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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Emile Zola, L’Assommoir (Lo scannatoio)

 

Presentazione dell’opera

L’Assommoir è il settimo romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Il titolo dell’abbozzo preparatorio era La semplice vita di Gervaise Macquart, ma già con la pubblicazione a puntate del 1876 comparve il titolo definitivo L’Assommoir. Il termine assommoir appartiene all’argot (gergo) popolare parigino e indica le distillerie di infimo grado, nelle quali si produceva e distribuiva l’acquavite a basso costo (dove ‘ci si ammazza’ a forza di bere). Con la maiuscola si riferisce a un locale preciso, la bettola papà Colombe situata al centro del quartiere operaio della Goutte d’Or . In italiano è stato tradotto con i termini «scannatoio», o «ammazzatoio».

Si tratta dunque di un titolo denso di implicazioni: 

  • annuncia la scelta linguistica fondamentale del romanzo (l’uso dell’argot parigino); 
  • dichiara quale sarà il centro simbolico dello spazio romanzesco (la bettola gestita da ‘papà’ Colombe);
  • anticipa il tema centrale (la degenerazione e la violenza connesse all’abuso di alcool). 

Pubblicato a puntate nel 1876 e in volume nel 1877, l’Assommoir fu uno dei più grandi successi del secondo Ottocento, anche se lo straordinario favore da parte del pubblico fu accompagnato da feroci critiche di segno opposto: i benpensanti borghesi contestarono le scene di degrado fisico e morale (accusando Zola di pornografia e di oltraggio al pudore); gli intellettuali di sinistra vi videro un insulto nei confronti del popolo, e persino Victor Hugo lo definì un «romanzo brutto», perché «mostra compiaciuto le orride piaghe della miseria». 

La trama

Gervaise è una giovane donna piacente, lievemente claudicante, che ha lasciato il suo paese natale e si è trasferita a Parigi per seguire Lantier, un uomo con il quale convive e da cui ha avuto due figli, Claude ed Etienne. Dopo essere stata abbandonata da Lantier per un’altra donna, Gervaise si dedica interamente al lavoro per mantenere se stessa e i figli. Un bravo e tranquillo operaio, Coupeau, la corteggia con tenacia e le chiede di sposarlo. Alla fine Coupeau vince le resistenze di Gervaise e la sposa, nonostante la sorda opposizione della sorella e del marito di lei, i coniugi Lorilleux. 
I primi anni di vita coniugale trascorrono sereni: Coupeau lavora seriamente e si tiene lontano dall’alcol, contrariamente a ciò che fanno molti dei suoi compagni, mentre Gervaise lavora come lavandaia e ha una terza figlia, Nanà. Grazie all’impegno e alle costanti economie, la giovane coppia riesce a mettere da parte un gruzzolo discreto, tanto che Gervaise comincia a coltivare il progetto di aprire una lavanderia tutta sua. Proprio quando il sogno sembra ormai a portata di mano, Coupeau è vittima di un grave incidente sul lavoro: cade mentre sta montando una grondaia ed è costretto per mesi a letto. Anche se poco a poco si riprende, rimane segnato irreparabilmente dall’incidente: non ha più voglia di lavorare, si fa mantenere dalla moglie, sempre più spesso beve e si ubriaca (prima vino, poi acquavite). 
Tuttavia Gervaise non si arrende e grazie al denaro prestatole dal giovane fabbro Goujet, una specie di gigante buono e timido innamorato di lei, riesce ad aprire lo stesso la sua lavanderia. All’inizio Gervaise sembra aver successo, provocando l’invidia astiosa dei Lorilleux: gli affari vanno bene, la lavanderia rende e nel quartiere tutti prendono atto del nuovo stato sociale della donna. L’ascesa di Gervaise è però accompagnata dal progressivo peggioramento di Coupeau, ormai quasi sempre ubriaco, aggressivo e violento nei confronti della moglie e dei figli. In cerca di sostegno e di comprensione, Gervaise si reca nella fucina dove lavora suo figlio Etienne, assunto come apprendista grazie a Goujet. È questa l’occasione per una descrizione ‘interna’ del mondo della fabbrica e per una riflessione sul ruolo crescente delle macchine nella produzione.
Costretta a mantenere da sola tutta la famiglia, Gervaise si lascia prendere dalla pigrizia, ingrassa, diventa sempre più golosa e per far fronte ai debiti comincia a firmare cambiali su cambiali. In occasione del suo quarantesimo compleanno la donna organizza un banchetto luculliano, che segna allo stesso tempo l’apice del suo successo e l’inizio della fine. Proprio nel corso dei festeggiamenti, fa la sua ricomparsa Lantier, che diventa amico di Coupeau, a dispetto degli iniziali timori di Gervaise. Lantier finisce con l’installarsi in casa loro e si fa mantenere anche lui, accelerando la disfatta della coppia: trascina negli stravizi Coupeau e diviene l’amante di Gervaise. Quando ormai la famiglia è in rovina, Lantier la abbandona e si trova un’altra amante da cui farsi mantenere. 
Gervaise è costretta a vendere la lavanderia e ritorna a fare l’operaia, lavorando però poco e male. Assieme al marito e alla figlia Nanà si trasferisce in un misero alloggio, a fianco del quale abita la piccola Lalie, una bimba di otto anni sistematicamente massacrata di botte dal padre alcolizzato, dedita alla cura dei due fratelli più piccoli. Sempre più spenta e abbrutita, anche Gervaise comincia a bere. Gervaise e Coupeau, ormai sistematicamente ubriachi, patiscono la fame e la miseria. Nanà, stanca degli stenti e delle botte fugge via da casa. Coupeau, distrutto nel fisico e nella mente dall’alcol, comincia a soffrire di delirio e di allucinazioni e viene a più riprese ricoverato in manicomio, dove morirà dopo un lunghissimo delirio. Gervaise, ormai abbrutita e semicosciente, si trascina per strada affamata e, proprio quando decide di prostituirsi pur di ottenere in cambio qualcosa da mangiare, incontra Goujet, il fabbro un tempo innamorato di lei. La protagonista del romanzo, alla fine, morirà di consunzione e inebetita dagli stenti. Il becchino, ubriaco come sempre, va a prendere Gervaise, come un amante ormai da tanto tempo atteso.

