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Manzoni, Il sugo di tutta la storia

Manzoni, Il sugo di tutta la storia

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, Il sugo di tutta la storia

I promessi sposi, Capitolo XXXVIII

 

Finalmente Renzo e Lucia possono sposarsi e a celebrare il matrimonio sarà proprio don Abbondio, ormai rassicurato dalla provvidenziale morte di don Rodrigo. Don Abbondio riceve la visita del marchese erede di don Rodrigo, un uomo perbene che vuole in qualche modo porre rimedio alle sue malefatte. Per far questo decide di acquistare la casa e i poderi di Renzo e di Agnese a un prezzo elevato. Renzo e Lucia si sposano, poi partono insieme ad Agnese per il Bergamasco. Le condizioni in cui si trovano nella nuova patria non sono prive di iniziali amarezze. Poi Renzo e il cugino Bortolo acquistano a un prezzo favorevole un filatoio e iniziano una nuova attività. La vita matrimoniale trascorre tranquilla e felice, allietata dalla nascita di numerosi figli.

 

[…]
Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: – avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta? – L’epiteto faceva passare il sostantivo.
E anche del dispiacere che aveva provato nell’altro paese, gli restò un utile ammaestramento. Prima d’allora era stato un po’ lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d’altri, e ogni cosa. Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.
Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì. L’uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po’ strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser l’ultima), l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po’ con gli argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro, prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte.
Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto, le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.
Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

 

Analisi del testo

Renzo e Lucia finalmente si sposano, venute meno le resistenze di don Abbondio. Grazie alla generosità del marchese erede di don Rodrigo, vendono casa e terreni per poi trasferirsi nel bergamasco. Qui Renzo diventerà un piccolo imprenditore, acquistando un filatoio assieme al cugino Bartolo. La vita condotta dai due sposi dopo il matrimonio non è un idillio, non è priva di problemi, anche se trascorre serena, allietata dalla nascita di numerosi figli. Renzo e Lucia riflettono sul significato delle loro disavventure, sul “sugo di tutta la storia”.
Renzo rievoca le sue passate avventure, sostenendo di aver imparato molte cose per l’avvenire, tra cui non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza, non bere troppo, non tenere in mano il martello delle porte quando c’è intorno gente malintenzionata e altro. Lucia non è però pienamente convinta dal suo ragionamento e a furia di sentirglielo ripetere un giorno osserva che lei i guai non li ha cercati ma che sono stati loro a cercare lei. La conclusione a cui arrivano i due giovani è che i “guai” possono venire anche senza alcuna colpa. Renzo e Lucia si convincono che anche le sventure possono essere provvidenziali e più sopportabili, se affrontate con l’aiuto della fede in Dio, e che possono essere untili per una vita migliore. Una vita aperta agli altri e non chiusa in un’ottica egoistica, nella consapevolezza che la vita sulla terra è intrisa di sofferenza e che su di essa il male incombe costantemente. D’altronde per Manzoni, data la sua tragica concezione della condizione umana e della storia, è falsa ogni rappresentazione idillica che escluda il male e il dolore.
Questa conclusione sembra all’autore “il sugo di tutta la storia”, perciò gli pare opportuno porla a conclusione del romanzo. Se l’opera, osserva con ironia, è piaciuta ai lettori, questi dovranno voler bene a chi l’ha scritta (l’immaginario secentista) e un po’ anche a chi l’ha rimaneggiata (Manzoni). Se invece si sono annoiati, non è stato per volontà dello scrittore.

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Manzoni, La notte dell’Innominato

Manzoni, La notte dell’Innominato

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La notte dell’Innominato

da I promessi sposi, cap. XXI
 
Don Rodrigo convince l’Innominato ad aiutarla nel rapimento di Lucia. Il potente signore manda il capo dei suoi bravi, il Nibbio, da Egidio, che ha una relazione con Gertrude, la monaca di Monza. Sollecitata dall’amante, Gertrude chiede a Lucia di uscire dal convento, con una scusa, così i bravi, guidati dal Nibbio, possono rapirla e portarla al castello del loro signore. L’Innominato incarica una vecchia di accogliere Lucia, che viene condotta in una stanza, al castello. Il racconto che il Nibbio fa al padrone sul rapimento di Lucia scuote l’Innominato già da tempo scontento della sua vita e le lacrime di Lucia lo turbano. Durante la notte, mentre la ragazza fa voto di castità alla Madonna se verrà liberata, l’Innominato è assalito da una profonda crisi che lo spinge a meditare il suicidio. Ma all’alba sente suonare le campane nella valle e vede i paesani accorrere gioiosi verso non si sa cosa… Verrà poi a sapere che vanno a incontrare il cardinal Federigo Borromeo, che è in visita pastorale. Il giorno seguente l’Innominato deciderà di recarsi dal cardinale…

 

[…] Ma c’era qualchedun altro in quello stesso castello, che avrebbe voluto fare altrettanto, e non poté mai. Partito, o quasi scappato da Lucia, dato l’ordine per la cena di lei, fatta una consueta visita a certi posti del castello, sempre con quell’immagine viva nella mente, e con quelle parole risonanti all’orecchio, il signore s’era andato a cacciare in camera, s’era chiuso dentro in fretta e in furia, come se avesse avuto a trincerarsi contro una squadra di nemici; e spogliatosi, pure in furia, era andato a letto. Ma quell’immagine, più che mai presente, parve che in quel momento gli dicesse: tu non dormirai. “Che sciocca curiosità da donnicciola, – pensava, – m’è venuta di vederla? Ha ragione quel bestione del Nibbio; uno non è più uomo; è vero, non è più uomo!… Io?… io non son più uomo, io? Cos’è stato? che diavolo m’è venuto addosso? che c’è di nuovo? Non lo sapevo io prima d’ora, che le donne strillano? Strillano anche gli uomini alle volte, quando non si possono rivoltare. Che diavolo! non ho mai sentito belar donne?”
E qui, senza che s’affaticasse molto a rintracciare nella memoria, la memoria da sé gli rappresentò più d’un caso in cui né preghi né lamenti non l’avevano punto smosso dal compire le sue risoluzioni. Ma la rimembranza di tali imprese, non che gli ridonasse la fermezza, che già gli mancava, di compir questa; non che spegnesse nell’animo quella molesta pietà; vi destava in vece una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento. Di maniera che gli parve un sollievo il tornare a quella prima immagine di Lucia, contro la quale aveva cercato di rinfrancare il suo coraggio. “È viva costei, – pensava, – è qui; sono a tempo; le posso dire: andate, rallegratevi; posso veder quel viso cambiarsi, le posso anche dire: perdonatemi… Perdonatemi? io domandar perdono? a una donna? io…! Ah, eppure! se una parola, una parola tale mi potesse far bene, levarmi d’addosso un po’ di questa diavoleria, la direi; eh! sento che la direi. A che cosa son ridotto! Non son più uomo, non son più uomo!… Via! – disse, poi, rivoltandosi arrabbiatamente nel letto divenuto duro duro, sotto le coperte divenute pesanti pesanti: – via! sono sciocchezze che mi son passate per la testa altre volte. Passerà anche questa”.
E per farla passare, andò cercando col pensiero qualche cosa importante, qualcheduna di quelle che solevano occuparlo fortemente, onde applicarvelo tutto; ma non ne trovò nessuna. Tutto gli appariva cambiato: ciò che altre volte stimolava più fortemente i suoi desidèri, ora non aveva più nulla di desiderabile: la passione, come un cavallo divenuto tutt’a un tratto restìo per un’ombra, non voleva più andare avanti. Pensando all’imprese avviate e non finite, in vece d’animarsi al compimento, in vece d’irritarsi degli ostacoli (ché l’ira in quel momento gli sarebbe parsa soave), sentiva una tristezza, quasi uno spavento de’ passi già fatti. Il tempo gli s’affacciò davanti voto d’ogni intento, d’ogni occupazione, d’ogni volere, pieno soltanto di memorie intollerabili; tutte l’ore somiglianti a quella che gli passava così lenta, così pesante sul capo. Si schierava nella fantasia tutti i suoi malandrini, e non trovava da comandare a nessuno di loro una cosa che gl’importasse; anzi l’idea di rivederli, di trovarsi tra loro, era un nuovo peso, un’idea di schifo e d’impiccio. E se volle trovare un’occupazione per l’indomani, un’opera fattibile, dovette pensare che all’indomani poteva lasciare in libertà quella poverina.
“La libererò, sì; appena spunta il giorno, correrò da lei, e le dirò: andate, andate. La farò accompagnare… E la promessa? e l’impegno? e don Rodrigo?… Chi è don Rodrigo?”
A guisa di chi è colto da una interrogazione inaspettata e imbarazzante d’un superiore, l’innominato pensò subito a rispondere a questa che s’era fatta lui stesso, o piuttosto quel nuovo lui, che cresciuto terribilmente a un tratto, sorgeva come a giudicare l’antico. Andava dunque cercando le ragioni per cui, prima quasi d’esser pregato, s’era potuto risolvere a prender l’impegno di far tanto patire, senz’odio, senza timore, un’infelice sconosciuta, per servire colui; ma, non che riuscisse a trovar ragioni che in quel momento gli paressero buone a scusare il fatto, non sapeva quasi spiegare a se stesso come ci si fosse indotto. Quel volere, piuttosto che una deliberazione, era stato un movimento istantaneo dell’animo ubbidiente a sentimenti antichi, abituali, una conseguenza di mille fatti antecedenti; e il tormentato esaminator di se stesso, per rendersi ragione d’un sol fatto, si trovò ingolfato nell’esame di tutta la sua vita. Indietro, indietro, d’anno in anno, d’impegno in impegno, di sangue in sangue, di scelleratezza in scelleratezza: ognuna ricompariva all’animo consapevole e nuovo, separata da’ sentimenti che l’avevan fatta volere e commettere; ricompariva con una mostruosità che que’ sentimenti non avevano allora lasciato scorgere in essa. Eran tutte sue, eran lui: l’orrore di questo pensiero, rinascente a ognuna di quell’immagini, attaccato a tutte, crebbe fino alla disperazione. S’alzò in furia a sedere, gettò in furia le mani alla parete accanto al letto, afferrò una pistola, la staccò, e… al momento di finire una vita divenuta insopportabile, il suo pensiero sorpreso da un terrore, da un’inquietudine, per dir così, superstite, si slanciò nel tempo che pure continuerebbe a scorrere dopo la sua fine. S’immaginava con raccapriccio il suo cadavere sformato, immobile, in balìa del più vile sopravvissuto; la sorpresa, la confusione nel castello, il giorno dopo: ogni cosa sottosopra; lui, senza forza, senza voce, buttato chi sa dove. Immaginava i discorsi che se ne sarebber fatti lì, d’intorno, lontano; la gioia de’ suoi nemici. Anche le tenebre, anche il silenzio, gli facevan veder nella morte qualcosa di più tristo, di spaventevole; gli pareva che non avrebbe esitato, se fosse stato di giorno, all’aperto, in faccia alla gente: buttarsi in un fiume e sparire. E assorto in queste contemplazioni tormentose, andava alzando e riabbassando, con una forza convulsiva del pollice, il cane della pistola; quando gli balenò in mente un altro pensiero. “Se quell’altra vita di cui m’hanno parlato quand’ero ragazzo, di cui parlano sempre, come se fosse cosa sicura; se quella vita non c’è, se è un’invenzione de’ preti; che fo io? perché morire? cos’importa quello che ho fatto? cos’importa? è una pazzia la mia… E se c’è quest’altra vita…!”
A un tal dubbio, a un tal rischio, gli venne addosso una disperazione più nera, più grave, dalla quale non si poteva fuggire, neppur con la morte. Lasciò cader l’arme, e stava con le mani ne’ capelli, battendo i denti, tremando. Tutt’a un tratto, gli tornarono in mente parole che aveva sentite e risentite, poche ore prima: “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!” E non gli tornavan già con quell’accento d’umile preghiera, con cui erano state proferite; ma con un suono pieno d’autorità, e che insieme induceva una lontana speranza. Fu quello un momento di sollievo: levò le mani dalle tempie, e, in un’attitudine più composta, fissò gli occhi della mente in colei da cui aveva sentite quelle parole; e la vedeva, non come la sua prigioniera, non come una supplichevole, ma in atto di chi dispensa grazie e consolazioni. Aspettava ansiosamente il giorno, per correre a liberarla, a sentire dalla bocca di lei altre parole di refrigerio e di vita; s’immaginava di condurla lui stesso alla madre. “E poi? che farò domani, il resto della giornata? che farò doman l’altro? che farò dopo doman l’altro? E la notte? la notte, che tornerà tra dodici ore! Oh la notte! no, no, la notte!” E ricaduto nel vòto penoso dell’avvenire, cercava indarno un impiego del tempo, una maniera di passare i giorni, le notti. Ora si proponeva d’abbandonare il castello, e d’andarsene in paesi lontani, dove nessun lo conoscesse, neppur di nome; ma sentiva che lui, lui sarebbe sempre con sé: ora gli rinasceva una fosca speranza di ripigliar l’animo antico, le antiche voglie; e che quello fosse come un delirio passeggiero; ora temeva il giorno, che doveva farlo vedere a’ suoi così miserabilmente mutato; ora lo sospirava, come se dovesse portar la luce anche ne’ suoi pensieri. Ed ecco, appunto sull’albeggiare, pochi momenti dopo che Lucia s’era addormentata, ecco che, stando così immoto a sedere, sentì arrivarsi all’orecchio come un’onda di suono non bene espresso, ma che pure aveva non so che d’allegro. Stette attento, e riconobbe uno scampanare a festa lontano; e dopo qualche momento, sentì anche l’eco del monte, che ogni tanto ripeteva languidamente il concento, e si confondeva con esso. Di lì a poco, sente un altro scampanìo più vicino, anche quello a festa; poi un altro. “Che allegria c’è? cos’hanno di bello tutti costoro?” Saltò fuori da quel covile di pruni; e vestitosi a mezzo, corse a aprire una finestra, e guardò. Le montagne eran mezze velate di nebbia; il cielo, piuttosto che nuvoloso, era tutto una nuvola cenerognola; ma, al chiarore che pure andava a poco a poco crescendo, si distingueva, nella strada in fondo alla valle, gente che passava, altra che usciva dalle case, e s’avviava, tutti dalla stessa parte, verso lo sbocco, a destra del castello, tutti col vestito delle feste, e con un’alacrità straordinaria.
“Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia?” […]

