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José Saramago, Cecità

José Saramago, Cecità

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

José Saramago, Cecità

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono» (La moglie del medico).

 

>>> José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.
 
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.
Ben presto la cecità comincia a diffondersi: il “ladro di automobili”, “il medico” e la “moglie del primo cieco” sono tutti colpiti dalla strana malattia. La “moglie del medico” è l’unica a non essere contagiata. L’epidemia, definita “mal bianco”, si diffonde in tutta la città e il governo decide, in attesa di trovare una terapia, di rinchiudere i ciechi in vari edifici, per evitare il contagio. Il medico e sua moglie, l’unica dotata della vista, ma fintasi cieca per non separarsi dal marito, vengono internati in un ex manicomio dove incontrano il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il ladro di automobili, il vecchio con una benda nera e il ragazzino strabico, tutti colpiti dalla malattia contratta nello studio oculistico.
Ogni giorno i soldati messi a sorvegliare che nessuno fugga dalla quarantena, forniscono il cibo agli internati. Inizialmente la distribuzione degli alimenti avviene in modo abbastanza regolare, ma ben presto i rifornimenti scarseggiano e i ciechi si ritrovano abbandonati a se stessi, anche perché la cecità si diffonde tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese.
All’interno dell’ex manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i “ciechi malvagi”) si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall’esterno. I ciechi malvagi tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, accentrando nella loro camerata tutto il cibo, lasciando deperire quello in eccesso. Essi poi lo concedono in parte agli altri ciechi ricattandoli, facendosi consegnare tutti gli oggetti di valore. Non esitano neppure a pretendere rapporti sessuali con le donne, pena il blocco di qualsiasi rifornimento di generi alimentari. Vani sono le proteste e i tentativi di ribellione, perché il leader del gruppo è in possesso di una pistola, di cui fa uso più volte.
Così, le donne delle diverse camerate sono costrette a subire ripetutamente inaudite violenze, finché durante uno di questi stupri collettivi la moglie del medico (l’unica ancora dotata della vista) uccide il capo dei ciechi malvagi sgozzandolo con un paio di forbici.
Ma eliminato il capo ne subentra un altro, che si impossessa della pistola. Così, nel tentativo di rendere inoffensivi i “ciechi malvagi”, un’altra donna dà fuoco ai materassi che ostruiscono l’accesso alla loro camerata. Il fuoco però si diffonde e finisce per avvolgere tutto l’edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra cui il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all’aria aperta, poiché non ci sono più soldati a sorvegliare l’uscita dall’ex manicomio.
All’esterno la moglie del medico vede quanto drammatica sia la situazione della città, in totale abbandono, con morti per le strade, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano per procurarsi del cibo. La moglie del medico, dopo aver condotto al sicuro in un negozio il suo gruppo, si allontana per procurarsi cibo e lo trova in discreta quantità nel magazzino di un supermercato, che i ciechi non hanno scoperto. Al ritorno non trova la strada e, stremata, si accascia a terra e piange disperata. Un cane le si avvicina e lecca le sue lacrime. Quando alza lo sguardo, la donna vede un cartello con una grande mappa, che le permette di orientarsi e di raggiungere il gruppo, seguita da quello che sarà in seguito chiamato “il cane delle lacrime”.
Il gruppo cerca in qualche modo di organizzarsi, dopo aver trovato rifugio nell’appartamento dell’oculista e della moglie, e tra i suoi membri si instaura un rapporto di amicizia. Tutti riescono decentemente a ripulirsi delle lordure accumulate attraversando la città e a lavarsi, grazie a una provvidenziale pioggia che la moglie del medico riesce a sfruttare. Tuttavia la situazione sembra non avere via d’uscita, destinata anzi a peggiorare, per il persistere dell’epidemia, per la crescente carenza di cibo, per i cadaveri che sempre più si trovano per le strade, per le pessime condizioni igieniche.
A un certo punto, quando la situazione sembra ormai disperata, “il primo cieco” recupera improvvisamente la vista e tutti i ciechi via via guariscono senza alcuna ragione apparente, proprio come all’inizio della vicenda era sopraggiunta l’epidemia.

 

La cecità come metafora dell’indifferenza
Cecità fu pubblicato per la prima volta in Portogallo nel 1995, con il titolo di Ensaio sobre a Cegueira ovvero Saggio sulla cecità. In Italia fu edito da Einaudi l’anno successivo. La cecità è nel romanzo metafora dell’indifferenza: ognuno pensa per sé e cerca di sopravvivere in tutti i modi, spesso a scapito del prossimo. L’indifferenza si manifesta platealmente con il dilagare della cecità, ma era già presente in precedenza nella società. In determinate circostanze gli uomini non esitano ad esternare i loro peggiori istinti, che però fanno già parte del loro essere. Saramago mette a nudo l’individuo e pone in evidenza tutti i suoi limiti, mostrando che il virus più letale è quello dell’indifferenza, dell’assenza di solidarietà e dell’egoismo. Il romanzo vuole far riflettere sul buio della ragione che ha colpito l’uomo, sulla sua irrazionalità, sulla sua assenza di umanità, sulle sue paure e sulle sue fragilità. Nel suo discorso di prolusione al Nobel, Saramago sostiene di aver scritto Cecità “per ricordare a quelli che volessero leggerlo che noi usiamo perversamente la ragione quando umiliamo la vita, che la dignità dell’essere umano è ogni giorno insultata dai poteri del nostro mondo, che la menzogna universale prende il posto delle verità plurali, che l’uomo smette di rispettare se stesso quando perde il rispetto dovuto al suo simile”.

 

La cecità e i meccanismi del potere
Anche lo Stato abdica ai suoi doveri di solidarietà, divenendo mero strumento di oppressione, incapace sia di proteggere gli individui sia di garantire i fondamentali diritti dell’essere umano. Di fronte al diffondersi di un morbo, che nessuno sa come fermare, l’unica decisione di cui le istituzioni si mostrano capaci è quella di rinchiudere i ciechi in un ex manicomio, separandoli così dai “sani”. La risposta “militare” viene scelta come l’unica capace di tenere sotto controllo l’irrazionale, ma si rivelerà del tutto inadeguata, oltre che crudele. I ciechi sono costretti a una quarantena che assumerà i tratti di una drammatica, tragica prigionia. Le  immagini del romanzo richiamano alla memoria i campi di concentramento e di prigionia, con grandi camere e corridoi dove i contagiati sono abbandonati a se stessi e costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti. La soppressione di ogni libertà di movimento si accompagna alla repressione e alla cancellazione di ogni diritto, fino al soffocamento completo della dignità umana.
Illuminante l’appello rivolto ai contagiati (ogni giorno ripetuto dagli altoparlanti):
«Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare energicamente quello che considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti i mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si verifichi qualcosa di simile a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente designata come mal bianco, e desidererebbe poter contare sul senso civico e la collaborazione di tutti i cittadini per bloccare il propagarsi del contagio (…) La decisione di riunire in uno stesso luogo tutte le persone colpite e, in un luogo prossimo, ma separato, quelle che con esse abbiano avuto qualche tipo di contatto, non è stata presa senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui adesso si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di solidarietà con il resto della comunità nazionale…».
L’isolamento è spacciato per atto di solidarietà, verso il resto della comunità nazionale. Le decisioni del Governo come esigenze di ordine superiore, per impedire il diffondersi del contagio. Il seguito dell’appello non lascia dubbi: i contagiati non dovranno aspettarsi nulla, sono isolati e abbandonati a se stessi. Si fornirà loro il cibo (peraltro in quantità insufficiente) ma nulla altro e ogni tentativo di fuga sarà stroncato nel sangue senza esitazione.
 
