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Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Da Albert Camus, La peste

 

Rieux e Paneloux agiscono entrambi per aiutare, per alleviare le sofferenze della popolazione. Essi però rispondono in modi divergenti, davanti alle manifestazioni dell’Assurdo. Rieux accetta il non-senso dell’esistenza e combatte contro di esso pur consapevole della sua inevitabile presenza. Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. Di fronte alla morte straziante di un fanciullo, Paneloux vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Il gesuita interpreta l’Assurdo in chiave teologica, rasentando l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore. Paneloux muore poco dopo la predica che ha sancito il culmine del suo percorso spirituale.

 

Il Padre pronunciò la sua seconda predica in un giorno di gran vento. […] Salì in pulpito e parlò con un tono dolce e riflessivo, e a parecchie riprese gli astanti notarono una certa esitazione nel suo discorso. Altra a cosa curiosa, egli non diceva più “voi”, ma “noi”.
Ciononostante, la sua voce a poco a poco diventò ferma. Cominciò col ricordare che da lunghi mesi la peste era in mezzo a noi e che ora, conoscendola noi meglio per averla veduta tante volte sedersi alla nostra tavola o al capezzale dei nostri cari, camminarci accanto e aspettare la nostra venuta nei luoghi del lavoro, proprio ora forse avremmo potuto accogliere meglio quello che ci diceva senza tregua e che, nella prima sorpresa, era possibile non avessimo ben ascoltato. Quanto Padre Paneloux aveva ormai predicato, nello stesso luogo, rimaneva vero, o almeno tale era la sua persuasione; ma fors’anche, come capitava a tutti, e se ne batteva il petto, egli lo aveva pensato e detto senza carità. Quello che rimaneva vero, tuttavia, era che in ogni cosa, sempre c’era da imparare; la prova più crudele era ancora benefica per il cristiano; e giustappunto quello che il cristiano, nella fattispecie, doveva cercare, era il suo beneficio, e di che il beneficio era fatto, e come si poteva trovarlo.
In questo momento gli ascoltatori sembrarono raccogliersi tra gli appoggiatoi dei banchi e disporvisi comodamente quanto potevano. Una delle imbottite porte d’ingresso sbatté, piano; qualcuno si mosse per fermarla. E Rieux, distratto da quest’agitazione, sentì appena Paneloux riprendere la predica. Egli diceva press’a poco che non bisognava tentare di spiegarsi lo spettacolo della peste, ma cercar d’imparare quello che si poteva impararne. Rieux capì confusamente che, secondo il Padre, non c’era nulla da spiegare. II suo interesse si destò quando Paneloux disse fortemente esservi cose che si potevano spiegare riguardo a Dio e altre che non si potevano.
Certamente vi erano il bene e il male e, in generale, ci si spiegava agevolmente quello che li separava; ma nell’ambito del male cominciava la difficoltà. C’erano, a esempio, il male apparentemente necessario e il male apparentemente inutile. C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte d’un bambino. Se infatti è giusto che il libertino sia fulminato, non si capisce la sofferenza dell’innocente. E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle. Del resto, nella vita Dio ci facilitava tutto, sino a lì la religione era senza meriti; ma qui, invece, ci metteva ai piedi d’un muro. Noi eravamo sotto le muraglie della peste e alla loro mortifera ombra bisognava che trovassimo il nostro beneficio. Padre Paneloux rifiutava anche di concedersi i facili vantaggi che gli avrebbero consentito di scalare il muro. Gli sarebbe stato facile dire che l’eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano, compensarlo della sofferenza, ma, in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l’eternità d’una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? Non sarebbe sicuramente un cristiano, il cui Maestro ha conosciuto il dolore nelle membra e nell’anima. No, il Padre sarebbe rimasto ai piedi del muro, fedele al supplizio di cui la croce è il simbolo, di fronte alla sofferenza d’un bambino. E avrebbe detto senza paura a coloro che in quel giorno Io ascoltavano: “Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?”
Rieux ebbe appena il tempo di pensare che il Padre rasentava l’eresia, e l’altro, ormai riprendeva, con forza, che tale ingiunzione, tale pura esigenza, era il beneficio del cristiano. Era anche la sua virtù. Il Padre sapeva che quanto vi era d’eccessivo nella virtù di cui stava parlando avrebbe urtato molti spiriti, abituati a una morale più indulgente e più classica; ma la religione del tempo di peste non poteva essere la religione di tutti i giorni, e se Dio poteva ammettere, e anche desiderare, che l’anima riposi e si allieti nei tempi felici, egli la voleva eccessiva negli eccessi della sventura. Dio, oggi, dava alle sue creature il vantaggio di metterle in una sventura tale da dover ritrovare o assumere la più grande virtù, quella del Tutto o Nulla.
[…] “Fratelli miei”, disse infine Paneloux, annunciando che stava per concludere, “l’amore di Dio è un amore difficile: suppone un totale abbandono di se stessi e il disprezzo per la propria persona. Ma lui, solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla e non si può che volerla. Ecco la difficile lezione che volevo dividere con voi; ecco la fede, crudele agli occhi degli uomini, decisiva agli occhi di Dio, a cui bisogna avvicinarsi. A questa terribile immagine bisogna che ci adeguiamo; in cima, tutto si confonderà e si eguaglierà, la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente. Per questo, in molte chiese del Mezzogiorno della Francia, gli appestati dormono da secoli sotto le lastre del coro e i preti parlano al disopra dei loro sepolcri, e lo spirito ch’essi propagano sorge da quella cenere a cui anche i bambini hanno portato la loro parte”.

 

