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Wislawa Szymborska, Un amore felice

Wislawa Szymborska, Un amore felice

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Wislawa Szymborska, Un amore felice

 

 

Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
 
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
 
Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano ?
sembra un complotto contro l’umanità!
 
È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?
 
Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
 
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.
 
Wislawa Szymborska, Elogio dei sogni, Corriere della sera
A cura di Pietro Marchesani
 

 

Maria Wisława Anna Szymborska è stata una poetessa e saggista polacca. Premiata con il Nobel nel 1996 e con numerosi altri riconoscimenti. In Polonia, i suoi volumi raggiungono cifre di vendita (500.000 copie vendute – come un bestseller) che rivaleggiano con quelle dei più notevoli autori di prosa, nonostante Szymborska abbia ironicamente osservato, nella poesia intitolata Ad alcuni piace la poesia (Niektorzy lubią poezje), che la poesia piace a non più di due persone su mille.

 

 

“La poesia della Szymborska non dài risposte, perché ogni domanda può solo generare altre domande. Essa parla in un modo aperto, dubbioso, non definitivo né definitorio, che non chiude ma apre ulteriori spazi alla riflessione, e di ogni singolo lettore sembra condividere intuizioni, sensazioni e paure. A questo lettore la poetessa di Cracovia dice che, benché si debba vivere in un universo apparentemente governato dall’assoluta casualità, nel poeta alla disperazione si accompagna l’incanto. Ed è l’incanto della poesia che rende al lettore la vita su quello stesso universo più sopportabile e lieve.” [Pietro Marchesani]

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Catullo, Odio e amo – Povero Catullo

Catullo, Odio e amo – Povero Catullo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Catullo, Povero Catullo (Carme 8)

Per Catullo il legame con Lesbia, benché di tipo extraconiugale, è basato su un “patto” che comporta fedeltà, lealtà, amicizia, con un valore morale non inferiore al matrimonio. L’infedeltà di Lesbia distrugge questo patto, acuisce il desiderio ma lo rende tormentoso. Nella fase finale l’amore per Lesbia è sentito come una malattia e come insanabile dolore che logora le forze vitali. Di fronte all’impetuosa passione che lo possiede, il poeta non sa e non riesce a reagire.

Povero Catullo, smetti di vaneggiare,

E quel che vedi perduto consideralo perduto.

Un tempo brillarono per te soli splendenti,

Quando andavi dove la tua ragazza ti conduceva

amata quanto amata non sarà mai nessuna.

E là nascevano molti giochi d’amore

che tu volevi e a cui lei non si negava,

Rifulsero davvero per te splendidi soli.

Ma ora lei non vuole più: e anche tu, tuo malgrado, non volere,

e non inseguire colei che fugge, e non vivere infelice,

ma sopporta con determinazione, resisti.

Addio ragazza mia, ormai Catullo resiste,

non ti cercherà né ti pregherà se non lo vuoi.

Ma tu soffrirai, di non essere desiderata.

Sciagurata, guai a te, che misera vita ti resta?

Chi si avvicinerà a te ora? A chi sembrerai bella?

Chi amerai ora? A chi si dirà che appartieni?

Chi bacerai? A chi morderai le labbra?

Ma tu, Catullo, ostinato resisti.

Carmen VIII Miser Catulle…

Miser Catulle, desinas ineptire,

et quod vides perisse perditum ducas.

Fulsere quondam candidi tibi soles,

cum ventitabas quo puella ducebat

amata nobis quantum amabitur nulla.

Ibi illa multa cum iocosa fiebant,

quae tu volebas nec puella nolebat,

fulsere vere candidi tibi soles.

Nunc iam illa non vult: tu quoque impotens noli,

nec quae fugit sectare, nec miser vive,

sed obstinata mente perfer, obdura.

Vale puella, iam Catullus obdurat,

nec te requiret nec rogabit invitam.

At tu dolebis, cum rogaberis nulla.

Scelesta, vae te, quae tibi manet vita?

Quis nunc te adibit? cui videberis bella?

Quem nunc amabis? cuius esse diceris?

