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Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane

 
“Bramate l’oro e spargete cenere. Insozzate la bellezza, calpestare l’innocenza. Fate scorrere ovunque grandi torrenti di fango. L’odio è il vostro nutrimento, l’indifferenza la vostra bussola. Siete creature del sonno, sempre addormentate, anche quando vi credete sveglie. Siete i frutti di un tempo sonnolento. Le vostre emozioni sono efemere, farfalle presto scuse, subito calcinate dalla luce dei giorni. Le vostre mani impastano la vostra vita in una tanga arida e insulsa. Siete divorati dalla solitudine. Il vostro egoismo v’ingrassa. Volgete la schiena ai vostri fratelli e perdete l’anima. La vostra natura ribolle d’oblio.”

 

Queste le prime righe del romanzo L’arcipelago del Cane di Philippe Claudel, il cui primo capitolo funge da premessa “filosofico-morale” che introduce la vicenda. L’Arcipelago del Cane è chiamato così perché le isole vulcaniche che lo compongono formano sulla carta geografica l’immagine di un cane con le fauci spalancate e le zanne snudate. Nell’arcipelago del Cane solo un’isola è abitata, dominata da un vulcano che i suoi abitanti chiamano Brau, “non molto lontana dalla nazione da cui dipende ma dalla quale è dimenticata, e vicina a un continente diverso da quello cui appartiene, ma che essa ignora”. Attaccati alla loro terra nera e al loro tratto di mare gli abitanti dell’isola, contadini o pescatori, non si sentono parte del resto del mondo, a cui guardano con diffidenza.

In realtà la storia inizia nel secondo capitolo. Durante una delle usuali passeggiate quotidiane, una mattina di settembre in cui il mare è in burrasca e nessuna barca è potuta uscire per la pesca, il cane della Vecchia ex maestra d’un tratto si ferma, abbaia, poi si lancia in una corsa folle verso tre forme distese sulla spiaggia. Quando la Vecchia raggiunge il cane, scorge i cadaveri di tre giovani ragazzi neri, portati a riva dalle onde, “con indosso soltanto una maglietta e dei jeans, scalzi, che sembrano addormentati, il volto contro i ciottoli” senza documenti.

Giungono contemporaneamente anche America, un vignaiolo tuttofare, e lo Spada, un abilissimo pescatore, benché piuttosto tonto. Lo Spada corre ad avvisare il Sindaco, senza parlare con nessuno lungo la strada. Meno di mezz’ora dopo il Sindaco, il Parroco, il Dottore e lo Spada sono sulla spiaggia. Il Sindaco alla vista dei poveri corpi impreca seccamente “ricorrendo all’antico dialetto in cui i termini arabi si sono mescolati a vocaboli spagnoli e greci più di mille anni fa”. Li raggiunge anche il Maestro, che stava facendo footing sulla spiaggia e incuriosito si avvicina. Non sono ancora le otto del mattino, soffia un vento freddo. I sei abitanti dell’isola iniziano a ragionare sul da farsi.

Il Sindaco sostiene che i tre cadaveri devono sparire e che nessuno deve sapere del ritrovamento, pena l’arrivo dei giornalisti, la fine della quiete e il rischio di compromettere il futuro sviluppo turistico, che il lui vuole rilanciare con la realizzazione delle Terme.

Solo il Maestro si oppone inizialmente alla decisione e vorrebbe avvertire la polizia, ma poi si sottomette al volere della maggioranza. I corpi vengono dapprima nascosti in una cella frigorifera e poi, in sordina, precipitati in una nera voragine dalle parti del vulcano.

«Lo Spada e il Maestro posarono il carico sull’orlo dell’abisso. Ci si dispose a semicerchio. Il Parroco benedisse il telo che lo Spada guardava con tristezza, un bel telone nuovo e che si sarebbe potuto usare per anni, come aveva detto America, il quale aveva preteso d’essere risarcito, e cui il Sindaco aveva risposto di chiudere il becco, aggiungendo che gliel’avrebbe pagato, il suo telo di merda, di tasca propria all’occorrenza, e America si era zittito, povero tontolone amareggiato, e adesso lo Spada, cui non piacevano gli sprechi, pensava probabilmente che i tre cadaveri non avevano bisogno di quel bel telone per fare il loro ultimo viaggio e che perdere a quel modo delle cose utili ai vivi e del tutto inutili ai morti voleva dire aggiungere un altro peccato al primo.»

Tutto sembra essere stato risolto, quando un giorno sull’isola arriva uno straniero. Il Sindaco non ha dubbi: in un modo o nell’altro le autorità sono venute a sapere dell’incidente, quasi sicuramente con i loro dannati satelliti, e hanno mandato un Commissario a indagare. Come se non bastasse, il Maestro è inquieto, tormentato dal rimorso, e ha cominciato a fare degli strani esperimenti con dei manichini e una barca. Il Sindaco è preoccupato, perché pensa che se il Maestro dovesse incontrare il Commissario per primo potrebbe raccontargli quanto accaduto, mandando a rotoli l’ambizioso progetto delle Terme con cui ha in mente di rilanciare l’isola.

Nei giorni seguenti però il Maestro rende palese la sua volontà di denuncia, indagando sulla provenienza dei tre corpi, attraverso lo studio delle correnti marine. Perciò il Sindaco, con la complicità degli altri, decidecosì di escluderlo e di renderlo inoffensivo, diffamandolo. Questo darà il colpo di grazia al precario equilibrio della piccola comunità…

 

Il romanzo racconta come gli uomini, spinti dal loro interesse egoistico, siano pronti a sacrificare la propria umanità e a nascondere verità sgradevoli. L’isola dell’Arcipelago del Cane è una metafora della nostra società, che spesso si volta dall’altra parte e che è chiusa al “diverso” da sé, che è segnata dall’indifferenza nei confronti di chi è debole, che antepone a tutto il potere e il denaro. In altri termini il libro parla di immigrazione clandestina, di sfruttamento, di indifferenza nei confronti di chi è “invisibile” di chi non ha voce. È una storia molto attuale, perché parla della tragedia dei migranti che rischiano la vita attraversando il mare dall’Africa all’Europa in cerca di fortuna, ma è anche una storia antica, che parla della condizione umana e delle conseguenze delle nostre azioni.

Philippe Claudel, L’Arcipelago del Cane, Ponte alle Grazie, 2019

 

Philippe Claudel è nato nel 1962 in Lorena. Membro dell’Académie Goncourt, ha raggiunto il successo internazionale con il romanzo Le anime grigie (Ponte alle Grazie, 2004), tradotto in trenta Paesi e vincitore del premio Renaudot. Tra i suoi titoli usciti in Italia: La nipote del signor Linh (2005), Il Rapporto (2008), L’Inchiesta (2010) e Profumi (2013), tutti usciti per Ponte alle Grazie.

 

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George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

 

da G. Orwell, 1984

 

G.Orwell, Teoria e prassi del collettivismo oligarchico

 

Al vertice della piramide c’è il Grande Fratello. Egli è infallibile e potentissimo. Si dà per acquisito che ogni successo, ogni conquista, ogni vittoria, ogni scoperta scientifica, tutto il sapere, tutte le conoscenze, tutta la saggezza, tutte le virtù derivino direttamente dalla sua guida e dal suo stimolo. Nessuno ha mai visto il Grande Fratello. È un volto sui manifesti, una voce che viene dal teleschermo. Possiamo essere ragionevolmente certi che non morirà mai. Già adesso non si sa con certezza quando sia nato. Il Grande Fratello è il modo in cui il Partito sceglie di mostrarsi al mondo. Ha la funzione di agire da catalizzatore dell’amore, della paura e della venerazione, tutti sentimenti che è più facile provare per una singola persona che per un’organizzazione. Al di sotto del Grande Fratello c’è il Partito Interno, che comprende circa sei milioni di persone, che è come dire un po’ meno del 2 per cento della popolazione dell’Oceania. Dopo il Partito Interno viene il Partito Esterno che, se paragoniamo quello Interno alla mente, può essere considerato il braccio dello Stato. E infine viene la massa silenziosa di coloro che abitualmente chiamiamo “prolet”, che comprende all’incirca l’85 per cento della popolazione. Se ci rifacciamo alla tripartizione che abbiamo indicato prima, i prolet sono i Bassi. Le popolazioni asservite delle terre equatoriali, che passano di continuo da un conquistatore all’altro, non costituiscono, infatti, una sezione stabile o necessaria della struttura. 

[…]

Tutte le convinzioni, i costumi, i gusti, le emozioni, gli atteggiamenti mentali che caratterizzano il nostro tempo sono stati in realtà programmati al solo fine di sostenere la mistica del Partito e di impedire che venga colta la vera natura della società contemporanea. Una rivolta vera e propria, o qualcosa che si avvicini a essa, è al momento impossibile. Da parte dei proletari, in particolare, non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno — generazione dopo generazione, secolo dopo secolo — a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. Potrebbero diventare pericolosi solo se il progresso tecnico-industriale rendesse indispensabile alzare il livello della loro istruzione ma, poiché la concorrenza in campo militare e commerciale non è più importante, il livello di istruzione della popolazione sta in effetti peggiorando. Ciò che le masse pensano o non pensano incontra la massima indifferenza. A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto. A un membro del Partito, invece, non è consentito spostarsi di un millimetro dalla linea fissata, neanche in questioni del tutto irrilevanti. 

