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Le epidemie nella letteratura

Le epidemie nella letteratura

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Le epidemie nella letteratura

 >>> Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Riferimenti alle epidemie si ritrovano nella letteratura, nell’arte e nella storia di ogni civiltà. Le epidemie creano angoscia e terrore perché seminano morti a migliaia nello stesso momento. La malattia e la morte individuale sono una tragedia del singolo e della sua famiglia, mentre la morte in massa aggiunge il senso della catastrofe, del flagello, della fine collettiva.
Molte sono le opere letterarie in cui si descrivono pestilenze. Tra le molte si possono ricordare:

Omero, Iliade (Libro Primo)

Nel Libro Primo dell’Iliade Omero narra che durante il decimo anno della guerra di Troia Crise, sacerdote di Apollo, si reca da Agamennone per farsi riconsegnare la figlia Criseide, che il re acheo teneva con sé come schiava. Il sovrano greco lo maltratta e respinge la sua richiesta, ordinandogli di andarsene e di non farsi mai più vedere. Disperato, Crise scongiura Apollo di punire gli Achei per il grave affronto. Apollo, infuriato discende dall’Olimpo e comincia a colpire animali e uomini del campo greco con l’infallibile mira del suo arco d’argento con cui scaglia dardi avvelenati, gettando una pestilenza su tutto l’accampamento. Dopo dieci giorni, Achille indice un’assemblea di tutti gli Achei ed esorta l’indovino Calcante a rivelare quali siano le cause della pestilenza. L’indovino spiega che il motivo della pestilenza va ricercato nell’ira di Apollo, dovuta al maltrattamento subito dal suo sacerdote da parte di Agamennone. Questi inveisce contro Calcante, accusandolo di vaticinare solo cose funeste e ne nasce un litigio con Achille. Dopo molti insulti e parole ingiuriose, Agamennone acconsente a liberare Criseide, ma decide in cambio di prendere per sé Briseide, la schiava di Achille. L’eroe, offeso nel suo orgoglio, a stento è trattenuto dal farsi giustizia da parte di Atena e annuncia che non combatterà più a fianco di Agamennone. Questi dà ordine di liberare Criseide e di condurre Briseide nella sua tenda […]

 

Sofocle, Edipo re

La tragedia di Sofocle Edipo re viene messa in scena per la prima volta tra il 430 e il 420 a.C. ad Atene e fa parte con altre due tragedie, l’Edipo a Colono e l’Antigone, del ciclo tebano.
L’opera narra di come Edipo, re di Tebe, nel breve volgere di un solo giorno venga a conoscere l’orrenda verità sul suo passato: inconsapevole ha infatti ucciso il proprio padre per poi generare figli con la propria madre. Sconvolto da queste rivelazioni, Edipo si acceca e va in esilio. La tragedia si apre con i cittadini di Tebe che chiedono aiuto al re Edipo per fermare una pestilenza che li sta decimando. Creonte, fratello di Giocasta, inviato a Delfi per interrogare l’oracolo, riferisce che la causa della pestilenza è dovuta al fatto che l’assassinio del precedente re Laio è rimasto impunito e che l’assassino vive tra le mura della città. Interrogato da Edipo, il vecchio indovino cieco Tiresia svela che proprio lui è l’assassino. Dapprima incredulo, Edipo scoprirà però con certezza che invece davvero quella è la verità.

 

Tucidide, La guerra del Peloponneso (La Peste di Atene)

La guerra del Peloponneso (seconda metà del sec. V a.C.) è una pietra miliare della storiografia antica. Nella visione razionalistica e laica di Tucidide, la storia viene ricondotta a motivazioni sociali, economiche e psicologiche, proprie della natura umana, mentre non trovano spazio la fatalità, gli dei o le considerazioni morali. La sete di potere è il principale movente di popoli, Stati e individui e la guerra è considerata un fattore fondamentale della storia. Al centro dell’opera vi è la guerra tra Atene e Sparta.
All’interno del racconto che si propone di narrare la guerra del Peloponneso, Tucidide dedica una sezione importante del II libro delle sue Storie all’irrompere della peste in Attica, nell’estate del secondo anno di guerra (430 a.C.). Il diffondersi dell’epidemia è favorito dal fatto che tutta la popolazione dalle campagne si trova ammassata in città o lungo le mura. Gli effetti sono subito molto gravi, anche perché nessuno sembra in grado di frenare la malattia: «in nessun luogo si aveva memoria di una pestilenza così grave e di una tale moria di persone. Infatti non erano in grado di fronteggiarlo né i medici, che all’inizio prestavano le loro cure senza conoscerne la natura, e anzi erano i primi a morire in quanto più degli altri si accostavano agli infermi, né nessun’altra arte di origine umana; ugualmente le suppliche nei santuari, il ricorso a oracoli e altre cose del genere, tutto si rivelò inutile; e alla fine, sopraffatti dalla sventura, rinunciarono a qualsiasi tentativo». (47, 3-4).
La novità e la gravità della malattia fanno sorgere il sospetto di un complotto ordito dagli Spartani: «Su Atene si abbatté all’improvviso; dapprima colpì le persone al Pireo, tanto che qui si disse che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi…». (48, 2)
Tucidide descrive la sintomatologia del morbo e soprattutto le conseguenze dell’epidemia sulla società ateniese. L’inutilità dei rimedi provoca un generale scoraggiamento fino a sfociare nella disperazione. Il disordine e l’anarchia si insinuano nella vita quotidiana: gli individui cercano di appagare i propri istinti senza più alcuna inibizione. Si persegue il piacere egoistico a scapito di qualsiasi finalità comune. Molti muoiono in solitudine, abbandonati dai parenti timorosi del contagio. Le regole della vita civile sono sovvertite: le norme sulle sepolture vengono stravolte e capita perfino che i cadaveri non vengano neppure sepolti o siano ammucchiati nei santuari: «Poiché non c’erano case disponibili ed essi vivevano in tuguri che la stagione rendeva soffocanti, la strage avveniva in piena confusione: i corpi dei morti erano ammucchiati gli uni sugli altri, e si vedevano uomini mezzo morti rotolarsi per le strade e intorno a tutte le fontane spinti dal desiderio di bere. I santuari in cui avevano preso dimora erano colmi di cadaveri […] Tutte le usanze funerarie precedentemente in vigore furono sconvolte e ciascuno provvedeva alla sepoltura come poteva».(52, 2-4)

 

Lucrezio, De rerum natura sulla Peste di Atene

La ripresa forse più famosa del testo di Tucidide è quella del De rerum natura di Lucrezio (VI 1138-1286), poeta latino. La descrizione della peste di Atene chiude il poema di Lucrezio, in un quadro drammatico e dalle tinte fosche. I versi del De rerum natura traducono spesso da vicino le pagine tucididee, ma lo sguardo del poeta-filosofo si sofferma a descrivere sintomi e andamento del male per dimostrarne le cause solo naturali, per nulla attribuibili a un castigo divino.