Homo homini lupus
Durante la reclusione nel manicomio, i contagiati non sono in grado, nonostante i tentativi messi in atto da una parte di essi, di darsi un’organizzazione solidale. Per meglio dire, i tentativi in questo senso sono sopraffatti dagli egoismi e dagli istinti di sopraffazione. Essi subiscono una sorta di regressione, che li porta a vivere in uno stato di natura hobbesiano (homo homini lupus), di lotta per la sopravvivenza, in cui vige la legge del più forte. Un gruppo ristretto (i “ciechi malvagi”) esercita una crudele dittatura tramite la violenza e il ricatto. I ciechi malvagi infatti tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, raccogliendo nella loro camerata tutto il cibo che viene portato dall’esterno. E piuttosto che distribuire quello in eccesso agli altri malati lo lasciano marcire. La fame è dunque dovuta, in parte, alla brutalità e all’egoismo di chi ha acquisito il potere di distribuirlo. L’egoismo di pochi predomina e provoca la sofferenza di molti facendo emergere un sadico gusto nell’infliggere dolore e nell’arrecare il male. I “ciechi malvagi” iniziano con il richiedere beni di valore, come ori e gioielli, per poi imporre in modo metodico e crudele lo stupro delle donne, come moneta di scambio per fornire cibo agli altri ciechi.
Ma il buio della ragione si palesa forse ancor più quando i ciechi, abbandonata la quarantena, si ritrovano a vagare per la città devastata, in uno scenario da incubo. Il dono della vista è per la moglie del medico un privilegio ma al tempo stesso una maledizione. Infatti i suoi occhi le mostrano immagini tremende, insopportabili, desolanti: morti per le strade, liquami e rifiuti abbandonati ovunque, cani randagi e famelici e una lotta continua degli uomini per procurarsi un po’ di cibo. A lei toccherà il compito di mettersi alla guida del gruppo, di assumere decisioni determinanti per la sopravvivenza dei suoi compagni.
 
Tra disperazione e speranza
Nel romanzo la solidarietà sembra essere circoscritta alle sole donne, a partire dal trauma dello stupro da parte dei ciechi malvagi. In questo contesto, la figura della “moglie del medico” è senz’altro un personaggio positivo, ma anch’ella è costretta a macchiarsi di crimini per sopravvivere e per proteggere gli altri. La donna, l’unica ancora in grado di vedere, uccide infatti il capo dei “ciechi malvagi”. Poi un’altra donna trova un accendino e decide di dar fuoco alla camerata dei “malvados”, finendo col dare alle fiamme l’intero edificio.
La “moglie del medico” è il punto di riferimento, non solo in quanto guida del suo gruppo durante le peregrinazioni nella città devastata, ma anche perché si è guadagnata la fiducia dei compagni, che riconoscono la sua consapevolezza e correttezza nell’agire. Grazie a lei il gruppo esce dal manicomio per entrare nella città in preda al morbo. Grazie alle sue scelte il gruppo trova riparo, cibo e protezione.
Tuttavia la situazione appare senza via d’uscita. La tragedia collettiva sembra ormai senza ritorno. Anche i medici sono accecati dal “mal bianco” e i protagonisti sono sul punto di perdere qualsiasi speranza. All’improvviso però, quando ormai tutto sembra perduto, il primo cieco riacquista la vista, lasciando intuire che la guarigione dalla cecità è vicina. E via via tutti gli altri ciechi ricominciano a vedere. Non vi è alcuna spiegazione per quanto accaduto, se non quella pronunciata dalla “moglie del medico” alla fine del romanzo:
Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che non vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
La cecità non è una menomazione fisica, non riguarda gli occhi ma una condizione insita nella natura umana.
 
Lo stile
Saramago non attribuisce ai personaggi nomi propri ma li identifica tramite espressioni impersonali, come “la moglie del medico”, “la ragazza dagli occhiali scuri”, “il vecchio con la benda”, “il ragazzino strabico” e così via. Inoltre, i dialoghi sono inseriti in una sorta di flusso narrativo, in periodi generalmente lunghi, in cui il segno di punteggiatura prevalente è la virgola, e non sono introdotti dai due punti e dalle virgolette. Le parole dei diversi personaggi sono anch’esse separate dalla virgola, seguita da una parola che inizia con la lettera maiuscola. Queste particolarità dello stile rendono fluida la narrazione, in cui discorso diretto, indiretto e indiretto libero si fondono. Inizialmente queste caratteristiche peculiari possono creare qualche difficoltà al lettore, ma finiscono poi per catturarne l’attenzione e per immergerlo pienamente nella vicenda narrata. Il suo stile, vicino al parlato e ricco di ironia, fonde l’esposizione oggettiva con il commento del narratore e con l’esplorazione del mondo interiore dei personaggi.

 

Il film ” Blindness” è tratto da questo romanzo

 

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/05/03/cecita-tempo-eterno-della-peste/?refresh_ce=1

https://www.langolodeilibri.it/cecita-saramago-libri-da-leggere/

http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Saramago.pdf

 

>> José Saramago (1922-2010) è lo scrittore portoghese più letto e tradotto nel mondo. I suoi libri più noti sono Memoriale del convento (1984), L’anno della morte di Ricardo Reis (1985), Storia dell’assedio di Lisbona (1990), Il vangelo secondo Gesù Cristo (1993), Cecità (1995), Le intermittenze della morte (2005). Nel 1998 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato a uno scrittore di lingua portoghese. Saramago è morto il 18 giugno 2010.

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José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

Da José Saramago, Cecità
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.

 

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica. 

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco. 

Non lo si direbbe. Considerati com’è possibile in questo momento, appena di sfuggita, gli occhi dell’uomo sembrano sani, l’iride si presenta nitida, luminosa, la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può verificarlo, è sconvolto dall’angoscia. Da un momento all’altro, quel che era visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l’uomo volesse trattenere all’interno del cervello l’ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo, protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione, Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu dell’opinione che si dovesse chiamare un’ambulanza, trasportare quel poveretto all’ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, è qui vicino, mi fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un’altra voce rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c’è bisogno, intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l’altro. Dai finestrini della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna, potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos’è, è una disgrazia, sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell’istante si sentì l’avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come ringraziarla, e l’altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me, chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l’avrebbe detto, quando sono uscito da casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere.

Si stupì che fossero ancora fermi, Perché non ci muoviamo, domandò, è rosso, rispose l’altro, Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe potuto più sapere quando il semaforo era rosso. 

