con una voce melodiosa, ricca di sfumature, del tutto diversa da quella che aveva usato durante tutto il viaggio, la signora Hubbard disse: “Mi sarebbe sempre piaciuto recitare in una commedia.” Continuò come trasognata: “Quella svista riguardo al beauty-case è stata sciocca. Dimostra che si dovrebbero fare sempre molte prove. Quella scena l’abbiamo provata durante il viaggio di andata: allora era uno scompartimento pari, immagino. Non avrei mai pensato che i chiavistelli fossero in una posizione diversa.” Si mosse e guardò Poirot negli occhi. “Sa tutto, Monsieur Poirot. Lei è un uomo straordinario. Ma neppure lei può immaginare che cosa sia stato quel giorno spaventoso, a New York. Ero pazza di dolore, e così pure i domestici… C’era anche il colonnello Arbuthnot, il migliore amico di John.”
“Durante la guerra mi ha salvato la vita” aggiunse Arbuthnot.
“Decidemmo allora…forse siamo stati pazzi, non so…che la condanna a morte alla quale Cassetti era sfuggito sarebbe stata eseguita. Eravamo in dodici, o piuttosto in undici: il padre di Susanne era in Francia, naturalmente. Sulle prime, pensammo di tirare a sorte a chi toccasse farlo, ma alla fine optammo per questa soluzione. È stato l’autista, Antonio, a proporla. Mary ha messo a punto tutti i particolari con Hector MacQueen. Lui aveva sempre adorato Sonia, mia figlia, e ci ha spiegato esattamente come il denaro di Cassetti fosse riuscito a salvarlo.
“Ci è voluto molto tempo per mettere a punto il nostro piano. Prima, dovevamo rintracciare Ratchett. Alla fine, Hardman ci riuscì. Poi dovevamo far entrare Masterman e Hector al suo servizio, o almeno uno di loro. Siamo riusciti anche in questo. Poi abbiamo avuto l’incontro col padre di Susanne. Per il colonnello Arbuthnot era molto importante che fossimo in dodici. Sembrava ritenere che questo rendesse la cosa più legale. Non gli piaceva l’idea del pugnale, ma riconosceva che risolveva gran parte dei nostri problemi. Il padre di Susanne ha accettato. Lei era la sua unica figlia. Apprendemmo da Hector che Ratchett sarebbe tornato prima o poi dall’Oriente con l’Orient Express. Con Pierre Michel che lavorava su quel treno, l’occasione era troppo buona per lasciarsela sfuggire. Inoltre sarebbe stato un buon sistema per non coinvolgere nessun estraneo.
“Il marito di mia figlia doveva sapere, naturalmente, e ha insistito per accompagnarla. Hector ha fatto in modo che Ratchett scegliesse il giorno giusto per viaggiare, quando sarebbe stato di turno Michel. Volevamo prenotare tutti gli scompartimenti della carrozza Istambul-Calais, ma purtroppo ce n’era uno che non siamo riusciti a ottenere. Era prenotato da tempo per un direttore della Compagnia. Il signor Harris, naturalmente, non esisteva. Ma sarebbe stato imbarazzante avere un estraneo nello scompartimento di Hector. E poi, all’ultimo minuto, è arrivato lei…”
La signora si interruppe. Dopo una pausa disse: “Adesso sa ogni cosa, Monsieur Poirot. Che cosa intende fare? Se tutto deve essere svelato, non potrebbe dare la colpa a me, soltanto a me? Avrei pugnalato volentieri dodici volte quell’uomo. Non solo perché era il responsabile della morte di mia figlia e della sua bambina, e di quell’altro figlio che adesso potrebbe essere vivo e felice. C’erano stati altri bambini prima di Daisy, avrebbero potuto essercene altri in futuro. La società lo aveva condannato; noi eseguivamo la sentenza. Ma è inutile trascinare gli altri in questa storia. Tutte queste persone buone e fedeli, il povero Michel, Mary e il colonnello Arbuthnot che si amano…”
La sua voce era meravigliosa mentre riecheggiava in quello spazio affollato: la voce profonda, commovente e piena di pathos che aveva fatto fremere più di un uditorio a New York.
Poirot guardò l’amico. “Lei è un direttore della Compagnia, Monsieur Bouc. Che cosa ne dice?”
Monsieur Bouc si schiarì la voce. “A mio parere, Monsieur Poirot, la prima soluzione da lei proposta è quella giusta, decisamente. Propongo di offrire questa soluzione alla polizia iugoslava quando arriverà. È d’accordo dottore?”
“Senza dubbio” disse il dottor Constantine. “Quanto al referto medico, penso di avere pronte un paio di fantastiche ipotesi…”
“A questo punto,” dichiarò Poirot “avendovi fornito la mia soluzione, ho l’onore di abbandonare il caso…”

 

https://agathachristie.fandom.com/wiki/Murder_on_the_Orient_Express 
Agatha Christie, Assassinio sull’Orient-Express.
A proposito di Italiani…
 