Quando Rieux uscì, un fortissimo vento s’ingolfò per la porta semiaperta, assalendo in piena faccia i fedeli; portava nella chiesa un odore di pioggia, un effluvio di marciapiedi bagnato che lasciava indovinare l’aspetto della città prima che fossero usciti. […]
A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.
“Paneloux ha ragione”, disse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuol perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.
L’osservazione di Tarrou permette d’illuminare un po’ gli avvenimenti sfortunati che seguirono e in cui la condotta di Paneloux sembrò incomprensibile a coloro che gli stavano intorno? Se ne giudicherà.
Pochi giorni dopo la predica, infatti, Paneloux si occupò del trasloco. Il Padre dovette lasciare l’appartamento in cui il suo Ordine lo aveva alloggiato per andare presso una vecchia signora frequentatrice di chiese e ancora immune dalla peste. Durante il trasloco, il Padre si era sentito crescere la stanchezza e l’angoscia e per questo perdette la stima della sua padrona di casa. […] Una sera accadde che al momento di coricarsi, con la testa che gli pulsava, egli si sentì liberare ai polsi e alle tempie il flusso scatenato d’una febbre che covava da parecchi giorni.
Il seguito non lo si venne a sapere che dai racconti della sua ospite. La mattina, essa si era alzata presto, secondo la sua abitudine. Dopo un certo tempo, stupita di non veder il Padre uscire dalla sua camera si era decisa, con molte esitazioni, a bussare alla porta. Lo aveva trovato ancora a letto, dopo una notte d’insonnia. Soffriva d’oppressione e sembrava più congestionato del solito. Secondo le sue parole, lei gli aveva gentilmente proposto di far chiamare un medico, ma la cosa era stata respinta con una violenza considerata da lei riprovevole. Non le restava altro che andarsene. Un po’ più tardi, il Padre aveva suonato, chiedendo di lei. Si era scusato del suo scatto d’umore, dichiarandole che non poteva trattarsi di peste, che non ne accusava nessun sintomo, e che doveva essere una stanchezza passeggera. La vecchia dama gli aveva risposto con dignità che la sua proposta non era nata da un’inquietudine del genere, che lei non mirava alla propria sicurezza, posta nelle mani di Dio, ma che aveva soltanto pensato alla salute del Padre, di cui si stimava, in parte, responsabile. Ma siccome lui non aggiungeva parola, la sua ospite, desiderosa, a volerle credere, di far tutto il suo dovere, gli aveva ancora proposto di far chiamare il suo medico.
Il Padre, di nuovo, aveva rifiutato, ma aggiungendo spiegazioni che la vecchia dama aveva giudicato assai confuse. […] La vecchia dama ancora esitava a chiamare un medico e a contrariare il suo malato. Poteva essere un semplice attacco di febbre, per quanto spettacolare sembrasse.
Ciononostante, nel pomeriggio essa cercò di parlare al prete e […] con una voce di cui essa notò il tono stranamente indifferente, lui disse che stava male, che non aveva bisogno di medico e che sarebbe bastato portarlo all’ospedale, in modo che tutto fosse in regola. Spaventata, la vecchia dama corse al telefono.
Rieux giunse a mezzogiorno. Al racconto della signora rispose soltanto che Paneloux aveva ragione e che doveva essere troppo tardi. Il Padre lo accolse con la stessa aria indifferente. Rieux lo visitò e fu sorpreso di non trovare nessuno dei sintomi principali della peste bubbonica o polmonare, se non l’ingorgo e l’oppressione dei polmoni. In ogni modo, il polso era basso e lo stato generale preoccupante: c’era poca speranza.
“Lei non ha nessuno dei sintomi principali della malattia”, egli disse a Paneloux,. “ma ho un dubbio, in realtà, e io la debbo isolare”.
Il Padre sorrise bizzarramente, quasi con cortesia, ma tacque. Rieux uscì per telefonare e tornò. Guardava il Padre.
“Le starò vicino”, gli disse con dolcezza.
L’altro sembrò, rianimarsi e girò verso il dottore degli occhi dove sembrava tornato un certo calore. Poi sillabò difficilmente, in modo ch’era impossibile sapere se lo dicesse con tristezza o no: “Grazie. Ma i religiosi non hanno amici; essi hanno posto ogni cosa in Dio”.
Domandò il crocifisso, che si trovava a capo del letto; e quando lo ebbe, si voltò per guardarlo.
All’ospedale, Paneloux non dischiuse i denti. Si abbandonò come un oggetto a tutte le cure che gli imposero, ma non lasciò più il crocifisso. Tuttavia, il caso del prete continuava a essere ambiguo. Il dubbio persisteva nella mente di Rieux. Era la peste, e non era. Da qualche tempo, d’altronde il contagio prendeva gusto a sviare le diagnosi. Ma nel caso di Paneloux, il seguito doveva, mostrare che l’incertezza non contava niente.
La febbre aumentò, La tosse si fece sempre più rauca e torturò il malato tutto il giorno. La sera, finalmente, il Padre espettorò l’ovatta che lo soffocava: era rossa. In mezzo al tumulto della febbre, Paneloux conservava il suo sguardo indifferente e quando, la mattina del giorno dopo, lo trovarono morto, quasi riverso fuori dal letto, il suo sguardo non esprimeva nulla. Sulla sua scheda fu scritto: “Caso dubbio”.

 

Dalla prima predica di Paneloux (Secondo Capitolo)

 

Se oggi la peste vi guarda, vuol dire che il momento di riflettere è venuto. I giusti non possono temere, ma i malvagi hanno ragione di tremare. Nell’immenso granaio dell’universo il flagello implacabile batterà la messe umana sino a che la paglia sia divisa dal grano. Ci sarà più paglia che grano, ci saranno più chiamati che eletti e la sventura non è stata voluta da Dio. Troppo a lungo il mondo è venuto a patti col male, troppo a lungo si è riposato sulla misericordia divina. Bastava il pentimento, tutto era permesso.
E per il pentimento, ciascuno si sentiva forte. Venuto il momento, lo si proverebbe sicuramente. Di qui, la cosa più facile era lasciarsi andare, la misericordia divina avrebbe fatto il resto. Ebbene, questo non poteva durare! Dio, che per tanto tempo ha chinato sugli uomini di questa città il suo volto di pietà, stanco di aspettare, deluso nella sua eterna speranza, ora ne ha distolto lo sguardo. Privi della luce di Dio, eccoci per molto tempo nelle tenebre della peste! […]

 

Camus Albert, La peste, Bompiani

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Camus, L’atroce agonia di un bambino

Camus, L’atroce agonia di un bambino

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, L’atroce agonia di un bambino

Da Albert Camus, La peste

 

Nella descrizione della morte del piccolo Othon lo stile dell’opera non è più impersonale, ma denso di umana partecipazione. Con drammatico realismo Camus descrive i sintomi della peste: eccessiva sudorazione, accelerata e difficoltosa respirazione, accessi di febbre. Con la bocca e gli occhi chiusi, il bambino si trasforma in un essere disumano, con artigli al posto delle mani e un viso plumbeo. I movimenti del corpo del fanciullo esprimono l’asprezza della lotta. Il bambino in agonia assume “una grottesca posa di crocifisso”. La lotta fanciullo contro la peste diviene simbolo delle sofferenze dell’umanità. L’episodio è significativo perché per la prima volta tutti i personaggi protagonisti prendono fino in fondo coscienza della tragedia che li circonda. Un personaggio in particolare, Padre Paneloux, viene sconvolto da quell’esperienza. La morte del figlio di Othon è il simbolo dell’Assurdo ed esplica il senso di impotenza e di insignificanza davanti all’esistenza e alla condizione umana.