 

Analisi del testo

Quando Lucia giunge al castello, l’Innominato è sconcertato dalle parole del Nibbio, che dice di aver provato compassione per la giovane. Il Nibbio dichiara che la compassione è come la paura e quando uno ne è preda non è più uomo, come ha sperimentato egli stesso nel lungo viaggio da Monza in cui ha sentito Lucia piangere e disperarsi, e l’ha vista impallidire dal terrore e quasi morire. L’Innominato vorrebbe mandare subito Lucia da don Rodrigo, ma poi decide di trattenerla fino al giorno dopo. Decide poi di far visita alla giovane e si reca nella stanza dove è tenuta prigioniera. Cerca in tutti i modi di tranquillizzarla e Lucia, credendo di vedere sul suo volto la compassione, lo implora di liberarla perché “Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia”. L’Innominato se ne va, cercando di rassicurare la giovane, ma Lucia è disperata, rifiuta il cibo e trascorre le ore nell’angoscia. Poi prende il rosario, inizia a pregare e pronuncia un voto di castità alla Madonna, con la rinuncia a sposare Renzo. Stremata, alla fine, si addormenta.
Dopo essere quasi scappato dalla stanza della prigioniera, si chiude nella sua stanza. Anche l’innominato vorrebbe dormire, tuttavia non vi riuscirà per tutta la notte. La frase “tu non dormirai”, che egli crede di sentirsi rivolgere dall’immagine di Lucia tremante all’inizio della sua notte angosciosa, si ispira al Macbeth di W. Shakespeare, in cui il protagonista (Atto II, scena II) dopo aver assassinato re Duncan crede di sentire una voce che gli dice “Sleep no more!” (non dormirai più).
Il pensiero fisso di Lucia tremante e le parole che la giovane gli ha rivolto lo tormentano. Maledice la sua decisione di vedere la ragazza, rimproverandosi di essersi lasciato impietosire come una “donnicciola”, ricordando che nella sua vita scellerata ha sentito piangere donne e talvolta anche uomini. Questi ricordi però non lo confortano ma anzi inducono nel suo animo un oscuro terrore, una sorta di pentimento, di cui prova vergogna. È tentato dall’idea di liberare Lucia e di vedere il suo volto rasserenato, per provare sollievo dall’inquietudine, poi pensa che questa sua debolezza passerà. Non trova tuttavia alcun pensiero che gli rechi conforto ma anzi le imprese iniziate lo atterriscono e si pente dei passi compiuti, mentre il futuro gli appare privo di prospettive. Medita nuovamente di liberare Lucia, anche se ciò vorrebbe dire mancare alla parola data a don Rodrigo, con il quale si è impegnato solo per l’antica abitudine al male. Il ricordo di tutte le malefatte del passato gli sembra insopportabile e afferrata una pistola è sul punto di uccidersi. Pensa al suo cadavere che verrebbe trovato il giorno dopo e allo scompiglio nel castello, alla gioia dei suoi nemici e di chi gli sopravvivrà. Suicidarsi nel buio della notte gli sembra un’azione vile e continua ad alzare e abbassare il cane della pistola, mentre lo assale il pensiero angoscioso che, forse, la vita dopo la morte esista davvero.
Il dubbio getta l’innominato in una nera disperazione, che lo porta a lasciar cadere la pistola e a mettersi le mani nei capelli, tremando dalla paura: a un tratto gli tornano in mente le parole di Lucia (“Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia“), pronunciate tuttavia non con il tono supplichevole con cui le ha udite dalla ragazza ma con un accento autorevole che gli ridona speranza. È ansioso che spunti il giorno, per correre a liberarla e ottenere il suo perdono, disposto addirittura a portarla lui stesso dalla madre, quando lo assale però l’incertezza su ciò che potrà fare in futuro. Soprattutto lo atterrisce il pensiero che presto la notte calerà di nuovo e tornerà a tormentarlo, per cui passa dal proposito di fuggire in un paese lontano dove nessuno lo conosca a quello di tornare alle antiche malefatte superando una crisi passeggera, mentre teme di farsi vedere così cambiato dai suoi bravi il giorno dopo e al tempo stesso è ansioso che spunti il sole.
All’alba, quando Lucia si è da poco addormentata, l’innominato sente un rumore confuso e festoso giungere dall’esterno e capisce che si tratta di uno scampanio, che echeggia da punti diversi della valle. L’uomo si alza dal letto e, affacciatosi a una finestra, vede una gran frotta di uomini, donne, fanciulli sempre crescente che procede allegramente verso una destinazione sconosciuta. L’innominato non riesce a spiegarsi le ragioni di quella gioiosa marcia e chiede a uno dei bravi di informarsi in proposito.
Il momento saliente del capitolo è la duplice notte angosciosa vissuta da Lucia e dall’innominato. La giovane trova conforto nel voto pronunciato alla Vergine e riesce alla fine a prendere sonno. Il bandito, invece, è oppresso dalla coscienza dei crimini compiuti ed è in preda alla più tetra disperazione, sfiorando l’idea del suicidio. La notte viene presentata come momento di inquietudine e incertezza per un personaggio, come accadrà per don Rodrigo ammalato di peste.
La notte tragica dell’innominato è un raro esempio di finezza psicologica e di verosimiglianza nel descrivere il rovello interiore che non dà pace al bandito e lo porta alla disperazione: il capitolo si conclude con un’atmosfera di “sospensione”, nel momento in cui egli sente lo scampanio e vede i fedeli che accorrono dal cardinal Borromeo. Sarà l’incontro con il prelato a innescare il suo ravvedimento morale.

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Manzoni, La peste a Milano

Manzoni, La peste a Milano

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La peste a Milano

(Capp. XXXI-XXXII dei Promessi sposi)

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

La peste del 1630

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXIXXXII, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.

 

I lanzi portano la peste.

L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia, che avevano prostrato la popolazione. Il contagio fu portato in Lombardia dalle truppe tedesche (i lanzichenecchi) di Albrecht von Wallenstein, penetrate dalla Valtellina e dirette a Mantova per porre l’assedio alla città, nelle cui fila era diffusa la peste. Caddero nel vuoto le esortazioni a mettere in atto misure preventive da parte delle autorità, che anteposero le esigenze della guerra al pericolo, che si prospettava ormai evidente. Ambrogio Spinola, che aveva sostituito don Gonzalo Fernandez de Cordoba nella carica di governatore, alle richieste avanzate da Alessandro Tadino, membro del Tribunale di Sanità, rispose che “le preoccupazioni della guerra erano più pressanti” e pochi giorni dopo (il 18 novembre 1629) fu festeggiata la nascita del primogenito di Filippo IV re di Spagna, senza preoccuparsi che l’afflusso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, quando ormai la peste era entrata a Milano.

 

La peste entra a Milano

La peste fu introdotta a Milano da un soldato che vi era entrato con vesti comprate o sottratte a fanti tedeschi. Ammalatosi, morì dopo tre giorni all’ospedale e sul suo corpo fu riscontrata la presenza di un bubbone. Il Tribunale di Sanità ordinò di bruciare le sue suppellettili e di internare al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Questo rallentò ma non impedì la diffusione del morbo. L’epidemia crebbe lentamente e ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, senza che questo allarmasse le autorità milanesi o impedisse i festeggiamenti per il carnevale. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Per ordine del Tribunale di Sanità i malati o le persone sospette venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto, così molti nascondevano i casi di peste e i decessi. Inoltre, buona parte della popolazione accusò i medici di incompetenza e connivenza col Tribunale, quando cercarono di far adottare misura per far fronte alla pestilenza. Fra questi Alessandro Tadino e Senatore Settala, che venivano accolti con insulti e sassate dalla folla di Milano e accusati di diffondere voci infondate sulla peste per dare lavoro al Tribunale di Sanità. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Per non allarmare i cittadini, il Tribunale di Sanità inizialmente parlò ancora di “febbri pestilenti” e “maligne”, mentre le autorità si mossero con grande lentezza per procurarsi le risorse necessarie in vista del diffondersi del morbo.

 

Infuria la malattia in città

Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. I malati giunsero in numero crescente al lazzaretto, alla direzione del quale fu posto padre Felice Casati, un frate cappuccino che si adoperò in tutti i modi con i suoi confratelli per accudire i malati, supplendo alle carenze delle autorità cittadine. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto, affidato ai padri carmelitani. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città con roboanti minacce di pene severissime, molti i nobili abbandonarono Milano per rifugiarsi nei loro possedimenti in campagna.

 

La caccia agli untori

La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Tale diceria non era alimentata solo dalla superstizione e dall’ignoranza popolare, ma trovava conferma anche nelle teorie di molti “dotti” del tempo.
Si ripeterono i presunti avvistamenti di untori e accadde che un giorno le mura e le porte della città furono imbrattate di una sostanza giallognola, presumibilmente per un macabro scherzo, poiché fu accertato che era innocua. Tuttavia tra gli abitanti di Milano si diffuse una vera psicosi e si videro untori ovunque. Molti innocenti ne fecero le spese: un vecchio che spolverava una panca in chiesa, accusato di essere un untore, fu linciato e trascinato in carcere dove probabilmente morì per le percosse; tre giovani francesi che avevano toccato il marmo del duomo, furono malmenati dalla folla e condotti al palazzo di giustizia, dove però furono scagionati e liberati.
Molti illustri medici cominciarono a confermare con argomenti pseudo-scientifici l’esistenza degli untori, cui credette forse lo stesso cardinal Borromeo. Alcuni sostennero che l’apparizione di due comete nel 1628 e nel 1630 fosse causa del contagio e anche, assurdamente, del diffondersi delle unzioni. Altri invece attribuirono la diffusione della peste alle trame del cardinal Richelieu, in guerra contro la Spagna.
Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo.

 

La processione dell’11 giugno 1630

L’infuriare del morbo indusse i decurioni (i magistrati che amministravano Milano) a chiedere al cardinal Borromeo di far svolgere una solenne processione, con l’esposizione del corpo di S. Carlo, per invocare l’intervento divino, che mettesse fine alla pestilenza. Il cardinale, dapprima contrario per timore che un fallimento rivolgesse la rabbia popolare contro il santo e per non dare occasione ai presunti untori di spargere i loro veleni, alla fine cedette e la processione fu prevista per l’11 giugno. Il Tribunale di Sanità non oppose alcuna obiezione, né assunse particolari cautele.
La processione vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo, mentre moltissimi Milanesi osservavano dalle case e persino dai tetti il procedere del lungo corteo.
Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. La popolazione però attribuì l’accresciuto infuriare della peste all’azione degli untori, che si diceva che avessero approfittato della processione per spargere polveri e intrugli venefici. Crebbe così quel clima di sospetto e terrore che avrebbe poi condotto ai processi sommari contro i presunti untori (l’arresto di Guglielmo Piazza avvenne il 21 giugno).