Dalla nascita alla morte ogni membro del Partito vive sotto l’occhio della Psicopolizia. Anche quando è solo non può mai essere sicuro di essere solo. Dovunque si trovi, che dorma o sia sveglio, che lavori o riposi, che sia in bagno o a letto, può essere scrutato senza preavviso, addirittura ignorando di essere spiato. Nulla di quello che fa è privo di importanza. Le sue amicizie, gli svaghi, il suo modo di comportarsi con la moglie e i figli, l’espressione del volto quando si trova da solo, le parole che mormora nel sonno, perfino i movimenti del corpo che gli sono più abituali, sono minuziosamente analizzati. Non vi sono dubbi che arrivino a scoprire non solo ogni trasgressione autentica, ma qualsiasi gesto eccentrico, per quanto infimo, qualsiasi mutamento delle abitudini, qualsiasi tic nervoso che potrebbe essere il sintomo di un conflitto interiore. Il membro del Partito non ha alcuna libertà di scelta, in nulla. D’altra parte, le sue azioni non sono regolate dalla legge o da un qualsiasi codice di comportamento chiaramente formulato. In Oceania non esistono leggi. Pensieri e azioni che, una volta scoperti, si traducono in morte sicura non sono proibiti in maniera esplicita: in realtà, i continui arresti, epurazioni, torture, incarcerazioni e vaporizzazioni non sono inflitti per punire delitti effettivamente commessi, ma per spazzar via persone che forse, in un futuro imprecisato, potrebbero commettere un crimine. Un membro del Partito non deve avere soltanto le opinioni giuste, ma anche gli istinti giusti. Gran parte delle convinzioni e dei comportamenti che gli vengono richiesti non sono esplicitati con chiarezza: ove ciò avvenisse, ne risulterebbero smascherate le contraddizioni intrinseche al Socing. Se è un ortodosso nato (in neolingua: un buonpensante), saprà in ogni circostanza, senza neanche stare a riflettere, qual è l’opinione giusta o il tipo di emozione richiesta. In ogni caso, una sofisticata pratica mentale, avviata già nell’infanzia e che si può immaginare concentrata attorno alle parole in neolingua stopreato, nerobianco e bipensiero, lo rendono refrattario e inetto ad approfondire troppo un qualsiasi argomento. 

A un membro del Partito si richiedono l’assenza di emozioni personali e un entusiasmo perenne. Da lui ci si aspetta che viva di continuo in uno stato di odio parossistico nei confronti dei nemici esterni e dei traditori interni, di giubilo per le vittorie e di automortificazione davanti al potere e alla saggezza del Partito. Il malcontento prodotto dalla sua esistenza disadorna e insoddisfacente viene scientemente proiettato all’esterno e poi dissolto per mezzo di trucchi come i Due Minuti di Odio, mentre la disciplina interna appresa nei primi anni di vita provvede a liquidare in anticipo ogni riflessione che potrebbe produrre atteggiamenti scettici o eversivi. Il primo e più semplice stadio di questa pratica, che può essere insegnato anche ai bambini, si chiama in neolingua stopreato, e implica la capacità di arrestarsi, come per istinto, sulla soglia di qualsiasi pensiero pericoloso. Comprende anche la capacità di non cogliere le analogie, di non percepire gli errori di logica, di fraintendere le argomentazioni più elementari quando sono contrarie al Socing, oltre a quella di pro- vare noia o ripulsa di fronte a un qualsiasi pensiero articolato che potrebbe portare a posizioni eretiche. In parole povere, lo stopreato è una forma di stupidità protettiva. La stupidità, però, non è sufficiente. Al contrario, l’ortodossia nel senso più pieno del termine richiede un controllo completo dei propri processi mentali, simile a quello che un contorsionista ha del proprio corpo. L’Oceania si basa in fin dei conti sulla convinzione che il Grande Fratello sia onnipotente e che il Partito sia in- fallibile. Tuttavia, poiché il Grande Fratello non è onnipotente e il Partito non è infallibile, c’è bisogno di una flessibilità, instancabile e sempre pronta a entrare in azione, nel modo di trattare i fatti. Qui la parola chiave è nerobianco. Come tante altre parole in neolingua, questa parola . abbraccia due significati che si negano a vicenda. Applicata a un qualsiasi termine di confronto, sottolinea l’abitudine di affermare, con la massima impudenza e a dispetto dell’evidenza, che il nero è bianco. Applicata a un membro del Partito, indica la sincera volontà di affermare che il nero è bianco quando a richiederlo sia la disciplina di partito. Indica, però, anche la capacità di credere veramente che il nero sia bianco e, più ancora, di sapere che il nero è bianco, dimenticando di aver mai pensato il contrario. Tutto ciò impone una continua alterazione del passato, resa possibile da quel sistema di pensiero che effettivamente abbraccia dentro di sé tutto il resto e che è noto in neolingua come bipensiero. 

[…]

 

G. Orwell, Ora amava il Grande Fratello

 

Qualcosa cambiò nella musica che fuoriusciva dal teleschermo. Vi si intromise una nota spezzata, stridula, gialla. E poi — ma forse non stava veramente accadendo, forse era solo un ricordo che assumeva la forma di un suono — si udì una voce che cantava: 

Sotto il castagno, chissà perché,

io ti ho venduto e tu hai venduto me… 

Sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Nel passare fra i tavoli, un cameriere notò che il suo bicchiere era vuoto e tornò con la bottiglia di gin. 

Winston alzò il bicchiere e lo annusò. A ogni sorso che mandava giù, quella roba sembrava sempre più orribile, ma era diventata l’elemento in cui nuotava, la sua vita, morte e resurrezione. Era il gin che lo faceva affondare ogni notte in un sonno stuporoso, era il gin che ogni mattina lo rimetteva in piedi. Quando si svegliava (il che accadeva di rado prima delle undici), con le palpebre cispose, la bocca in fiamme e la schiena che sembrava spezzata, sarebbe stato impossibile sollevarsi dalla sua posizione orizzontale se non fosse stato per la bottiglia e la tazzina che aveva messo sul comodino la sera prima. Fino alle prime ore del pomeriggio se ne restava seduto con gli occhi vitrei, la bottiglia a portata di mano, ad ascoltare ciò che veniva dal teleschermo. Dalle quindici fino all’ora di chiusura era una presenza fissa al Bar del Castagno. A nessuno più importava quello che faceva, nessun fischio lo svegliava, nessun teleschermo gli lanciava rimproveri. Di tanto in tanto, forse un paio di volte la settimana, si recava in un ufficio polveroso e negletto del Ministero della Verità, dove svolgeva un certo lavoro, o piuttosto qualcosa che gli somigliava. Era stato inserito nella sottocommissione di una sottocomissione germogliata a sua volta da una delle innumerevoli commissioni che si occupavano delle difficoltà di minor rilievo insorte nella compilazione dell’Undicesima Edizione del Dizionario della Neolingua. […]

Per un attimo il teleschermo tacque. Winston alzò nuovamente il capo. Il bollettino! Ma no, stavano solo cambiando la musica. Aveva la mappa dell’Africa attaccata alle palpebre. Il movimento delle armate vi disegnava un diagramma: una freccia nera che attraversava la mappa in senso verticale, verso sud, e una bianca che, attraversandone la coda, si allungava in senso orizzontale verso est. Quasi a cercare conforto, alzò gli occhi verso la faccia impassibile del ritratto. Possibile mai che la seconda freccia fosse solo un parto della fantasia? 

Il suo interesse si affievolì nuovamente. Bevve un altro sorso di gin, sollevò il cavallo bianco e abbozzò una mossa. Scacco. Ma non doveva essere la mossa giusta, perché… 

Senza che fosse stato lui a evocarlo, un ricordo gli affiorò alla mente. Vide una stanza illuminata da una candela, un grosso letto coperto da una trapunta bianca, e se stesso, bambino di nove o dieci anni, seduto sul pavimento nell’atto di scuotere ridendo un bussolotto. Sua madre gli era seduta davanti e rideva anche lei. 

Doveva essere stato un mese prima che sua madre scomparisse. Si era trattato di un momento di conciliazione, nel quale non aveva sentito più la fame che gli dilaniava le viscere ma, almeno per un po’, il vecchio affetto che provava per lei. […] Per un intero pomeriggio erano stati felici tutti insieme, come nella sua prima infanzia. […]

Espulse questo quadretto dalla mente. Era un falso ricordo. Di tanto in tanto i falsi ricordi gli davano dei problemi, ma finché li si prendeva per quello che erano, non davano grossi turbamenti. Certe cose erano accadute, altre no. Tornò alla scacchiera, alzando nuovamente il cavallo bianco. Quasi nello stesso istante lo lasciò cadere fragorosamente. Aveva avuto un sobbalzo, come se fosse stato punto da uno spillo. 

Un acuto squillo di tromba echeggiò nell’aria. Era il bollettino. Vittoria! Quando lo squillo di tromba precedeva le notizie, era sempre un segno di vittoria. L’intero bar fu percorso da una specie di fremito elettrico. Perfino i camerieri erano trasaliti, e adesso rizzavano gli orecchi. 

