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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, La peste a Milano

(Capp. XXXI-XXXII dei Promessi sposi)

Le epidemie nella storia. Dalla peste al coronavirus

La peste del 1630

Tra il 1630 e il 1631 si scatenò nel Nord Italia una terribile epidemia che decimò la popolazione, infuriando con particolare virulenza nella città di Milano. Manzoni la descrive in particolare nei capp. XXXIXXXII, una digressione storica che ricostruisce la diffusione del morbo e le sue drammatiche conseguenze.

 

I lanzi portano la peste.

L’epidemia si propagò facilmente anche perché si verificò dopo due anni di terribile carestia e in seguito alle devastazioni causate dalla guerra per la successione di Mantova, che vedeva la Spagna opposta alla Francia, che avevano prostrato la popolazione. Il contagio fu portato in Lombardia dalle truppe tedesche (i lanzichenecchi) di Albrecht von Wallenstein, penetrate dalla Valtellina e dirette a Mantova per porre l’assedio alla città, nelle cui fila era diffusa la peste. Caddero nel vuoto le esortazioni a mettere in atto misure preventive da parte delle autorità, che anteposero le esigenze della guerra al pericolo, che si prospettava ormai evidente. Ambrogio Spinola, che aveva sostituito don Gonzalo Fernandez de Cordoba nella carica di governatore, alle richieste avanzate da Alessandro Tadino, membro del Tribunale di Sanità, rispose che “le preoccupazioni della guerra erano più pressanti” e pochi giorni dopo (il 18 novembre 1629) fu festeggiata la nascita del primogenito di Filippo IV re di Spagna, senza preoccuparsi che l’afflusso di folla nelle strade potesse facilitare la diffusione del morbo. Manzoni sottolinea come le autorità sanitarie e politiche di Milano mostrassero un’incredibile negligenza nell’applicare le minime misure di prevenzione per evitare che il contagio si propagasse nella città, al punto che la grida che imponeva il cordone sanitario non fu emanata che il 29 novembre, quando ormai la peste era entrata a Milano.

 

La peste entra a Milano

La peste fu introdotta a Milano da un soldato che vi era entrato con vesti comprate o sottratte a fanti tedeschi. Ammalatosi, morì dopo tre giorni all’ospedale e sul suo corpo fu riscontrata la presenza di un bubbone. Il Tribunale di Sanità ordinò di bruciare le sue suppellettili e di internare al lazzaretto le persone che erano entrate in contatto con lui. Questo rallentò ma non impedì la diffusione del morbo. L’epidemia crebbe lentamente e ci furono casi sporadici di peste in città tra la fine del 1629 e i primi mesi del 1630, senza che questo allarmasse le autorità milanesi o impedisse i festeggiamenti per il carnevale. D’altronde molti, compresa la popolazione e non pochi medici, inizialmente negarono che si trattasse della peste, persino quando essa si manifestò con tutta evidenza, attribuendo i decessi a febbri malariche o altre malattie dai nomi meno spaventosi. Per ordine del Tribunale di Sanità i malati o le persone sospette venivano costretti alla quarantena nel lazzaretto, così molti nascondevano i casi di peste e i decessi. Inoltre, buona parte della popolazione accusò i medici di incompetenza e connivenza col Tribunale, quando cercarono di far adottare misura per far fronte alla pestilenza. Fra questi Alessandro Tadino e Senatore Settala, che venivano accolti con insulti e sassate dalla folla di Milano e accusati di diffondere voci infondate sulla peste per dare lavoro al Tribunale di Sanità. Quando la peste si diffuse e furono colpite anche le famiglie aristocratiche milanesi la popolazione si convinse della realtà dell’epidemia. Per non allarmare i cittadini, il Tribunale di Sanità inizialmente parlò ancora di “febbri pestilenti” e “maligne”, mentre le autorità si mossero con grande lentezza per procurarsi le risorse necessarie in vista del diffondersi del morbo.