 

Il colmo dell’epidemia nell’estate 1630

L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Il numero di decessi giornalieri arrivò a 500 all’inizio dell’estate, per poi toccare i 1200-1500, mentre la popolazione del lazzaretto passò in poco tempo da 2000 a oltre 12000 appestati, rendendo molto difficile per i padri cappuccini prendersi cura delle loro necessità. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti, gli addetti del Tribunale. Molti bambini che avevano perso le madri restavano privi di assistenza. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. Gli ecclesiastici si prodigarono molto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche grazie all’opera del cardinal Borromeo.
Ci fu tuttavia anche chi cercò di trarre vantaggio da questa drammatica situazione, come i monatti che a un certo punto divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro. Essi furono persino sospettati di diffondere volutamente la pestilenza, che rappresentava per loro una fonte di guadagno. Alcuni individui si fingevano monatti attaccandosi un campanello al piede (il contrassegno che ne indicava la presenza) e ne approfittavano per commettere ogni sorta di ruberie.

 

Il drammatico bilancio della pestilenza

La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è  difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.
Manzoni descrive la terribile epidemia sottolineando l’incuria e la negligenza delle autorità milanesi, che sottovalutarono il rischio del contagio, negarono la pestilenza o la minimizzarono, salvo poi non essere in grado di farvi fronte con efficacia quando dilagò. La guerra per la successione di Mantova, nata da assurde questioni dinastiche, fu una delle sue cause e sottrasse risorse che potevano essere impiegate per soccorrere la popolazione.

 

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Capitolo XXXI

 
La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. […]
Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. […]
Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.
Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.
Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
[…] Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. […]
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. […]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. […]
Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. […]
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. […]
La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l’ultimo di tal genere. […]
La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. […]
C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. […]
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. […]

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Promessi sposi, Capitolo XXXII

[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. […]
Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia [sospetto]. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. […]
[il cardinal Federigo Borromeo concede che si faccia la processione]
Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali [veli], molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto  e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa [cappuccio che copre l’intero viso, lasciando scoperti solo due fori per gli occhi] sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto.
Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. […]
Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. […]
Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. […] Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno.. […]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni, all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. […]
Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. […]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. “E mentre, – dice il Ripamonti, – i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti… Non del vicino soltanto si prendeva ombra [si diffidava], dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio”.
La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. […]
D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti. Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando, – scrive il Tadino, – la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. Mortales parat morbos, miranda videntur” [“Prepara malattie mortali, cose mirabili a vedersi“]. Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intitolato Specchio degli almanacchi perfetti, stampato in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. […]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche […]
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva […].
I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. […].

Manzoni, La notte degli imbrogli

Manzoni, La notte degli imbrogli

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La notte degli imbrogli

(dal capitolo VIII)
Il capitolo VIII de I promessi sposi, ambientato tra la sera e la notte del 10 novembre 1628, descrive il tentativo di nozze segrete tra Renzo e Lucia e il fallito rapimento di Lucia da parte di “bravi” di don Rodrigo. In seguito, i due protagonisti e Agnese scappano in direzione del convento di Pescarenico di fra Cristoforo, per poi allontanarsi dal paese su una barca. Come in un teatro di marionette, i personaggi si muovono, corrono, si agitano senza raggiungere gli obiettivi prefissati. La vicenda, si sviluppa in modo del tutto imprevisto, per una serie di singolari coincidenze. È anche un capitolo di svolta: dopo di esso, il destino dei due promessi sposi diverge per lungo tempo.
notte imbrogli
” Carneade! Chi era costui? ” ruminava tra se don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza del piano superiore, con un libricciolo aperto davanti, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. ” Carneade! questo nome mi par bene d’averlo letto o sentito; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? ” Tanto il pover’uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse sul capo!

Bisogna sapere che don Abbondio si dilettava di leggere un pochino ogni giorno; e un curato suo vicino, che aveva un po’ di libreria, gli prestava un libro dopo l’altro, il primo che gli veniva alle mani. Quello su cui meditava in quel momento don Abbondio, convalescente della febbre dello spavento, anzi più guarito (quanto alla febbre) che non volesse lasciar credere, era un panegirico in onore di san Carlo, detto con molta enfasi, e udito con molta ammirazione nel duomo di Milano, due anni prima. Il santo v’era paragonato, per l’amore allo studio, ad Archimede; e fin qui don Abbondio non trovava inciampo; perché Archimede ne ha fatte di così curiose, ha fatto dir tanto di sé, che, per saperne qualche cosa, non c’è bisogno d’un’erudizione molto vasta. Ma, dopo Archimede, l’oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato. In quel momento entrò Perpetua ad annunziar la visita di Tonio.

– A quest’ora? – disse anche don Abbondio, com’era naturale.

– Cosa vuole? Non hanno discrezione: ma se non lo piglia al volo…

– Già: se non lo piglio ora, chi sa quando lo potrò pigliare! Fatelo venire… Ehi! ehi! siete poi ben sicura che sia proprio lui?

– Diavolo! – rispose Perpetua, e scese; aprì l’uscio, e disse: – dove siete? – Tonio si fece vedere; e, nello stesso tempo, venne avanti anche Agnese, e salutò Perpetua per nome.

notte imbrogli– Buona sera, Agnese, – disse Perpetua: – di dove si viene, a quest’ora?

– Vengo da… – e nominò un paesetto vicino. – E se sapeste… – continuò: – mi son fermata di più, appunto in grazia vostra.

– Oh perché? – domandò Perpetua; e voltandosi a’ due fratelli, – entrate, – disse, – che vengo anch’io.

– Perché, – rispose Agnese, – una donna di quelle che non sanno le cose, e voglion parlare… credereste? s’ostinava a dire che voi non vi siete maritata con Beppe Suolavecchia, né con Anselmo Lunghigna, perché non v’hanno voluta. Io sostenevo che siete stata voi che gli avete rifiutati, l’uno e l’altro…

– Sicuro. Oh la bugiarda! la bugiardona! Chi è costei?

– Non me lo domandate, che non mi piace metter male.

– Me lo direte, me l’avete a dire: oh la bugiarda!

– Basta… ma non potete credere quanto mi sia dispiaciuto di non saper bene tutta la storia, per confonder colei.

– Guardate se si può inventare, a questo modo! – esclamò di nuovo Perpetua; e riprese subito: – in quanto a Beppe, tutti sanno, e hanno potuto vedere… Ehi, Tonio! accostate l’uscio, e salite pure, che vengo -. Tonio, di dentro, rispose di sì; e Perpetua continuò la sua narrazione appassionata.

In faccia all’uscio di don Abbondio, s’apriva, tra due casipole, una stradetta, che, finite quelle, voltava in un campo. Agnese vi s’avviò, come se volesse tirarsi alquanto in disparte, per parlar più liberamente; e Perpetua dietro. Quand’ebbero voltato, e furono in luogo, donde non si poteva più veder ciò che accadesse davanti alla casa di don Abbondio, Agnese tossì forte. Era il segnale: Renzo lo sentì, fece coraggio a Lucia, con una stretta di braccio; e tutt’e due, in punta di piedi, vennero avanti, rasentando il muro, zitti zitti; arrivarono all’uscio, lo spinsero adagino adagino; cheti e chinati, entraron nell’andito, dov’erano i due fratelli ad aspettarli. Renzo accostò di nuovo l’uscio pian piano; e tutt’e quattro su per le scale, non facendo rumore neppur per uno. Giunti sul pianerottolo, i due fratelli s’avvicinarono all’uscio della stanza, ch’era di fianco alla scala; gli sposi si strinsero al muro.

– Deo gratias, – disse Tonio, a voce chiara.

– Tonio, eh? Entrate, – rispose la voce di dentro. Il chiamato aprì l’uscio, appena quanto bastava per poter passar lui e il fratello, a un per volta. La striscia di luce, che uscì d’improvviso per quella apertura, e si disegnò sul pavimento oscuro del pianerottolo, fece riscoter Lucia, come se fosse scoperta. Entrati i fratelli, Tonio si tirò dietro l’uscio: gli sposi rimasero immobili nelle tenebre, con l’orecchie tese, tenendo il fiato: il rumore più forte era il martellar che faceva il povero cuore di Lucia.

Don Abbondio stava, come abbiam detto, sur una vecchia seggiola, ravvolto in una vecchia zimarra, con in capo una vecchia papalina, che gli faceva cornice intorno alla faccia, al lume scarso d’una piccola lucerna. Due folte ciocche di capelli, che gli scappavano fuor della papalina, due folti sopraccigli, due folti baffi, un folto pizzo, tutti canuti, e sparsi su quella faccia bruna e rugosa, potevano assomigliarsi a cespugli coperti di neve, sporgenti da un dirupo, al chiaro di luna.

– Ah! ah! – fu il suo saluto, mentre si levava gli occhiali, e li riponeva nel libricciolo.

– Dirà il signor curato, che son venuto tardi, – disse Tonio, inchinandosi, come pure fece, ma più goffamente, Gervaso.

– Sicuro ch’è tardi: tardi in tutte le maniere. Lo sapete, che sono ammalato?

– Oh! mi dispiace.

– L’avrete sentito dire; sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere… Ma perché vi siete condotto dietro quel… quel figliuolo?

– Così per compagnia, signor curato.

– Basta, vediamo.

– Son venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant’Ambrogio a cavallo, – disse Tonio, levandosi un involtino di tasca.

– Vediamo, – replicò don Abbondio: e, preso l’involtino, si rimesse gli occhiali, l’aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto.

– Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.

– È giusto, – rispose don Abbondio; poi andò a un armadio, si levò una chiave di tasca, e, guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte di sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese, e, chiuso l’armadio, la consegnò a Tonio, dicendo: – va bene?

– Ora, – disse Tonio, – si contenti di mettere un po’ di nero sul bianco.

– Anche questa! – disse don Abbondio: – le sanno tutte. Ih! com’è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?

– Come, signor curato! s’io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito… dunque, giacché ha già avuto l’incomodo di scrivere una volta, così… dalla vita alla morte…

– Bene bene, – interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé una cassetta del tavolino, levò fuori carta, penna e calamaio, e si mise a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, di mano in mano che gli uscivan dalla penna. Frattanto Tonio e, a un suo cenno, Gervaso, si piantaron ritti davanti al tavolino, in maniera d’impedire allo scrivente la vista dell’uscio; e, come per ozio, andavano stropicciando, co’ piedi, il pavimento, per dar segno a quei ch’erano fuori, d’entrare, e per confondere nello stesso tempo il rumore delle loro pedate. Don Abbondio, immerso nella sua scrittura, non badava ad altro. Allo stropiccìo de’ quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse, per darle coraggio, e si mosse, tirandosela dietro tutta tremante, che da sé non vi sarebbe potuta venire. Entraron pian piano, in punta di piedi, rattenendo il respiro; e si nascosero dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza alzar gli occhi dalla carta; la piegò in quattro, dicendo: – ora, sarete contento? – e, levatosi con una mano gli occhiali dal naso, la porse con l’altra a Tonio, alzando il viso. Tonio, allungando la mano per prender la carta, si ritirò da una parte; Gervaso, a un suo cenno, dall’altra; e, nel mezzo, come al dividersi d’una scena, apparvero Renzo e Lucia.

notte imbrogli
Don Abbondio, vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: – signor curato, in presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie -. Le sue labbra non erano ancora tornate al posto, che don Abbondio, lasciando cader la carta, aveva già afferrata e alzata, con la mancina, la lucerna, ghermito, con la diritta, il tappeto del tavolino, e tiratolo a sé, con furia, buttando in terra libro, carta, calamaio e polverino; e, balzando tra la seggiola e il tavolino, s’era avvicinato a Lucia. La poveretta, con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: – e questo… – che don Abbondio le aveva buttato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul viso, per impedirle di pronunziare intera la formola. E subito, lasciata cader la lucerna che teneva nell’altra mano, s’aiutò anche con quella a imbacuccarla col tappeto, che quasi la soffogava; e intanto gridava quanto n’aveva in canna: – Perpetua! Perpetua! tradimento! aiuto! –

Il lucignolo, che moriva sul pavimento, mandava una luce languida e saltellante sopra Lucia, la quale, affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi, e poteva parere una statua abbozzata in creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno. Cessata ogni luce, don Abbondio lasciò la poveretta, e andò cercando a tastoni l’uscio che metteva a una stanza più interna; lo trovò, entrò in quella, si chiuse dentro, gridando tuttavia: – Perpetua! tradimento! aiuto! fuori di questa casa! fuori di questa casa! – Nell’altra stanza, tutto era confusione: Renzo, cercando di fermare il curato, e remando con le mani, come se facesse a mosca cieca, era arrivato all’uscio, e picchiava, gridando: – apra, apra; non faccia schiamazzo -. Lucia chiamava Renzo, con voce fioca, e diceva, pregando: – andiamo, andiamo, per l’amor di Dio -. Tonio, carpone, andava spazzando con le mani il pavimento, per veder di raccapezzare la sua ricevuta. Gervaso, spiritato, gridava e saltellava, cercando l’uscio di scala, per uscire a salvamento.