Proprio come aveva detto il cieco, la casa era lì vicino. Ma i marciapiedi erano tutti occupati da automobili, non trovarono dove mettere la macchina, perciò furono costretti ad andare a cercar posto in una delle traverse. Lì, per via del marciapiede troppo stretto lo sportello del sedile accanto al conducente sarebbe stato a poco più di un palmo dal muro, e quindi il cieco, per non dover sottostare all’angoscia di trascinarsi da un sedile all’altro, con la leva del cambio e il volante a ostacolarlo, dovette uscire prima. Abbandonato lì in mezzo alla strada, sentendo il terreno sfuggirgli sotto i piedi, tentò di contenere il dolore che gli saliva in gola. Agitava le mani davanti alla faccia, nervosamente, come se nuotasse in quel che aveva definito un mare di latte, e la bocca gli si stava già aprendo per lanciare un grido di aiuto quando, all’ultimo momento, la mano dell’altro gli sfiorò leggermente il braccio, Si calmi, la conduco io. Cominciarono a camminare molto lentamente, per paura di cadere il cieco trascinava i piedi, ma così inciampava sulle irregolarità del marciapiede, Abbia pazienza, stiamo quasi per arrivare, mormorava l’altro, e un po’ più avanti domandò, C’è qualcuno a casa che possa prendersi cura di lei, e il cieco rispose, Non so, mia moglie non sarà ancora tornata dal lavoro, oggi mi è capitato di uscire prima, e guarda cosa mi succede, Vedrà, non sarà niente, non ho mai sentito di qualcuno che si sia ritrovato cieco così all’improvviso, E io che mi vantavo addirittura di non usare gli occhiali, non ne ho mai avuto bisogno, E allora, lo vede. Erano arrivati davanti alla porta del palazzo, due donne del vicinato guardarono curiose la scena, quel vicino condotto per il braccio, ma nessuna delle due ebbe idea di domandare, Le è entrato qualcosa negli occhi, non gli venne in mente, e tantomeno lui avrebbe potuto rispondere, Sì, mi è entrato un mare di latte. Una volta dentro il palazzo, il cieco disse, Grazie mille, scusi per il disturbo che le ho causato, adesso me la cavo da solo. Per carità, salgo con lei, non starei tranquillo se la lasciassi qui. Entrarono con difficoltà nell’ascensore stretto, A che piano abita, Al terzo, non immagina quanto le sia grato. Non mi ringrazi, oggi a lei, Sì, ha ragione, domani a lei. L’ascensore si fermò, uscirono sul pianerottolo, Vuole che l’aiuti ad aprire la porta, Grazie, questo credo di poterlo fare. Tirò fuori dalla tasca un piccolo mazzo di chiavi, le tastò, una per una, lungo il dentellato, disse, Dev’essere questa, e, toccando la serratura con la punta delle dita, tentò di aprire la porta, Non è questa, Mi faccia vedere, l’aiuto io. La porta si aprì al terzo tentativo. Allora il cieco domandò, rivolto verso l’interno, Ci sei. Non rispose nessuno, e lui, Lo dicevo io, non è ancora arrivata. Con le mani alzate davanti a sé, brancolando, percorse il corridoio, poi si voltò con cautela, orientando la faccia nella direzione in cui calcolava si trovasse l’altro, Come potrò mai ringraziarla, disse, Non ho fatto altro che il mio dovere, si giustificò il buon samaritano, non mi ringrazi, e aggiunse, Vuole che l’aiuti a sistemarsi, che le faccia compagnia finché non arriva sua moglie. All’improvviso tutto quello zelo insospettì il cieco, ovviamente non avrebbe fatto entrare in casa uno sconosciuto che, in fin dei conti, poteva star benissimo escogitando, in quel preciso momento, come sottomettere, legare e tramortire lo sventurato cieco indifeso, per poi impossessarsi di quanto avesse trovato di valore. Non è necessario, non si disturbi, disse, sono a posto, e mentre chiudeva la porta lentamente ripeté, Non è necessario, non è necessario. 

Tirò un sospiro di sollievo sentendo il rumore dell’ascensore che scendeva. Con un gesto meccanico, senza ricordarsi dello stato in cui si trovava, scostò il coperchietto dello spioncino e sbirciò fuori. Era come se ci fosse un muro bianco dall’altro lato. Sentiva il contatto della ghiera metallica sull’arcata sopracciliare, sfiorava con le ciglia la minuscola lente, ma non riusciva a vederle, l’insondabile biancore copriva tutto. Sapeva di essere a casa sua, la riconosceva dall’odore, dall’atmosfera, dal silenzio, distingueva i mobili e gli oggetti al solo toccarli, passandovi sopra le dita, leggermente, ma era già come se tutto si stesse stemperando in una specie di strana dimensione, senza direzioni né riferimenti, senza nord né sud, senza basso né alto. Come probabilmente hanno fatto tutti, a volte aveva giocato con se stesso, nell’adolescenza, al gioco del E se fossi cieco, ed era arrivato alla conclusione, dopo cinque minuti a occhi chiusi, che la cecità, senza alcun dubbio una terribile disgrazia, avrebbe comunque potuto essere relativamente sopportabile se la vittima di una simile sventura avesse mantenuto un ricordo sufficiente, non solo dei colori, ma anche delle forme e dei piani, delle superfici e dei contorni, supponendo, è chiaro, che la suddetta cecità non fosse di nascita. Era arrivato persino al punto di pensare che il buio in cui i ciechi vivevano fosse in definitiva soltanto la semplice assenza di luce, che ciò che chiamiamo cecità fosse qualcosa che si limitava a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose, lasciandoli intatti al di là di quel velo nero. Adesso, però, si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili. 