 

Infuria la malattia in città

Dal mese di marzo del 1630 la peste iniziò sempre più a mietere vittime a Milano, rendendo ormai drammaticamente evidente quel che si era dapprima voluto negare. I malati giunsero in numero crescente al lazzaretto, alla direzione del quale fu posto padre Felice Casati, un frate cappuccino che si adoperò in tutti i modi con i suoi confratelli per accudire i malati, supplendo alle carenze delle autorità cittadine. In maggio i casi di contagio crebbero notevolmente e gli appestati non trovavano più posto nel lazzaretto. Alla fine del mese i casi erano più di quaranta al giorno, così le autorità decisero di creare un secondo lazzaretto, affidato ai padri carmelitani. Nonostante le gride che proibivano di lasciare la città con roboanti minacce di pene severissime, molti i nobili abbandonarono Milano per rifugiarsi nei loro possedimenti in campagna.

 

La caccia agli untori

La paura per il contagio che mieteva vittime sempre più numerose in città fece nascere tra la popolazione nuovi pregiudizi, come l’assurda credenza che alcuni individui (gli untori) spargessero appositamente unguenti venefici per propagare la peste. Tale diceria non era alimentata solo dalla superstizione e dall’ignoranza popolare, ma trovava conferma anche nelle teorie di molti “dotti” del tempo.
Si ripeterono i presunti avvistamenti di untori e accadde che un giorno le mura e le porte della città furono imbrattate di una sostanza giallognola, presumibilmente per un macabro scherzo, poiché fu accertato che era innocua. Tuttavia tra gli abitanti di Milano si diffuse una vera psicosi e si videro untori ovunque. Molti innocenti ne fecero le spese: un vecchio che spolverava una panca in chiesa, accusato di essere un untore, fu linciato e trascinato in carcere dove probabilmente morì per le percosse; tre giovani francesi che avevano toccato il marmo del duomo, furono malmenati dalla folla e condotti al palazzo di giustizia, dove però furono scagionati e liberati.
Molti illustri medici cominciarono a confermare con argomenti pseudo-scientifici l’esistenza degli untori, cui credette forse lo stesso cardinal Borromeo. Alcuni sostennero che l’apparizione di due comete nel 1628 e nel 1630 fosse causa del contagio e anche, assurdamente, del diffondersi delle unzioni. Altri invece attribuirono la diffusione della peste alle trame del cardinal Richelieu, in guerra contro la Spagna.
Furono condotte numerose inchieste sugli untori, la maggior parte delle quali finirono nel nulla. Non accadde così nel caso di Giangiacomo Mora e Guglielmo Piazza, che furono accusati di essere untori e condannati a morte, dopo che le loro confessioni erano state estorte con la tortura. Manzoni ricostruirà la vicenda giudiziaria nella Storia della colonna infame, un saggio storico pubblicato in appendice al romanzo.

 

La processione dell’11 giugno 1630

L’infuriare del morbo indusse i decurioni (i magistrati che amministravano Milano) a chiedere al cardinal Borromeo di far svolgere una solenne processione, con l’esposizione del corpo di S. Carlo, per invocare l’intervento divino, che mettesse fine alla pestilenza. Il cardinale, dapprima contrario per timore che un fallimento rivolgesse la rabbia popolare contro il santo e per non dare occasione ai presunti untori di spargere i loro veleni, alla fine cedette e la processione fu prevista per l’11 giugno. Il Tribunale di Sanità non oppose alcuna obiezione, né assunse particolari cautele.
La processione vide una grande partecipazione popolare e attraversò tutti i quartieri della città, esponendo la reliquia di S. Carlo, mentre moltissimi Milanesi osservavano dalle case e persino dai tetti il procedere del lungo corteo.
Fin dal giorno seguente, tuttavia, i decessi crebbero enormemente, proprio a causa dell’enorme affollamento nelle strade, che favorì la diffusione del morbo. La popolazione però attribuì l’accresciuto infuriare della peste all’azione degli untori, che si diceva che avessero approfittato della processione per spargere polveri e intrugli venefici. Crebbe così quel clima di sospetto e terrore che avrebbe poi condotto ai processi sommari contro i presunti untori (l’arresto di Guglielmo Piazza avvenne il 21 giugno).