 

Negli ultimi giorni d’ottobre fu tentato il siero di Castel: praticamente, era l’ultima speranza di Rieux. Nel caso di un nuovo scacco, il dottore era persuaso che la città sarebbe stata in balìa dei capricci del contagio, sia che il male prolungasse i suoi effetti ancora per molti mesi, sia che decidesse di fermarsi senza ragione.
La vigilia stessa del giorno in cui Castel andò a trovare Rieux, il figlio di Othon era caduto malato e tutta la famiglia si era dovuta mettere in quarantena. […]
Quanto al ragazzo, fu trasportato all’ospedale ausiliario, in una ex-aula scolastica, dov’erano stati messi dieci letti. Dopo una ventina d’ore, Rieux giudicò disperato il caso. Il piccolo corpo si lasciava divorare dall’infezione senza reagire per nulla. Minutissimi bubboni, dolorosi, ma appena formati, bloccavano le articolazioni delle gracili membra. Era un vinto, sin dal principio. Per questo Rieux pensò di sperimentare su di lui il siero di Castel. La sera stessa, dopo cena, praticarono la lunga inoculazione, senza, ottenere la minima reazione, dal ragazzo. All’alba del giorno dopo, tutti si recarono presso il piccolo malato per giudicare di questa decisiva esperienza.
Il ragazzo, uscito dal torpore, si rotolava convulsamente nelle lenzuola. Il dottor Castel e Tarrou, dalle quattro della mattina gli stavano accanto, seguendo passo passo i progressi o le pause della malattia. A capo del letto, il corpo massiccio di Tarrou era un po’ curvo; in fondo al letto, seduto vicino a Rieux in piedi, Castel leggeva, con aria del tutto calma, un vecchio libro. A poco a poco, via via che il giorno cresceva nella ex-aula scolastica, arrivavano gli altri. Paneloux, prima, che si mise dall’altra parte del letto, relativamente a Tarrou, e addossato alla parete. Un’espressione dolorosa gli si leggeva sul volto e la stanchezza di tutti quei giorni, in cui aveva pagato di persona, gli aveva tracciato rughe sulla fronte congestionata. […] Giunsero Joseph Grand e Rambert. Castel, sempre seduto, guardava Rieux disopra degli occhiali:
“Ha notizie di suo padre?”
“No”, disse Rieux, “è nel campo d’isolamento”.
Il dottore stringeva con forza la sbarra del letto in cui gemeva il ragazzo; non lasciava con gli occhi il piccolo malato, che s’irrigidì all’improvviso e, coi denti di nuovo stretti, s’incavò un poco all’altezza della vita, aprendo lentamente le braccia e le gambe. Dal corpicino, nudo sotto la coperta militare, saliva un odore di lana e d’acre sudore. Il ragazzo si stese a poco a poco, ricondusse, braccia e gambe verso il centro del letto e, sempre cieco e muto, sembrò respirare più in fretta. Rieux incontrò lo sguardo di Tarrou, che distolse gli occhi.
Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.
Proprio allora il ragazzo, come morso allo stomaco, si piegava di nuovo, con un flebile gemito. Restò incavato per lunghi attimi, scosso da brividi e da tremiti convulsi, come se la sua fragile carcassa piegasse sotto il vento furioso della peste e scricchiolasse sotto i ripetuti soffi della febbre. Passata la burrasca, si stese un poco, la febbre sembrò ritirarsi, e abbandonarlo, ansante, s’un greto umido e avvelenato, dove il riposo ormai somigliava alla morte. Quando il flutto ardente lo raggiunse di nuovo, per la terza volta, e lo sollevò un poco, il ragazzo si accartocciò, si rifugiò in fondo al letto nello spavento della fiamma che lo bruciava e agitò follemente la testa, buttando via la coperta. Grosse lacrime, spuntando dalle palpebre infiammate, cominciarono a scorrere sul volto plumbeo, e alla fine della crisi, contraendo le gambe ossute e le braccia, la cui carne si era dissolta in quarantotto ore, il ragazzo prese, nel letto devastato, una grottesca posa di crocifisso.
Tarrou, chinandosi, asciugò con la greve mano il piccolo volto intriso di lacrime e di sudore. Da un momento Castel aveva chiuso il libro e guardava il malato. Cominciò una frase, ma fu costretto a tossire per poterla terminare: la sua voce improvvisamente stonava.
“Non ha avuto la tregua mattutina, nevvero, Rieux?”
Rieux disse di no, ma che il ragazzo resisteva da più tempo che se fosse stato normale. Paneloux, che sembrava un po’ accasciato contro la parete, disse allora sordamente:
“Se ha da morire, avrà sofferto più a lungo”.
Rieux si voltò vivamente verso di lui e aprì la bocca senza parlare, ma tacque, fece uno sforzo visibile per dominarsi, e ricondusse lo sguardo sul ragazzo.
[…] Lungo le pareti a calce la luce passava dal rosa al giallo. Dietro i vetri una mattina di caldo cominciava a crepitare. Appena si sentì Grand che se ne andava, dicendo che sarebbe tornato; tutti aspettavano. Il ragazzo, con gli occhi chiusi, sembrava calmarsi un poco. Le mani, divenute simili ad artigli, tormentavano adagio le sponde del letto; risalivano, grattavano la coperta presso le ginocchia, e all’improvviso il ragazzo piegò le gambe, si portò le cosce sul ventre, rimanendo immobile. Allora aprì gli occhi per la prima volta e guardò Rieux che si trovava davanti a lui. Nel cavo del volto ora rappreso in un’argilla grigia la bocca si aprì e quasi subito ne uscì un solo grido continuo, graduato appena dalla respirazione, che colmò immediatamente la sala d’una protesta monotona, discorde, e sì poco umana che sembrava provenisse da tutti gli uomini in una volta. Rieux stringeva i denti e Tarrou si voltò da una parte. Rambert si avvicinò al letto, accanto a Castel che chiuse il libro, rimasto aperto sulle sue ginocchia. Paneloux guardò quella bocca infantile, insozzata dalla malattia, piena d’un grido di dolore e si lasciò scivolare in ginocchio. Tutti trovarono naturale di sentirlo dire con voce un po’ soffocata ma distinta dietro il pianto anonimo che non cessava:. “Mio Dio, salva questo ragazzo”.
Ma il ragazzo continuava a gridare, e tutt’intorno a lui i malati si agitarono. Quello le cui esclamazioni non erano cessate, all’altro capo della stanza, precipitò il ritmo del suo lamento sino a farne, anche lui, un vero grido, mentre gli altri gemevano sempre più forte. Una marea di singulti traboccò nella sala, coprendo la preghiera di Paneloux, e Rieux, sempre aggrappato alla sbarra del letto, chiuse gli occhi, ubriaco di stanchezza e di disgusto.
Quando li riaprì, si trovò vicino Tarrou.
“Bisogna che me ne vada”, disse Rieux, “Non posso più sopportarli”.
Ma improvvisamente gli altri malati tacquero; il dottore riconobbe allora che il grido del ragazzo s’era indebolito, che scemava ancora e che stava per finire. Intorno a lui i lamenti riprendevano, ma sordamente, e come un’eco lontana della lotta appena conclusa. Si era conclusa infatti. Castel era passato dall’altra parte del letto, e disse ch’era finita. Con la bocca aperta, ma muta, il ragazzo riposava nella buca delle coperte in disordine, rimpiccolito di colpo, con resti di lacrime sul viso.
Avvicinatosi al letto, Paneloux fece i gesti della benedizione. Poi raccolse la sua roba e uscì dal corridoio centrale.
“Bisogna ricominciare tutto?” domandò Tarrou a Castel.
Il vecchio dottore scuoteva la testa.
“Forse” disse con un sorriso contratto. «Dopo tutta ha resistito più a lungo”.
Ma Rieux lasciava ormai la sala, con un passo sì precipitoso e con una tale aria, che quando oltrepassò Paneloux, questi tese un braccio per trattenerlo.
“Andiamo, dottore”, gli disse.
Con lo stesso agitato trasporto, Rieux, voltandosi, gli buttò, con violenza:
“Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!”
Poi si voltò e passando le porte della sala prima di Paneloux, raggiunse il fondo del cortile scolastico. Sedette s’una panca, tra gli alberelli polverosi, e si asciugò il sudore che ormai gli colava negli occhi. Aveva voglia di gridare ancora, per sciogliere, infine, il nodo violento che gli ingombrava il cuore. Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante. Rieux si lasciò andare sulla panca; guardava i rami, il cielo, ritrovando a poco a poco il respiro, eliminando a poco a poco la stanchezza.
‘“Perché avermi parlato con tanta collera?” disse una voce dietro di lui. «Anche per me, lo spettacolo era insopportabile”.
Rieux si voltò verso Paneloux.
“È vero”, disse, “mi scusi. Ma la stanchezza fa impazzire. Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta”.
“Capisco”, mormorò Paneloux. “È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire”.
Rieux si alzò di scatto; guardava Paneloux con tutta la forza e la passione di cui era capace, e scuoteva la testa.
“No, Padre, disse “io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”.
Sul viso di Paneloux passò, un’ombra di turbamento.
“Dottore”, fece con tristezza, “ora ho capito quello che chiamano la grazia”.
[…] Dopo essere entrato nelle formazioni sanitarie, Paneloux non aveva lasciato gli ospedali e i luoghi dove s’incontrava la peste. Si era messo, tra i salvatori, al posto che gli pareva dovesse essere il suo, ossia al primo. Gli spettacoli di morte non gli erano mancati e sebbene, di regola fosse protetto dal siero, il pensiero della propria morte non gli era rimasto estraneo. Apparentemente aveva sempre conservato la calma; ma dal giorno in cui aveva guardato a lungo morire un bambino, sembrò cambiato; una tensione crescente gli si leggeva sul viso.
[…]

