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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, Il trionfo dell’Assommoir

 
Alla ricerca del marito, che trova all’Assommoir, Gervaise si lascia trascinare poco per volta alla rovina definitiva. È il trionfo dell’Assommoir.

 

 

Un sabato Coupeau le aveva promesso di portarla al circo. Ecco finalmente qualcosa per cui valeva la pena di scomodarsi: poter guardare quelle dame che galoppavano sui loro cavalli, che saltavano dentro i cerchi di carta! Coupeau aveva appena riscosso la sua quindicina, ed era disposto a spendere fino a quaranta soldi; avrebbero addirittura cenato fuori casa, tanto più che quella sera Nanà doveva lavorare fino a tardi, dal padrone, per una ordinazione urgente. Ma alle sette Coupeau non s’era ancora fatto vedere; alle otto nemmeno. Gervaise era furibonda. Quell’ubriacone stava di certo bevendosi la quindicina in qualche bettola del quartiere, con i suoi compagni. Aveva lavato una cuffia, e fin dal mattino si era data un gran da fare per rammendare i buchi d’un vecchio vestito, per essere almeno presentabile. Alla fine, verso le nove, con lo stomaco vuoto, livida di rabbia, si decise a scendere e a cercare Coupeau nei dintorni.

«State cercando vostro marito?», le gridò la signora Boche vedendola con la faccia stravolta. «È da papà Colombe. Boche ha preso poco fa delle ciliegie con lui».

Gervaise la ringraziò. E filò diritta sul marciapiede, accarezzando l’idea di saltare agli occhi di Coupeau. Cadeva una pioggerellina sottile sottile, che rendeva ancor meno piacevole la passeggiata. Ma quando arrivò davanti all’Assommoir, la paura di essere invece lei a buscarne, se avesse fatto imbestialire il suo uomo, la calmò d’un tratto e la rese più prudente. La bottega risplendeva, con il gas acceso, gli specchi scintillanti come soli, i boccali e i vasi che illuminavano i muri con i riflessi dei loro vetri colorati. Rimase immobile per qualche istante, con il collo teso e l’occhio appiccicato alla vetrina, fra le due bottiglie della mostra, a spiare Coupeau che aveva riconosciuto in fondo alla sala. Era seduto con dei compagni a un tavolino di zinco, come immersi nella nebbia illividita del fumo delle pipe; e poiché non li poteva sentir gridare, le faceva uno strano effetto guardarli mentre si sbracciavano, con la testa in avanti, gli occhi fuori dalle orbite. Mio Dio! era mai possibile che degli uomini lasciassero le loro donne e le loro case per rintanarsi in un buco dove soffocavano? La pioggia le gocciolava sul collo. Si allontanò, e passeggiò per qualche minuto sul boulevard esterno, riflettendo, non osando ancora entrare. Oh! Coupeau le avrebbe certo fatto una bella accoglienza, proprio lui che non sopportava che lo si venisse a disturbare! E poi, a dire il vero, non le pareva quello il posto migliore per una donna onesta. Ma a stare ferma sotto gli alberi bagnati, si sentiva tutta rabbrividire; e pensava, pur esitando ancora, che avrebbe finito per prendersi qualche brutto malanno. Per due volte tornò a piazzarsi davanti alla vetrina, incollandovi di nuovo l’occhio, esasperata nel vedere al riparo quei maledetti ubriaconi che continuavano a bere e a strillare. I fasci di luce che uscivano dall’Assommoir si riflettevano nelle pozzanghere che coprivano il selciato, e su cui la pioggia rimbalzava in mille piccole bollicine. Quando la porta si apriva e si richiudeva con il sinistro cigolio delle sue lastre di rame, era costretta a scansarsi e finiva nel fango. Alla fine si diede della stupida; spinse la porta e andò difilato verso il tavolino di Coupeau. In fin dei conti stava cercando suo marito; e ne aveva il diritto, perché quella sera le aveva promesso di portarla al circo. Tanto peggio! non aveva nessuna voglia di squagliarsi sul marciapiede come un pezzo di sapone!

«Toh! sei tu, vecchia mia!», gridò lo zincatore, strozzato da un sogghigno. «Ah! questa sì che è buffa!… Eh! non ho ragione? non sembra anche a voi la cosa più buffa del mondo?».

