Boccaccio, San Ciappelletto

decameron

dal Decameron di Boccaccio, versione in italiano contemporaneo di Giorgio Baruzzi

Ser Cepperello, con una falsa confessione, inganna un santo frate, poi muore. Perciò, pur essendo stato in vita un gran peccatore, da morto lo ritengono un santo e lo chiamano san Ciappelletto.

Giornata prima: ognuno  narra quello che preferisce

Regina: Pampinea

Novella Prima

Narratore: Panfilo

[…]

Si dice dunque che Musciatto Franzesi era diventato in Francia cavaliere, da ricchissimo e grosso mercante qual era. Egli doveva tornare in Toscana con messer Carlo Senzaterra, fratello del re di Francia, che papa Bonifacio VIII aveva chiamato e sollecitato a venire. Sapendo che i suoi affari erano molto complessi, come spesso accade ai mercanti, e che non gli era possibile liberarsi subito facilmente, pensò di affidarli a diverse persone. Riuscì tutti a sistemarli, ma rimase incerto su chi potesse essere in grado di riscuotere i crediti che aveva fatto a diversi borgognoni. Il motivo della sua incertezza era il sapere che i borgognoni erano uomini ribelli, malvagi e sleali, e non gli veniva in mente nessun uomo degno della sua fiducia, che fosse tanto malvagio da poter fronteggiare la loro malvagità.

Dopo aver riflettuto a lungo su come risolvere il problema, si ricordò di un ser Cepparello da Prato, che spesso soggiornava nella sua casa a Parigi. Questi, di corporatura minuta e molto ricercato nel vestire, poiché i francesi non sapevano che cosa volesse dire Cepparello, e pensavano che potesse significare “cappello” o “ghirlanda”, secondo la loro lingua, poiché come dicevo era piccolo, non lo chiamavano Ciappello ma Ciappelletto. E dovunque era noto come Ciappelletto, mentre pochi lo conoscevano come ser Cepparello.

Questo Ciappelletto conduceva questa vita: era notaio, e si vergognava moltissimo se anche uno solo dei suoi atti notarili (e non ne faceva pochi) non era falso. Di falsi ne avrebbe fatti quanti gliene chiedessero, e avrebbe preferito donare questi che farne uno onesto molto ben pagato. Rendeva false testimonianze, su richiesta o no, e poiché in quel tempo in Francia si dava grandissima importanza ai giuramenti, poiché non si faceva scrupoli a farli falsi, vinceva in modo malvagio tante cause quante erano quelle in cui lo si chiamava a testimoniare sotto giuramento. Provava uno straordinario piacere, e vi si dedicava con passione, a provocare tra amici, parenti e qualunque altra persona cattiverie, inimicizie e discordie. Quanto più grandi erano le conseguenze negative che ne vedeva derivare, tanto più ne gioiva. Invitato a commettere un omicidio o qualunque altra azione malvagia, non rifiutava mai e vi partecipava di buon grado, tanto che più volte aveva ferito o ucciso uomini con le proprie mani. Era grandissimo bestemmiatore di Dio e dei Santi, e per ogni inezia si infuriava, più di ogni altro. Non andava mai in chiesa, e scherniva con parole esecrabili tutti i sacramenti come se fossero sciocchezze. Al contrario, visitava e frequentava volentieri le taverne e altri luoghi equivoci.

Desiderava le femmine come i cani il bastone, mentre gli piacevano i maschi, più che a ogni altro depravato. Avrebbe sottratto e rubato con la diligenza con cui un santo farebbe del bene. Era molto goloso e grande bevitore, tanto che a volte era proprio ridotto male. Era giocatore di dadi e baro conclamato. Perché continuo a dilungarmi? Egli era l’uomo peggiore che fosse mai nato. La posizione di potere e la ricchezza di messer Musciatto davano protezione alle sue malefatte, per cui era stato salvato molte volte dai privati cittadini come dalla corte, ai quali spesso aveva recato e continuava a recare offesa.

Quindi messer Musciatto, cui venne in mente questo Cepparello del quale ben conosceva lo stile di vita, pensò che costui fosse proprio quel che serviva per avere a che fare con la cattiveria dei borgognoni. Perciò lo mandò a chiamare e così gli disse: 

“Ser Ciappelletto, come tu sai, io sto per andarmene del tutto da qui. E poiché tra i tanti affari ho anche a che fare con i borgognoni, uomini che cercano sempre di ingannarti, non so a chi lasciare il compito di riscuotere da loro i miei crediti che sia più adatto di te. Perciò, dato che mi pare che in questo periodo tu non abbia altro da fare, se vorrai occuparti di questo, io intendo intercedere per te presso la corte e darti un’equa parte di quello che riscuoterai”.