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Le epidemie nella letteratura

Le epidemie nella letteratura

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Le epidemie nella letteratura

 >>> Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

Riferimenti alle epidemie si ritrovano nella letteratura, nell’arte e nella storia di ogni civiltà. Le epidemie creano angoscia e terrore perché seminano morti a migliaia nello stesso momento. La malattia e la morte individuale sono una tragedia del singolo e della sua famiglia, mentre la morte in massa aggiunge il senso della catastrofe, del flagello, della fine collettiva.
Molte sono le opere letterarie in cui si descrivono pestilenze. Tra le molte si possono ricordare:

Omero, Iliade (Libro Primo)

Nel Libro Primo dell’Iliade Omero narra che durante il decimo anno della guerra di Troia Crise, sacerdote di Apollo, si reca da Agamennone per farsi riconsegnare la figlia Criseide, che il re acheo teneva con sé come schiava. Il sovrano greco lo maltratta e respinge la sua richiesta, ordinandogli di andarsene e di non farsi mai più vedere. Disperato, Crise scongiura Apollo di punire gli Achei per il grave affronto. Apollo, infuriato discende dall’Olimpo e comincia a colpire animali e uomini del campo greco con l’infallibile mira del suo arco d’argento con cui scaglia dardi avvelenati, gettando una pestilenza su tutto l’accampamento. Dopo dieci giorni, Achille indice un’assemblea di tutti gli Achei ed esorta l’indovino Calcante a rivelare quali siano le cause della pestilenza. L’indovino spiega che il motivo della pestilenza va ricercato nell’ira di Apollo, dovuta al maltrattamento subito dal suo sacerdote da parte di Agamennone. Questi inveisce contro Calcante, accusandolo di vaticinare solo cose funeste e ne nasce un litigio con Achille. Dopo molti insulti e parole ingiuriose, Agamennone acconsente a liberare Criseide, ma decide in cambio di prendere per sé Briseide, la schiava di Achille. L’eroe, offeso nel suo orgoglio, a stento è trattenuto dal farsi giustizia da parte di Atena e annuncia che non combatterà più a fianco di Agamennone. Questi dà ordine di liberare Criseide e di condurre Briseide nella sua tenda […]

 

Sofocle, Edipo re

La tragedia di Sofocle Edipo re viene messa in scena per la prima volta tra il 430 e il 420 a.C. ad Atene e fa parte con altre due tragedie, l’Edipo a Colono e l’Antigone, del ciclo tebano.
L’opera narra di come Edipo, re di Tebe, nel breve volgere di un solo giorno venga a conoscere l’orrenda verità sul suo passato: inconsapevole ha infatti ucciso il proprio padre per poi generare figli con la propria madre. Sconvolto da queste rivelazioni, Edipo si acceca e va in esilio. La tragedia si apre con i cittadini di Tebe che chiedono aiuto al re Edipo per fermare una pestilenza che li sta decimando. Creonte, fratello di Giocasta, inviato a Delfi per interrogare l’oracolo, riferisce che la causa della pestilenza è dovuta al fatto che l’assassinio del precedente re Laio è rimasto impunito e che l’assassino vive tra le mura della città. Interrogato da Edipo, il vecchio indovino cieco Tiresia svela che proprio lui è l’assassino. Dapprima incredulo, Edipo scoprirà però con certezza che invece davvero quella è la verità.

 

Tucidide, La guerra del Peloponneso (La Peste di Atene)

La guerra del Peloponneso (seconda metà del sec. V a.C.) è una pietra miliare della storiografia antica. Nella visione razionalistica e laica di Tucidide, la storia viene ricondotta a motivazioni sociali, economiche e psicologiche, proprie della natura umana, mentre non trovano spazio la fatalità, gli dei o le considerazioni morali. La sete di potere è il principale movente di popoli, Stati e individui e la guerra è considerata un fattore fondamentale della storia. Al centro dell’opera vi è la guerra tra Atene e Sparta.
All’interno del racconto che si propone di narrare la guerra del Peloponneso, Tucidide dedica una sezione importante del II libro delle sue Storie all’irrompere della peste in Attica, nell’estate del secondo anno di guerra (430 a.C.). Il diffondersi dell’epidemia è favorito dal fatto che tutta la popolazione dalle campagne si trova ammassata in città o lungo le mura. Gli effetti sono subito molto gravi, anche perché nessuno sembra in grado di frenare la malattia: «in nessun luogo si aveva memoria di una pestilenza così grave e di una tale moria di persone. Infatti non erano in grado di fronteggiarlo né i medici, che all’inizio prestavano le loro cure senza conoscerne la natura, e anzi erano i primi a morire in quanto più degli altri si accostavano agli infermi, né nessun’altra arte di origine umana; ugualmente le suppliche nei santuari, il ricorso a oracoli e altre cose del genere, tutto si rivelò inutile; e alla fine, sopraffatti dalla sventura, rinunciarono a qualsiasi tentativo». (47, 3-4).
La novità e la gravità della malattia fanno sorgere il sospetto di un complotto ordito dagli Spartani: «Su Atene si abbatté all’improvviso; dapprima colpì le persone al Pireo, tanto che qui si disse che i Peloponnesiaci avevano avvelenato i pozzi…». (48, 2)
Tucidide descrive la sintomatologia del morbo e soprattutto le conseguenze dell’epidemia sulla società ateniese. L’inutilità dei rimedi provoca un generale scoraggiamento fino a sfociare nella disperazione. Il disordine e l’anarchia si insinuano nella vita quotidiana: gli individui cercano di appagare i propri istinti senza più alcuna inibizione. Si persegue il piacere egoistico a scapito di qualsiasi finalità comune. Molti muoiono in solitudine, abbandonati dai parenti timorosi del contagio. Le regole della vita civile sono sovvertite: le norme sulle sepolture vengono stravolte e capita perfino che i cadaveri non vengano neppure sepolti o siano ammucchiati nei santuari: «Poiché non c’erano case disponibili ed essi vivevano in tuguri che la stagione rendeva soffocanti, la strage avveniva in piena confusione: i corpi dei morti erano ammucchiati gli uni sugli altri, e si vedevano uomini mezzo morti rotolarsi per le strade e intorno a tutte le fontane spinti dal desiderio di bere. I santuari in cui avevano preso dimora erano colmi di cadaveri […] Tutte le usanze funerarie precedentemente in vigore furono sconvolte e ciascuno provvedeva alla sepoltura come poteva».(52, 2-4)