Nel muoversi in direzione del soggiorno, e malgrado la prudente lentezza con cui avanzava, facendo scivolare la mano esitante lungo la parete, fece cadere per terra un vaso di fiori che non si aspettava. Se n’era dimenticato, o forse lo aveva lasciato lì sua moglie uscendo, con l’intenzione di trovargli poi un posto adatto. Si chinò per valutare la gravità del disastro. L’acqua si era sparsa sul pavimento incerato. Fece per raccogliere i fiori, ma non pensò ai pezzi di vetro, una scheggia lunga, sottilissima, gli s’infilò in un dito, e lui riprese a lacrimare di dolore, di abbandono, come un bambino, accecato dal biancore in una casa che, nel tardo pomeriggio, cominciava già a scurirsi. Senza mollare i fiori, sentendo il sangue scorrere, si contorse per tirar fuori di tasca il fazzoletto e, alla meglio si avvolse il dito. Poi, brancolando, inciampando, aggirando i mobili, camminando con cautela per non infilare i piedi sotto i tappeti, raggiunse il divano dove lui e la moglie guardavano la televisione. Si sedette, si mise i fiori sulle ginocchia e, con molta cura, srotolò il fazzoletto. Il sangue, appiccicoso al tatto, lo turbò, forse perché non lo poteva vedere, pensò, il suo sangue si era trasformato in una viscosità incolore, in qualcosa in un certo qual modo estraneo che tuttavia gli apparteneva, ma come una minaccia di sé contro se stesso. Piano piano, palpeggiando lievemente con la mano sana, cercò la sottile scheggia di vetro, aguzza come una minuscola spada, e con le unghie del pollice e dell’indice a mo’ di pinza riuscì a estrarla intera. Riavvolse nel fazzoletto il dito ferito, ben stretto per bloccare il sangue, e vinto, esausto, si abbandonò sul divano. Un minuto dopo, per uno di quei non rari cedimenti del corpo che, per rinunciare, sceglie certi momenti di angoscia o di disperazione, mentre, se si basasse esclusivamente sulla logica, tutti i suoi nervi dovrebbero esser desti e tesi, avvertì una sorta di spossatezza, una sonnolenza più che un vero e proprio sonno, ma altrettanto pesante. Immediatamente sognò di giocare al gioco del E se fossi cieco, sognava di chiudere e aprire gli occhi diverse volte, e ogni volta, come di ritorno da un viaggio di ritrovare ad attenderlo, salde e inalterate, tutte le forme e i colori, il mondo a lui noto. Al di sotto di questa certezza tranquillizzante avvertiva, tuttavia, il rodere sordo di un dubbio, forse si trattava di un sogno ingannevole, un sogno da cui prima o poi si sarebbe dovuto svegliare, ma senza poi sapere quale realtà ci sarebbe stata ad attenderlo. In seguito, ammesso che l’espressione abbia un significato applicata a quel senso di spossamento che non durò più di alcuni istanti, e già in quello stato di semiveglia che prelude al risveglio, considerò seriamente che non era bene mantenersi in una tale indecisione, mi sveglio, non mi sveglio, mi sveglio, non mi sveglio, arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare, Cosa ci faccio qui, con questi fiori sulle ginocchia e gli occhi chiusi, quasi avessi paura di aprirli, Cosa ci fai lì a dormire, con quei fiori sulle ginocchia, gli stava domandando la moglie. 

Non aveva atteso la risposta. Ostentatamente si era messa a raccogliere i cocci del vaso e ad asciugare il pavimento, mentre brontolava, con una irritazione che non cercava di dissimulare, Avresti potuto farlo tu, invece di sdraiarti lì a dormire, come se non c’entrassi per niente. Lui non parlò, si proteggeva gli occhi stringendo le palpebre, improvvisamente agitato da un pensiero, E se aprissi gli occhi e la vedessi, si domandava, in preda a un’ansiosa speranza. La moglie si avvicinò, notò il fazzoletto macchiato di sangue, la sua irritazione si spense in un istante, Poverino, com’è che ti è successo, domandava compassionevole, mentre svolgeva l’improvvisata fasciatura. Allora lui, con tutte le sue forze, desiderò di vedere la moglie inginocchiata ai suoi piedi, lì, dove sapeva che era, e poi, con la certezza di non vederla, aprì gli occhi, Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo.

Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco. Lei cominciò a piangere, gli si aggrappò, Non è vero, dimmi che non è vero. I fiori erano scivolati per terra, sul fazzoletto macchiato, il sangue aveva ripreso a gocciolare dal dito ferito, e lui, come se in altre parole volesse dire Tra due mali il minore, mormorò, Vedo tutto bianco, e si lasciò andare a un triste sorriso. La moglie gli si sedette accanto, lo abbracciò forte, lo baciò sulla fronte, sulle guance, dolcemente sugli occhi, Vedrai che passerà, non eri mica malato, nessuno si ritrova cieco così, da un momento all’altro, Forse, Raccontami com’è andata, cosa hai sentito, quando, dove, no, non ancora, aspetta, la prima cosa da fare è parlare con uno specialista, ne conosci qualcuno, No, né tu né io usiamo gli occhiali, E se ti portassi all’ospedale, Per occhi che non vedono non devono esserci servizi di pronto soccorso, Hai ragione, la cosa migliore è andare direttamente da un medico, vado a cercare sull’elenco telefonico, uno che abbia uno studio qui vicino. Si alzò, domandò ancora, Noti qualche differenza, Nessuna, disse lui, Attenzione, adesso spengo la luce, dimmi, adesso, Niente, Niente cosa, Niente, vedo sempre lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse. 

Sentiva la moglie sfogliare rapidamente l’elenco telefonico, tirare su col naso per trattenere le lacrime, sospirando, dicendo infine, Questo qui, speriamo ci possa ricevere. Fece un numero, domandò se era quello dello studio, se il dottore c’era, se poteva parlargli, no, no, il dottore non mi conosce, è per un caso molto urgente, sì, per favore, capisco, allora lo dico a lei, ma la prego di trasmetterlo al dottore, il fatto è che mio marito è diventato cieco all’improvviso, sì, sì, come le dico, all’improvviso, no, non è un paziente del dottore, mio marito non usa gli occhiali, non li ha mai usati, sì, aveva un’ottima vista, come me, anch’io vedo bene, ah, grazie mille, aspetto, aspetto, sì, dottore, sì, all’improvviso, dice di vedere tutto bianco, non so come sia successo, non ho avuto neanche il tempo di domandarglielo, sono arrivata poco fa e l’ho trovato in questo stato, vuole che glielo domandi, ah, la ringrazio moltissimo, dottore, veniamo immediatamente, immediatamente. Il cieco si alzò, Aspetta, disse la moglie, fammi medicare prima questo dito, scomparve per alcuni momenti, ritornò con una boccetta di acqua ossigenata, un’altra di mercurocromo, cotone, una scatoletta di cerotti. Mentre lo medicava gli domandò, Dove hai lasciato la macchina, e d’un tratto, Ma tu, così come stai, non potevi guidare, o eri già a casa quando, No, è stato per strada, mentre ero fermo a un semaforo, una persona mi ha fatto il favore di accompagnarmi, la macchina è lì, nella strada accanto, Bene, allora scendiamo, aspettami davanti alla porta che vado a prenderla io, dove hai messo le chiavi, Non lo so, lui non me le ha restituite, Lui, chi, L’uomo che mi ha portato a casa, era un uomo, Te le avrà lasciate lì, vado a vedere, Non vale la pena che le cerchi, non è entrato, Ma le chiavi devono pur essere da qualche parte, Sicuramente se n’è dimenticato, se l’è portate via senza rendersene conto, Ci mancava anche questo, Usa le tue, poi vedremo, Bene, andiamo, dammi la mano. Il cieco disse, Se mi tocca restare così, la faccio finita, Per favore, non dire fesserie, ci basta già quanto ci è successo, A essere cieco sono io, non tu, tu non puoi sapere che cosa mi è successo, Il medico ti rimetterà a posto, vedrai. 

Uscirono. Giù da basso, nell’atrio del portone, la moglie accese la luce e gli sussurrò all’orecchio, Aspettami qui, se spunta qualche vicino parlagli con naturalezza, di’ che mi stai aspettando, guardandoti nessuno penserà che non vedi, evitiamo di star lì a parlare dei fatti nostri, Sì, ma non tardare. La moglie uscì di corsa. 