Mr. Ratchett, la vittima, in realtà è un crudele, spietato criminale, l’italiano Lanfranco Cassetti. Ed ecco che cosa pensa Monsieur Bouc di uno degli indiziati, l’italiano Antonio Foscarelli, e degli Italiani in genere. Non a caso la prima traduzione italiana del romanzo, del 1935, fu manipolata e censurata dai sovranisti di allora.
“È stato a lungo in America” disse Monsieur Bouc “ed è italiano, e gli italiani usano il coltello. E sono dei gran bugiardi. Non mi piacciono proprio gli italiani.”
“Ça se voit” disse Poirot con un sorriso. “Ebbene, può darsi che abbia ragione, ma le farò notare che non c’è la minima prova contro quest’uomo, amico mio.”
“E la psicologia? Forse che gli italiani non accoltellano?
Senza dubbio” disse Poirot. “Specialmente nel calore di una lite. Ma questo è un tipo di delitto molto diverso. Ho il vago sospetto che sia stato preparato e messo in scena con molta cura, amico mio. È un delitto preparato da tempo. Non è, come dire, un delitto latino. È un assassinio che porta le tracce di una mente fredda, decisa e piena di risorse: una mente anglosassone, direi.” Prese l’ultimo passaporto. “E adesso, sentiamo la signora Mary Debenham.
Traduzione di Lidia Zazo

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Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

(da Lev Tostoj, Anna Karénina)

 

Il tradimento viene percepito e vissuto in modo peculiare da ciascun individuo. Generalmente l’uomo considera il proprio tradimento come un peccato veniale, mentre la donna, tradizionalmente, lo ritiene più grave, anche se oggi tale divergenza sembra essersi attenuata. Nel brano che segue, l’incipit di Anna Karenina, emerge la mentalità di un maschio dell’Ottocento, con il modo di pensare tipico del periodo.

 

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. […]
Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad’ic Oblonskij – Stiva, com’era chiamato in società – all’ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. […] E, notata una striscia di luce che filtrava da un lato della cortina di panno, sporse allegramente i piedi fuori dal divano, cercò con essi le pantofole di marocchino dorato ricamategli dalla moglie (dono per l’ultimo suo compleanno), e per vecchia abitudine, ormai di nove anni, senza alzarsi, allungò il braccio verso il posto dove, nella camera matrimoniale, era appesa la vestaglia. E in quel momento, a un tratto, ricordò come e perché non dormiva nella camera della moglie, ma nello studio, il sorriso gli sparve dal volto; corrugò la fronte.
– Ahi, ahi, ahi! – mugolò, ricordando quanto era accaduto, e gli si presentarono di nuovo alla mente tutti i particolari del litigio, la situazione senza via di uscita e, più tormentosa di tutto, la propria colpa. “Già, lei non perdonerà, non può perdonare. E quel ch’è peggio è che la colpa di tutto è mia… la colpa è mia, eppure non sono colpevole! Proprio in questo sta il dramma” pensava. “Ahi, ahi, ahi!” ripeteva con disperazione, ricordando le impressioni più penose per lui di quella rottura.
Più spiacevole di tutto il primo momento, quando, tornato da teatro, allegro e soddisfatto, con un’enorme pera in mano per la moglie, non l’aveva trovata nel salotto; con sorpresa non l’aveva trovata neanche nello studio, e infine l’aveva scorta in camera con in mano il malaugurato biglietto che aveva rivelato ogni cosa. Lei, quella Dolly eternamente preoccupata e inquieta, e non profonda, come egli la giudicava, sedeva immobile, con il biglietto in mano, e lo guardava con un’espressione di orrore, d’esasperazione e di rabbia. – Cos’è questo biglietto, cos’è? – chiedeva mostrando il biglietto.
E a quel ricordo, come talvolta accade, ciò che tormentava Stepan Arkad’ic non era tanto il fatto in se stesso, quanto il modo col quale egli aveva risposto alle parole della moglie.
Gli era accaduto in quel momento quello che accade alle persone che vengono inaspettatamente accusate di qualcosa di troppo vergognoso. Non aveva saputo adattare il viso alla situazione in cui era venuto a trovarsi di fronte alla moglie dopo la scoperta della propria colpa. Invece di offendersi, negare, giustificarsi, chiedere perdono, rimanere magari indifferente – tutto sarebbe stato meglio di quel che aveva fatto – il suo viso, in modo del tutto involontario (azione riflessa del cervello, pensò Stepan Arkad’ic, che amava la fisiologia), in modo del tutto involontario, aveva improvvisamente sorriso del suo usuale, buono e perciò stupido sorriso.
Questo stupido sorriso non riusciva a perdonarselo. Visto quel sorriso, Dolly aveva rabbrividito come per un dolore fisico; era scoppiata, con l’impeto che le era proprio, in un diluvio di parole dure, ed era corsa via di camera. Da quel momento non aveva più voluto vedere il marito.
“Tutta colpa di quello stupido sorriso – pensava Stepan Arkad’ic. – Ma che fare, che fare?” si chiedeva con disperazione, e non trovava risposta.
Stepan Arkad’ic era un uomo leale con se stesso. Non poteva ingannare se stesso e convincersi d’essere pentito del suo modo di agire. Non poteva, in questo momento, pentirsi di non essere più innamorato – lui, bell’uomo trentaquattrenne, facile all’amore – di sua moglie, di un anno solo più giovane, madre di cinque bambini vivi e di tre morti. Era pentito solo di non averlo saputo nascondere più abilmente alla moglie. Ma sentiva tutto il peso di questa situazione e commiserava la moglie, i figli e se stesso. Forse avrebbe cercato di nascondere più accortamente le proprie colpe alla moglie, se avesse previsto che questa scoperta avrebbe agito tanto su di lei. A questo non aveva riflettuto mai con chiarezza; tuttavia, vagamente, si figurava che sua moglie, da tempo, indovinasse che egli non le era fedele e chiudesse un occhio. Gli sembrava inoltre che lei, donna esaurita, invecchiata, non più bella e per nulla affatto interessante, semplice, buona madre di famiglia soltanto, dovesse, per un senso di giustizia, essere indulgente. Era avvenuto il contrario.
“Ah, è terribile! Ahi, ahi, ahi, ahi! Terribile! – si ripeteva Stepan Arkad’ic e non riusciva a trovare una via d’uscita. – E come andava tutto bene prima d’ora! Come vivevamo bene! Lei era contenta, felice dei bambini; io non l’ostacolavo in nulla, la lasciavo libera di regolarsi come voleva, coi bambini, con la casa. È vero, non è bello che quella sia stata governante in casa nostra! Non è bello! C’è qualcosa di triviale, di volgare nel far la corte alla propria governante. Ma che governante! – e ricordò con vivezza il riso e gli occhi neri assassini di m.lle Rolland. – Del resto finché è stata in casa nostra, io non mi sono permesso nulla.
Da Lev Tolstoj, Anna Karenina,
A cura e con traduzione di Maria Bianca Luporini, Sansoni editore, 1967