Virgilio, Georgiche (brano sulla peste del Nòrico)

Sempre a Roma, Virgilio descrive la peste nel Norico (Georgiche III 470-556), nella regione orientale delle Alpi. Qui le vittime sono gli animali, sia domestici che selvatici, di terra o di mare: nondimeno gli effetti sono terribili e tali da far regredire l’umanità a uno stadio primitivo. Senza buoi non si riesce più ad arare i campi, la contaminazione degli animali sacri rende impossibile celebrare i sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i lupi che cessano di minacciare le pecore.

 

Giovanni Boccaccio, Decameron

La peste del 1300 non è il tema della narrazione ma la cornice del Decameron di Giovanni Boccaccio. Nel 1348 a Firenze c’è la peste e si muore. Dieci giovani si isolano in una villa di campagna e ogni giorno ciascuno di essi racconta una storia, mentre la peste dilania la città. Cento storie per dieci giorni, dieci storie al giorno: tanto basta perché si attenuino la paura e la malattia.
Nell’introduzione del Decameron la descrizione della peste non è fine a se stessa, ma rende più marcata la piacevolezza del modello di vita della “brigata” dei giovani. La peste distrugge norme e valori su cui si fonda la convivenza civile. Le autorità si rivelano impotenti e non trovano il modo di affrontare efficacemente la pestilenza, adottando adeguate misure di prevenzione. I medici si rivelano del tutto incapaci di curarla e spesso a loro si affiancano individui che nulla sanno di medicina. La peste si diffonde con grande virulenza. Mutano gli stili di vita: alcuni si isolano e cercano di evitare ogni rapporto con chi possa essere portatore della malattia. Altri pensano bene di approfittare della situazione e di godere più che possono, poiché il tempo a loro disposizione potrebbe essere molto breve. Così, frequentano le taverne giorno e notte ubriacandosi ed entrano nelle case per appropriarsi di beni altrui. Persino i parenti, i genitori e i figli, si evitano, poiché la paura della morte vince anche i legami di sangue. Alcuni servi, attirati dalla possibilità di lauti e spropositati compensi, si rendono disponibili ad assistere i malati, ma spesso ne pagano le conseguenze, perché loro stessi contraggono la malattia e muoiono. La peste e la sua rappresentazione, per contrasto, danno risalto alla dilettevole convivenza dei personaggi-narratori e rendono accettabile la narrazione di storie talvolta scandalose e trasgressive rispetto alla morale comune del tempo.

 

Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa

La maschera della morte rossa, racconto horror di E.A. Poe. Una terribile epidemia devasta il paese. Un principe cerca di sottrarsi alla “morte rossa” isolandosi in una delle sue abbazie assieme a un migliaio di amici, scelti tra le dame e i cavalieri di corte. Tra quelle solide mura essi si sentono al sicuro, protetti dalla pestilenza, e trascorrono il tempo tra feste e danze. Ma durante una sfarzosa festa in maschera…

 

Daniel Defoe, Diario dell’anno della peste

Daniel Defoe (autore del Robinson Crusoe) scrisse Diario dell’anno della peste nel 1722 facendo riferimento all’epidemia che colpì Londra nel 1665. L’opera assume i tratti di un’autobiografia, ma la persona che tiene il diario non è Defoe, bensì un personaggio inventato, il sellaio H.F. L’apparenza è quella di una cronaca fedele dell’anno del contagio, ma è stata scritta a più di 50 anni di distanza. Eppure contiene statistiche, interviste, stralci di articoli: sembra un grande reportage dal vivo, e invece è un’opera di finzione.

 

Alessandro Manzoni, I promessi sposi (capp. XXXI-XXXII)

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia di peste che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXI–XXXII dei Promessi sposi, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.
L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto. La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro “confessioni” erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo. L’11 giugno 1630 si svolse una  processione che vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo. Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.

Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

Manzoni racconta nella Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all’edizione del 1840 dei Promessi sposi, le vicende legate ad una colonna eretta a Milano al tempo della peste. Già ne aveva ampiamente trattato nel 1777 Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura. Nel 1630 furono arrestati, a lungo torturati, processati e atrocemente giustiziati due presunti “untori”, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, accusati di aver usato unguenti per spargere la peste. La casa del Mora fu demolita e al suo posto fu eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della “giustizia” compiuta. Sia Verri che Manzoni sono inorriditi dal male consumato prima e dopo la sentenza capitale, ma l’uno guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, mentre l’altro appunta la sua attenzione sulle responsabilità individuali dei giudici. Nel 1778 la Colonna infame fu abbattuta, essendo ormai divenuta una testimonianza d’infamia non a carico del condannato, ma per i giudici.

 

Jack London, La peste scarlatta

La peste scarlatta di Jack London fu scritto nel 1912. Nell’anno 2013, in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria, scoppia un’epidemia che in breve tempo cancella l’intera razza umana. Sessant’anni dopo, nello scenario post-apocalittico di una California ripiombata nell’età della pietra, un vecchio, uno dei pochissimi superstiti, di fronte a un pugno di ragazzi selvaggi – i nipoti degli altri scampati – riuniti intorno a un fuoco dopo la caccia quotidiana, racconta come la civiltà sia andata in fumo e ritornata all’età della pietra, allorché l’umanità, con il pretesto del morbo inarrestabile, è giunta con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie. L’umanità non è stata travolta dalla malattia, ma la malattia – figlia di un’epoca iper-industrializzata e disumana – è stata la scusa grazie alla quale gli uomini, con lo scopo di sopravvivere, si sono sopraffatti l’un l’altro. La peste scarlatta è uno dei grandi testi visionari di Jack London.

https://www.adelphi.it/libro/9788845924118

 

Thomas Mann, La montagna incantata

La montagna incantata (titolo originale Der Zauberberg), o più letteralmente La montagna magica, è un romanzo di Thomas Mann, pubblicato nel 1924.
Hans Castorp recatosi a trovare un cugino in sanatorio dove si cura la tubercolosi, finisce col restarvi, ammalatosi a sua volta, per sette anni. A contatto con il microcosmo del sanatorio, vero e proprio panorama di tutte le correnti di pensiero, il suo carattere subisce un’evoluzione: passa attraverso la malattia, l’amore (la signora Chauchat), il razionalismo e la gioia di vivere (Settembrini), il pessimismo irrazionale (Naphta), senza che nessuna di queste posizioni lo converta. Ma in mezzo a tante forze contrastanti Castorp trova il suo equilibrio. Scoppia la guerra nel 1914 e Hans viene strappato da questa magica e raffinata atmosfera per essere gettato sui campi di battaglia dove la sua sorte resta incerta, ma immersa in un clima di morte.

https://www.corbaccio.it/libri/la-montagna-incantata-9788863801682

https://www.letteratour.it/tesine/A06mannT01.asp

http://www.mangialibri.com/libri/la-montagna-incantata

 

