Crea sito
Zola, Il trionfo dell’Assommoir

Zola, Il trionfo dell’Assommoir

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, Il trionfo dell’Assommoir

 
Alla ricerca del marito, che trova all’Assommoir, Gervaise si lascia trascinare poco per volta alla rovina definitiva. È il trionfo dell’Assommoir.

 

 

Un sabato Coupeau le aveva promesso di portarla al circo. Ecco finalmente qualcosa per cui valeva la pena di scomodarsi: poter guardare quelle dame che galoppavano sui loro cavalli, che saltavano dentro i cerchi di carta! Coupeau aveva appena riscosso la sua quindicina, ed era disposto a spendere fino a quaranta soldi; avrebbero addirittura cenato fuori casa, tanto più che quella sera Nanà doveva lavorare fino a tardi, dal padrone, per una ordinazione urgente. Ma alle sette Coupeau non s’era ancora fatto vedere; alle otto nemmeno. Gervaise era furibonda. Quell’ubriacone stava di certo bevendosi la quindicina in qualche bettola del quartiere, con i suoi compagni. Aveva lavato una cuffia, e fin dal mattino si era data un gran da fare per rammendare i buchi d’un vecchio vestito, per essere almeno presentabile. Alla fine, verso le nove, con lo stomaco vuoto, livida di rabbia, si decise a scendere e a cercare Coupeau nei dintorni.

«State cercando vostro marito?», le gridò la signora Boche vedendola con la faccia stravolta. «È da papà Colombe. Boche ha preso poco fa delle ciliegie con lui».

Gervaise la ringraziò. E filò diritta sul marciapiede, accarezzando l’idea di saltare agli occhi di Coupeau. Cadeva una pioggerellina sottile sottile, che rendeva ancor meno piacevole la passeggiata. Ma quando arrivò davanti all’Assommoir, la paura di essere invece lei a buscarne, se avesse fatto imbestialire il suo uomo, la calmò d’un tratto e la rese più prudente. La bottega risplendeva, con il gas acceso, gli specchi scintillanti come soli, i boccali e i vasi che illuminavano i muri con i riflessi dei loro vetri colorati. Rimase immobile per qualche istante, con il collo teso e l’occhio appiccicato alla vetrina, fra le due bottiglie della mostra, a spiare Coupeau che aveva riconosciuto in fondo alla sala. Era seduto con dei compagni a un tavolino di zinco, come immersi nella nebbia illividita del fumo delle pipe; e poiché non li poteva sentir gridare, le faceva uno strano effetto guardarli mentre si sbracciavano, con la testa in avanti, gli occhi fuori dalle orbite. Mio Dio! era mai possibile che degli uomini lasciassero le loro donne e le loro case per rintanarsi in un buco dove soffocavano? La pioggia le gocciolava sul collo. Si allontanò, e passeggiò per qualche minuto sul boulevard esterno, riflettendo, non osando ancora entrare. Oh! Coupeau le avrebbe certo fatto una bella accoglienza, proprio lui che non sopportava che lo si venisse a disturbare! E poi, a dire il vero, non le pareva quello il posto migliore per una donna onesta. Ma a stare ferma sotto gli alberi bagnati, si sentiva tutta rabbrividire; e pensava, pur esitando ancora, che avrebbe finito per prendersi qualche brutto malanno. Per due volte tornò a piazzarsi davanti alla vetrina, incollandovi di nuovo l’occhio, esasperata nel vedere al riparo quei maledetti ubriaconi che continuavano a bere e a strillare. I fasci di luce che uscivano dall’Assommoir si riflettevano nelle pozzanghere che coprivano il selciato, e su cui la pioggia rimbalzava in mille piccole bollicine. Quando la porta si apriva e si richiudeva con il sinistro cigolio delle sue lastre di rame, era costretta a scansarsi e finiva nel fango. Alla fine si diede della stupida; spinse la porta e andò difilato verso il tavolino di Coupeau. In fin dei conti stava cercando suo marito; e ne aveva il diritto, perché quella sera le aveva promesso di portarla al circo. Tanto peggio! non aveva nessuna voglia di squagliarsi sul marciapiede come un pezzo di sapone!

«Toh! sei tu, vecchia mia!», gridò lo zincatore, strozzato da un sogghigno. «Ah! questa sì che è buffa!… Eh! non ho ragione? non sembra anche a voi la cosa più buffa del mondo?».

Infatti tutti ridevano, Mes-Bottes, Bibi-la-Grillade, Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif. Sì, c’era qualcosa che trovavano assolutamente divertente, ma non si capiva bene che cosa. Gervaise era ancora in piedi, un po’ stordita. E poiché Coupeau le sembrava di buonumore, s’azzardò a dire:

«Lo sai, dobbiamo andare fin laggiù. Bisogna affrettarci. Arriveremo comunque in tempo per vedere ancora qualcosa».

«Non posso alzarmi, sono inchiodato alla sedia! oh! dico sul serio», riprese Coupeau continuando a ridacchiare. «Prova, così te ne convinci! Tirami per il braccio con tutte le tue forze, coraggio, Dio santo! più forte! ohé, issa!… Lo vedi? è stato quel furfante di papà Colombe ad avvitarmi qui sopra!».

Gervaise si era prestata al gioco; e quando gli lasciò il braccio, i compagni trovarono lo scherzo così divertente che si buttarono gli uni addosso agli altri, strillando e strusciandosi le spalle come gli asini quando vengono strigliati. Lo zincatore aveva la bocca sgangherata da un tale sogghigno che gli si poteva vedere fino in gola.

«Stupida bestia!», le disse alla fine, «potresti anche sederti per qualche minuto. È sempre meglio stare qui che fuori a bagnarsi… Ebbene! sì, non sono tornato a casa, ho avuto da fare. Puoi anche fare il muso, che tanto non ci guadagni niente… Fate un po’ di posto, voi altri!».

«Se la signora volesse accettare le mie ginocchia, starebbe certo più comoda», disse Mes-Bottes con galanteria.

Allora Gervaise, per non farsi notare, prese una sedia e si accomodò a tre passi dal tavolino. Guardò quello che bevevano gli uomini, un’acquavite che luccicava come l’oro dentro i bicchieri; una piccola pozza era colata sul tavolino e Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, senza smettere di parlare, vi inzuppava il dito e tracciava a grosse lettere un nome di donna: Eulalie. Bibi-la-Grillade le sembrò non poco malandato, più magro di un chiodo. Mes-Bottes aveva il naso tutto fiorito, una vera dalia azzurra di Borgogna. E tutti e quattro facevano a gara a chi fosse più sudicio; le loro sozze barbe erano irte e pisciose come degli spazzoloni da vaso da notte, le casacche erano ridotte a brandelli, le manacce che allungavano erano nere e con le unghie a lutto. Ma in verità si poteva ancora stare in loro compagnia, perché anche se trincavano da sei ore, si comportavano sempre in modo decoroso, non essendo ancora arrivati al punto in cui non si è più in sé con la testa. Gervaise ne vide altri due, davanti al bancone, che stavano facendo i gargarismi; erano così ubriachi che, immaginando d’innaffiarsi la gola, si rovesciavano il loro bicchierino sotto il mento e s’infradiciavano la camicia. Il grosso papà Colombe stendeva le sue lunghe braccia, le sole armi di difesa dell’esercizio, versando i giri d’acquavite tranquillamente. Si soffocava dal caldo. Il fumo delle pipe saliva nella luce abbagliante del gas, turbinando come polvere e avvolgendo gli avventori in una nebbia che si condensava lentamente; e da quella nuvola usciva un baccano assordante e confuso: voci appannate, bicchieri che si urtavano, bestemmie, pugni che rimbombavano sui tavolini come cannonate. E Gervaise si sentiva a disagio, perché uno spettacolo del genere non è certo piacevole per una donna, soprattutto se non vi è abituata; soffocava, con gli occhi infiammati, la testa già appesantita dall’odore di alcool che esalava dall’intera sala.

Poi, tutt’a un tratto, ebbe la sensazione d’un malessere ancora più inquietante proprio alle sue spalle. Si rigirò e vide l’alambicco, la distillatrice che lavorava sotto la vetrata dello stretto cortile con la sua profonda vibrazione da cucina infernale. Di sera le sue storte apparivano ancor più cupe e sinistre, illuminate com’erano soltanto nelle loro incurvature da una larga stella rossa; e l’ombra della macchina disegnava contro la parete sul fondo delle immagini obbrobriose, figure con la coda, mostri che spalancavano le mascelle come per divorare il mondo intero.

«Su, boccuccia di rosa, non fare il muso!», gridò Coupeau. «Al diavolo i guastafeste!… Cosa vuoi bere?».

«Proprio nulla», rispose la lavandaia. «Non ho nemmeno cenato».

«Ebbene! una ragione di più; un goccetto di qualcosa ti rimetterebbe in forze».

Ma poiché Gervaise continuava a restare imbronciata, Mes-Bottes si mostrò di nuovo galante.

«Forse alla signora piacerebbe qualcosa di dolce», mormorò.

«Mi piacerebbe che il mio uomo non si ubriacasse», rispose allora Gervaise irritata. «Sì, mi piacciono gli uomini che portano a casa la loro paga e mantengono la parola, quando hanno fatto una promessa».

«Ahi! è allora questo che ti rode!», disse lo zincatore senza smettere di sogghignare. «Vuoi la tua parte! Ma se è così, oca che non sei altro, perché ti ostini a rifiutare un bicchierino? Su, prendi qualcosa; è tutto regalato!».

La lavandaia lo fissò a lungo, con l’espressione cupa e una piccola ruga che le solcava la fronte come una piega nera. Poi rispose con voce strascicata:

«Ma sì! hai ragione, è una buona idea. Così ci berremo tutti i soldi insieme!».

Bibi-la-Grillade si alzò per andarle a prendere un bicchiere d’anisette. Gervaise spostò la sua sedia in modo d’avvicinarsi al tavolino. Mentre sorseggiava l’anisette, un ricordo la colpì all’improvviso: si rammentò della prugna che un giorno aveva preso insieme a Coupeau, accanto alla porta, quando lui le faceva la corte. In quel tempo mangiava il frutto ma lasciava l’acquavite. E adesso anche lei cominciava a darsi ai liquori! Oh! si conosceva bene; non aveva un solo briciolo di volontà. Le sarebbe bastato un buffetto sulle spalle per andare ad affogare nell’alcool. Per esempio, quell’anisette le piaceva, nonostante fosse un po’ troppo dolce, quasi nauseante. […]

«Ah! bene, grazie tante!», gridò Coupeau, rivoltando il bicchiere d’anisette che la moglie aveva svuotato. «Te lo sei scolato tutto! Guardate, brutti furfanti, non ne vien giù nemmeno una goccia!».

«La signora ne vuole un altro bicchiere?», domandò Bec-Sale, detto anche Boit-sans-Soif

No, ne aveva abbastanza. E tuttavia esitava. L’anisette la nauseava. Avrebbe preso volentieri qualcosa di più forte, per riaggiustarsi lo stomaco. E gettava degli sguardi di traverso sulla macchina che le stava alle spalle. Quella maledetta marmitta, tonda come il ventre d’una grassa calderaia, con quel suo naso che s’allungava e s’attorcigliava, le alitava come un brivido nella schiena, un brivido di desiderio e insieme di paura. Sì, faceva pensare alle trippe di metallo di qualche gran donnaccia, di qualche strega che lascia andare goccia a goccia tutto il fuoco delle sue viscere. Una bella sorgente di veleno, una attività che avrebbero dovuto sotterrare in una cantina, tanto era sfacciata e vergognosa! Ma con tutto ciò, avrebbe voluto ficcarci dentro il muso, annusarne l’odore, assaggiare quella porcheria, quand’anche la sua lingua scottata avesse dovuto sbucciarsi di colpo come un’arancia.

«Che state bevendo?», domandò agli uomini come per caso, con l’occhio acceso dal bel colore dorato dei loro bicchieri.

«Questa, vecchia mia», rispose Coupeau, «è la canfora di papà Colombe… Non fare la sciocca. Te la faremo assaggiare».

E quando le ebbero portato un bicchiere d’acquavite, e la sua mascella si contrasse al primo sorso, lo zincatore riprese picchiandosi sulle cosce:

«Eh! ti lascia senza fiato, vero?… Buttala giù tutta insieme. Ogni bicchierino di questa roba toglie uno scudo da sei franchi dalla tasca del medico».