 

 

Analisi del testo

Celeberrimo l’incipit del romanzo: l’autore vuole evidenziare come la felicità famigliare sia qualcosa di ordinario, di comune, forse di banale, mentre l’infelicità presenta tratti peculiari, assume il carattere della straordinarietà. La scoperta innegabile dell’infedeltà coniugale del marito, il principe Stepan Oblònskij, da parte della moglie Dolly, è la causa dello spezzarsi, che sembra irrimediabile, dell’apparente felicità famigliare.
Il brano fa emergere il punto di vista di Oblònskij, mostrando la mentalità maschile del tempo sul matrimonio e sul tradimento. Per lui la relazione con la governante è un peccato veniale, perdonabile da parte della moglie, che lui vede come una buona madre di famiglia che però dovrebbe chiudere un occhio, intuire ed accettare che egli non le sia fedele, essendo ormai invecchiata e poco attraente.
Al suo risveglio nello studio, quando rievoca gli eventi, Oblònskij si pente soprattutto della sua reazione alla scoperta di un bigliettino compromettente da parte della moglie. Quello è l’unico suo rammarico, di aver reagito non cercando di negare , di giustificarsi, di chiedere perdono ma con il suo usuale stupido sorriso, che aveva irritato terribilmente la moglie. Per il resto non poteva dirsi pentito, se non di non avere nascosto, in modo più abile, la relazione con la ex governante. Una relazione forse un po’ immorale e volgare, pensa, quella con la governante, una donna però molto attraente e con gli occhi neri assassini.
 
Esercizi di analisi del testo
  1. Il punto di vista del principe Stepan Oblònskij chiarisce la mentalità maschile del tempo sul matrimonio e sul tradimento. Indica che cosa pensa Oblònskij:
della moglie
della propria colpa
del rapporto coniugale
dell’amante
  1. Alla luce di quanto rilevato nell’esercizio precedente, componi un breve testo espositivo che descriva le opinioni di Oblònskij.
 

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Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giacomo Leopardi,

La ginestra o il fiore del deserto

Canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni (ora rinominata Villa della Ginestra) di Torre del Greco alle pendici del Vesuvio, La ginestra o il fiore del deserto fu pubblicata postuma per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il “testamento poetico” di Leopardi, che qui riflette sulla condizione umana. In essa il Leopardi, sviluppando una polemica già altrove affrontata, contro ogni forma di antropocentrismo e soprattutto contro il risorto spiritualismo ottocentesco, riafferma in termini fieri la propria concezione materialistica e pessimistica del mondo. E tuttavia, pur nel suo radicale pessimismo egli elabora un’utopia solidaristica che vorrebbe gli uomini consociati nella lotta contro il comune nemico, la Natura.
Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς 
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce (Giovanni, III, 19) 
Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e cólti,
e biondeggiar di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose,
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
ove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrá dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive. 

 

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e vòlti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto;
bench’io sappia che obblio
preme chi troppo all’etá propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci die’. Per queste il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese; e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

 

Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’or né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendíco
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,
non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sí, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor piú gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
al vicino ed inciampo,
stolto crede cosí, qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo;
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede 
quale star può quel c’ha in error la sede.