Albert Camus, La peste

Il romanzo La peste (1947) di Albert Camus è ambientato a Orano, in Algeria, negli anni ‘40. Bernard Rieux, medico francese, trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene perché deve accompagnare alla stazione la moglie, molto malata, che ha bisogno di sottoporsi a un ciclo di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i topi continuano a morire. La stampa parla di seimila ratti morti al giorno. Gli abitanti di Orano sono sconcertati, finché all’improvviso la situazione sembra tornare alla normalità: la moria di topi finisce. Quando però il portinaio Michel si ammala gravemente e in pochi giorni muore muore, Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo. Sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi: Rieux e l’anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste. Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene messa in quarantena…
La peste si presenta come una riflessione allegorica sul male e sul recente trauma della guerra, che ancora pesano sulle coscienze europee: come il male, la peste non viene mai debellata del tutto, ma resta latente in attesa dell’ambiente propizio per una nuova esplosione. Il romanzo racconta di come nell’emergenza, nella sospensione della normalità, vengano fuori i lati peggiori, ma anche quelli migliori, delle persone.

https://library.weschool.com/lezione/la-peste-romanzo-riassunto-albert-camus-letteratura-francese-15072.html

http://lafrusta.homestead.com/rec_camus1.html

 

Josè Saramago, Cecità

Cecità è un romanzo del premio Nobel portoghese Josè Saramago, pubblicato nel 1995. Un automobilista fermo al semaforo all’improvviso diventa cieco, di una cecità particolare, perché l’uomo vede tutto bianco. Un ladro di automobili approfitta del suo malessere per derubarlo della sua vettura, offrendosi di riaccompagnarlo a casa. L’automobilista racconta alla moglie quanto gli è accaduto e i due si recano da un oculista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna, e una ragazza dagli occhiali scuri. Tutti hanno lo stesso tipo di cecità: un bianco lattiginoso che impedisce loro di vedere. Anche il medico, che non sa darsi spiegazioni scientifiche viene contagiato di lì a poche ore. In breve tempo tutta la città viene infettata e i malati, il cui numero aumenta esponenzialmente, vengono messi in quarantena in un manicomio. In mezzo a loro una donna, la moglie del medico, è immune dalla malattia, ma finge di essere cieca, pur di rimanere vicina al marito. Si tratta certamente di una figura positiva, che si sacrifica per la salvezza degli altri, ma non riesce ad esimersi dalla violenza, in una realtà dove predomina la legge del più forte. L’epidemia svela la parte più terribilmente autentica della natura umana: nel manicomio prima e nella città poi si instaura una dittatura di pochi esercitata con la violenza perpetrata sui molti. Spariscono i legami di sangue e l’amore, mentre prevale su tutto l’istinto primordiale di sopravvivenza. Uccidere, affamare, minacciare, aggredire, stuprare diventano crimini che non spaventano, perché, dice uno dei protagonisti, “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”. Questa malattia senza luogo, senza tempo, senza visi e nomi ha le sue radici nell’uomo, nella sua mancanza di solidarietà, nell’incapacità di fare il bene, nel desiderio del male che ci rende tutti ciechi.

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/cecita-1/

http://www.sulromanzo.it/blog/cecita-di-jose-saramago-l-assurdo-come-mezzo-per-raccontare-la-realta

https://www.recensionelibro.it/cecita-jose-saramago

 

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore

La malattia al centro di questo capolavoro dello scrittore siciliano è la tubercolosi: la vicenda è ambientata in un sanatorio, dove la reclusione, il divieto e lo stato d’eccezione sono la nuova normalità. Nel 1946, in un sanatorio della Conca d’oro – castello d’Atlante e campo di sterminio – alcuni singolari personaggi, reduci dalla guerra, e presumibilmente inguaribili, duellano debolmente con se stessi e con gli altri, in attesa della morte. Lunghi duelli di gesti e di parole; di parole soprattutto: febbricitanti, tenere, barocche – a gara con il barocco di una terra che ama l’iperbole e l’eccesso. Tema dominante, la morte: e si dirama sottilmente, si mimetizza, si nasconde, svaria, musicalmente riappare. E questo sotto i drappeggi di una scrittura in bilico fra strazio e falsetto, e in uno spazio che è sempre al di qua o al di là della storia – e potrebbe anche simulare un palcoscenico o la nebbia di un sogno…

https://sellerio.it/it/catalogo/Diceria-Untore/Bufalino/1308

https://it.wikipedia.org/wiki/Diceria_dell%27untore

 

Philip Roth, Nemesi

Estate 1944. Nel «caldo annichilente della Newark equatoriale» imperversa una spaventosa epidemia di poliomielite, che minaccia di menomazione e perfino di morte i figli della cittadina del New Jersey. Bucky Cantor, l’animatore ventitreenne di un campo giochi della città, combatte la sua guerra privata contro la malattia nel tentativo di opporsi alla catastrofe. Ultimo romanzo dello scrittore americano, il contagio qui è dato dalla poliomielite, e l’autore ne indaga gli effetti – paura, rabbia, dolore, morte – su una piccola comunità.

https://www.librinews.it/schede/nemesi-philip-roth-trama/

https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/nemesi-philip-roth-9788806200947/

https://www.criticaletteraria.org/2013/04/philip-roth-nemesi.html

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Manzoni, Il sugo di tutta la storia

Manzoni, Il sugo di tutta la storia

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, Il sugo di tutta la storia

I promessi sposi, Capitolo XXXVIII

 

Finalmente Renzo e Lucia possono sposarsi e a celebrare il matrimonio sarà proprio don Abbondio, ormai rassicurato dalla provvidenziale morte di don Rodrigo. Don Abbondio riceve la visita del marchese erede di don Rodrigo, un uomo perbene che vuole in qualche modo porre rimedio alle sue malefatte. Per far questo decide di acquistare la casa e i poderi di Renzo e di Agnese a un prezzo elevato. Renzo e Lucia si sposano, poi partono insieme ad Agnese per il Bergamasco. Le condizioni in cui si trovano nella nuova patria non sono prive di iniziali amarezze. Poi Renzo e il cugino Bortolo acquistano a un prezzo favorevole un filatoio e iniziano una nuova attività. La vita matrimoniale trascorre tranquilla e felice, allietata dalla nascita di numerosi figli.