Dopo il secondo bicchiere, Gervaise non sentì più la fame che l’aveva torturata. Ormai si era riconciliata con Coupeau, non gli serbava più rancore per la promessa non mantenuta. Sì, sarebbero andati al circo un’altra volta; non doveva poi essere così divertente guardare dei saltimbanchi che giravano al galoppo sui loro cavalli. Da papà Colombe non pioveva; e se la quindicina spariva in bicchierini d’acquavite, almeno se la metteva in corpo, se la beveva limpida e scintillante come un bell’oro liquido. Ah! che voglia di mandare a quel paese il mondo intero! La vita le offriva così pochi piaceri, che le sembrava già una consolazione poter partecipare a metà nel far fuori in quel modo il loro denaro. Ci si trovava bene; perché mai avrebbe dovuto andarsene? La potevano anche prendere a cannonate; una volta che si era fatta la sua cuccia, non la lasciava tanto facilmente. Si crogiolava in quel bel calduccio, con il corpetto incollato alle spalle, invasa da un benessere che le intorpidiva le membra. E ridacchiava da sola, poggiata sui gomiti, con gli occhi smarriti, divertendosi a guardare due avventori, un gigante e un nano, seduti a un tavolo vicino, che si volevano assolutamente baciare, tanto erano cotti. Sì, all’Assommoir si divertiva; le bastava guardare la faccia da luna piena di papà Colombe, una vera vescica di grasso, gli avventori che fumavano le loro corte pipe urlando e sputando, le alte fiamme del gas che illuminavano i vetri e le bottiglie di liquore. L’odore non le dava più fastidio; anzi, si sentiva solleticare il naso, finiva per trovarlo gradevole. Le palpebre le si chiudevano un poco, mentre respirava trattenendo il fiato, ma senza che la cosa l’opprimesse, assaporando il piacere del lento sonno che la prendeva. Poi, dopo il terzo bicchierino, si lasciò cadere con la testa fra le mani; non vide più che Coupeau e i compagni, rimase faccia a faccia con loro, vicinissima, con le guance riscaldate dal loro respiro, guardando le loro sudice barbe come se ne avesse a contare i peli. Erano ormai completamente ubriachi. […]

Ma a un tratto si sentirono delle grida, degli spintoni, un fracasso di tavolini rovesciati. Papà Colombe stava buttando fuori tutta la compagnia, senza scomporsi, lavorando semplicemente di polso. Davanti alla porta lo ingiuriarono, gli diedero della carogna. Continuava a piovere, e soffiava un venticello ghiacciato. Gervaise perse Coupeau, lo ritrovò e lo perse di nuovo. Voleva tornarsene a casa; tastava le botteghe per riconoscere la via. Quel buio improvviso la lasciava sgomenta. All’angolo di rue Poissonniers, si mise a sedere in mezzo al rigagnolo; era convinta d’essere al lavatoio. Tutta quell’acqua che scorreva le faceva girare la testa, come se fosse ammalata. Finalmente arrivò a casa; passando in fretta davanti alla porta della guardiola, si accorse benissimo che i Lorilleux e i Poisson, seduti a tavola con i portinai, facevano delle smorfie di disgusto scorgendola ridotta in quello stato.

Non ricordò mai come fosse riuscita a salire fino al sesto piano. In alto, mentre imboccava il corridoio, la piccola Lalie, che aveva riconosciuto il suo passo, le corse incontro a braccia aperte, con un gesto pieno d’affetto, sorridendo:

«Signora Gervaise», gridò, «il babbo non è tornato; venite a vedere come dormono bene i bambini… Oh! sono così carini!».

Ma di fronte al volto inebetito della lavandaia, indietreggiò, cominciò a tremare. Conosceva fin troppo bene quell’alito d’acquavite, quella bocca convulsa, quegli occhi spenti. Gervaise le passò accanto vacillando, senza dire una parola, mentre la piccola, in piedi sulla soglia, la seguiva con i suoi occhi neri, muti e rattristati.

E. Zola, L’assommoir, cit., p. 383.

 

Analisi del testo: Il trionfo dell’Assommoir

 
La fine delle illusioni
Gervaise entra all’Assommoir a cercare il marito, ubriaco come al solito. Il luogo è lo stesso in cui anni prima Coupeau aveva chiesto alla donna di sposarlo, e il parallelismo tra le due situazioni è evidente. Ma quando per la prima volta si erano incontrati all’Assommar Gervaise e Coupeau sono giovani, forti e pieni di sogni e di speranze, pur modeste. Essi in quell’occasione si erano sentiti diversi e migliori rispetto agli altri avventori inebetiti dall’alcool. Qui invece la situazione è radicalmente cambiata, perché essi hanno ormai perso tutto (soldi, tranquillità, rispetto reciproco, affetto coniugale, dignità). Nessuno dei sogni e delle modeste ambizioni di Gervaise si è avverato, tutto è fallito e il retaggio familiare che pesava su di loro (la propensione all’alcolismo) si è infine compiuto.
Verso l’abisso
Entrata per cercare il marito e fargli mantenere la promessa di condurla a vedere il circo, Gervaise si lascia trascinare poco per volta alla rovina definitiva. Inizialmente è irritata e osserva con ribrezzo gli avventori distrutti dall’alcool, poi si lascia coinvolgere dall’atmosfera dell’assommoir, forzatamente euforica e venata di aggressività. Come per provocazione nei confronti di Coupeau (se beve lui, berrà anche lei, così potrà avere qualcosa della sua paga) accetta di bere il primo bicchierino di anisette. Poi passa all’acquavite e, un bicchiere dopo l’altro, quella miserabile bettola si trasforma ai suoi occhi in un posto caldo e accogliente, in cui rifugiarsi per dimenticare le miserie della vita, gli affanni, le disillusioni e la fame.
Il fascino perverso dell’assommoir
La macchina distillatrice domina la scena. Gervaise ne avverte la presenza inquietante, resa ancora più sinistra dal buio e dai riflessi delle luci nei vetri, tanto che l’ombra proiettata sulle pareti sembra dar vita a «immagini obbrobriose, figure con la coda, mostri che spalancavano le mascelle come per divorare il mondo intero». Poi, dopo aver bevuto il primo bicchiere, Gervaise sente su di sé l’alito della macchina, che le suscita un «brivido di desiderio e insieme di paura». La distillatrice appare come una creatura vivente e i tubi e le storte di vetro sembrano a Gervaise come «le trippe di metallo di qualche gran donnaccia, di qualche strega che lascia andare goccia a goccia tutto il fuoco delle sue viscere». Gervaise subisce il fascino perverso della distillatrice: sa che è una «sorgente di veleno», ma vorrebbe «ficcarci dentro il muso», assaggiare il liquore fino a farsi bruciare la lingua.
Un tragico girone infernale
Alla luce smorzata delle candele, la bettola di papà Colombe sembra un girone infernale e gli avventori somigliano ad anime dannate e senza pace. La narrazione si sofferma sul degrado fisico e psichico provocato dall’acquavite: gli avventori del locale sono sporchi e malvestiti, portano nel viso i segni della consunzione e della malattia, si lasciano andare a gesti inconsulti. Tuttavia, proprio questo girone infernale appare agli occhi delle sue vittime come un rifugio e una consolazione, come l’unico piacere possibile in un’esistenza squallida e miserabile, come la naturale conseguenza della loro miserevole condizione di vita.
Lo sguardo disperato di Lalie
L’opinione del narratore trapela forse nello sguardo della piccola Lalie (in seguito uccisa di botte dal padre ubriacone), che segue con gli occhi «neri, muti e rattristati» la figura traballante di Gervaise, annebbiata dall’acquavite: non uno sguardo di condanna, ma di muta disperazione.

 

 

Esercizi di analisi
  1. Perché Gervaise va a cercare Coupeau? Cosa le aveva promesso il marito?
  2. Cosa vede Gervaise, rimanendo fuori dal locale? Cosa la colpisce in particolare?
  3. Perché esita, prima di entrare?
  4. Come l’accoglie Coupeau? In che condizioni è?
  5. Perché Gervaise accetta il bicchierino che le viene offerto?
  6. Cosa succede a Gervaise, dopo aver bevuto?
  7. Perché decide di rimanere nella bettola?
  8. In che condizioni torna a casa?
  9. Analizza come cambia il giudizio di Gervaise sull’Assommoir con il diffondersi dell’alcol nel suo corpo (dall’anisete leggera all’acquavite).

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Zola, Una grande abbuffata

Zola, Una grande abbuffata

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, Una grande abbuffata

(da L’Assommoir)
Con il sontuoso banchetto da lei allestito in occasione del suo quarantesimo compleanno, Gervaise vuole celebrare la propria ascesa sociale e umiliare coloro che hanno sempre sparlato di lei. Esso però rappresenta anche l’inizio della fine.

 

Ah! fulmini del cielo! che vuoti nella fricassea! Se parlavano poco, con le mascelle lavoravano sodo. Frugavano nell’insalatiera conficcando il cucchiaio al centro di quella salsa densa e saporita, una salsa gialla che tremolava come una gelatina. Da lì pescavano i pezzi di vitello; e ce n’erano sempre, l’insalatiera passava di mano in mano, i volti si chinavano e cercavano dei funghi. I grossi pani appoggiati al muro, alle spalle dei commensali, sparivano in un batter d’occhio. Fra un boccone e l’altro si sentiva il rumore dei bicchieri che ricadevano sulla tavola. La salsa era un po’ troppo salata, e ci vollero quattro litri per annegare quella maledetta fricassea, che scivolava giù come una crema e vi metteva un incendio nel ventre. E non ci fu nemmeno il tempo di riprender fiato, perché la costata di maiale, imbandita in un piatto fondo e circondata da enormi patate rotonde, stava già arrivando in una nuvola di fumo. Fu un unico grido. Perdio! che trovata! Piaceva a tutti. E a quella vista l’appetito si risvegliava; ognuno seguiva il piatto con la coda dell’occhio, pulendo il coltello sul pane per essere pronto. Poi quando tutti si furono serviti, ci si diede di gomito, si parlò con la bocca piena. Eh! che burro, quella costata! qualcosa di delicato e sostanzioso che si sentiva scorrere lungo le budella fino alla punta dei piedi. Le patate erano uno zucchero. Questa volta non c’era troppo sale; ma appunto per le patate, ci voleva una bella innaffiata a ogni minuto. Fecero fuori altri quattro litri. I piatti furono ripuliti così bene che non li cambiarono per mangiare i piselli al lardo. Oh! i contorni non fanno mai male! E ne divoravano allora a cucchiaiate, come per gioco. Insomma! una vera ghiottoneria: erano la delizia delle signore. Il meglio dei piselli erano i pezzetti di lardo che, rosolati a puntino, puzzavano di zoccolo di cavallo. Bastarono due litri.

«Mamma! mamma!», gridò all’improvviso Nanà, «Augustine sta mettendo le mani nel mio piatto!».

«Basta, mi scocci! mollale uno schiaffo!», rispose Gervaise che si stava abboffando di piselli.

Nell’altra camera, alla tavola dei bambini, Nanà faceva da padrona di casa. Si era seduta accanto a Victor, e aveva sistemato il fratello Etienne vicino alla piccola Pauline; e giocavano a marito e moglie, fingevano d’essere due coppie di sposi che facevano una gita. Dapprima Nanà aveva servito i suoi invitati con molto garbo, con dei sorrisi già da donna adulta; ma ben presto aveva ceduto al suo amore per i lardelli e li aveva presi tutti per sé. Quella strabicuccia di Augustine, che ronzava di continuo attorno ai bambini, ne aveva approfittato per prendere i pezzetti di lardo a piene mani, con il pretesto di rifare le parti. Nanà, furiosa, le aveva morsicato il polso.

«Ah! sai», mormorò Augustine, «vado a raccontare a tua madre che dopo la fricassea hai detto a Victor di baciarti».

Ma tutto rientrò nell’ordine, quando Gervaise e mamma Coupeau entrarono per sfilare l’oca dal girarrosto. Alla tavola grande i commensali tiravano il fiato, riversi contro lo schienale delle sedie. Gli uomini si sbottonavano il panciotto, le signore si asciugavano il volto con il tovagliolo. Il pranzo fu come interrotto: solo qualche invitato, con le mascelle ancora in moto, continuava a inghiottire dei grossi bocconi di pane senza nemmeno accorgersene. Lasciavano che il cibo s’assestasse per bene nello stomaco, aspettavano. Lentamente era scesa la sera; una luce sporca, d’un grigio cenere, s’addensava dietro le tende. Quando Augustine accese due lumi e li sistemò ai due capi della tavola, quella vivida luce mise di colpo a nudo tutto il disastro dell’apparecchiatura: le forchette e i piatti unti, la tovaglia macchiata di vino e coperta di briciole. C’era tutt’attorno un odore acre e soffocante. Ma ogni volta che una zaffata calda arrivava fino a loro, tutti i nasi si volgevano verso la cucina.

«Possiamo darvi una mano?», gridò Virginie.

E lasciò la sua sedia, passò nella stanza vicina. Tutte le donne la seguirono una a una. In piedi attorno al girarrosto, osservarono con profondo interesse Gervaise e mamma Coupeau che s’affannavano a sfilare la bestia. Poi si levò un gran grido: si distinguevano le voci stridule e i salti di gioia dei bambini. L’ingresso fu davvero trionfale: Gervaise portava l’oca con le braccia tese, la faccia coperta di sudore e distesa in un largo sorriso silenzioso; le signore venivano dopo di lei e sorridevano a loro volta, mentre Nanà, che chiudeva il corteo, si sollevava sulla punta dei piedi e spalancava gli occhi per veder meglio. Quando l’oca fu sulla tavola, enorme, dorata, colante di grasso, non l’attaccarono subito. Lo sbalordimento, la sorpresa piena d’ammirazione, avevano azzittito tutta la compagnia. Se la mostravano l’un l’altro ammiccando, scrollando il capo. Perbacco! una vera signora! che cosce e che ventre! […]