In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.

L’assediato, vedendo che il nemico non dava segno di ritirarsi, aprì una finestra che guardava sulla piazza della chiesa, e si diede a gridare: – aiuto! aiuto! – Era il più bel chiaro di luna; l’ombra della chiesa, e più in fuori l’ombra lunga ed acuta del campanile, si stendeva bruna e spiccata sul piano erboso e lucente della piazza: ogni oggetto si poteva distinguere, quasi come di giorno. Ma, fin dove arrivava lo sguardo, non appariva indizio di persona vivente. Contiguo però al muro laterale della chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove dormiva il sagrestano. Fu questo riscosso da quel disordinato grido, fece un salto, scese il letto in furia, aprì l’impannata d’una sua finestrina, mise fuori la testa, con gli occhi tra’ peli, e disse: – cosa c’è?

– Correte, Ambrogio! aiuto! gente in casa, – gridò verso lui don Abbondio. – Vengo subito, – rispose quello; tirò indietro la testa, richiuse la sua impannata, e, quantunque mezzo tra ‘l sonno, e più che mezzo sbigottito, trovò su due piedi un espediente per dar più aiuto di quello che gli si chiedeva, senza mettersi lui nel tafferuglio, quale si fosse. Dà di piglio alle brache, che teneva sul letto; se le caccia sotto il braccio, come un cappello di gala, e giù balzelloni per una scaletta di legno; corre al campanile, afferra la corda della più grossa di due campanette che c’erano, e suona a martello.

Ton, ton, ton, ton: i contadini balzano a sedere sul letto; i giovinetti sdraiati sul fenile, tendon l’orecchio, si rizzano. – Cos’è? Cos’è? Campana a martello! fuoco? ladri? banditi? – Molte donne consigliano, pregano i mariti, di non moversi, di lasciar correre gli altri: alcuni s’alzano, e vanno alla finestra: i poltroni, come se si arrendessero alle preghiere, ritornan sotto: i più curiosi e più bravi scendono a prender le forche e gli schioppi, per correre al rumore: altri stanno a vedere.

Ma, prima che quelli fossero all’ordine, prima anzi che fosser ben desti, il rumore era giunto agli orecchi d’altre persone che vegliavano, non lontano, ritte e vestite: i bravi in un luogo, Agnese e Perpetua in un altro.

Diremo prima brevemente ciò che facesser coloro, dal momento in cui gli abbiamo lasciati, parte nel casolare e parte all’osteria. Questi tre, quando videro tutti gli usci chiusi e la strada deserta, uscirono in fretta, come se si fossero avvisti d’aver fatto tardi, e dicendo di voler andar subito a casa; diedero una giravolta per il paese, per venire in chiaro se tutti eran ritirati- e in fatti, non incontrarono anima vivente, né sentirono il più piccolo strepito. Passarono anche, pian piano, davanti alla nostra povera casetta: la più quieta di tutte, giacché non c’era più nessuno. Andarono allora diviato al casolare, e fecero la loro relazione al signor Griso. Subito, questo si mise in testa un cappellaccio, sulle spalle un sanrocchino di tela incerata, sparso di conchiglie; prese un bordone da pellegrino, disse: – andiamo da bravi: zitti, e attenti agli ordini -, s’incamminò il primo, gli altri dietro; e, in un momento, arrivarono alla casetta, per una strada opposta a quella per cui se n’era allontanata la nostra brigatella, andando anch’essa alla sua spedizione. Il Griso trattenne la truppa, alcuni passi lontano, andò innanzi solo ad esplorare, e, visto tutto deserto e tranquillo di fuori fece venire avanti due di quei tristi, diede loro ordine di scalar adagino il muro che chiudeva il cortiletto, e, calati dentro, nascondersi in un angolo, dietro un folto fico, sul quale aveva messo l’occhio, la mattina. Ciò fatto, picchiò pian piano, con intenzione di dirsi un pellegrino smarrito, che chiedeva ricovero, fino a giorno. Nessun risponde: ripicchia un po’ più forte; nemmeno uno zitto. Allora, va a chiamare un terzo malandrino, lo fa scendere nel cortiletto, come gli altri due, con l’ordine di sconficcare adagio il paletto, per aver libero l’ingresso e la ritirata. Tutto s’eseguisce con gran cautela, e con prospero successo. Va a chiamar gli altri, li fa entrar con sé, li manda a nascondersi accanto ai primi; accosta adagio adagio l’uscio di strada, vi posta due sentinelle di dentro; e va diritto all’uscio del terreno. Picchia anche lì, e aspetta: e’ poteva ben aspettare. Sconficca pian pianissimo anche quell’uscio: nessuno di dentro dice: chi va là?; nessuno si fa sentire: meglio non può andare. Avanti dunque : – st -, chiama quei del fico, entra con loro nella stanza terrena, dove, la mattina, aveva scelleratamente accattato quel pezzo di pane. Cava fuori esca, pietra, acciarino e zolfanelli, accende un suo lanternino, entra nell’altra stanza più interna, per accertarsi che nessun ci sia: non c’è nessuno. Torna indietro, va all’uscio di scala, guarda, porge l’orecchio: solitudine e silenzio. Lascia due altre sentinelle a terreno, si fa venir dietro il Grignapoco, ch’era un bravo del contado di Bergamo, il quale solo doveva minacciare, acchetare, comandare, essere in somma il dicitore, affinché il suo linguaggio potesse far credere ad Agnese che la spedizione veniva da quella parte. Con costui al fianco, e gli altri dietro, il Griso sale adagio adagio, bestemmiando in cuor suo ogni scalino che scricchiolasse, ogni passo di que’ mascalzoni che facesse rumore. Finalmente è in cima. Qui giace la lepre. Spinge mollemente l’uscio che mette alla prima stanza; l’uscio cede, si fa spiraglio: vi mette l’occhio; è buio: vi mette l’orecchio, per sentire se qualcheduno russa, fiata, brulica là dentro; niente. Dunque avanti: si mette la lanterna davanti al viso, per vedere, senza esser veduto, spalanca l’uscio, vede un letto; addosso: il letto è fatto e spianato, con la rimboccatura arrovesciata, e composta sul capezzale. Si stringe nelle spalle, si volta alla compagnia, accenna loro che va a vedere nell’altra stanza, e che gli vengan dietro pian piano; entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa. – Che diavolo è questo? – dice allora: – che qualche cane traditore abbia fatto la spia? – Si metton tutti, con men cautela, a guardare, a tastare per ogni canto, buttan sottosopra la casa.

Mentre costoro sono in tali faccende, i due che fan la guardia all’uscio di strada, sentono un calpestìo di passini frettolosi, che s’avvicinano in fretta; s’immaginano che, chiunque sia, passerà diritto; stan quieti, e, a buon conto, si mettono all’erta. In fatti, il calpestìo si ferma appunto all’uscio. Era Menico che veniva di corsa, mandato dal padre Cristoforo ad avvisar le due donne che, per l’amor del cielo, scappassero subito di casa, e si rifugiassero al convento, perché… il perché lo sapete.

Prende la maniglia del paletto, per picchiare, e se lo sente tentennare in mano, schiodato e sconficcato. ” Che è questo? ” pensa; e spinge l’uscio con paura: quello s’apre. Menico mette il piede dentro, in gran sospetto, e si sente a un punto acchiappar per le braccia, e due voci sommesse, a destra e a sinistra, che dicono, in tono minaccioso: – zitto! o sei morto -. Lui in vece caccia un urlo: uno di que’ malandrini gli mette una mano alla bocca; l’altro tira fuori un coltellaccio, per fargli paura. Il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare; ma, tutt’a un tratto, in vece di lui, e con ben altro tono, si fa sentir quel primo tocco di campana così fatto, e dietro una tempesta di rintocchi in fila. Chi è in difetto è in sospetto, dice il proverbio milanese: all’uno e all’altro furfante parve di sentire in que’ tocchi il suo nome, cognome e soprannome: lasciano andar le braccia di Menico, ritirano le loro in furia, spalancan la mano e la bocca, si guardano in viso, e corrono alla casa, dov’era il grosso della compagnia. Menico, via a gambe per la strada, alla volta del campanile, dove a buon conto qualcheduno ci doveva essere. Agli altri furfanti che frugavan la casa, dall’alto al basso, il terribile tocco fece la stessa impressione: si confondono, si scompigliano, s’urtano a vicenda: ognuno cerca la strada più corta, per arrivare all’uscio. Eppure era tutta gente provata e avvezza a mostrare il viso; ma non poterono star saldi contro un pericolo indeterminato, e che non s’era fatto vedere un po’ da lontano, prima di venir loro addosso. Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. – Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti -. Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine.

Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta.

Agnese aveva procurato d’allontanar l’altra dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tutt’a un tratto, la serva s’era ricordata dell’uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c’era che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que’ tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: – sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? – Ma intanto, faceva un altro discorso con sé stessa. ” Saranno usciti a quest’ora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt’e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c’è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po’ di tempo perduto “. Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: – aiuto! aiuto!

– Misericordia! cos’è stato? – gridò Perpetua, e volle correre.

– Cosa c’è? cosa c’è? – disse Agnese, tenendola per la sottana.

– Misericordia! non avete sentito? – replicò quella, svincolandosi.

– Cosa c’è? cosa c’è? – ripeté Agnese, afferrandola per un braccio.

– Diavolo d’una donna! – esclamò Perpetua, rispingendola, per mettersi in libertà; e prese la rincorsa. Quando, più lontano, più acuto, più istantaneo, si sente l’urlo di Menico.

– Misericordia! – grida anche Agnese; e di galoppo dietro l’altra. Avevan quasi appena alzati i calcagni, quando scoccò la campana: un tocco, e due, e tre, e seguita: sarebbero stati sproni, se quelle ne avessero avuto bisogno. Perpetua arriva, un momento prima dell’altra; mentre vuole spinger l’uscio, l’uscio si spalanca di dentro, e sulla soglia compariscono Tonio, Gervaso, Renzo, Lucia, che, trovata la scala, eran venuti giù saltelloni; e, sentendo poi quel terribile scampanìo, correvano in furia, a mettersi in salvo.

– Cosa c’è? cosa c’è? – domandò Perpetua ansante ai fratelli, che le risposero con un urtone, e scantonarono. – E voi! come! che fate qui voi? – domandò poscia all’altra coppia, quando l’ebbe raffigurata. Ma quelli pure usciron senza rispondere. Perpetua, per accorrere dove il bisogno era maggiore, non domandò altro, entrò in fretta nell’andito, e corse, come poteva al buio, verso la scala. I due sposi rimasti promessi si trovarono in faccia Agnese, che arrivava tutt’affannata. – Ah siete qui! – disse questa, cavando fuori la parola a stento: – com’è andata? cos’è la campana? mi par d’aver sentito…

– A casa, a casa, – diceva Renzo, – prima che venga gente -. E s’avviavano; ma arriva Menico di corsa, li riconosce, li ferma, e, ancor tutto tremante, con voce mezza fioca, dice: – dove andate? indietro, indietro! per di qua, al convento!

– Sei tu che…? – cominciava Agnese.

– Cosa c’è d’altro? – domandava Renzo. Lucia, tutta smarrita, taceva e tremava.

– C’è il diavolo in casa, – riprese Menico ansante. – Gli ho visti io: m’hanno voluto ammazzare: l’ha detto il padre Cristoforo: e anche voi, Renzo, ha detto che veniate subito: e poi gli ho visti io: provvidenza che vi trovo qui tutti! vi dirò poi, quando saremo fuori.

Renzo, ch’era il più in sé di tutti, pensò che, di qua o di là, conveniva andar subito, prima che la gente accorresse; e che la più sicura era di far ciò che Menico consigliava, anzi comandava, con la forza d’uno spaventato. Per istrada poi, e fuor del pericolo, si potrebbe domandare al ragazzo una spiegazione più chiara. – Cammina avanti, – gli disse. – Andiam con lui, – disse alle donne. Voltarono, s’incamminarono in fretta verso la chiesa, attraversaron la piazza, dove per grazia del eielo, non c’era ancora anima vivente; entrarono in una stradetta che era tra la chiesa e la casa di don Abbondio; al primo buco che videro in una siepe, dentro, e via per i campi.