Non entrò né uscì nessun vicino. Per esperienza, il cieco sapeva che le scale erano illuminate solo finché si sentiva il meccanismo del contatore automatico, perciò continuava a premere il pulsante ogni qualvolta si faceva silenzio. La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore. Non capiva perché la moglie tardasse tanto, la strada era lì accanto, ottanta, cento metri, Se ritardiamo il medico
se ne va via, pensò. Non poté evitare un gesto meccanico, alzare il polso sinistro e abbassare gli occhi per vedere l’ora. Strinse le labbra come se fosse stato colpito da un improvviso dolore, e ringraziò la sorte che in
quel momento non fosse spuntato un vicino, perché all’istante, alla prima parola che gli avessero rivolto, sarebbe scoppiato in lacrime. Una macchina si fermò in strada, Finalmente, pensò, ma subito dopo fu colpito dal rumore del motore, Questo è un diesel, è un tassì, disse, e spinse di nuovo l’interruttore della luce. Stava entrando la moglie, nervosa, frastornata, Il tuo santo protettore, l’anima buona, ci ha portato via la macchina, Non può essere, non avrai visto bene, Chiaro che ho visto bene, io ci vedo bene, le ultime parole le uscirono involontariamente, Mi avevi detto che la macchina era nella strada accanto, si corresse, e non c’è, oppure l’hanno lasciata in un’altra, No, no, era quella, ne sono certo, E allora è sparita, In tal caso, le chiavi, Ha approfittato del tuo disorientamento, del frangente in cui ti trovavi, e ci ha derubati, E io che, per paura, non l’ho neanche fatto entrare in casa, se fosse rimasto a farmi compagnia fino al tuo arrivo non avrebbe potuto rubarci la macchina, Andiamo, c’è il tassì che aspetta, ti giuro che darei persino un anno di vita perché quel furfante diventasse cieco pure lui, Non parlare così forte, E gli rubassero tutto quanto possiede, Può darsi che si faccia vedere, Eccome, domani ci bussa alla porta dicendo che è stata una distrazione, chiedendo scusa, e informandosi se stai un po’ meglio. […]

La moglie informò la segretaria di essere quella persona che aveva telefonato mezz’ora prima per il marito, e lei li fece passare in una saletta dove aspettavano altri malati. C’era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico accompagnato da una donna che doveva essere sua madre, una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall’oculista. La moglie guidò il marito verso una sedia libera e, visto che non ce n’erano altre, rimase in piedi accanto a lui, Dovremo aspettare, gli mormorò all’orecchio. Lui capì il perché, aveva sentito le voci dei presenti, adesso era afflitto da una diversa preoccupazione, pensava che quanto più tardi il medico lo avesse esaminato, tanto più profonda la cecità sarebbe diventata, e quindi incurabile, senza rimedio. Si agitò sulla sedia, inquieto, stava per comunicare quelle sue apprensioni alla moglie, ma in quel momento la porta si aprì e la segretaria disse loro, Signori, prego, accomodatevi, e rivolgendosi agli altri malati, L’ha ordinato il dottore, il caso di questo signore è urgente. La madre del ragazzo strabico protestò che il diritto è il diritto, e che c’era prima lei, e aspettava da più di un’ora. Gli altri malati la sostennero a voce bassa, ma nessuno, e neanche lei, ritenne prudente insistere nel reclamo, non sia mai che il medico se ne risentisse e si vendicasse dell’impertinenza facendoli aspettare ancora di più, non si sa mai. Il vecchio dall’occhio bendato fu magnanimo, Lasciatelo stare, poveraccio, quello lì sta peggio di noi.  […]

Quella notte il cieco sognò di essere cieco. 

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Albert Camus, La peste

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L’atroce agonia di un bambino

La  predica e la morte di Padre Paneloux

(Primo capitolo) – “tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso”

A Orano, in Algeria, in un giorno di aprile negli anni ’40, il medico francese Bernard Rieux trova un topo morto sul pianerottolo, mentre esce dal suo ambulatorio. Rieux riferisce la cosa al portinaio, il signor Michel, il quale esclude che nell’edificio ci siano topi e dice che certamente si tratta dello scherzo di qualche burlone. Il giorno seguente, Rieux accompagna alla stazione la moglie molto malata, che parte per sottoporsi a un ciclo di cure in una città vicina. Nei giorni successivi a Orano vengono raccolti topi morti a migliaia. Un’agenzia di stampa annuncia che in un solo giorno ne sono stati raccolti più di seimila e il numero di ratti morti raccolti dal servizio di derattizzazione aumenta nei giorni successivi. Gli abitanti di Orano sono sconcertati e angosciati, quando all’improvviso la situazione sembra tornare alla normalità: all’improvviso, il numero di topi morti crolla drasticamente fino a estinguersi. Proprio in coincidenza con l’estinguersi della moria, Rieux incontra il portinaio Michel, che non si sente bene, e gli dice che più tardi passerà a visitarlo. Il medico viene chiamato da Grand, un dipendente comunale, che ha appena salvato un certo Cottard il quale ha cercato di impiccarsi. Recatosi dal portinaio, Rieux lo trova in gravi condizioni e cerca di curarlo, ma la malattia peggiora rapidamente e dopo poco muore. A quel punto Rieux si rende conto che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo. Sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi e poco dopo a morire. Rieux e l’anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste. Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene così messa in quarantena.

“Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. Era stato colto alla sprovvista il dottor Rieux, come lo erano stati i nostri concittadini, e questo spiega le sue titubanze. E spiega anche perché fosse combattuto tra la preoccupazione e la fiducia. Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia, non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi. A questo riguardo, i nostri concittadini erano come tutti gli altri, erano presi da se stessi, in altre parole erano umanisti: non credevano ai flagelli. Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.” […]

(Secondo capitolo) – “Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti”. 

La città si chiude poco a poco nell’isolamento e nella paura, che modificano i comportamenti collettivi e individuali. L’isolamento dei cittadini di Orano è sia all’esterno che all’interno. Incontrano difficoltà a comunicare con i loro parenti, con i loro amici, con i loro amanti che si trovano fuori città. A fine giugno Rambert, un giornalista parigino chiede invano a Rieux di aiutarlo a uscire da Orano per poter raggiungere a Parigi la sua compagna. Nel frattempo invece Cottard sembra provare un’insana soddisfazione per il diffondersi del morbo. In realtà egli è contento perché così può dedicarsi ai suoi loschi traffici senza essere perseguito dalla polizia. Gli abitanti di Orano cercano di compensare le difficoltà dell’isolamento, abbandonandosi ai piaceri materiali. Grand si concentra sulla scrittura di un libro di cui riscrive ossessivamente, con minime varianti, la prima frase. Durante una sua predica, il gesuita Padre Paneloux indica nella peste uno strumento della volontà divina ed esorta i suoi fedeli a meditare sulla punizione di Dio per i loro peccati. Tarrou, figlio di un procuratore, tiene nei suoi taccuini una personale cronaca dell’epidemia. Egli dà prova di un coraggio straordinario, mettendosi a disposizione di Rieux per organizzare un servizio sanitario di emergenza. Dopo aver più volte cercato inutilmente di fuggire da Orano, Rambert deciderà di unirsi ai due nella lotta al contagio, nel periodo della sua forzata permanenza.

“Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitate da questi eventi straordinari, ognuno dei nostri concittadini aveva continuato come poteva a dedicarsi alle proprie occupazioni, al proprio posto. E così doveva senz’altro essere in seguito. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero, compreso il narratore, di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.” […]

(Terzo capitolo) – “l’amore richiede un po’ di futuro, e per noi ormai c’erano solo istanti”

In estate crescono la tensione e l’angoscia, mentre la peste si diffonde esponenzialmente, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Ci sono tante vittime che occorre provvedere d’urgenza a gettarle nelle fosse comuni, come animali. Medici e infermieri si prodigano eroicamente per combattere il morbo, con scarso successo. Tuttavia, l’anziano medico Castel produce un nuovo siero, che sembra poter offrire qualche speranza di guarigione. Le forze dell’ordine si vedono costrette a reprimere con durezza rivolte, saccheggi e tentativi di fuga. Gli abitanti di Orano, in questa fase della pestilenza, sembrano ormai rassegnati. Danno l’impressione di aver fatto l’abitudine alla disperazione, cosa peggiore della disperazione stessa. Essi sembrano aver perduto la speranza e persino i loro ricordi della vita passata e delle persone care da cui sono separati. La peste ha tolto loro la disposizione all’amore e all’amicizia, poiché “l’amore richiede un po’ di futuro, e per noi ormai c’erano solo istanti”. Essi non nutrono più illusioni e si limitano, con ostinazione, ad aspettare.

(Quarto capitolo) – “a me interessa sapere come si diventa santo”

Rambert ha l’opportunità di lasciare la città, ma rinuncia a partire. È deciso ormai a lottare fino alla fine a fianco di Rieux e di Tarrou. Rieux decide di sperimentare il siero di Castel sul figlio del giudice Othon, che si è ammalato, ma i risultati non sono quelli sperati. L’agonia e le atroci sofferenze del bambino sconvolgono nell’intimo Rieux e mettono in crisi le certezze di Padre Paneloux. Così il tono della sua seconda predica alla popolazione, nella Cattedrale di Orano, è molto diverso da quello della prima. Il prete si chiude nella solitudine della propria fede, si ammala e muore senza aver chiamato il medico, stringendo febbrilmente al petto un crocifisso. Tarrou e Rieux, si aprono a un momento di autentica e intima amicizia, poi si concedono un rigenerante bagno in mare. A Natale Grand si ammala gravemente e sembra spacciato. Rieux decide di sperimentare su di lui un nuovo siero di Castel e l’uomo inaspettatamente guarisce, poi il siero risulta efficace anche su altri individui e la peste sembra aver perduto un po’ della sua virulenza. A un tratto cominciano a ricomparire in città i topi, vivi.

(Quinto capitolo) – “il bacillo della peste non muore né scompare mai”

Nel mese di gennaio la peste regredisce, ma fa tuttavia le sue ultime vittime, tra le quali il giudice Othon. Anche Tarrou, che ha prestato meno attenzione alle dovute precauzioni sanitarie, convinto di essere ormai fuori pericolo, si ammala e muore, affidando a Rieux i suoi taccuini. Da quando è evidente la regressione del flagello, l’atteggiamento di Cottard è cambiato. A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata e gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Un telegramma comunica a Rieux che sua moglie è morta. Gli abitanti, assaporano finalmente di nuovo il gusto della libertà ma non dimenticano la terribile prova che li ha messi di fronte all’assurdità della loro esistenza e alla precarietà della condizione umana. Infine, il dottor Rieux rivela la propria identità di narratore, che ha voluto riferire gli eventi con la massima obiettività possibile. Lo ha fatto per rendere testimonianza delle ingiustizie e delle violenze. Ma lo ha fatto anche per dire che si può imparare dai flagelli e che “ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.Sa che il virus della peste può ritornare, perché “non muore né scompare”. Di questo è necessario essere consapevoli e vigilare.

“Rieux decise allora  di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che erano state loro fatte, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare. Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

 

Una rivolta contro il non-senso della condizione umana

Il tema della malattia

Il tema della malattia attraversa tutta la letteratura occidentale. Camus si documentò anche sul piano letterario, oltre che scientifico: lesse la Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, la Storia delle guerre di Procopio, il Decameron di Boccaccio, La peste à Marseille (1720) di Jules Michelet, I promessi sposi di Manzoni, Le festin en temps de peste (1831) di Alexandre Pouchkine, The scarlet plague (1912) di Jack London. Del resto la malattia segnò la vita stessa di Camus, che a diciassette anni fu affetto da tubercolosi polmonare, patologia che lo accompagnò fino alla morte.

Metafora della guerra e del nazismo, emblema del male

Il romanzo, scritto due anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tramite la metafora della peste vuole rappresentare la guerra e il nazismo appena sconfitto. La peste è però anche emblema del male, che in ogni epoca può minacciare l’umanità.

Le reazioni di fronte alla pestilenza

Il romanzo rappresenta le diverse fasi del sorgere e del diffondersi del morbo, dalle reazioni di fronte ad esso, con la sottovalutazione e l’incredulità iniziali, fino alla vasta gamma di emozioni, di sentimenti e di passioni dei diversi personaggi e della popolazione di Orano. Nell’emergenza, nella sospensione della normalità, affiorano i lati peggiori, ma anche quelli migliori, delle persone. C’è chi si dà da fare per combattere il flagello, senza risparmiarsi (come Rieux e Tarrou), chi si chiude in casa o cerca di scappare (molti cittadini di Orano), chi ne approfitta per arricchirsi illecitamente (Cottard), chi accetta il flagello mediante la fede (Paneloux), chi diviene poco a poco consapevole e partecipe, mentre prima cercava di fuggire (Rambert).

“essere felici insieme agli altri”

Camus analizza le dinamiche interpersonali, affettive, politiche, economiche che si verificano durante l’epidemia e la quarantena. Egli descrive i sentimenti e le reazioni derivanti dalla separazione dai propri cari, dalla privazione della libertà, dalla morte e dall’impotenza umana di fronte alla pestilenza. Lo scrittore parla però anche della solidarietà, della condivisione, del coraggio e della consapevolezza nell’affrontare questo male collettivo, nella speranza di poter tornare a “essere felici insieme agli altri“. Questa consapevolezza non deve assopirsi o rilassarsi, perché il morbo della peste può celarsi per un tempo a noi sconosciuto per poi risvegliarsi e tornare e diffondersi ovunque. Come il male, la peste non viene mai debellata del tutto, ma resta latente in attesa dell’ambiente propizio per una nuova esplosione.

Il tema del male

Il problema del Male è al centro del romanzo. Nel romanzo Camus contrappone lo spirito critico del medico-scienziato (ateo) Bernard Rieux a quello dogmatico del gesuita Paneloux. Quest’ultimo partecipa, tuttavia, alle formazioni sanitarie di Rieux, si ammala e muore. La figura di Paneloux è soggetta a un’evoluzione, evidente nelle due prediche rivolte agli abitanti di Orano. Nella prima il gesuita interpreta la malattia come una meritata punizione collettiva. Nella Bibbia la peste è infatti il simbolo della punizione divina per coloro che non ascoltano la sua parola. Per Paneloux, il credente deve affidarsi a Dio, rinunciando a comprendere i suoi disegni. Solo il pentimento può redimere il genere umano e si deve accettare l’imperscrutabile volontà di Dio.