E fu davvero una colossale scorpacciata! Nessuno della compagnia ricordava d’aver mai avuto un’indigestione simile sulla coscienza. Gervaise, straboccante, poggiata sui gomiti, divorava enormi porzioni di petto in assoluto silenzio, per paura di lasciarsi sfuggire qualche boccone; era solo un po’ imbarazzata dalla presenza di Goujet, si vergognava di mostrarsi al fabbro più golosa d’una gatta. Del resto anche Goujet si rimpinzava più volentieri, vedendola tutta colorita dal cibo. E poi, nella sua ingordigia, restava pur sempre così gentile, così buona! Gervaise non parlava, ma s’alzava dalla sedia di continuo, per prendersi cura di papà Bru e mettergli qualcosa di delicato nel piatto. Era commovente vedere quella ghiottona che si toglieva di bocca un’ala per passarla al vecchio che, come se non sapesse distinguere un pezzo da un altro, mandava giù tutto allo stesso modo, a testa bassa, inebetito dal troppo mangiare, proprio lui il cui palato non ricordava nemmeno più il gusto del pane. I Lorilleux sfogavano la loro rabbia sull’arrosto; ne prendevano per tre giorni, avrebbero ingoiato il piatto, la tavola e l’intera bottega solo per il piacere di rovinare di colpo la Zoppa. Tutte le signore avevano voluto un po’ della carcassa: la carcassa è il boccone delle signore. La signora Lerat, la signora Boche e la signora Putois ripulivano le ossa, mentre mamma Coupeau, che adorava il collo, ne strappava la carne con gli ultimi due denti che le restavano. A Virginie piaceva la pelle, soprattutto se così ben rosolata, e ogni invitato le metteva la sua nel piatto, per galanteria. Poisson finì per guardare la moglie con aria severa, le ordinò di smetterla: ne aveva presa abbastanza; già una volta, per essersi abboffata d’oca arrosto, era rimasta a letto per quindici giorni con la pancia che le scoppiava. Ma Coupeau s’indignò e passò a Virginie un pezzo di coscia, gridando che, per tutti i fulmini! se non lo spolpava fino all’osso, non era una vera donna. Quando mai l’oca aveva fatto male a qualcuno? Al contrario, l’oca guariva le malattie della milza. La si mandava giù senza pane come un dessert. Quanto a lui, avrebbe potuto mangiarne per tutta la notte senza risentirne in alcun modo; e per fare lo sbruffone, si ficcò in bocca tutta la parte inferiore della coscia. Clémence stava intanto finendo il boccone del prete, lo succhiava schioccando le labbra, torcendosi sulla sedia dal gran ridere per le oscenità che Boche le diceva sottovoce. Ah! perdio! sì, che gran spanciata! Quando uno ci si trova, tanto vale che ne approfitti, non è così? e se non ci si concede una bella scorpacciata che una volta tanto, sarebbe proprio da sciocchi non riempirsi fino agli occhi! E davvero le trippe sembravano sul punto di scoppiare. Le signore parevano gravide. Mangiavano tutti a crepapelle, quei maledetti papponi! Con la bocca aperta e il mento impiastricciato di grasso, avevano delle facce che sembravano dei deretani, e dei deretani da gente ricca che scoppiasse di salute, da tanto che erano rosse.

E. Zola, L’assommoir, cit., p. 238 e sgg.

 

Analisi del testo

L’ossessione del cibo

Nel mondo dell’Assommoir il cibo ha sempre un posto di primo piano. Per i poveri, è la preoccupazione principale, un’ossessione che non può essere mai elusa. Per i ricchi, è la manifestazione più immediata della loro agiatezza: significa mangiare quando e quanto si vuole, permettersi pietanze inconsuete e raffinate, fare sfoggio della propria ricchezza nei ricevimenti.

 

Gervaise e il cibo

Nel caso di Gervaise la parabola del rapporto col cibo è esemplare. All’inizio la donna ama mangiare bene ma si dedica con moderazione alla cucina. Quando diventa una ‘proprietaria’ piccolo-borghese, viene presa da una golosità compulsiva, che la spinge ad abbuffarsi senza ritegno, facendola diventare sempre più grassa.

Il banchetto organizzato da Gervaise in occasione del suo quarantesimo compleanno rappresenta un momento importante di svolta: segna l’apice del suo successo sociale ed è organizzato con voluta grandiosità, per umiliare coloro che hanno sempre sparlato di lei. Esso però rappresenta anche l’inizio della fine: in questa occasione ricompare Lantier, che contribuirà in modo decisivo a mettere in crisi la già traballante condizione di Gervaise. Il banchetto è descritto con minuziosità in tutti i suoi dettagli, portata dopo portata: la fricassea di vitello, la costata di maiale con le patate al forno, i piselli al lardo, l’oca allo spiedo. Ma, soprattutto, è sottolineata la voracità quasi animalesca con cui tutti i commensali si avventano sul cibo, divorando tutto quello che passa loro davanti, abbuffandosi senza ritegno. La tavola imbandita si trasforma velocemente in un campo di battaglia: sporca, unta, disordinata, cosparsa di macchie…

L’approccio smodato al cibo ha una valenza duplice, perché da un lato manifesta il raggiunto successo, dall’altra testimonia un inesorabile degrado morale: quanto più la vita familiare va a rotoli (con Coupeau che non lavora e si fa mantenere), tanto più lei ingrassa e mangia smodatamente. La fase discendente di questa parabola è rappresentato dalla miseria degli ultimi anni e dalla cronica mancanza di cibo che la caratterizzerà: pur di trovare qualcosa da mangiare, Gervaise sarà allora disposta a tutto.

 

Una varietà di punti di vista

È molto difficile stabilire da quale punto di vista venga svolta la narrazione. In molti punti sembra di riconoscere la voce corale dei commensali, colpiti dalla grandiosità del pranzo, sopraffatti dal piacere del cibo, ma pronti sempre a sparlare e a criticare, a commentare in maniera malevola qualsiasi dettaglio insignificante. Così, l’esclamazione iniziale («Ah fulmini del cielo! Che vuoti nella fricassea!») riproduce lo stupore ammirato davanti ai resti della pietanza voracemente divorata. Subito dopo, però, si insinua la critica: «la salsa era un po’ troppo salata, e ci vollero quattro litri per annegare quella maledetta fricassea, che scivolava giù come una crema e vi metteva un incendio nel ventre».

È evidente l’uso dell’indiretto libero: il narratore non dice chi sta parlando, ma sta riportando in maniera indiretta un giudizio corale e collettivo. Poco dopo, vengono nuovamente riportate le grida di approvazione dei commensali: «Eh! che burro, quella costata! qualcosa di delicato e sostanzioso che si sentiva scorrere lungo le budella fino alla punta dei piedi».

Nel corso del brano questa voce corale è affiancata da altre voci. Dopo aver riportato il commento generale («E fu davvero una colossale scorpacciata! Nessuno della compagnia ricordava d’aver mai avuto un’indigestione simile sulla coscienza»), il narratore riporta il punto di vista di Gervaise, che prova vergogna perché Goujet la osserva mangiare così smodatamente. Subentra poi il punto di vista di Goujet stesso, che continua ad ammirare Gervaise nonostante tutto: «Del resto anche Goujet si rimpinzava più volentieri, vedendola tutta colorita dal cibo. E poi, nella sua ingordigia, restava pur sempre così gentile, così buona!»).

Nella frase successiva («Era commovente vedere quella ghiottona che si toglieva di bocca un’ala per passarla al vecchio») riemerge un punto di vista malevolo: Gervaise non è più buona e gentile, ma è quella ghiottona. Il suo gesto di generosità è giudicato sarcasticamente dagli altri osservatori. Poco più avanti abbiamo in indiretto libero il punto di vista dei Lorilleux: «avrebbero ingoiato il piatto, la tavola e l’intera bottega solo per il piacere di rovinare di colpo la Zoppa»), quella di Poisson che rimprovera la moglie, infine quella di Coupeau («Quando mai l’oca aveva fatto male a qualcuno? … Quanto a lui, avrebbe potuto mangiarne per tutta la notte senza risentirne in alcun modo»), guardato alla fine di nuovo dall’esterno («e per fare lo sbruffone, si ficcò in bocca tutta la parte inferiore della coscia»).

 

L’eclissi del narratore

Il narratore sembra scomparire dietro questo intreccio di voci, quasi che la scena fosse vista esclusivamente dall’interno, senza distacco critico. La prospettiva ‘interna’ è sottolineata dall’uso dell’argot, dalla ripresa di parole, esclamazioni, insulti e modi di dire del gergo popolare. Ma se consideriamo meglio la scena, proprio l’assenza di un giudizio esplicito superiore e l’adozione di una prospettiva interna permette all’autore di rappresentare con gelida freddezza un’umanità abbrutita, disposta a tutto pur di soddisfare i propri istinti primari.

 

Esercizi di analisi
  1. Quali sono le pietanze servite da Gervaise ai suoi ospiti?
  2. Come si comporta Nanà durante il banchetto?
  3. Perché Gervaise si vergogna davanti a Goujet?
  4. Quando interviene Coupeau? Perché?
  5. Perché i Lorilleux «sfogano la loro rabbia sull’arrosto»?

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Zola, La sfida tra Goujet e Bec-Salé

Zola, La sfida tra Goujet e Bec-Salé

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Zola, La sfida tra Goujet e Bec-Salé

(da L’Assommoir)
In cerca di sostegno e di comprensione, Gervaise si reca nella fucina dove lavora suo figlio Etienne, assunto come apprendista grazie a Goujet. È questa l’occasione per una descrizione del mondo della fabbrica e per una riflessione sul ruolo crescente delle macchine nella produzione.

 

«Beh! alla fine siete riuscita a scovarlo!», le disse quello con la sua aria beffarda da ubriacone. «Lo sai, Gueule-d’Or? sono stato io a dire alla signora dove ti poteva trovare…».

Lo chiamavano Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif. Era il migliore dei migliori, uno che sapeva fare i bulloni come nessun altro, anche perché gli piaceva innaffiare il ferro con un litro d’acquavite al giorno. Era appena andato a farsene un bicchierino, non si sentiva abbastanza oliato da poter resistere fino alle sei. Quando venne a sapere che Zuzù si chiamava in realtà Etienne, la cosa gli sembrò quanto mai divertente, e scoppiò in un’enorme risata che gli scoprì i denti ormai completamente anneriti. Poi riconobbe Gervaise. Non più tardi del giorno prima, aveva bevuto un bicchierino con Coupeau. Ogni volta che qualcuno gli parlava di Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, subito Coupeau si metteva a gridare: «Quello sì che è uno in gamba!». Ah! quell’animale di Coupeau! ce n’erano pochi in giro di generosi come lui, era sempre lui ad offrire da bere, anche quando sarebbe stato il turno d’un altro!

«Mi fa piacere sapere che siete sua moglie», ripeteva. «Se la merita, una bella moglie! Non ho ragione Gueule-d’Or, la signora non è forse una gran bella moglie?».

E continuava a mostrarsi galante, cercava di farsi sempre più vicino alla lavandaia. Gervaise riprese allora la cesta, e se la strinse al seno in modo da tenerlo a distanza. Goujet, visibilmente contrariato, capiva che il compagno si permetteva di scherzare con tanta libertà proprio per la sua buona amicizia con Gervaise.

«E allora, sfaticato!», gli gridò, «quando pensi di farli i quaranta millimetri?… Ti senti abbastanza in forma, adesso che ti sei lubrificato per bene, ubriacone che non sei altro?».

Il fabbro alludeva a un’ordinazione di grossi bulloni che richiedevano almeno due coniatori all’incudine.

«Ma subito, se vuoi, mio bel fanciullone!», rispose Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif «Ancora si succhia il pollice, e già pretende di far le cose come un uomo! Sarai pure grande e grosso, ma io ne ho fatti fuori anche di più tosti!».

«E allora, d’accordo, subito! Vieni, a noi due!».

«Sono pronto, canaglia!».

Si sfidavano, la presenza di Gervaise li infiammava. Goujet gettò nel fuoco i pezzi di ferro che aveva già tagliato, poi fissò su un’incudine una chiodaia di grosso calibro. Il suo compagno, dopo aver staccato dal muro due mazze di venti libbre, le due sorelle maggiori dell’officina, che gli operai chiamavano Fifine e Dédèle, continuava a darsi delle arie, parlava di sei dozzine di rivetti che aveva forgiato per il faro di Dunkerque, dei veri gioielli, degli oggetti da esporre in un museo, da tanto erano perfettamente rifiniti. Accidenti! no e poi no non aveva paura della concorrenza, per trovarne un altro bravo come lui non sarebbe bastato frugare in tutte le officine della capitale. Adesso sì che c’era da ridere, era una cosa tutta da vedere.

«Sarà la signora a giudicare», disse volgendosi verso la giovane.

«Basta con le chiacchiere!», gridò Goujet. «Zuzù, mettici un po’ di forza! Deve accendersi di più, ragazzo mio!».

Ma Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, aveva ancora una domanda da fare:

«Allora, battiamo insieme?».

«Niente affatto! un bullone per uno, mio prode!».

Queste parole crearono un gelo improvviso, e l’altro operaio, nonostante tutta la sua parlantina, rimase di colpo a bocca aperta dallo stupore. Dei bulloni di quaranta millimetri forgiati da un solo uomo erano una cosa mai vista, tanto più che i bulloni dovevano essere a capocchia rotonda, un’impresa difficilissima, un vero capolavoro, ammesso di saperlo fare. Gli altri tre operai dell’officina avevano abbandonato il lavoro, e s’erano messi a guardare. Uno di loro, alto e magro, scommise un litro sulla sconfitta di Goujet. I due fabbri presero una mazza per uno, a occhi chiusi, perché Fifine pesava mezza libbra più di Dédèle. Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, ebbe la fortuna di scegliere Dédèle, mentre a Gueule-d’Or capitò Fifine. E mentre aspettavano che il ferro s’arroventasse, il primo, fattosi di nuovo baldanzoso, si piazzò davanti all’incudine senza smettere di lanciare tenere occhiate in direzione della lavandaia. Prendeva la giusta posizione, picchiava con il piede a terra in segno di sfida, come un cavaliere sul punto di battersi in duello, faceva già ondeggiare Dédèle a tutta forza. Ah! fulmini di Dio! si sentiva davvero in gran forma, avrebbe potuto ridurre in frittelle la colonna Vendôme!

«Su, comincia!», gli disse Goujet mettendo nella chiodaia un pezzo di ferro grosso come il polso d’una fanciulla.

Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, s’inarcò e diede il via alla danza di Dédèle, reggendola con entrambe le mani. Piccolo, rinsecchito, con la sua barba da capro e gli occhi da lupo che gli scintillavano sotto la zazzera spettinata, si piegava in due a ogni colpo del martello, si sollevava da terra come trasportato dal suo stesso slancio. Sembrava che si battesse furiosamente con il ferro per il solo fatto di sentirlo tanto resistente; s’accaniva, e mandava fuori una specie di grugnito ogni volta che gli pareva d’avergli assestato un duro colpo. Forse l’acquavite rendeva molli le braccia degli altri, ma lui aveva bisogno d’acquavite nelle vene, al posto del sangue: il bicchierino di prima gli aveva messo in moto la carcassa come una caldaia, sentiva in sé la forza straordinaria d’una macchina a vapore. Era il ferro ad avere paura di lui, quella sera, facendosi piatto e molle come un mozzicone di sigaretta. E Dédèle continuava a ballare, era uno spettacolo! Faceva la capriola con le gambe in aria, come una ballerina dell’Elysée-Montmartre che mette in mostra tutta la sua biancheria. Ma non c’era tempo da perdere, il ferro è così traditore che si raffredda all’istante, solo per il gusto di fare un dispetto al martello. In trenta colpi Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, aveva dato forma alla capocchia del suo bullone. Ma ansimava, strabuzzava gli occhi, era fuori di sé dalla rabbia perché le braccia gli scricchiolavano. Inferocito, saltellando, urlando, fece allora cadere altri due colpi, così, unicamente per vendicarsi della sua fatica. E quando finalmente lo tirò fuori dalla chiodaia, il bullone era ormai deformato e aveva la capocchia male impiantata come quella d’un gobbo.

«Beh! che ve ne pare, niente male, vero?», disse comunque senza scomporsi, mostrando il suo lavoro a Gervaise.

«Non so, non ne capisco nulla, signore», rispose la lavandaia con aria perplessa.

Ma s’era accorta dei due ultimi colpi di taglio lasciati da Dédèle sul bullone; e ne era felice, stringeva le labbra per non mettersi a ridere, perché adesso Goujet aveva tutte le probabilità di vincere.

Toccava appunto a Gueule-d’Or. Prima di cominciare, il fabbro lanciò alla lavandaia uno sguardo pieno di tenera fiducia. Poi non s’affrettò, calcolò la giusta distanza, fece ricadere il martello dall’alto a grandi bracciate regolari. Aveva un lancio classico, corretto, agile e perfettamente bilanciato. Nelle sue mani, Fifine non s’abbandonava a una danza sfrenata da balera, con le gambe in aria e le sottane in disordine, ma si sollevava e ricadeva in perfetta armonia, come una nobile signora dall’aria austera che stesse guidando un vecchio minuetto. I tacchi di Fifine battevano il tempo gravemente, affondavano nel ferro rovente, sulla capocchia del bullone, con un’arte ponderata, dapprima schiacciando il metallo nel mezzo, poi modellandolo con una serie di colpi precisi e ritmati. Non era di certo acquavite che Gueule-d’Or aveva nelle vene, era sangue, un sangue puro che pulsava potentemente fin dentro il martello e dava la giusta cadenza alla sua fatica. Era l’impresa d’un uomo magnifico, d’un vero colosso! Goujet era colpito in pieno dall’alta fiamma della fucina. I suoi corti capelli arricciati sulla fronte bassa, la sua bella barba bionda e inanellata, s’accendevano, gli illuminavano il volto con i loro fili d’oro, e il volto sembrava davvero intagliato nell’oro, senza esagerazione! E in più un collo che assomigliava a una colonna, un collo bianco come quello d’un bambino, un petto ampio e tanto vasto da potervi coricare una donna di traverso, le spalle e le braccia come scolpite e ricalcate su quelle d’un gigante in un museo. Ogni volta che prendeva l’abbrivio, si vedevano i suoi muscoli che pulsavano, montagne di carne che tremavano e s’indurivano sotto la pelle; e le spalle, il petto, il collo, si gonfiavano. Irradiava una sorta di luminosità tutt’attorno al suo corpo, diventava bello e onnipotente come un dio benevolo. Già venti volte aveva calato a tutta forza Fifine, gli occhi fissi sul ferro, respirando a ogni colpo, mentre due gocce di sudore gli scorrevano sulle tempie. Contava: ventuno, ventidue, ventitrè. Fifine continuava tranquillamente a fare i suoi inchini come una gran dama.

«Quante scene!», mormorò sogghignando Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif

Gervaise si trovava proprio di fronte a Gueule-d’Or, e lo guardava sorridendo teneramente. Mio Dio! gli uomini erano proprio sciocchi! Quei due non s’accanivano forse sui loro bulloni soltanto per farle la corte? Oh! se ne accorgeva perfettamente, se la disputavano a colpi di martello, erano come due galli rossi che fanno i coraggiosi davanti a una bianca gallinella. Quante se ne inventano! Il cuore ha a volte degli strani modi di dichiararsi! Sì, era per lei il rimbombare di Dédèle e Fifine sull’incudine, era per lei quell’agitarsi di tutta la fucina, adesso fiammeggiante come in un incendio, invasa com’era dal vivo scoppiettare delle scintille. Stavano forgiando per lei un amore, era lei la posta in gioco nel loro sfidarsi a chi alla fine avesse forgiato meglio. E la cosa le faceva in fondo piacere, perché alle donne le galanterie sono sempre gradite. Ma erano i colpi del martello di Gueule-d’Or a riecheggiarle soprattutto nel cuore, suonandovi come sull’incudine una musica argentina che accompagnava i battiti accelerati del suo sangue. Sembra una sciocchezza, ma sentiva che qualcosa le si conficcava nel petto, qualcosa di saldo e resistente, quasi il ferro stesso del bullone. Al crepuscolo, prima d’entrare nell’officina, camminando lungo i marciapiedi ancora bagnati, aveva sentito in sé un vago desiderio, il bisogno di mangiare un buon boccone: adesso era appagata, come se i colpi di martello di Gueule-d’Or l’avessero nutrita. Oh! non dubitava affatto della sua vittoria, era a lui che sarebbe appartenuta. E poi Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, era così brutto mentre saltellava con l’aria di una scimmia appena scappata dalla gabbia, nel suo camiciotto e nella sua casacca insudiciata! E Gervaise aspettava, rossa in volto, godendo tuttavia di quell’immenso calore, felice di sentirsi a sua volta scossa dalla testa ai piedi dagli ultimi colpi di Fifine.

Goujet continuava a contare.

«E ventotto!», gridò alla fine poggiando il martello a terra. «Ho finito, guardate!».

La capocchia del bullone era liscia, compatta, senza un’incrinatura, rotonda come una sfera fatta con lo stampo, un vero lavoro da orefice. Gli operai l’ammiravano approvando con un cenno del capo: c’era poco da dire, veniva voglia di mettersi in ginocchio. Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, si sforzò di prendere la cosa sul ridere, ma era indispettito, e finì per tornare alla sua incudine con fare imbronciato. Gervaise s’era intanto fatta più vicina a Goujet per guardare meglio. Etienne aveva lasciato il mantice, la fucina si riempiva nuovamente di ombre, sembrava immersa nel tramonto d’un grande sole la cui rossa luce inondasse all’improvviso l’immensità delle tenebre. Il fabbro e la lavandaia assaporavano la dolcezza di quella notte che li avvolgeva, in quel capannone annerito dalla fuliggine e dalla limatura, in quell’odore penetrante di vecchi ferri. Si sentivano soli come se si fossero trovati nel Bois de Vincennes, come se si fossero dati appuntamento in uno spiazzo d’erba appartato. Goujet le prese la mano come se l’avesse appena conquistata.

Una volta fuori, non si scambiarono una sola parola. Il fabbro era silenzioso, le disse solo che non poteva lasciarle portar via Etienne, perché c’era ancora mezz’ora di lavoro. Gervaise fece per andarsene, ma l’altro la richiamò, voleva trattenerla per qualche altro minuto.

«Venite con me, non avete ancora visto tutto… Vi interesserà, ne sono sicuro».

La condusse a destra, in un altro capannone dove il padrone stava impiantando una produzione automatizzata. Al momento d’entrare, come colta da un’istintiva paura, Gervaise esitò. L’enorme locale, scosso dalle vibrazioni delle macchine, tremava, mentre ombre gigantesche ondeggiavano nel rosseggiare dei fuochi come macchie di buio. Ma il fabbro la rassicurò sorridendo: non c’era nulla di cui aver paura, le giurò, doveva solo stare attenta a non impigliarsi con le sottane negli ingranaggi. Avanzò per primo, Gervaise lo seguì nel frastuono assordante in cui ogni genere di rumore sibilava e brontolava, in mezzo ai vapori popolati da quegli esseri vaghi, uomini neri e indaffarati, macchine che agitavano le braccia. Per Gervaise era tutt’uno, era impossibile distinguere gli uomini dalle macchine. I passaggi erano strettissimi, ad ogni istante dovevano scavalcare degli ostacoli, evitare delle buche, gettarsi da parte per non essere investiti da un carrello. Non si sentiva una voce. Non vedeva ancora nulla, tutto ondeggiava. Poi, avvertendo poco più in alto della sua testa come il fremito d’un immenso sbattere d’ali, si fermò, sollevò lo sguardo, vide le corregge, lunghi nastri che disegnavano sul soffitto una gigantesca ragnatela i cui fili sembravano dipanarsi all’infinito. Il motore a vapore era nascosto in un angolo, dietro a un muricciolo di mattoni, e le corregge parevano muoversi da sole, come se prendessero il via dal fondo stesso delle tenebre, nella loro oscillazione continua, regolare e dolce come il volo d’un uccello notturno. Gervaise rischiò di cadere: era inciampata in uno dei tubi del ventilatore che si ramificava sotto la terra battuta e distribuiva il suo soffio pungente come un vento alle piccole fucine collocate accanto alle macchine. Fu appunto la prima cosa che Goujet volle farle vedere. Quando sprigionò il vento su uno dei forni, alte fiamme s’allargarono d’attorno a forma di ventaglio, un collaretto di fuoco frastagliato e abbagliante, appena colorato da una punta di lacca; la luce era così viva che le piccole lampade degli operai sembravano gocce d’ombra in un sole. Poi alzò la voce per spiegarle meglio, le mostrò le macchine: le cesoie meccaniche che divoravano le sbarre di ferro inghiottendone un pezzo a ogni morso, per poi risputare i pezzi da dietro, uno a uno; le macchine per i bulloni e i rivetti, enormi, complicate, che forgiavano la capocchia con una sola pressione della loro vite possente; le sbavatrici dal volante di ghisa, una sfera di ghisa che faceva vibrare l’aria con violenza a ogni pezzo di ferro di cui ripulivano le sbavature; le filettatrici, manovrate da donne, che filettavano i bulloni e le madreviti, con il ticchettio dei loro ingranaggi d’acciaio scintillante sotto il grasso degli olii. Gervaise poteva così seguire tutto il lavoro, dalla sbarra di ferro ancora poggiata al muro ai bulloni e ai rivetti finiti; ce n’erano casse piene che ingombravano gli angoli. Capì, sorrise brevemente scrollando il capo, ma si sentiva ancora un nodo alla gola, impaurita nel vedersi così piccola e indifesa in mezzo a quelle brutali manipolatrici di metallo; e si girava di scatto, con il sangue che le si faceva di ghiaccio, a ogni sordo colpo d’una sbavatrice. Cominciava ad abituarsi all’ombra, vedeva già degli angoli oscuri in cui uomini immobili regolavano la danza ansimante dei volanti, ogni volta che uno dei forni sputava all’improvviso il lampo di luce del suo collaretto di fiamme. Ma suo malgrado, era sempre al soffitto che il suo sguardo tornava, alla vita, al sangue stesso delle macchine, al volo agile delle corregge, di cui ammirava sollevando gli occhi l’energia colossale e silenziosa che scorreva nelle incerte tenebre delle ossature.

Goujet s’era intanto fermato davanti a una delle macchine per i rivetti; e rimaneva immobile, pensieroso, con la testa bassa, gli occhi fissi a terra. La macchina forgiava i rivetti di quaranta millimetri con la placida facilità d’un gigante. E in verità, non c’era nulla di più semplice. Il fuochista prendeva il pezzo di ferro dal forno e il coniatore lo sistemava nella chiodaia, inumidita da un continuo filo d’acqua per evitare che l’acciaio si stemperasse; e la cosa era bell’e fatta, la vite s’abbassava, il bullone saltava a terra con la sua capocchia rotonda come una sfera fatta con lo stampo. In dodici ore era in grado di farne per centinaia di chili, quella macchina maledetta! Goujet non aveva in sé nulla di violento, ma in certi momenti avrebbe afferrato volentieri Fifine per menar colpi su tutta quella ferraglia, a tal punto s’imbestialiva nel vederle delle braccia ben più solide delle sue. Era una cosa che lo tormentava, anche quando si sentiva più ragionevole, pur dicendo a se stesso che la carne non poteva competere con il ferro. Un giorno la macchina avrebbe di certo schiacciato l’operaio; le loro giornate di lavoro erano già scese da dodici a nove franchi, e si parlava di abbassarle ancora. Insomma! non avevano nulla di divertente quelle enormi bestie che facevano bulloni e rivetti come avrebbero potuto fare salsicce! La guardò per almeno tre minuti senza aprir bocca; le sue sopracciglia s’aggrottavano, la sua bella barba bionda s’arruffava come minacciosa. Poi un’espressione di dolce rassegnazione gli distese poco a poco i lineamenti del volto. Girandosi verso Gervaise, che gli si stringeva contro, disse con un triste sorriso:

«Eh! sono cose del genere a distruggerci! Ma forse un giorno serviranno a far la gente felice».

Gervaise se ne infischiava della felicità della gente. E i bulloni fatti a macchina le sembravano decisamente brutti.

«Capite?», protestò con calore, «sono fatti fin troppo bene… Mi piacciono di più i vostri. Si sente almeno il tocco d’un artista!».

