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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

La femmina balba

e qual meco s’ausa,/rado sen parte; sì tutto l’appago!».

Canto XIX del Purgatorio

Ne l’ora che non può ‘l calor dïurno

intepidar più ‘l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno [1]                       3

– quando i geomanti lor Maggior Fortuna [2]

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

surger per via che poco le sta bruna -,                  6

mi venne in sogno una femmina balba [3],

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.                9

Io la mirava; e come ‘l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta                      12

la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

com’ amor vuol, così le colorava [4].                     15

Poi ch’ell’ avea ‘l parlar così disciolto,

cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.                              18

«Io son», cantava, «io son dolce serena [5],

che’ marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!                       21

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s’ausa,

rado sen parte; sì tutto l’appago!».                        24

Ancor non era sua bocca richiusa,

quand’ una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.                      27

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

fieramente dicea; ed el venìa

con li occhi fitti pur in quella onesta.                      30

L’altra prendea, e dinanzi l’apria

fendendo i drappi, e mostravami ‘l ventre;
quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.                  33

Io mossi li occhi, e ‘l buon maestro: «Almen tre

voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

troviam l’aperta per la qual tu entre».                    36

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

de l’alto dì i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.                          39

Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l’ha di pensier carca,

che fa di sé un mezzo arco di ponte;                      42

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.              45

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

volseci in sù colui che sì parlonne

tra due pareti del duro macigno.                             48

Mosse le penne poi e ventilonne,

Qui lugent[6]affermando esser beati,

ch’avran di consolar l’anime donne .                       51

«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,

la guida mia incominciò a dirmi,

poco amendue da l’angel sormontati.                     54

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

novella visïon ch’a sé mi piega,

sì ch’io non posso dal pensar partirmi».                  57

«Vedesti», disse, «quell’antica strega

che sola sovr’ a noi omai si piagne;

vedesti come l’uom da lei si slega.                          60

Bastiti, e batti a terra le calcagne [7];

li occhi rivolgi al logoro [8] che gira

lo rege etterno con le rote magne».                         63

Quale ‘l falcon, che prima a’ pié si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che là il tira,                             66

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n’andai infin dove ‘l cerchiar [9] si prende.                  69

[1] Secondo la scienza del tempo si attribuiva il progressivo raffreddamento notturno della terra ai raggi freddi del pianeta Saturno, quand’era all’orizzonte, e della luna.

[2] I geomanti erano indovini che traevano le loro predizioni dallo studio di figure geometriche ottenute segnando sulla sabbia o sulla terra (geomanti: indovini per mezzo della terra) dei punti senz’ordine e congiungendo questi punti con linee. Tra le figure di particolare valore per i geomanti vi era quella chiamata Fortuna maior (Maggior Fortuna), formata da sei punti in forma di quadrilatero munito di una coda, e simile alla figura formata dalle ultime stelle dell’Acquario e dalle prime della costellazione dei Pesci, che precedono la costellazione dell’Ariete, in congiunzione con la quale, durante l’equinozio di primavera, sorge il sole (per via che poco le sta bruna).

[3] È simbolo dei vizi che si commettono per eccessivo attaccamento ai beni terreni (stortura = avarizia; balbuzie = gola; vista guercia = lussuria). La dice femmina e non donna, per sottolinearne le caratteristiche spregevoli e moralmente repellenti

[4] La donna da turpe strega si muta in ammaliante e seducente sirena.

[5] Per i cristiani le sirene furono simbolo del peccato, fascinoso e dilettevole i apparenza ma fatale e distruttivo; nella poesia trobadorica è simbolo della seduzione della bellezza femminile

[6] è la seconda beatitudine evangelica: cfr. Matteo V, 4; Luca VI, 21

[7] batti a terra le calcagne: letteralmente, batti la terra con i calcagni, con i piedi.

[8] Il logoro era lo strumento con cui il falconiere richiamava il falcone in caccia e la metafora introduce il successivo paragone tratto da scene e momenti della caccia col falcone, arte assai praticata nelle corti medievali.

[9] cerchiar: seguendo la curva del girone.