Allo squillo di tromba era succeduto un fracasso assordante. Dal teleschermo si era già cominciata a udire una voce eccitatissima, che venne però quasi all’istante sovrastata da un gioioso tumulto proveniente dall’esterno. La notizia si era sparsa per le strade come per magia. Winston riuscì comunque a cogliere, di quello che veniva diffuso dal teleschermo, quanto bastava per capire che era accaduto proprio ciò che lui aveva previsto: un’armata immensa, messa insieme segretamente e trasportata via mare, un colpo improvviso sferrato alle spalle del nemico, la freccia bianca che squarciava la coda di quella nera. Frammenti di espressioni di trionfo si aprirono la strada nel generale frastuono: «Ampia manovra strategica… coordinamento perfetto… disfatta totale… mezzo milione di prigionieri… completa demoralizzazione… controllo dell’intera Africa… la guerra può ormai dirsi prossima alla fine… vittoria… la più grande vittoria nella storia dell’uomo… vittoria, vittoria, vittoria!». 

Winston cominciò a muovere freneticamente i piedi sotto il tavolo. Non si era mosso dal suo posto, ma con il pensiero già correva, correva veloce con le folle là fuori in strada, gridando di gioia fino ad assordarsi. Alzò di nuovo gli occhi verso il Grande Fratello. Il colosso che stava ritto a gambe larghe sul mondo! La roccia contro cui le orde asiatiche si erano scagliate invano! Appena dieci minuti prima, sì, il suo cuore si era sbagliato, quando si era domandato se le notizie dal fronte avrebbero annunciato la vittoria o la sconfitta. Ah, non era perito solo un esercito eurasiatico! Molte cose erano cambiate da quel primo giorno trascorso al Ministero dell’Amore, ma il mutamento finale, indispensabile, salvifico, si era verificato solo in quel momento. 

La voce proveniente dal teleschermo ancora gorgogliava notizie di prigionieri, di saccheggi, di massacri, ma fuori le grida si erano attutite. I camerieri stavano ormai tornando al loro lavoro. Uno di essi si avvicinò con la bottiglia di gin in mano ma Winston, immerso in una visione beata, non gli prestò la benché minima attenzione quando gli riempì nuovamente il bicchiere. Non correva, non gridava più il suo entusiasmo. Ora era di nuovo al Ministero dell’Amore. Tutto gli era stata perdonato, e la sua anima aveva la purezza della neve. Si trovava al banco degli imputati, a confessare tutto, a coinvolgere tutti. Seguito da una guardia armata, camminava lungo il corridoio piastrellato di bianco, ma aveva l’impressione di camminare nella luce del giorno. Il proiettile tanto atteso gli si stava finalmente piantando nel cervello.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello. 

George Orwell, 1984

George Orwell, 1984

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

George Orwell, 1984

 

1984 (Nineteen Eighty-Four) è un romanzo di George Orwell (1903-1950), pseudonimo di Eric Arthur Blair, pubblicato nel 1949. Il titolo indica l’anno presunto delle vicende narrate e deriva dall’inversione delle due cifre finali dell’anno in cui Orwell iniziò la stesura. Il romanzo, pubblicato pochi anni dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e dopo un’altra importante opera di Orwell (La fattoria degli animali, 1945), rappresenta per molti aspetti una dura critica al regime stalinista. 1984 è uno dei primi e più importanti esempi di romanzo distopico, in cui vengono tratteggiate le caratteristiche di un’utopia negativa.

Oceania, Eurasia, Estasia

Vi si descrive un futuro cupo in cui, dopo una guerra nucleare, il mondo è diviso in tre superpotenze totalitarie: Oceania, composta dalle Americhe, Settentrionale e Meridionale, dal Regno Unito, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’Africa meridionale (dove è al potere il Socing, ovvero Socialismo Inglese); Eurasia, composta dall’Europa e dalla Russia (dove è al potere il Neobolscevismo); Estasia, composta dalla Cina, dai paesi a Sud di essa e dal Giappone (dove è al potere il Culto della morte o Annientamento dell’io). Vi è poi un vasto e popolato territorio perennemente conteso, nel quadrilatero segnato dalle città di Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong. I tre superstati sono perennemente in guerra tra di loro ma le alleanze cambiano continuamente, come il nemico, e nessuno di essi riesce a prevalere. La loro esistenza appare piuttosto come una necessità reciproca, così come la guerra permanente, grazie alla quale i loro governanti possono tenere sottomessa la propria popolazione.

Il Socing e il Grande Fratello

In Oceania vige un regime totalitario fondato sugli ideali del Socing (acronimo di Socialismo Inglese) il Partito che detiene un potere assoluto, al cui vertice è posto il Grande Fratello, un dittatore la cui figura carismatica viene glorificata tramite giganteschi manifesti e tramite i mezzi di comunicazione. Ovunque è presente l’immagine del Grande fratello, che compare anche ossessivamente sui teleschermi, con i suoi capelli e baffi neri, che ricordano le fisionomie di Stalin e di Hitler. L’inglese “Big Brother” significa in realtà “Fratello maggiore”, ma è stato tradotto in italiano con “Grande Fratello”. La vita degli abitanti di Oceania è costantemente spiata da telecamere, dette “teleschermi”, che sono presenti in ogni abitazione e in ogni punto delle città. Questi sono gli strumenti con cui il potere diffonde ininterrottamente la propria propaganda e controlla i cittadini, in particolare i membri del Partito, anche nella loro vita privata, assicurandosi un controllo totale sulle loro vite. Ovunque nella città sono appesi grandi manifesti di propaganda che ritraggono il Grande Fratello, con la didascalia Il Grande Fratello vi guarda, e gli slogan del partito “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” che campeggiano anche sull’enorme palazzo del Miniver (Ministero della Verità).

Minipax, Miniabb, Miniamor, Miniver

Il potere viene esercitato tramite quattro ministeri che hanno sede a Londra, facente parte della provincia di Pista Uno. Il Ministero dell’Amore si occupa della sicurezza interna attraverso la polizia politica (“psicopolizia”) e della conversione di chiunque abbia comportamenti devianti rispetto al credo del regime. Il Ministero della Pace si occupa in realtà della guerra. Il Ministero dell’Abbondanza si occupa delle questioni economiche proclamando continuamente miglioramenti inesistenti e il superamento degli obiettivi produttivi prefissati. Il Ministero della Verità si occupa della propaganda, con un’incessante opera di falsificazione e di revisionismo storico che porta a modificare libri, notizie e giornali, secondo il principio basilare del Socing “Chi controlla il passato, controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato”.

Partito Interno, Partito Esterno e Prolet

La società è rigidamente divisa in classi: ci sono i membri del Partito Interno (funzionari di alto rango, leader e amministratori), i membri del Partito Esterno (quadri intermedi, burocrati, impiegati e funzionari subalterni) e infine i Prolet (la classe lavoratrice, che vive in quartieri separati e svolge i lavori manuali). I membri del Partito Interno risiedono in moderni e confortevoli edifici e hanno a disposizione persino della servitù, mentre quelli del Partito esterno vivono in fatiscenti palazzi-alveare. Attraverso i teleschermi, televisori forniti di telecamera, installati obbligatoriamente in ogni abitazione dei membri del Socing, che i membri del Partito Esterno non possono spegnere, il governo può facilmente osservare eventuali comportamenti non ortodossi. Attraverso il Ministero dell’Amore, il Partito controlla i membri del partito e converte i dissidenti alla sua ideologia. La polizia politica, la psicopolizia (in inglese, “Thought Police”), interviene in ogni situazione sospetta di eterodossia. I Prolet non hanno alcun potere né privilegio, svolgono i lavori pesanti in cambio del minimo per sopravvivere e vivono in tuguri nella zone degradate della città vecchia. Essi hanno tuttavia il vantaggio di non essere controllati se non in modo indiretto.

Il Bipensiero

L’unica forma di pensiero ammissibile in Oceania è il Bispensiero (“Doublethink”), sulla base del quale la menzogna diventa verità, diventa un fatto storico. I contenuti di libri, giornali, film e documenti vengono riscritti continuamente, eliminando e modificando tutto quanto contraddice la linea del Socing in quel momento. I fatti, i dati, i documenti che rivelino contraddizioni o errori del partito vengono sistematicamente cancellati e sostituiti da altri, ai quali i membri del Socing devono immediatamente adeguarsi, credendoli veri. Ad esempio, ad ogni ribaltamento di fronte tutti sono indotti e tenuti a credere che il nuovo nemico (alternativamente Estasia o Eurasia) è stato da sempre il nemico e che l’attuale alleato è da sempre alleato di Oceania. Nessuno deve ricordare e tanto meno rilevare che le cose siano andate diversamente.  Sul piano economico la produzione e la disponibilità di beni sembra in realtà peggiorare, ma tutti sono tenuti a credere alle continue vittorie, ai continui successi e miglioramenti propagandati dal Ministero dell’Abbondanza. 

La Neolingua

La letteratura “creativa” è stata abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti. Anche gli articoli di giornale che Winston “corregge” sono riscritti tramite un apparato, detto parlascrivi, in grado di produrre testo sotto dettatura. Nei buchi della memoria vengono gettati i documenti da distruggere, che saranno sostituiti da quelli rettificati e riscritti secondo la verità del momento. La lingua parlata in Oceania va trasformandosi in Neolingua (“Newspeak”), un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato univoco e privo di possibili sfumature eterodosse. La riduzione della lingua ai concetti più elementari ha lo scopo di rendere impossibile ogni forma di libero pensiero critico individuale. In tal modo, molte parole vengono eliminate dal vocabolario perché in diretto contrasto con l’ideologia del Socing: le parole legate ai concetti di libertà e di uguaglianza, contenute ora nel termine psicoreato, oppure parole come onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza, religione, che hanno cessato di esistere. Ma è tutto l’apparato linguistico a subire una drastica epurazione, in base alla quale, per esempio, non sono più necessari sinonimi e contrari: “buono” non avrà più bisogno di “cattivo”, che sarà sostituito da “sbuono”, così come termini come “eccellente”, “splendido” e altri saranno sostituiti da “plusbuono” e da “arciplusbuono”.