Infatti tutti ridevano, Mes-Bottes, Bibi-la-Grillade, Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif. Sì, c’era qualcosa che trovavano assolutamente divertente, ma non si capiva bene che cosa. Gervaise era ancora in piedi, un po’ stordita. E poiché Coupeau le sembrava di buonumore, s’azzardò a dire:

«Lo sai, dobbiamo andare fin laggiù. Bisogna affrettarci. Arriveremo comunque in tempo per vedere ancora qualcosa».

«Non posso alzarmi, sono inchiodato alla sedia! oh! dico sul serio», riprese Coupeau continuando a ridacchiare. «Prova, così te ne convinci! Tirami per il braccio con tutte le tue forze, coraggio, Dio santo! più forte! ohé, issa!… Lo vedi? è stato quel furfante di papà Colombe ad avvitarmi qui sopra!».

Gervaise si era prestata al gioco; e quando gli lasciò il braccio, i compagni trovarono lo scherzo così divertente che si buttarono gli uni addosso agli altri, strillando e strusciandosi le spalle come gli asini quando vengono strigliati. Lo zincatore aveva la bocca sgangherata da un tale sogghigno che gli si poteva vedere fino in gola.

«Stupida bestia!», le disse alla fine, «potresti anche sederti per qualche minuto. È sempre meglio stare qui che fuori a bagnarsi… Ebbene! sì, non sono tornato a casa, ho avuto da fare. Puoi anche fare il muso, che tanto non ci guadagni niente… Fate un po’ di posto, voi altri!».

«Se la signora volesse accettare le mie ginocchia, starebbe certo più comoda», disse Mes-Bottes con galanteria.

Allora Gervaise, per non farsi notare, prese una sedia e si accomodò a tre passi dal tavolino. Guardò quello che bevevano gli uomini, un’acquavite che luccicava come l’oro dentro i bicchieri; una piccola pozza era colata sul tavolino e Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, senza smettere di parlare, vi inzuppava il dito e tracciava a grosse lettere un nome di donna: Eulalie. Bibi-la-Grillade le sembrò non poco malandato, più magro di un chiodo. Mes-Bottes aveva il naso tutto fiorito, una vera dalia azzurra di Borgogna. E tutti e quattro facevano a gara a chi fosse più sudicio; le loro sozze barbe erano irte e pisciose come degli spazzoloni da vaso da notte, le casacche erano ridotte a brandelli, le manacce che allungavano erano nere e con le unghie a lutto. Ma in verità si poteva ancora stare in loro compagnia, perché anche se trincavano da sei ore, si comportavano sempre in modo decoroso, non essendo ancora arrivati al punto in cui non si è più in sé con la testa. Gervaise ne vide altri due, davanti al bancone, che stavano facendo i gargarismi; erano così ubriachi che, immaginando d’innaffiarsi la gola, si rovesciavano il loro bicchierino sotto il mento e s’infradiciavano la camicia. Il grosso papà Colombe stendeva le sue lunghe braccia, le sole armi di difesa dell’esercizio, versando i giri d’acquavite tranquillamente. Si soffocava dal caldo. Il fumo delle pipe saliva nella luce abbagliante del gas, turbinando come polvere e avvolgendo gli avventori in una nebbia che si condensava lentamente; e da quella nuvola usciva un baccano assordante e confuso: voci appannate, bicchieri che si urtavano, bestemmie, pugni che rimbombavano sui tavolini come cannonate. E Gervaise si sentiva a disagio, perché uno spettacolo del genere non è certo piacevole per una donna, soprattutto se non vi è abituata; soffocava, con gli occhi infiammati, la testa già appesantita dall’odore di alcool che esalava dall’intera sala.

Poi, tutt’a un tratto, ebbe la sensazione d’un malessere ancora più inquietante proprio alle sue spalle. Si rigirò e vide l’alambicco, la distillatrice che lavorava sotto la vetrata dello stretto cortile con la sua profonda vibrazione da cucina infernale. Di sera le sue storte apparivano ancor più cupe e sinistre, illuminate com’erano soltanto nelle loro incurvature da una larga stella rossa; e l’ombra della macchina disegnava contro la parete sul fondo delle immagini obbrobriose, figure con la coda, mostri che spalancavano le mascelle come per divorare il mondo intero.