Ser Ciappelletto, che era senza lavoro e in ristrettezze, e che vedeva andarsene colui che a lungo era stato suo sostegno e protezione, quasi costretto da necessità decise subito e disse che accettava volentieri. Perciò, messisi d’accordo, ricevuta la procura e le credenziali del re, dopo la partenza di Musciatto andò in Borgogna, dove quasi nessuno lo conosceva. Qui, insolitamente per la sua natura, mostrò di svolgere il suo compito di riscuotere il denaro con bonaria benevolenza, quasi si riservasse le maniere forti come estremo rimedio.

Mentre così faceva, ospite in casa di due fratelli fiorentini, che facevano gli usurai e che lo trattavano con ogni riguardo per rispetto nei confronti di messer Musciatto, Ciappelletto si ammalò. I due fratelli fecero subito venire da lui medici e domestici a servirlo, e fecero tutto quel che si poteva per rimetterlo in salute. Ma ogni cura era inutile, perché il buon uomo, che era ormai vecchio e che aveva vissuto in modo sregolato, secondo la diagnosi dei medici peggiorava di giorno in giorno, a causa di una malattia incurabile. Di questo i due fratelli si dolsero molto.

Un giorno, molto vicini alla stanza nella quale Ciappelletto giaceva malato, cominciarono a parlare tra loro. L’uno disse all’altro: 

“Come facciamo con costui? Per causa sua siamo proprio nei guai! Infatti, metterlo fuori di casa così malato ci attirerebbe molte critiche e sarebbe segno evidente di poco cervello, perché la gente ha visto che prima noi l’abbiamo accolto, poi fatto servire e medicare con grande cura, mentre ora vedrebbe che, senza che abbia fatto qualcosa di male, così all’improvviso lo cacciamo fuori di casa, malato e moribondo.

D’altra parte, lui è stato un uomo così malvagio che non vorrà né confessarsi né ricevere alcun sacramento dal prete. Quindi, morendo senza confessione, nessuna chiesa vorrà accogliere il suo corpo, anzi sarà gettato in una fossa come un cane. Ma se anche si confessasse, i suoi peccati sono così tanti e così tremendi che accadrà la stessa cosa, perché non sarà assolto e sarà gettato in una fossa. E se accadrà questo, il popolo di questa città, che ritiene il nostro mestiere più che disonesto e non fa che parlarne male, e che non aspetta altro che di derubarci, vedendo questo si agiterà e inizierà a gridare: ‘Questi cani di italiani, che non sono accolti neanche in chiesa, non li possiamo più tollerare!’ E correranno alle nostre case e magari non solo ci deruberanno dei nostri beni, ma forse ci toglieranno anche la vita. Perciò, in ogni modo, se costui muore siamo messi male”.

Ser Ciappelletto, che come dicevamo era a letto vicino a dove costoro così parlavano, poiché aveva l’udito fine, come spesso accade ai malati, udì ciò che costoro dicevano di lui. Li fece chiamare e disse loro: 

“Non voglio che voi abbiate alcun timore per me, né che abbiate paura di ricevere alcun danno per causa mia. Ho sentito quel che dicevate di me e sono certissimo che accadrebbe proprio quello che dite voi se le cose andassero come avete pensato. Ma andranno diversamente. Nella mia vita ho recato tante offese a Dio che, anche se ora gliene faccio una in punto di morte non farà una gran differenza. Perciò, fate venire da me un frate che abbia sicura fama di santità, il migliore che potete trovare, se ce n’è qualcuno, e lasciate fare a me, perché sistemerò gli affari vostri e miei in modo che andrà tutto bene e che sarete contenti”.

I due fratelli, benché non sperassero di ricavare molto da questo, tuttavia si recarono presso un convento e chiesero se poteva essere mandato a casa loro un santo e saggio frate, per confessare un italiano gravemente malato. Fu dato loro un anziano frate, la cui vita era santa e integerrima, profondo conoscitore delle Sacre scritture e uomo molto venerabile, per il quale tutti i cittadini avevano una straordinaria e rara devozione. Così condussero lui.