Un “romanzo sul popolo” che ha “lo stesso odore del popolo”

Nel presentare il romanzo per l’edizione in volume, Zola si difese dalle critiche che gli erano state mosse, ribadendo da un lato la ‘castità’ della sua opera (contro coloro che lo avevano accusato di oscenità e di immoralità), dall’altro la volontà di rappresentare in maniera oggettiva e imparziale la condizione operaia. Scriveva nella prefazione: «Quello che ho voluto dipingere è il fatale decadimento d’una famiglia operaia nell’ambiente appestato dei nostri sobborghi.». I personaggi non sono né buoni né cattivi: «sono soltanto corrotti dall’ambiente di dura fatica e di miseria in cui vivono».

L’Assommoir, scrive Zola, «è il primo romanzo sul popolo che non menta e abbia lo stesso odore del popolo». L’«odore del popolo» si esprime in primo luogo nell’adozione costante dell’argot, il gergo popolare parigino, a cominciare dal titolo. Tuttavia, la novità non è tanto l’uso in sé e per sé dell’argot, (presente già in altre opere di ambientazione popolare), quanto l’assenza di delimitazione. Zola infatti non lo limita ai dialoghi o ai pensieri dei personaggi ma lo usa, senza distinzione, per i personaggi e per il narratore.

Impersonalità e indiretto libero

Nel romanzo l’autore “scompare” e il narratore non esprime mai esplicitamente il suo giudizio, non guida l’interpretazione dei lettori, ma si nasconde dietro la voce dei personaggi. Il narratore non si identifica con un personaggio preciso ma adotta punti di vista variabili, passando da un personaggio all’altro, dalle voci singole a un’indistinta voce corale che esprime l’opinione, spesso malevola, della comunità. Così facendo, Zola realizza un romanzo polifonico, costruito cioè sull’intreccio di più voci diverse e discordanti (tra le quali rientra anche quella dell’autore), spesso non facilmente distinguibili l’una dall’altra. Tuttavia, la scelta di non esprimere esplicitamente opinioni e giudizi non significa rinunciare all’interpretazione dei fatti. I criteri di giudizio sono divenuti molto più complessi e problematici, e sfuggono a categorie prestabilite, universalmente valide e accettate da tutti. Spetterà al lettore cercare il senso delle vicende narrate, anche quando sembra che questo senso non ci sia.