«Su, boccuccia di rosa, non fare il muso!», gridò Coupeau. «Al diavolo i guastafeste!… Cosa vuoi bere?».

«Proprio nulla», rispose la lavandaia. «Non ho nemmeno cenato».

«Ebbene! una ragione di più; un goccetto di qualcosa ti rimetterebbe in forze».

Ma poiché Gervaise continuava a restare imbronciata, Mes-Bottes si mostrò di nuovo galante.

«Forse alla signora piacerebbe qualcosa di dolce», mormorò.

«Mi piacerebbe che il mio uomo non si ubriacasse», rispose allora Gervaise irritata. «Sì, mi piacciono gli uomini che portano a casa la loro paga e mantengono la parola, quando hanno fatto una promessa».

«Ahi! è allora questo che ti rode!», disse lo zincatore senza smettere di sogghignare. «Vuoi la tua parte! Ma se è così, oca che non sei altro, perché ti ostini a rifiutare un bicchierino? Su, prendi qualcosa; è tutto regalato!».

La lavandaia lo fissò a lungo, con l’espressione cupa e una piccola ruga che le solcava la fronte come una piega nera. Poi rispose con voce strascicata:

«Ma sì! hai ragione, è una buona idea. Così ci berremo tutti i soldi insieme!».

Bibi-la-Grillade si alzò per andarle a prendere un bicchiere d’anisette. Gervaise spostò la sua sedia in modo d’avvicinarsi al tavolino. Mentre sorseggiava l’anisette, un ricordo la colpì all’improvviso: si rammentò della prugna che un giorno aveva preso insieme a Coupeau, accanto alla porta, quando lui le faceva la corte. In quel tempo mangiava il frutto ma lasciava l’acquavite. E adesso anche lei cominciava a darsi ai liquori! Oh! si conosceva bene; non aveva un solo briciolo di volontà. Le sarebbe bastato un buffetto sulle spalle per andare ad affogare nell’alcool. Per esempio, quell’anisette le piaceva, nonostante fosse un po’ troppo dolce, quasi nauseante. […]

«Ah! bene, grazie tante!», gridò Coupeau, rivoltando il bicchiere d’anisette che la moglie aveva svuotato. «Te lo sei scolato tutto! Guardate, brutti furfanti, non ne vien giù nemmeno una goccia!».

«La signora ne vuole un altro bicchiere?», domandò Bec-Sale, detto anche Boit-sans-Soif

No, ne aveva abbastanza. E tuttavia esitava. L’anisette la nauseava. Avrebbe preso volentieri qualcosa di più forte, per riaggiustarsi lo stomaco. E gettava degli sguardi di traverso sulla macchina che le stava alle spalle. Quella maledetta marmitta, tonda come il ventre d’una grassa calderaia, con quel suo naso che s’allungava e s’attorcigliava, le alitava come un brivido nella schiena, un brivido di desiderio e insieme di paura. Sì, faceva pensare alle trippe di metallo di qualche gran donnaccia, di qualche strega che lascia andare goccia a goccia tutto il fuoco delle sue viscere. Una bella sorgente di veleno, una attività che avrebbero dovuto sotterrare in una cantina, tanto era sfacciata e vergognosa! Ma con tutto ciò, avrebbe voluto ficcarci dentro il muso, annusarne l’odore, assaggiare quella porcheria, quand’anche la sua lingua scottata avesse dovuto sbucciarsi di colpo come un’arancia.

«Che state bevendo?», domandò agli uomini come per caso, con l’occhio acceso dal bel colore dorato dei loro bicchieri.

«Questa, vecchia mia», rispose Coupeau, «è la canfora di papà Colombe… Non fare la sciocca. Te la faremo assaggiare».

E quando le ebbero portato un bicchiere d’acquavite, e la sua mascella si contrasse al primo sorso, lo zincatore riprese picchiandosi sulle cosce:

«Eh! ti lascia senza fiato, vero?… Buttala giù tutta insieme. Ogni bicchierino di questa roba toglie uno scudo da sei franchi dalla tasca del medico».