 

Sovente in queste rive,
che, desolate, a bruno
veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
seggo la notte; e su la mesta landa,
in purissimo azzurro
veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
cui di lontan fa specchio
il mare, e tutto di scintille in giro
per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
ch’a lor sembrano un punto,
e sono immense, in guisa
che un punto a petto a lor son terra e mare
veracemente; a cui
l’uomo non pur, ma questo
globo, ove l’uomo è nulla, 
sconosciuto è del tutto; e quando miro
quegli ancor più senz’alcun fin remoti
nodi quasi di stelle,
ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
e non la terra sol, ma tutte in uno,
del numero infinite e della mole,
con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
o sono ignote, o così paion come
essi alla terra, un punto
di luce nebulosa; al pensier mio
che sembri allora, o prole
dell’uomo? E rimembrando
il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
che te signora e fine
credi tu data al Tutto; e quante volte
favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
per tua cagion, dell’universe cose
scender gli autori, e conversar sovente
co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
sogni rinnovellando, ai saggi insulta
fin la presente età, che in conoscenza
ed in civil costume
sembra tutte avanzar; qual moto allora,
mortal prole infelice, o qual pensiero
verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietá prevale.

 

Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
cui là nel tardo autunno
maturità senz’altra forza atterra,
d’un popol di formiche i dolci alberghi
cavati in molle gleba
con gran lavoro, e l’opre,
e le ricchezze che adunate a prova
209.con lungo affaticar l’assidua gente
avea provvidamente al tempo estivo,
schiaccia, diserta e copre
in un punto; così d’alto piombando,
dall’utero tonante
scagliata al ciel profondo,
di ceneri e di pomici e di sassi
notte e ruina, infusa
di bollenti ruscelli,
o pel montano fianco
furiosa tra l’erba
di liquefatti massi
e di metalli e d’infocata arena
scendendo immensa piena,
le cittadi che il mar là su l’estremo
lido aspergea, confuse
e infranse e ricoperse
in pochi istanti: onde su quelle or pasce
la capra, e città nove
sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
son le sepolte, e le prostrate mura
l’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
dell’uom piú stima o cura
che alla formica: e se più rara in quello
che nell’altra è la strage,
non avvien ciò d’altronde
fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.

 

Ben mille ed ottocento
anni varcàr poi che spariro, oppressi
dall’ignea forza, i popolati seggi,
e il villanello intento
ai vigneti, che a stento in questi campi
nutre la morta zolla e incenerita,
ancor leva lo sguardo
sospettoso alla vetta
fatal, che nulla mai fatta più mite
ancor siede tremenda, ancor minaccia
a lui strage ed ai figli ed agli averi
lor poverelli. E spesso
il meschino in sul tetto
dell’ostel villereccio, alla vagante
aura giacendo tutta notte insonne,
e balzando più volte, esplora il corso
del temuto bollor, che si riversa
dall’inesausto grembo
sull’arenoso dorso, a cui riluce
di Capri la marina
e di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
del domestico pozzo ode mai l’acqua
fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
desta la moglie in fretta, e via, con quanto
di lor cose rapir posson, fuggendo,
vede lontan l’usato
suo nido, e il picciol campo,
che gli fu dalla fame unico schermo,
preda al flutto rovente,
che crepitando giunge, e inesorato
durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
dopo l’antica obblivion, l’estinta
Pompei, come sepolto
scheletro, cui di terra
avarizia o pietà rende all’aperto;
e dal deserto foro
diritto infra le file
de’ mozzi colonnati il peregrino
lunge contempla il bipartito giogo
e la cresta fumante,
ch’alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
per li vacui teatri,
per li templi deformi e per le rotte
case, ove i parti il pipistrello asconde,
come sinistra face
che per vòti palagi atra s’aggiri,
corre il baglior della funerea lava,
che di lontan per l’ombre
rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
dopo gli avi i nepoti,
sta natura ognor verde, anzi procede
per sì lungo cammino
che sembra star. Caggiono i regni intanto,
passan genti e linguaggi: ella nol vede:
e l’uom d’eternità s’arroga il vanto.

 

E tu, lenta ginestra,
che di selve odorate
queste campagne dispogliate adorni,
anche tu presto alla crudel possanza
soccomberai del sotterraneo foco,
che ritornando al loco
già noto, stenderà l’avaro lembo
su tue molli foreste. E piegherai
sotto il fascio mortal non renitente
il tuo capo innocente:
ma non piegato insino allora indarno
codardamente supplicando innanzi
309.al futuro oppressor; ma non eretto
con forsennato orgoglio inver le stelle,
né sul deserto, dove
e la sede e i natali
non per voler ma per fortuna avesti;
ma più saggia, ma tanto
meno inferma dell’uom, quanto le frali
tue stirpi non credesti
o dal fato o da te fatte immortali.

Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Parafrasi

 

 

 

 

 

 

