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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Zola, Gervaise e Coupeau all’Assommoir

(da L’Assommoir)
 
Dopo essere stata abbandonata da Lantier per un’altra donna, Gervaise si dedica al lavoro per mantenere se stessa e i figli. Un bravo e tranquillo operaio, Coupeau, la corteggia con tenacia e le chiede di sposarlo. Nel brano che segue, l’incontro tra i due all’Assommoir di papà Colombe.

 

Tre settimane più tardi, verso le undici e mezza d’un bel giorno di sole, Gervaise e Coupeau, l’operaio zincatore, stavano mangiando insieme una prugna in acquavite all’Assommoir di papà Colombe. Coupeau, che fumava una sigaretta sul marciapiede, l’aveva obbligata ad entrare, dopo averla fermata mentre attraversava la strada, al ritorno da una consegna di biancheria; e la sua grande cesta quadrata da lavandaia era a terra accanto a lei, dietro il tavolino di zinco.

L’Assommoir di papà Colombe si trovava all’angolo fra rue des Poissonniers e boulevard de Rochechouart. L’insegna portava da un capo all’altro e in lunghe lettere azzurre una sola parola: Distillazione. Sulla porta, in due mezzi fusti, si vedevano degli oleandri polverosi. L’enorme bancone s’allungava sulla sinistra di chi entrava, con le sue file di bicchieri, la fontana e i misurini di stagno, mentre la vasta sala tutt’attorno era adornata di grosse botti dipinte di giallo chiaro, luccicanti di vernice, con i cerchi e le cannelle di rame risplendenti. Più in alto, su delle mensole, bottiglie di liquori, boccali di frutta, ogni sorta di fiale disposte in bell’ordine, nascondevano le pareti, riflettendosi nello specchio dietro al bancone con le loro macchie vivaci, verde mela, oro pallido, lacca tenera. Ma la curiosità della casa era, in fondo, dall’altro lato d’uno steccato di quercia, in un cortile a vetri, la macchina da distillazione, che gli avventori potevano veder funzionare: alambicchi dai lunghi colli, serpentine che s’inabissavano sottoterra, tutta una cucina del diavolo dinnanzi alla quale venivano a sognare gli operai ubriaconi.

A quell’ora, l’ora del pranzo, l’Assommoir era in genere vuoto. Un omaccione sui quarant’anni, papà Colombe, in panciotto con maniche, stava servendo una fanciullina d’una decina d’anni, che gli domandava quattro soldi d’acquavite in una scodella. Una striscia di sole entrava dalla porta, scaldando il pavimento di legno sempre inzuppato dagli scaracchi dei fumatori. Dal bancone, dalle botti, da tutta la sala, veniva su un odore liquoroso, un fumo d’alcool, che sembrava inspessire e ubriacare il pulviscolo ondeggiante del sole.

Coupeau si stava intanto arrotolando un’altra sigaretta. Aveva un aspetto assai pulito, con il suo camiciotto da lavoro e il piccolo berretto di tela azzurra; sorridendo, mostrava dei denti bianchissimi. Aveva la mascella inferiore un po’ sporgente, il naso leggermente schiacciato, degli occhi belli e castani, e una faccia da cagnolino allegro e bonaccione. La sua folta capigliatura arricciata si manteneva perfettamente dritta. Conservava ancora la pelle delicata dei suoi ventisei anni. Dirimpetto a lui, Gervaise, in una casacchina d’orléans nera, a testa scoperta, stava finendo di mangiare la sua prugna, che reggeva in punta di dita per il gambo. Erano vicini alla strada, nel primo dei quattro tavolini schierati lungo le botti, davanti al bancone.

Subito dopo aver acceso la sigaretta, lo zincatore s’appoggiò con i gomiti sul tavolino, si protese con il volto e guardò per un attimo senza parlare la giovane, il cui grazioso viso di bionda aveva quel giorno una trasparenza lattea di fine porcellana. Poi, alludendo a una questione che solo loro due conoscevano, e che già avevano dibattuto, domandò semplicemente sottovoce:

«Allora, è no? dite di no?».