 

Lucrezio, De rerum natura sulla Peste di Atene

La ripresa forse più famosa del testo di Tucidide è quella del De rerum natura di Lucrezio (VI 1138-1286), poeta latino. La descrizione della peste di Atene chiude il poema di Lucrezio, in un quadro drammatico e dalle tinte fosche. I versi del De rerum natura traducono spesso da vicino le pagine tucididee, ma lo sguardo del poeta-filosofo si sofferma a descrivere sintomi e andamento del male per dimostrarne le cause solo naturali, per nulla attribuibili a un castigo divino.

Virgilio, Georgiche (brano sulla peste del Nòrico)

Sempre a Roma, Virgilio descrive la peste nel Norico (Georgiche III 470-556), nella regione orientale delle Alpi. Qui le vittime sono gli animali, sia domestici che selvatici, di terra o di mare: nondimeno gli effetti sono terribili e tali da far regredire l’umanità a uno stadio primitivo. Senza buoi non si riesce più ad arare i campi, la contaminazione degli animali sacri rende impossibile celebrare i sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i lupi che cessano di minacciare le pecore.

 

Giovanni Boccaccio, Decameron

La peste del 1300 non è il tema della narrazione ma la cornice del Decameron di Giovanni Boccaccio. Nel 1348 a Firenze c’è la peste e si muore. Dieci giovani si isolano in una villa di campagna e ogni giorno ciascuno di essi racconta una storia, mentre la peste dilania la città. Cento storie per dieci giorni, dieci storie al giorno: tanto basta perché si attenuino la paura e la malattia.
Nell’introduzione del Decameron la descrizione della peste non è fine a se stessa, ma rende più marcata la piacevolezza del modello di vita della “brigata” dei giovani. La peste distrugge norme e valori su cui si fonda la convivenza civile. Le autorità si rivelano impotenti e non trovano il modo di affrontare efficacemente la pestilenza, adottando adeguate misure di prevenzione. I medici si rivelano del tutto incapaci di curarla e spesso a loro si affiancano individui che nulla sanno di medicina. La peste si diffonde con grande virulenza. Mutano gli stili di vita: alcuni si isolano e cercano di evitare ogni rapporto con chi possa essere portatore della malattia. Altri pensano bene di approfittare della situazione e di godere più che possono, poiché il tempo a loro disposizione potrebbe essere molto breve. Così, frequentano le taverne giorno e notte ubriacandosi ed entrano nelle case per appropriarsi di beni altrui. Persino i parenti, i genitori e i figli, si evitano, poiché la paura della morte vince anche i legami di sangue. Alcuni servi, attirati dalla possibilità di lauti e spropositati compensi, si rendono disponibili ad assistere i malati, ma spesso ne pagano le conseguenze, perché loro stessi contraggono la malattia e muoiono. La peste e la sua rappresentazione, per contrasto, danno risalto alla dilettevole convivenza dei personaggi-narratori e rendono accettabile la narrazione di storie talvolta scandalose e trasgressive rispetto alla morale comune del tempo.

 

Edgar Allan Poe, La maschera della morte rossa

La maschera della morte rossa, racconto horror di E.A. Poe. Una terribile epidemia devasta il paese. Un principe cerca di sottrarsi alla “morte rossa” isolandosi in una delle sue abbazie assieme a un migliaio di amici, scelti tra le dame e i cavalieri di corte. Tra quelle solide mura essi si sentono al sicuro, protetti dalla pestilenza, e trascorrono il tempo tra feste e danze. Ma durante una sfarzosa festa in maschera…

 

Daniel Defoe, Diario dell’anno della peste

Daniel Defoe (autore del Robinson Crusoe) scrisse Diario dell’anno della peste nel 1722 facendo riferimento all’epidemia che colpì Londra nel 1665. L’opera assume i tratti di un’autobiografia, ma la persona che tiene il diario non è Defoe, bensì un personaggio inventato, il sellaio H.F. L’apparenza è quella di una cronaca fedele dell’anno del contagio, ma è stata scritta a più di 50 anni di distanza. Eppure contiene statistiche, interviste, stralci di articoli: sembra un grande reportage dal vivo, e invece è un’opera di finzione.

 

Alessandro Manzoni, I promessi sposi (capp. XXXI-XXXII)

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia di peste che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXI–XXXII dei Promessi sposi, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.
L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto. La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro “confessioni” erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo. L’11 giugno 1630 si svolse una  processione che vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo. Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.

Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame

Manzoni racconta nella Storia della colonna infame, pubblicata in appendice all’edizione del 1840 dei Promessi sposi, le vicende legate ad una colonna eretta a Milano al tempo della peste. Già ne aveva ampiamente trattato nel 1777 Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura. Nel 1630 furono arrestati, a lungo torturati, processati e atrocemente giustiziati due presunti “untori”, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, accusati di aver usato unguenti per spargere la peste. La casa del Mora fu demolita e al suo posto fu eretta una colonna, detta infame, e una lapide che recava la descrizione dei fatti accaduti, a memoria della “giustizia” compiuta. Sia Verri che Manzoni sono inorriditi dal male consumato prima e dopo la sentenza capitale, ma l’uno guarda all’oscurità dei tempi e alle tremende istituzioni, mentre l’altro appunta la sua attenzione sulle responsabilità individuali dei giudici. Nel 1778 la Colonna infame fu abbattuta, essendo ormai divenuta una testimonianza d’infamia non a carico del condannato, ma per i giudici.