Parafrasi

Canto XIX del Purgatorio

La femmina balba.

1-33: Poco prima dell’alba nell’ora (l’ultima della notte), in cui il calore del sole (del giorno), vinto dalla naturale freddezza della terra, non può mitigare il freddo irradiato dalla luna, e talvolta da Saturno – quando i geomanti (gli indovini) vedono sorgere in cielo ad oriente, poco prima dell’alba, lungo la via che resta per poco oscura, la figura detta “Maggior fortuna”- vidi in sogno una femmina balba (balbuziente) guercia negli occhi, storta nelle gambe, con le mani monche (mutilate o rattrappite), scialba di colore.

Io la guardavo intensamente; e come il sole riscalda le membra intirizzite che il freddo notturno appesantisce, così il mio sguardo le rendeva la lingua sciolta, e poi tutta la raddrizzava in poco tempo, e il pallido volto, come richiede amore, le colorava.

Poiché ella sapeva ora parlare in modo così sciolto, cominciò a cantare in modo tale che a fatica avrei distolto la mia attenzione da lei. “Io sono” cantava, “io sono una dolce sirena che in mezzo al mare affascino (dismago) i marinai allontanandoli dal loro cammino; tanto sono piena di piacere (piacevole) ad ascoltarla! Io distolsi Ulisse dal suo desiderato viaggio, col mio canto; e chiunque si abitua a me, raramente si allontana; a tal punto riesco ad appagarlo pienamente!”.

La sua bocca ancora non era chiusa (non aveva cessato di parlare), quando apparve nel sogno una donna santa e sollecita accanto a me per smascherarla.

“O Virgilio, Virgilio, chi è costei?” diceva con aspro sdegno; ed egli veniva con gli occhi fissi su quella donna onesta. Afferrava l’altra donna, e la scopriva davanti, e me ne mostrava il ventre; e questo mi svegliò per il puzzo che ne usciva.

Il significato sogno.

34-69: Io aprii gli occhi, mentre il mio valente maestro mi diceva: “Almeno tre volte ti ho chiamato! Alzati e vieni: cerchiamo l’apertura nella roccia attraverso la quale tu possa entrare”. Mi alzai in piedi, e ormai tutti i gironi del sacro monte (il Purgatorio) erano pieni della luce del sole, alto sull’orizzonte, e camminavamo col sole del nuovo giorno (sorto da poco) alle spalle.

Seguendo Virgilio, tenevo bassa la fronte come chi l’ha oppressa da gravi pensieri, e camminavo curvo come un mezzo arco di ponte, quando udii dire: “Venite, si passa di qui” con un tono così soave e benigno, come non si sente mai nel nostro mondo terreno.

L’angelo che così ci parlò, con le ali aperte, candide come quelle d’un cigno, ci avviò verso l’alto (alla cornice superiore), alla scala scavata tra due pareti di duro sasso. Poi mosse le ali e ci fece vento (cancellando così un’altra P), affermando esser beati “Quelli che piangono”, perché avranno le loro anime padrone (piene) di consolazione. “Che cos’hai che continui a guardare a terra?” cominciò a dirmi la mia guida quando entrambi di poco eravamo saliti sopra il punto in cui si trovava l’angelo.

Ed io gli risposi: “Mi fa camminare con tanta perplessità una recente visione che attira a sé la mia mente, tanto che non riesco a fare a meno di pensarci”.

Mi rispose: “Hai visto quella vecchia strega ammaliatrice, che rappresenta solo i vizi che ormai restano da espiare sopra di noi (avarizia, gola, lussuria); hai visto come l’uomo si libera da lei.

Ti basti quanto hai sentito, e calpesta la terra affrettando il passo; volgi gli occhi in alto al richiamo che il re eterno fa ruotare con le sfere celesti”.

Come il falcone che prima sta con gli occhi fissi ai piedi, poi si volge al richiamo del falconiere e tutto si protende per il desiderio del pasto, che lo attira in quella direzione, così mi feci io; e così, per tutta la fenditura della roccia che si apre per dare passaggio a chi sale, procedetti fin dove si riprende a camminare in cerchio.