 

Il colmo dell’epidemia nell’estate 1630

L’arrivo dell’estate non fece che accrescere la virulenza della peste e la situazione nei mesi di luglio e agosto 1630 divenne pressoché insostenibile. Il numero di decessi giornalieri arrivò a 500 all’inizio dell’estate, per poi toccare i 1200-1500, mentre la popolazione del lazzaretto passò in poco tempo da 2000 a oltre 12000 appestati, rendendo molto difficile per i padri cappuccini prendersi cura delle loro necessità. Milano si trasformò in una città spettrale e spopolata, in cui i cadaveri giacevano spesso nelle strade abbandonati a se stessi o venivano raccolti dai monatti, gli addetti del Tribunale. Molti bambini che avevano perso le madri restavano privi di assistenza. I cadaveri avevano ormai colmato l’unica immensa fossa comune scavata nel lazzaretto, cosicché fu necessario reclutare appositamente dei contadini per scavarne altre. Gli ecclesiastici si prodigarono molto per alleviare le sofferenze della popolazione, anche grazie all’opera del cardinal Borromeo.
Ci fu tuttavia anche chi cercò di trarre vantaggio da questa drammatica situazione, come i monatti che a un certo punto divennero i padroni delle strade e usarono il loro potere per derubare gli ammalati o minacciarne le famiglie per estorcere loro del denaro. Essi furono persino sospettati di diffondere volutamente la pestilenza, che rappresentava per loro una fonte di guadagno. Alcuni individui si fingevano monatti attaccandosi un campanello al piede (il contrassegno che ne indicava la presenza) e ne approfittavano per commettere ogni sorta di ruberie.

 

Il drammatico bilancio della pestilenza

La pestilenza giunse al suo apice tra agosto e settembre del 1630, poi progressivamente diminuì, fino ad esaurirsi all’inizio del 1631. La peste causò a Milano e nei territori circostanti parecchie migliaia di vittime, anche se è  difficile fare stime precise sul numero di morti. L’epidemia causò inoltre una grave crisi economica, superata solo dopo vari anni.
Manzoni descrive la terribile epidemia sottolineando l’incuria e la negligenza delle autorità milanesi, che sottovalutarono il rischio del contagio, negarono la pestilenza o la minimizzarono, salvo poi non essere in grado di farvi fronte con efficacia quando dilagò. La guerra per la successione di Mantova, nata da assurde questioni dinastiche, fu una delle sue cause e sottrasse risorse che potevano essere impiegate per soccorrere la popolazione.

 