 

[…]
Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: – avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta? – L’epiteto faceva passare il sostantivo.
E anche del dispiacere che aveva provato nell’altro paese, gli restò un utile ammaestramento. Prima d’allora era stato un po’ lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d’altri, e ogni cosa. Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.
Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì. L’uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po’ strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser l’ultima), l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po’ con gli argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro, prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte.
Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto, le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.
Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

 

Analisi del testo

Renzo e Lucia finalmente si sposano, venute meno le resistenze di don Abbondio. Grazie alla generosità del marchese erede di don Rodrigo, vendono casa e terreni per poi trasferirsi nel bergamasco. Qui Renzo diventerà un piccolo imprenditore, acquistando un filatoio assieme al cugino Bartolo. La vita condotta dai due sposi dopo il matrimonio non è un idillio, non è priva di problemi, anche se trascorre serena, allietata dalla nascita di numerosi figli. Renzo e Lucia riflettono sul significato delle loro disavventure, sul “sugo di tutta la storia”.
Renzo rievoca le sue passate avventure, sostenendo di aver imparato molte cose per l’avvenire, tra cui non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza, non bere troppo, non tenere in mano il martello delle porte quando c’è intorno gente malintenzionata e altro. Lucia non è però pienamente convinta dal suo ragionamento e a furia di sentirglielo ripetere un giorno osserva che lei i guai non li ha cercati ma che sono stati loro a cercare lei. La conclusione a cui arrivano i due giovani è che i “guai” possono venire anche senza alcuna colpa. Renzo e Lucia si convincono che anche le sventure possono essere provvidenziali e più sopportabili, se affrontate con l’aiuto della fede in Dio, e che possono essere untili per una vita migliore. Una vita aperta agli altri e non chiusa in un’ottica egoistica, nella consapevolezza che la vita sulla terra è intrisa di sofferenza e che su di essa il male incombe costantemente. D’altronde per Manzoni, data la sua tragica concezione della condizione umana e della storia, è falsa ogni rappresentazione idillica che escluda il male e il dolore.
Questa conclusione sembra all’autore “il sugo di tutta la storia”, perciò gli pare opportuno porla a conclusione del romanzo. Se l’opera, osserva con ironia, è piaciuta ai lettori, questi dovranno voler bene a chi l’ha scritta (l’immaginario secentista) e un po’ anche a chi l’ha rimaneggiata (Manzoni). Se invece si sono annoiati, non è stato per volontà dello scrittore.

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Manzoni, La notte dell’Innominato

Manzoni, La notte dell’Innominato

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La notte dell’Innominato

da I promessi sposi, cap. XXI
 
Don Rodrigo convince l’Innominato ad aiutarla nel rapimento di Lucia. Il potente signore manda il capo dei suoi bravi, il Nibbio, da Egidio, che ha una relazione con Gertrude, la monaca di Monza. Sollecitata dall’amante, Gertrude chiede a Lucia di uscire dal convento, con una scusa, così i bravi, guidati dal Nibbio, possono rapirla e portarla al castello del loro signore. L’Innominato incarica una vecchia di accogliere Lucia, che viene condotta in una stanza, al castello. Il racconto che il Nibbio fa al padrone sul rapimento di Lucia scuote l’Innominato già da tempo scontento della sua vita e le lacrime di Lucia lo turbano. Durante la notte, mentre la ragazza fa voto di castità alla Madonna se verrà liberata, l’Innominato è assalito da una profonda crisi che lo spinge a meditare il suicidio. Ma all’alba sente suonare le campane nella valle e vede i paesani accorrere gioiosi verso non si sa cosa… Verrà poi a sapere che vanno a incontrare il cardinal Federigo Borromeo, che è in visita pastorale. Il giorno seguente l’Innominato deciderà di recarsi dal cardinale…

 

[…] Ma c’era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. “Che sciocca curiosità da donnicciola, – pensava, – m’è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!… Io?… io non son più uomo, io? Cos’è stato? che diavolo m’è venuto addosso? che c’è di nuovo? Non lo sapevo io prima d’ora, che le donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?”
E qui, senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sé gli rappresentò più d’un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell’animo quella molesta pietà; vi destava in vece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. “È viva costei, – pensava, – è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi… Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io…! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”.
E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.
“La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”
A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio, senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. “Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!”
A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla lui stesso alla madre. “E poi? che farò domani, il resto della giornata? che farò doman l’altro? che farò dopo doman l’altro? E la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte!” E ricaduto nel vòto penoso dell’avvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si proponeva d’abbandonare il castello, e d’andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sé: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l’animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo vedere a’ suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche ne’ suoi pensieri. Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. “Che allegria c’è? cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
“Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?” […]

 

Analisi del testo

Quando Lucia giunge al castello, l’Innominato è sconcertato dalle parole del Nibbio, che dice di aver provato compassione per la giovane. Il Nibbio dichiara che la compassione è come la paura e quando uno ne è preda non è più uomo, come ha sperimentato egli stesso nel lungo viaggio da Monza in cui ha sentito Lucia piangere e disperarsi, e l’ha vista impallidire dal terrore e quasi morire. L’Innominato vorrebbe mandare subito Lucia da don Rodrigo, ma poi decide di trattenerla fino al giorno dopo. Decide poi di far visita alla giovane e si reca nella stanza dove è tenuta prigioniera. Cerca in tutti i modi di tranquillizzarla e Lucia, credendo di vedere sul suo volto la compassione, lo implora di liberarla perché “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”. L’Innominato se ne va, cercando di rassicurare la giovane, ma Lucia è disperata, rifiuta il cibo e trascorre le ore nell’angoscia. Poi prende il rosario, inizia a pregare e pronuncia un voto di castità alla Madonna, con la rinuncia a sposare Renzo. Stremata, alla fine, si addormenta.
Dopo essere quasi scappato dalla stanza della prigioniera, si chiude nella sua stanza. Anche l’innominato vorrebbe dormire, tuttavia non vi riuscirà per tutta la notte. La frase “tu non dormirai”, che egli crede di sentirsi rivolgere dall’immagine di Lucia tremante all’inizio della sua notte angosciosa, si ispira al Macbeth di W. Shakespeare, in cui il protagonista (Atto II, scena II) dopo aver assassinato re Duncan crede di sentire una voce che gli dice “Sleep no more!” (non dormirai più).
Il pensiero fisso di Lucia tremante e le parole che la giovane gli ha rivolto lo tormentano. Maledice la sua decisione di vedere la ragazza, rimproverandosi di essersi lasciato impietosire come una “donnicciola”, ricordando che nella sua vita scellerata ha sentito piangere donne e talvolta anche uomini. Questi ricordi però non lo confortano ma anzi inducono nel suo animo un oscuro terrore, una sorta di pentimento, di cui prova vergogna. È tentato dall’idea di liberare Lucia e di vedere il suo volto rasserenato, per provare sollievo dall’inquietudine, poi pensa che questa sua debolezza passerà. Non trova tuttavia alcun pensiero che gli rechi conforto ma anzi le imprese iniziate lo atterriscono e si pente dei passi compiuti, mentre il futuro gli appare privo di prospettive. Medita nuovamente di liberare Lucia, anche se ciò vorrebbe dire mancare alla parola data a don Rodrigo, con il quale si è impegnato solo per l’antica abitudine al male. Il ricordo di tutte le malefatte del passato gli sembra insopportabile e afferrata una pistola è sul punto di uccidersi. Pensa al suo cadavere che verrebbe trovato il giorno dopo e allo scompiglio nel castello, alla gioia dei suoi nemici e di chi gli sopravvivrà. Suicidarsi nel buio della notte gli sembra un’azione vile e continua ad alzare e abbassare il cane della pistola, mentre lo assale il pensiero angoscioso che, forse, la vita dopo la morte esista davvero.
Il dubbio getta l’innominato in una nera disperazione, che lo porta a lasciar cadere la pistola e a mettersi le mani nei capelli, tremando dalla paura: a un tratto gli tornano in mente le parole di Lucia (“Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia“), pronunciate tuttavia non con il tono supplichevole con cui le ha udite dalla ragazza ma con un accento autorevole che gli ridona speranza. È ansioso che spunti il giorno, per correre a liberarla e ottenere il suo perdono, disposto addirittura a portarla lui stesso dalla madre, quando lo assale però l’incertezza su ciò che potrà fare in futuro. Soprattutto lo atterrisce il pensiero che presto la notte calerà di nuovo e tornerà a tormentarlo, per cui passa dal proposito di fuggire in un paese lontano dove nessuno lo conosca a quello di tornare alle antiche malefatte superando una crisi passeggera, mentre teme di farsi vedere così cambiato dai suoi bravi il giorno dopo e al tempo stesso è ansioso che spunti il sole.
All’alba, quando Lucia si è da poco addormentata, l’innominato sente un rumore confuso e festoso giungere dall’esterno e capisce che si tratta di uno scampanio, che echeggia da punti diversi della valle. L’uomo si alza dal letto e, affacciatosi a una finestra, vede una gran frotta di uomini, donne, fanciulli sempre crescente che procede allegramente verso una destinazione sconosciuta. L’innominato non riesce a spiegarsi le ragioni di quella gioiosa marcia e chiede a uno dei bravi di informarsi in proposito.
Il momento saliente del capitolo è la duplice notte angosciosa vissuta da Lucia e dall’innominato. La giovane trova conforto nel voto pronunciato alla Vergine e riesce alla fine a prendere sonno. Il bandito, invece, è oppresso dalla coscienza dei crimini compiuti ed è in preda alla più tetra disperazione, sfiorando l’idea del suicidio. La notte viene presentata come momento di inquietudine e incertezza per un personaggio, come accadrà per don Rodrigo ammalato di peste.
La notte tragica dell’innominato è un raro esempio di finezza psicologica e di verosimiglianza nel descrivere il rovello interiore che non dà pace al bandito e lo porta alla disperazione: il capitolo si conclude con un’atmosfera di “sospensione”, nel momento in cui egli sente lo scampanio e vede i fedeli che accorrono dal cardinal Borromeo. Sarà l’incontro con il prelato a innescare il suo ravvedimento morale.

