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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Platone, Il mito delle due metà

(dal Simposio)
 
Secondo il racconto fatto da Aristofane nel Simposio, gli uomini in origine erano “doppi” e, essendo arroganti, giunsero ad attaccare gli dei. Zeus, anziché sterminarli, preferì dividerli a metà, perché fossero più deboli ed al tempo stesso più tranquilli. Ma proprio perché in origine erano un unico individuo, le due metà sonno alla ricerca della loro parte complementare…

 

A me infatti pare che gli uomini non conoscano assolutamente la potenza di Amore, perché, se la conoscessero, gli innalzerebbero templi ed altari grandissimi, e farebbero in onor suo grandissimi sacrifici, non come ora che di queste celebrazioni per lui non si fa nulla, mentre sarebbe pur necessario che fra tutti si facessero particolarmente per lui. Egli infatti, tra gli dèi, è il più benevolo agli uomini, [189d] perché è loro soccorritore ed è anche medico di tali malanni, che, se condotti a guarigione, grandissima prosperità ne verrebbe al genere umano. Tenterò dunque di esporvi tutta la sua potenza, e voi, a vostra volta, ne sarete maestri agli altri. Ma anzitutto occorre che conosciate la natura umana e i suoi casi: giacché la natura di noi uomini, un tempo, non era la stessa, quale è ora per noi, ma diversa. Per prima cosa tre erano i generi della stirpe umana, non due come ora, maschio e femmina, [189e] ma ve n’era anche un terzo che era comune ad ambedue questi, del quale, oggi, resta soltanto il nome, ma esso si è perduto. Infatti l’androgino allora era un genere a sé e aveva forma e nome in comune dal maschio e dalla femmina, ora invece non c’è più, ma resta soltanto il nome sotto forma di ignominia. La forma di ciascun uomo era rotonda: aveva la schiena e i fianchi di aspetto circolare, aveva pure quattro mani, quattro gambe e due volti su un collo rotondo, [190a] del tutto uguali. Sui due volti, che poggiavano su una testa sola dai lati opposti, vi erano quattro orecchie, due organi genitali e tutto il resto come può immaginarsi da tutto questo. Si camminava in posizione eretta, come ora e ove si voleva; e quando si disponevano a correre velocemente, come i saltimbanchi, a gambe levate, fanno capitomboli di forma circolare, così essi, facendo perno sulle otto gambe, si muovevano velocemente in cerchio. Erano poi tre generi e combinati in questo modo per queste ragioni, [190b] perché il maschio aveva tratto la propria origine genetica dal sole, la femmina dalla terra, ma l’uno e l’altra avevano poi parte in comune dalla luna, poiché anche la luna ha parte di ambedue essi. Erano formati in questo modo e il loro andare assumeva la forma di cerchio per il fatto di essere simili ai loro genitori. Quanto a forza e vigore erano terribili e nutrivano un sentire orgoglioso, e quello che dice Omero a proposito di Efialte e di Oto, che tentarono di dare la scalata al cielo per imporsi agli dèi, si riferisce loro. Zeus dunque e gli altri dèi si radunarono a consiglio per stabilire cosa dovevano fare, ma si trovarono nell’incertezza. Non avevano infatti come sopprimerli e farne sparire la razza come i Giganti fulminandoli – sarebbero scomparsi infatti tutti gli onori e i sacrifici da parte degli uomini nei loro riguardi -, né d’altra parte come lasciarli andare all’insolenza. Ma Zeus dopo aver pensato, e con fatica, disse: “Penso di avere un mezzo per il quale gli uomini possano sussistere e cessare la loro insolenza, divenendo più deboli. [190d] Dunque ora taglierò ciascuno di essi in due parti eguali e così diverranno più deboli e insieme più utili per noi per essere più numerosi. E cammineranno in posizione eretta, su due gambe. Se parrà poi che persistano nella loro insolenza e non vorranno starsene in pace, li taglierò di nuovo in due, tanto che cammineranno su una gamba sola come quelli che si tengon dritti su un piede solo”. Detto ciò si diede a tagliare gli uomini in due come quelli che tagliano le sorbe in due e ne preparano la conservazione, o come quelli che tagliano le uova con un filo. E via via che ne tagliava uno dava ordine ad Apollo di volgergli il volto e la metà del collo verso il taglio, per rendere l’uomo più misurato alla vista del taglio subito ed ordinava pure di curare tutto il resto. E Apollo gli voltava il viso e tirando da ogni parte la pelle sopra quello che ora vien chiamato ventre, come borsette che possono restringersi con uno spago facendone una bocca sola la legava nel mezzo del ventre, ed è quello che ora chiamiamo ombelico. Stendeva poi [191a] le altre numerose crepe ed assettava il petto con uno strumento simile a quello che i calzolai usano quando spianano sullo stampo le pieghe del cuoiame; ne lasciava poche intorno alla pancia e all’ombelico, perché fossero di ammonimento
dell’antica esperienza. Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore [191b] per non volere fare nulla l’una separatamente dall’altra.
E quando moriva una delle parti e ne restava una sola, quella che sopravviveva ne cercava un’altra e vi si abbracciava, sia che capitasse nella metà di una donna intera, che ora chiamiamo donna, sia in quella di un uomo. E così raggiungevano la morte.