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Capitolo XXXI

 
La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia. […]
Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi. C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatre anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. […]
Sia come si sia, entrò questo fante sventurato e portator di sventura, con un gran fagotto di vesti comprate o rubate a soldati alemanni; andò a fermarsi in una casa di suoi parenti, nel borgo di porta orientale, vicino ai cappuccini; appena arrivato, s’ammalò; fu portato allo spedale; dove un bubbone che gli si scoprì sotto un’ascella, mise chi lo curava in sospetto di ciò ch’era infatti; il quarto giorno morì.
Il tribunale della sanità fece segregare e sequestrare in casa la di lui famiglia; i suoi vestiti e il letto in cui era stato allo spedale, furon bruciati. Due serventi che l’avevano avuto in cura, e un buon frate che l’aveva assistito, caddero anch’essi ammalati in pochi giorni, tutt’e tre di peste. Il dubbio che in quel luogo s’era avuto, fin da principio, della natura del male, e le cautele usate in conseguenza, fecero sì che il contagio non vi si propagasse di più.
Ma il soldato ne aveva lasciato di fuori un seminìo che non tardò a germogliare. Il primo a cui s’attaccò, fu il padrone della casa dove quello aveva alloggiato, un Carlo Colonna sonator di liuto. Allora tutti i pigionali di quella casa furono, d’ordine della Sanità, condotti al lazzeretto, dove la più parte s’ammalarono; alcuni morirono, dopo poco tempo, di manifesto contagio.
[…] Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?), deridevan gli augùri sinistri, gli avvertimenti minacciosi de’ pochi; e avevan pronti nomi di malattie comuni, per qualificare ogni caso di peste che fossero chiamati a curare; con qualunque sintomo, con qualunque segno fosse comparso.
Gli avvisi di questi accidenti, quando pur pervenivano alla Sanità, ci pervenivano tardi per lo più e incerti. Il terrore della contumacia e del lazzeretto aguzzava tutti gl’ingegni: non si denunziavan gli ammalati, si corrompevano i becchini e i loro soprintendenti; da subalterni del tribunale stesso, deputati da esso a visitare i cadaveri, s’ebbero, con danari, falsi attestati.
Siccome però, a ogni scoperta che gli riuscisse fare, il tribunale ordinava di bruciar robe, metteva in sequestro case, mandava famiglie al lazzeretto, così è facile argomentare quanta dovesse essere contro di esso l’ira e la mormorazione del pubblico, “della Nobiltà, delli Mercanti et della plebe”, dice il Tadino; persuasi, com’eran tutti, che fossero vessazioni senza motivo, e senza costrutto. L’odio principale cadeva sui due medici; il suddetto Tadino, e Senatore Settala, figlio del protofisico: a tal segno, che ormai non potevano attraversar le piazze senza essere assaliti da parolacce, quando non eran sassi. […]
Di quell’odio ne toccava una parte anche agli altri medici che, convinti come loro, della realtà del contagio, suggerivano precauzioni, cercavano di comunicare a tutti la loro dolorosa certezza. I più discreti li tacciavano di credulità e d’ostinazione: per tutti gli altri, era manifesta impostura, cabala ordita per far bottega sul pubblico spavento. […]