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Manzoni, La peste a Milano

Manzoni, La peste a Milano

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di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La peste a Milano

(Capp. XXXI-XXXII dei Promessi sposi)

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

La peste del 1630

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXIXXXII, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.

 

I lanzi portano la peste.

L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia, che avevano prostrato la popolazione. Il contagio fu portato in Lombardia dalle truppe tedesche (i lanzichenecchi) di Albrecht von Wallenstein, penetrate dalla Valtellina e dirette a Mantova per porre l’assedio alla città, nelle cui fila era diffusa la peste. Caddero nel vuoto le esortazioni a mettere in atto misure preventive da parte delle autorità, che anteposero le esigenze della guerra al pericolo, che si prospettava ormai evidente. Ambrogio Spinola, che aveva sostituito don Gonzalo Fernandez de Cordoba nella carica di governatore, alle richieste avanzate da Alessandro Tadino, membro del Tribunale di Sanità, rispose che “le preoccupazioni della guerra erano più pressanti” e pochi giorni dopo (il 18 novembre 1629) fu festeggiata la nascita del primogenito di Filippo IV re di Spagna, senza preoccuparsi che l’afflusso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, quando ormai la peste era entrata a Milano.

 

La peste entra a Milano

La peste fu introdotta a Milano da un soldato che vi era entrato con vesti comprate o sottratte a fanti tedeschi. Ammalatosi, morì dopo tre giorni all’ospedale e sul suo corpo fu riscontrata la presenza di un bubbone. Il Tribunale di Sanità ordinò di bruciare le sue suppellettili e di internare al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Questo rallentò ma non impedì la diffusione del morbo. L’epidemia crebbe lentamente e ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, senza che questo allarmasse le autorità milanesi o impedisse i festeggiamenti per il carnevale. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Per ordine del Tribunale di Sanità i malati o le persone sospette venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto, così molti nascondevano i casi di peste e i decessi. Inoltre, buona parte della popolazione accusò i medici di incompetenza e connivenza col Tribunale, quando cercarono di far adottare misura per far fronte alla pestilenza. Fra questi Alessandro Tadino e Senatore Settala, che venivano accolti con insulti e sassate dalla folla di Milano e accusati di diffondere voci infondate sulla peste per dare lavoro al Tribunale di Sanità. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Per non allarmare i cittadini, il Tribunale di Sanità inizialmente parlò ancora di “febbri pestilenti” e “maligne”, mentre le autorità si mossero con grande lentezza per procurarsi le risorse necessarie in vista del diffondersi del morbo.

 

Infuria la malattia in città

Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. I malati giunsero in numero crescente al lazzaretto, alla direzione del quale fu posto padre Felice Casati, un frate cappuccino che si adoperò in tutti i modi con i suoi confratelli per accudire i malati, supplendo alle carenze delle autorità cittadine. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto, affidato ai padri carmelitani. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città con roboanti minacce di pene severissime, molti i nobili abbandonarono Milano per rifugiarsi nei loro possedimenti in campagna.

 

La caccia agli untori

La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Tale diceria non era alimentata solo dalla superstizione e dall’ignoranza popolare, ma trovava conferma anche nelle teorie di molti “dotti” del tempo.
Si ripeterono i presunti avvistamenti di untori e accadde che un giorno le mura e le porte della città furono imbrattate di una sostanza giallognola, presumibilmente per un macabro scherzo, poiché fu accertato che era innocua. Tuttavia tra gli abitanti di Milano si diffuse una vera psicosi e si videro untori ovunque. Molti innocenti ne fecero le spese: un vecchio che spolverava una panca in chiesa, accusato di essere un untore, fu linciato e trascinato in carcere dove probabilmente morì per le percosse; tre giovani francesi che avevano toccato il marmo del duomo, furono malmenati dalla folla e condotti al palazzo di giustizia, dove però furono scagionati e liberati.
Molti illustri medici cominciarono a confermare con argomenti pseudo-scientifici l’esistenza degli untori, cui credette forse lo stesso cardinal Borromeo. Alcuni sostennero che l’apparizione di due comete nel 1628 e nel 1630 fosse causa del contagio e anche, assurdamente, del diffondersi delle unzioni. Altri invece attribuirono la diffusione della peste alle trame del cardinal Richelieu, in guerra contro la Spagna.
Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo.