La Lega Giovanile Antisesso

A Oceania il sesso viene fortemente disincentivato, come il libero pensiero. È stata creata la Lega Giovanile Antisesso, che propugna la totale castità e la sessualità è ammessa solo in funzione della procreazione (anche se spesso si ricorre all’inseminazione artificiale, Insemart in neolingua). Per i membri del Partito la sessualità non si accompagna al piacere ma significa soltanto mettere al mondo figli, ovvero fare “il nostro dovere verso il Partito”. La famiglia stessa diventa poi uno strumento di controllo, infatti i figli vengono incoraggiati a spiare i propri genitori e a riferire alla psicopolizia ogni loro potenziale comportamento ostile al Partito.

Winston Smith

Il protagonista, Winston Smith, è un funzionario di basso rango del Partito Esterno che lavora al Ministero della Verità, dove modifica testi, libri e foto del passato alterando la verità e ricreandone un’altra confacente ai desideri del Partito. Winston mal sopporta la rigida dottrina e la presenza assillante del regime ma soprattutto le continue mistificazioni dovute ai repentini voltafaccia politici. Winston è sposato ma separato dalla moglie, una ligia e frigida funzionaria di Partito. Privo di famiglia e di affetti, ha modo di constatare le miserevoli condizioni di vita dei prolet, che è tuttavia meno controllata dagli organi della psicopolizia. 

Il diario

Il protagonista inizia a scrivere un diario, attività estremamente pericolosa, in cui riporta le proprie critiche al Partito e al Grande Fratello, nascondendosi nell’unico angolo della casa dove il teleschermo non può vederlo. Winston annota nel diario di aver incontrato due persone, mentre era in attesa dei Due Minuti d’Odio, una giovane donna dai capelli neri e dal viso lentigginoso, con la fascia scarlatta della Lega Giovanile Antisesso, e un potente esponente del Partito Interno, tale O’Brien, che agli occhi del protagonista presenta un’aria intelligente ed eterodossa.

I “due minuti dell’odio”

Durante i “Due minuti dell’odio” Emmanuel Goldstein, traditore del Partito e  nemico giurato del Grande Fratello, diventa l’oggetto contro il quale si scarica un odio incontrollato, con manifestazioni di isteria collettiva. L’aspetto di Goldstein (scarno volto da ebreo, ampia e crespa aureola di capelli bianchi,  barbetta caprina) ricorda, con evidenza, quello di Lev Trotsky (il cui vero nome era Lev Davidovič Bronštejn) il leader bolscevico che fungeva da capro espiatorio per il regime di Stalin. Goldstein è stato espulso ed è ora considerato il suo principale nemico, il traditore per eccellenza, fondatore di una misteriosa Confraternita.

Julia

Winston inizialmente sospetta che Julia sia una spia della psicopolizia, ma un giorno la ragazza gli fa avere di nascosto un biglietto di carta, su cui è scritto: “Ti amo”. Inizia così la relazione tra i due protagonisti, molto pericolosa perché il regime proibisce il sesso, ammettendolo solo in funzione della procreazione e della creazione di una famiglia. I due amanti, dopo fugaci incontri in luoghi isolati in campagna, decidono di affittare una stanza sprovvista di teleschermo, nel settore proletario della città, dall’antiquario Mr. Charrington, che sembra condividere con loro l’opposizione al Partito e che ha in precedenza venduto a Winston il suo diario. L’avversione al Partito è per Winston più razionale e ideologica, con l’illusione che in futuro le cose possano cambiare, grazie alla presa di coscienza e alla ribellione dei prolet. Quella di Julia è invece un’avversione più istintiva e priva di ambizioni di cambiamento, da lei ritenute impossibili, mentre quel che si può fare è trasgredire le rigide regole, per esempio quelle sul sesso, che sono di fatto violate dagli stessi membri del Partito Interno.

Teoria e prassi del collettivismo oligarchico

Dopo qualche tempo O’Brien si “rivela” a Winston e gli dà appuntamento nel suo lussuosissimo appartamento, riservato ai soli membri del Partito Interno. O’Brien (per cui Winston nutre sentimenti ambivalenti, dalla paura all’ammirazione) gli rivela di essere in effetti un membro della Confraternita e di lavorare per il crollo del Socing. Gli fa poi pervenire il libro segreto di Goldstein, Teoria e prassi del collettivismo oligarchico i cui è esposta una compiuta analisi e critica del regime vigente a Oceania. In realtà O’Brien è un emissario della psicopolizia, così come Mr. Charrington: Winston e Julia vengono arrestati in flagrante nella loro stanza e condotti al Ministero dall’amore, dove sono separati e barbaramente torturati da O’Brien stesso.

Apprendimento, comprensione, accettazione

Oltre alla violenza fisica, il Partito ricorre al condizionamento psicologico, secondo la logica del Bipensiero, per cui bisogna imparare a sostenere contemporaneamente idee e tesi opposte tra loro, in modo da essere sempre fedeli alla ortodossia del Partito e alla sua opera di rimozione del passato. Il Bipensiero si suddivide nelle tre fasi dell’apprendimento, della comprensione e dell’accettazione, che culminano nel completo lavaggio del cervello della vittima e quindi nella costruzione di una verità alternativa. L’obiettivo non è tanto quello dell’eliminazione fisica, che comunque in genere è l’esito dei trattamenti riservati ai dissidenti. Nelle mani del Ministero dell’Amore l’eretico dovrà giungere ad essere convinto della propria colpevolezza, a condividere fanaticamente le idee del Partito e persino ad amare il Grande Fratello.

“Fatelo a Julia! Fatelo a Julia!…”

Winston resiste alle torture fisiche e psichiche, per non tradire Julia almeno sul piano dei sentimenti che prova per lei, ma capitola quando, dopo mesi, viene condotto da O’Brien nella famigerata Stanza 101, dove c’è “la peggiore cosa del mondo”. Nel caso di Wilson essa è costituita dal suo terrore per i topi e O’Brien gli spiega con freddezza come essi si comporteranno con lui, azzannandolo, una volta aperta la gabbia che conduce al suo volto. Terrorizzato,  mentre il suo torturatore accenna ad aprire la gabbia, Wilson grida “Fatelo a Julia! Fatelo a Julia! A Julia, non a me!…” e viene liberato. O’Brien ha raggiunto il suo obiettivo: Wilson ha rinnegato e tradito tutto se stesso e ha tradito persino la donna amata.

Ora amava il Grande Fratello

Winston viene così reinserito nel mondo civile, essendo ora un servitore devoto e fedele del Grande Fratello. Quando in un parco incontra Julia, i due amanti si confessano di essersi traditi a vicenda per sfuggire alle torture e capisce di non provare più sentimenti per lei. Benché turbato dall’affiorare di ricordi del passato, che ora è convinto essere falsi, il protagonista è ormai completamente rientrato in una completa ortodossia, con l’aiuto di forti dosi di gin . Quando in un bar lo raggiunge la notizia di un importante successo dell’esercito di Oceania nella guerra in Africa, Winston prova un impeto di ammirazione e si rende conto di essere finalmente riuscito a trionfare su se stesso, comprendendo la grandezza del Grande Fratello e giungendo infine ad amarlo. 

Orwell, anarchico passato al socialismo, combattente in Spagna con il POUM, fu vittima delle persecuzioni staliniste durante la guerra civile spagnola, descritte nel suo libro Omaggio alla Catalogna. Nacque così in lui la necessità di combattere ogni forma di totalitarismo e una forte avversione per il regime di Stalin. Orwell scrisse 1984, ispirandosi, oltreché alle proprie esperienze, a Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley, al romanzo distopico russo Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin, pubblicato nel 1924 e al romanzo Buio a mezzogiorno del 1940, di Arthur Koestler.

 

La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza

Il Ministero della Verità (Miniver, in neolingua) differiva in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere. 
Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza dopo terrazza, fino all’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca 
facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito: 
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ 
L’IGNORANZA È FORZA 
Si diceva che il Ministero della Verità contenesse tremila stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Face- vano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero apparato governativo: il Ministero della Verità, che si occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamor e Miniabb. 
Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. 
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava davanti al teleschermo. 

 

George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1950.

https://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)

https://library.weschool.com/lezione/george-orwell-1984-riassunto-trama-romanzo-distopico-12666.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Orwell_1984

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José Saramago, Cecità

José Saramago, Cecità

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di Giorgio Baruzzi

José Saramago, Cecità

«Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che, pur vedendo, non vedono» (La moglie del medico).

 

>>> José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.
 