 

Jack London, La peste scarlatta

La peste scarlatta di Jack London fu scritto nel 1912. Nell’anno 2013, in un mondo dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria, scoppia un’epidemia che in breve tempo cancella l’intera razza umana. Sessant’anni dopo, nello scenario post-apocalittico di una California ripiombata nell’età della pietra, un vecchio, uno dei pochissimi superstiti, di fronte a un pugno di ragazzi selvaggi – i nipoti degli altri scampati – riuniti intorno a un fuoco dopo la caccia quotidiana, racconta come la civiltà sia andata in fumo e ritornata all’età della pietra, allorché l’umanità, con il pretesto del morbo inarrestabile, è giunta con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie. L’umanità non è stata travolta dalla malattia, ma la malattia – figlia di un’epoca iper-industrializzata e disumana – è stata la scusa grazie alla quale gli uomini, con lo scopo di sopravvivere, si sono sopraffatti l’un l’altro. La peste scarlatta è uno dei grandi testi visionari di Jack London.

https://www.adelphi.it/libro/9788845924118

 

Thomas Mann, La montagna incantata

La montagna incantata (titolo originale Der Zauberberg), o più letteralmente La montagna magica, è un romanzo di Thomas Mann, pubblicato nel 1924.
Hans Castorp recatosi a trovare un cugino in sanatorio dove si cura la tubercolosi, finisce col restarvi, ammalatosi a sua volta, per sette anni. A contatto con il microcosmo del sanatorio, vero e proprio panorama di tutte le correnti di pensiero, il suo carattere subisce un’evoluzione: passa attraverso la malattia, l’amore (la signora Chauchat), il razionalismo e la gioia di vivere (Settembrini), il pessimismo irrazionale (Naphta), senza che nessuna di queste posizioni lo converta. Ma in mezzo a tante forze contrastanti Castorp trova il suo equilibrio. Scoppia la guerra nel 1914 e Hans viene strappato da questa magica e raffinata atmosfera per essere gettato sui campi di battaglia dove la sua sorte resta incerta, ma immersa in un clima di morte.

https://www.corbaccio.it/libri/la-montagna-incantata-9788863801682

https://www.letteratour.it/tesine/A06mannT01.asp

http://www.mangialibri.com/libri/la-montagna-incantata

 

Albert Camus, La peste

Il romanzo La peste (1947) di Albert Camus è ambientato a Orano, in Algeria, negli anni ‘40. Bernard Rieux, medico francese, trova un topo morto sulla soglia di casa, ma non ha tempo per preoccuparsene perché deve accompagnare alla stazione la moglie, molto malata, che ha bisogno di sottoporsi a un ciclo di cure che non può avere in città. Passano i giorni e i topi continuano a morire. La stampa parla di seimila ratti morti al giorno. Gli abitanti di Orano sono sconcertati, finché all’improvviso la situazione sembra tornare alla normalità: la moria di topi finisce. Quando però il portinaio Michel si ammala gravemente e in pochi giorni muore muore, Rieux capisce che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo. Sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi: Rieux e l’anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste. Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene messa in quarantena…
La peste si presenta come una riflessione allegorica sul male e sul recente trauma della guerra, che ancora pesano sulle coscienze europee: come il male, la peste non viene mai debellata del tutto, ma resta latente in attesa dell’ambiente propizio per una nuova esplosione. Il romanzo racconta di come nell’emergenza, nella sospensione della normalità, vengano fuori i lati peggiori, ma anche quelli migliori, delle persone.

 

Josè Saramago, Cecità

Cecità è un romanzo del premio Nobel portoghese Josè Saramago, pubblicato nel 1995. Un automobilista fermo al semaforo all’improvviso diventa cieco, di una cecità particolare, perché l’uomo vede tutto bianco. Un ladro di automobili approfitta del suo malessere per derubarlo della sua vettura, offrendosi di riaccompagnarlo a casa. L’automobilista racconta alla moglie quanto gli è accaduto e i due si recano da un oculista, dove trovano un vecchio con una benda nera su un occhio, un ragazzino che sembrava strabico, accompagnato da una donna, e una ragazza dagli occhiali scuri. Tutti hanno lo stesso tipo di cecità: un bianco lattiginoso che impedisce loro di vedere. Anche il medico, che non sa darsi spiegazioni scientifiche viene contagiato di lì a poche ore. In breve tempo tutta la città viene infettata e i malati, il cui numero aumenta esponenzialmente, vengono messi in quarantena in un manicomio. In mezzo a loro una donna, la moglie del medico, è immune dalla malattia, ma finge di essere cieca, pur di rimanere vicina al marito. Si tratta certamente di una figura positiva, che si sacrifica per la salvezza degli altri, ma non riesce ad esimersi dalla violenza, in una realtà dove predomina la legge del più forte. L’epidemia svela la parte più terribilmente autentica della natura umana: nel manicomio prima e nella città poi si instaura una dittatura di pochi esercitata con la violenza perpetrata sui molti. Spariscono i legami di sangue e l’amore, mentre prevale su tutto l’istinto primordiale di sopravvivenza. Uccidere, affamare, minacciare, aggredire, stuprare diventano crimini che non spaventano, perché, dice uno dei protagonisti, “è di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria”. Questa malattia senza luogo, senza tempo, senza visi e nomi ha le sue radici nell’uomo, nella sua mancanza di solidarietà, nell’incapacità di fare il bene, nel desiderio del male che ci rende tutti ciechi.

https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/cecita-1/

http://www.sulromanzo.it/blog/cecita-di-jose-saramago-l-assurdo-come-mezzo-per-raccontare-la-realta

https://www.recensionelibro.it/cecita-jose-saramago

 

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore

La malattia al centro di questo capolavoro dello scrittore siciliano è la tubercolosi: la vicenda è ambientata in un sanatorio, dove la reclusione, il divieto e lo stato d’eccezione sono la nuova normalità. Nel 1946, in un sanatorio della Conca d’oro – castello d’Atlante e campo di sterminio – alcuni singolari personaggi, reduci dalla guerra, e presumibilmente inguaribili, duellano debolmente con se stessi e con gli altri, in attesa della morte. Lunghi duelli di gesti e di parole; di parole soprattutto: febbricitanti, tenere, barocche – a gara con il barocco di una terra che ama l’iperbole e l’eccesso. Tema dominante, la morte: e si dirama sottilmente, si mimetizza, si nasconde, svaria, musicalmente riappare. E questo sotto i drappeggi di una scrittura in bilico fra strazio e falsetto, e in uno spazio che è sempre al di qua o al di là della storia – e potrebbe anche simulare un palcoscenico o la nebbia di un sogno…

https://sellerio.it/it/catalogo/Diceria-Untore/Bufalino/1308

https://it.wikipedia.org/wiki/Diceria_dell%27untore

 

Philip Roth, Nemesi

Estate 1944. Nel «caldo annichilente della Newark equatoriale» imperversa una spaventosa epidemia di poliomielite, che minaccia di menomazione e perfino di morte i figli della cittadina del New Jersey. Bucky Cantor, l’animatore ventitreenne di un campo giochi della città, combatte la sua guerra privata contro la malattia nel tentativo di opporsi alla catastrofe. Ultimo romanzo dello scrittore americano, il contagio qui è dato dalla poliomielite, e l’autore ne indaga gli effetti – paura, rabbia, dolore, morte – su una piccola comunità.

https://www.librinews.it/schede/nemesi-philip-roth-trama/

https://www.einaudi.it/catalogo-libri/narrativa-straniera/narrativa-di-lingua-inglese/nemesi-philip-roth-9788806200947/

https://www.criticaletteraria.org/2013/04/philip-roth-nemesi.html

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Manzoni, La peste a Milano

Manzoni, La peste a Milano

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di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La peste a Milano

(Capp. XXXI-XXXII dei Promessi sposi)

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

La peste del 1630

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXIXXXII, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.