Che gioia, nel sentirla parlare così! Goujet aveva temuto per un attimo che Gervaise lo disprezzasse, dopo aver visto le macchine. Se lui era più forte di Bec-Salé, detto anche Boit-sans-Soif, le macchine erano comunque più forti di lui, che diamine! Quando alla fine si separarono nel cortile, le strinse i polsi fin quasi a spezzarglieli, a tal punto si sentiva felice.

E. Zola, L’assommoir, cit., p. 187 e sgg.

Analisi del testo

Un duello eroico

La prima parte del brano è dedicata alla sfida tra Goujet detto Guele d’Or e il compagno Bec-Salé. Si tratta di due semplici fabbri, ma il confronto assume i tratti di una disfida eroica tra antichi cavalieri, la cui posta è la benevolenza della donna amata. Il narratore stesso presenta i due contendenti come cavalieri sul punto di battersi e tutta la scena è descritta con un tono tra il favoloso e l’eroico. Le gigantesche mazze assumono l’aspetto di vere e proprie armi e l’impresa da compiere risulta straordinaria, perché nessuno fino ad allora è riuscito a forgiare da solo simili bulloni.

Un eroe mitologico

La prova di Bec-Salé si svolge con ritmo frenetico, quasi fosse la danza di un essere diabolico, e i colpi sferrati dalla sua mazza sono paragonati alla danza di una ballerina da balera “che mette in mostra tutta la sua biancheria”. Invece, nelle mani di Goujet la mazza sembra una ballerina elegante, che si muove con grazia e armonia, per l’agilità e la precisione dei movimenti. Al ritmo dei colpi precisi e ritmati, i bulloni prendono forma in maniera perfetta. La figura di Goujet sembra quella di un eroe mitologico: i riflessi della barba bionda gli illuminano il viso, che appare intagliato nell’oro, il collo è simile a una colonna, le spalle e le braccia somigliano a quelle di uno statua. La descrizione è filtrata attraverso lo sguardo estasiato di Gervaise, che vede il fabbro «bello e onnipotente come un dio benevolo», ma il narratore sembra non nascondere la sua simpatia nei confronti del personaggio.

Una dichiarazione d’amore

La sfida di Goujet è una dichiarazione d’amore nei confronti di Gervaise, che infatti capisce perfettamente di essere lei la posta in gioco: è lei che i due fabbri si contendono a colpi di martello («Stavano forgiando per lei un amore, era lei la posta in gioco nel loro sfidarsi a chi alla fine avesse forgiato meglio»). Nell’officina Goujet e Gervaise si amano e vivono in questa occasione il loro momento di suprema felicità e intimità. Un amore che non potrà concretizzarsi.

Un inferno meccanico e tecnologico

Nella prima parte del brano gli operai sono ancora protagonisti: la produzione dipende, pezzo per pezzo, dalla loro bravura dal loro impegno e della loro sapienza artigianale. I bulloni di Goujet sono un capolavoro, una specie di creazione artistica. L’ambiente dell’officina ha certo tratti infernali (l’oscurità, il calore del fuoco, i rumori assordanti), ma ha una sua vivacità eroica (soprattutto per la sfida che vi ha luogo). Sembra quasi di essere nella fucina di Vulcano, dio del fuoco e fabbro degli dei.

La seconda parte del brano presenta un radicale cambiamento. Dopo aver vinto la sfida e aver dato prova del suo valore alla donna amata, Goujet decide di farle vedere un’altra parte dell’officina, dove il padrone sta impiantando una produzione automatizzata. Gervaise si addentra in un ambiente oscuro, un inferno meccanico e tecnologico, che non ha nulla di mitico: il soffitto è ricoperto da lunghi nastri che servono a far girare le macchine, la macchina a vapore pulsa minacciosa, nascosta in un angolo, il passaggio è impedito da carrelli e rotaie, gli uomini non si distinguono dalle macchine. Spaventata Gervaise ascolta le spiegazioni di Goujet, che le illustra le diverse fasi della produzione automatica: tutte le operazioni prima compiute dagli uomini sono ora svolte direttamente dalle macchine, che forgiano senza sosta e senza sforzo bulloni perfetti. La macchina presenta tratti antropomorfi, come se fosse un mostruoso organismo vivente che domina gli esseri umani.

Operai e macchine

Goujet odia le macchine perché svolgono più velocemente e meglio il lavoro degli operai. Più le macchine si impongono, più il lavoro degli operai si svilisce ed è sottopagato. Se potesse, Goujet distruggerebbe quelle macchine a colpi di mazza, prima che siano loro a distruggere gli operai. E non sembra convinto quando afferma che “forse un giorno serviranno a far la gente felice”. Sicuramente nel presente sono un pericolo e un nemico. Ma per Gervaise i bulloni fatti a macchina sono brutti, perché troppo perfetti e per questo privi del “tocco di un artista” che si percepisce in quelli artigianali, plasmati da Goujet. Zola descrive nel brano la perdita di autonomia e dignità professionale da parte degli operai, costretti ad adeguarsi ai ritmi ripetitivi della produzione meccanizzata. Mentre l’artigiano era padrone del proprio lavoro, l’operaio di fabbrica è succube delle macchine e compie un lavoro spersonalizzato, banale e monotono.

 

Esercizi di analisi

  1. Chi (o che cosa) sono Fifine e Dédèle?
  2. In che cosa consiste la sfida tra Goujet e il compagno? Chi vince?
  3. Che cosa prova Gervaise durante lo scontro? Perché si sente lusingata?
  4. A che cosa viene paragonata la mazza nelle mani di Goujet? Perché?
  5. Quali sensazioni prova Gervaise davanti  alle macchine?
  6. Che cosa pensa Goujet delle macchine? Perché vorrebbe distruggerle?

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Zola, Gervaise e Coupeau all’Assommoir

Zola, Gervaise e Coupeau all’Assommoir

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Zola, Gervaise e Coupeau all’Assommoir

(da L’Assommoir)
 
Dopo essere stata abbandonata da Lantier per un’altra donna, Gervaise si dedica al lavoro per mantenere se stessa e i figli. Un bravo e tranquillo operaio, Coupeau, la corteggia con tenacia e le chiede di sposarlo. Nel brano che segue, l’incontro tra i due all’Assommoir di papà Colombe.

 

Tre settimane più tardi, verso le undici e mezza d’un bel giorno di sole, Gervaise e Coupeau, l’operaio zincatore, stavano mangiando insieme una prugna in acquavite all’Assommoir di papà Colombe. Coupeau, che fumava una sigaretta sul marciapiede, l’aveva obbligata ad entrare, dopo averla fermata mentre attraversava la strada, al ritorno da una consegna di biancheria; e la sua grande cesta quadrata da lavandaia era a terra accanto a lei, dietro il tavolino di zinco.

L’Assommoir di papà Colombe si trovava all’angolo fra rue des Poissonniers e boulevard de Rochechouart. L’insegna portava da un capo all’altro e in lunghe lettere azzurre una sola parola: Distillazione. Sulla porta, in due mezzi fusti, si vedevano degli oleandri polverosi. L’enorme bancone s’allungava sulla sinistra di chi entrava, con le sue file di bicchieri, la fontana e i misurini di stagno, mentre la vasta sala tutt’attorno era adornata di grosse botti dipinte di giallo chiaro, luccicanti di vernice, con i cerchi e le cannelle di rame risplendenti. Più in alto, su delle mensole, bottiglie di liquori, boccali di frutta, ogni sorta di fiale disposte in bell’ordine, nascondevano le pareti, riflettendosi nello specchio dietro al bancone con le loro macchie vivaci, verde mela, oro pallido, lacca tenera. Ma la curiosità della casa era, in fondo, dall’altro lato d’uno steccato di quercia, in un cortile a vetri, la macchina da distillazione, che gli avventori potevano veder funzionare: alambicchi dai lunghi colli, serpentine che s’inabissavano sottoterra, tutta una cucina del diavolo dinnanzi alla quale venivano a sognare gli operai ubriaconi.

A quell’ora, l’ora del pranzo, l’Assommoir era in genere vuoto. Un omaccione sui quarant’anni, papà Colombe, in panciotto con maniche, stava servendo una fanciullina d’una decina d’anni, che gli domandava quattro soldi d’acquavite in una scodella. Una striscia di sole entrava dalla porta, scaldando il pavimento di legno sempre inzuppato dagli scaracchi dei fumatori. Dal bancone, dalle botti, da tutta la sala, veniva su un odore liquoroso, un fumo d’alcool, che sembrava inspessire e ubriacare il pulviscolo ondeggiante del sole.

Coupeau si stava intanto arrotolando un’altra sigaretta. Aveva un aspetto assai pulito, con il suo camiciotto da lavoro e il piccolo berretto di tela azzurra; sorridendo, mostrava dei denti bianchissimi. Aveva la mascella inferiore un po’ sporgente, il naso leggermente schiacciato, degli occhi belli e castani, e una faccia da cagnolino allegro e bonaccione. La sua folta capigliatura arricciata si manteneva perfettamente dritta. Conservava ancora la pelle delicata dei suoi ventisei anni. Dirimpetto a lui, Gervaise, in una casacchina d’orléans nera, a testa scoperta, stava finendo di mangiare la sua prugna, che reggeva in punta di dita per il gambo. Erano vicini alla strada, nel primo dei quattro tavolini schierati lungo le botti, davanti al bancone.

Subito dopo aver acceso la sigaretta, lo zincatore s’appoggiò con i gomiti sul tavolino, si protese con il volto e guardò per un attimo senza parlare la giovane, il cui grazioso viso di bionda aveva quel giorno una trasparenza lattea di fine porcellana. Poi, alludendo a una questione che solo loro due conoscevano, e che già avevano dibattuto, domandò semplicemente sottovoce:

«Allora, è no? dite di no?».

«Oh! certo che no, signor Coupeau», rispose tranquillamente Gervaise sorridendo. «Non vorrete parlarmi di queste cose proprio qui. M’avevate pur promesso d’essere ragionevole… Se l’avessi saputo, avrei rifiutato il vostro invito».

L’altro non aggiunse una parola, ma continuò a guardarla sempre da vicino, con il tenero ardimento di chi si offre, affascinato soprattutto dagli angoli delle sue labbra, piccoli angoli d’un rosa pallido, un po’ inumiditi, che lasciavano vedere il rosso acceso della bocca, quando sorrideva. Gervaise non si faceva comunque indietro, restava placida e affettuosa. Dopo un breve silenzio, fu ancora lei a parlare:

«Davvero, non ci pensate più. Sono una vecchia, ho un figlio grande di otto anni… Che cosa faremmo insieme?».

«Perdinci!», mormorò Coupeau sbattendo gli occhi. «Quello che fanno tutti gli altri!».

Ma Gervaise ebbe un piccolo gesto di noia.

«Ah! se credete che sia sempre piacevole! Si vede proprio che non avete mai avuto una famiglia… No, signor Coupeau, devo occuparmi di faccende ben più serie. Spassarsela non porta a nulla, sapete! Ho due bocche da sfamare, a casa, e macinano forte! Come volete che riesca a tirar su la mia piccola gente, se perdo tempo con le frivolezze?… E poi, sentite, la mia disgrazia mi è servita da lezione. Capite, adesso gli uomini non fanno più per me. Non mi lascerò riacciuffare per un bel po’!».

Si spiegava senza collera, con grande saggezza, freddissima, come se stesse trattando una questione di lavoro, i motivi che le impedivano, per esempio, d’inamidare un fisciù. Era evidentemente convinta di quanto diceva, come se ci fosse arrivata dopo mature riflessioni.

Coupeau ripeteva intenerito:

«Mi date un gran dolore, un gran dolore…».

«Sì, lo vedo», riprese Gervaise, «e me ne dispiace per voi, signor Coupeau… Ma non dovete sentirvene ferito. Se mi venisse in mente di spassarmela, mio Dio! sarebbe certo con voi piuttosto che con un altro. Sembrate un gran bravo ragazzo, siete gentile. Ci potremmo mettere insieme, vero? e andrebbe avanti finché andrebbe avanti. Non mi do certo delle arie da principessa, non dico che non avrebbe potuto accadere… E poi, perché mai dovrei farlo, se non ne ho voglia?… Da quindici giorni vado dalla signora Fauconnier. I bambini vanno a scuola. Lavoro, sono contenta… E quindi? non è forse meglio rimanere così come siamo?».

E si chinò per riprendere la sua cesta.

«Mi fate chiacchierare troppo, dalla padrona mi stanno certo già aspettando… Ve ne troverete un’altra, che diamine! signor Coupeau, e sicuramente più carina di me, e che non abbia due marmocchi da tirar su».

Coupeau guardò l’orologio a occhio di bue inquadrato nello specchio. La fece rimettere a sedere, gridando:

«Ma aspettate ancora un po’! Sono solo le undici e trentacinque… Ho ancora venticinque minuti… Non dovete aver paura ch’io faccia chissà quale sciocchezza: c’è anche il tavolino che ci separa… Oppure vi disgusto a tal punto che non volete nemmeno fare quattro chiacchiere con me?».