«Oh! certo che no, signor Coupeau», rispose tranquillamente Gervaise sorridendo. «Non vorrete parlarmi di queste cose proprio qui. M’avevate pur promesso d’essere ragionevole… Se l’avessi saputo, avrei rifiutato il vostro invito».

L’altro non aggiunse una parola, ma continuò a guardarla sempre da vicino, con il tenero ardimento di chi si offre, affascinato soprattutto dagli angoli delle sue labbra, piccoli angoli d’un rosa pallido, un po’ inumiditi, che lasciavano vedere il rosso acceso della bocca, quando sorrideva. Gervaise non si faceva comunque indietro, restava placida e affettuosa. Dopo un breve silenzio, fu ancora lei a parlare:

«Davvero, non ci pensate più. Sono una vecchia, ho un figlio grande di otto anni… Che cosa faremmo insieme?».

«Perdinci!», mormorò Coupeau sbattendo gli occhi. «Quello che fanno tutti gli altri!».

Ma Gervaise ebbe un piccolo gesto di noia.

«Ah! se credete che sia sempre piacevole! Si vede proprio che non avete mai avuto una famiglia… No, signor Coupeau, devo occuparmi di faccende ben più serie. Spassarsela non porta a nulla, sapete! Ho due bocche da sfamare, a casa, e macinano forte! Come volete che riesca a tirar su la mia piccola gente, se perdo tempo con le frivolezze?… E poi, sentite, la mia disgrazia mi è servita da lezione. Capite, adesso gli uomini non fanno più per me. Non mi lascerò riacciuffare per un bel po’!».

Si spiegava senza collera, con grande saggezza, freddissima, come se stesse trattando una questione di lavoro, i motivi che le impedivano, per esempio, d’inamidare un fisciù. Era evidentemente convinta di quanto diceva, come se ci fosse arrivata dopo mature riflessioni.

Coupeau ripeteva intenerito:

«Mi date un gran dolore, un gran dolore…».

«Sì, lo vedo», riprese Gervaise, «e me ne dispiace per voi, signor Coupeau… Ma non dovete sentirvene ferito. Se mi venisse in mente di spassarmela, mio Dio! sarebbe certo con voi piuttosto che con un altro. Sembrate un gran bravo ragazzo, siete gentile. Ci potremmo mettere insieme, vero? e andrebbe avanti finché andrebbe avanti. Non mi do certo delle arie da principessa, non dico che non avrebbe potuto accadere… E poi, perché mai dovrei farlo, se non ne ho voglia?… Da quindici giorni vado dalla signora Fauconnier. I bambini vanno a scuola. Lavoro, sono contenta… E quindi? non è forse meglio rimanere così come siamo?».

E si chinò per riprendere la sua cesta.

«Mi fate chiacchierare troppo, dalla padrona mi stanno certo già aspettando… Ve ne troverete un’altra, che diamine! signor Coupeau, e sicuramente più carina di me, e che non abbia due marmocchi da tirar su».

Coupeau guardò l’orologio a occhio di bue inquadrato nello specchio. La fece rimettere a sedere, gridando:

«Ma aspettate ancora un po’! Sono solo le undici e trentacinque… Ho ancora venticinque minuti… Non dovete aver paura ch’io faccia chissà quale sciocchezza: c’è anche il tavolino che ci separa… Oppure vi disgusto a tal punto che non volete nemmeno fare quattro chiacchiere con me?».