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.
Ben presto la cecità comincia a diffondersi: il “ladro di automobili”, “il medico” e la “moglie del primo cieco” sono tutti colpiti dalla strana malattia. La “moglie del medico” è l’unica a non essere contagiata. L’epidemia, definita “mal bianco”, si diffonde in tutta la città e il governo decide, in attesa di trovare una terapia, di rinchiudere i ciechi in vari edifici, per evitare il contagio. Il medico e sua moglie, l’unica dotata della vista, ma fintasi cieca per non separarsi dal marito, vengono internati in un ex manicomio dove incontrano il primo cieco e sua moglie, la ragazza dagli occhiali scuri, il ladro di automobili, il vecchio con una benda nera e il ragazzino strabico, tutti colpiti dalla malattia contratta nello studio oculistico.
Ogni giorno i soldati messi a sorvegliare che nessuno fugga dalla quarantena, forniscono il cibo agli internati. Inizialmente la distribuzione degli alimenti avviene in modo abbastanza regolare, ma ben presto i rifornimenti scarseggiano e i ciechi si ritrovano abbandonati a se stessi, anche perché la cecità si diffonde tra i soldati e i politici, fino a colpire tutto il paese.
All’interno dell’ex manicomio, inoltre, un gruppo di ciechi (i “ciechi malvagi”) si impossessa di tutte le razioni di cibo provenienti dall’esterno. I ciechi malvagi tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, accentrando nella loro camerata tutto il cibo, lasciando deperire quello in eccesso. Essi poi lo concedono in parte agli altri ciechi ricattandoli, facendosi consegnare tutti gli oggetti di valore. Non esitano neppure a pretendere rapporti sessuali con le donne, pena il blocco di qualsiasi rifornimento di generi alimentari. Vani sono le proteste e i tentativi di ribellione, perché il leader del gruppo è in possesso di una pistola, di cui fa uso più volte.
Così, le donne delle diverse camerate sono costrette a subire ripetutamente inaudite violenze, finché durante uno di questi stupri collettivi la moglie del medico (l’unica ancora dotata della vista) uccide il capo dei ciechi malvagi sgozzandolo con un paio di forbici.
Ma eliminato il capo ne subentra un altro, che si impossessa della pistola. Così, nel tentativo di rendere inoffensivi i “ciechi malvagi”, un’altra donna dà fuoco ai materassi che ostruiscono l’accesso alla loro camerata. Il fuoco però si diffonde e finisce per avvolgere tutto l’edificio. Molti ciechi muoiono, ma una parte di loro (tra cui il gruppo della moglie del medico), riesce a uscire all’aria aperta, poiché non ci sono più soldati a sorvegliare l’uscita dall’ex manicomio.
All’esterno la moglie del medico vede quanto drammatica sia la situazione della città, in totale abbandono, con morti per le strade, gruppi di ciechi che occupano le case altrui e lottano per procurarsi del cibo. La moglie del medico, dopo aver condotto al sicuro in un negozio il suo gruppo, si allontana per procurarsi cibo e lo trova in discreta quantità nel magazzino di un supermercato, che i ciechi non hanno scoperto. Al ritorno non trova la strada e, stremata, si accascia a terra e piange disperata. Un cane le si avvicina e lecca le sue lacrime. Quando alza lo sguardo, la donna vede un cartello con una grande mappa, che le permette di orientarsi e di raggiungere il gruppo, seguita da quello che sarà in seguito chiamato “il cane delle lacrime”.
Il gruppo cerca in qualche modo di organizzarsi, dopo aver trovato rifugio nell’appartamento dell’oculista e della moglie, e tra i suoi membri si instaura un rapporto di amicizia. Tutti riescono decentemente a ripulirsi delle lordure accumulate attraversando la città e a lavarsi, grazie a una provvidenziale pioggia che la moglie del medico riesce a sfruttare. Tuttavia la situazione sembra non avere via d’uscita, destinata anzi a peggiorare, per il persistere dell’epidemia, per la crescente carenza di cibo, per i cadaveri che sempre più si trovano per le strade, per le pessime condizioni igieniche.
A un certo punto, quando la situazione sembra ormai disperata, “il primo cieco” recupera improvvisamente la vista e tutti i ciechi via via guariscono senza alcuna ragione apparente, proprio come all’inizio della vicenda era sopraggiunta l’epidemia.

 

La cecità come metafora dell’indifferenza
Cecità fu pubblicato per la prima volta in Portogallo nel 1995, con il titolo di Ensaio sobre a Cegueira ovvero Saggio sulla cecità. In Italia fu edito da Einaudi l’anno successivo. La cecità è nel romanzo metafora dell’indifferenza: ognuno pensa per sé e cerca di sopravvivere in tutti i modi, spesso a scapito del prossimo. L’indifferenza si manifesta platealmente con il dilagare della cecità, ma era già presente in precedenza nella società. In determinate circostanze gli uomini non esitano ad esternare i loro peggiori istinti, che però fanno già parte del loro essere. Saramago mette a nudo l’individuo e pone in evidenza tutti i suoi limiti, mostrando che il virus più letale è quello dell’indifferenza, dell’assenza di solidarietà e dell’egoismo. Il romanzo vuole far riflettere sul buio della ragione che ha colpito l’uomo, sulla sua irrazionalità, sulla sua assenza di umanità, sulle sue paure e sulle sue fragilità. Nel suo discorso di prolusione al Nobel, Saramago sostiene di aver scritto Cecità “per ricordare a quelli che volessero leggerlo che noi usiamo perversamente la ragione quando umiliamo la vita, che la dignità dell’essere umano è ogni giorno insultata dai poteri del nostro mondo, che la menzogna universale prende il posto delle verità plurali, che l’uomo smette di rispettare se stesso quando perde il rispetto dovuto al suo simile”.

 

La cecità e i meccanismi del potere
Anche lo Stato abdica ai suoi doveri di solidarietà, divenendo mero strumento di oppressione, incapace sia di proteggere gli individui sia di garantire i fondamentali diritti dell’essere umano. Di fronte al diffondersi di un morbo, che nessuno sa come fermare, l’unica decisione di cui le istituzioni si mostrano capaci è quella di rinchiudere i ciechi in un ex manicomio, separandoli così dai “sani”. La risposta “militare” viene scelta come l’unica capace di tenere sotto controllo l’irrazionale, ma si rivelerà del tutto inadeguata, oltre che crudele. I ciechi sono costretti a una quarantena che assumerà i tratti di una drammatica, tragica prigionia. Le  immagini del romanzo richiamano alla memoria i campi di concentramento e di prigionia, con grandi camere e corridoi dove i contagiati sono abbandonati a se stessi e costretti a vivere in condizioni disumane e degradanti. La soppressione di ogni libertà di movimento si accompagna alla repressione e alla cancellazione di ogni diritto, fino al soffocamento completo della dignità umana.
Illuminante l’appello rivolto ai contagiati (ogni giorno ripetuto dagli altoparlanti):
«Al Governo rincresce di essere stato costretto a esercitare energicamente quello che considera suo diritto e suo dovere, proteggere con tutti i mezzi la popolazione nella crisi che stiamo attraversando, quando sembra si verifichi qualcosa di simile a una violenta epidemia di cecità, provvisoriamente designata come mal bianco, e desidererebbe poter contare sul senso civico e la collaborazione di tutti i cittadini per bloccare il propagarsi del contagio (…) La decisione di riunire in uno stesso luogo tutte le persone colpite e, in un luogo prossimo, ma separato, quelle che con esse abbiano avuto qualche tipo di contatto, non è stata presa senza seria ponderazione. Il Governo è perfettamente consapevole delle proprie responsabilità e si aspetta da coloro ai quali questo messaggio è rivolto che assumano anch’essi, da cittadini rispettosi quali devono essere, le loro responsabilità, pensando anche che l’isolamento in cui adesso si trovano rappresenterà, al di là di qualsiasi altra considerazione personale, un atto di solidarietà con il resto della comunità nazionale…».
L’isolamento è spacciato per atto di solidarietà, verso il resto della comunità nazionale. Le decisioni del Governo come esigenze di ordine superiore, per impedire il diffondersi del contagio. Il seguito dell’appello non lascia dubbi: i contagiati non dovranno aspettarsi nulla, sono isolati e abbandonati a se stessi. Si fornirà loro il cibo (peraltro in quantità insufficiente) ma nulla altro e ogni tentativo di fuga sarà stroncato nel sangue senza esitazione.
 
Homo homini lupus
Durante la reclusione nel manicomio, i contagiati non sono in grado, nonostante i tentativi messi in atto da una parte di essi, di darsi un’organizzazione solidale. Per meglio dire, i tentativi in questo senso sono sopraffatti dagli egoismi e dagli istinti di sopraffazione. Essi subiscono una sorta di regressione, che li porta a vivere in uno stato di natura hobbesiano (homo homini lupus), di lotta per la sopravvivenza, in cui vige la legge del più forte. Un gruppo ristretto (i “ciechi malvagi”) esercita una crudele dittatura tramite la violenza e il ricatto. I ciechi malvagi infatti tengono gli altri internati in uno stato di fame perenne, raccogliendo nella loro camerata tutto il cibo che viene portato dall’esterno. E piuttosto che distribuire quello in eccesso agli altri malati lo lasciano marcire. La fame è dunque dovuta, in parte, alla brutalità e all’egoismo di chi ha acquisito il potere di distribuirlo. L’egoismo di pochi predomina e provoca la sofferenza di molti facendo emergere un sadico gusto nell’infliggere dolore e nell’arrecare il male. I “ciechi malvagi” iniziano con il richiedere beni di valore, come ori e gioielli, per poi imporre in modo metodico e crudele lo stupro delle donne, come moneta di scambio per fornire cibo agli altri ciechi.
Ma il buio della ragione si palesa forse ancor più quando i ciechi, abbandonata la quarantena, si ritrovano a vagare per la città devastata, in uno scenario da incubo. Il dono della vista è per la moglie del medico un privilegio ma al tempo stesso una maledizione. Infatti i suoi occhi le mostrano immagini tremende, insopportabili, desolanti: morti per le strade, liquami e rifiuti abbandonati ovunque, cani randagi e famelici e una lotta continua degli uomini per procurarsi un po’ di cibo. A lei toccherà il compito di mettersi alla guida del gruppo, di assumere decisioni determinanti per la sopravvivenza dei suoi compagni.
 