Questi, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giaceva, gli si mise a sedere di fianco, e dapprima cominciò a confortarlo, poi gli chiese quale fosse l’ultima volta che si era confessato. Ser Ciappelletto, che non si era mai confessato, gli rispose:

“Padre mio, sono solito confessarmi almeno una volta alla settimana, benché siano molte quelle in cui mi confesso di più. In verità da quando mi sono ammalato, e sono circa otto giorni, non mi sono più confessato, tale è stata la sofferenza che mi ha procurato la malattia”.

Allora il frate disse:

“Figliolo mio, hai fatto bene, e così devi fare in seguito. Dato che ti confessi spesso, farò poca fatica ad ascoltare e a chiedere”.

Ser Ciappelletto disse:

“Signor frate, non dite così. Io non mi sono confessato mai così tante volte né così spesso da non voler confessare ogni volta tutti i peccati che mi ricordassi, dal giorno in cui nacqui a quello della confessione. Per questo vi prego, mio buon padre, che mi chiediate con precisione di ogni cosa, come se non mi fossi confessato mai. E non abbiate riguardi per me perché sono malato, perché io preferisco mortificare questo mio corpo piuttosto che, assecondandolo, fare qualcosa che possa portare a perdizione la mia anima, che il mio Salvatore riscattò con il suo prezioso sangue”.

Queste parole al sant’uomo piacquero molto e gli parvero indizio di una buona disposizione d’animo. Dopo aver molto lodato ser Ciappelletto per questa sua abitudine, cominciò a chiedergli se mai avesse peccato di lussuria con qualche donna. Ser Ciappelletto sospirando gli rispose:

“Padre mio, quanto a questo io mi vergogno a dirvi la verità, perché temo di peccare di superbia”.

Al che il santo padre gli disse:

“Parla senza preoccuparti, perché a dire la verità non si commette mai peccato, né in confessione né in altre circostanze”.

Allora ser Ciappelletto disse:

“Poiché voi mi rassicurate su questo, ve lo confesserò: io sono vergine come quando la mia mamma mi ha partorito”.

Il frate disse: 

“Che Dio ti benedica! Un’ottima condotta! Facendo questo hai molti maggiori meriti in quanto, volendo, avevi la libertà di fare il contrario, cosa che non abbiamo noi e tutti quelli che sono tenuti a farlo dalle regole della vita ecclesiastica”.

Dopo il frate gli chiese se avesse peccato di gola. Al che, sospirando profondamente, ser Ciappelletto rispose che aveva peccato, e molte volte. Disse che oltre ai digiuni quaresimali, che le persone devote fanno nel corso dell’anno, era solito digiunare almeno tre volte alla settimana a pane e acqua. Però, specialmente dopo aver sostenuto una lunga fatica, durante la preghiera o durante un pellegrinaggio aveva talvolta bevuto l’acqua con quel piacere e quel desiderio che hanno i grandi bevitori di vino. E poi, molte volte aveva desiderato mangiare certe belle insalate di erbe, come quelle che fanno le donne quando vanno in campagna. E qualche volta il mangiare gli era parso migliore di quello che a lui pareva che dovesse parere a chi, come lui, digiunasse per devozione.

Al che il frate replicò:

“Figlio mio, questi sono peccati naturali e sono molto lievi. Perciò non devi affliggertene l’animo più del necessario. Capita a ogni uomo, per quanto santo sia, che dopo un lungo digiuno il mangiare gli sembri buono, e dopo la fatica il bere”.

Ser Ciappelletto disse: “Oh! Padre mio, non dite questo per consolarmi, ben sapete che io so che le cose che si fanno al servizio di Dio si devono fare tutte senza riserve e senza scontento: pecca chi le fa in modo diverso”.

Il frate contentissimo disse:

“E io sono contento che tu nel tuo animo la pensi così, e mi piace molto la tua pura e buona coscienza in questo. Ma dimmi: hai tu peccato di avarizia, desiderando più del giusto, o trattenendo per te quello che non avresti dovuto?”

Al che ser Ciappelletto disse:

“Padre mio, io non vorrei che deste importanza al fatto che io sia in casa di questi usurai: io non vi ho nulla a che fare. Anzi, vi ero venuto per ammonirli, per rimproverarli e per distoglierli dal cercare questo loro abominevole guadagno. E credo che ci sarei riuscito, se Dio non mi avesse mandato questa malattia. Ma voi dovete sapere che mio padre mi lasciò ricco, e che dopo la sua morte diedi gran parte dell’eredità alla Chiesa. Poi, per poter vivere e per poter aiutare i poveri di Cristo ho fatto i miei piccoli commerci e ho desiderato di guadagnare tramite quelli, e quello che ho guadagnato l’ho diviso a metà sempre con i poveri di Dio, usandone una metà per le mie necessità e l’altra metà dandola a loro. In questo Dio mi ha così bene aiutato, che ho fatto sempre più progressi nei miei affari.