Un castigo divino?

Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Consapevole della presenza del male nel mondo, con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. D’altronde Paneloux partecipa all’opera di soccorso organizzata da Rieux e da Tarrou e, di fronte alla morte straziante di un fanciullo, vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Paneloux perde la sua enfasi oratoria e rasenta l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore.

La lotta contro il male e lo sforzo di conservare l’amore per la vita

Ma come conciliare la fede in un Dio buono e giusto e l’esistenza del male, causa della sofferenza di innocenti? La religione non è, secondo Camus, la soluzione all’assurdità dell’esistenza. In un mondo simbolicamente dominato dalla peste l’unica dignità possibile per l’uomo è una continua lotta contro l’incomprensibilità del male e una consapevole “rivolta”, in cui gli uomini devono essere solidali, contro il non-senso della condizione umana. Il dissidio tra fede e scienza (e tra chi crede e chi non crede) giunge a una possibile conciliazione attraverso la comune lotta contro il male, lo sforzo di conservare l’amore per la vita, la solidarietà.

“Forse è meglio per Dio che non crediamo in lui”

Atei e cristiani, che condividono la stessa tragica condizione di vita terrena, possono in questo incontrarsi. Tuttavia, per Rieux/Camus è meglio non credere in Dio piuttosto che credere in un Dio che tace e che permette al male di manifestarsi con una violenza inaudita e “Forse è meglio per Dio che non crediamo in lui”.

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/albert-camus/ 

URL: http://journals.openedition.org/studifrancesi/4265 – Brenda Piselli, Scienza e religione ne “La peste” di Camus, Studi Francesi Rivista quadrimestrale fondata da Franco Simone (2016). Edizione digitale.

http://sezionex.blogspot.com/2012/05/albert-camus-di-alberto-lazari.html 

https://www.raiplayradio.it/playlist/2017/12/La-peste-2719929f-50da-4561-a32a-4324d0fdc5e1.html 

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Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

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di Giorgio Baruzzi

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Da Albert Camus, La peste

 

Rieux e Paneloux agiscono entrambi per aiutare, per alleviare le sofferenze della popolazione. Essi però rispondono in modi divergenti, davanti alle manifestazioni dell’Assurdo. Rieux accetta il non-senso dell’esistenza e combatte contro di esso pur consapevole della sua inevitabile presenza. Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. Di fronte alla morte straziante di un fanciullo, Paneloux vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Il gesuita interpreta l’Assurdo in chiave teologica, rasentando l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore. Paneloux muore poco dopo la predica che ha sancito il culmine del suo percorso spirituale.

 

Il Padre pronunciò la sua seconda predica in un giorno di gran vento. […] Salì in pulpito e parlò con un tono dolce e riflessivo, e a parecchie riprese gli astanti notarono una certa esitazione nel suo discorso. Altra a cosa curiosa, egli non diceva più “voi”, ma “noi”.
Ciononostante, la sua voce a poco a poco diventò ferma. Cominciò col ricordare che da lunghi mesi la peste era in mezzo a noi e che ora, conoscendola noi meglio per averla veduta tante volte sedersi alla nostra tavola o al capezzale dei nostri cari, camminarci accanto e aspettare la nostra venuta nei luoghi del lavoro, proprio ora forse avremmo potuto accogliere meglio quello che ci diceva senza tregua e che, nella prima sorpresa, era possibile non avessimo ben ascoltato. Quanto Padre Paneloux aveva ormai predicato, nello stesso luogo, rimaneva vero, o almeno tale era la sua persuasione; ma fors’anche, come capitava a tutti, e se ne batteva il petto, egli lo aveva pensato e detto senza carità. Quello che rimaneva vero, tuttavia, era che in ogni cosa, sempre c’era da imparare; la prova più crudele era ancora benefica per il cristiano; e giustappunto quello che il cristiano, nella fattispecie, doveva cercare, era il suo beneficio, e di che il beneficio era fatto, e come si poteva trovarlo.
In questo momento gli ascoltatori sembrarono raccogliersi tra gli appoggiatoi dei banchi e disporvisi comodamente quanto potevano. Una delle imbottite porte d’ingresso sbatté, piano; qualcuno si mosse per fermarla. E Rieux, distratto da quest’agitazione, sentì appena Paneloux riprendere la predica. Egli diceva press’a poco che non bisognava tentare di spiegarsi lo spettacolo della peste, ma cercar d’imparare quello che si poteva impararne. Rieux capì confusamente che, secondo il Padre, non c’era nulla da spiegare. II suo interesse si destò quando Paneloux disse fortemente esservi cose che si potevano spiegare riguardo a Dio e altre che non si potevano.
Certamente vi erano il bene e il male e, in generale, ci si spiegava agevolmente quello che li separava; ma nell’ambito del male cominciava la difficoltà. C’erano, a esempio, il male apparentemente necessario e il male apparentemente inutile. C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte d’un bambino. Se infatti è giusto che il libertino sia fulminato, non si capisce la sofferenza dell’innocente. E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle. Del resto, nella vita Dio ci facilitava tutto, sino a lì la religione era senza meriti; ma qui, invece, ci metteva ai piedi d’un muro. Noi eravamo sotto le muraglie della peste e alla loro mortifera ombra bisognava che trovassimo il nostro beneficio. Padre Paneloux rifiutava anche di concedersi i facili vantaggi che gli avrebbero consentito di scalare il muro. Gli sarebbe stato facile dire che l’eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano, compensarlo della sofferenza, ma, in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l’eternità d’una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? Non sarebbe sicuramente un cristiano, il cui Maestro ha conosciuto il dolore nelle membra e nell’anima. No, il Padre sarebbe rimasto ai piedi del muro, fedele al supplizio di cui la croce è il simbolo, di fronte alla sofferenza d’un bambino. E avrebbe detto senza paura a coloro che in quel giorno Io ascoltavano: “Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?”
Rieux ebbe appena il tempo di pensare che il Padre rasentava l’eresia, e l’altro, ormai riprendeva, con forza, che tale ingiunzione, tale pura esigenza, era il beneficio del cristiano. Era anche la sua virtù. Il Padre sapeva che quanto vi era d’eccessivo nella virtù di cui stava parlando avrebbe urtato molti spiriti, abituati a una morale più indulgente e più classica; ma la religione del tempo di peste non poteva essere la religione di tutti i giorni, e se Dio poteva ammettere, e anche desiderare, che l’anima riposi e si allieti nei tempi felici, egli la voleva eccessiva negli eccessi della sventura. Dio, oggi, dava alle sue creature il vantaggio di metterle in una sventura tale da dover ritrovare o assumere la più grande virtù, quella del Tutto o Nulla.
[…] “Fratelli miei”, disse infine Paneloux, annunciando che stava per concludere, “l’amore di Dio è un amore difficile: suppone un totale abbandono di se stessi e il disprezzo per la propria persona. Ma lui, solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla e non si può che volerla. Ecco la difficile lezione che volevo dividere con voi; ecco la fede, crudele agli occhi degli uomini, decisiva agli occhi di Dio, a cui bisogna avvicinarsi. A questa terribile immagine bisogna che ci adeguiamo; in cima, tutto si confonderà e si eguaglierà, la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente. Per questo, in molte chiese del Mezzogiorno della Francia, gli appestati dormono da secoli sotto le lastre del coro e i preti parlano al disopra dei loro sepolcri, e lo spirito ch’essi propagano sorge da quella cenere a cui anche i bambini hanno portato la loro parte”.