Posò di nuovo la sua cesta, per non fargli dispiacere, e parlarono da buoni amici. Gervaise aveva pranzato prima d’andare a consegnare la biancheria, Coupeau aveva mangiato in fretta un po’ di zuppa e di carne di manzo, per attenderla al varco. Pur rispondendogli con compiacenza, la giovane continuava ad osservare attraverso i vetri, fra i boccali di frutta sotto spirito, la grande animazione della via, in cui l’ora del pranzo faceva concentrare uno straordinario accalcarsi di folla. Sui due marciapiedi, nella soffocante strozzatura delle case, era tutto un affrettarsi di passi, di braccia penzoloni, un continuo urtarsi di gomiti. Alcuni ritardatari, operai trattenuti al lavoro, i lineamenti induriti dalla fame, attraversavano la strada a grandi falcate, entravano dal panettiere di fronte, e quando ripassavano con la loro libbra di pane sotto il braccio, andavano tre porte più in su, al Veau à Deux Têtes, a consumare un pasto da sei soldi. Accanto al panettiere, c’era anche una fruttivendola che vendeva patate fritte e cozze al prezzemolo: in una fila ininterrotta, operaie in lunghi grembiali portavan via cartocci di patate e scodelle di cozze, mentre altre, delle graziose fanciulle a capo scoperto e dall’aria delicata, compravano mazzi di ravanelli. Piegandosi un po’ di lato, Gervaise poteva anche vedere una bottega di pizzicagnolo stracolma di gente, da cui uscivano ragazzini che tenevano in mano, avvolta in una carta bisunta, una cotoletta impanata, una salsiccia o un pezzo di sanguinaccio caldo caldo. Intanto, lungo la strada sempre inzaccherata di nera fanghiglia, anche nei giorni di bel tempo, nello scalpiccio della folla che avanzava, alcuni operai abbandonavano già le bettole, scendevano a bande, bighellonando, con le mani aperte che battevano contro le cosce, appesantiti dal cibo, placidi e lenti in mezzo agli spintoni di quella calca.

[…]  Il viso di Gervaise conservava comunque una dolcezza infantile: spingeva innanzi a sé le mani paffute, ripetendo che non avrebbe fatto male a una mosca; non conosceva le botte se non per averne già ricevute molte in vita sua. Finì così per parlare della sua giovinezza a Plassans. Non era certo il tipo da correre dietro agli uomini, gli uomini anzi l’annoiavano. Quando Lantier l’aveva presa, a quattordici anni, le era sembrato bello, perché lui si diceva suo marito, mentre a lei sembrava che giocassero a far gli sposini. Il suo unico difetto, assicurava, era quello d’essere fin troppo sensibile, di voler bene a tutti, d’entusiasmarsi per persone che le facevano poi mille angherie. Così, quando amava un uomo, non stava a pensare alle sciocchezze, sognava soltanto di poter vivere sempre insieme, di poter essere sempre felice. E poiché Coupeau sogghignava ricordandole i due figli, che non aveva certo trovato sotto un cavolo, gli diede dei buffetti sulle dita, e aggiunse che anche lei, naturalmente, era fatta dello stesso stampo delle altre donne, ma che tuttavia si aveva torto a credere le donne sempre intente a correr dietro a quelle cose: le donne pensavano alla famiglia, si facevano in quattro per la loro casa, e si coricavano troppo stanche, la sera, per non mettersi a dormire all’istante. Lei rassomigliava del resto alla madre, una gran lavoratrice, morta dalla fatica, che aveva fatto da bestia da soma a papà Macquart per più di vent’anni. Era ancora un po’ mingherlina, lei, mentre la madre aveva certe spalle da buttar giù le porte quando passava. Ma questo non contava, le rassomigliava soprattutto per la sua mania d’affezionarsi alle persone. Anche il fatto che zoppicava un po’ le veniva da quella povera donna, che papà Macquart picchiava a sangue. Mille volte la madre le aveva raccontato delle notti in cui il padre, tornando a casa ubriaco, si mostrava d’una galanteria così brutale da fracassarle le membra; e di certo lei doveva esser spuntata fuori in una di quelle notti, con la sua gamba in ritardo.

«Oh! ma non è quasi nulla, non si vede nemmeno», disse Coupeau per farle la corte.

Gervaise sollevò il mento: sapeva bene che invece si vedeva, a quarant’anni sarebbe stata rotta in due. Poi, dolcemente, con un piccolo sorriso:

«Avete proprio degli strani gusti, se amate una zoppa!».