Analisi del testo

L’amore può essere volto in direzioni sbagliate.

Nel canto XVIII (Accidiosi) Virgilio spiega a Dante che l’amore è una disposizione innata dell’anima, ma non è detto che la sua traduzione in atto sia retta. Il peccato può derivare dall’amore che erra “per malo obietto” (la superbia, l’invidia e l’ira), dall’amore che erra “per poco di vigore” nel conseguire la sua meta, l’amore privo di volontà (l’accidia) e dall’amore che, al contrario, erra “per troppo di vigore” nel raggiungere i beni terreni (l’avarizia e la prodigalità, la gola e la lussuria). L’amore è una tendenza naturale nell’uomo, che però può essere volto in direzioni sbagliate.

Dante è preso da una pesante sonnolenza, si addormenta e sogna.

La femmina balba.

Il canto XIX, inizia con un sogno del poeta, che anticipa il passaggio alle ultime tre cornici del Purgatorio. Dante sogna una “femmina balba”, una donna orrenda, balbuziente, guercia, storpia, con la pelle di colore livido. Il poeta la guarda, e la mostruosa apparizione iniziale sotto il suo sguardo si trasforma in un essere di altissima seduzione e fascino.

La femmina balba assume l’aspetto che il desiderio amoroso di Dante le conferisce (com’amor vuol, così le colorava),

con una sorta di “attrazione fatale”, sottratta ai freni della volontà cosciente. Ella diviene bellissima: le sue membra si raddrizzano, la sua lingua si scioglie ed inizia a cantare, dicendo di essere una dolce sirena che avvince chi l’ascolta col suo canto melodioso e si vanta di aver indotto i marinai e persino Ulisse a perdere la rotta.

Le sirene e Ulisse

Ulisse, secondo il racconto di Omero, sfuggì al fascino delle sirene, ma non a quello di Circe. Dante, che non aveva letto l’Odissea, probabilmente fu ingannato dall’ambiguità di un passo, in cui Cicerone traduce le parole delle sirene, ma non dice affatto che Ulisse sfuggì al loro canto. Le sirene, secondo il mito, erano mostri marini dall’aspetto di bellissima donna nella parte superiore del corpo e di mostruoso pesce in quella inferiore, ed ammaliavano i marinai con il loro dolce canto, attirando le navi a sfracellarsi contro gli scogli. Presso gli antichi esse rappresentavano il distruttivo richiamo del piacere sensuale.

Dante ne è affascinato. Ma nel sogno appare una “donna…santa e presta” che, sdegnata, richiama Virgilio al suo dovere di guida e questi accorre, le strappa le vesti e ne scopre il ventre da cui esce un puzzo che risveglia Dante.

I due poeti riprendono il cammino, ma Dante procede incerto e preoccupato, così Virgilio lo esorta a non attardarsi e a non avere ulteriori incertezze, volgendo lo sguardo con decisione al richiamo (al logoro) divino, poiché l’immonda strega non è che la rappresentazione dei tre peccati che sono puniti nelle cornici successive del Purgatorio (l’avarizia e l’opposta prodigalità, la gola, la lussuria).

Salito alla quinta Cornice, il poeta vede delle anime che giacciono a terra bocconi con mani e piedi legati, che sospirano e pregano: sono gli avari, che non elevarono gli occhi al cielo, e ora li devono volgere a terra e sono costretti all’immobilità. Papa Adriano V, sollevatosi a indicare la via ai due poeti, dice di essere stato ambizioso ed avido, tanto legato ai beni terreni quanto ora è costretto a stare disteso in terra.

La femmina balba e deforme è simbolo, come chiarirà Virgilio, dei tre vizi nei quali l’uomo cade per eccessivo amore (per troppo di vigore) dei beni terreni, vizi che si puniscono nelle ultime tre cornici del Purgatorio: avarizia, gola, lussuria.