Il frate disse:

“Hai fatto bene. Ma ti sei adirato spesso?”

Ser Ciappelletto rispose: 

“Oh! Questo vi dico che certo l’ho fatto molto spesso. E chi potrebbe trattenersi, al vedere continuamente gli uomini fare cose sconce, non rispettare i comandamenti di Dio, non temere il  suo giudizio? Molte volte al giorno avrei voluto piuttosto essere morto che vivo, nel vedere i giovani correre dietro alle vanità, nel vederli giurare e spergiurare, andare nelle taverne, non frequentare le chiese e seguire piuttosto le vie del mondo che quelle di Dio”.

Allora il frate disse:

“Figlio mio, questa è una buona rabbia, e io non saprei, per quanto mi riguarda, importi alcuna penitenza. Ma, per caso l’ira avrebbe potuto indurti a compiere un omicidio, a offendere qualcuno o a fare qualche altro torto?”

Ser Ciappelletto gli rispose:

“Ohimè, signore, voi mi sembrate un uomo di Dio: come potete dire questo? Se io avessi avuto la minima intenzione di fare una qualsiasi delle cose che dite, credete voi che io creda che Dio mi avrebbe aiutato tanto? Queste sono cose da delinquenti e da uomini malvagi, ai quali ogni volta che ne ho incontrati ho sempre detto: ‘Che Dio ti converta!’”

Allora il frate disse:

“Ora, dimmi figliolo, che Dio ti benedica: hai mai reso qualche falsa testimonianza contro qualcuno o parlato male di altri, o prese cose di un altro senza il suo consenso?”

Ser Ciappelletto rispose:

“Non ho certamente mai parlato male di altri, padre. Tuttavia io ebbi un mio vicino che, molto ingiustamente, non faceva altro che picchiare la moglie, così una volta parlai male di lui ai parenti della moglie, tanta fu la pietà che provai per quell’infelice, che lui, ogni volta che aveva bevuto troppo, conciava come solo Dio può dire”.

Il frate allora disse:

“Bene, tu mi hai detto che sei stato mercante: hai mai ingannato qualcuno, come solitamente fanno i mercanti?”

Ser Ciappelletto disse: 

“In fede mia sì, padre. Ma non so chi fu, se non che fu uno che mi aveva portato del denaro che mi doveva per un panno che gli avevo venduto. Misi il denaro in una cassa senza contarlo, e dopo un mese mi accertai che c’erano quattro piccioli più del dovuto. Perciò, dato che non riuscii a rivedere quel tale, dopo avergli conservato per un anno il denaro per renderglielo, alla fine lo diedi in beneficenza”.

Il frate disse:

“Questa è una cosa da nulla. Facesti bene a farne quello che facesti”.

Oltre a questo, il santo frate gli fece molte altre domande, alle quali Ciappelletto rispose sempre in questo stesso modo. Quando ormai il frate voleva procedere all’assoluzione, ser Ciappelletto disse:

“Padre, io ho ancora qualche peccato che non vi ho detto”.

Il frate gli chiese quale, e lui rispose:

“Mi ricordo che feci spazzare la casa a un mio servitore un sabato dopo nona, e non ebbi il dovuto rispetto che io dovevo alla santa domenica”.

Il frate disse:

“Oh, figlio mio, questa è cosa di poco conto”.

Ser Ciappelletto disse: 

“No, non dite che è cosa di poco conto: la domenica è da onorare molto, perché in quel giorno nostro Signore resuscitò da morte!”

Il frate allora disse:

“Hai fatto altro?”

Ser Ciappelletto rispose:

“Signorsì, perché io una volta, senza volere sputai nella chiesa di Dio”.

Il frate sorrise e disse:

“Figliolo mio, non è una cosa di cui preoccuparsi: noi, che siamo frati, vi sputiamo tutto il giorno”.

Disse allora ser Ciappelletto:

“E fate una cosa ben villana, perché non c’è nulla che si debba tenere assolutamente pulito più del santo tempio in cui si celebra il sacrificio di Cristo!”

In poche parole, di fatterelli come questi gliene raccontò tanti. Infine cominciò a sospirare e poi a piangere a dirotto, come sapeva molto ben fare quando voleva.

