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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Canto XXXIII (Inferno) – Il conte Ugolino – Analisi del testo

La bocca sollevò dal fiero pasto.

La bocca è fin dall’inizio l’elemento centrale dell’incontro con il Conte Ugolino, che si apre e si chiude con un’immagine crudele di feroce cannibalismo, nei confronti dell’odiato nemico. L’immagine del forbirsi la bocca appare in perfetta, simmetrica, orrida sintonia con l’immagine conclusiva del conte che nuovamente si avventa, avido e famelico come un cane, con gli occhi stravolti (per il dolore? Per il piacere di tormentare il compagno di pena? O…per il piacere del divorare carne umana…?), sul cranio dell’arcivescovo Ruggeri.

Il conte Ugolino, come Francesca (Canto V), è addolorato solo all’idea di dover rievocare l’accaduto eppure, come lei, racconta. La sofferenza che Francesca prova consiste nella dolorosa contrapposizione tra quel momento felice e il presente della pena infernale, ma prevale in lei il desiderio di soddisfare la richiesta che Dante ha fatto con tanta commozione. Nel dolore del conte Ugolino non vi è contrasto tra presente doloroso e passato piacevole. Il suo dolore è disperato, gli opprime il cuore, per la crudeltà dei tragici avvenimenti che hanno portato lui e i suoi figli alla morte. Egli è spinto a parlare dalla profonda avversione per l’odiato nemico, cui spera di recare infamia.

La narrazione di Ugolino.

Ugolino non si sofferma sulle vicende del tradimento, ma inizia a narrare i particolari della prigionia e della morte per fame, sua e dei figli innocenti.

Da mesi rinchiuso nella Torre della Muda, dove venivano tenuti gli uccelli nel periodo in cui cambiavano le penne, in seguito chiamata Torre della Fame, una notte Ugolino è terrorizzato da un terribile incubo: l’arcivescovo Ruggieri capocaccia e altri cacciatori (notabili pisani) inseguono un lupo e i suoi piccoli, con l’aiuto di cagne fameliche. Dopo una breve corsa il lupo e i lupicini vengono raggiunti e sbranati, lacerati dalle zanne affilate dei cani.

Più che il dolor potè il digiuno…

Il sogno premonitore, pur facendo forse riferimento al fallito tentativo di Ugolino di rifugiarsi a Lucca, è soprattutto un’anticipazione della terribile fine che attende lui e i suoi figli. Risvegliatosi, Ugolino sente i suoi figli piangere nel sonno e chiedere del pane. All’ora del magro pasto nulla viene portato loro ma anzi Ugolino sente inchiodare la porta della torre. Ugolino è impietrito dal terrore e i figli piangono, senza che lui sia in grado di rassicurarli. All’alba del giorno dopo, alla vista dei compagni di cella, per la disperazione si morde le mani; i figli, pensando che si morda per la fame, si offrono al padre come cibo, ed egli allora si ricompone. Dopo quattro giorni trascorsi in silenzio, suo figlio Gaddo invoca il suo aiuto e muore. Poi, nei giorni successivi, i figli muoiono ad uno ad uno. Poi, più che il dolore potè il digiuno…

L’odio e il dolore di Ugolino.

Odio e dolore dominano il personaggio. Egli è chiuso in un dolore senza speranza, in un odio e in un desiderio di vendetta che non possono essere appagati. L’offesa arrecatagli dai suoi nemici non è rappresentata per Ugolino dalla sua morte, ma soprattutto da quella dei suoi figli. Il peccatore roso dall’odio è un padre amorevole, benché il suo amore appaia in qualche modo animalesco, simile a quello del lupo che tenta di difendere disperatamente la sua cucciolata, il proprio sangue.

La disperazione che lo coglie al vedere i propri figli, dopo aver compreso quale destino orrendo li attenda, lo impietrisce ed egli ricaccia dentro di sé il proprio dolore, in particolare dopo che essi gli si sono offerti come cibo, mostrando anch’essi un amore meramente naturale per il padre, dopo averlo visto mordersi le mani.

Ugolino è impietrito e le lacrime non escono dai suoi occhi, mentre i suoi figli piangono. L’odio ed il dolore di Ugolino, che rimprovera Dante di non mostrarsi afflitto e di non piangere per quanto gli sta raccontando, si sfogano disperatamente e insaziabilmente sul cranio di colui che in vita lo ha condannato a quella fine tremenda.

Un caso di cannibalismo?