Allora Coupeau, sempre con i gomiti sul tavolino, facendosi ancora più vicino con la faccia, cominciò a farle dei complimenti con parole più audaci, come per inebriarla. Ma Gervaise continuava sempre a rispondere di no con la testa, senza lasciarsi tentare, benché lusingata da quella voce carezzevole. Ascoltando, guardava all’esterno, sembrava interessarsi di nuovo alla folla che aumentava. Adesso, nelle botteghe deserte si stava dando un colpo di scopa; la fruttivendola ritirava la sua ultima padellata di patate fritte, mentre il pizzicagnolo rimetteva in ordine i piatti sparpagliati sul suo bancone. Da tutte le bettole uscivano frotte di operai: omaccioni con tanto di barba si spingevano l’un l’altro a manate, giocavano come ragazzini, con il frastuono delle loro grosse scarpe chiodate, graffiando il selciato in una scivolata; altri, con le mani affondate nelle tasche fumavano con aria pensosa, gli occhi rivolti verso il sole, le palpebre che sbattevano. Era una vera invasione del marciapiede, della carreggiata, dei rigagnoli, un flusso pigro che scorreva dalle porte aperte, si fermava in mezzo alle carrozze, formava una scia di casacche, di camiciotti e di vecchi cappotti; e tutto impallidiva e si scoloriva sotto la striscia di luce bionda che prendeva d’infilato la via. Si sentivano suonare in lontananza le campane delle officine; ma gli operai non s’affrettavano, riaccendevano le pipe, rialzavano le spalle, e dopo essersi richiamati a vicenda da un vinaiolo all’altro, si decidevano a riprendere la via che li portava al lavoro, strascicando i piedi. Gervaise si divertì a seguire con lo sguardo tre operai, il primo alto e gli altri due bassi, che si voltavano indietro ogni dieci passi: finirono per scendere la via e vennero diritti all’Assommoir di papà Colombe.

«Ah! bene», mormorò Gervaise, «ecco tre veri fannulloni!».

«Toh!», disse Coupeau, «quello alto lo conosco, è Mes-Bottes, un mio compagno».

L’Assommoir si era riempito. Si parlava gridando, con scoppi di voce che squarciavano il grasso mormorio delle raucedini. Di quando in quando, dei pugni lasciati cadere sul bancone facevano tintinnare i bicchieri. Tutti in piedi, le mani incrociate sul ventre o dietro la schiena, i bevitori formavano dei piccoli gruppi, stretti gli uni agli altri; alcune compagnie, accanto alle botti, dovevano aspettare anche un quarto d’ora prima di poter ordinare il loro giro a papà Colombe.

«Come! è quell’aristocratico di Cadet-Cassis!», si mise a gridare Mes-Bottes, dando una gran manata sulla spalla di Coupeau. «Un bel signorino che si fa le sigarette con le cartine e ha certa biancheria!… Vogliamo dunque far colpo sull’amichetta, offrendole delle prelibatezze!».

«Eh! non mi scocciare!», rispose Coupeau, assai contrariato.

Ma l’altro sghignazzava.

«Basta! siamo all’altezza della situazione, mio caro buonuomo… I cafoni restano pur sempre dei cafoni, ecco!».

E volse di nuovo le spalle, dopo aver lanciato un’orribile occhiata a Gervaise. La giovane si ritrasse alquanto spaventata. Il fumo delle pipe, l’acre sentore di tutti quegli uomini, montavano nell’aria satura di alcool. Si sentiva soffocare, scossa da piccoli colpi di tosse.

«Oh! che brutta cosa il bere!», disse sottovoce.

E raccontò che un tempo beveva l’anissette con la madre, a Plassans. Ma un giorno per poco non ne era morta, e la cosa l’aveva disgustata per sempre: adesso non sopportava più nessun liquore.

«Vedete!», aggiunse indicando il suo bicchiere, «ho mangiato la prugna, ma lascerò il sugo, mi farebbe male».

