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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Alessandro Manzoni, Il sugo di tutta la storia

I promessi sposi, Capitolo XXXVIII

 

Finalmente Renzo e Lucia possono sposarsi e a celebrare il matrimonio sarà proprio don Abbondio, ormai rassicurato dalla provvidenziale morte di don Rodrigo. Don Abbondio riceve la visita del marchese erede di don Rodrigo, un uomo perbene che vuole in qualche modo porre rimedio alle sue malefatte. Per far questo decide di acquistare la casa e i poderi di Renzo e di Agnese a un prezzo elevato. Renzo e Lucia si sposano, poi partono insieme ad Agnese per il Bergamasco. Le condizioni in cui si trovano nella nuova patria non sono prive di iniziali amarezze. Poi Renzo e il cugino Bortolo acquistano a un prezzo favorevole un filatoio e iniziano una nuova attività. La vita matrimoniale trascorre tranquilla e felice, allietata dalla nascita di numerosi figli.

 

[…]
Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui. Aveva essa portato via il padrone d’un altro filatoio, situato quasi sulle porte di Bergamo; e l’erede, giovine scapestrato, che in tutto quell’edifizio non trovava che ci fosse nulla di divertente, era deliberato, anzi smanioso di vendere, anche a mezzo prezzo; ma voleva i danari l’uno sopra l’altro, per poterli impiegar subito in consumazioni improduttive. Venuta la cosa agli orecchi di Bortolo, corse a vedere; trattò: patti più grassi non si sarebbero potuti sperare; ma quella condizione de’ pronti contanti guastava tutto, perché quelli che aveva messi da parte, a poco a poco, a forza di risparmi, erano ancor lontani da arrivare alla somma. Tenne l’amico in mezza parola, tornò indietro in fretta, comunicò l’affare al cugino, e gli propose di farlo a mezzo. Una così bella proposta troncò i dubbi economici di Renzo, che si risolvette subito per l’industria, e disse di sì. Andarono insieme, e si strinse il contratto. Quando poi i nuovi padroni vennero a stare sul loro, Lucia, che lì non era aspettata per nulla, non solo non andò soggetta a critiche, ma si può dire che non dispiacque; e Renzo venne a risapere che s’era detto da più d’uno: – avete veduto quella bella baggiana che c’è venuta? – L’epiteto faceva passare il sostantivo.
E anche del dispiacere che aveva provato nell’altro paese, gli restò un utile ammaestramento. Prima d’allora era stato un po’ lesto nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticar la donna d’altri, e ogni cosa. Allora s’accorse che le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po’ più d’abitudine d’ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle.
Non crediate però che non ci fosse qualche fastidiuccio anche lì. L’uomo (dice il nostro anonimo: e già sapete per prova che aveva un gusto un po’ strano in fatto di similitudini; ma passategli anche questa, che avrebbe a esser l’ultima), l’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo in somma, a un di presso, alla storia di prima. E per questo, soggiunge l’anonimo, si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio. È tirata un po’ con gli argani, e proprio da secentista; ma in fondo ha ragione. Per altro, prosegue, dolori e imbrogli della qualità e della forza di quelli che abbiam raccontati, non ce ne furon più per la nostra buona gente: fu, da quel punto in poi, una vita delle più tranquille, delle più felici, delle più invidiabili; di maniera che, se ve l’avessi a raccontare, vi seccherebbe a morte.
Gli affari andavan d’incanto: sul principio ci fu un po’ d’incaglio per la scarsezza de’ lavoranti e per lo sviamento e le pretensioni de’ pochi ch’eran rimasti. Furon pubblicati editti che limitavano le paghe degli operai; malgrado quest’aiuto, le cose si rincamminarono, perché alla fine bisogna che si rincamminino. Arrivò da Venezia un altro editto, un po’ più ragionevole: esenzione, per dieci anni, da ogni carico reale e personale ai forestieri che venissero a abitare in quello stato. Per i nostri fu una nuova cuccagna.
Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.
Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.
Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.
La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

 

Analisi del testo

Renzo e Lucia finalmente si sposano, venute meno le resistenze di don Abbondio. Grazie alla generosità del marchese erede di don Rodrigo, vendono casa e terreni per poi trasferirsi nel bergamasco. Qui Renzo diventerà un piccolo imprenditore, acquistando un filatoio assieme al cugino Bartolo. La vita condotta dai due sposi dopo il matrimonio non è un idillio, non è priva di problemi, anche se trascorre serena, allietata dalla nascita di numerosi figli. Renzo e Lucia riflettono sul significato delle loro disavventure, sul “sugo di tutta la storia”.
Renzo rievoca le sue passate avventure, sostenendo di aver imparato molte cose per l’avvenire, tra cui non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza, non bere troppo, non tenere in mano il martello delle porte quando c’è intorno gente malintenzionata e altro. Lucia non è però pienamente convinta dal suo ragionamento e a furia di sentirglielo ripetere un giorno osserva che lei i guai non li ha cercati ma che sono stati loro a cercare lei. La conclusione a cui arrivano i due giovani è che i “guai” possono venire anche senza alcuna colpa. Renzo e Lucia si convincono che anche le sventure possono essere provvidenziali e più sopportabili, se affrontate con l’aiuto della fede in Dio, e che possono essere untili per una vita migliore. Una vita aperta agli altri e non chiusa in un’ottica egoistica, nella consapevolezza che la vita sulla terra è intrisa di sofferenza e che su di essa il male incombe costantemente. D’altronde per Manzoni, data la sua tragica concezione della condizione umana e della storia, è falsa ogni rappresentazione idillica che escluda il male e il dolore.
Questa conclusione sembra all’autore “il sugo di tutta la storia”, perciò gli pare opportuno porla a conclusione del romanzo. Se l’opera, osserva con ironia, è piaciuta ai lettori, questi dovranno voler bene a chi l’ha scritta (l’immaginario secentista) e un po’ anche a chi l’ha rimaneggiata (Manzoni). Se invece si sono annoiati, non è stato per volontà dello scrittore.

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