La mostruosa apparizione femminile è caratterizzata da una somma di incapacità parziali: di parlare (è balbuziente), di vedere (è guercia), di camminare (è storpia). La figura della femmina balba risulta ripugnante proprio in virtù di questo dimezzamento di ogni caratteristica umana: non è priva del dono della parola, ma balbetta; possiede la capacità di vedere, ma di un vedere parziale, falsificante; è in grado di camminare, ma grottescamente. La santa donna, che si contrappone alla femmina balba, è simbolo dell’aiuto divino a Virgilio-Ragione, che riesce così a svelare il non-valore (il puzzo del ventre) dei beni mondani. Il risveglio di Dante è brusco, quasi brutale: gli allettamenti del sogno hanno mostrato il loro aspetto repellente. La femmina balba è costretta a svelare la propria realtà negativa, la propria depravata sozzura ed immoralità.

Lo stile.

Il linguaggio di cui Dante fa uso nell’episodio del sogno è realisticamente crudo, in un contesto che si sta via via “elevando” anche sul piano lessicale ed espressivo. Accanto all’asprezza dei termini utilizzati per la descrizione della femmina balba (guercia, e sovra i piè distorta, con le man monche, e di colore scialba – ventre; puzzo che n’uscia), troviamo un registro lessicale più elevato, che contraddistingue la descrizione iniziale del canto (dïurno; Intepidar; veggiono; surger) e il linguaggio di Virgilio («Almen tre voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni; troviam l’aperta per la qual tu entre»).

 

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Link utili

Esercizi di verifica
  1. Dante si addormenta e sogna: in quale momento della giornata si svolge il sogno? Con quale perifrasi rappresenta tale momento?
  2. La “femmina balba” assume sembianze mutevoli in tre momenti del sogno: apparizione – metamorfosi – svelamento. Indica le sue caratteristiche nelle tre diverse fasi.
  3. La metamorfosi della “femmina balba” è opera dello stesso Dante. Spiega perché.
  4. Il sogno della femmina balba anticipa il successivo salire di Dante alle ultime cornici del Purgatorio. Perché? Che cosa rappresenta allegoricamente?
  5. Un ruolo fondamentale nello smascheramento della “femmina balba” è svolto da una “santa donna”. Perché? Quale funzione svolge e cosa rappresenta allegoricamente?
  6. Virgilio spiega a Dante il significato del sogno e lo esorta ad abbandonare le sue perplessità. In che modo?
  7. Dopo l’esortazione di Virgilio, Dante confronta la propria reazione a quello di un falco. Tuttavia i termini del confronto, relativi al comportamento del poeta sono solo impliciti. Rendili espliciti e spiega il significato della similitudine.
Sirena e vampiro…
Charles Baudelaire, Le metamorfosi del vampiro.

Dalla sua bocca di fragola la donna, contorcendosi come un serpente

sulla brace e i seni strusciando contro i ferri del busto, lasciava colare

queste parole tutte impregnate di muschio: “Ho le labbra umide e so

l’arte di portare a perdizione su un letto l’antica coscienza. Asciugo

ogni lagrima sui miei seni trionfanti e faccio sì che i vecchi ridano

come i bambini. Chi mi vede nuda e senza veli, vede la luna, il sole,

le stelle ed il cielo. Sono, caro sapiente, così dotta in voluttà, quando

fra le braccia temute soffoco un uomo, o quando, timida e libertina,

fragile e vigorosa, abbandono ai suoi morsi il mio seno, che, su

questi materassi turbati, impotenti gli angeli si dannerebbero per me.”

 

Poi che ella ebbe succhiato tutto il midollo delle mie ossa, mi volsi

languidamente verso di lei per darle un ultimo bacio: ma non vidi più

che un otre viscido e marcescente. Chiusi gli occhi, preso da un

freddo terrore; e quando li riapersi alla luce, al mio fianco, in un luogo

del gran manichino che sembrava aver fatto provvista di sangue,

tremavano confusamente pezzi di scheletro, stridendo come quelle

banderuole o insegne appese a un ferro che il vento fa oscillare nelle notti d’inverno.

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CC BY-NC-SA 4.0 La femmina balba (Canto XIX, Purgatorio) by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.