Posò di nuovo la sua cesta, per non fargli dispiacere, e parlarono da buoni amici. Gervaise aveva pranzato prima d’andare a consegnare la biancheria, Coupeau aveva mangiato in fretta un po’ di zuppa e di carne di manzo, per attenderla al varco. Pur rispondendogli con compiacenza, la giovane continuava ad osservare attraverso i vetri, fra i boccali di frutta sotto spirito, la grande animazione della via, in cui l’ora del pranzo faceva concentrare uno straordinario accalcarsi di folla. Sui due marciapiedi, nella soffocante strozzatura delle case, era tutto un affrettarsi di passi, di braccia penzoloni, un continuo urtarsi di gomiti. Alcuni ritardatari, operai trattenuti al lavoro, i lineamenti induriti dalla fame, attraversavano la strada a grandi falcate, entravano dal panettiere di fronte, e quando ripassavano con la loro libbra di pane sotto il braccio, andavano tre porte più in su, al Veau à Deux Têtes, a consumare un pasto da sei soldi. Accanto al panettiere, c’era anche una fruttivendola che vendeva patate fritte e cozze al prezzemolo: in una fila ininterrotta, operaie in lunghi grembiali portavan via cartocci di patate e scodelle di cozze, mentre altre, delle graziose fanciulle a capo scoperto e dall’aria delicata, compravano mazzi di ravanelli. Piegandosi un po’ di lato, Gervaise poteva anche vedere una bottega di pizzicagnolo stracolma di gente, da cui uscivano ragazzini che tenevano in mano, avvolta in una carta bisunta, una cotoletta impanata, una salsiccia o un pezzo di sanguinaccio caldo caldo. Intanto, lungo la strada sempre inzaccherata di nera fanghiglia, anche nei giorni di bel tempo, nello scalpiccio della folla che avanzava, alcuni operai abbandonavano già le bettole, scendevano a bande, bighellonando, con le mani aperte che battevano contro le cosce, appesantiti dal cibo, placidi e lenti in mezzo agli spintoni di quella calca.

[…]  Il viso di Gervaise conservava comunque una dolcezza infantile: spingeva innanzi a sé le mani paffute, ripetendo che non avrebbe fatto male a una mosca; non conosceva le botte se non per averne già ricevute molte in vita sua. Finì così per parlare della sua giovinezza a Plassans. Non era certo il tipo da correre dietro agli uomini, gli uomini anzi l’annoiavano. Quando Lantier l’aveva presa, a quattordici anni, le era sembrato bello, perché lui si diceva suo marito, mentre a lei sembrava che giocassero a far gli sposini. Il suo unico difetto, assicurava, era quello d’essere fin troppo sensibile, di voler bene a tutti, d’entusiasmarsi per persone che le facevano poi mille angherie. Così, quando amava un uomo, non stava a pensare alle sciocchezze, sognava soltanto di poter vivere sempre insieme, di poter essere sempre felice. E poiché Coupeau sogghignava ricordandole i due figli, che non aveva certo trovato sotto un cavolo, gli diede dei buffetti sulle dita, e aggiunse che anche lei, naturalmente, era fatta dello stesso stampo delle altre donne, ma che tuttavia si aveva torto a credere le donne sempre intente a correr dietro a quelle cose: le donne pensavano alla famiglia, si facevano in quattro per la loro casa, e si coricavano troppo stanche, la sera, per non mettersi a dormire all’istante. Lei rassomigliava del resto alla madre, una gran lavoratrice, morta dalla fatica, che aveva fatto da bestia da soma a papà Macquart per più di vent’anni. Era ancora un po’ mingherlina, lei, mentre la madre aveva certe spalle da buttar giù le porte quando passava. Ma questo non contava, le rassomigliava soprattutto per la sua mania d’affezionarsi alle persone. Anche il fatto che zoppicava un po’ le veniva da quella povera donna, che papà Macquart picchiava a sangue. Mille volte la madre le aveva raccontato delle notti in cui il padre, tornando a casa ubriaco, si mostrava d’una galanteria così brutale da fracassarle le membra; e di certo lei doveva esser spuntata fuori in una di quelle notti, con la sua gamba in ritardo.

«Oh! ma non è quasi nulla, non si vede nemmeno», disse Coupeau per farle la corte.

Gervaise sollevò il mento: sapeva bene che invece si vedeva, a quarant’anni sarebbe stata rotta in due. Poi, dolcemente, con un piccolo sorriso:

«Avete proprio degli strani gusti, se amate una zoppa!».

Allora Coupeau, sempre con i gomiti sul tavolino, facendosi ancora più vicino con la faccia, cominciò a farle dei complimenti con parole più audaci, come per inebriarla. Ma Gervaise continuava sempre a rispondere di no con la testa, senza lasciarsi tentare, benché lusingata da quella voce carezzevole. Ascoltando, guardava all’esterno, sembrava interessarsi di nuovo alla folla che aumentava. Adesso, nelle botteghe deserte si stava dando un colpo di scopa; la fruttivendola ritirava la sua ultima padellata di patate fritte, mentre il pizzicagnolo rimetteva in ordine i piatti sparpagliati sul suo bancone. Da tutte le bettole uscivano frotte di operai: omaccioni con tanto di barba si spingevano l’un l’altro a manate, giocavano come ragazzini, con il frastuono delle loro grosse scarpe chiodate, graffiando il selciato in una scivolata; altri, con le mani affondate nelle tasche fumavano con aria pensosa, gli occhi rivolti verso il sole, le palpebre che sbattevano. Era una vera invasione del marciapiede, della carreggiata, dei rigagnoli, un flusso pigro che scorreva dalle porte aperte, si fermava in mezzo alle carrozze, formava una scia di casacche, di camiciotti e di vecchi cappotti; e tutto impallidiva e si scoloriva sotto la striscia di luce bionda che prendeva d’infilato la via. Si sentivano suonare in lontananza le campane delle officine; ma gli operai non s’affrettavano, riaccendevano le pipe, rialzavano le spalle, e dopo essersi richiamati a vicenda da un vinaiolo all’altro, si decidevano a riprendere la via che li portava al lavoro, strascicando i piedi. Gervaise si divertì a seguire con lo sguardo tre operai, il primo alto e gli altri due bassi, che si voltavano indietro ogni dieci passi: finirono per scendere la via e vennero diritti all’Assommoir di papà Colombe.

«Ah! bene», mormorò Gervaise, «ecco tre veri fannulloni!».

«Toh!», disse Coupeau, «quello alto lo conosco, è Mes-Bottes, un mio compagno».

L’Assommoir si era riempito. Si parlava gridando, con scoppi di voce che squarciavano il grasso mormorio delle raucedini. Di quando in quando, dei pugni lasciati cadere sul bancone facevano tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi, le mani incrociate sul ventre o dietro la schiena, i bevitori formavano dei piccoli gruppi, stretti gli uni agli altri; alcune compagnie, accanto alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d’ora prima di poter ordinare il loro giro a papà Colombe.

«Come! è quell’aristocratico di Cadet-Cassis!», si mise a gridare Mes-Bottes, dando una gran manata sulla spalla di Coupeau. «Un bel signorino che si fa le sigarette con le cartine e ha certa biancheria!… Vogliamo dunque far colpo sull’amichetta, offrendole delle prelibatezze!».

«Eh! non mi scocciare!», rispose Coupeau, assai contrariato.

Ma l’altro sghignazzava.

«Basta! siamo all’altezza della situazione, mio caro buonuomo… I cafoni restano pur sempre dei cafoni, ecco!».

E volse di nuovo le spalle, dopo aver lanciato un’orribile occhiata a Gervaise. La giovane si ritrasse alquanto spaventata. Il fumo delle pipe, l’acre sentore di tutti quegli uomini, montavano nell’aria satura di alcool. Si sentiva soffocare, scossa da piccoli colpi di tosse.

«Oh! che brutta cosa il bere!», disse sottovoce.

E raccontò che un tempo beveva l’anissette con la madre, a Plassans. Ma un giorno per poco non ne era morta, e la cosa l’aveva disgustata per sempre: adesso non sopportava più nessun liquore.

«Vedete!», aggiunse indicando il suo bicchiere, «ho mangiato la prugna, ma lascerò il sugo, mi farebbe male».

Nemmeno Coupeau riusciva a capire come si potessero bere tanti bicchieri pieni d’acquavite. Una prugna ogni tanto certo non poteva far male. Ma quanto all’acquavite, all’assenzio e a tutte le altre porcherie del genere, buona notte! davvero non se ne sentiva il bisogno. I suoi compagni potevano anche prenderlo in giro: lui continuava a rimanere sulla porta, quando quegli ubriaconi andavano a ficcarsi in qualche distilleria. Papà Coupeau, ch’era stato zincatore come lui, s’era sfracellato la testa sul selciato di rue Coquenard, un giorno di bisboccia, precipitando dalla grondaia del n. 25: un ricordo che, nella sua famiglia, li rendeva tutti sobri. Ogni volta che passava per rue Coquenard e rivedeva quel punto, avrebbe bevuto l’acqua dei rigagnolo piuttosto che mandar giù anche solo un bicchiere di vino offertogli gratis da qualche vinaiolo. E così concluse:

«In un mestiere come il nostro, bisogna avere le gambe ben salde».

Gervaise aveva ripreso la cesta, ma non si alzava: la teneva sulle ginocchia, con gli occhi smarriti, sognante, come se le parole del giovane operaio avessero risvegliato in lei chissà quali lontani pensieri di un’altra esistenza. E riprese a parlare, lentamente, senza nesso apparente:

«Mio Dio! non sono certo un’ambiziosa, non domando granché… Il mio ideale sarebbe di poter lavorare tranquillamente, aver sempre di che mangiare, un buco il più possibile pulito per dormire, sapete! un letto, un tavolo e due sedie, nulla di più… Ah! vorrei anche poter allevare come si deve i miei bambini, fare di loro dei bravi cittadini, se fosse possibile… Avrei anche un altro ideale: di non esser battuta, sì, se mai rimettessi su famiglia, no, non mi piacerebbe certo d’essere battuta… Ecco tutto, vedete? ecco tutto…».

Analizzava se stessa, interrogava i suoi desideri, non trovava null’altro di serio che la tentasse. Ma dopo una piccola esitazione, riprese:

«Sì, si può alla fine desiderare di morire nel proprio letto… Dopo aver sfacchinato per tutta la vita, morirei volentieri nel mio letto, a casa mia».

E si alzò. Coupeau, che approvava con calore le sue aspirazioni, era già in piedi, un po’ in pensiero per l’ora. Ma non uscirono immediatamente. Gervaise, per semplice curiosità, volle andare a vedere, in fondo, oltre lo steccato di quercia, il grande alambicco di rame rosso, in piena attività sotto i chiari vetri del piccolo cortile; e lo zincatore, che l’aveva seguita, le illustrò in che modo funzionava, indicandole con il dito i diversi pezzi dell’apparecchio, mostrandole la gigantesca storta da cui colava un limpido filo d’alcool. Con i suoi vasi dalla forma più strana, le sue spirali senza fine di tubi, l’alambicco aveva un aspetto quanto mai cupo: non ne usciva nemmeno un soffio di fumo, si sentiva a malapena una sorta di respiro interiore, un russare sotterraneo. Sembrava la fatica notturna compiuta in pieno giorno da un lavoratore ombroso, possente e muto. Intanto Mes-Bottes, seguito dai suoi compagni, era venuto ad appoggiarsi con il gomito sullo steccato, nell’attesa che un angolo del bancone si liberasse. La sua risata rassomigliava allo stridere d’una puleggia male ingrassata: scrollava il capo, con gli occhi commossi e fissi sulla macchina fatta apposta per gli ubriaconi. Fulmini di Dio! com’era bella! C’era, in quel gran ventre di rame, di che rinfrescare l’ugola per almeno otto giorni. Avrebbe voluto che gli saldassero fra i denti uno dei capi della serpentina, per sentire l’acquavite ancora calda che lo riempiva, gli scendeva fino ai talloni, ancora, ancora, come un ruscelletto senza fine. Che diamine! non si sarebbe più mosso da lì: altro che i bicchierini piccoli come dei ditali di quell’avaraccio di papà Colombe! E i suoi compagni sogghignavano, dicevano che quel bestione di Mes-Bottes aveva perlomeno un modo tutto suo di parlare. Sordamente, senza una fiamma, senza nemmeno un guizzo nei riflessi spenti dei suoi rami, l’alambicco continuava a lavorare, lasciava colare il suo sudore d’alcool, simile a una sorgente lenta e ostinata che sembrava, a lungo andare, voler invadere tutta la sala, riversarsi sui boulevards esterni, inondare l’immensa fossa di Parigi. Gervaise, colta da un fremito, indietreggiò; e si sforzò di sorridere, mormorando:

«Lo so, è sciocco, ma mi dà i brividi, questa macchina… il bere mi dà i brividi…».

Poi, tornando sulla vagheggiata idea d’una perfetta felicità:

«Eh, non ho ragione? non sarebbe meglio così: lavorare, aver sempre di che mangiare, avere un buco tutto per sé, allevare i bambini, morire nel proprio letto…».

«E non essere battuta», aggiunse Coupeau allegramente. «Ma certo non vi batterei io, se solo voi voleste, signora Gervaise… Non dovete aver paura, non bevo mai, e poi vi amo troppo… Allora, è per stasera, ci terremo al caldo».

Aveva abbassato la voce, le parlava quasi all’orecchio, mentre Gervaise si faceva strada spingendo la cesta in avanti. Ma disse ancora di no con la testa, a più riprese. E tuttavia si voltava verso di lui, gli sorrideva, sembrava felice di sapere che l’altro non beveva. Certo, gli avrebbe detto volentieri di sì, ma aveva giurato a se stessa di non rimettersi mai più con un uomo. Guadagnarono alla fine la porta, uscirono. Alle loro spalle, l’Assommoir era ancora pieno e faceva arrivare fin sulla strada il frastuono delle voci arrochite e l’odore liquoroso dei giri d’acquavite. Si sentiva Mes-Bottes trattare papà Colombe da farabutto, accusandolo di avergli riempito il bicchiere soltanto a metà. Lui era troppo per bene, un allocco, una vittima. Ah! accidenti! il capo poteva anche venirlo a stanare, lui non sarebbe tornato in officina, aveva la fiacca. E proponeva ai due compagni d’andare al Petit Bonhomme qui tousse, una gran bella distilleria della barriera Saint-Denis, dove si poteva bere dell’alcool purissimo.