Il santo frate disse:

“Figliolo mio, che cos’hai?”

Ser Ciappelletto rispose:

“Ohimè, padre, mi è rimasto un peccato che mai ho avuto il coraggio di confessare, tale è la vergogna che provo nel doverlo dire. Ogni volta che me ne ricordo piango, come voi vedete, e mi pare assolutamente certo che Dio non avrà mai misericordia di me per questo”.

Allora il santo frate disse:

“Suvvia figliolo, che cosa dici mai? Se tutti i peccati che mai furono commessi da tutti gli uomini, o che saranno commessi finché esisterà il mondo, fossero tutti fatti da un solo uomo, ed egli ne fosse pentito e mortificato come vedo te, tali sono la benevolenza e la misericordia di Dio che, se li confessasse, glieli perdonerebbe generosamente. Perciò confessalo senza timore”.

Allora ser Ciappelletto disse, sempre piangendo a dirotto:

“Ohimè, padre mio, il mio è un peccato troppo grande, e faccio fatica a credere che possa mai essere perdonato da Dio, se non intercedete con le vostre preghiere”.

Al che il frate disse:

“Confessalo senza timore, perché ti prometto di pregare Dio per te”.

Ser Ciappelletto piangeva e non lo diceva, e il frate lo esortava a dirlo. Ser Ciappelletto tenne in sospeso per molto tempo il frate, piangendo, poi emise un gran sospiro e disse:

“Padre mio, poiché mi promettete di pregare Iddio per me, io ve lo dirò. Sappiate che, quando ero piccolino, una volta offesi la mia mamma”.

E detto questo ricominciò a piangere forte.

Il frate disse:

“Figliolo mio, questo ti sembra un peccato così grande? Oh! Gli uomini tutto il giorno bestemmiano Dio, e lui perdona volentieri che si pente di averlo fatto. E tu credi che lui non ti perdoni per questo? Non piangere, rasserenati, perché certamente, se tu fossi uno di quelli che lo misero sulla croce, vedendoti così mortificato, egli senz’altro ti perdonerebbe”.

Allora ser Ciappelletto disse:

“Ohimè, padre mio, che dite mai? La mia dolce mamma, che mi portò in corpo per nove mesi giorno e notte, che mi portò in braccio più di cento volte! Troppo male ho fatto nell’offenderla, è un peccato troppo grande! Se voi non pregate per me, Dio non mi perdonerà mai!”

Il frate, dato che non aveva altro da chiedere a ser Ciappelletto, gli impartì l’assoluzione e gli diede la sua benedizione, convinto di avere davanti a sé un santo, perché aveva pienamente creduto che quello che Ciappelletto aveva detto fosse vero. E chi non crederebbe a un uomo che si confessa così, in punto di morte? Poi, dopo tutto questo, gli disse:

“Ser Ciappelletto, con l’aiuto di Dio voi presto tornerete sano. Tuttavia, se dovesse accadere che Dio chiamasse a sé la vostra anima benedetta e nobile, volete che il vostro corpo sia sepolto nel nostro convento?”

Al che ser Ciappelletto rispose:

“Certo padre. Anzi, non vorrei essere sepolto altrove, dato che mi avete promesso di pregare Iddio per me. Senza contare che io ho sempre avuto una particolare devozione per il vostro ordine. Per questo vi prego, quando sarete al vostro convento, di fare in modo che mi venga portato quel veracissimo corpo di Cristo che voi ogni mattina consacrate sull’altare. Infatti, benché io non ne sia degno, con il vostro permesso vorrei fare la comunione, e subito dopo la santa, estrema unzione, affinché io, se sono vissuto da peccatore, possa almeno morire da buon cristiano”.

Il sant’uomo disse che ne era molto contento e che aveva rettamente parlato, e che subito sarebbe stato fatto. E così fu.

I due fratelli, i quali temevano che ser Ciappelletto li ingannasse, si erano messi vicino a una parete divisoria di legno che separava la camera di ser Ciappelletto da un’altra, e ascoltando udivano e comprendevano facilmente quel che ser Ciappelletto diceva al frate. Qualche volta, al sentire le cose che lui confessava di aver fatto, avevano tanta voglia di ridere che quasi scoppiavano, e fra sé dicevano:

“Che uomo è costui, che né la vecchiaia, né la malattia, né la paura della morte alla quale è vicino, e neppure quella di Dio davanti al quale dovrà presto comparire per essere giudicato, hanno potuto distogliere dalla sua malvagità, o convincere a non morire come è vissuto?”