Non s’eran forse allontanati un cinquanta passi, quando la gente cominciò ad accorrere sulla piazza, e ingrossava ogni momento. Si guardavano in viso gli uni con gli altri: ognuno aveva una domanda da fare, nessuno una risposta da dare. I primi arrivati corsero alla porta della chiesa: era serrata. Corsero al campanile di fuori; e uno di quelli, messa la bocca a un finestrino, una specie di feritoia, cacciò dentro un: – che diavolo c’è? – Quando Ambrogio sentì una voce conosciuta, lasciò andar la corda; e assicurato dal ronzìo, ch’era accorso molto popolo, rispose: – vengo ad aprire -. Si mise in fretta l’arnese che aveva portato sotto il braccio, venne, dalla parte di dentro, alla porta della chiesa, e l’aprì.

– Cos’è tutto questo fracasso? – Cos’è? – Dov’è? – Chi è?

– Come, chi è? – disse Ambrogio, tenendo con una mano un battente della porta, e, con l’altra, il lembo di quel tale arnese, che s’era messo così in fretta: – come! non lo sapete? gente in casa del signor curato. Animo, figliuoli: aiuto -. Si voltan tutti a quella casa, vi s’avvicinano in folla, guardano in su, stanno in orecchi: tutto quieto. Altri corrono dalla parte dove c’era l’uscio: è chiuso, e non par che sia stato toccato. Guardano in su anche loro: non c’è una finestra aperta: non si sente uno zitto.

– Chi è là dentro? – Ohe, ohe! – Signor curato! – Signor curato!

Don Abbondio, il quale, appena accortosi della fuga degl’invasori, s’era ritirato dalla finestra, e l’aveva richiusa, e che in questo momento stava a bisticciar sottovoce con Perpetua, che l’aveva lasciato solo in quell’imbroglio, dovette, quando si sentì chiamare a voce di popolo, venir di nuovo alla finestra; e visto quel gran soccorso, si pentì d’averlo chiesto.
– Cos’è stato? – Che le hanno fatto? – Chi sono costoro? – Dove sono? – gli veniva gridato da cinquanta voci a un tratto.
– Non c’è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.
– Ma chi è stato? – Dove sono andati? – Che è accaduto?
– Cattiva gente, gente che gira di notte; ma sono fuggiti: tornate a casa; non c’è più niente: un’altra volta, figliuoli: vi ringrazio del vostro buon cuore -. E, detto questo, si ritirò, e chiuse la finestra.

Qui alcuni cominciarono a brontolare, altri a canzonare, altri a sagrare; altri si stringevan nelle spalle, e se n’andavano: quando arriva uno tutto trafelato, che stentava a formar le parole. Stava costui di casa quasi dirimpetto alle nostre donne, ed essendosi, al rumore, affacciato alla finestra, aveva veduto nel cortiletto quello scompiglio de’ bravi, quando il Griso s’affannava a raccoglierli. Quand’ebbe ripreso fiato, gridò: – che fate qui, figliuoli? non è qui il diavolo; è giù in fondo alla strada, alla casa d’Agnese Mondella: gente armata; son dentro; par che vogliano ammazzare un pellegrino; chi sa che diavolo c’è!

– Che? – Che? – Che? – E comincia una consulta tumultuosa. – Bisogna andare. – Bisogna vedere. – Quanti sono? – Quanti siamo? – Chi sono? – Il console! il console!

– Son qui, – risponde il console, di mezzo alla folla: – son qui; ma bisogna aiutarmi, bisogna ubbidire. Presto: dov’è il sagrestano? Alla campana, alla campana. Presto: uno che corra a Lecco a cercar soccorso: venite qui tutti…

Chi accorre, chi sguizza tra uomo e uomo, e se la batte; il tumulto era grande, quando arriva un altro, che gli aveva veduti partire in fretta, e grida: – correte, figliuoli: ladri, o banditi che scappano con un pellegrino: son già fuori del paese: addosso! addosso! – A quest’avviso, senza aspettar gli ordini del capitano, si movono in massa, e giù alla rinfusa per la strada; di mano in mano che l’esercito s’avanza, qualcheduno di quei della vanguardia rallenta il passo, si lascia sopravanzare, e si ficca nel corpo della battaglia: gli ultimi spingono innanzi: lo sciame confuso giunge finalmente al luogo indicato. Le tracce dell’invasione eran fresche e manifeste: l’uscio spalancato, la serratura sconficcata; ma gl’invasori erano spariti. S’entra nel cortile; si va all’uscio del terreno: aperto e sconficcato anche quello: si chiama: – Agnese! Lucia! Il pellegrino! Dov’è il pellegrino? L’avrà sognato Stefano, il pellegrino. – No, no: l’ha visto anche Carlandrea. Ohe, pellegrino! – Agnese! Lucia! – Nessuno risponde. – Le hanno portate via! Le hanno portate via! – Ci fu allora di quelli che, alzando la voce, proposero d’inseguire i rapitori: che era un’infamità; e sarebbe una vergogna per il paese, se ogni birbone potesse a man salva venire a portar via le donne, come il nibbio i pulcini da un’aia deserta. Nuova consulta e più tumultuosa: ma uno (e non si seppe mai bene chi fosse stato) gettò nella brigata una voce, che Agnese e Lucia s’eran messe in salvo in una casa. La voce corse rapidamente, ottenne credenza; non si parlò più di dar la caccia ai fuggitivi; e la brigata si sparpagliò, andando ognuno a casa sua. Era un bisbiglio, uno strepito, un picchiare e un aprir d’usci, un apparire e uno sparir di lucerne, un interrogare di donne dalle finestre, un rispondere dalla strada. Tornata questa deserta e silenziosa, i discorsi continuaron nelle case, e moriron negli sbadigli, per ricominciar poi la mattina. Fatti però, non ce ne fu altri; se non che, quella medesima mattina, il console, stando nel suo campo, col mento in una mano, e il gomito appoggiato sul manico della vanga mezza ficcata nel terreno, e con un piede sul vangile; stando, dico, a speculare tra sé sui misteri della notte passata, e sulla ragion composta di ciò che gli toccase a fare, e di ciò che gli convenisse fare, vide venirsi incontro due uomini d’assai gagliarda presenza, chiomati come due re de’ Franchi della prima razza, e somigliantissimi nel resto a que’ due che cinque giorni prima avevano affrontato don Abbondio, se pur non eran que’ medesimi. Costoro, con un fare ancor men cerimonioso, intimarono al console che guardasse bene di non far deposizione al podestà dell’accaduto, di non rispondere il vero, caso che ne venisse interrogato, di non ciarlare, di non fomentar le ciarle de’ villani, per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia.

I nostri fuggiaschi camminarono un pezzo di buon trotto, in silenzio, voltandosi, ora l’uno ora l’altro, a guardare se nessuno gl’inseguiva, tutti in affanno per la fatica della fuga, per il batticuore e per la sospensione in cui erano stati, per il dolore della cattiva riuscita, per l’apprensione confusa del nuovo oscuro pericolo. E ancor più in affanno li teneva l’incalzare continuo di que’ rintocchi, i quali, quanto, per l’allontanarsi, venivan più fiochi e ottusi, tanto pareva che prendessero un non so che di più lugubre e sinistro. Finalmente cessarono. I fuggiaschi allora, trovandosi in un campo disabitato, e non sentendo un alito all’intorno, rallentarono il passo; e fu la prima Agnese che, ripreso fiato, ruppe il silenzio, domandando a Renzo com’era andata, domandando a Menico cosa fosse quel diavolo in casa. Renzo raccontò brevemente la sua trista storia; e tutt’e tre si voltarono al fanciullo, il quale riferì più espressamente l’avviso del padre, e raccontò quello ch’egli stesso aveva veduto e rischiato, e che pur troppo confermava l’avviso. Gli ascoltatori compresero più di quel che Menico avesse saputo dire: a quella scoperta, si sentiron rabbrividire; si fermaron tutt’e tre a un tratto, si guardarono in viso l’un con l’altro, spaventati; e subito, con un movimento unanime, tutt’e tre posero una mano, chi sul capo, chi sulle spalle del ragazzo, come per accarezzarlo, per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare, per dimostrargli la compassione che sentivano dell’angoscia da lui sofferta, e del pericolo corso per la loro salvezza; e quasi per chiedergliene scusa. – Ora torna a casa, perché i tuoi non abbiano a star più in pena per te, – gli disse Agnese; e rammentandosi delle due parpagliole promesse, se ne levò quattro di tasca, e gliele diede, aggiungendo: – basta; prega il Signore che ci rivediamo presto: e allora… – Renzo gli diede una berlinga nuova, e gli raccomandò molto di non dir nulla della commissione avuta dal frate; Lucia l’accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro. Quelli ripresero la loro strada, tutti pensierosi; le donne innanzi, e Renzo dietro, come per guardia. Lucia stava stretta al braccio della madre, e scansava dolcemente, e con destrezza, l’aiuto che il giovine le offriva ne’ passi malagevoli di quel viaggio fuor di strada; vergognosa in sé, anche in un tale turbamento, d’esser già stata tanto sola con lui, e tanto famigliarmente, quando s’aspettava di divenir sua moglie, tra pochi momenti. Ora, svanito così dolorosamente quel sogno, si pentiva d’essere andata troppo avanti, e, tra tante cagioni di tremare, tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora se stesso, somigliante alla paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza saper di che.

– E la casa? – disse a un tratto Agnese. Ma, per quanto la domanda fosse importante, nessuno rispose, perché nessuno poteva darle una risposta soddisfacente. Continuarono in silenzio la loro strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta davanti alla chiesa del convento.

Renzo s’affacciò alla porta, e la sospinse bel bello. La porta di fatto s’aprì; e la luna, entrando per lo spiraglio, illuminò la faccia pallida, e la barba d’argento del padre Cristoforo, che stava quivi ritto in aspettativa. Visto che non ci mancava nessuno, – Dio sia benedetto! – disse, e fece lor cenno ch’entrassero. Accanto a lui, stava un altro cappuccino; ed era il laico sagrestano, ch’egli, con preghiere e con ragioni, aveva persuaso a vegliar con lui, a lasciar socchiusa la porta, e a starci in sentinella, per accogliere que’ poveri minacciati: e non si richiedeva meno dell’autorità del padre, della sua fama di santo, per ottener dal laico una condiscendenza incomoda, pericolosa e irregolare. Entrati che furono, il padre Cristoforo riaccostò la porta adagio adagio. Allora il sagrestano non poté più reggere, e, chiamato il padre da una parte, gli andava susurrando all’orecchio: – ma padre, padre! di notte… in chiesa… con donne… chiudere… la regola… ma padre! – E tentennava la testa. Mentre diceva stentatamente quelle parole, ” vedete un poco! ” pensava il padre Cristoforo, ” se fosse un masnadiero inseguito, fra Fazio non gli farebbe una difficoltà al mondo; e una povera innocente, che scappa dagli artigli del lupo… ” – Omnia munda mundis, – disse poi, voltandosi tutt’a un tratto a fra Fazio, e dimenticando che questo non intendeva il latino. Ma una tale dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto. Se il padre si fosse messo a questionare con ragioni, a fra Fazio non sarebber mancate altre ragioni da opporre; e sa il cielo quando e come la cosa sarebbe finita. Ma, al sentir quelle parole gravide d’un senso misterioso, e proferite così risolutamente, gli parve che in quelle dovesse contenersi la soluzione di tutti i suoi dubbi. S’acquietò, e disse: – basta! lei ne sa più di me.

– Fidatevi pure, – rispose il padre Cristoforo; e, all’incerto chiarore della lampada che ardeva davanti all’altare, s’accostò ai ricoverati, i quali stavano sospesi aspettando, e disse loro: – figliuoli! ringraziate il Signore, che v’ha scampati da un gran pericolo. Forse in questo momento…! – E qui si mise a spiegare ciò che aveva fatto accennare dal piccol messo: giacché non sospettava ch’essi ne sapesser più di lui, e supponeva che Menico gli avesse trovati tranquilli in casa, prima che arrivassero i malandrini. Nessuno lo disingannò, nemmeno Lucia, la quale però sentiva un rimorso segreto d’una tale dissimulazione, con un tal uomo; ma era la notte degl’imbrogli e de’ sotterfugi.