La complementarietà dell’assommoir e della fabbrica

L’Assommoir è costruito su uno spazio rigorosamente delimitato, il quartiere operaio della «Goutte d’or», da cui i personaggi escono solo in poche occasioni. Al centro di esso si colloca la bettola di papà Colombe, il famigerato Assommoir, una specie di antro diabolico che attrae gli operai per succhiare loro le forze e condurli alla rovina e alla morte. Da una parte esso emana un fascino incontestabile, perché rappresenta l’unico facile piacere a portata di mano, per chi vive nella miseria. Dall’altra con il suo potere distruttivo annichilisce gli uomini e li rende capaci di qualsiasi abiezione. All’assommoir per certi versi si contrappone lo spazio della fabbrica. Quanto più aumenta l’influenza esercitata dall’uno, tanto più diminuisce l’importanza dell’altro: chi lavora non passa le sue giornate da papà Colombe e viceversa. Tuttavia, la fabbrica e l’assommoir sono accomunati dalla presenza delle macchine. La macchina distillatrice sovrasta lo spazio interno dell’assommoir, così come le macchine dominano la parte più nascosta della fabbrica. Da un lato, le macchine sono oggetto di ammirazione, quasi di venerazione: i personaggi ne considerano affascinati la potenza e la precisione, da cui si sentono sopraffatti, quasi fossero in presenza di una divinità o di un mostro mitologico. Dall’altro, sono temute e odiate, perché rappresentano un terribile strumento di asservimento e di alienazione, sia sul piano lavorativo sia su quello privato. In fabbrica le macchine ‘rubano’ il lavoro agli operai e all’assommoir la macchina distillatrice ne calpesta la dignità umana.

Un’immagine negativa del progresso 

Questa rappresentazione ambivalente getta una luce inquietante sul valore attribuito al progresso e allo sviluppo tecnologico. Come afferma Goujet, forse le macchine in un futuro lontano porteranno la felicità a tutti gli esseri umani. Tuttavia, la fiducia positivista nell’effetto benefico dello sviluppo tecnologico e del progresso scientifico è minata dalla negatività del presente: invece di liberare l’uomo, le macchine contribuiscono a peggiorarne ulteriormente le condizioni di vita e di lavoro. L’autore non esprime direttamente il suo parere, ma la visione negativa del progresso emerge dalla logica stessa delle cose. D’altra parte Zola, rimanendo all’interno di una logica borghese, non vede alternative: egli non vede alcuna possibilità di migliorare o di trasformare radicalmente questo sistema.

Quotidianità ed eccezionalità 

La narrazione procede per parecchie pagine senza che avvengano svolte decisive, si sofferma sulla descrizione degli ambienti e a volte mette in primo piano eventi insignificanti sul piano dell’intreccio: il banchetto di matrimonio, il lavoro nella lavanderia, la festa per il compleanno di Gervaise. Gli snodi narrativi decisivi sono mascherati dal grigiore della quotidianità. Eppure, lo svolgimento della trama è spezzato dall’introduzione di una serie di potenziali aperture romanzesche: la storia dell’amore “romantico” tra Gervaise e Goujet; la tragica vicenda della piccola Lalie, uccisa a forza di botte dal padre ubriacone. Tuttavia, la relazione tra Gervaise e Goujet non si concretizza e la morte violenta di Lalie si riduce a un episodio a margine. 

Normalità e marginalità 

I protagonisti dell’Assommoir sono deboli, incapaci di determinazione, privi di vizi o di virtù particolari. Si lasciano trascinare dagli eventi, nel bene come nel male, spesso senza compiere scelte consapevoli: Gervaise si trova a diventare l’amante di Lantier e Coupeau si lascia sopraffare dall’alcool. Persino Goujet, personaggio senza dubbio positivo non è in grado di assumere un ruolo romanzesco: è troppo mammone e indeciso per far valere i suoi sentimenti nei confronti di Gervaise. Sono insomma personaggi mediocri, che dovrebbero rappresentare la ‘normalità’. D’altro canto, sono anche casi patologici, dominati da tare ereditarie, il cui destino, eccessivo e inconsueto, non rappresenta la norma, ma proprio per questo raffigurano l’essenza più profonda della condizione operaia.

Una rovina inevitabile

Da un punto di vista rigorosamente scientifico e imparziale, la rovina di Gervaise è la necessaria conseguenza di una serie di premesse: le tare ereditarie, l’ambiente sociale, le circostanze negative. Tuttavia, il prevalere di un atteggiamento di distacco e di osservazione critica non esclude mai fino in fondo l’identificazione del lettore con il personaggio. In questa prospettiva, la sorte della protagonista appare invece profondamente ingiusta e commovente. La sua sorte finisce per rappresentare l’essenza della condizione umana, fatta di sofferenze immeritate, di desideri e di aspirazioni frustrate. D’altronde anche negli altri romanzi del ciclo dei Rougon-Macquart i protagonisti sono dei vinti, a prescindere dall’ambiente sociale in cui si trovano ad agire. Sono vittime di un gigantesco scannatoio.

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