Qui sulle pendici aride
del terribile vulcano
sterminatore Vesuvio, 
che nessun altro arbusto o fiore rallegra,
spargi intorno i tuoi cespugli solitari,
odorosa ginestra,
appagata dai deserti. Ti ho vista anche
abbellire con i tuoi steli le campagne solitarie
che circondano la città (Roma)
che fu un tempo signora di popoli,
e sembra che questi luoghi col loro aspetto
severo e silenzioso sian testimonianza
e ricordo al viandante del perduto impero.
Ti rivedo ora su questo suolo, amante
di luoghi tristi e abbandonati dal mondo
sempre compagna di sorti sventurate.
Questi campi cosparsi
di sterili ceneri, e ricoperti
di lava pietrificata,
che risuona sotto i passi del viandante;
dove la serpe si annida e si contorce al sole
e dove il coniglio torna
all’abituale tana sotterranea;
(essi) furono fiorenti cittadine e campi coltivati,
e biondeggiarono di spighe e risuonarono 
del muggito delle mandrie;
furono giardini e palazzi
gradito rifugio
per gli ozi dei potenti; e furono sede di città famose
che l’indomabile vulcano con i suoi torrenti di lava
eruttando dalla bocca di fuoco distrusse, 
insieme ai suoi abitanti. Ora tutto intorno
la rovina avvolge i luoghi 
dove tu hai radici, o fiore gentile, e come 
per commiserare le altrui miserie, 
diffondi verso il cielo un profumo, 
che consola questo deserto. In questi luoghi
venga chi è solito esaltare e lodare
la condizione umana, e veda quanto
la nostra specie stia a cuore 
all’amorevole natura. E qui
potrà anche valutare esattamente 
l’effettiva potenza del genere umano,
che la crudele nutrice (la natura), quando egli meno se l’aspetta,
distrugge in parte in un momento
con un lieve moto, e può
con moti di poco meno lievi
annientare del tutto in un istante.
Raffigurate su queste pendici 
sono le “magnifiche sorti e progressive”
del genere umano.
 
Qui guarda e qui specchiati,
secolo superbo e sciocco,
che abbandonasti la via fino allora
segnata in avanti dal pensiero rinascimentale
e che rivolti indietro i passi,
del regredire ti vanti,
e progredire lo chiami.
Al tuo insensato bamboleggiare tutti gli ingegni, 
di cui una sorte sciagurata ti fece padre, 
sono intenti ad adularti, benché
a volte, intimamente, ti biasimino
in cuor loro. Non io
andrò sotto terra con tale vergogna;
ma piuttosto il disprezzo nei tuoi confronti,
che ho rinchiuso nel cuore,
avrò prima mostrato il più apertamente possibile;
benché io sappia che l’oblio 
colpisce chi troppo spiacque al proprio tempo.
Di questo male (l’oblio), che avrò in comune
con te, io fin da ora ne rido molto.
Vai sognando la libertà (secol…), e tuttavia vuoi
che di nuovo sia servo il pensiero,
il solo grazie al quale risorgemmo 
dalla barbarie in parte, e con il quale soltanto
si può crescere in civiltà, che sola guida
il destino della società al meglio.
Perciò (secol…) ti spiacque la verità
sull’amara sorte e sull’infelice condizione
che la natura ci ha assegnato. Perciò le spalle,
vigliaccamente hai voltato alla luce (della ragione)
che rese evidente ciò; e, mentre fuggi,
chiami vile chi segue quella via,
e definisci magnanimo solo chi,
beffando se stesso o gli altri, astuto o folle,
eleva il genere umano fin sopra le stelle.
 
Un uomo di misera condizione e di cagionevole salute
che sia d’animo nobile ed elevato,
non chiama né stima se stesso
ricco di beni o vigoroso,
e non si mette ridicolmente in mostra
tra la gente vantando una vita lussuosa
o un corpo vigoroso;
ma senza vergogna si mostra privo
di forza fisica e di beni materiali, e definisce
e valuta, apertamente, la sua condizione
in modo aderente alla verità.
Non penso che sia di animo
magnanimo ma sciocco,
colui che benché nato per morire e allevato nelle pene,
afferma,“sono nato per godere”
e che con il suo fetido orgoglio
riempie i libri, promettendo in terra,
eccelsi destini e straordinarie felicità
che l’universo ignora, non solo questa terra
a popoli che un’onda di maremoto,
una pestilenza, un terremoto
possono distruggere in modo tale che
ne sopravviva a stento il ricordo.
Un uomo veramente nobile è colui
che ha il coraggio di sollevare
i propri occhi mortali contro
il comune destino, e che con parole sincere
senza nulla togliere alla verità,
riconosce il male che ci fu dato in sorte,
e la nostra misera e fragile condizione;
(animo nobile) è quello che si mostra
grande e forte nella sofferenza, e che non
aggiunge alle proprie miserie né gli odi
né le violenze tra fratelli, che sono ancora
più gravi, dando la responsabilità
all’uomo del suo dolore, ma dà la colpa
a colei (la natura) che è davvero colpevole, che
dei mortali è madre perché li genera ma è matrigna
per come li tratta.
(Animo nobile è quello che) costei chiama nemica;
e che pensando che la società umana, com’è vero,
sia stata in origine costituita e ordinata contro di lei,
ritiene tutti gli uomini confederati tra loro
e tutti li abbraccia
con sincero amore, offrendo
ed aspettando un valido e pronto aiuto
negli alterni pericoli e nelle sofferenze
della guerra comune. E crede che sia stolto
armare la propria mano contro un altro uomo,
e tendere un tranello o un danno contro
il proprio vicino, così come sarebbe stolto,
in un campo di battaglia circondato dai nemici,
proprio nel vivo degli assalti,
dimenticando i nemici, intraprendere
aspri scontri con gli amici
e metterli in fuga e seminare morte con la spada
tra i propri guerrieri.
Quando pensieri di questo genere saranno
evidenti al popolo, come lo sono stati un tempo; 
e quando quel terrore che per primo
unì gli uomini contro la malvagia natura
in una catena solidale (la società),
sarà ricondotto in parte
da un autentico sapere, la convivenza civile
onesta e retta,
la giustizia e il senso di pietà avranno allora
ben altra radice che non le presuntuose illusioni,
su cui si fonda la moralità del popolo
che si regge in piedi così come può farlo
tutto ciò che si regge sull’errore.
 