– Dopo di ciò, – continuò egli, – vedete bene, figliuoli, che ora questo paese non è sicuro per voi. ‘ il vostro; ci siete nati; non avete fatto male a nessuno; ma Dio vuol così. È una prova, figliuoli: sopportatela con pazienza, con fiducia, senza odio, e siate sicuri che verrà un tempo in cui vi troverete contenti di ciò che ora accade. Io ho pensato a trovarvi un rifugio, per questi primi momenti. Presto, io spero, potrete ritornar sicuri a casa vostra; a ogni modo, Dio vi provvederà, per il vostro meglio; e io certo mi studierò di non mancare alla grazia che mi fa, scegliendomi per suo ministro, nel servizio di voi suoi poveri cari tribolati. Voi, – continuò volgendosi alle due donne, – potrete fermarvi a ***. Là sarete abbastanza fuori d’ogni pericolo, e, nello stesso tempo, non troppo lontane da casa vostra. Cercate del nostro convento, fate chiamare il padre guardiano, dategli questa lettera: sarà per voi un altro fra Cristoforo. E anche tu, il mio Renzo, anche tu devi metterti, per ora, in salvo dalla rabbia degli altri, e dalla tua. Porta questa lettera al padre Bonaventura da Lodi, nel nostro convento di Porta Orientale in Milano. Egli ti farà da padre, ti guiderà, ti troverà del lavoro, per fin che tu non possa tornare a viver qui tranquillamente. Andate alla riva del lago, vicino allo sbocco del Bione -. È un torrente a pochi passi da Pescarenico. – Lì vedrete un battello fermo; direte: barca; vi sarà domandato per chi; risponderete: san Francesco. La barca vi riceverà, vi trasporterà all’altra riva, dove troverete un baroccio che vi condurrà addirittura fino a ***.

Chi domandasse come fra Cristoforo avesse così subito a sua disposizione que’ mezzi di trasporto, per acqua e per terra, farebbe vedere di non conoscere qual fosse il potere d’un cappuccino tenuto in concetto di santo.

Restava da pensare alla custodia delle case. Il padre ne ricevette le chiavi, incaricandosi di consegnarle a quelli che Renzo e Agnese gl’indicarono. Quest’ultima, levandosi di tasca la sua, mise un gran sospiro, pensando che, in quel momento, la casa era aperta, che c’era stato il diavolo, e chi sa cosa ci rimaneva da custodire!

– Prima che partiate, – disse il padre, – preghiamo tutti insieme il Signore, perché sia con voi, in codesto viaggio, e sempre; e sopra tutto vi dia forza, vi dia amore di volere ciò ch’Egli ha voluto -. Così dicendo s’inginocchiò nel mezzo della chiesa; e tutti fecer lo stesso. Dopo ch’ebbero pregato, alcuni momenti, in silenzio, il padre, con voce sommessa, ma distinta, articolò queste parole: – noi vi preghiamo ancora per quel poveretto che ci ha condotti a questo passo. Noi saremmo indegni della vostra misericordia, se non ve la chiedessimo di cuore per lui; ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo questo conforto, che siamo nella strada dove ci avete messi Voi: possiamo offrirvi i nostri guai; e diventano un guadagno. Ma lui!… è vostro nemico. Oh disgraziato! compete con Voi! Abbiate pietà di lui, o Signore, toccategli il cuore, rendetelo vostro amico, concedetegli tutti i beni che noi possiamo desiderare a noi stessi.

Alzatosi poi, come in fretta, disse: – via, figliuoli, non c’è tempo da perdere: Dio vi guardi, il suo angelo v’accompagni: andate -. E mentre s’avviavano, con quella commozione che non trova parole, e che si manifesta senza di esse, il padre soggiunse, con voce alterata: – il cuor mi dice che ci rivedremo presto.

Certo, il cuore, chi gli dà retta, ha sempre qualche cosa da dire su quello che sarà. Ma che sa il cuore? Appena un poco di quello che è già accaduto.

Senza aspettar risposta, fra Cristoforo, andò verso la sagrestia; i viaggiatori usciron di chiesa; e fra Fazio chiuse la porta, dando loro un addio, con la voce alterata anche lui. Essi s’avviarono zitti zitti alla rivá ch’era stata loro indicata; videro il battello pronto, e data e barattata la parola, c’entrarono. Il barcaiolo, puntando un remo alla proda, se ne staccò; afferrato poi l’altro remo, e vogando a due braccia, prese il largo, verso la spiaggia opposta. Non tirava un alito di vento; il lago giaceva liscio e piano, e sarebbe parso immobile, se non fosse stato il tremolare e l’ondeggiar leggiero della luna, che vi si specchiava da mezzo il cielo. S’udiva soltanto il fiotto morto e lento frangersi sulle ghiaie del lido, il gorgoglìo più lontano dell’acqua rotta tra le pile del ponte, e il tonfo misurato di que’ due remi, che tagliavano la superficie azzurra del lago, uscivano a un colpo grondanti, e si rituffavano. L’onda segata dalla barca, riunendosi dietro la poppa, segnava una striscia increspata, che s’andava allontanando dal lido. I passeggieri silenziosi, con la testa voltata indietro, guardavano i monti, e il paese rischiarato dalla luna, e variato qua e là di grand’ombre. Si distinguevano i villaggi, le case, le capanne: il palazzotto di don Rodrigo, con la sua torre piatta, elevato sopra le casucce ammucchiate alla falda del promontorio, pareva un feroce che, ritto nelle tenebre, in mezzo a una compagnia d’addormentati, vegliasse, meditando un delitto. Lucia lo vide, e rabbrividì; scese con l’occhio giù giù per la china, fino al suo paesello, guardò fisso all’estremità, scoprì la sua casetta, scoprì la chioma folta del fico che sopravanzava il muro del cortile, scoprì la finestra della sua camera; e, seduta, com’era, nel fondo della barca, posò il braccio sulla sponda, posò sul braccio la fronte, come per dormire, e pianse segretamente.

addio montiAddio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d’essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell’ampiezza uniforme; l’aria gli par gravosa e morta; s’inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a’ suoi monti.
Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell’avvenire, e n’è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que’ monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l’immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l’animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov’era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l’amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de’ suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell’Adda.

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Manzoni, La notte degli imbrogli – Analisi del testo

Don Abbondio

Il capitolo VIII, detto della “notte degli imbrogli”, ci presenta all’inizio Don Abbondio intento a leggere un panegirico in onore di S. Carlo Borromeo, in cui quest’ultimo è paragonato ad Archimede e al filosofo Carneade e si chiede chi fosse costui. Perpetua entra ad annunciargli la visita di Tonio, che deve restituirgli del denaro. Don Abbondio si lamenta dell’ora tarda ma poi accetta di riceverlo, ansioso di riavere indietro il denaro che gli ha prestato. Così Perpetua va ad aprire la porta a Tonio, accompagnato dal fratello Gervaso.

Agnese e Perpetua

Quando la donna apre la porta al giovane, compare Agnese, che la saluta. Perpetua le chiede da dove venga e Agnese nomina un paese vicino, aggiungendo che lì ha sentito dei discorsi che la riguardano. La domestica invita allora i due uomini a entrare, mentre Agnese le dice che secondo una tale sarebbero stati i suoi due pretendenti, Beppe Suolavecchia e Anselmo Lunghigna, a non averla voluta non lei a rifiutarli. Perpetua reagisce stizzita e Agnese finge di voler conoscere i particolari della vicenda. Perpetua si infervora nella narrazione dei fatti e le due si allontanano dalla casa del curato, addentrandosi in una viuzza a lato dell’abitazione, da dove non si può vedere l’ingresso. A quel punto Agnese tossisce forte, segnalando così a Renzo e Lucia che possono entrare in casa. I due entrano nell’andito, dove Tonio e Gervaso li attendono, e salgono le scale in silenzio. Giunti al primo piano, i due promessi si stringono al muro, mentre Tonio e Gervaso entrano nella stanza di don Abbondio.

Tonio e don Abbondio

Il curato è seduto al suo scrittoio, alla luce di un debole lume che rischiara la sua faccia bruna e rugosa, i suoi capelli bianchi, i folti baffi, il pizzo e la papalina che porta in testa. Tonio si scusa per l’ora tarda e don Abbondio gli dice di essere ammalato. Tonio consegna a don Abbondio venticinque berlinghe nuove di zecca, a saldo del suo debito. Il parroco conta le monete e le controlla, poi gli restituisce la collana della moglie Tecla, data a garanzia del prestito, e Tonio gli chiede una ricevuta. Il curato, brontolando, inizia a scriverla su un foglio di carta con penna e calamaio, ripetendo a voce alta le parole. Frattanto, Tonio e Gervaso si mettono davanti allo scrittoio, coprendo la vista dell’uscio, e iniziano a strusciare i piedi sul pavimento, per segnalare ai due promessi che è il momento di entrare.

Il fallimento del matrimonio a sorpresa

Renzo e Lucia  entrano nella stanza e si mettono dietro Tonio e Gervaso. Il curato, finito di scrivere la ricevuta, la rilegge senza alzare gli occhi dal foglio e, toltisi gli occhiali, porge la carta a Tonio chiedendo se è soddisfatto. Tonio allunga la mano per prendere il documento e si ritira da un lato, mentre il fratello si sposta dall’altro. Al centro compaiono così Renzo e Lucia. Renzo pronuncia la formula del matrimonio ma Lucia riesce solo a iniziarla, perché il curato, con mossa repentina, afferrato con la mano sinistra il lume e con la destra il tappeto che copre lo scrittoio, lo getta in testa alla giovane impedendole di parlare. Poi gridando chiama Perpetua in soccorso. Il lume si spegne sul pavimento e la stanza sprofonda nell’oscurità.

Don Abbondio si chiude dentro una stanza interna, dalla quale continua a chiamare Perpetua in aiuto. Intanto Renzo cerca a tastoni la porta e dice al curato di non fare schiamazzi, Tonio cerca carponi sul pavimento la sua ricevuta, Lucia prega Renzo di andar via e Gervaso saltella qua e là come matto, cercando l’uscita. Il narratore commenta ironicamente che Renzo sembra essere, in questo contesto, l’oppressore, mentre è la vittima. È invece, al contrario, don Abbondio a esercitare un sopruso nei confronti dei due promessi sposi, pur avendo mi questo frangente l’apparenza di vittima.

L’allarme del sagrestano

Il curato si affaccia da una finestra che dà sulla piazza della chiesa, illuminata quasi a giorno dal chiaro di luna, chiedendo aiuto a gran voce. Risvegliato dalle grida, il sagrestano Ambrogio chiede al curato che cosa stia succedendo e don Abbondio risponde che c’è “gente in casa”: Ambrogio corre al campanile e inizia a suonare le campane a martello. I contadini, risvegliati dai rintocchi, si precipitano verso la chiesa armati di forconi e di schioppi.

Il tentato rapimento di Lucia
Il progettato matrimonio a sorpresa è fallito, ma contemporaneamente fallisce, per una singolare coincidenza, anche il tentativo di rapire Lucia da parte dei bravi di don Rodrigo. Il Griso, che guida il manipolo dei rapitori, bussa alla porta dell’abitazione di Agnese e Lucia, con l’intento di fingersi un pellegrino in cerca di ricovero per la notte. Poiché non ricevono risposta, i bravi forzano la porta e penetrano in casa, ma dopo averla ispezionata completamente, la trovano completamente vuota e il Griso sospetta che qualcuno abbia fatto la spia, non sapendo spiegarsi l’assenza delle due donne.
Il fallito rapimento

Intanto i due bravi rimasti a sorvegliare l’uscio di strada sentono dei passi che si avvicinano: si tratta di Menico, inviato da padre Cristoforo ad avvisare Lucia e Agnese di fuggire e di rifugiarsi al convento. Il ragazzo, trovando il paletto della porta sconficcato, entra titubante ed è subito afferrato dai bravi che gli intimano di far silenzio. Menico caccia un urlo, e mentre un bravo gli mette una mano sulla bocca e l’altro lo minaccia con un coltello, all’improvviso il silenzio della notte è rotto dai rintocchi delle campane a martello. Allarmati, i due bravi lasciano andare Menico, che fugge via e corre verso la chiesa. A fatica il Griso riesce a controllare i suoi uomini spaventati dal rintocco delle campane, che pensano sia un allarme dovuto alla loro azione criminosa. Come il cane che fa la guardia a un branco di maiali il Griso li fa uscire ordinatamente dalla casa e con loro si allontana dal paese.