Nella realtà storica probabilmente è corretta l’interpretazione di coloro che negano la tesi secondo la quale il conte Ugolino, spinto dalla fame, si sarebbe nutrito dei propri figli. In questo caso, le parole “…più che il dolor poté il digiuno” indicherebbero che egli sia morto per il lungo digiuno, più che per il dolore.

Tuttavia Dante vuole suggerirci, in modo abbastanza evidente, l’idea del cannibalismo di Ugolino. Ecco alcuni elementi che lo indicano:

  • Si può pensare che Ugolino si lamenti di non essere stato ucciso dal dolore ma di aver dovuto attendere, a lungo, che il digiuno lo liberasse dall’atroce sofferenza. Tuttavia, che Ugolino sia morto per il lungo digiuno sembra abbastanza ovvio. Allora perché dirlo…?
  • Inoltre, tutto il canto è disseminato di immagini che rimandano al tema del cannibalismo: dal conte che rode il cranio del suo nemico, alla crudele caccia al lupo, nel corso della quale i cani mordono ferocemente i fianchi dei lupicini, a lui che si morde le mani, all’offerta che i figli fanno al padre delle proprie carni.
  • Non si dimentichi, infine, che in fondo all’Inferno Lucifero mastica crudelmente i traditori per eccellenza, Bruto, Cassio e Giuda. Il cannibalismo caratterizza il Cocito al punto da sembrare quasi una pena parallela al ghiaccio. Come il ghiaccio rappresenta la razionale, fredda meditazione del peccato commesso dai traditori, così il cannibalismo sembra rappresentare simbolicamente la ripugnanza e la ferocia di delitti così crudeli.

L’invettiva contro Pisa.

Dante si mostra indifferente al dolore di Ugolino, probabilmente perché le colpe dei peccatori di questa zona dell’Inferno sono troppo gravi per provarne pietà. L’ira del poeta si rivolge tuttavia contro coloro che hanno fatto morire, insieme con un presunto colpevole, quattro innocenti, con un’invettiva in sintonia, per la sua violenza, con lo stile dell’episodio del quale rappresenta la conclusione. Egli denuncia energicamente l’odio e l’efferata violenza degli scontri di parte che travagliano i Comuni italiani: la situazione politica delle città italiana è così degenerata che non c’è più rispetto neppure per la vita di giovani innocenti che sono stati lasciati crudelmente morire di fame.

Esercizi di verifica

  1. Nella seconda zona del Nono cerchio dell’Inferno (Antenora) sono puniti i traditori della patria o del proprio partito. A quale tipo di pena sono condannati e perché? (Che tipo di contrappasso).
  2. Dante e Virgilio incontrano il conte Ugolino. Che cosa sta facendo e perché?
  3. Il dialogo tra Dante e Ugolino presenta alcune analogie (ma anche differenze) con quello tra Dante e Francesca. Quali?
  4. Sulla base delle tue impressioni in seguito alla lettura, indica quali elementi della vicenda del Conte Ugolino suscitano inquietudine, paura, orrore, pietà.
  5. Il conte Ugolino compie un sogno premonitore: quale?
  6. Nell’episodio che ha come protagonista il Conte Ugolino si contrappongono amore paterno e odio per il traditore. Individua i momenti della narrazione in cui questo accade.
  7. L’epilogo tragico della vicenda è anticipato da tetri presagi (rumori, sguardi ed espressioni, invocazioni). Individuali nel testo e trascrivili.
  8. Nel corso della narrazione si fa riferimento esplicitamente od implicitamente ad animali, associati al tema della fame: quali? Quale significato assumono queste immagini crudeli?
  9. L’episodio del conte Ugolino presenta numerosi elementi tipici del genere “horror”. Individua quelli che ti appaiono maggiormente evidenti.
  10. Dante sembra impassibile di fronte alle parole di Ugolino, tanto che questi sembra rimproverarlo per la sua indifferenza. Qual è il motivo di tale atteggiamento?
  11. Terminato il racconto del conte Ugolino, Dante reagisce con un’invettiva contro la città di Pisa: che cosa le rimprovera Dante?
  12. Nella successiva zona dell’Inferno Dante incontra un caso traditore particolarmente efferato e crudele, Frate Alberigo dei Manfredi, di Faenza. Qual è il crimine che egli ha commesso? Come si spiega che la sua anima sia all’inferno mentre egli è ancora in vita? Come si comporta Dante nei suoi confronti?

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