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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, Il romanzo sperimentale

 

Il più importante intervento teorico di Zola fu il saggio sul Romanzo sperimentale, dove il romanzo è concepito come un esperimento scientifico. In quest’opera egli descrive il lavoro dello scrittore rifacendosi esplicitamente all’Introduzione allo studio della medicina sperimentale di Claude Bernard. Egli dichiara di voler applicare alla letteratura quanto Bernard dice della medicina: «se il metodo sperimentale conduce alla conoscenza della vita fisica, deve anche condurre alla conoscenza della vita delle passioni e dell’intelletto». Così come lo scienziato parte da un’ipotesi, crea artificialmente le condizioni adatte e osserva lo svolgersi del fenomeno, per verificare la validità dell’ipotesi di partenza, anche il romanziere segue lo stesso percorso: parte dall’osservazione minuziosa dei fenomeni psicologici e sociali, formula un’ipotesi di interpretazione e la verifica sul campo. 

Il romanzo come ‘documentazione’

Il romanzo è la documentazione dell’esperimento messo in atto: dati un certo carattere ereditario, una certa situazione storica e un certo ambiente sociale, il destino e l’agire dei personaggi sono prevedibili, non possono che seguire linee predeterminate. Il metodo sperimentale vuole trasformare la creazione artistica in un’attività scientifica: il romanziere non si limita a ‘fotografare’ la realtà, ma la osserva e la studia come farebbe uno scienziato, fa ricerche sul campo, si documenta sui temi della sua opera, indaga le premesse storiche e sociali della sua storia. Ovviamente si tratta di un esperimento virtuale e fittizio, dato che in ogni caso è l’autore che decide la sorte dei personaggi, senza la possibilità effettiva di un riscontro reale.

La polemica contro l’idealismo romantico 

Il principale obiettivo polemico di Zola è l’idealismo romantico, per il quale la creazione artistica è frutto del genio e dell’ispirazione irrazionale. Al contrario, i naturalisti rifiutano qualsiasi elemento irrazionale, qualsiasi presenza ‘occulta’ e sottopongono ogni fatto all’osservazione e all’esperimento, senza presupporre forze misteriose e inspiegabili. Non si interessano alle questioni metafisiche (il perché delle cose), ma si limitano a osservare lo svolgersi dei fenomeni (il come). La polemica contro l’idealismo romantico si traduce anche, sul piano delle concrete scelte narrative, nel rifiuto del ‘romanzesco’, ridimensionando o eliminandoil pathos narrativo, e nella rappresentazione, invece, di una ‘tranche de vie’. 

 

La crisi del personaggio romantico 

I personaggi romanzeschi del primo Ottocento lottavano con passione per inseguire i propri desideri e ideali fino alle estreme conseguenze: l’appagamento o la morte. I personaggi di Zola, invece, soffrono di una sfasatura ormai irrimediabile tra desideri, potenzialità e volontà. Non hanno grandi vocazioni, non seguono grandi ideali, non sanno ciò che vogliono o rinunciano facilmente a realizzarlo, o impiegano tutte le loro forze per realizzare qualcosa che poi non li soddisfa. Nei romanzi romantici, inoltre, i personaggi miravano a suscitare l’identificazione del lettore. Nel romanzo naturalista, invece, che presenta personaggi spesso ambigui e contraddittori, entra in crisi il meccanismo di identificazione e il lettore è piuttosto indotto a osservarli dall’esterno. 

La scelta dell’impersonalità 

Obiettivo dichiarato è infatti l’assoluta imparzialità: il narratore deve descrivere senza giudicare, senza prendere posizione, senza lasciar trapelare simpatia o antipatia nei confronti dei suoi personaggi. L’autore scompare e manca una voce autorevole che commenti le vicende e indichi ai lettori la loro corretta interpretazione, mostrando ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La tecnica dell’impersonalità esprime la crisi ideologica di fine Ottocento e testimonia la perdita di fiducia nei valori borghesi: qualsiasi giudizio è parziale e relativo, non esistono in astratto modelli negativi e modelli positivi. 