Ma sul finire del mese di marzo, cominciarono, prima nel borgo di porta orientale, poi in ogni quartiere della città, a farsi frequenti le malattie, le morti, con accidenti strani di spasimi, di palpitazioni, di letargo, di delirio, con quelle insegne funeste di lividi e di bubboni; morti per lo più celeri, violente, non di rado repentine, senza alcun indizio antecedente di malattia. I medici opposti alla opinion del contagio, non volendo ora confessare ciò che avevan deriso, e dovendo pur dare un nome generico alla nuova malattia, divenuta troppo comune e troppo palese per andarne senza, trovarono quello di febbri maligne, di febbri pestilenti: miserabile transazione, anzi trufferia di parole, e che pur faceva gran danno; perché, figurando di riconoscere la verità, riusciva ancora a non lasciar credere ciò che più importava di credere, di vedere, che il male s’attaccava per mezzo del contatto. I magistrati, come chi si risente da un profondo sonno, principiarono a dare un po’ più orecchio agli avvisi, alle proposte della Sanità, a far eseguire i suoi editti, i sequestri ordinati, le quarantene prescritte da quel tribunale. […]
Nel lazzeretto, dove la popolazione, quantunque decimata ogni giorno, andava ogni giorno crescendo, era un’altra ardua impresa quella d’assicurare il servizio e la subordinazione, di conservar le separazioni prescritte, di mantenervi in somma o, per dir meglio, di stabilirvi il governo ordinato dal tribunale della sanità: ché, fin da’ primi momenti, c’era stata ogni cosa in confusione, per la sfrenatezza di molti rinchiusi, per la trascuratezza e per la connivenza de’ serventi. Il tribunale e i decurioni, non sapendo dove battere il capo, pensaron di rivolgersi ai cappuccini, e supplicarono il padre commissario della provincia, il quale faceva le veci del provinciale, morto poco prima, acciò volesse dar loro de’ soggetti abili a governare quel regno desolato. […]
Anche nel pubblico, quella caparbietà di negar la peste andava naturalmente cedendo e perdendosi, di mano in mano che il morbo si diffondeva, e si diffondeva per via del contatto e della pratica; e tanto più quando, dopo esser qualche tempo rimasto solamente tra’ poveri, cominciò a toccar persone più conosciute. […]
La mattina seguente, un nuovo e più strano, più significante spettacolo colpì gli occhi e le menti de’ cittadini. In ogni parte della città, si videro le porte delle case e le muraglie, per lunghissimi tratti, intrise di non so che sudiceria, giallognola, biancastra, sparsavi come con delle spugne. O sia stato un gusto sciocco di far nascere uno spavento più rumoroso e più generale, o sia stato un più reo disegno d’accrescer la pubblica confusione, o non saprei che altro; la cosa è attestata di maniera, che ci parrebbe men ragionevole l’attribuirla a un sogno di molti, che al fatto d’alcuni: fatto, del resto, che non sarebbe stato, né il primo né l’ultimo di tal genere. […]
La città già agitata ne fu sottosopra: i padroni delle case, con paglia accesa, abbruciacchiavano gli spazi unti; i passeggieri si fermavano, guardavano, inorridivano, fremevano. I forestieri, sospetti per questo solo, e che allora si conoscevan facilmente al vestiario, venivano arrestati nelle strade dal popolo, e condotti alla giustizia. Si fecero interrogatòri, esami d’arrestati, d’arrestatori, di testimoni; non si trovò reo nessuno: le menti erano ancor capaci di dubitare, d’esaminare, d’intendere. Il tribunale della sanità pubblicò una grida, con la quale prometteva premio e impunità a chi mettesse in chiaro l’autore o gli autori del fatto. […]
C’era, del resto, un certo numero di persone non ancora persuase che questa peste ci fosse. […]
In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro. […]