 

I lanzi portano la peste.

L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia, che avevano prostrato la popolazione. Il contagio fu portato in Lombardia dalle truppe tedesche (i lanzichenecchi) di Albrecht von Wallenstein, penetrate dalla Valtellina e dirette a Mantova per porre l’assedio alla città, nelle cui fila era diffusa la peste. Caddero nel vuoto le esortazioni a mettere in atto misure preventive da parte delle autorità, che anteposero le esigenze della guerra al pericolo, che si prospettava ormai evidente. Ambrogio Spinola, che aveva sostituito don Gonzalo Fernandez de Cordoba nella carica di governatore, alle richieste avanzate da Alessandro Tadino, membro del Tribunale di Sanità, rispose che “le preoccupazioni della guerra erano più pressanti” e pochi giorni dopo (il 18 novembre 1629) fu festeggiata la nascita del primogenito di Filippo IV re di Spagna, senza preoccuparsi che l’afflusso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, quando ormai la peste era entrata a Milano.

 

La peste entra a Milano

La peste fu introdotta a Milano da un soldato che vi era entrato con vesti comprate o sottratte a fanti tedeschi. Ammalatosi, morì dopo tre giorni all’ospedale e sul suo corpo fu riscontrata la presenza di un bubbone. Il Tribunale di Sanità ordinò di bruciare le sue suppellettili e di internare al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Questo rallentò ma non impedì la diffusione del morbo. L’epidemia crebbe lentamente e ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, senza che questo allarmasse le autorità milanesi o impedisse i festeggiamenti per il carnevale. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Per ordine del Tribunale di Sanità i malati o le persone sospette venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto, così molti nascondevano i casi di peste e i decessi. Inoltre, buona parte della popolazione accusò i medici di incompetenza e connivenza col Tribunale, quando cercarono di far adottare misura per far fronte alla pestilenza. Fra questi Alessandro Tadino e Senatore Settala, che venivano accolti con insulti e sassate dalla folla di Milano e accusati di diffondere voci infondate sulla peste per dare lavoro al Tribunale di Sanità. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Per non allarmare i cittadini, il Tribunale di Sanità inizialmente parlò ancora di “febbri pestilenti” e “maligne”, mentre le autorità si mossero con grande lentezza per procurarsi le risorse necessarie in vista del diffondersi del morbo.

 

Infuria la malattia in città

Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. I malati giunsero in numero crescente al lazzaretto, alla direzione del quale fu posto padre Felice Casati, un frate cappuccino che si adoperò in tutti i modi con i suoi confratelli per accudire i malati, supplendo alle carenze delle autorità cittadine. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto, affidato ai padri carmelitani. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città con roboanti minacce di pene severissime, molti i nobili abbandonarono Milano per rifugiarsi nei loro possedimenti in campagna.

 

La caccia agli untori

La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Tale diceria non era alimentata solo dalla superstizione e dall’ignoranza popolare, ma trovava conferma anche nelle teorie di molti “dotti” del tempo.
Si ripeterono i presunti avvistamenti di untori e accadde che un giorno le mura e le porte della città furono imbrattate di una sostanza giallognola, presumibilmente per un macabro scherzo, poiché fu accertato che era innocua. Tuttavia tra gli abitanti di Milano si diffuse una vera psicosi e si videro untori ovunque. Molti innocenti ne fecero le spese: un vecchio che spolverava una panca in chiesa, accusato di essere un untore, fu linciato e trascinato in carcere dove probabilmente morì per le percosse; tre giovani francesi che avevano toccato il marmo del duomo, furono malmenati dalla folla e condotti al palazzo di giustizia, dove però furono scagionati e liberati.
Molti illustri medici cominciarono a confermare con argomenti pseudo-scientifici l’esistenza degli untori, cui credette forse lo stesso cardinal Borromeo. Alcuni sostennero che l’apparizione di due comete nel 1628 e nel 1630 fosse causa del contagio e anche, assurdamente, del diffondersi delle unzioni. Altri invece attribuirono la diffusione della peste alle trame del cardinal Richelieu, in guerra contro la Spagna.
Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo.

 

La processione dell’11 giugno 1630

L’infuriare del morbo indusse i decurioni (i magistrati che amministravano Milano) a chiedere al cardinal Borromeo di far svolgere una solenne processione, con l’esposizione del corpo di S. Carlo, per invocare l’intervento divino, che mettesse fine alla pestilenza. Il cardinale, dapprima contrario per timore che un fallimento rivolgesse la rabbia popolare contro il santo e per non dare occasione ai presunti untori di spargere i loro veleni, alla fine cedette e la processione fu prevista per l’11 giugno. Il Tribunale di Sanità non oppose alcuna obiezione, né assunse particolari cautele.
La processione vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo, mentre moltissimi Milanesi osservavano dalle case e persino dai tetti il procedere del lungo corteo.
Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. La popolazione però attribuì l’accresciuto infuriare della peste all’azione degli untori, che si diceva che avessero approfittato della processione per spargere polveri e intrugli venefici. Crebbe così quel clima di sospetto e terrore che avrebbe poi condotto ai processi sommari contro i presunti untori (l’arresto di Guglielmo Piazza avvenne il 21 giugno).

 

Il colmo dell’epidemia nell’estate 1630

L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Il numero di decessi giornalieri arrivò a 500 all’inizio dell’estate, per poi toccare i 1200-1500, mentre la popolazione del lazzaretto passò in poco tempo da 2000 a oltre 12000 appestati, rendendo molto difficile per i padri cappuccini prendersi cura delle loro necessità. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti, gli addetti del Tribunale. Molti bambini che avevano perso le madri restavano privi di assistenza. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. Gli ecclesiastici si prodigarono molto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche grazie all’opera del cardinal Borromeo.
Ci fu tuttavia anche chi cercò di trarre vantaggio da questa drammatica situazione, come i monatti che a un certo punto divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro. Essi furono persino sospettati di diffondere volutamente la pestilenza, che rappresentava per loro una fonte di guadagno. Alcuni individui si fingevano monatti attaccandosi un campanello al piede (il contrassegno che ne indicava la presenza) e ne approfittavano per commettere ogni sorta di ruberie.

 

Il drammatico bilancio della pestilenza

La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è  difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.
Manzoni descrive la terribile epidemia sottolineando l’incuria e la negligenza delle autorità milanesi, che sottovalutarono il rischio del contagio, negarono la pestilenza o la minimizzarono, salvo poi non essere in grado di farvi fronte con efficacia quando dilagò. La guerra per la successione di Mantova, nata da assurde questioni dinastiche, fu una delle sue cause e sottrasse risorse che potevano essere impiegate per soccorrere la popolazione.