Nemmeno Coupeau riusciva a capire come si potessero bere tanti bicchieri pieni d’acquavite. Una prugna ogni tanto certo non poteva far male. Ma quanto all’acquavite, all’assenzio e a tutte le altre porcherie del genere, buona notte! davvero non se ne sentiva il bisogno. I suoi compagni potevano anche prenderlo in giro: lui continuava a rimanere sulla porta, quando quegli ubriaconi andavano a ficcarsi in qualche distilleria. Papà Coupeau, ch’era stato zincatore come lui, s’era sfracellato la testa sul selciato di rue Coquenard, un giorno di bisboccia, precipitando dalla grondaia del n. 25: un ricordo che, nella sua famiglia, li rendeva tutti sobri. Ogni volta che passava per rue Coquenard e rivedeva quel punto, avrebbe bevuto l’acqua dei rigagnolo piuttosto che mandar giù anche solo un bicchiere di vino offertogli gratis da qualche vinaiolo. E così concluse:

«In un mestiere come il nostro, bisogna avere le gambe ben salde».

Gervaise aveva ripreso la cesta, ma non si alzava: la teneva sulle ginocchia, con gli occhi smarriti, sognante, come se le parole del giovane operaio avessero risvegliato in lei chissà quali lontani pensieri di un’altra esistenza. E riprese a parlare, lentamente, senza nesso apparente:

«Mio Dio! non sono certo un’ambiziosa, non domando granché… Il mio ideale sarebbe di poter lavorare tranquillamente, aver sempre di che mangiare, un buco il più possibile pulito per dormire, sapete! un letto, un tavolo e due sedie, nulla di più… Ah! vorrei anche poter allevare come si deve i miei bambini, fare di loro dei bravi cittadini, se fosse possibile… Avrei anche un altro ideale: di non esser battuta, sì, se mai rimettessi su famiglia, no, non mi piacerebbe certo d’essere battuta… Ecco tutto, vedete? ecco tutto…».

Analizzava se stessa, interrogava i suoi desideri, non trovava null’altro di serio che la tentasse. Ma dopo una piccola esitazione, riprese:

«Sì, si può alla fine desiderare di morire nel proprio letto… Dopo aver sfacchinato per tutta la vita, morirei volentieri nel mio letto, a casa mia».

E si alzò. Coupeau, che approvava con calore le sue aspirazioni, era già in piedi, un po’ in pensiero per l’ora. Ma non uscirono immediatamente. Gervaise, per semplice curiosità, volle andare a vedere, in fondo, oltre lo steccato di quercia, il grande alambicco di rame rosso, in piena attività sotto i chiari vetri del piccolo cortile; e lo zincatore, che l’aveva seguita, le illustrò in che modo funzionava, indicandole con il dito i diversi pezzi dell’apparecchio, mostrandole la gigantesca storta da cui colava un limpido filo d’alcool. Con i suoi vasi dalla forma più strana, le sue spirali senza fine di tubi, l’alambicco aveva un aspetto quanto mai cupo: non ne usciva nemmeno un soffio di fumo, si sentiva a malapena una sorta di respiro interiore, un russare sotterraneo. Sembrava la fatica notturna compiuta in pieno giorno da un lavoratore ombroso, possente e muto. Intanto Mes-Bottes, seguito dai suoi compagni, era venuto ad appoggiarsi con il gomito sullo steccato, nell’attesa che un angolo del bancone si liberasse. La sua risata rassomigliava allo stridere d’una puleggia male ingrassata: scrollava il capo, con gli occhi commossi e fissi sulla macchina fatta apposta per gli ubriaconi. Fulmini di Dio! com’era bella! C’era, in quel gran ventre di rame, di che rinfrescare l’ugola per almeno otto giorni. Avrebbe voluto che gli saldassero fra i denti uno dei capi della serpentina, per sentire l’acquavite ancora calda che lo riempiva, gli scendeva fino ai talloni, ancora, ancora, come un ruscelletto senza fine. Che diamine! non si sarebbe più mosso da lì: altro che i bicchierini piccoli come dei ditali di quell’avaraccio di papà Colombe! E i suoi compagni sogghignavano, dicevano che quel bestione di Mes-Bottes aveva perlomeno un modo tutto suo di parlare. Sordamente, senza una fiamma, senza nemmeno un guizzo nei riflessi spenti dei suoi rami, l’alambicco continuava a lavorare, lasciava colare il suo sudore d’alcool, simile a una sorgente lenta e ostinata che sembrava, a lungo andare, voler invadere tutta la sala, riversarsi sui boulevards esterni, inondare l’immensa fossa di Parigi. Gervaise, colta da un fremito, indietreggiò; e si sforzò di sorridere, mormorando:

«Lo so, è sciocco, ma mi dà i brividi, questa macchina… il bere mi dà i brividi…».

