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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La madre di Cecilia

La peste a Milano
(cap. XXXIV dei Promessi sposi)
 
Il brano è tratto dal capitolo XXXIV dei Promessi sposi: c’è la peste, e Milano è una città sconvolta dal dilagare della morte. Renzo ne percorre le strade desolate, invase dai carri funebri e riecheggianti delle urla terribili dei monatti. Renzo, alla ricerca di Lucia, assiste a una tragica e commovente scena…

 

In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale  si faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo. Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo;

e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria in tanto pubblico lutto.

Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: «qua, monatti!». E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: «ora, ora». Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme?

come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

– O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!

Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi in mente l’itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli. […]

 

Analisi del testo

Renzo, alla ricerca di Lucia, in una via di Milano vede quattro carri fermi, sui quali i monatti caricano i cadaveri come sacchi vuoti al mercato. Mentre allunga il passo per allontanarsi, è colto da un’immagine pietosa. Vede una giovane donna uscire dall’uscio di una casa e dirigersi verso il carro dei monatti, portando in braccio il cadavere di una bambina di circa nove anni. L’aspetto della donna lascia trasparire “una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale”. È evidente che ella ha versato molte lacrime e che ha già su di sé i segni del contagio della peste. La piccola morta che porta in braccio è ben pettinata coi capelli divisi sulla fronte e indossa un vestitino bianco e lindo, agghindata come per una festa. La madre la tiene col capo eretto e appoggiato a sé come se fosse ancora viva, anche se un braccio che le cade abbandonato indica che la bambina è morta.

Un “turpe monatto” si avvicina alla donna per prendere il corpo della figlia, sia pure con un’esitazione e un rispetto inusuali, ma la donna si ritrae e chiede all’uomo di poter adagiare la bambina sul carro con le proprie mani. Poi mette una borsa con del denaro nelle mani del monatto e si fa promettere che la bambina sarà sotterrata così com’è vestita, senza “levarle un filo d’intorno“. Il monatto promette solennemente, anch’egli toccato da un sentimento di commozione, e fa posto alla piccola sul carro dei morti. La donna pone su di esso il cadavere della figlia, dopo averle dato un bacio, pone un velo bianco su di lei e le rivolge un estremo saluto, promettendo a Cecilia che presto la raggiungerà, assieme alla sorellina. La donna si rivolge ancora al monatto e gli dice che quella sera stessa dovrà ripassare da quella casa a prendere lei e l’altra sua figlia. Poi rientra in casa e poco dopo si affaccia a una finestra tenendo in braccio un’altra bambina più piccola, “viva, ma coi segni della morte in volto“, guarda il carro che si allontana e rientra infine nell’abitazione.

Renzo assiste alla scena toccante e, sopraffatto da un’emozione straordinaria, prima di proseguire il suo viaggio prega Dio di porre presto fine alle sofferenze della donna e della figlia superstite.

L’episodio è ispirato a un fatto realmente accaduto e descritto dal cardinal Borromeo nel De pestilentia (VIII, De miserandis casibus), uno scritto sulla peste del 1630.

La madre di Cecilia è consapevole del suo dolore e del dolore che la circonda. Ciò nonostante ha fede nel rito d’amore che sta compiendo nei confronti della figlia. Il comportamento della donna rappresenta per Manzoni un modello di amore e di fede, viste come l’unica possibilità di opporre una regola di civiltà al caos e alla morte. La madre di Cecilia riempie di umanità la morte e, in questo modo, la rende non la negazione dell’uomo, ma la sua estrema affermazione.

https://library.weschool.com/lezione/manzoni-promessi-sposi-capitolo-34-riassunto-e-commento-de-la-madre-di-cecilia-2055.html

https://promessisposi.weebly.com/capitolo-xxxiv.html

Esercizi di analisi del testo

  1. Dividi il testo in sequenze e sintetizzane il contenuto.
  2. Da quali sentimenti è colto Renzo quando assiste alla scena?
  3. Come viene descritta la bambina che la madre porta in braccio? Perché è vestita “come se andasse a una festa”?
  4. Perché la donna dice ai monatti di ripassare di lì la sera stessa?
  5. Come viene descritta la madre di Cecilia? Quale tecnica utilizza Manzoni nella descrizione?
  6. Spiega la similitudine che compare verso la fine del brano.
  7. In che modo l’autore riesce a suscitare la partecipazione emotiva del lettore? Indica quali sono gli elementi (gesti, parole, ecc.) che ti hanno colpito.

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CC BY-NC-SA 4.0 Manzoni, La madre di Cecilia by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.