 
Spesso siedo di notte in mezzo a queste terre,
che, desolate, il flusso pietrificato della lava
riveste di colore scuro, e sembra che ancora ondeggi;
e su questa landa desolata,
nel purissimo azzurro del cielo
vedo fiammeggiare dall’alto le stelle,
alle quali il mare da lontano fa da specchio,
e (vedo) tutto il mondo attorno brillare 
di luci scintillanti nel firmamento sereno.
E quando fisso lo sguardo a quelle luci,
che ai miei occhi appaiono solo dei punti,
e invece sono immense, così che in realtà
terra e mare sono un punto 
rispetto a loro; per le quali (stelle)
non solo l’uomo ma la stessa Terra,
dove l’uomo è nulla,
è completamente sconosciuta; e quando contemplo
con meraviglia quegli ammassi di stelle simili a nodi
ancor più infinitamente da noi lontani,
che ci sembrano come una nebbia, alle quali
non l’uomo e non la terra soltanto,
ma tutte insieme le nostre stelle,
insieme con il luminoso sole,
infinite per numero e per mole, o sono ignote
o appaiono come loro sembrano a noi, cioè
un punto di luce fioca; che cosa sembri allora
al mio pensiero,
stirpe dell’uomo? E considerando
il tuo stato sulla terra, di cui è testimonianza
il suolo vulcanico che io calpesto; e d’altra parte
(considerando) che ti reputi assegnata come signora
e fine all’universo; e pensando a quante volte
ti è piaciuto favoleggiare che i creatori dell’universo 
siano scesi per causa tua su questo oscuro granello 
di sabbia, che ha il nome di terra e abbiano
spesso conversato piacevolmente con gli uomini; 
e (considerando) che persino l’età presente 
che pretende di superare tutte le precedenti 
in sapere e in civiltà,
schernisce i saggi (che non ci credono)
e rinnova le false credenze un tempo ridicolizzate;
quale sentimento allora, o umanità infelice,
quali pensieri verso di te, infine, mi prendono il cuore?
Non so so prevalga il riso o la pietà.

 

 

Come il piccolo frutto di un albero,
che nell’autunno inoltrato la maturazione
fa precipitare a terra senza altra forza,
schiaccia, annienta e cancella
in un attimo i dolci nidi di un popolo di formiche, 
scavati nella terra molle
con gran lavoro, e le gallerie
e le provviste di cibo che con lungo affaticarsi
le laboriose formiche avevano raccolto 
a gara con previdenza
nella stagione estiva; allo stesso modo, 
piombando dall’alto, scagliata in alto verso il cielo
dalle viscere tuonanti del vulcano
un’oscura e rovinosa valanga
di ceneri e di pomici e di sassi 
mescolata a ruscelli incandescenti di lava,
o un’immensa piena di massi liquefatti 
e di metalli fusi e di terra rovente
che scende furiosa tra l’erba,
lungo le pendici del monte scendendo
come un’immensa piena
sconvolse e distrusse e ricoprì
in pochi istanti
le città che il mare bagnava
là sulla costa: così ora su quelle città
pascolano le capre, e nuove città
sorgono dall’altra parte, a cui fanno
da sgabello le città sepolte, e l’alto monte
quasi calpesta col suo piede le mura crollate.
La natura non ha, per il genere umano,
più stima o cura che per le formiche: 
e se la strage è più rara tra gli uomini che tra le formiche,
ciò non accade d’altra parte se non perché
l’uomo ha generazioni meno feconde.
 

 