«Ah! si respira», disse Gervaise sul marciapiede. «Ebbene! addio, e grazie, signor Coupeau… Torno subito a casa».

E. Zola, L’assommoir, Garzanti 1999, p. 36 e sgg.

Analisi del testo

Gervaise e Coupeau

Nel brano riportato assistiamo all’inizio della storia tra Gervaise e Coupeau. La giovane donna in un primo tempo rifiuta la proposta dell’operaio ma in seguito si lascerà convincere e accetterà di sposarlo. Per quanto già segnati da una vita difficile (Gervaise deve allevare da sola i due figli avuti da Lantier e Coupeau svolge il pericoloso lavoro di zincatore), entrambi hanno grandi potenzialità: sono giovani, robusti, in salute e dediti con impegno al loro lavoro. Coupeau si presenta pulito e ordinato, ha i denti «bianchissimi», «degli occhi belli e castani», «una faccia da cagnolino allegro e bonaccione», «la pelle delicata dei suoi ventisei anni». Anche Gervaise conserva nel viso «una dolcezza infantile» e appare bella e in forma, nonostante la gamba zoppicante.

Il sogno di una vita “normale”

Entrambi hanno desideri e aspirazioni modesti. Gervaise vorrebbe un posto per dormire, cibo a sufficienza, il necessario per allevare i suoi figli, un po’ di serenità familiare, la certezza di non essere malmenata da chi le sta vicino. Coupeau sogna una vita operosa accanto a Gervaise, desidera avere una famiglia e una casa tutta sua. Dopo aver sperimentato fin dall’infanzia la fame, la miseria e la sofferenza, entrambi aspirano a una vita modesta, quieta e tranquilla. Entrambi, infine, per esperienza familiare, sono ben intenzionati a tenersi lontani dall’alcol. Gervaise ha conosciuto il padre abbrutito dall’ubriachezza e lei stessa si è ubriacata da piccola con la madre, fin quasi a morirne. Coupeau ha visto il padre, anche lui zincatore, cadere e sfracellarsi al suolo, perché ubriaco.

Il retaggio dei caratteri ereditari

Per questo all’inizio entrambi si pongono in antitesi rispetto al luogo in cui si trovano (l’Assommoir) poiché si ripromettono decisamente di non bere, come stanno facendo gli altri avventori, già vittime degli effetti deleteri dell’alcol. Eppure questa scena proietta una luce negativa sul futuro della coppia: il loro primo incontro importante avviene infatti proprio nella bettola di papà Colombe, dove troneggia l’infernale macchina distillatrice. Il narratore ci suggerisce indirettamente che, nonostante entrambi ne prendano le distanze con decisione, essi potrebbero aver ereditato dai genitori una propensione all’alcolismo, e i caratteri ereditari, per Zola, hanno un’influenza decisiva, cui è molto difficile sfuggire.

Lo sguardo dei personaggi

Alla presentazione dei personaggi si intreccia la descrizione dell’ambiente, che rappresenta il fulcro della narrazione. La descrizione dell’ambiente, tuttavia, non è svolta in maniera oggettiva dal narratore, ma è filtrata dai diversi punti di vista dei personaggi. Ciò che accade fuori dalla bettola viene descritto dal punto di vista di Gervaise, che guarda fuori del locale e osserva incuriosita dal movimento della folla per strada. Attraverso il suo sguardo vediamo il quartiere che si anima all’ora di pranzo, quando le piccole botteghe si riempiono di gente e tutti cercano qualcosa da mangiare. Poi sempre Gervaise osserva lo scenario che cambia. Gli operai, dopo aver consumato il loro pasto, si accalcano nella strada e ritornano pigramente verso le officine. I bottegai sistemano la loro merce, una volta che gli avventori si sono dispersi. Grazie all’adozione del punto di vista interno, la descrizione non è svolta in maniera statica, ma è ricca di gesti, di suoni, di odori con un’attenzione straordinaria per i molteplici aspetti della vita quotidiana: i cibi, le strade, le botteghe, le vetrine, le insegne.

Una macchina infernale

Al centro del passo è posta la descrizione della macchina distillatrice che si trova all’interno della bettola di papà Colombe, che assume tratti inquietanti. All’inizio vi si accenna quasi di sfuggita, con una notazione vagamente sinistra: l’insieme di alambicchi, colli e serpentine che si «inabissano» sottoterra la fanno assomigliare a una cucina diabolica, che conduce alla rovina gli operai ubriaconi. Poi la descrizione viene ripresa attraverso lo sguardo di Coupeau e Gervaise, la quale si fa spiegare il funzionamento della macchina. In questo secondo caso, la macchina è descritta con tratti umani, come se fosse una specie di gigante, cosicché il rumore che emette sembra una specie di respiro interiore, il «russare sotterraneo» di un lavoratore possente che si sta riposando dopo le fatiche della giornata.

Il fascino perverso della distillatrice

Poi allo sguardo di Gervaise e Coupeau subentra quello di Mes-Bottes, un avventore abituale della distilleria, che osserva la macchina con la commozione di un innamorato, completamente succube della sua amante. Ai suoi occhi la distillatrice appare straordinariamente bella e seducente, tanto che egli vorrebbe essere saldato a lei e sentire il liquido che scorre dai tubi di vetro attraverso tutto il suo corpo. Lo sguardo estatico di Mes-Bottes è sostituto di nuovo, alla fine, da quello di Gervaise, che osserva con un brivido d’orrore la macchina, pronta a riversare il suo liquido diabolico su tutta Parigi. Il fascino perverso della distillatrice anticipa quello che sarà il tema centrale del romanzo, ossia la dipendenza generata dall’alcol e la degradazione fisica e morale provocata dall’abuso, sia nella vita dei protagonisti, sia anche, in generale, in quella dei ceti operai.

 

Esercizi di analisi

  1. Dove si svolge il colloquio tra Gervaise e Coupeau?
  2. Che cosa chiede Coupeau a Gervaise?
  3. Perché Gervaise rifiuta la proposta di Coupeau?
  4. Perché Gervaise e Coupeau si tengono lontani dall’alcol?
  5. Che cosa prova Gervaise alla vista della macchina distillatrice?
  6. Cosa guarda Gervaise, mentre si trova dentro l’Assommoir?
  7. Cosa vorrebbe Gervaise dalla vita?

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Emile Zola, L’Assommoir

Emile Zola, L’Assommoir

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, L’Assommoir (Lo scannatoio)

 

Presentazione dell’opera

L’Assommoir è il settimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Il titolo dell’abbozzo preparatorio era La semplice vita di Gervaise Macquart, ma già con la pubblicazione a puntate del 1876 comparve il titolo definitivo L’Assommoir. Il termine assommoir appartiene all’argot (gergo) popolare parigino e indica le distillerie di infimo grado, nelle quali si produceva e distribuiva l’acquavite a basso costo (dove ‘ci si ammazza’ a forza di bere). Con la maiuscola si riferisce a un locale preciso, la bettola papà Colombe situata al centro del quartiere operaio della Goutte d’Or . In italiano è stato tradotto con i termini «scannatoio», o «ammazzatoio».

Si tratta dunque di un titolo denso di implicazioni: 

  • annuncia la scelta linguistica fondamentale del romanzo (l’uso dell’argot parigino); 
  • dichiara quale sarà il centro simbolico dello spazio romanzesco (la bettola gestita da ‘papà’ Colombe);
  • anticipa il tema centrale (la degenerazione e la violenza connesse all’abuso di alcool). 

Pubblicato a puntate nel 1876 e in volume nel 1877, l’Assommoir fu uno dei più grandi successi del secondo Ottocento, anche se lo straordinario favore da parte del pubblico fu accompagnato da feroci critiche di segno opposto: i benpensanti borghesi contestarono le scene di degrado fisico e morale (accusando Zola di pornografia e di oltraggio al pudore); gli intellettuali di sinistra vi videro un insulto nei confronti del popolo, e persino Victor Hugo lo definì un «romanzo brutto», perché «mostra compiaciuto le orride piaghe della miseria». 

La trama

Gervaise è una giovane donna piacente, lievemente claudicante, che ha lasciato il suo paese natale e si è trasferita a Parigi per seguire Lantier, un uomo con il quale convive e da cui ha avuto due figli, Claude ed Etienne. Dopo essere stata abbandonata da Lantier per un’altra donna, Gervaise si dedica interamente al lavoro per mantenere se stessa e i figli. Un bravo e tranquillo operaio, Coupeau, la corteggia con tenacia e le chiede di sposarlo. Alla fine Coupeau vince le resistenze di Gervaise e la sposa, nonostante la sorda opposizione della sorella e del marito di lei, i coniugi Lorilleux. 
I primi anni di vita coniugale trascorrono sereni: Coupeau lavora seriamente e si tiene lontano dall’alcol, contrariamente a ciò che fanno molti dei suoi compagni, mentre Gervaise lavora come lavandaia e ha una terza figlia, Nanà. Grazie all’impegno e alle costanti economie, la giovane coppia riesce a mettere da parte un gruzzolo discreto, tanto che Gervaise comincia a coltivare il progetto di aprire una lavanderia tutta sua. Proprio quando il sogno sembra ormai a portata di mano, Coupeau è vittima di un grave incidente sul lavoro: cade mentre sta montando una grondaia ed è costretto per mesi a letto. Anche se poco a poco si riprende, rimane segnato irreparabilmente dall’incidente: non ha più voglia di lavorare, si fa mantenere dalla moglie, sempre più spesso beve e si ubriaca (prima vino, poi acquavite). 
Tuttavia Gervaise non si arrende e grazie al denaro prestatole dal giovane fabbro Goujet, una specie di gigante buono e timido innamorato di lei, riesce ad aprire lo stesso la sua lavanderia. All’inizio Gervaise sembra aver successo, provocando l’invidia astiosa dei Lorilleux: gli affari vanno bene, la lavanderia rende e nel quartiere tutti prendono atto del nuovo stato sociale della donna. L’ascesa di Gervaise è però accompagnata dal progressivo peggioramento di Coupeau, ormai quasi sempre ubriaco, aggressivo e violento nei confronti della moglie e dei figli. In cerca di sostegno e di comprensione, Gervaise si reca nella fucina dove lavora suo figlio Etienne, assunto come apprendista grazie a Goujet. È questa l’occasione per una descrizione ‘interna’ del mondo della fabbrica e per una riflessione sul ruolo crescente delle macchine nella produzione.
Costretta a mantenere da sola tutta la famiglia, Gervaise si lascia prendere dalla pigrizia, ingrassa, diventa sempre più golosa e per far fronte ai debiti comincia a firmare cambiali su cambiali. In occasione del suo quarantesimo compleanno la donna organizza un banchetto luculliano, che segna allo stesso tempo l’apice del suo successo e l’inizio della fine. Proprio nel corso dei festeggiamenti, fa la sua ricomparsa Lantier, che diventa amico di Coupeau, a dispetto degli iniziali timori di Gervaise. Lantier finisce con l’installarsi in casa loro e si fa mantenere anche lui, accelerando la disfatta della coppia: trascina negli stravizi Coupeau e diviene l’amante di Gervaise. Quando ormai la famiglia è in rovina, Lantier la abbandona e si trova un’altra amante da cui farsi mantenere. 
Gervaise è costretta a vendere la lavanderia e ritorna a fare l’operaia, lavorando però poco e male. Assieme al marito e alla figlia Nanà si trasferisce in un misero alloggio, a fianco del quale abita la piccola Lalie, una bimba di otto anni sistematicamente massacrata di botte dal padre alcolizzato, dedita alla cura dei due fratelli più piccoli. Sempre più spenta e abbrutita, anche Gervaise comincia a bere. Gervaise e Coupeau, ormai sistematicamente ubriachi, patiscono la fame e la miseria. Nanà, stanca degli stenti e delle botte fugge via da casa. Coupeau, distrutto nel fisico e nella mente dall’alcol, comincia a soffrire di delirio e di allucinazioni e viene a più riprese ricoverato in manicomio, dove morirà dopo un lunghissimo delirio. Gervaise, ormai abbrutita e semicosciente, si trascina per strada affamata e, proprio quando decide di prostituirsi pur di ottenere in cambio qualcosa da mangiare, incontra Goujet, il fabbro un tempo innamorato di lei. La protagonista del romanzo, alla fine, morirà di consunzione e inebetita dagli stenti. Il becchino, ubriaco come sempre, va a prendere Gervaise, come un amante ormai da tanto tempo atteso.

Un “romanzo sul popolo” che ha “lo stesso odore del popolo”

Nel presentare il romanzo per l’edizione in volume, Zola si difese dalle critiche che gli erano state mosse, ribadendo da un lato la ‘castità’ della sua opera (contro coloro che lo avevano accusato di oscenità e di immoralità), dall’altro la volontà di rappresentare in maniera oggettiva e imparziale la condizione operaia. Scriveva nella prefazione: «Quello che ho voluto dipingere è il fatale decadimento d’una famiglia operaia nell’ambiente appestato dei nostri sobborghi.». I personaggi non sono né buoni né cattivi: «sono soltanto corrotti dall’ambiente di dura fatica e di miseria in cui vivono».

L’Assommoir, scrive Zola, «è il primo romanzo sul popolo che non menta e abbia lo stesso odore del popolo». L’«odore del popolo» si esprime in primo luogo nell’adozione costante dell’argot, il gergo popolare parigino, a cominciare dal titolo. Tuttavia, la novità non è tanto l’uso in sé e per sé dell’argot, (presente già in altre opere di ambientazione popolare), quanto l’assenza di delimitazione. Zola infatti non lo limita ai dialoghi o ai pensieri dei personaggi ma lo usa, senza distinzione, per i personaggi e per il narratore.