Zeus, avendone pietà, escogitò un altro mezzo e traspose i loro genitali sulla parte anteriore, giacché fino a quel frangente li portavano all’esterno [191c] e generavano e partorivano non fra di loro, ma congiungendosi con la terra. Glieli traspose dunque sul davanti, così come è ora, e dispose la creazione loro tramite tra gli uni e gli altri, cioè tra il maschio e la femmina, per queste ragioni, perché se un maschio si imbatteva in una femmina, generassero e dessero continuità alla razza, e insieme se un maschio si incontrava con un maschio, quando fosse giunta la sazietà del loro stare insieme e vi ponessero temine, si volgessero poi ad altra attività e si prendessero cura delle altre faccende della vita. Da tempo dunque [191d] è connaturato negli uomini l’amore degli uni per gli altri che si fa conciliatore dell’antica natura e che tenta di fare un essere solo da due e di curare la natura umana. Ciascuno di noi dunque è come un contrassegno d’uomo, giacché è tagliato in due come le sogliole, da uno divenuto due. Ciascuno cerca sempre il proprio segno di riconoscimento. Quanti tra gli uomini sono come il taglio di quell’essere duplice che allora veniva chiamato androgino, sono amanti delle donne e la maggior parte degli adulteri deriva da quel genere e quante fra le donne sono amanti degli uomini e adultere derivano sempre da quel genere. Quante fra loro invece derivano dal taglio di una donna, queste non volgono affatto la loro attenzione agli uomini, ma sono rivolte invece piuttosto alle donne e da questo genere derivano
le etere. Quanti poi derivano dal taglio di un maschio, vanno alla ricerca del maschio, e finché sono fanciulli, poiché sono piccole parti del maschio amano il maschio e godono di giacere e di starsene abbracciati con un maschio, [192a] e sono questi i migliori tra i fanciulli e i giovinetti, perché per natura sono i più coraggiosi. Alcuni invece sostengono che questi sono senza vergogna, ma si ingannano: essi fanno questo infatti, non per mancanza di pudore, ma per il loro ardimento e coraggio e per la loro mascolinità bramano quel che è simile ad essi. E ce n’è anche una prova significativa perché, fattisi avanti d’età, soltanto questi entrano nell’attività politica da uomini. E quando poi divengono uomini maturi [192b] e amano i ragazzetti, volgono la mente alle nozze e ai figli non per inclinazione naturale, ma perché vi sono tratti dalla consuetudine. A loro basterebbe vivere gli uni con gli altri senza nozze. Uno siffatto dunque ama i fanciulli o è amante di amatori perché aspira sempre a quel che gli è congeniale. E quando dunque questo amatore di fanciulli, o qualunque altro, venga ad imbattersi proprio in quello che è la sua metà, allora sì che restano colpiti per amicizia, [192c] familiarità, amore, che non vogliono, per così dire, essere separati neppure per un attimo. E sono proprio questi che continuando a vivere insieme per tutta la vita non saprebbero dire cosa vogliono capiti loro gli uni dagli altri: e a nessuno può sembrare che questo sia soltanto la comunione dei piaceri d’amore, come se solo per questo fossero così contenti di stare insieme l’uno con l’altro e con tanta passione. Ma è chiaro che l’anima dell’uno e dell’altro vuole qualche altra cosa [192d] che non è in grado di dire, ma fa congetture e manifesta simbolicamente. Perché se ad essi, proprio nel momento che giacciono insieme si accostasse Efesto con i propri strumenti e domandasse: “Cos’è dunque, uomini, che volete che vi succeda l’uno dall’altro?”, e, trovandosi essi in difficoltà, chiedesse ancora: “Forse agognate questo, di congiungervi indissolubilmente l’uno con l’altro in una sola cosa, così da non lasciarvi tra di voi né di giorno né di notte? Perché se bramate questo, sono pronto a fondervi insieme e [192e] a comporvi in una sola natura fino al punto che da due diventiate uno solo, e finché restate in vita, vivrete in comune l’un l’altro come un essere solo, e quando poi sopraggiunga la morte, là, nel profondo dell’Ade, siate ancora uno soltanto, invece di due, essendo insieme anche da morti. Ma considerate bene se è proprio questo che amate e se può bastarvi, quando lo abbiate ottenuto”. Udendo tali cose, lo sappiamo bene, nessuno si trarrebbe indietro, né darebbe a vedere di volere qualche altra cosa, ma riterrebbe di avere ascoltato una buona volta quello che da tempo desiderava, di congiungersi e di fondersi con l’amato e di due divenire uno solo.
Questo è il motivo per il quale la nostra natura antica era così e noi eravamo tutti interi: e il nome d’amore dunque è
dato per il desiderio e l’aspirazione all’intero [193a]. Prima di tutto questo, come dico, eravamo una unità sola, ora invece per la nostra colpevolezza siamo stati dispersi dalla divinità come gli Arcadi dagli Spartani. Vi è timore dunque che se non siamo moderati verso gli dèi, essi ancora una volta ci taglino in due e ci tocchi andare in giro modellati come i bassorilievi nelle stele con l’iscrizione, segati in due nel mezzo del naso, divenuti come le tessere di riconoscimento che si danno agli ospiti. Per questo occorre che ogni uomo si faccia promotore presso ogni altro ad essere pio verso gli dèi, [193b] per fuggire alcuni mali, e ottenere invece quei beni, dato che Amore è nostra guida e condottiero. A questo dio nessuno faccia contrarietà – le compie chiunque viene in odio agli dèi -, perché divenuti amici e rappacificati con lui, troveremo e ci imbatteremo nei ragazzetti che diverranno nostri, cosa che ora fanno in pochi. E non mi interrompa Erissimaco, canzonando il mio discorso, come se io accennassi a Pausania e Agatone, perché probabilmente [193c] vengono a trovarsi tra questi e ambedue sono maschi per natura. Dico invece per ogni uomo e ogni donna, che solo così il genere umano può diventare felice se diamo soddisfacimento ad Amore ed incontrando ciascuno il proprio amato, volgendoci verso la nostra antica natura. E se questo punto è l’ottimo, ne consegue che tra quelli presenti l’ottimo sia quello che gli è più vicino. E questo è incontrare un amato che per natura ha la mente rivolta a ciò. Inneggiando dunque al dio che ci è causa di queste cose, [193d] a buon diritto eleveremmo inni in onore di Amore, che al presente ci giova moltissimo conducendoci a quel che ci è proprio, e per il futuro ci offre grandissime speranze, che se noi faremo dono agli dèi della nostra devozione, riportandoci alla nostra primitiva natura e curandoci ci renderà beati e contenti.