Quem basiabis? cui labella mordebis?

At tu, Catulle, destinatus obdura.

 

Analisi del testo

Il carme VIII, della raccolta, ben raffigura i termini ambivalenti e travagliati del rapporto tra il poeta e Lesbia: da un lato il poeta pensa che l’amore sia ormai finito, dall’altro commisera se stesso e rimpiange la felicità passata, i giorni felici in cui l’amore era ricambiato. Poi esorta se stesso a resistere e a non cercare più la donna amata, così come lei adesso non cerca lui. Poi esprime la sua rabbia e si dice certo che la ragazza non troverà nessuno che l’ami come lui, e che per questo lei soffrirà. Di nuovo poi, infine, ribadisce il disperato tentativo di essere determinato a non cercarla.

Il poeta vorrebbe essere forte, non cercarla più, ma il suo animo è tormentato. Il suo attaccamento a lei appare ancora molto forte ed emerge con evidenza nel rimpianto dei tempi felici e nella minaccia (o illusione?) che la donna amata non trovi nessun altro da amare e che l’ami come lui l’ha amata…e ancora l’ama.

Odio e amo (Carme 85)

Odio e amo. Forse ti chiedi, perché lo faccia.

Non so, ma sento che accade e mi tormento.

Carmen LXXXV.

Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.

Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Analisi del testo

In soli due versi il poeta i tratti centrali dell’intera esperienza amorosa con Lesbia, costituita da passione irresistibile, da un lato, e da pena e tormento per i suoi tradimenti. Si tratta di sentimenti anticipati dal poeta nel carme “Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo”: egli non può non amare, non può non desiderare la donna amata, ma le vuole meno bene, per via dei suoi inganni. Qui, addirittura dice di odiarla. Pone anzi la parola “Odi” (odio) al primo posto, ed è questo forse che vorrebbe fare, odiare Lesbia, perché lei non lo ama più e lo tradisce, ma non riesce a non amarla. Amore e odio sono inestricabilmente connessi e lui la odia proprio perché tanto la ama. Catullo non sa spiegarsi la compresenza di questi sentimenti antitetici e il suo animo è travagliato da passioni che lo tormentano. 

L’antitesi iniziale (Odi et amo), che esprime da un lato lo slancio della passione amorosa e dall’altro il tormento e la sofferenza per il rifiuto o per il tradimento, rappresenterà uno dei “topoi” letterari più frequenti nella cultura occidentale. 

Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo (Carme 72)

Lesbia, che rassicurava Catullo sulla sua fedeltà, che diceva di preferirlo a Giove stesso, lo tradisce. Fragili le promesse degli amanti. L’amore non è che una magnifica fiamma destinata a spegnersi…

Un tempo dicevi di far l’amore solo con Catullo,

Lesbia, e di non preferire a me neanche Giove.

Ti ho amata non come si ama un’amante,

Ma come un padre ama i figli e i generi.

Ora ti conosco; e anche se più ardente è il mio desiderio

per me tuttavia sei più vile e insignificante.

“Come è possibile?” chiedi. Perché una tale offesa

induce chi ama ad amare di più, ma a voler meno bene.

Carmen LXXII

Dicebas quondam solum te nosse Catullum,

Lesbia, nec prae me velle tenere Iovem.

Dilexi tum te non tantum ut vulgus amicam,

sed pater ut gnatos diligit et generos.

Nunc te cognovi; quare etsi impensius uror,

multo mi tamen es vilior et levior.

“Qui potis est?” inquis. Quod amantem iniuria talis

cogit amare magis, sed bene velle minus.

Analisi del testo

La poesia contrappone passato e presente, come indicato dai tempi verbali: nei primi quattro versi Catullo ricorda il passato mentre nei versi successivi fa riferimento al presente. Il poeta ricorda a Lesbia le vane parole del passato, quando l’amata diceva di anteporlo a chiunque altro, persino a Giove. Sempre riferendosi al passato il poeta sottolinea l’eccezionalità del suo amore, che non era un sentimento comune e puramente erotico ma simile piuttosto all’affetto, alla tenerezza e all’amore di un padre per i propri figli.