Impersonalità e indiretto libero

Nel romanzo l’autore “scompare” e il narratore non esprime mai esplicitamente il suo giudizio, non guida l’interpretazione dei lettori, ma si nasconde dietro la voce dei personaggi. Il narratore non si identifica con un personaggio preciso ma adotta punti di vista variabili, passando da un personaggio all’altro, dalle voci singole a un’indistinta voce corale che esprime l’opinione, spesso malevola, della comunità. Così facendo, Zola realizza un romanzo polifonico, costruito cioè sull’intreccio di più voci diverse e discordanti (tra le quali rientra anche quella dell’autore), spesso non facilmente distinguibili l’una dall’altra. Tuttavia, la scelta di non esprimere esplicitamente opinioni e giudizi non significa rinunciare all’interpretazione dei fatti. I criteri di giudizio sono divenuti molto più complessi e problematici, e sfuggono a categorie prestabilite, universalmente valide e accettate da tutti. Spetterà al lettore cercare il senso delle vicende narrate, anche quando sembra che questo senso non ci sia.

La complementarietà dell’assommoir e della fabbrica

L’Assommoir è costruito su uno spazio rigorosamente delimitato, il quartiere operaio della «Goutte d’or», da cui i personaggi escono solo in poche occasioni. Al centro di esso si colloca la bettola di papà Colombe, il famigerato Assommoir, una specie di antro diabolico che attrae gli operai per succhiare loro le forze e condurli alla rovina e alla morte. Da una parte esso emana un fascino incontestabile, perché rappresenta l’unico facile piacere a portata di mano, per chi vive nella miseria. Dall’altra con il suo potere distruttivo annichilisce gli uomini e li rende capaci di qualsiasi abiezione. All’assommoir per certi versi si contrappone lo spazio della fabbrica. Quanto più aumenta l’influenza esercitata dall’uno, tanto più diminuisce l’importanza dell’altro: chi lavora non passa le sue giornate da papà Colombe e viceversa. Tuttavia, la fabbrica e l’assommoir sono accomunati dalla presenza delle macchine. La macchina distillatrice sovrasta lo spazio interno dell’assommoir, così come le macchine dominano la parte più nascosta della fabbrica. Da un lato, le macchine sono oggetto di ammirazione, quasi di venerazione: i personaggi ne considerano affascinati la potenza e la precisione, da cui si sentono sopraffatti, quasi fossero in presenza di una divinità o di un mostro mitologico. Dall’altro, sono temute e odiate, perché rappresentano un terribile strumento di asservimento e di alienazione, sia sul piano lavorativo sia su quello privato. In fabbrica le macchine ‘rubano’ il lavoro agli operai e all’assommoir la macchina distillatrice ne calpesta la dignità umana.

Un’immagine negativa del progresso 

Questa rappresentazione ambivalente getta una luce inquietante sul valore attribuito al progresso e allo sviluppo tecnologico. Come afferma Goujet, forse le macchine in un futuro lontano porteranno la felicità a tutti gli esseri umani. Tuttavia, la fiducia positivista nell’effetto benefico dello sviluppo tecnologico e del progresso scientifico è minata dalla negatività del presente: invece di liberare l’uomo, le macchine contribuiscono a peggiorarne ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro. L’autore non esprime direttamente il suo parere, ma la visione negativa del progresso emerge dalla logica stessa delle cose. D’altra parte Zola, rimanendo all’interno di una logica borghese, non vede alternative: egli non vede alcuna possibilità di migliorare o di trasformare radicalmente questo sistema.

Quotidianità ed eccezionalità 

La narrazione procede per parecchie pagine senza che avvengano svolte decisive, si sofferma sulla descrizione degli ambienti e a volte mette in primo piano eventi insignificanti sul piano dell’intreccio: il banchetto di matrimonio, il lavoro nella lavanderia, la festa per il compleanno di Gervaise. Gli snodi narrativi decisivi sono mascherati dal grigiore della quotidianità. Eppure, lo svolgimento della trama è spezzato dall’introduzione di una serie di potenziali aperture romanzesche: la storia dell’amore “romantico” tra Gervaise e Goujet; la tragica vicenda della piccola Lalie, uccisa a forza di botte dal padre ubriacone. Tuttavia, la relazione tra Gervaise e Goujet non si concretizza e la morte violenta di Lalie si riduce a un episodio a margine. 

Normalità e marginalità 

I protagonisti dell’Assommoir sono deboli, incapaci di determinazione, privi di vizi o di virtù particolari. Si lasciano trascinare dagli eventi, nel bene come nel male, spesso senza compiere scelte consapevoli: Gervaise si trova a diventare l’amante di Lantier e Coupeau si lascia sopraffare dall’alcool. Persino Goujet, personaggio senza dubbio positivo non è in grado di assumere un ruolo romanzesco: è troppo mammone e indeciso per far valere i suoi sentimenti nei confronti di Gervaise. Sono insomma personaggi mediocri, che dovrebbero rappresentare la ‘normalità’. D’altro canto, sono anche casi patologici, dominati da tare ereditarie, il cui destino, eccessivo e inconsueto, non rappresenta la norma, ma proprio per questo raffigurano l’essenza più profonda della condizione operaia.

Una rovina inevitabile

Da un punto di vista rigorosamente scientifico e imparziale, la rovina di Gervaise è la necessaria conseguenza di una serie di premesse: le tare ereditarie, l’ambiente sociale, le circostanze negative. Tuttavia, il prevalere di un atteggiamento di distacco e di osservazione critica non esclude mai fino in fondo l’identificazione del lettore con il personaggio. In questa prospettiva, la sorte della protagonista appare invece profondamente ingiusta e commovente. La sua sorte finisce per rappresentare l’essenza della condizione umana, fatta di sofferenze immeritate, di desideri e di aspirazioni frustrate. D’altronde anche negli altri romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart i protagonisti sono dei vinti, a prescindere dall’ambiente sociale in cui si trovano ad agire. Sono vittime di un gigantesco scannatoio.

https://www.ilcartello.eu/microcosmi/emile-zola-ammazzatoio/

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Zola, Il romanzo sperimentale

Zola, Il romanzo sperimentale

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, Il romanzo sperimentale

 

Il più importante intervento teorico di Zola fu il saggio sul Romanzo sperimentale, dove il romanzo è concepito come un esperimento scientifico. In quest’opera egli descrive il lavoro dello scrittore rifacendosi esplicitamente all’Introduzione allo studio della medicina sperimentale di Claude Bernard. Egli dichiara di voler applicare alla letteratura quanto Bernard dice della medicina: «se il metodo sperimentale conduce alla conoscenza della vita fisica, deve anche condurre alla conoscenza della vita delle passioni e dell’intelletto». Così come lo scienziato parte da un’ipotesi, crea artificialmente le condizioni adatte e osserva lo svolgersi del fenomeno, per verificare la validità dell’ipotesi di partenza, anche il romanziere segue lo stesso percorso: parte dall’osservazione minuziosa dei fenomeni psicologici e sociali, formula un’ipotesi di interpretazione e la verifica sul campo. 

Il romanzo come ‘documentazione’

Il romanzo è la documentazione dell’esperimento messo in atto: dati un certo carattere ereditario, una certa situazione storica e un certo ambiente sociale, il destino e l’agire dei personaggi sono prevedibili, non possono che seguire linee predeterminate. Il metodo sperimentale vuole trasformare la creazione artistica in un’attività scientifica: il romanziere non si limita a ‘fotografare’ la realtà, ma la osserva e la studia come farebbe uno scienziato, fa ricerche sul campo, si documenta sui temi della sua opera, indaga le premesse storiche e sociali della sua storia. Ovviamente si tratta di un esperimento virtuale e fittizio, dato che in ogni caso è l’autore che decide la sorte dei personaggi, senza la possibilità effettiva di un riscontro reale.

La polemica contro l’idealismo romantico 

Il principale obiettivo polemico di Zola è l’idealismo romantico, per il quale la creazione artistica è frutto del genio e dell’ispirazione irrazionale. Al contrario, i naturalisti rifiutano qualsiasi elemento irrazionale, qualsiasi presenza ‘occulta’ e sottopongono ogni fatto all’osservazione e all’esperimento, senza presupporre forze misteriose e inspiegabili. Non si interessano alle questioni metafisiche (il perché delle cose), ma si limitano a osservare lo svolgersi dei fenomeni (il come). La polemica contro l’idealismo romantico si traduce anche, sul piano delle concrete scelte narrative, nel rifiuto del ‘romanzesco’, ridimensionando o eliminandoil pathos narrativo, e nella rappresentazione, invece, di una ‘tranche de vie’. 

 

La crisi del personaggio romantico 

I personaggi romanzeschi del primo Ottocento lottavano con passione per inseguire i propri desideri e ideali fino alle estreme conseguenze: l’appagamento o la morte. I personaggi di Zola, invece, soffrono di una sfasatura ormai irrimediabile tra desideri, potenzialità e volontà. Non hanno grandi vocazioni, non seguono grandi ideali, non sanno ciò che vogliono o rinunciano facilmente a realizzarlo, o impiegano tutte le loro forze per realizzare qualcosa che poi non li soddisfa. Nei romanzi romantici, inoltre, i personaggi miravano a suscitare l’identificazione del lettore. Nel romanzo naturalista, invece, che presenta personaggi spesso ambigui e contraddittori, entra in crisi il meccanismo di identificazione e il lettore è piuttosto indotto a osservarli dall’esterno. 

La scelta dell’impersonalità 

Obiettivo dichiarato è infatti l’assoluta imparzialità: il narratore deve descrivere senza giudicare, senza prendere posizione, senza lasciar trapelare simpatia o antipatia nei confronti dei suoi personaggi. L’autore scompare e manca una voce autorevole che commenti le vicende e indichi ai lettori la loro corretta interpretazione, mostrando ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. La tecnica dell’impersonalità esprime la crisi ideologica di fine Ottocento e testimonia la perdita di fiducia nei valori borghesi: qualsiasi giudizio è parziale e relativo, non esistono in astratto modelli negativi e modelli positivi. 

L’uso dell’indiretto libero

Dal punto di vista stilistico il principio di impersonalità si traduce in un uso molto particolare del discorso indiretto libero (un discorso indiretto senza alcun verbo introduttivo, del tipo «disse che», o «pensò che»): voci e pensieri dei personaggi non sono limitati ai dialoghi, ma presenti in tutta la narrazione e la voce del narratore si confonde in continuazione con quella dei personaggi, al punto che diventa pressoché impossibile capire chi di volta in volta stia parlando.

Il primato delle descrizioni 

La riduzione della componente romanzesca si lega a una corrispondente estensione delle parti descrittive. Nei romanzi tradizionali le parti narrative sono prioritarie mentre le descrizioni sono subordinate all’azione. Nei romanzi di Zola le parti descrittive diventano fondamentali mentre il racconto degli eventi è meno rilevante. In ossequio al principio dell’impersonalità, la descrizione non è gestita dal narratore, bensì dai personaggi. Il lettore vede attraverso la prospettiva interna di chi di volta in volta si trova a osservare l’ambiente circostante.

Il metodo di lavoro

Nella prima fase della stesura Zola individua le caratteristiche di partenza dei personaggi e dell’ambiente. Poi si dedica alla compilazione di un dossier composto da:

  • documentazione scientifica (studi storici, sociologici e linguistici; articoli di cronaca) sugli ambienti che intende rappresentare;
  • indagine sul campo mediante osservazione diretta, trascorrendo intere giornate negli ambienti, e a contatto con i ceti sociali protagonisti del romanzo. 

Poi lo scrittore abbozza una trama che derivi in modo consequenziale dal carattere e dalle condizioni dei personaggi. La fase successiva era costituita dalla stesura di un progetto dettagliato in cui l’azione viene suddivisa nei vari capitoli, indicando per ciascuno il contenuto di massima. Infine, Zola procedeva alla stesura completa del romanzo.

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Il Ciclo dei Rougon-Macquart (1871-1893)

Con metodicità quasi maniacale Zola realizzò nel corso di oltre venti anni il suo progetto più ambizioso, ossia il ciclo di romanzi dei Rougon-Macquart, nei cui venti volumi delineò la storia di una famiglia nella Francia del Secondo Impero di Napoleone III. 

I capostipiti della famiglia sono Adélaide Fouque, contadina arricchita, il marito Rougon, giardiniere un po’ sempliciotto, e l’amante Macquart, contrabbandiere e alcolizzato. I discendenti sono diversamente segnati da questi caratteri originari, che ne rappresentano l’eredità familiare: la fragilità nervosa, la propensione all’alcolismo, l’ambizione sfrenata. Ognuno di loro si muove in un ambiente diverso (dalla provincia contadina alla società aristocratica, dal mondo del proletariato urbano a quello degli speculatori finanziari), riproducendone vizi e caratteristiche. Il destino dei singoli personaggi è la risultante dell’azione incrociata di questi fattori: i caratteri familiari ereditari (la «razza»), l’ambiente sociale (il «milieu»), la congiuntura storica (il «moment»).

 

I romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart
La fortuna dei Rougon (1871)
La cuccagna (1872)
Il ventre di Parigi (1873)
La conquista di Plassans (1874)
La colpa dell’abate Mouret (1875)
Sua Eccellenza Eugène Rougon (1876)
L’Assommoir (1877)
Una pagina d’amore (1878)
Nanà (1880)
Quel che bolle in pentola (1882)
Al paradiso delle signore (1883)
La gioia di vivere (1884)
Germinal (1885)
L’Opera (1886)
La Terra (1887)
Il Sogno (1888)
La bestia umana (1890)
Il denaro (1891)
La disfatta (1892)
Il dottor Pascal (1893)