Poi, tornando sulla vagheggiata idea d’una perfetta felicità:

«Eh, non ho ragione? non sarebbe meglio così: lavorare, aver sempre di che mangiare, avere un buco tutto per sé, allevare i bambini, morire nel proprio letto…».

«E non essere battuta», aggiunse Coupeau allegramente. «Ma certo non vi batterei io, se solo voi voleste, signora Gervaise… Non dovete aver paura, non bevo mai, e poi vi amo troppo… Allora, è per stasera, ci terremo al caldo».

Aveva abbassato la voce, le parlava quasi all’orecchio, mentre Gervaise si faceva strada spingendo la cesta in avanti. Ma disse ancora di no con la testa, a più riprese. E tuttavia si voltava verso di lui, gli sorrideva, sembrava felice di sapere che l’altro non beveva. Certo, gli avrebbe detto volentieri di sì, ma aveva giurato a se stessa di non rimettersi mai più con un uomo. Guadagnarono alla fine la porta, uscirono. Alle loro spalle, l’Assommoir era ancora pieno e faceva arrivare fin sulla strada il frastuono delle voci arrochite e l’odore liquoroso dei giri d’acquavite. Si sentiva Mes-Bottes trattare papà Colombe da farabutto, accusandolo di avergli riempito il bicchiere soltanto a metà. Lui era troppo per bene, un allocco, una vittima. Ah! accidenti! il capo poteva anche venirlo a stanare, lui non sarebbe tornato in officina, aveva la fiacca. E proponeva ai due compagni d’andare al Petit Bonhomme qui tousse, una gran bella distilleria della barriera Saint-Denis, dove si poteva bere dell’alcool purissimo.

«Ah! si respira», disse Gervaise sul marciapiede. «Ebbene! addio, e grazie, signor Coupeau… Torno subito a casa».

E. Zola, L’assommoir, Garzanti 1999, p. 36 e sgg.

Analisi del testo

Gervaise e Coupeau

Nel brano riportato assistiamo all’inizio della storia tra Gervaise e Coupeau. La giovane donna in un primo tempo rifiuta la proposta dell’operaio ma in seguito si lascerà convincere e accetterà di sposarlo. Per quanto già segnati da una vita difficile (Gervaise deve allevare da sola i due figli avuti da Lantier e Coupeau svolge il pericoloso lavoro di zincatore), entrambi hanno grandi potenzialità: sono giovani, robusti, in salute e dediti con impegno al loro lavoro. Coupeau si presenta pulito e ordinato, ha i denti «bianchissimi», «degli occhi belli e castani», «una faccia da cagnolino allegro e bonaccione», «la pelle delicata dei suoi ventisei anni». Anche Gervaise conserva nel viso «una dolcezza infantile» e appare bella e in forma, nonostante la gamba zoppicante.

Il sogno di una vita “normale”

Entrambi hanno desideri e aspirazioni modesti. Gervaise vorrebbe un posto per dormire, cibo a sufficienza, il necessario per allevare i suoi figli, un po’ di serenità familiare, la certezza di non essere malmenata da chi le sta vicino. Coupeau sogna una vita operosa accanto a Gervaise, desidera avere una famiglia e una casa tutta sua. Dopo aver sperimentato fin dall’infanzia la fame, la miseria e la sofferenza, entrambi aspirano a una vita modesta, quieta e tranquilla. Entrambi, infine, per esperienza familiare, sono ben intenzionati a tenersi lontani dall’alcol. Gervaise ha conosciuto il padre abbrutito dall’ubriachezza e lei stessa si è ubriacata da piccola con la madre, fin quasi a morirne. Coupeau ha visto il padre, anche lui zincatore, cadere e sfracellarsi al suolo, perché ubriaco.