L’uso dell’indiretto libero

Dal punto di vista stilistico il principio di impersonalità si traduce in un uso molto particolare del discorso indiretto libero (un discorso indiretto senza alcun verbo introduttivo, del tipo «disse che», o «pensò che»): voci e pensieri dei personaggi non sono limitati ai dialoghi, ma presenti in tutta la narrazione e la voce del narratore si confonde in continuazione con quella dei personaggi, al punto che diventa pressoché impossibile capire chi di volta in volta stia parlando.

Il primato delle descrizioni 

La riduzione della componente romanzesca si lega a una corrispondente estensione delle parti descrittive. Nei romanzi tradizionali le parti narrative sono prioritarie mentre le descrizioni sono subordinate all’azione. Nei romanzi di Zola le parti descrittive diventano fondamentali mentre il racconto degli eventi è meno rilevante. In ossequio al principio dell’impersonalità, la descrizione non è gestita dal narratore, bensì dai personaggi. Il lettore vede attraverso la prospettiva interna di chi di volta in volta si trova a osservare l’ambiente circostante.

Il metodo di lavoro

Nella prima fase della stesura Zola individua le caratteristiche di partenza dei personaggi e dell’ambiente. Poi si dedica alla compilazione di un dossier composto da:

  • documentazione scientifica (studi storici, sociologici e linguistici; articoli di cronaca) sugli ambienti che intende rappresentare;
  • indagine sul campo mediante osservazione diretta, trascorrendo intere giornate negli ambienti, e a contatto con i ceti sociali protagonisti del romanzo. 

Poi lo scrittore abbozza una trama che derivi in modo consequenziale dal carattere e dalle condizioni dei personaggi. La fase successiva era costituita dalla stesura di un progetto dettagliato in cui l’azione viene suddivisa nei vari capitoli, indicando per ciascuno il contenuto di massima. Infine, Zola procedeva alla stesura completa del romanzo.

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Link utili

Il Ciclo dei Rougon-Macquart (1871-1893)

Con metodicità quasi maniacale Zola realizzò nel corso di oltre venti anni il suo progetto più ambizioso, ossia il ciclo di romanzi dei Rougon-Macquart, nei cui venti volumi delineò la storia di una famiglia nella Francia del Secondo Impero di Napoleone III. 

I capostipiti della famiglia sono Adélaide Fouque, contadina arricchita, il marito Rougon, giardiniere un po’ sempliciotto, e l’amante Macquart, contrabbandiere e alcolizzato. I discendenti sono diversamente segnati da questi caratteri originari, che ne rappresentano l’eredità familiare: la fragilità nervosa, la propensione all’alcolismo, l’ambizione sfrenata. Ognuno di loro si muove in un ambiente diverso (dalla provincia contadina alla società aristocratica, dal mondo del proletariato urbano a quello degli speculatori finanziari), riproducendone vizi e caratteristiche. Il destino dei singoli personaggi è la risultante dell’azione incrociata di questi fattori: i caratteri familiari ereditari (la «razza»), l’ambiente sociale (il «milieu»), la congiuntura storica (il «moment»).

 

I romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart
La fortuna dei Rougon (1871)
La cuccagna (1872)
Il ventre di Parigi (1873)
La conquista di Plassans (1874)
La colpa dell’abate Mouret (1875)
Sua Eccellenza Eugène Rougon (1876)
L’Assommoir (1877)
Una pagina d’amore (1878)
Nanà (1880)
Quel che bolle in pentola (1882)
Al paradiso delle signore (1883)
La gioia di vivere (1884)
Germinal (1885)
L’Opera (1886)
La Terra (1887)
Il Sogno (1888)
La bestia umana (1890)
Il denaro (1891)
La disfatta (1892)
Il dottor Pascal (1893)
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