Tuttavia, vedendo che in virtù di quel che aveva detto sarebbe stato sepolto in chiesa, non si preoccuparono d’altro.

Ser Ciappelletto poco dopo fece la comunione. Poiché peggiorava senza  speranza, ricevette l’estrema unzione. Poco dopo il vespro, nello stesso giorno in cui si era così ben confessato morì. Perciò i due fratelli disposero che fosse seppellito con tutti gli onori, con il denaro che lui stesso aveva. Mandarono qualcuno a informare i frati del convento e a dire che venissero la sera a fare la veglia funebre come era d’uso, e la mattina successiva disposero ogni cosa necessaria per il funerale.

Il santo frate che l’aveva confessato, sentendo che era morto, d’accordo con il priore del convento, fatte suonare le campane per convocare i frati nella sala capitolare, raccontò loro che ser Ciappelletto era stato un sant’uomo, come testimoniato dalla sua confessione. Li persuase ad accogliere con la massima devozione e venerazione il suo corpo, confidando che Dio, per suo tramite, avrebbe fatto molti miracoli. 

Il priore e gli altri frati creduloni concordarono con lui. La sera, andati tutti dove giaceva il corpo di ser Ciappelletto, fecero su di esso una grande e solenne veglia funebre. La mattina, indossate le vesti e i paramenti sacri, con i libri in mano e con le croci davanti, cantando, andarono a prendere il corpo e lo portarono alla loro chiesa con grande gaudio e solennità, mentre quasi tutto il popolo della città, uomini e donne, seguiva il feretro. Portatolo in chiesa, il santo frate che l’aveva confessato, salito sul pulpito, fece una predica in cui raccontò di lui cose straordinarie, della sua vita, dei suoi digiuni, della sua verginità, della sua semplicità, innocenza e santità. Tra l’altro narrò quello che ser Ciappelletto gli aveva confessato piangendo, come se fosse il suo più grave peccato, e che lui a fatica era riuscito convincerlo che Dio lo avrebbe perdonato. Dopo di che si rivolse al popolo che lo ascoltava, per rimproverarlo dicendo:

“E voi, maledetti da Dio, bestemmiate Dio, la Madonna e tutti i santi del paradiso per ogni fuscello di paglia che vi intralci il cammino!”

Disse oltre a queste molte altre cose, della sua lealtà e della sua purezza. In breve, con parole sue, nelle quali la gente del quartiere riponeva la massima fiducia, lo mise nella mente e nella devozione di tutti i presenti tanto che, alla fine della cerimonia funebre, con una ressa incredibile, tutti andarono a baciargli i piedi e le mani, e tutti i panni gli furono strappati di dosso, perché chi riusciva ad averne anche solo un frammento si considerava felice. Lo si dovette tenere esposto per tutto il giorno, affinché potesse essere visto e toccato. 

Sopraggiunta la notte, fu sepolto solennemente in un sepolcro di marmo, dentro una cappella. Fin dal giorno seguente la gente cominciò ad andarvi, ad accendere candele e ad adorarlo, e di conseguenza a fare voti e ad appendere immagini di cera, secondo la promessa fatta. 

Tanto crebbero la fama della sua santità e la devozione per lui, che quasi nessuno che si trovasse in difficoltà faceva voti a un altro santo piuttosto che a lui, e lo chiamarono e lo chiamano san Ciappelletto. Molti sostengono che, per tramite suo, Dio ha mostrato e continua a mostrare molti miracoli a chi devotamente si raccomanda a lui.

Così dunque visse e morì ser Cepparello da Prato, e come avete sentito divenne santo. Non voglio negare la possibilità che lui sia beato alla presenza di Dio, perché anche se la sua vita fu scellerata e malvagia, egli forse nel momento estremo ha provato un tale pentimento che Dio ha avuto misericordia di lui e lo ha accolto nel suo regno. Ma poiché questo non posso saperlo, parlo di quello che ci può sembrare più verosimile, e dico che è più probabile che costui sia dannato, nelle mani del diavolo, piuttosto che in paradiso. 

Se è così, si può ben vedere la benevolenza di Dio verso di noi. Egli, guardando non al nostro errore ma alla purezza della nostra fede, anche se scegliamo come nostro intermediario un suo nemico, credendolo amico, ci esaudisce come se ricorressimo a un santo autentico per ottenere la sua grazia.

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