Il retaggio dei caratteri ereditari

Per questo all’inizio entrambi si pongono in antitesi rispetto al luogo in cui si trovano (l’Assommoir) poiché si ripromettono decisamente di non bere, come stanno facendo gli altri avventori, già vittime degli effetti deleteri dell’alcol. Eppure questa scena proietta una luce negativa sul futuro della coppia: il loro primo incontro importante avviene infatti proprio nella bettola di papà Colombe, dove troneggia l’infernale macchina distillatrice. Il narratore ci suggerisce indirettamente che, nonostante entrambi ne prendano le distanze con decisione, essi potrebbero aver ereditato dai genitori una propensione all’alcolismo, e i caratteri ereditari, per Zola, hanno un’influenza decisiva, cui è molto difficile sfuggire.

Lo sguardo dei personaggi

Alla presentazione dei personaggi si intreccia la descrizione dell’ambiente, che rappresenta il fulcro della narrazione. La descrizione dell’ambiente, tuttavia, non è svolta in maniera oggettiva dal narratore, ma è filtrata dai diversi punti di vista dei personaggi. Ciò che accade fuori dalla bettola viene descritto dal punto di vista di Gervaise, che guarda fuori del locale e osserva incuriosita dal movimento della folla per strada. Attraverso il suo sguardo vediamo il quartiere che si anima all’ora di pranzo, quando le piccole botteghe si riempiono di gente e tutti cercano qualcosa da mangiare. Poi sempre Gervaise osserva lo scenario che cambia. Gli operai, dopo aver consumato il loro pasto, si accalcano nella strada e ritornano pigramente verso le officine. I bottegai sistemano la loro merce, una volta che gli avventori si sono dispersi. Grazie all’adozione del punto di vista interno, la descrizione non è svolta in maniera statica, ma è ricca di gesti, di suoni, di odori con un’attenzione straordinaria per i molteplici aspetti della vita quotidiana: i cibi, le strade, le botteghe, le vetrine, le insegne.

Una macchina infernale

Al centro del passo è posta la descrizione della macchina distillatrice che si trova all’interno della bettola di papà Colombe, che assume tratti inquietanti. All’inizio vi si accenna quasi di sfuggita, con una notazione vagamente sinistra: l’insieme di alambicchi, colli e serpentine che si «inabissano» sottoterra la fanno assomigliare a una cucina diabolica, che conduce alla rovina gli operai ubriaconi. Poi la descrizione viene ripresa attraverso lo sguardo di Coupeau e Gervaise, la quale si fa spiegare il funzionamento della macchina. In questo secondo caso, la macchina è descritta con tratti umani, come se fosse una specie di gigante, cosicché il rumore che emette sembra una specie di respiro interiore, il «russare sotterraneo» di un lavoratore possente che si sta riposando dopo le fatiche della giornata.

Il fascino perverso della distillatrice

Poi allo sguardo di Gervaise e Coupeau subentra quello di Mes-Bottes, un avventore abituale della distilleria, che osserva la macchina con la commozione di un innamorato, completamente succube della sua amante. Ai suoi occhi la distillatrice appare straordinariamente bella e seducente, tanto che egli vorrebbe essere saldato a lei e sentire il liquido che scorre dai tubi di vetro attraverso tutto il suo corpo. Lo sguardo estatico di Mes-Bottes è sostituto di nuovo, alla fine, da quello di Gervaise, che osserva con un brivido d’orrore la macchina, pronta a riversare il suo liquido diabolico su tutta Parigi. Il fascino perverso della distillatrice anticipa quello che sarà il tema centrale del romanzo, ossia la dipendenza generata dall’alcol e la degradazione fisica e morale provocata dall’abuso, sia nella vita dei protagonisti, sia anche, in generale, in quella dei ceti operai.

 

Esercizi di analisi

  1. Dove si svolge il colloquio tra Gervaise e Coupeau?
  2. Che cosa chiede Coupeau a Gervaise?
  3. Perché Gervaise rifiuta la proposta di Coupeau?
  4. Perché Gervaise e Coupeau si tengono lontani dall’alcol?
  5. Che cosa prova Gervaise alla vista della macchina distillatrice?
  6. Cosa guarda Gervaise, mentre si trova dentro l’Assommoir?
  7. Cosa vorrebbe Gervaise dalla vita?

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