 

La processione dell’11 giugno 1630

L’infuriare del morbo indusse i decurioni (i magistrati che amministravano Milano) a chiedere al cardinal Borromeo di far svolgere una solenne processione, con l’esposizione del corpo di S. Carlo, per invocare l’intervento divino, che mettesse fine alla pestilenza. Il cardinale, dapprima contrario per timore che un fallimento rivolgesse la rabbia popolare contro il santo e per non dare occasione ai presunti untori di spargere i loro veleni, alla fine cedette e la processione fu prevista per l’11 giugno. Il Tribunale di Sanità non oppose alcuna obiezione, né assunse particolari cautele.
La processione vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo, mentre moltissimi Milanesi osservavano dalle case e persino dai tetti il procedere del lungo corteo.
Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. La popolazione però attribuì l’accresciuto infuriare della peste all’azione degli untori, che si diceva che avessero approfittato della processione per spargere polveri e intrugli venefici. Crebbe così quel clima di sospetto e terrore che avrebbe poi condotto ai processi sommari contro i presunti untori (l’arresto di Guglielmo Piazza avvenne il 21 giugno).

 

Il colmo dell’epidemia nell’estate 1630

L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Il numero di decessi giornalieri arrivò a 500 all’inizio dell’estate, per poi toccare i 1200-1500, mentre la popolazione del lazzaretto passò in poco tempo da 2000 a oltre 12000 appestati, rendendo molto difficile per i padri cappuccini prendersi cura delle loro necessità. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti, gli addetti del Tribunale. Molti bambini che avevano perso le madri restavano privi di assistenza. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. Gli ecclesiastici si prodigarono molto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche grazie all’opera del cardinal Borromeo.
Ci fu tuttavia anche chi cercò di trarre vantaggio da questa drammatica situazione, come i monatti che a un certo punto divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro. Essi furono persino sospettati di diffondere volutamente la pestilenza, che rappresentava per loro una fonte di guadagno. Alcuni individui si fingevano monatti attaccandosi un campanello al piede (il contrassegno che ne indicava la presenza) e ne approfittavano per commettere ogni sorta di ruberie.

 

Il drammatico bilancio della pestilenza

La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è  difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.
Manzoni descrive la terribile epidemia sottolineando l’incuria e la negligenza delle autorità milanesi, che sottovalutarono il rischio del contagio, negarono la pestilenza o la minimizzarono, salvo poi non essere in grado di farvi fronte con efficacia quando dilagò. La guerra per la successione di Mantova, nata da assurde questioni dinastiche, fu una delle sue cause e sottrasse risorse che potevano essere impiegate per soccorrere la popolazione.

 

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Capitolo XXXI

 
La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. […]
Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. […]
Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.
Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.
Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
[…] Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. […]
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. […]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. […]
Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. […]
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. […]
La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l’ultimo di tal genere. […]
La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. […]
C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. […]
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. […]

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Promessi sposi, Capitolo XXXII

[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. […]
Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia [sospetto]. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. […]
[il cardinal Federigo Borromeo concede che si faccia la processione]
Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali [veli], molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto  e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa [cappuccio che copre l’intero viso, lasciando scoperti solo due fori per gli occhi] sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto.
Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. […]
Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. […]
Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. […] Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno.. […]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni, all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. […]
Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. […]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. “E mentre, – dice il Ripamonti, – i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti… Non del vicino soltanto si prendeva ombra [si diffidava], dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio”.
La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. […]
D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti. Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando, – scrive il Tadino, – la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. Mortales parat morbos, miranda videntur” [“Prepara malattie mortali, cose mirabili a vedersi“]. Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intitolato Specchio degli almanacchi perfetti, stampato in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. […]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche […]
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva […].
I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. […].

Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

Da Il Maestro e Margherita (Capitolo ventunesimo)
Dopo aver spalmato su tutto il corpo un unguento datole da Azazello, che la ringiovanisce e la rende bellissima e piena di energia vitale, dopo aver scritto una lettera di addio al marito e aver salutato con affetto la domestica Natasa, Margherita vola in cielo nella notte moscovita su uno spazzolone, per raggiungere la dimora di Woland. Giunta nei pressi del Dramilit (Casa del drammaturgo e del letterato), scopre che all’ottavo piano del palazzo si trova l’appartamento del critico Latunskij, stroncatore dell’opera del Maestro. Latunskij per sua fortuna è assente, tuttavia Margherita, con un pesante martello comincia un’opera di distruzione dell’appartamento, allagandolo, e dei beni del critico. Quando la cameriera dell’appartamento sottostante giunge a suonare, lei esce e inizia a frantumare i vetri delle finestre dell’intero palazzo. Giunta al terzo piano, tranquillizza un bambino spaventato e solo, poi riprende il volo lasciando il palazzo nel caos. In volo la raggiunge anche Natasa, trasformata anch’ella in una bellissima strega dalla crema di Azazello, in groppa a Nikolaj Ivanovic, trasformato a sua volta in verro. Poi Natasa riparte a folle velocità. Poco dopo Margherita si ferma presso un fiume e si tuffa nelle sue acque. Sulla riva Margherita viene accolta gioiosamente da streghe nude che le danno il benvenuto, poi un essere dal piede caprino le offre un calice di champagne e le procura una curiosa auto stregonesca che la conduce in volo verso Mosca.
 