Dopo il secondo bicchiere, Gervaise non sentì più la fame che l’aveva torturata. Ormai si era riconciliata con Coupeau, non gli serbava più rancore per la promessa non mantenuta. Sì, sarebbero andati al circo un’altra volta; non doveva poi essere così divertente guardare dei saltimbanchi che giravano al galoppo sui loro cavalli. Da papà Colombe non pioveva; e se la quindicina spariva in bicchierini d’acquavite, almeno se la metteva in corpo, se la beveva limpida e scintillante come un bell’oro liquido. Ah! che voglia di mandare a quel paese il mondo intero! La vita le offriva così pochi piaceri, che le sembrava già una consolazione poter partecipare a metà nel far fuori in quel modo il loro denaro. Ci si trovava bene; perché mai avrebbe dovuto andarsene? La potevano anche prendere a cannonate; una volta che si era fatta la sua cuccia, non la lasciava tanto facilmente. Si crogiolava in quel bel calduccio, con il corpetto incollato alle spalle, invasa da un benessere che le intorpidiva le membra. E ridacchiava da sola, poggiata sui gomiti, con gli occhi smarriti, divertendosi a guardare due avventori, un gigante e un nano, seduti a un tavolo vicino, che si volevano assolutamente baciare, tanto erano cotti. Sì, all’Assommoir si divertiva; le bastava guardare la faccia da luna piena di papà Colombe, una vera vescica di grasso, gli avventori che fumavano le loro corte pipe urlando e sputando, le alte fiamme del gas che illuminavano i vetri e le bottiglie di liquore. L’odore non le dava più fastidio; anzi, si sentiva solleticare il naso, finiva per trovarlo gradevole. Le palpebre le si chiudevano un poco, mentre respirava trattenendo il fiato, ma senza che la cosa l’opprimesse, assaporando il piacere del lento sonno che la prendeva. Poi, dopo il terzo bicchierino, si lasciò cadere con la testa fra le mani; non vide più che Coupeau e i compagni, rimase faccia a faccia con loro, vicinissima, con le guance riscaldate dal loro respiro, guardando le loro sudice barbe come se ne avesse a contare i peli. Erano ormai completamente ubriachi. […]

Ma a un tratto si sentirono delle grida, degli spintoni, un fracasso di tavolini rovesciati. Papà Colombe stava buttando fuori tutta la compagnia, senza scomporsi, lavorando semplicemente di polso. Davanti alla porta lo ingiuriarono, gli diedero della carogna. Continuava a piovere, e soffiava un venticello ghiacciato. Gervaise perse Coupeau, lo ritrovò e lo perse di nuovo. Voleva tornarsene a casa; tastava le botteghe per riconoscere la via. Quel buio improvviso la lasciava sgomenta. All’angolo di rue Poissonniers, si mise a sedere in mezzo al rigagnolo; era convinta d’essere al lavatoio. Tutta quell’acqua che scorreva le faceva girare la testa, come se fosse ammalata. Finalmente arrivò a casa; passando in fretta davanti alla porta della guardiola, si accorse benissimo che i Lorilleux e i Poisson, seduti a tavola con i portinai, facevano delle smorfie di disgusto scorgendola ridotta in quello stato.

Non ricordò mai come fosse riuscita a salire fino al sesto piano. In alto, mentre imboccava il corridoio, la piccola Lalie, che aveva riconosciuto il suo passo, le corse incontro a braccia aperte, con un gesto pieno d’affetto, sorridendo:

«Signora Gervaise», gridò, «il babbo non è tornato; venite a vedere come dormono bene i bambini… Oh! sono così carini!».

Ma di fronte al volto inebetito della lavandaia, indietreggiò, cominciò a tremare. Conosceva fin troppo bene quell’alito d’acquavite, quella bocca convulsa, quegli occhi spenti. Gervaise le passò accanto vacillando, senza dire una parola, mentre la piccola, in piedi sulla soglia, la seguiva con i suoi occhi neri, muti e rattristati.