 

Quando Rieux uscì, un fortissimo vento s’ingolfò per la porta semiaperta, assalendo in piena faccia i fedeli; portava nella chiesa un odore di pioggia, un effluvio di marciapiedi bagnato che lasciava indovinare l’aspetto della città prima che fossero usciti. […]
A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.
“Paneloux ha ragione”, disse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuol perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.
L’osservazione di Tarrou permette d’illuminare un po’ gli avvenimenti sfortunati che seguirono e in cui la condotta di Paneloux sembrò incomprensibile a coloro che gli stavano intorno? Se ne giudicherà.
Pochi giorni dopo la predica, infatti, Paneloux si occupò del trasloco. Il Padre dovette lasciare l’appartamento in cui il suo Ordine lo aveva alloggiato per andare presso una vecchia signora frequentatrice di chiese e ancora immune dalla peste. Durante il trasloco, il Padre si era sentito crescere la stanchezza e l’angoscia e per questo perdette la stima della sua padrona di casa. […] Una sera accadde che al momento di coricarsi, con la testa che gli pulsava, egli si sentì liberare ai polsi e alle tempie il flusso scatenato d’una febbre che covava da parecchi giorni.
Il seguito non lo si venne a sapere che dai racconti della sua ospite. La mattina, essa si era alzata presto, secondo la sua abitudine. Dopo un certo tempo, stupita di non veder il Padre uscire dalla sua camera si era decisa, con molte esitazioni, a bussare alla porta. Lo aveva trovato ancora a letto, dopo una notte d’insonnia. Soffriva d’oppressione e sembrava più congestionato del solito. Secondo le sue parole, lei gli aveva gentilmente proposto di far chiamare un medico, ma la cosa era stata respinta con una violenza considerata da lei riprovevole. Non le restava altro che andarsene. Un po’ più tardi, il Padre aveva suonato, chiedendo di lei. Si era scusato del suo scatto d’umore, dichiarandole che non poteva trattarsi di peste, che non ne accusava nessun sintomo, e che doveva essere una stanchezza passeggera. La vecchia dama gli aveva risposto con dignità che la sua proposta non era nata da un’inquietudine del genere, che lei non mirava alla propria sicurezza, posta nelle mani di Dio, ma che aveva soltanto pensato alla salute del Padre, di cui si stimava, in parte, responsabile. Ma siccome lui non aggiungeva parola, la sua ospite, desiderosa, a volerle credere, di far tutto il suo dovere, gli aveva ancora proposto di far chiamare il suo medico.
Il Padre, di nuovo, aveva rifiutato, ma aggiungendo spiegazioni che la vecchia dama aveva giudicato assai confuse. […] La vecchia dama ancora esitava a chiamare un medico e a contrariare il suo malato. Poteva essere un semplice attacco di febbre, per quanto spettacolare sembrasse.
Ciononostante, nel pomeriggio essa cercò di parlare al prete e […] con una voce di cui essa notò il tono stranamente indifferente, lui disse che stava male, che non aveva bisogno di medico e che sarebbe bastato portarlo all’ospedale, in modo che tutto fosse in regola. Spaventata, la vecchia dama corse al telefono.
Rieux giunse a mezzogiorno. Al racconto della signora rispose soltanto che Paneloux aveva ragione e che doveva essere troppo tardi. Il Padre lo accolse con la stessa aria indifferente. Rieux lo visitò e fu sorpreso di non trovare nessuno dei sintomi principali della peste bubbonica o polmonare, se non l’ingorgo e l’oppressione dei polmoni. In ogni modo, il polso era basso e lo stato generale preoccupante: c’era poca speranza.
“Lei non ha nessuno dei sintomi principali della malattia”, egli disse a Paneloux,. “ma ho un dubbio, in realtà, e io la debbo isolare”.
Il Padre sorrise bizzarramente, quasi con cortesia, ma tacque. Rieux uscì per telefonare e tornò. Guardava il Padre.
“Le starò vicino”, gli disse con dolcezza.
L’altro sembrò, rianimarsi e girò verso il dottore degli occhi dove sembrava tornato un certo calore. Poi sillabò difficilmente, in modo ch’era impossibile sapere se lo dicesse con tristezza o no: “Grazie. Ma i religiosi non hanno amici; essi hanno posto ogni cosa in Dio”.
Domandò il crocifisso, che si trovava a capo del letto; e quando lo ebbe, si voltò per guardarlo.
All’ospedale, Paneloux non dischiuse i denti. Si abbandonò come un oggetto a tutte le cure che gli imposero, ma non lasciò più il crocifisso. Tuttavia, il caso del prete continuava a essere ambiguo. Il dubbio persisteva nella mente di Rieux. Era la peste, e non era. Da qualche tempo, d’altronde il contagio prendeva gusto a sviare le diagnosi. Ma nel caso di Paneloux, il seguito doveva, mostrare che l’incertezza non contava niente.
La febbre aumentò, La tosse si fece sempre più rauca e torturò il malato tutto il giorno. La sera, finalmente, il Padre espettorò l’ovatta che lo soffocava: era rossa. In mezzo al tumulto della febbre, Paneloux conservava il suo sguardo indifferente e quando, la mattina del giorno dopo, lo trovarono morto, quasi riverso fuori dal letto, il suo sguardo non esprimeva nulla. Sulla sua scheda fu scritto: “Caso dubbio”.

 

Dalla prima predica di Paneloux (Secondo Capitolo)

 

Se oggi la peste vi guarda, vuol dire che il momento di riflettere è venuto. I giusti non possono temere, ma i malvagi hanno ragione di tremare. Nell’immenso granaio dell’universo il flagello implacabile batterà la messe umana sino a che la paglia sia divisa dal grano. Ci sarà più paglia che grano, ci saranno più chiamati che eletti e la sventura non è stata voluta da Dio. Troppo a lungo il mondo è venuto a patti col male, troppo a lungo si è riposato sulla misericordia divina. Bastava il pentimento, tutto era permesso.
E per il pentimento, ciascuno si sentiva forte. Venuto il momento, lo si proverebbe sicuramente. Di qui, la cosa più facile era lasciarsi andare, la misericordia divina avrebbe fatto il resto. Ebbene, questo non poteva durare! Dio, che per tanto tempo ha chinato sugli uomini di questa città il suo volto di pietà, stanco di aspettare, deluso nella sua eterna speranza, ora ne ha distolto lo sguardo. Privi della luce di Dio, eccoci per molto tempo nelle tenebre della peste! […]

 

Camus Albert, La peste, Bompiani

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