Tra disperazione e speranza
Nel romanzo la solidarietà sembra essere circoscritta alle sole donne, a partire dal trauma dello stupro da parte dei ciechi malvagi. In questo contesto, la figura della “moglie del medico” è senz’altro un personaggio positivo, ma anch’ella è costretta a macchiarsi di crimini per sopravvivere e per proteggere gli altri. La donna, l’unica ancora in grado di vedere, uccide infatti il capo dei “ciechi malvagi”. Poi un’altra donna trova un accendino e decide di dar fuoco alla camerata dei “malvados”, finendo col dare alle fiamme l’intero edificio.
La “moglie del medico” è il punto di riferimento, non solo in quanto guida del suo gruppo durante le peregrinazioni nella città devastata, ma anche perché si è guadagnata la fiducia dei compagni, che riconoscono la sua consapevolezza e correttezza nell’agire. Grazie a lei il gruppo esce dal manicomio per entrare nella città in preda al morbo. Grazie alle sue scelte il gruppo trova riparo, cibo e protezione.
Tuttavia la situazione appare senza via d’uscita. La tragedia collettiva sembra ormai senza ritorno. Anche i medici sono accecati dal “mal bianco” e i protagonisti sono sul punto di perdere qualsiasi speranza. All’improvviso però, quando ormai tutto sembra perduto, il primo cieco riacquista la vista, lasciando intuire che la guarigione dalla cecità è vicina. E via via tutti gli altri ciechi ricominciano a vedere. Non vi è alcuna spiegazione per quanto accaduto, se non quella pronunciata dalla “moglie del medico” alla fine del romanzo:
Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, ciechi che non vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”.
La cecità non è una menomazione fisica, non riguarda gli occhi ma una condizione insita nella natura umana.
 
Lo stile
Saramago non attribuisce ai personaggi nomi propri ma li identifica tramite espressioni impersonali, come “la moglie del medico”, “la ragazza dagli occhiali scuri”, “il vecchio con la benda”, “il ragazzino strabico” e così via. Inoltre, i dialoghi sono inseriti in una sorta di flusso narrativo, in periodi generalmente lunghi, in cui il segno di punteggiatura prevalente è la virgola, e non sono introdotti dai due punti e dalle virgolette. Le parole dei diversi personaggi sono anch’esse separate dalla virgola, seguita da una parola che inizia con la lettera maiuscola. Queste particolarità dello stile rendono fluida la narrazione, in cui discorso diretto, indiretto e indiretto libero si fondono. Inizialmente queste caratteristiche peculiari possono creare qualche difficoltà al lettore, ma finiscono poi per catturarne l’attenzione e per immergerlo pienamente nella vicenda narrata. Il suo stile, vicino al parlato e ricco di ironia, fonde l’esposizione oggettiva con il commento del narratore e con l’esplorazione del mondo interiore dei personaggi.

 

Il film ” Blindness” è tratto da questo romanzo

 

https://alleyoop.ilsole24ore.com/2020/05/03/cecita-tempo-eterno-della-peste/?refresh_ce=1

https://www.langolodeilibri.it/cecita-saramago-libri-da-leggere/

http://www.dicoseunpo.it/Nobel_della_Lettartura_files/Saramago.pdf

 

>> José Saramago (1922-2010) è lo scrittore portoghese più letto e tradotto nel mondo. I suoi libri più noti sono Memoriale del convento (1984), L’anno della morte di Ricardo Reis (1985), Storia dell’assedio di Lisbona (1990), Il vangelo secondo Gesù Cristo (1993), Cecità (1995), Le intermittenze della morte (2005). Nel 1998 ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato a uno scrittore di lingua portoghese. Saramago è morto il 18 giugno 2010.

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José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

José Saramago, Quella notte il cieco sognò di essere cieco.

Da José Saramago, Cecità
In un’indefinita città, un uomo fermo al semaforo in attesa del verde, all’improvviso diventa cieco. Si tratta di una cecità anomala, poiché curiosamente i suoi occhi sono accecati non dal nero ma da un bianco luminoso, simile al latte. Un uomo si presta ad accompagnarlo a casa ma poi, dopo averlo lasciato nella sua abitazione, lo deruba dell’auto. Il cieco racconta l’accaduto a sua moglie e i due si recano da un oculista, dove trovano un “vecchio con una benda nera” su un occhio, un “ragazzino strabico”, accompagnato da una donna e una “ragazza dagli occhiali scuri”. Il medico, dopo aver esaminato l’uomo (che in seguito sarà chiamato “il primo cieco”), non sa trovare alcuna spiegazione per quell’improvvisa cecità.

 

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero dell’asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentissero arrivare nell’aria la frustata. Ormai i pedoni sono passati, ma il segnale di via libera per le macchine tarderà ancora alcuni secondi, c’è chi dice che questo indugio, in apparenza tanto insignificante, se moltiplicato per le migliaia di semafori esistenti nella città e per i successivi cambiamenti dei tre colori di ciascuno, è una delle più significative cause degli ingorghi, o imbottigliamenti, se vogliamo usare il termine corrente, della circolazione automobilistica. 

Finalmente si accese il verde, le macchine partirono bruscamente, ma si notò subito che non erano partite tutte quante. La prima della fila di mezzo è ferma, dev’esserci un problema meccanico, l’acceleratore rotto, la leva del cambio che si è bloccata, o un’avaria nell’impianto idraulico, blocco dei freni, interruzione del circuito elettrico, a meno che non le sia semplicemente finita la benzina, non sarebbe la prima volta. Il nuovo raggruppamento di pedoni che si sta formando sui marciapiedi vede il conducente dell’automobile immobilizzata sbracciarsi dietro il parabrezza, mentre le macchine appresso a lui suonano il clacson freneticamente. Alcuni conducenti sono già balzati fuori, disposti a spingere l’automobile in panne fin là dove non blocchi il traffico, picchiano furiosamente sui finestrini chiusi, l’uomo che sta dentro volta la testa verso di loro, da un lato, dall’altro, si vede che urla qualche cosa, dai movimenti della bocca si capisce che ripete una parola, non una, due, infatti è così, come si viene a sapere quando qualcuno, finalmente, riesce ad aprire uno sportello, Sono cieco. 

Non lo si direbbe. Considerati com’è possibile in questo momento, appena di sfuggita, gli occhi dell’uomo sembrano sani, l’iride si presenta nitida, luminosa, la sclera bianca, compatta come porcellana. Ma le palpebre spalancate, la pelle raggrinzita del viso, le sopracciglia improvvisamente ribelli, il tutto, chiunque può verificarlo, è sconvolto dall’angoscia. Da un momento all’altro, quel che era visibile è scomparso dietro i suoi pugni chiusi, come se l’uomo volesse trattenere all’interno del cervello l’ultima immagine colta, una luce rossa, rotonda, a un semaforo. Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti. Passerà, vedrà che passerà, a volte sono i nervi, disse una donna. Il semaforo aveva già cambiato colore, alcuni passanti curiosi si avvicinavano al gruppo, e i conducenti che, dietro, non sapevano cosa stesse succedendo, protestavano contro quello che ritenevano un normale incidente di traffico, un faro rotto, un parafango ammaccato, niente che giustificasse quella confusione, Chiamate la polizia, gridavano, togliete da lì quel bidone. Il cieco implorava, Per favore, qualcuno mi porti a casa. La donna che aveva parlato di nervi fu dell’opinione che si dovesse chiamare un’ambulanza, trasportare quel poveretto all’ospedale, ma il cieco disse che no, non così tanto, chiedeva solo di essere accompagnato a piedi fino alla porta del palazzo dove abitava, è qui vicino, mi fareste un grande favore. E la macchina, domandò una voce. Un’altra voce rispose, La chiave è inserita, mettiamola sul marciapiede. Non c’è bisogno, intervenne una terza voce, mi occupo io della macchina e accompagno questo signore a casa. Si udirono mormorii di approvazione. Il cieco si sentì prendere per il braccio, Venga, venga con me, gli diceva la stessa voce. Lo aiutarono a sedersi sul sedile accanto al conducente, gli misero la cintura di sicurezza, Non vedo, non vedo, mormorava fra il pianto, Mi dica dove abita, chiese l’altro. Dai finestrini della macchina spiavano facce voraci, avide di novità. Il cieco si portò le mani agli occhi, le agitò, Niente, è come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte, Ma la cecità non è così, disse l’altro, la cecità dicono sia nera, Invece io vedo tutto bianco, Magari aveva ragione quella donna, potrebbero essere i nervi, i nervi sono diabolici, Lo so io che cos’è, è una disgrazia, sì, una disgrazia, Mi dica dove abita, per favore, in quell’istante si sentì l’avviamento del motore. Balbettando, come se la mancanza della vista gli avesse indebolito la memoria, il cieco diede un indirizzo, poi disse, Non so come ringraziarla, e l’altro rispose, Via, non ha importanza, oggi a lei, domani a me, chissà cosa ci aspetta, Ha ragione, chi me l’avrebbe detto, quando sono uscito da casa stamattina, che stava per capitarmi una iattura del genere.