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Promessi sposi, Capitolo XXXII

[…] S’era visto di nuovo, o questa volta era parso di vedere, unte muraglie, porte d’edifizi pubblici, usci di case, martelli. Le nuove di tali scoperte volavan di bocca in bocca; e, come accade più che mai, quando gli animi son preoccupati, il sentire faceva l’effetto del vedere. Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali, irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: e, come osservò acutamente, a questo stesso proposito, un uomo d’ingegno (P. Verri, Osservazioni sulla tortura: Scrittori italiani d’economia politica: parte moderna, tom. 17, pag. 203.), le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi. Un veleno squisito, istantaneo, penetrantissimo, eran parole più che bastanti a spiegar la violenza, e tutti gli accidenti più oscuri e disordinati del morbo. […]
Ormai chi avesse sostenuto ancora ch’era stata una burla, chi avesse negata l’esistenza d’una trama, passava per cieco, per ostinato; se pur non cadeva in sospetto d’uomo interessato a stornar dal vero l’attenzion del pubblico, di complice, d’untore: il vocabolo fu ben presto comune, solenne, tremendo. Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta; ogni atto poteva dar gelosia [sospetto]. E la gelosia diveniva facilmente certezza, la certezza furore. […]
[il cardinal Federigo Borromeo concede che si faccia la processione]
Tre giorni furono spesi in preparativi: l’undici di giugno, ch’era il giorno stabilito, la processione uscì, sull’alba, dal duomo. Andava dinanzi una lunga schiera di popolo, donne la più parte, coperte il volto d’ampi zendali [veli], molte scalze, e vestite di sacco. Venivan poi l’arti, precedute da’ loro gonfaloni, le confraternite, in abiti vari di forme e di colori; poi le fraterie, poi il clero secolare, ognuno con l’insegne del grado, e con una candela o un torcetto in mano. Nel mezzo, tra il chiarore di più fitti lumi, tra un rumor più alto di canti, sotto un ricco baldacchino, s’avanzava la cassa, portata da quattro canonici, parati in gran pompa, che si cambiavano ogni tanto. Dai cristalli traspariva il venerato cadavere, vestito di splendidi abiti pontificali, e mitrato il teschio; e nelle forme mutilate e scomposte, si poteva ancora distinguere qualche vestigio dell’antico sembiante, quale lo rappresentano l’immagini, quale alcuni si ricordavan d’averlo visto  e onorato in vita. Dietro la spoglia del morto pastore (dice il Ripamonti, da cui principalmente prendiamo questa descrizione), e vicino a lui, come di meriti e di sangue e di dignità, così ora anche di persona, veniva l’arcivescovo Federigo. Seguiva l’altra parte del clero; poi i magistrati, con gli abiti di maggior cerimonia; poi i nobili, quali vestiti sfarzosamente, come a dimostrazione solenne di culto, quali, in segno di penitenza, abbrunati, o scalzi e incappati, con la buffa [cappuccio che copre l’intero viso, lasciando scoperti solo due fori per gli occhi] sul viso; tutti con torcetti. Finalmente una coda d’altro popolo misto.
Tutta la strada era parata a festa; i ricchi avevan cavate fuori le suppellettili più preziose; le facciate delle case povere erano state ornate da de’ vicini benestanti, o a pubbliche spese; dove in luogo di parati, dove sopra i parati, c’eran de’ rami fronzuti; da ogni parte pendevano quadri, iscrizioni, imprese; su’ davanzali delle finestre stavano in mostra vasi, anticaglie, rarità diverse; per tutto lumi. A molte di quelle finestre, infermi sequestrati guardavan la processione, e l’accompagnavano con le loro preci. L’altre strade, mute, deserte; se non che alcuni, pur dalle finestre, tendevan l’orecchio al ronzìo vagabondo; altri, e tra questi si videro fin delle monache, eran saliti sui tetti, se di lì potessero veder da lontano quella cassa, il corteggio, qualche cosa.
La processione passò per tutti i quartieri della città: a ognuno di que’ crocicchi, o piazzette, dove le strade principali sboccan ne’ borghi, e che allora serbavano l’antico nome di carrobi, ora rimasto a uno solo, si faceva una fermata, posando la cassa accanto alla croce che in ognuno era stata eretta da san Carlo, nella peste antecedente, e delle quali alcune sono tuttavia in piedi: di maniera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mezzogiorno.
Ed ecco che, il giorno seguente, mentre appunto regnava quella presontuosa fiducia, anzi in molti una fanatica sicurezza che la processione dovesse aver troncata la peste, le morti crebbero, in ogni classe, in ogni parte della città, a un tal eccesso, con un salto così subitaneo, che non ci fu chi non ne vedesse la causa, o l’occasione, nella processione medesima. Ma, oh forze mirabili e dolorose d’un pregiudizio generale! non già al trovarsi insieme tante persone, e per tanto tempo, non all’infinita moltiplicazione de’ contatti fortuiti, attribuivano i più quell’effetto; l’attribuivano alla facilità che gli untori ci avessero trovata d’eseguire in grande il loro empio disegno. Si disse che, mescolati nella folla, avessero infettati col loro unguento quanti più avevan potuto. […]