Sono passati ben mille e ottocento
anni da quando scomparvero, sepolte
dalla forza della lava infuocata, le popolose città,
eppure ancora oggi il contadino al lavoro
nei vigneti, che la zolla morta ed incenerita
nutre a fatica in questi campi,
solleva lo sguardo
timoroso alla vetta funesta del vulcano
che per nulla divenuta più mite,
ancor sovrasta tremenda, ancora minaccia
strage per lui, per i suoi figli
e per i loro miseri averi. E spesso
il poveretto sul tetto
della sua rustica casa, restando sveglio
insonne tutta la notte all’aria aperta,
e sobbalzando più volte di paura, osserva ansioso
il procedere della temuta lava, che si riversa
inesauribile dalle viscere del vulcano
sul pendio sabbioso, al cui bagliore rilucono
la marina di Capri
e il porto di Napoli e Mergellina.
E se la vede avvicinarsi, o se per caso sente
l’acqua gorgogliare nel fondo
del pozzo di casa, sveglia in fretta i figli
e la moglie, e mentre fugge via, con tutto quel
che delle loro cose possono raccattare,
vede da lontano il suo consueto nido
e il piccolo campo,
che fu per lui unica difesa alla fame,
preda della lava incandescente
che sopraggiunge crepitando, e inesorabile
si distende per sempre su di essi (la casa e il campo).
Torna ai raggi del sole
dopo un oblio di secoli, l’estinta
Pompei, come uno scheletro
sepolto, riesumata dalla terra alla luce
per desiderio di ricchezza o per pietà;
e dalla piazza deserta
dritto in mezzo alle fila
dei colonnati diroccati il pellegrino
contempla da lontano la doppia cima del monte
(il Vesuvio e il monte Somma), 
e la cresta fumante,
che ancora minaccia le rovine sparse.
E nell’orrore della notte che nasconde ogni cosa
attraverso i teatri vuoti
attraverso i templi diroccati e attraverso le case 
in rovina, dove il pipistrello nasconde i propri nati,
come una sinistra fiaccola
che si aggiri lugubre per i vuoti palazzi,
corre il bagliore della lava mortale,
che da lontano fra le ombre notturne
rosseggia e tinge (di rosso) i luoghi tutt’intorno.
Così indifferente all’uomo, alle età
che egli chiama antiche, e al susseguirsi
delle generazioni umane (dagli avi ai nipoti),
la natura rimane sempre giovane e vigorosa, 
e anzi procede per un così lungo cammino
da sembrare immobile. Intanto crollano i regni,
si estinguono i popoli e i linguaggi: ella non se ne
avvede: e l’uomo si arroga il vanto dell’eternità.
 
E tu, flessibile ginestra,
che adorni di cespugli odorosi
queste campagne deserte,
anche tu presto soccomberai alla crudele
potenza della lava (sotterraneo foco),
che ritornando ai luoghi
già devastati, stenderà sui tuoi flessibili arbusti
il suo avido flutto. E piegherai
sotto il peso mortale il tuo capo innocente
senza resistere:
ma senza averlo piegato fino allora
supplicando invano e codardamente
di fronte al tuo futuro oppressore; ma senza
averlo eretto (il capo) con folle orgoglio verso le stelle, 
né sul deserto, dove 
sei cresciuta e hai dimora
non per tua scelta ma per caso;
ma più saggia, ma tanto
meno insensata dell’uomo, poiché non hai mai creduto
che la tua specie fosse dal destino 
o da te stessa resa immortale.

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Leopardi, La ginestra o il fiore del deserto

Analisi del testo

 

La ginestra o il fiore del deserto è un lungo poemetto di 317 versi in cui confluisce una grande varietà di toni e di temi. Esso costituisce una sorta di “testamento spirituale” del poeta, che morì l’anno successivo alla sua stesura.
Il poeta pone come epigrafe un versetto tratto dal Vangelo di Giovanni: “E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce”. In esso la luce è quella della fede e della rivelazione, mentre Leopardi, con una sorta di ribaltamento, vede nella luce la consapevolezza della tragica condizione umana, mentre le tenebre rappresentano le concezioni spiritualistiche e ottimistiche, la fede cieca nel progresso e nella centralità dell’uomo nell’universo.

 

Prima strofa (vv. 1-51)
La ginestra e l’unico segno di vita sulle pendici desolate del Vesuvio, dove un tempo sorgevano giardini, palazzi e popolose città, distrutte dall’eruzione del vulcano. L’umile fiore abbellisce questi luoghi deserti, dove coloro che glorificano la potenza dell’uomo dovrebbero venire a constatarne la fragilità e quanto la natura se ne curi.
Tre immagini caratterizzano la descrizione del paesaggio: il “formidabil monte” con la sua potenza distruttiva; le “erme contrade” attorno a Roma, immagine di desolazione e abbandono; le “ceneri infeconde” e l’”impietrata lava” che reificano la totale assenza di vita di quei luoghi. 
In questo contesto la ginestra è “contenta dei deserti” che abbellisce e “consola” con il suo profumo.
Il poeta invita chi “d’esaltar con lode il nostro stato ha in uso” a verificare in questo luogo un tempo abitato e ridente e ora desertico “quanto/è il gener nostro in cura/all’amante natura”, perché, dice ironicamente, “dipinte in queste rive/son dell’umana gente/le magnifiche sorti e progressive”. Qui è la testimonianza di quanto valga l’uomo e di quanto la natura si curi di lui.

 

Seconda strofa (vv. 52-86)
L’Ottocento viene definito da Leopardi “secol superbo e sciocco”, perché ha abbandonato il pensiero rinascimentale e illuministico fondato sulla ragione, che aveva liberato in parte l’uomo dalla barbarie. Sicché codardamente gli intellettuali esaltano la stupidità dell’epoca presente e occultano l’aspra sorte del genere umano. Il poeta non si unisce al coro ottimistico degli intellettuali suoi contemporanei e denuncia l’atteggiamento retrogrado del suo secolo. Questa età esalta in modo arrogante e folle il proprio presunto progresso, mentre di fatto sta regredendo, e recupera una visione della realtà falsa e illusoria. Leopardi esprime il proprio disprezzo per gli intellettuali suoi contemporanei che seguono ingannevoli dottrine di tipo provvidenzialistico e ottimistico. Essi hanno abbandonato la via della ragione e rifiutano di riconoscere la verità della sorte infelice assegnata dalla natura al genere umano.