Si stupì che fossero ancora fermi, Perché non ci muoviamo, domandò, è rosso, rispose l’altro, Ah, fece il cieco, e ricominciò a piangere. Da quel momento in poi non avrebbe potuto più sapere quando il semaforo era rosso. 

Proprio come aveva detto il cieco, la casa era lì vicino. Ma i marciapiedi erano tutti occupati da automobili, non trovarono dove mettere la macchina, perciò furono costretti ad andare a cercar posto in una delle traverse. Lì, per via del marciapiede troppo stretto lo sportello del sedile accanto al conducente sarebbe stato a poco più di un palmo dal muro, e quindi il cieco, per non dover sottostare all’angoscia di trascinarsi da un sedile all’altro, con la leva del cambio e il volante a ostacolarlo, dovette uscire prima. Abbandonato lì in mezzo alla strada, sentendo il terreno sfuggirgli sotto i piedi, tentò di contenere il dolore che gli saliva in gola. Agitava le mani davanti alla faccia, nervosamente, come se nuotasse in quel che aveva definito un mare di latte, e la bocca gli si stava già aprendo per lanciare un grido di aiuto quando, all’ultimo momento, la mano dell’altro gli sfiorò leggermente il braccio, Si calmi, la conduco io. Cominciarono a camminare molto lentamente, per paura di cadere il cieco trascinava i piedi, ma così inciampava sulle irregolarità del marciapiede, Abbia pazienza, stiamo quasi per arrivare, mormorava l’altro, e un po’ più avanti domandò, C’è qualcuno a casa che possa prendersi cura di lei, e il cieco rispose, Non so, mia moglie non sarà ancora tornata dal lavoro, oggi mi è capitato di uscire prima, e guarda cosa mi succede, Vedrà, non sarà niente, non ho mai sentito di qualcuno che si sia ritrovato cieco così all’improvviso, E io che mi vantavo addirittura di non usare gli occhiali, non ne ho mai avuto bisogno, E allora, lo vede. Erano arrivati davanti alla porta del palazzo, due donne del vicinato guardarono curiose la scena, quel vicino condotto per il braccio, ma nessuna delle due ebbe idea di domandare, Le è entrato qualcosa negli occhi, non gli venne in mente, e tantomeno lui avrebbe potuto rispondere, Sì, mi è entrato un mare di latte. Una volta dentro il palazzo, il cieco disse, Grazie mille, scusi per il disturbo che le ho causato, adesso me la cavo da solo. Per carità, salgo con lei, non starei tranquillo se la lasciassi qui. Entrarono con difficoltà nell’ascensore stretto, A che piano abita, Al terzo, non immagina quanto le sia grato. Non mi ringrazi, oggi a lei, Sì, ha ragione, domani a lei. L’ascensore si fermò, uscirono sul pianerottolo, Vuole che l’aiuti ad aprire la porta, Grazie, questo credo di poterlo fare. Tirò fuori dalla tasca un piccolo mazzo di chiavi, le tastò, una per una, lungo il dentellato, disse, Dev’essere questa, e, toccando la serratura con la punta delle dita, tentò di aprire la porta, Non è questa, Mi faccia vedere, l’aiuto io. La porta si aprì al terzo tentativo. Allora il cieco domandò, rivolto verso l’interno, Ci sei. Non rispose nessuno, e lui, Lo dicevo io, non è ancora arrivata. Con le mani alzate davanti a sé, brancolando, percorse il corridoio, poi si voltò con cautela, orientando la faccia nella direzione in cui calcolava si trovasse l’altro, Come potrò mai ringraziarla, disse, Non ho fatto altro che il mio dovere, si giustificò il buon samaritano, non mi ringrazi, e aggiunse, Vuole che l’aiuti a sistemarsi, che le faccia compagnia finché non arriva sua moglie. All’improvviso tutto quello zelo insospettì il cieco, ovviamente non avrebbe fatto entrare in casa uno sconosciuto che, in fin dei conti, poteva star benissimo escogitando, in quel preciso momento, come sottomettere, legare e tramortire lo sventurato cieco indifeso, per poi impossessarsi di quanto avesse trovato di valore. Non è necessario, non si disturbi, disse, sono a posto, e mentre chiudeva la porta lentamente ripeté, Non è necessario, non è necessario. 

Tirò un sospiro di sollievo sentendo il rumore dell’ascensore che scendeva. Con un gesto meccanico, senza ricordarsi dello stato in cui si trovava, scostò il coperchietto dello spioncino e sbirciò fuori. Era come se ci fosse un muro bianco dall’altro lato. Sentiva il contatto della ghiera metallica sull’arcata sopracciliare, sfiorava con le ciglia la minuscola lente, ma non riusciva a vederle, l’insondabile biancore copriva tutto. Sapeva di essere a casa sua, la riconosceva dall’odore, dall’atmosfera, dal silenzio, distingueva i mobili e gli oggetti al solo toccarli, passandovi sopra le dita, leggermente, ma era già come se tutto si stesse stemperando in una specie di strana dimensione, senza direzioni né riferimenti, senza nord né sud, senza basso né alto. Come probabilmente hanno fatto tutti, a volte aveva giocato con se stesso, nell’adolescenza, al gioco del E se fossi cieco, ed era arrivato alla conclusione, dopo cinque minuti a occhi chiusi, che la cecità, senza alcun dubbio una terribile disgrazia, avrebbe comunque potuto essere relativamente sopportabile se la vittima di una simile sventura avesse mantenuto un ricordo sufficiente, non solo dei colori, ma anche delle forme e dei piani, delle superfici e dei contorni, supponendo, è chiaro, che la suddetta cecità non fosse di nascita. Era arrivato persino al punto di pensare che il buio in cui i ciechi vivevano fosse in definitiva soltanto la semplice assenza di luce, che ciò che chiamiamo cecità fosse qualcosa che si limitava a coprire l’apparenza degli esseri e delle cose, lasciandoli intatti al di là di quel velo nero. Adesso, però, si ritrovava immerso in un biancore talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili. 

Nel muoversi in direzione del soggiorno, e malgrado la prudente lentezza con cui avanzava, facendo scivolare la mano esitante lungo la parete, fece cadere per terra un vaso di fiori che non si aspettava. Se n’era dimenticato, o forse lo aveva lasciato lì sua moglie uscendo, con l’intenzione di trovargli poi un posto adatto. Si chinò per valutare la gravità del disastro. L’acqua si era sparsa sul pavimento incerato. Fece per raccogliere i fiori, ma non pensò ai pezzi di vetro, una scheggia lunga, sottilissima, gli s’infilò in un dito, e lui riprese a lacrimare di dolore, di abbandono, come un bambino, accecato dal biancore in una casa che, nel tardo pomeriggio, cominciava già a scurirsi. Senza mollare i fiori, sentendo il sangue scorrere, si contorse per tirar fuori di tasca il fazzoletto e, alla meglio si avvolse il dito. Poi, brancolando, inciampando, aggirando i mobili, camminando con cautela per non infilare i piedi sotto i tappeti, raggiunse il divano dove lui e la moglie guardavano la televisione. Si sedette, si mise i fiori sulle ginocchia e, con molta cura, srotolò il fazzoletto. Il sangue, appiccicoso al tatto, lo turbò, forse perché non lo poteva vedere, pensò, il suo sangue si era trasformato in una viscosità incolore, in qualcosa in un certo qual modo estraneo che tuttavia gli apparteneva, ma come una minaccia di sé contro se stesso. Piano piano, palpeggiando lievemente con la mano sana, cercò la sottile scheggia di vetro, aguzza come una minuscola spada, e con le unghie del pollice e dell’indice a mo’ di pinza riuscì a estrarla intera. Riavvolse nel fazzoletto il dito ferito, ben stretto per bloccare il sangue, e vinto, esausto, si abbandonò sul divano. Un minuto dopo, per uno di quei non rari cedimenti del corpo che, per rinunciare, sceglie certi momenti di angoscia o di disperazione, mentre, se si basasse esclusivamente sulla logica, tutti i suoi nervi dovrebbero esser desti e tesi, avvertì una sorta di spossatezza, una sonnolenza più che un vero e proprio sonno, ma altrettanto pesante. Immediatamente sognò di giocare al gioco del E se fossi cieco, sognava di chiudere e aprire gli occhi diverse volte, e ogni volta, come di ritorno da un viaggio di ritrovare ad attenderlo, salde e inalterate, tutte le forme e i colori, il mondo a lui noto. Al di sotto di questa certezza tranquillizzante avvertiva, tuttavia, il rodere sordo di un dubbio, forse si trattava di un sogno ingannevole, un sogno da cui prima o poi si sarebbe dovuto svegliare, ma senza poi sapere quale realtà ci sarebbe stata ad attenderlo. In seguito, ammesso che l’espressione abbia un significato applicata a quel senso di spossamento che non durò più di alcuni istanti, e già in quello stato di semiveglia che prelude al risveglio, considerò seriamente che non era bene mantenersi in una tale indecisione, mi sveglio, non mi sveglio, mi sveglio, non mi sveglio, arriva sempre un momento in cui non c’è altro da fare che rischiare, Cosa ci faccio qui, con questi fiori sulle ginocchia e gli occhi chiusi, quasi avessi paura di aprirli, Cosa ci fai lì a dormire, con quei fiori sulle ginocchia, gli stava domandando la moglie. 