Da quel giorno, la furia del contagio andò sempre crescendo: in poco tempo, non ci fu quasi più casa che non fosse toccata: in poco tempo la popolazione del lazzeretto, al dir del Somaglia citato di sopra, montò da duemila a dodici mila: più tardi, al dir di quasi tutti, arrivò fino a sedici mila. Il 4 di luglio, come trovo in un’altra lettera de’ conservatori della sanità al governatore, la mortalità giornaliera oltrepassava i cinquecento. Più innanzi, e nel colmo, arrivò, secondo il calcolo più comune, a mille dugento, mille cinquecento; e a più di tremila cinquecento, se vogliam credere al Tadino. […]
Si pensi ora in che angustie dovessero trovarsi i decurioni, addosso ai quali era rimasto il peso di provvedere alle pubbliche necessità, di riparare a ciò che c’era di riparabile in un tal disastro. Bisognava ogni giorno sostituire, ogni giorno aumentare serventi pubblici di varie specie: monatti, apparitori, commissari. […] Bisognava tener fornito il lazzeretto di medici, di chirurghi, di medicine, di vitto, di tutti gli attrezzi d’infermeria; bisognava trovare e preparar nuovo alloggio per gli ammalati che sopraggiungevano ogni giorno.. […]
Una volta, il lazzeretto rimase senza medici; e, con offerte di grosse paghe e d’onori, a fatica e non subito, se ne poté avere; ma molto men del bisogno. Fu spesso lì lì per mancare affatto di viveri, a segno di temere che ci s’avesse a morire anche di fame; e più d’una volta, mentre non si sapeva più dove batter la testa per trovare il bisognevole, vennero a tempo abbondanti sussidi, per inaspettato dono di misericordia privata: ché, in mezzo allo stordimento generale, all’indifferenza per gli altri, nata dal continuo temer per sé, ci furono degli animi sempre desti alla carità, ce ne furon degli altri in cui la carità nacque al cessare d’ogni allegrezza terrena; come, nella strage e nella fuga di molti a cui toccava di soprintendere e di provvedere, ce ne furono alcuni, sani sempre di corpo, e saldi di coraggio al loro posto: ci furon pure altri che, spinti dalla pietà, assunsero e sostennero virtuosamente le cure a cui non eran chiamati per impiego.
Dove spiccò una più generale e più pronta e costante fedeltà ai doveri difficili della circostanza, fu negli ecclesiastici. Ai lazzeretti, nella città, non mancò mai la loro assistenza: dove si pativa, ce n’era; sempre si videro mescolati, confusi co’ languenti, co’ moribondi, languenti e moribondi qualche volta loro medesimi; ai soccorsi spirituali aggiungevano, per quanto potessero, i temporali; prestavano ogni servizio che richiedessero le circostanze. Più di sessanta parrochi, della città solamente, moriron di contagio: gli otto noni, all’incirca. Federigo dava a tutti, com’era da aspettarsi da lui, incitamento ed esempio. […]
Così, ne’ pubblici infortuni, e nelle lunghe perturbazioni di quel qual si sia ordine consueto, si vede sempre un aumento, una sublimazione di virtù; ma, pur troppo, non manca mai insieme un aumento, e d’ordinario ben più generale, di perversità. E questo pure fu segnalato. I birboni che la peste risparmiava e non atterriva, trovarono nella confusion comune, nel rilasciamento d’ogni forza pubblica, una nuova occasione d’attività, e una nuova sicurezza d’impunità a un tempo. Che anzi, l’uso della forza pubblica stessa venne a trovarsi in gran parte nelle mani de’ peggiori tra loro. All’impiego di monatti e d’apparitori non s’adattavano generalmente che uomini sui quali l’attrattiva delle rapine e della licenza potesse più che il terror del contagio, che ogni naturale ribrezzo. Erano a costoro prescritte strettissime regole, intimate severissime pene, assegnati posti, dati per superiori de’ commissari, come abbiam detto; sopra questi e quelli eran delegati in ogni quartiere, magistrati e nobili, con l’autorità di provveder sommariamente a ogni occorrenza di buon governo. Un tal ordin di cose camminò, e fece effetto, fino a un certo tempo; ma, crescendo, ogni giorno, il numero di quelli che morivano, di quelli che andavan via, di quelli che perdevan la testa, venner coloro a non aver quasi più nessuno che li tenesse a freno; si fecero, i monatti principalmente, arbitri d’ogni cosa. Entravano da padroni, da nemici nelle case, e, senza parlar de’ rubamenti, e come trattavano gl’infelici ridotti dalla peste a passar per tali mani, le mettevano, quelle mani infette e scellerate, sui sani, figliuoli, parenti, mogli, mariti, minacciando di strascinarli al lazzeretto, se non si riscattavano, o non venivano riscattati con danari. Altre volte, mettevano a prezzo i loro servizi, ricusando di portar via i cadaveri già putrefatti, a meno di tanti scudi. […]