 

 

Platone, Opere complete, Newton Compton
Traduzione di Gino Giardini

 

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Platone, Il mito delle due metà

Il mito narrato da Aristofane nel Simposio descrive una situazione originaria in cui esistevano uomini di conformazione doppia rispetto all’attuale (con quattro mani, quattro gambe e due volti), distinti in tre sessi, maschio, femmina e androgino (maschio e femmina insieme). Poiché questi esseri erano orgogliosi e sembravano persino intenzionati a “dare la scalata al cielo” per prendere il posto degli dei, Zeus decise di tagliarli in due, per indebolirli.
Gli uomini si trovarono così separati a ricercare la loro metà perduta. Per essi, il dolore causato dalla perdita della loro metà era tale che quando la incontravano di nuovo, presi dal desiderio di fondersi insieme nuovamente, si lasciavano morire d’inedia perché non volevano più separarsi.
“Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell’altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l’un l’altra, se ne morivano di fame e di torpore [191b] per non volere fare nulla l’una separatamente dall’altra.”
Zeus, mosso a compassione, trasportò gli organi sessuali sul davanti e fece in modo che la generazione avvenisse tra il maschio e la femmina.? L’uomo, quindi, cerca attraverso l’amore di tornare alla sua antica natura e di ritrovare la propria metà perduta. Gli esseri derivanti da un androgino cercano un essere di sesso diverso, i maschi originari cercano un altro maschio e le femmine un’altra femmina che diano loro l’illusione della primordiale unità. Il desiderio di ricongiungersi con la propria metà è talmente forte che sarebbero disposti a tutto pur “di congiungersi e di fondersi con l’amato e di due divenire uno solo”.
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