Verso il convento

Renzo, Lucia e Agnese sono costretti alla fuga e mentre stanno tornando verso casa incontrano Menico, che li avverte del tentato rapimento. I giovani promessi fuggono verso il convento di Padre Cristoforo, attraverso i campi.

I parrocchiani accorrono

Intanto un gran numero di parrocchiani raggiunge la chiesa, ma il curato li rassicura, dicendo che gli intrusi sono fuggiti e li invita a tornare a casa. La folla, avvertita da un uomo del tentato rapimento delle due donne, si dirige verso la casa di Agnese e Lucia, ma alla voce che le due si sarebbero messe in salvo, ben presto si disperde.

Renzo, Lucia e Agnese al convento

Frattanto Renzo, Agnese e Lucia proseguono la loro fuga e giungono al convento. Trovano ad attenderli padre Cristoforo, che li fa entrare, mettendo a tacere le remore di fra Fazio, il laico sagrestano dei cappuccini, con la frase latina Omnia munda mundis (“tutto è puro per i puri”) e il sagrestano non oppone resistenza.

La decisione di abbandonare il paese

Padre Cristoforo li convince che il paese non è più un posto sicuro e che dovranno abbandonarlo per raggiungere ospitalità presso altri conventi: le donne dovranno andare a Monza, mentre Renzo andrà a Milano, in attesa di tempi migliori. Il frate invita i tre a raggiungere la riva del lago, dove troveranno un barcaiolo che li trasporterà alla riva opposta, dove un calesse li condurrà fino a Monza. I tre si congedano da padre Cristoforo e raggiungono in fretta la barca nel luogo indicato.

L’addio monti

Renzo, Agnese e Lucia trovano il barcaiolo e questi inizia a condurli verso la riva opposta. Sulla barca che si allontana dalla riva del lago, in un irreale silenzio notturno, rotto solo dal tonfo dei remi nell’acqua, Lucia è invasa da un acuto dolore e piange segretamente. Manzoni descrive i moti del suo cuore nel passo famoso dell’Addio monti, che riflette l’agitarsi di sentimenti confusi, di incertezza e di speranza, che domina i pellegrini mentre si allontanano dalla loro casa.

Temi e collegamenti

Il capitolo della “notte degli imbrogli” descrive il fallito stratagemma del “matrimonio a sorpresa” e il mancato rapimento di Lucia, che sfugge ai bravi proprio perché è andata dal curato insieme agli altri. Lo stratagemma attuato dai due promessi sposi, per una singolare coincidenza, impedisce infatti il rapimento di Lucia, poiché le due donne sono assenti all’arrivo dei bravi. La concitazione domina la parte centrale dell’episodio, mentre alla fine prevale un ritmo più disteso, quando i tre giungono al convento di padre Cristoforo. L’azione dei personaggi in questo capitolo è destinata all’insuccesso e non conseguano gli obiettivi che si sono proposti: fallisce il matrimonio a sorpresa, fallisce il tentativo di rapimento, fallisce il tentativo di Menico di preavvertire le due donne. La folla dei contadini è sollecita ad accorrere alla chiesa, ma appare disorganizzata e tumultuosa nel decidere il da farsi e ben presto si disperde quando si sparge la voce secondo cui Agnese e Lucia si sono messe in salvo. Manzoni intende così mostrare come le azioni degli uomini spesso non conseguano i loro obiettivi ed abbiano esiti imprevisti.

Le vicende sono narrate dall’autore con la tecnica del flashback: all’inizio viene descritta l’azione a casa di don Abbondio, poi si torna indietro al momento in cui il Griso e i bravi penetrano nella casa delle due donne, per poi tornare ancora indietro al momento in cui Agnese e Perpetua sono sorprese dal grido del curato, dalle campane e poi dall’urlo di Menico. 

Il passo che conclude il capitolo è il cosiddetto “Addio, monti…”, ovvero la celebre pagina in cui Manzoni attribuisce a Lucia in partenza un commosso saluto ai luoghi dove è nata e vissuta, dai quali deve forzatamente separarsi con inevitabile sofferenza. Il tono è altamente lirico e il linguaggio solenne e sostenuto. L’abbandono del paese coincide con l’allontanamento da un ambiente rassicurante e domestico, in cui prevale la solidarietà reciproca e uno stile di vita sobrio, mentre la grande città sarà per Renzo uno spazio insidioso e pieno di pericoli. Manzoni vede la campagna come luogo “sano”, i cui abitanti sono gente semplice che conduce una vita onesta, pronti ad aiutarsi l’un l’altro nelle avversità e a formare una comunità unita e solidale, in contrapposizione alla caotica realtà urbana.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Che cosa sta facendo don Abbondio quando Perpetua gli giunge ad annunciargli la visita di Tonio?
  2. In che modo Agnese riesce a distrarre Perpetua permettendo a Renzo e Lucia di entrare nella canonica?
  3. Che cosa è andato a fare Tonio da don Abbondio e che cosa ci rivela questo sul conto del curato?
  4. Quale tipo di reazione mette in atto don Abbondio al comparire di Renzo e Lucia?
  5. Spiega con parole tue la seguente riflessione di Manzoni: 

In mezzo a questo serra serra, non possiam lasciar di fermarci un momento a fare una riflessione. Renzo, che strepitava di notte in casa altrui, che vi s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza d’un oppressore; eppure, alla fin de’ fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure, in realtà, era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimo settimo.”.

  1. Nel Capitolo VIII Manzoni, attraverso le vicende dei personaggi, mostra come le azioni degli uomini spesso non conseguano i loro obiettivi ed abbiano esiti imprevisti. Spiega questa affermazione completando la tabella:
Personaggi Obiettivo Attuazione Esito
Renzo e Lucia      
I bravi guidati dal Griso      
Menico      
  1. Analizza e commenta i pensieri, le riflessioni, i sentimenti di Lucia mentre si sta allontanando in barca dal suo paese.

Manzoni, La madre di Cecilia

Manzoni, La madre di Cecilia

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La madre di Cecilia

La peste a Milano
(cap. XXXIV dei Promessi sposi)
 
Il brano è tratto dal capitolo XXXIV dei Promessi sposi: c’è la peste, e Milano è una città sconvolta dal dilagare della morte. Renzo ne percorre le strade desolate, invase dai carri funebri e riecheggianti delle urla terribili dei monatti. Renzo, alla ricerca di Lucia, assiste a una tragica e commovente scena…

 

In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale  si faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo. Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo;

e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria in tanto pubblico lutto.

Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: «qua, monatti!». E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: «ora, ora». Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme?

come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

– O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!

Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi in mente l’itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli. […]

 

Analisi del testo

Renzo, alla ricerca di Lucia, in una via di Milano vede quattro carri fermi, sui quali i monatti caricano i cadaveri come sacchi vuoti al mercato. Mentre allunga il passo per allontanarsi, è colto da un’immagine pietosa. Vede una giovane donna uscire dall’uscio di una casa e dirigersi verso il carro dei monatti, portando in braccio il cadavere di una bambina di circa nove anni. L’aspetto della donna lascia trasparire “una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale”. È evidente che ella ha versato molte lacrime e che ha già su di sé i segni del contagio della peste. La piccola morta che porta in braccio è ben pettinata coi capelli divisi sulla fronte e indossa un vestitino bianco e lindo, agghindata come per una festa. La madre la tiene col capo eretto e appoggiato a sé come se fosse ancora viva, anche se un braccio che le cade abbandonato indica che la bambina è morta.

Un “turpe monatto” si avvicina alla donna per prendere il corpo della figlia, sia pure con un’esitazione e un rispetto inusuali, ma la donna si ritrae e chiede all’uomo di poter adagiare la bambina sul carro con le proprie mani. Poi mette una borsa con del denaro nelle mani del monatto e si fa promettere che la bambina sarà sotterrata così com’è vestita, senza “levarle un filo d’intorno“. Il monatto promette solennemente, anch’egli toccato da un sentimento di commozione, e fa posto alla piccola sul carro dei morti. La donna pone su di esso il cadavere della figlia, dopo averle dato un bacio, pone un velo bianco su di lei e le rivolge un estremo saluto, promettendo a Cecilia che presto la raggiungerà, assieme alla sorellina. La donna si rivolge ancora al monatto e gli dice che quella sera stessa dovrà ripassare da quella casa a prendere lei e l’altra sua figlia. Poi rientra in casa e poco dopo si affaccia a una finestra tenendo in braccio un’altra bambina più piccola, “viva, ma coi segni della morte in volto“, guarda il carro che si allontana e rientra infine nell’abitazione.

Renzo assiste alla scena toccante e, sopraffatto da un’emozione straordinaria, prima di proseguire il suo viaggio prega Dio di porre presto fine alle sofferenze della donna e della figlia superstite.

L’episodio è ispirato a un fatto realmente accaduto e descritto dal cardinal Borromeo nel De pestilentia (VIII, De miserandis casibus), uno scritto sulla peste del 1630.

La madre di Cecilia è consapevole del suo dolore e del dolore che la circonda. Ciò nonostante ha fede nel rito d’amore che sta compiendo nei confronti della figlia. Il comportamento della donna rappresenta per Manzoni un modello di amore e di fede, viste come l’unica possibilità di opporre una regola di civiltà al caos e alla morte. La madre di Cecilia riempie di umanità la morte e, in questo modo, la rende non la negazione dell’uomo, ma la sua estrema affermazione.

https://library.weschool.com/lezione/manzoni-promessi-sposi-capitolo-34-riassunto-e-commento-de-la-madre-di-cecilia-2055.html

https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxxiv.html

Esercizi di analisi del testo

  1. Dividi il testo in sequenze e sintetizzane il contenuto.
  2. Da quali sentimenti è colto Renzo quando assiste alla scena?
  3. Come viene descritta la bambina che la madre porta in braccio? Perché è vestita “come se andasse a una festa”?
  4. Perché la donna dice ai monatti di ripassare di lì la sera stessa?
  5. Come viene descritta la madre di Cecilia? Quale tecnica utilizza Manzoni nella descrizione?
  6. Spiega la similitudine che compare verso la fine del brano.
  7. In che modo l’autore riesce a suscitare la partecipazione emotiva del lettore? Indica quali sono gli elementi (gesti, parole, ecc.) che ti hanno colpito.

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La vera storia della monaca di Monza

La vera storia della monaca di Monza

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di Giorgio Baruzzi

La vera storia della monaca di Monza

Marianna de Leyva (o Suor Virginia Maria) è meglio conosciuta come la Monaca di Monza (Gertrude) del romanzo I promessi sposi.
L'infanzia

Marianna de Leyva nacque nel 1575 da Virginia Maria Marino (vedova di Ercole Pio di Savoia) e da Martín de Leyva y de la Cueva-Cabrera, secondogenito di Luis e nipote di don Antonio de Leyva, gran capitano di Carlo V che aveva ricevuto il feudo di Monza dal duca Francesco II Sforza e successivamente era divenuto il primo governatore spagnolo di Milano nel 1535. Marianna visse i suoi primi mesi di vita a palazzo Marino, simbolo del potere economico e politico del nonno materno Tommaso, importante banchiere genovese e pilastro finanziario del potere di Carlo V nello Stato di Milano. Le nozze di Martín de Leyva con Virginia Marino, vedova di Ercole Pio di Savoia signore di Sassuolo, costituivano un tassello rilevante della strategia familiare dei Leyva in terra lombarda. 

La morte della madre e le seconde nozze del padre

Nel 1576 la madre di Marianna, Virginia Maria, morì, presumibilmente di peste, quando la piccola non aveva ancora un anno. La donna lasciò eredi universali in parti uguali i figli avuti dai suoi due matrimoni. A Marianna spettò la proprietà di palazzo Marino e metà del patrimonio da dividere con Marco Pio di Savoia, figlio del primo marito il conte Ercole Pio di Savoia. Da qui nacque una serie di controversie legali e malversazioni finalizzate a privare la piccola Marianna dell'eredità materna. Inoltre, Martino de Leyva si risposò a Valencia, in Spagna, nel 1588 con donna Anna Viquez de Moncada, facendosi una nuova famiglia, con la nascita di diversi figli maschi.