Del pari con la perversità, crebbe la pazzia: tutti gli errori già dominanti più o meno, presero dallo sbalordimento, e dall’agitazione delle menti, una forza straordinaria, produssero effetti più rapidi e più vasti. E tutti servirono a rinforzare e a ingrandire quella paura speciale dell’unzioni, la quale, ne’ suoi effetti, ne’ suoi sfoghi, era spesso, come abbiam veduto, un’altra perversità. L’immagine di quel supposto pericolo assediava e martirizzava gli animi, molto più che il pericolo reale e presente. “E mentre, – dice il Ripamonti, – i cadaveri sparsi, o i mucchi di cadaveri, sempre davanti agli occhi, sempre tra’ piedi, facevano della città tutta come un solo mortorio, c’era qualcosa di più brutto, di più funesto, in quell’accanimento vicendevole, in quella sfrenatezza e mostruosità di sospetti… Non del vicino soltanto si prendeva ombra [si diffidava], dell’amico, dell’ospite; ma que’ nomi, que’ vincoli dell’umana carità, marito e moglie, padre e figlio, fratello e fratello, eran di terrore: e, cosa orribile e indegna a dirsi! la mensa domestica, il letto nuziale, si temevano, come agguati, come nascondigli di venefizio”.
La vastità immaginata, la stranezza della trama turbavan tutti i giudizi, alteravan tutte le ragioni della fiducia reciproca. Da principio, si credeva soltanto che quei supposti untori fosser mossi dall’ambizione e dalla cupidigia; andando avanti, si sognò, si credette che ci fosse una non so quale voluttà diabolica in quell’ungere, un’attrattiva che dominasse le volontà. I vaneggiamenti degl’infermi che accusavan se stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni, e rendevano ogni cosa, per dir così, credibile d’ognuno. E più delle parole, dovevan far colpo le dimostrazioni, se accadeva che appestati in delirio andasser facendo di quegli atti che s’erano figurati che dovessero fare gli untori: cosa insieme molto probabile, e atta a dar miglior ragione della persuasion generale e dell’affermazioni di molti scrittori. Così, nel lungo e tristo periodo de’ processi per stregoneria, le confessioni, non sempre estorte, degl’imputati, non serviron poco a promovere e a mantener l’opinione che regnava intorno ad essa: ché, quando un’opinione regna per lungo tempo, e in una buona parte del mondo, finisce a esprimersi in tutte le maniere, a tentar tutte l’uscite, a scorrer per tutti i gradi della persuasione; ed è difficile che tutti o moltissimi credano a lungo che una cosa strana si faccia, senza che venga alcuno il quale creda di farla. […]
D’ugual valore, se non in tutto d’ugual natura, erano i sogni de’ dotti; come disastrosi del pari n’eran gli effetti. Vedevano, la più parte di loro, l’annunzio e la ragione insieme de’ guai in una cometa apparsa l’anno 1628, e in una congiunzione di Saturno con Giove, “inclinando, – scrive il Tadino, – la congiontione sodetta sopra questo anno 1630, tanto chiara, che ciascun la poteua intendere. Mortales parat morbos, miranda videntur” [“Prepara malattie mortali, cose mirabili a vedersi“]. Questa predizione, cavata, dicevano, da un libro intitolato Specchio degli almanacchi perfetti, stampato in Torino, nel 1623, correva per le bocche di tutti. […]
Da’ trovati del volgo, la gente istruita prendeva ciò che si poteva accomodar con le sue idee; da’ trovati della gente istruita, il volgo prendeva ciò che ne poteva intendere, e come lo poteva; e di tutto si formava una massa enorme e confusa di pubblica follia.
Ma ciò che reca maggior maraviglia, è il vedere i medici, dico i medici che fin da principio avevan creduta la peste, dico in ispecie il Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista entrare, tenuta d’occhio, per dir così, nel suo progresso, il quale aveva detto e predicato che l’era peste, e s’attaccava col contatto, che non mettendovi riparo, ne sarebbe infettato tutto il paese, vederlo poi, da questi effetti medesimi cavare argomento certo dell’unzioni venefiche e malefiche […]
Ci furon però di quelli che pensarono fino alla fine, e fin che vissero, che tutto fosse immaginazione: e lo sappiamo, non da loro, ché nessuno fu abbastanza ardito per esporre al pubblico un sentimento così opposto a quello del pubblico; lo sappiamo dagli scrittori che lo deridono o lo riprendono o lo ribattono, come un pregiudizio d’alcuni, un errore che non s’attentava di venire a disputa palese, ma che pur viveva […].
I magistrati, scemati ogni giorno, e sempre più smarriti e confusi, tutta, per dir così, quella poca risoluzione di cui eran capaci, l’impiegarono a cercar di questi untori. […].
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CC BY-NC-SA 4.0 Manzoni, La peste a Milano by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.