 

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Capitolo XXXI

 
La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. […]
Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. […]
Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.
Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.
Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
[…] Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. […]
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. […]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. […]
Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. […]
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. […]
La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l’ultimo di tal genere. […]
La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. […]
C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. […]
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. […]

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Promessi sposi, Capitolo XXXII

[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. […]
Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia [sospetto]. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. […]
[il cardinal Federigo Borromeo concede che si faccia la processione]
Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali [veli], molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto  e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa [cappuccio che copre l’intero viso, lasciando scoperti solo due fori per gli occhi] sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto.
Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. […]
Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. […]
Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. […] Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno.. […]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni, all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. […]
Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. […]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. “E mentre, – dice il Ripamonti, – i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti… Non del vicino soltanto si prendeva ombra [si diffidava], dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio”.
La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. […]
D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti. Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando, – scrive il Tadino, – la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. Mortales parat morbos, miranda videntur” [“Prepara malattie mortali, cose mirabili a vedersi“]. Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intitolato Specchio degli almanacchi perfetti, stampato in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. […]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche […]
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva […].
I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. […].

Manzoni, La madre di Cecilia

Manzoni, La madre di Cecilia

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La madre di Cecilia

La peste a Milano
(cap. XXXIV dei Promessi sposi)
 
Il brano è tratto dal capitolo XXXIV dei Promessi sposi: c’è la peste, e Milano è una città sconvolta dal dilagare della morte. Renzo ne percorre le strade desolate, invase dai carri funebri e riecheggianti delle urla terribili dei monatti. Renzo, alla ricerca di Lucia, assiste a una tragica e commovente scena…

 

In mezzo a questa desolazione aveva Renzo fatto già una buona parte del suo cammino, quando, distante ancor molti passi da una strada in cui doveva voltare, sentì venir da quella un vario frastono, nel quale  si faceva distinguere quel solito orribile tintinnìo. Arrivato alla cantonata della strada, ch’era una delle più larghe, vide quattro carri fermi nel mezzo;

e come, in un mercato di granaglie, si vede un andare e venire di gente, un caricare e un rovesciar di sacchi, tale era il movimento in quel luogo: monatti ch’entravan nelle case, monatti che n’uscivan con un peso su le spalle, e lo mettevano su l’uno o l’altro carro: alcuni con la divisa rossa, altri senza quel distintivo, molti con uno ancor più odioso, pennacchi e fiocchi di vari colori, che quegli sciagurati portavano come per segno d’allegria in tanto pubblico lutto.

Ora da una, ora da un’altra finestra, veniva una voce lugubre: «qua, monatti!». E con suono ancor più sinistro, da quel tristo brulichìo usciva qualche vociaccia che rispondeva: «ora, ora». Ovvero eran pigionali che brontolavano, e dicevano di far presto: ai quali i monatti rispondevano con bestemmie.

Entrato nella strada, Renzo allungò il passo, cercando di non guardar quegl’ingombri, se non quanto era necessario per iscansarli; quando il suo sguardo s’incontrò in un oggetto singolare di pietà, d’una pietà che invogliava l’animo a contemplarlo; di maniera che si fermò, quasi senza volerlo.

Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunziava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa, che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo.

Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori. Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete -. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.

Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri -. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.

Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme?

come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

– O Signore! – esclamò Renzo: – esauditela! tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza! hanno patito abbastanza!

Riavuto da quella commozione straordinaria, e mentre cerca di tirarsi in mente l’itinerario per trovare se alla prima strada deve voltare, e se a diritta o a mancina, sente anche da questa venire un altro e diverso strepito, un suono confuso di grida imperiose, di fiochi lamenti, un pianger di donne, un mugolìo di fanciulli. […]

 

Analisi del testo

Renzo, alla ricerca di Lucia, in una via di Milano vede quattro carri fermi, sui quali i monatti caricano i cadaveri come sacchi vuoti al mercato. Mentre allunga il passo per allontanarsi, è colto da un’immagine pietosa. Vede una giovane donna uscire dall’uscio di una casa e dirigersi verso il carro dei monatti, portando in braccio il cadavere di una bambina di circa nove anni. L’aspetto della donna lascia trasparire “una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale”. È evidente che ella ha versato molte lacrime e che ha già su di sé i segni del contagio della peste. La piccola morta che porta in braccio è ben pettinata coi capelli divisi sulla fronte e indossa un vestitino bianco e lindo, agghindata come per una festa. La madre la tiene col capo eretto e appoggiato a sé come se fosse ancora viva, anche se un braccio che le cade abbandonato indica che la bambina è morta.

Un “turpe monatto” si avvicina alla donna per prendere il corpo della figlia, sia pure con un’esitazione e un rispetto inusuali, ma la donna si ritrae e chiede all’uomo di poter adagiare la bambina sul carro con le proprie mani. Poi mette una borsa con del denaro nelle mani del monatto e si fa promettere che la bambina sarà sotterrata così com’è vestita, senza “levarle un filo d’intorno“. Il monatto promette solennemente, anch’egli toccato da un sentimento di commozione, e fa posto alla piccola sul carro dei morti. La donna pone su di esso il cadavere della figlia, dopo averle dato un bacio, pone un velo bianco su di lei e le rivolge un estremo saluto, promettendo a Cecilia che presto la raggiungerà, assieme alla sorellina. La donna si rivolge ancora al monatto e gli dice che quella sera stessa dovrà ripassare da quella casa a prendere lei e l’altra sua figlia. Poi rientra in casa e poco dopo si affaccia a una finestra tenendo in braccio un’altra bambina più piccola, “viva, ma coi segni della morte in volto“, guarda il carro che si allontana e rientra infine nell’abitazione.

Renzo assiste alla scena toccante e, sopraffatto da un’emozione straordinaria, prima di proseguire il suo viaggio prega Dio di porre presto fine alle sofferenze della donna e della figlia superstite.

L’episodio è ispirato a un fatto realmente accaduto e descritto dal cardinal Borromeo nel De pestilentia (VIII, De miserandis casibus), uno scritto sulla peste del 1630.

La madre di Cecilia è consapevole del suo dolore e del dolore che la circonda. Ciò nonostante ha fede nel rito d’amore che sta compiendo nei confronti della figlia. Il comportamento della donna rappresenta per Manzoni un modello di amore e di fede, viste come l’unica possibilità di opporre una regola di civiltà al caos e alla morte. La madre di Cecilia riempie di umanità la morte e, in questo modo, la rende non la negazione dell’uomo, ma la sua estrema affermazione.

https://library.weschool.com/lezione/manzoni-promessi-sposi-capitolo-34-riassunto-e-commento-de-la-madre-di-cecilia-2055.html

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Esercizi di analisi del testo

  1. Dividi il testo in sequenze e sintetizzane il contenuto.
  2. Da quali sentimenti è colto Renzo quando assiste alla scena?
  3. Come viene descritta la bambina che la madre porta in braccio? Perché è vestita “come se andasse a una festa”?
  4. Perché la donna dice ai monatti di ripassare di lì la sera stessa?
  5. Come viene descritta la madre di Cecilia? Quale tecnica utilizza Manzoni nella descrizione?
  6. Spiega la similitudine che compare verso la fine del brano.
  7. In che modo l’autore riesce a suscitare la partecipazione emotiva del lettore? Indica quali sono gli elementi (gesti, parole, ecc.) che ti hanno colpito.

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