Ma ora, al presente appunto, il poeta ha veramente conosciuto di che cosa sia capace Lesbia, di quali tradimenti. Il poeta brucia d’amore per lei ancora più ardentemente, mentre al tempo stesso ella è per lui molto più spregevole e insignificante.

Catullo immagina che Lesbia gli chieda come sia possibile questa apparente contraddizione e spiega che un tradimento così vile e inaspettato induce chi ama veramente ad amare di più ma a stimare e a voler bene molto di meno. 

Catullo sente che per lui non è possibile cessare d’amare Lesbia, benché a un’accresciuta intensità dell’attrazione erotica corrisponda una minore intensità dell’affetto e della stima, dopo che ha conosciuto la vera natura della donna amata.

Nel testo latino il termine “nosse” (conoscere) applicato all’amore ha l’evidente connotazione erotica di “conoscere sessualmente”. A essa si contrappone la razionale conoscenza espressa da “te cognovi” (ti conosco), messa in risalto dall’avversativa “Nunc” (Ora).

Il poeta vorrebbe essere l’unico vero amore di Lesbia, e non condividerla con altri. La gelosia si accompagna alla disillusione, alla delusione e all’orgoglio ferito, che spingono Catullo a desiderare più intensamente la donna, ma a darle meno valore, poiché l’ha ingannato e tradito.

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Solo con te farei l’amore, dice la donna mia (Carme 70)

 

Solo con te farei l’amore, dice la donna mia, 

solo con te, anche se mi volesse Giove. 

Dice: ma ciò che dice una donna a un amante impazzito 

devi scriverlo sul vento, sull’acqua che scorre.

Carmen LXX

Nulli se dicit mulier mea nubere malle

quam mihi, non si se Iuppiter ipse petat.

Dicit: sed mulier cupido quod dicit amanti,

in vento et rapida scribere oportet aqua.

Jaques Prévert, Il giardino (Le Jardin)

Jaques Prévert, Il giardino (Le Jardin)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Jaques Prévert, Le Jardin

 

Des milliers et des milliers d’années

Ne sauraient suffire

Pour dire

La petite seconde d’éternité

Où tu m’as embrassé

Où je t’ai embrassée

Un matin dans la lumière de l’hiver

Au parc Montsouris à Paris

À Paris

Sur la terre

La terre qui est un astre.

Jacques Prévert, Paroles

Jaques Prévert, Il giardino

Il bacio di cui Jaques Prévert parla nella poesia Il giardino è un momento di straordinaria intensità, un miracolo accaduto sulla terra, in un giorno d’inverno, in un parco di Parigi. Ma le parole non bastano a descriverne la microeternità. 

 

Mille anni e poi mille 

Non possono bastare 

Per dire 

La microeternità (il piccolo secondo d’eternità)

Di quando m’ hai baciato 

Di quando t’ ho baciata 

Un mattino nella luce dell’inverno 

Al Parc Montsouris a Parigi  

A Parigi 

Sulla terra  

Sulla terra che è un astro. 

 

Analisi del testo

La poesia è costituita da due quartine legate da un distico in posizione centrale e da un verso finale. I due versi del distico sono quasi identici e si differenziano soltanto per effetto dei diversi pronomi personali e per le loro concordanze (tu – io; m’hait’ho). Esso esprime il momento della fusione e dell’unicità prodotta dal bacio.

La dualità, invece, presente nelle due quartine, ruota attorno al tempo e allo spazio. Nel verso iniziale si suggerisce l’idea di una durata temporale pressoché infinita. Ma mille e poi mille anni non basterebbero a descrivere quell’eternità che si concentra in un “petite seconde” (quarto verso). 

Nella seconda quartina e nell’ultimo verso, con un procedimento inverso, da un luogo specifico e determinato, in una stagione determinata, la visione si allarga a considerare l’intera terra, che viene definita come “un astro” (un astre). La terra che vista dallo spazio appare luminosa come una stella, come fosse illuminata da quel bacio così intenso, nella luce dell’inverno. 