 

Terza strofa (vv. 87-157)
Riconoscere la propria fragilità e le proprie miserie, senza mascherare ridicolmente la propria condizione di miseria non è segno di debolezza. Non è da persona magnanima occultare la condizione umana, illudendo gli uomini di chissà quale felice destino li attenda. Nobile uomo è invece chi, riconosciuta la natura come la vera, comune nemica e rifiutando di accusare gli altri uomini dei propri mali e di combatterli, si stringe a loro in una solidale guerra contro di lei. Così ha avuto origine la società umana, che si è stretta in social catena per difendersi dai pericoli dell’empia natura.
La vera grandezza d’animo consiste nel riconoscere la dura verità: l’uomo è in completa balia della natura e contro di lei si devono coalizzare gli sforzi di tutti gli esseri umani. Solo unendosi contro il comune nemico, e fondandosi su una veritiera analisi della propria condizione, gli uomini potranno fondare una convivenza civile più umana, più giusta e duratura, capace di rendere meno aspre le loro sofferenze.

 

Quarta strofa (vv. 158-201)
Spesso di notte il poeta contempla il cielo punteggiato di stelle. Davanti all’immensità del firmamento la terra non è che un minuscolo granello di sabbia e nella vastità dell’universo l’intero sistema solare non è che un punto di luce fioca. Eppure l’umanità continua a credersi padrona e fine dell’universo. Di fronte a questa assurda pretesa e al riaffiorare di miti antropocentrici del passato, il poeta è combattuto tra il riso (per questo sciocco orgoglio) e pianto (di commiserazione).

 

Quinta strofa (vv. 202-236)
Nella quinta strofa il poeta mette a confronto la condizione degli uomini e delle formiche: come un frutto maturo cadendo da un ramo distrugge in un attimo un formicaio costruito con tanta fatica, così l’eruzione del vulcano distrusse in pochi attimi popolose città.
La natura distrugge con la stessa indifferenza e facilità uomini e formiche. Se di queste ultime fa strage con maggior frequenza, è solo perché sono più numerose degli uomini.

 

Sesta strofa (vv. 237-296)
Mentre la quarta strofa fa leva sul tema della vastità degli spazi cosmici, la sesta mette a confronto il tempo umano con il tempo eterno della natura.
Sono passati diciotto secoli dall’eruzione catastrofica del Vesuvio e l’uomo è tornato a vivere in quei luoghi, ma è sempre sotto l’incubo del vulcano, come il “villanello” che guarda inquieto la vetta del monte ed è sempre all’erta e pronto a fuggire. Gli scavi archeologici hanno riportato alla luce l’antica Pompei ma il Vesuvio è sempre là, minaccioso, e tra le rovine della città si scorge il lugubre bagliore della lava portatrice di morte. Le epoche umane passano, cadono i regni e i popoli, mentre la natura dura, uguale a se stessa.

 

Settima strofa (vv. 297-317)
Intanto la ginestra continua a vivere la sua precaria esistenza sotto la minaccia del vulcano e a diffondere il proprio profumo. La distruzione colpirà anche lei, che non cercherà di resistere ma piegherà il capo sotto il peso della lava. Non l’avrà però inutilmente piegato prima, implorando inutilmente e vilmente di essere risparmiata. Non l’avrà sollevato verso le stelle con forsennato orgoglio, tanto più saggia dell’uomo poiché non si illude, come il genere umano, di avere un destino d’immortalità. 

 

 

L’arido vero e le superbe fole.
Leopardi afferma la necessità di affrontare l’arido vero. Questa profonda convinzione si manifesta come disprezzo e riso nei confronti di quanti si illudono, per volontà consolatoria e debolezza o viceversa per superbia intellettuale, che l’uomo sia destinato all’immortalità o a “magnifiche sorti e progressive”. 
Leopardi polemizza da un lato contro lo spiritualismo cristiano ma anche contro quel pensiero illusoriamente ottimista circa le possibilità di un “progresso” legato allo sviluppo delle scienze e delle tecniche. La polemica di Leopardi contro il pensiero ottocentesco, che ha recuperato le “superbe fole”, ovvero le credenze e le superstizioni umane, in particolare quelle di natura finalistica e provvidenziale, che interpretano il mondo come concepito in funzione dell’essere umano. Essa si fonda sulla constatazione di un evidente “regresso” della cultura rispetto alle acquisizioni compiute a partire dal Rinascimento e dall’Illuminismo.

 

La ginestra
Il riconoscimento dell’arido vero non è condizione di felicità, ma il presupposto indispensabile per riconoscere la comune, dura condizione umana, da cui può originare una solidale “social catena”. Gli uomini, deposto il loro stupido orgoglio, come la ginestra dovrebbero affrontare con fermezza la realtà, unendosi nell’affrontare il “deserto” della vita. La ginestra è una metafora dell’uomo che ha raggiunto una profonda consapevolezza filosofica, e della poesia che leva con coraggio la sua voce nonostante la definitiva caduta di ogni illusione.

 

L’arido vero e la poesia. 
Leopardi è convinto della necessità di affrontare virilmente l’arido vero, facendone materia di poesia. Egli sul piano formale sostituisce al lessico vago e indefinito degli idilli un “linguaggio antimelodico e aggressivo, che morde ed esacerba la realtà” (Binni).