E. Zola, L’assommoir, cit., p. 383.

 

Analisi del testo: Il trionfo dell’Assommoir

 
La fine delle illusioni
Gervaise entra all’Assommoir a cercare il marito, ubriaco come al solito. Il luogo è lo stesso in cui anni prima Coupeau aveva chiesto alla donna di sposarlo, e il parallelismo tra le due situazioni è evidente. Ma quando per la prima volta si erano incontrati all’Assommar Gervaise e Coupeau sono giovani, forti e pieni di sogni e di speranze, pur modeste. Essi in quell’occasione si erano sentiti diversi e migliori rispetto agli altri avventori inebetiti dall’alcool. Qui invece la situazione è radicalmente cambiata, perché essi hanno ormai perso tutto (soldi, tranquillità, rispetto reciproco, affetto coniugale, dignità). Nessuno dei sogni e delle modeste ambizioni di Gervaise si è avverato, tutto è fallito e il retaggio familiare che pesava su di loro (la propensione all’alcolismo) si è infine compiuto.
Verso l’abisso
Entrata per cercare il marito e fargli mantenere la promessa di condurla a vedere il circo, Gervaise si lascia trascinare poco per volta alla rovina definitiva. Inizialmente è irritata e osserva con ribrezzo gli avventori distrutti dall’alcool, poi si lascia coinvolgere dall’atmosfera dell’assommoir, forzatamente euforica e venata di aggressività. Come per provocazione nei confronti di Coupeau (se beve lui, berrà anche lei, così potrà avere qualcosa della sua paga) accetta di bere il primo bicchierino di anisette. Poi passa all’acquavite e, un bicchiere dopo l’altro, quella miserabile bettola si trasforma ai suoi occhi in un posto caldo e accogliente, in cui rifugiarsi per dimenticare le miserie della vita, gli affanni, le disillusioni e la fame.
Il fascino perverso dell’assommoir
La macchina distillatrice domina la scena. Gervaise ne avverte la presenza inquietante, resa ancora più sinistra dal buio e dai riflessi delle luci nei vetri, tanto che l’ombra proiettata sulle pareti sembra dar vita a «immagini obbrobriose, figure con la coda, mostri che spalancavano le mascelle come per divorare il mondo intero». Poi, dopo aver bevuto il primo bicchiere, Gervaise sente su di sé l’alito della macchina, che le suscita un «brivido di desiderio e insieme di paura». La distillatrice appare come una creatura vivente e i tubi e le storte di vetro sembrano a Gervaise come «le trippe di metallo di qualche gran donnaccia, di qualche strega che lascia andare goccia a goccia tutto il fuoco delle sue viscere». Gervaise subisce il fascino perverso della distillatrice: sa che è una «sorgente di veleno», ma vorrebbe «ficcarci dentro il muso», assaggiare il liquore fino a farsi bruciare la lingua.
Un tragico girone infernale
Alla luce smorzata delle candele, la bettola di papà Colombe sembra un girone infernale e gli avventori somigliano ad anime dannate e senza pace. La narrazione si sofferma sul degrado fisico e psichico provocato dall’acquavite: gli avventori del locale sono sporchi e malvestiti, portano nel viso i segni della consunzione e della malattia, si lasciano andare a gesti inconsulti. Tuttavia, proprio questo girone infernale appare agli occhi delle sue vittime come un rifugio e una consolazione, come l’unico piacere possibile in un’esistenza squallida e miserabile, come la naturale conseguenza della loro miserevole condizione di vita.
Lo sguardo disperato di Lalie
L’opinione del narratore trapela forse nello sguardo della piccola Lalie (in seguito uccisa di botte dal padre ubriacone), che segue con gli occhi «neri, muti e rattristati» la figura traballante di Gervaise, annebbiata dall’acquavite: non uno sguardo di condanna, ma di muta disperazione.

 

 

Esercizi di analisi
  1. Perché Gervaise va a cercare Coupeau? Cosa le aveva promesso il marito?
  2. Cosa vede Gervaise, rimanendo fuori dal locale? Cosa la colpisce in particolare?
  3. Perché esita, prima di entrare?
  4. Come l’accoglie Coupeau? In che condizioni è?
  5. Perché Gervaise accetta il bicchierino che le viene offerto?
  6. Cosa succede a Gervaise, dopo aver bevuto?
  7. Perché decide di rimanere nella bettola?
  8. In che condizioni torna a casa?
  9. Analizza come cambia il giudizio di Gervaise sull’Assommoir con il diffondersi dell’alcol nel suo corpo (dall’anisete leggera all’acquavite).

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