La poesia dà la sensazione di zoommare sui due amanti, dall’infinità dei tempi, mettendo a fuoco l’intensità del loro bacio, per poi allontanarsi con un processo inverso, che coinvolge questa volta non il tempo ma lo spazio. Tempo e spazio si congiungono e si concentrano (nei due versi centrali) nell’eternità del bacio, di un bacio che ha la durata di un secondo molto diverso dagli altri secondi della vita, perché incarna la felicità dei due amanti, una felicità assoluta, totale. Un secondo che vale l’eternità.

 

Comprensione e analisi del testo.

  1. Sottolinea, nel testo, le parole che riguardano l’ambiente e il tempo.
  2. I primi due versi suggeriscono una dimensione temporale: l’eternità; gli ultimi due versi una dimensione spaziale: l’infinito. Cosa vuole evidenziare il poeta? 
  3. Completa il seguente schema di sviluppo del testo: 
  • Tempo infinito 
  • Tempo definito
  • Spazio definito
  • Spazio infinito
  1. Che significato assume l’espressione “microeternità” in questo contesto?
  2. I versi 5 e 6 e gli ultimi due contengono anafore: che funzione hanno?
  3. L’espressione “microeternità” è un ossimoro. Perché? 
  4. L’espressione “Mille anni e poi mille…” è un’iperbole. Perché?

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Guy de Maupassant, Una scampagnata

Guy de Maupassant, Una scampagnata

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Guy de Maupassant (1850–1893) 

nasce a Chateau de Miromesnil, in Normandia, nel 1850 da una famiglia di piccola nobiltà terriera; muore a Parigi nel 1893. Vive un’infanzia segnata dai continui litigi dei genitori.

Dal padre sia Guy che il fratello Hevré ereditano una malattia venerea che li condurrà entrambi alla follia e alla morte.

Conclusi gli studi liceali, partecipa alla guerra franco-prussiana, da cui trae materiale per i suoi racconti. Ritornato a Parigi, si impiega al Ministero della Marina.

L’ultima fase della sua vita è segnata dall’acuirsi della malattia contratta dal padre, che lo porterà a un tentativo di suicidio e al ricovero in una clinica psichiatrica di Parigi.

In gioventù fa parte del circolo letterario che si raccoglie intorno al celebre romanziere francese Gustave Flaubert, intimo amico di famiglia, il quale dà a Maupassant preziosi consigli sull’arte della scrittura. Nel 1880 esce la sua prima novella Palla di sego, nel volume Le serate di Médan.

Nei tredici anni che seguono scrive oltre duecento novelle e i romanzi Una vita (1883) e Bel-Ami (1885), in una prosa semplice e diretta, tra realismo e proiezioni nel fantastico.

La lunga novella Una scampagnata inizia inquadrando immediatamente l’oggetto della narrazione: una merenda sulla Senna, alla periferia di Parigi. L’incontro della famiglia Dufour con due giovani canottieri crea l’occasione per una piccola “scappatella” extraconiugale da parte della madre e per un’avventura prematrimoniale per la figlia. Poi tutto si ricompone, in un borghese equilibrio di convenienze. Eppure…

Il racconto, Une partie de campagne, pubblicato sulla rivista La Vie Moderne nel 1881 fu ripubblicato, quasi senza correzioni, in La Maison Tellier, pochi mesi dopo. Il ricordo degli anni spensierati della giovinezza, intriso di gustosa ironia, è alla base della narrazione che giunge con naturalezza a una pessimistica conclusione. Jean Renoir (1946) ne ha tratto il bel film Une partie de campagne con Jane Marken. Sylvie Bataille, Georges Darnoux e lo stesso regista.