Marianna entra in convento

All’età di tredici anni la ragazza fu così indotta a entrare nel monastero di Santa Margherita in Monza, decisione a cui non fu estranea la bigotta zia paterna Marianna Stampa-Soncino, alle cui cure era stata affidata dal padre assente, partito per servire don Giovanni d'Austria in guerra nelle Fiandre, dove sarebbe rimasto fino al 1580. Con un atto notarile del 15 marzo 1589, Martín costituì la dote spirituale di 6000 lire imperiali per la figlia in occasione del suo ingresso nel monastero benedettino di clausura di S. Margherita di Monza, con l'impegno al versamento nelle casse del monastero al momento della professione monacale della Leyva. Accanto a tale somma, il padre si impegnò a pagare 212 lire e mezza all'anno fino alla professione e alla consegna della dote, più altre 300 lire annue per tutta la vita della giovane. Marianna entrò come novizia nel monastero e il 12 settembre 1591 fece la Professione e divenne monaca, con il nome della madre, Virginia Maria. Il padre chiese e ottenne una proroga di due anni per la corresponsione della dote spirituale, che peraltro non avrebbe mai versato.

L’incontro con Giovanni Paolo Osio

Marianna divenne responsabile delle educande e in quanto "signora" di Monza esercitava autorità feudale sulla cittadina. Nel 1597 ebbe il primo incontro con il giovane Giovanni Paolo Osio, appartenente a un’agiata famiglia di Monza. Bello e ricco, l'Osio vantava rapporti di amicizia con importanti famiglie lombarde. Era inoltre in ottimi rapporti con il monastero di S. Margherita, le cui finestre davano sul giardino della casa della sua famiglia. 

Marianna denunciò il tentativo di Giovanni Paolo di intrecciare una relazione amorosa con un'educanda, che venne subito allontanata dal convento. Nell'ottobre 1597 Paolo Osio fu accusato dell’omicidio di Giuseppe Molteni, sovrintendente dei de Leyva a Monza. La monaca cercò di farlo arrestare, ma lui riuscì a fuggire. Dopo un anno di latitanza, grazie alle pressioni di illustri personaggi, la “signora” acconsentì a concedergli la "remissione" del delitto.

La relazione con Giovanni Paolo Osio

Al ritorno Giovanni Paolo iniziò a corteggiare suor Virginia Maria, con lettere e doni. Nacque così una vera e propria relazione amorosa, grazie alla contiguità fra il monastero e la casa degli Osio, alla complicità di don Paolo Arrigone, curato di S. Maurizio a Monza e delle monache Benedetta e Ottavia. Rimasta incinta, nel 1602, Marianna partorì un bambino morto. Tale avvenimento aprì una fase di umori altalenanti in lei, con crisi di coscienza e tentativi di troncare la relazione, che comunque proseguì. Nell'agosto 1604 Virginia Maria diede alla luce una bambina, Alma Francesca Margherita. Dopo il secondo parto, suor Virginia uscì varie volte dal convento per vedere la bambina in casa dell’Osio. Altre volte invece gliela portavano dentro il convento. L'Osio, in un primo tempo, affidò la piccola a una coppia di servitori, poi nel 1606 la riconobbe come propria figlia. 

L’assassinio di Caterina

In quello stesso anno una conversa del monastero, Caterina Cassini da Meda, messa in punizione da suor Virginia, minacciò di denunciare lei e le sue complici al vicario arcivescovile che pochi giorni dopo avrebbe visitato il monastero. Così, la sera del 28 luglio, Benedetta e Ottavia fecero entrare nel monastero l'Osio che uccise la conversa con tre colpi in testa e ne nascose il cadavere. Poi aprì un buco nel muro del monastero, per far credere a una sua fuga. 

Sospetti, indagini e crimini

Le voci sulla relazione fra Giovanni Paolo e la monaca cominciarono ugualmente a diffondersi, finché, durante il carnevale del 1607, in seguito all'omicidio del fabbro che aveva fatto le chiavi con cui Osio accedeva convento, forse autore di pettegolezzi, e al tentativo di assassinio dello speziale Rainiero Roncino, le autorità disposero l'arresto dell'Osio e il suo imprigionamento nel castello di Pavia. Di tutta la vicenda incomincia fu informato il governatore di Milano Pedro Enriquez Acevedo conte di Fuentes, che nel 1607 fece arrestare e incarcerare a Pavia Paolo Osio. Intanto anche il Cardinale Borromeo indagò sulla vicenda e tra luglio e agosto fece visita più volte al convento per parlare con le suore. Intanto il 28 settembre l'Osio fuggì dal carcere, tornò segretamente a Monza e ordinò a un bravo di uccidere lo speziale Roncino, colpevole di aver fatto rivelazioni sulla storia, e fece incolpare di questa morte il prete Arrigone, che fu arrestato. Il 25 novembre 1607 il Cardinale Borromeo fece condurre suor Virginia a Milano e la fece rinchiudere nel monastero di S. Ulderico, detto del Bocchetto. Due giorni dopo il vicario arcivescovile Girolamo Saracino diede avvio all'inchiesta nel monastero di S. Margherita. 

Suor Benedetta e Suor Ottavia

Il 29 novembre Suor Benedetta chiese a Osio di farla scappare insieme a Suor Ottavia. La sera stessa uscirono dal convento tramite un buco aperto nel muro e incontrarono l’uomo, che le condusse fuori città. Arrivati sul ponte del fiume Lambro Osio tentò di uccidere Suor Ottavia buttandola nel fiume e colpendola ripetutamente con l'archibugio sulla testa. La suora riuscì a sopravvivere, fu soccorsa e trasportata nel monastero di Sant’Orsola a Monza dove morì qualche giorno dopo per le ferite, dopo aver fornito la sua versione sulle delittuose vicende. Paolo Osio tentò di uccidere anche Suor Benedetta, buttandola in un pozzo. La suora si ruppe due costole e il femore ma sopravvisse, fu soccorsa e trasportata al monastero e qui iniziò a confessare. Nel pozzo in cui era stata gettata suor Benedetta, fu trovata anche la testa di Caterina e successivamente furono trovati i suoi resti nella casa dell’Osio. In seguito la casa, su istanza del Senato, fu distrutta mentre lui si rifugiò a Venezia. Furono arrestate anche le altre suore complici: Suor Candida Colombo e Suor Silvia Casati. 

Il processo a Suor Virginia

Iniziata l’inchiesta il 27 novembre 1607, il 22 dicembre a Milano Suor Virginia fu interrogata. Ella ammise la relazione con Gian Paolo Osio e l'assassinio della conversa, ma addossò completamente la colpa di tutto all’uomo e cercò di presentarsi come vittima di forze diaboliche avevano esercitato su di lei una forza irreversibile. La monaca descrisse con dovizia di particolari il tormentato rapporto di attrazione-repulsione con l'Osio, culminato, dopo una serie di galanterie e di colloqui, nella violenza sessuale di cui era stata vittima da parte del giovane, con la complicità delle monache Ottavia e Benedetta. Drammatici risultano dalla sua testimonianza gli sviluppi della vicenda: la relazione, le gravidanze, i tentativi di mortificazione e il ricorso a pratiche superstiziose e magiche per allontanare l'Osio, fino al drammatico epilogo dell'assassinio della conversa, del quale essa dichiarò di essere stata solo testimone. Durante il processo, tra l’altro, dichiarerà di aver cercato più volte di mettere fine alla relazione, eliminando le chiavi che permettevano a Osio l’accesso al monastero, meditando il suicidio e perfino diventando “coprofaga” delle feci dell’amante. Sostenne tuttavia di non esservi riuscita, perché vittima di un maleficio ordito dall’Osio, di cui sarebbero state testimonianza la presenza nel suo letto di “osse dei morti, ratti morti, corde di ferro uncini...” e una “calamita” che l’amante le aveva donato. Nel corso del secondo interrogatorio, il 14 giugno successivo, suor Virginia fu sottoposta a tortura, secondo la prassi giudiziaria del tempo, al fine di confermare la veridicità delle sue dichiarazioni.

La condanna di Paolo Osio

Il 2 gennaio 1608 Osio fu citato in giudizio per i due tentati omicidi, per l’omicidio di Caterina e per aver cercato di incolpare don Arrigone per l’uccisione del farmacista. Le indagini della giustizia laica, affidate al senatore Juan de Salamanca e al giudice Giovanni Francesco Torniello, si conclusero nel febbraio 1608, con la sentenza di condanna a morte in contumacia e di confisca di tutti i suoi beni (25 febbraio 1608). Dopo essersi rifugiato dai nobili Taverna a Milano, fu da loro ucciso a tradimento, a bastonate, nei sotterranei del loro palazzo (oggi Palazzo Isimbardi).

La sentenza e la reclusione

Intanto il processo a suor Virginia proseguì e furono raccolte diverse testimonianze sugli eventi. Si concluse il 18 ottobre 1608, quando venne letta la sentenza di colpevolezza che la condannava a essere murata a vita in una cella nella Casa delle donne convertite di S. Valeria di Milano. Il 27 luglio 1609, a conclusione del processo, fu emessa la sentenza contro le altre suore (Benedetta, Candida e Silvia) condannate ad essere murate vive a vita nel convento di S. Margherita. Le condizioni in cui suor Virginia visse dopo la condanna per oltre tredici anni erano durissime. La cella in cui si trovava era "larga tre braccia, lunga cinque” cioè circa 3 metri per 1,80 circa, con una sola stretta apertura nella parete ricevere il cibo e la luce per recitare il breviario. La cella era un luogo buio, umido e malsano, dove la donna doveva sopportare i rigori dell’inverno e il soffocante caldo dell’estate, in condizioni igieniche deprecabili. Viveva inoltre isolata da tutti e senza alcun contatto umano.

La liberazione

Il 25 settembre 1622, dopo circa 14 anni di segregazione, Suor Virginia espresse il suo pentimento e dopo ripetute richieste riuscì a incontrare il Cardinale Borromeo. In un primo momento il Cardinale aveva rifiutato l'incontro, ma poi si convinse del sincero pentimento della donna, che poté uscire dalla cella dov’era stata murata. Il Cardinale, anzi, la incaricò di scrivere delle lettere per le monache che attraversavano momenti di crisi.

Suor Virginia ovvero Marianna de Leyva morì il 7 gennaio 1650 a Milano presso la Casa di S. Valeria.

I Promessi Sposi e la Monaca di Monza

Ne I Promessi Sposi, Alessandro Manzoni riprende la figura della "Monaca di Monza”. Tuttavia cambia i nomi ai personaggi (suor Virginia è chiamata nel romanzo Gertrude, il suo amante Egidio) e colloca la vicenda in avanti nel tempo di alcuni anni (tra il 1628 e il 1630, oltre vent'anni dopo). Secondo il racconto di Manzoni, la ragazza è destinata al chiostro fin dalla nascita, ma ciò non sembra corrisponda alla verità storica. In una lettera del 26 giugno 1586 il padre parla delle prospettive matrimoniali di Marianna e di una dote di 7000 ducati. La svolta si verifica nel 1588, quando il padre si risposa, allontanandosi così definitivamente da Milano.

“…la sventurata rispose”

La giovane Gertrude nella narrazione di Manzoni viene indotta a entrare in convento con una costante e sottile opera di persuasione, iniziata fin dalla sua infanzia, alla quale poco alla volta ella si piega. La prima stesura del romanzo (il "Fermo e Lucia") tratta estesamente la vicenda della relazione con Egidio. Nella versione definitiva Manzoni preferì invece omettere questa parte, limitandosi a narrarne l'inizio con una frase divenuta proverbiale: quando l'uomo le rivolge la parola, "la sventurata rispose". Nel romanzo suor Gertrude, su richiesta di fra' Cristoforo, protegge Lucia in fuga da Lecco, ospitandola nel convento. Dapprima le si affeziona e la protegge ma poi la tradisce ed è complice del suo rapimento da parte dei bravi dell’Innominato.

 

Fonti e Bibliografia: 
Vita e processo di suor V.M. de L. monaca di Monza, a cura di U. Colombo, Milano 1985; 
G. Farinelli, La monaca di Monza nel tempo, nella vita e nel processo originale rivisto e commentato, Azzate 1999; 
Ripamonti, Historiae patriae. Decade V, lib. VI, Mediolani s.d., pp. 358-377; 
A.M. Tonucci, Virginia-Gertrude tra storia e romanzo: fascino e fortuna di un personaggio, ibid., pp. 871-924.
Enrico Guarneri, Monaca per sempre. Marianna de Leyva tra romanzo e documento, Sellerio, Palermo 2003.
Leyva, Virginia Maria de, in <Dizionario Biografico degli Italiani>, Treccani, Roma 2004.
Giuseppe Farinelli-Ermanno Paccagnini (a cura di), Vita e processo di suor Virginia Maria de Leyva, Monaca di Monza, Garzanti, Milano 1985.
Silvano Cavazzam La monaca di Monza e la grazia della filologia, Belfagor, Vol. 41, No. 6 (30 novembre 1986), pp. 621-632 (12 pages)

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