Margherita guardò di sottecchi la scritta, chiedendosi che cosa potesse significare la parola «Dramlit». Presa la spazzola sotto il braccio, essa penetrò nell’atrio urtando con la porta il guardaportone meravigliato e sulla parete a fianco dell’ascensore scorse un’enorme lavagna nera che recava scritti in bianco i numeri degli appartamenti e i cognomi degli inquilini. La scritta «Casa del drammaturgo e del letterato» che sormontava l’elenco strappò a Margherita un grido soffocato di cupidigia. Si alzò un po’ di più in aria e cominciò a leggere avidamente i cognomi: Chustov, Dvubratskij, Kvant, Beskudnikov, Latunskij – Latunskij! – strillò Margherita. – Latunskij! Ma è proprio lui… è quello che ha rovinato il Maestro!
Il guardaportone davanti all’ingresso, sbarrando gli occhi e saltellando addirittura dallo stupore, guardava la lavagna nera, sforzandosi di capire per quale prodigio l’elenco degli inquilini avesse improvvisamente cacciato uno strillo.
Nel frattempo, però, Margherita aveva già cominciato a volare con impeto su per le scale ripetendo come inebriata:
– Latunskij ottantaquattro… Latunskij ottantaquattro…Ecco a sinistra l’ottantadue, a destra l’ottantatre, poi ancora più in alto, a sinistra, l’ottantaquattro! Ci siamo! Ed ecco anche il biglietto da visita: «O. Latunskij».
Margherita saltò giù dalla spazzola e il pianerottolo di pietra le rinfrescò piacevolmente le piante dei piedi accaldate. Suonò una volta, due. Ma nessuno apriva. Margherita si mise a premere più forte il bottone e sentì lei stessa lo scampanellio che echeggiava nell’appartamento di Latunskij.
Sì, colui che occupava l’appartamento n. 84 all’ottavo piano doveva essere grato fino alla morte al defunto Berlioz perché il presidente del MASSOLIT era finito sotto un tram e perché la seduta commemorativa era stata fissata appunto per quella sera. Era nato sotto una buona stella, il critico Latunskij, essa l’aveva salvato dall’incontro con Margherita, divenuta una strega quel venerdì.
Nessuno veniva ad aprire. Allora Margherita volò giù a tutto gas, contando via via i piani, arrivò da basso, irruppe nella via e, guardando in alto, contò e controllò i piani da fuori, chiedendosi quali fossero precisamente le finestre dell’appartamento di Latunskij. Non c’era dubbio, erano le cinque finestre buie all’angolo dell’edificio, all’ottavo piano. Quando l’ebbe accertato, Margherita si alzò in aria e pochi secondi dopo essa entrava dalla finestra aperta in una stanza non illuminata in cui s’inargentava soltanto un’esigua passatoia di chiaro di luna. Margherita la percorse, trovò a tastoni l’interruttore. Un minuto dopo tutto l’appartamento era illuminato. La spazzola stava in un angolo. Assicuratasi che non c’era nessuno in casa, Margherita aprí l’uscio delle scale e controllò se c’era quel biglietto da visita. Il biglietto c’era, Margherita l’aveva imbroccata. Già, si dice che ancora adesso il critico Latunskij impallidisca al ricordo di quella terribile sera e che pronunzi con venerazione il nome di Berlioz. S’ignora del tutto da quale fosco e infame delitto sarebbe stata contrassegnata quella sera: al ritorno dalla cucina Margherita si trovò tra le mani un pesante martello.
La nuda e invisibile volatrice si frenava e si esortava alla calma le mani le tremavano dall’impazienza. Mirando attentamente essa colpí la tastiera del pianoforte e per tutto l’appartamento si diffuse il primo urlo lamentoso. Gridava disperatamente il Becker a mezza coda che era del tutto innocente. I suoi tasti sprofondavano, i rivestimenti di osso volavano da ogni parte.
Lo strumento rimbombava ululava, rantolava, tintinnava. Con un rumore che pareva quello di una rivoltellata, sotto il colpo del martello si spaccò la parte superiore, tirata a lucido, della cassa armonica. Ansimando, Margherita strappò e fracassò le corde col martello. Infine, stanca morta, si lasciò cadere di schianto su una poltrona per ripigliar fiato.
Nel bagno l’acqua rombava e così pure in cucina. «Credo che cominci già a scorrere sul pavimento…», pensò Margherita, e aggiunse ad alta voce:
– Però non è il caso di trattenersi a lungo.
Dalla cucina un torrente scorreva già nel corridoio. Guazzando a piedi nudi nell’acqua.
Margherita portò secchi d’acqua dalla cucina nello studio del critico versandoli nei cassetti della scrivania. Poi, demolita col martello la porta della libreria in quello stesso studio, Margherita corse nella camera da letto. Dopo aver rotto l’armadio a specchio, ne tirò fuori un completo del critico e l’annegò nel bagno. Sul soffice, rigonfio letto a due piazze, vuotò tutto il calamaio che aveva preso nello studio.
La devastazione che essa andava operando le procurava un ardente piacere, ma ciononostante perdurava in lei l’impressione che i risultati fossero alquanto miseri. Si diede quindi a lavorare a casaccio. Prese a spaccare i grandi vasi di ficus nella stanza dove c’era il pianoforte, ma senza aver portato a termine la sua opera, tornò in camera da letto e con un coltello da cucina tagliò le lenzuola, mandò in frantumi le fotografie sotto vetro. Pur non sentendosi stanca, era grondante di sudore.
Intanto, nell’appartamento n. 82, sottostante quello di Latunskij, la cameriera del drammaturgo Kvant prendeva il tè in cucina, chiedendosi che cosa fossero quel fracasso, quel correre su e giù e quel tintinnio che provenivano dal piano di sopra. Alzò il capo verso il soffitto e s’accorse a un tratto che sotto i suoi occhi esso veniva mutando il suo color bianco, in un altro, cadaverico, bluastro. La macchia si allargava a vista d’occhio, e all’improvviso delle grosse gocce spuntarono sul soffitto. Per un paio di minuti la cameriera rimase seduta, meravigliandosi di questo fenomeno, finché dal soffitto cominciò a venir giù una vera pioggia che batteva sul pavimento. In quel punto essa balzò in piedi, mise una bacinella sotto lo zampillo la qual cosa non servì a nulla, giacché la pioggia si estendeva e cominciava ad allagare anche il fornello a gas e la tavola ingombra di stoviglie. Allora, gettando un grido, la cameriera di Kvant scappò sulle scale e subito dopo in casa di Latunskij cominciò a squillare il campanello.
– Già, hanno cominciato a suonare… È ora di andarsene, – disse Margherita. Si sedette a cavallo della spazzola, ascoltando una voce femminile che gridava attraverso il buco della serratura:
– Aprite! Aprite! Dusja, apri! Scorre l’acqua da voi? Noi siamo inondati!
Margherita si alzò di un metro e menò un colpo al lampadario. Due lampadine andarono in pezzi e le gocce di cristallo schizzarono da ogni parte. Le grida attraverso il buco cessarono, si sentì uno scalpiccio sulle scale. Margherita volò alla finestra, scivolò fuori, prese un piccolo slancio e col martello menò un colpo sul vetro. Esso esalò un singhiozzo e le schegge corsero giù come una cascata lungo il muro rivestito di marmo. Margherita volò verso la finestra seguente. Laggiù in basso qualcuno si mise a correre sul marciapiede, una delle due macchine ferme davanti all’ingresso azionò la sirena e partì.