Non aveva atteso la risposta. Ostentatamente si era messa a raccogliere i cocci del vaso e ad asciugare il pavimento, mentre brontolava, con una irritazione che non cercava di dissimulare, Avresti potuto farlo tu, invece di sdraiarti lì a dormire, come se non c’entrassi per niente. Lui non parlò, si proteggeva gli occhi stringendo le palpebre, improvvisamente agitato da un pensiero, E se aprissi gli occhi e la vedessi, si domandava, in preda a un’ansiosa speranza. La moglie si avvicinò, notò il fazzoletto macchiato di sangue, la sua irritazione si spense in un istante, Poverino, com’è che ti è successo, domandava compassionevole, mentre svolgeva l’improvvisata fasciatura. Allora lui, con tutte le sue forze, desiderò di vedere la moglie inginocchiata ai suoi piedi, lì, dove sapeva che era, e poi, con la certezza di non vederla, aprì gli occhi, Finalmente ti sei svegliato, dormiglione, disse lei sorridendo.

Si fece silenzio, e lui disse, Sono cieco, non ti vedo. La moglie lo rimproverò, Piantala con gli scherzi stupidi, su certe cose non ci si scherza, Magari fosse uno scherzo, la verità è che sono cieco sul serio, non vedo niente, Per favore, non mi spaventare, guardami, qui, sono qui, la luce è accesa, Lo so che ci sei, ti sento, ti tocco, immagino che tu abbia acceso la luce, ma io sono cieco. Lei cominciò a piangere, gli si aggrappò, Non è vero, dimmi che non è vero. I fiori erano scivolati per terra, sul fazzoletto macchiato, il sangue aveva ripreso a gocciolare dal dito ferito, e lui, come se in altre parole volesse dire Tra due mali il minore, mormorò, Vedo tutto bianco, e si lasciò andare a un triste sorriso. La moglie gli si sedette accanto, lo abbracciò forte, lo baciò sulla fronte, sulle guance, dolcemente sugli occhi, Vedrai che passerà, non eri mica malato, nessuno si ritrova cieco così, da un momento all’altro, Forse, Raccontami com’è andata, cosa hai sentito, quando, dove, no, non ancora, aspetta, la prima cosa da fare è parlare con uno specialista, ne conosci qualcuno, No, né tu né io usiamo gli occhiali, E se ti portassi all’ospedale, Per occhi che non vedono non devono esserci servizi di pronto soccorso, Hai ragione, la cosa migliore è andare direttamente da un medico, vado a cercare sull’elenco telefonico, uno che abbia uno studio qui vicino. Si alzò, domandò ancora, Noti qualche differenza, Nessuna, disse lui, Attenzione, adesso spengo la luce, dimmi, adesso, Niente, Niente cosa, Niente, vedo sempre lo stesso bianco, per me è come se la notte non ci fosse. 

Sentiva la moglie sfogliare rapidamente l’elenco telefonico, tirare su col naso per trattenere le lacrime, sospirando, dicendo infine, Questo qui, speriamo ci possa ricevere. Fece un numero, domandò se era quello dello studio, se il dottore c’era, se poteva parlargli, no, no, il dottore non mi conosce, è per un caso molto urgente, sì, per favore, capisco, allora lo dico a lei, ma la prego di trasmetterlo al dottore, il fatto è che mio marito è diventato cieco all’improvviso, sì, sì, come le dico, all’improvviso, no, non è un paziente del dottore, mio marito non usa gli occhiali, non li ha mai usati, sì, aveva un’ottima vista, come me, anch’io vedo bene, ah, grazie mille, aspetto, aspetto, sì, dottore, sì, all’improvviso, dice di vedere tutto bianco, non so come sia successo, non ho avuto neanche il tempo di domandarglielo, sono arrivata poco fa e l’ho trovato in questo stato, vuole che glielo domandi, ah, la ringrazio moltissimo, dottore, veniamo immediatamente, immediatamente. Il cieco si alzò, Aspetta, disse la moglie, fammi medicare prima questo dito, scomparve per alcuni momenti, ritornò con una boccetta di acqua ossigenata, un’altra di mercurocromo, cotone, una scatoletta di cerotti. Mentre lo medicava gli domandò, Dove hai lasciato la macchina, e d’un tratto, Ma tu, così come stai, non potevi guidare, o eri già a casa quando, No, è stato per strada, mentre ero fermo a un semaforo, una persona mi ha fatto il favore di accompagnarmi, la macchina è lì, nella strada accanto, Bene, allora scendiamo, aspettami davanti alla porta che vado a prenderla io, dove hai messo le chiavi, Non lo so, lui non me le ha restituite, Lui, chi, L’uomo che mi ha portato a casa, era un uomo, Te le avrà lasciate lì, vado a vedere, Non vale la pena che le cerchi, non è entrato, Ma le chiavi devono pur essere da qualche parte, Sicuramente se n’è dimenticato, se l’è portate via senza rendersene conto, Ci mancava anche questo, Usa le tue, poi vedremo, Bene, andiamo, dammi la mano. Il cieco disse, Se mi tocca restare così, la faccio finita, Per favore, non dire fesserie, ci basta già quanto ci è successo, A essere cieco sono io, non tu, tu non puoi sapere che cosa mi è successo, Il medico ti rimetterà a posto, vedrai. 

Uscirono. Giù da basso, nell’atrio del portone, la moglie accese la luce e gli sussurrò all’orecchio, Aspettami qui, se spunta qualche vicino parlagli con naturalezza, di’ che mi stai aspettando, guardandoti nessuno penserà che non vedi, evitiamo di star lì a parlare dei fatti nostri, Sì, ma non tardare. La moglie uscì di corsa. 

Non entrò né uscì nessun vicino. Per esperienza, il cieco sapeva che le scale erano illuminate solo finché si sentiva il meccanismo del contatore automatico, perciò continuava a premere il pulsante ogni qualvolta si faceva silenzio. La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore. Non capiva perché la moglie tardasse tanto, la strada era lì accanto, ottanta, cento metri, Se ritardiamo il medico
se ne va via, pensò. Non poté evitare un gesto meccanico, alzare il polso sinistro e abbassare gli occhi per vedere l’ora. Strinse le labbra come se fosse stato colpito da un improvviso dolore, e ringraziò la sorte che in
quel momento non fosse spuntato un vicino, perché all’istante, alla prima parola che gli avessero rivolto, sarebbe scoppiato in lacrime. Una macchina si fermò in strada, Finalmente, pensò, ma subito dopo fu colpito dal rumore del motore, Questo è un diesel, è un tassì, disse, e spinse di nuovo l’interruttore della luce. Stava entrando la moglie, nervosa, frastornata, Il tuo santo protettore, l’anima buona, ci ha portato via la macchina, Non può essere, non avrai visto bene, Chiaro che ho visto bene, io ci vedo bene, le ultime parole le uscirono involontariamente, Mi avevi detto che la macchina era nella strada accanto, si corresse, e non c’è, oppure l’hanno lasciata in un’altra, No, no, era quella, ne sono certo, E allora è sparita, In tal caso, le chiavi, Ha approfittato del tuo disorientamento, del frangente in cui ti trovavi, e ci ha derubati, E io che, per paura, non l’ho neanche fatto entrare in casa, se fosse rimasto a farmi compagnia fino al tuo arrivo non avrebbe potuto rubarci la macchina, Andiamo, c’è il tassì che aspetta, ti giuro che darei persino un anno di vita perché quel furfante diventasse cieco pure lui, Non parlare così forte, E gli rubassero tutto quanto possiede, Può darsi che si faccia vedere, Eccome, domani ci bussa alla porta dicendo che è stata una distrazione, chiedendo scusa, e informandosi se stai un po’ meglio. […]

La moglie informò la segretaria di essere quella persona che aveva telefonato mezz’ora prima per il marito, e lei li fece passare in una saletta dove aspettavano altri malati. C’era un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico accompagnato da una donna che doveva essere sua madre, una giovane dagli occhiali scuri, altre due persone senza alcun segno visibile, ma nessun cieco, i ciechi non vanno dall’oculista. La moglie guidò il marito verso una sedia libera e, visto che non ce n’erano altre, rimase in piedi accanto a lui, Dovremo aspettare, gli mormorò all’orecchio. Lui capì il perché, aveva sentito le voci dei presenti, adesso era afflitto da una diversa preoccupazione, pensava che quanto più tardi il medico lo avesse esaminato, tanto più profonda la cecità sarebbe diventata, e quindi incurabile, senza rimedio. Si agitò sulla sedia, inquieto, stava per comunicare quelle sue apprensioni alla moglie, ma in quel momento la porta si aprì e la segretaria disse loro, Signori, prego, accomodatevi, e rivolgendosi agli altri malati, L’ha ordinato il dottore, il caso di questo signore è urgente. La madre del ragazzo strabico protestò che il diritto è il diritto, e che c’era prima lei, e aspettava da più di un’ora. Gli altri malati la sostennero a voce bassa, ma nessuno, e neanche lei, ritenne prudente insistere nel reclamo, non sia mai che il medico se ne risentisse e si vendicasse dell’impertinenza facendoli aspettare ancora di più, non si sa mai. Il vecchio dall’occhio bendato fu magnanimo, Lasciatelo stare, poveraccio, quello lì sta peggio di noi.  […]

Quella notte il cieco sognò di essere cieco.