Finito che ebbe con le finestre di Latunskij, Margherita volò verso quelle dell’appartamento attiguo. I colpi cominciarono a farsi più frequenti, il vicolo si riempì di suoni e di fracasso. Dal primo ingresso uscì di corsa il guardaportone, guardò in su, esitò un po’, non sapendo lì per lì quel che doveva fare, poi si mise il fischietto in bocca e si diede a fischiare disperatamente. Più che mai infervorata da quel fischio, Margherita frantumò il vetro dell’ultima finestra dell’ottavo piano, poi scese al settimo e anche lì cominciò a spezzare i cristalli.
[Giunta al terzo piano, tranquillizza un bambino spaventato e solo, poi riprende il volo a grande velocità, lasciando il palazzo nel caos.]
In quel punto Margherita fu assalita dal pensiero che, in fondo, non avrebbe dovuto far volare così freneticamente la spazzola, perché si privava della possibilità d’osservare bene le cose e d’inebriarsi del volo, come si conviene. Qualcosa le diceva che là dov’era diretta l’avrebbero aspettata e che quindi era inutile sottoporsi al fastidio di una velocità e di un’altezza così insensate.
Margherita inclinò in avanti la spazzola la cui coda si sollevò, e, rallentando molto, scese verso terra. E questo scivolare giù, come in toboga, le procurò un grandissimo piacere. La terra si alzò verso di lei e in quella che era stata fino allora un’informe massa nera si andavano palesando i segreti e i fascini della terra in una notte di luna. La terra saliva verso Margherita e già l’investiva l’odore dei boschi verdeggianti. Sorvolò, sfiorandola quasi, la bruma che copriva un prato rugiadoso, poi uno stagno. Sotto di lei le rane cantavano in coro e da lontano giungeva il rumore di un treno che la commuoveva profondamente, chi sa perché. Margherita non tardò a scorgerlo; strisciava lento come un bruco, seminando scintille nell’aria. Oltrepassatolo, essa volò ancora sopra uno specchio d’acqua in cui galleggiava una seconda luna, poi si abbassò ancora di più e proseguí, sfiorando quasi coi piedi le vette dei pini giganteschi.
Dietro si sentiva un greve rumore di aria solcata che cominciava a raggiungere Margherita.
A poco a poco a questo rumore di un oggetto volante, forse un proiettile, si unì una risata femminile, udibile a molte verste di distanza. Margherita si voltò e s’accorse che era inseguita da un oggetto scuro e complicato. Via via che s’avvicinava a lei, si profilava sempre meglio e si cominciava a vedere che era qualcuno che volava a cavallo. Infine si delineò completamente: rallentando, Nataša raggiunse Margherita.
Interamente nuda, coi capelli scarmigliati che volavano per aria, essa cavalcava un grosso verro il quale stringeva fra le zampe anteriori una cartella, e con le posteriori martellava l’aria. Di quando in quando un paio d’occhiali a molle che sfavillavano al chiaro di luna, e poi si spegnevano, cadendogli dal naso, svolazzavano a fianco del verro, appese a un cordoncino, e il cappello gli scivolava tutto il tempo sugli occhi. Esaminatolo ben bene, Margherita riconobbe nel verro Nikolaj Ivanovič, e allora la sua risata risuonò sopra il bosco, mischiandosi con quella di Nataša.
– Nataša! – gridò Margherita con voce acuta. – Ti sei data la crema?
– Gioia mia!! – rispose Nataša, ridestando con i suoi schiamazzi la pineta addormentata. – Mia regina francese, gliel’ho data anche a lui sulla zucca pelata, anche a lui!
– Principessa! – urlò il verro con voce piagnucolosa, portando al galoppo l’amazzone.
– Margherita Nikolaevna! Gioia mia! – gridava Nataša, galoppando a fianco di Margherita, – lo confesso, ho preso la crema! Anche noialtre, sa, vogliamo vivere e volare! Mi perdoni, sovrana, ma io non tornerò, neppure dipinta tornerò! Ah, che bellezza, Margherita Nikolaevna!…Ha chiesto la mia mano, – e Nataša indicò col dito il collo del verro ansimante e vergognoso, – me l’ha chiesta!
Come mi hai chiamata, eh? – gridò Nataša, chinandosi all’orecchio del verro.
– O dea! – ululò questi, – non posso volare così presto! Potrei perdere qualche carta importante, Natal’ja Prokof’evna, io protesto!
– Va’ un po’ al diavolo, tu e le tue carte! – gridò Nataša, ridendo sguaiatamente.
– Che dice mai, Natal’ja Prokof’evna? Potrebbero sentirci! – urlò il verro in tono d’implorazione.
Mentre volava a fianco di Margherita, Nataša le raccontò fra le risa quanto era accaduto nella palazzina dopo che Margherita Nikolaevna aveva varcato in volo il portone.
Nataša confessò che, senza più toccare alcuna delle cose a lei regalate, si era spogliata di furia, s’era buttata sulla crema e se l’era immediatamente spalmata addosso. E le era accaduto lo stesso che alla sua padrona. Mentre Nataša, ridendo di gioia, s’inebriava della sua magica bellezza davanti allo specchio, la porta si era aperta e le era comparso dinanzi Nikolaj Ivanovič. Era agitato, teneva in mano il camicino di Margherita Nikolaevna, nonché il proprio cappello e la cartella.
Vedendo Nataša, Nikolaj Ivanovič era allibito. Riavutosi un po’, rosso come un gambero, aveva dichiarato che s’era creduto in dovere di raccattare il camicino, di riportarlo personalmente…
– Cosa non ha detto, quel mascalzone! – strillava e rideva Nataša. – Cosa non ha fatto per adescarmi! Quanto denaro ha promesso! Diceva che Klavdija Petrovna non ne avrebbe saputo nulla.
Su, parla, dico bugie? – gridò Nataša al verro, e questi, tutto vergognoso, si limitò a voltare il muso dall’altra parte.
Dopo aver folleggiato in camera da letto, Nataša aveva unto con la crema Nikolaj Ivanovič, e lei stessa era rimasta sbalordita. La faccia del rispettabile inquilino del piano di sotto s’era ridotta a un grugno, ai piedi e alle mani gli erano spuntati gli zoccoli. Guardatosi nello specchio, Nikolaj Ivanovič aveva cacciato un urlo selvaggio e disperato, ma era troppo tardi. Pochi secondi dopo, cavalcato da Nataša, egli volava via da Mosca, sa il diavolo dove, singhiozzando di dolore.
– Esigo che mi venga restituito il mio aspetto normale! – rantolò e grugnì a un tratto il verro con tono fra il disperato e il supplichevole. – E non intendo volare a un assembramento illegale!
Margherita Nikolaevna, lei ha l’obbligo di ridurre alla ragione la sua cameriera!
– Ah, sicché adesso sarei la cameriera per te? La cameriera? – gridava Nataša, pizzicando l’orecchio del verro. – E non ero una regina? Non mi chiamavi così?
– Venere! – rispose lamentosamente il verro, volando sopra un torrente spumeggiante fra le rocce e sfiorando con gli zoccoli i cespugli di nocciolo.
– Venere! Venere! – proclamò vittoriosamente Nataša, mettendosi una mano sul fianco e protendendo l’altra verso la luna. – Margherita! Regina! Interceda per me, affinché mi lascino continuare a essere strega! Per lei faranno tutto, lei è potente!
E Margherita rispose:
– Va bene, lo prometto.
– Grazie! – esclamò Nataša, e all’improvviso si mise a gridare in tono brusco e anche un po’ malinconico: – Arri! Arri! Più presto! Più presto! Su, dài!
Ella strinse fra i calcagni i fianchi del verro, dimagriti durante la folle galoppata ed egli diede una strappata tale che riprese a fendere l’aria; dopo un attimo Nataša non era più che un puntino nero, poi scomparve del tutto e il rumore del suo volo si dileguò. […]

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