 

Maupassant, Una scampagnata

Erano cinque mesi che avevano progettato di andare a mangiare alla periferia estrema di Parigi, il giorno dell’onomastico della signora Dufour, che si chiamava Petronille. E così quella mattina, dopo aver atteso per tanto tempo quella scampagnata, tutti s’erano alzati molto presto.

scampagnataIl signor Dufour s’era fatto prestare la carretta del lattaio e la guidava personalmente. Era a due ruote e faceva la sua figura. Il tetto, fissato su quattro aste di ferro, aveva ai lati delle tendine che erano state tirate indietro per permettere di ammirare il paesaggio. La tenda di dietro ondeggiava al vento come una bandiera. La moglie, accanto al coniuge, si spampanava tutta in un vestito color ciliegia davvero fuor del comune. Dietro, su due sedie, c’erano la vecchia nonna e una ragazza. E dietro ancora spuntavano i capelli biondastri d’un giovanotto, che in mancanza di sedie, s’era accomodato sul fondo, lasciando spuntar solamente la testa.

Percorsa l’avenue des Champs-Elysées e oltrepassate le fortificazioni della porta Maillot, s’erano messi a guardare il panorama.

Arrivato al ponte di Neuilly il signor Dufour aveva detto:

«Eccoci finalmente in campagna!».

E sua moglie, a quel segnale, s’era intenerita sulla natura. […]

Il sole cominciava a scottare la faccia; la polvere riempiva continuamente gli occhi, e ai due lati della strada si apriva una campagna interminabilmente nuda, sporca e puzzolente. La si sarebbe detta devastata da una lebbra che rodeva persino le case, poiché alcuni scheletri di edifici cadenti e abbandonati, oppure miseri tuguri incompiuti per mancati pagamenti ai costruttori, mostravano quattro muri senza tetto.

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Di quando in quando, sul suolo sterile spuntavano alte ciminiere di fabbriche, sola vegetazione di quei campi putridi dove il venticello primaverile diffondeva un profumo di petrolio e di schisto frammischiato a un altro odore ancor meno gradevole.

Avevano infine varcata una seconda volta la Senna, e sul ponte era stato un incanto. Il fiume splendeva di luce; se ne sprigionava un vapore risucchiato dal sole, e si provava una dolce quiete, una freschezza che faceva bene ai polmoni: un’aria più pura, insomma, che non aveva raccolto il fumo nero delle officine o i miasmi dei canali di scolo.

Un passante aveva detto il nome del paese: Bezons.

La carretta si fermò, e il signor Dufour si mise a leggere l’insegna invitante d’un’osteria: Trattoria Poulin, zuppe e fritture di pesce, saloni per banchetti, giardino e altalene.

«Allora, signora Dufour, che te ne pare? Ti decidi o no?»

La moglie lesse a sua volta: Trattoria Poulin, zuppe e fritture di pesce, saloni per banchetti, giardino e altalene.

Poi guardò a lungo la casa.

Era un’osteria di campagna, bianca, e sorgeva sul margine della strada. Dalla porta aperta si vedeva lo zinco brillante del banco davanti al quale stavano due operai vestiti a festa.

Finalmente la signora Dufour si decise: «Sì, va bene», disse. «E poi c’è una bella vista.»

La carretta entrò in un vasto terreno con grandi alberi che si estendeva dietro l’osteria e che soltanto il sentiero dell’alzaia[1] separava dalla Senna. Allora smontarono. Il marito balzò a terra per primo, poi aperse le braccia per ricevere la moglie. Il predellino, sostenuto da due bracci di ferro, era assai discosto, così che per arrivarvi la signora Dufour dovette lasciar vedere l’estremità d’una gamba la cui primitiva finezza spariva ormai sotto un’invasione di grasso cadente dalle cosce.

Il signor Dufour, che la campagna eccitava già, le dette un bel pizzicotto sul polpaccio, poi, prendendola sotto le ascelle, la depose pesantemente a terra come un enorme fagotto.

Ella ebbe cura di spolverare con la mano la sua veste di seta, poi guardò il luogo dove si trovava.

Era una donna di trentasei anni, carnosa, fiorente e di piacevole aspetto. Respirava a fatica, soffocata dalla eccessiva stretta del busto: e la pressione di quell’arnese spingeva sino al doppio mento la massa gelatinosa del petto sovrabbondante.

Poi la ragazza, posta una mano sulla spalla del padre, saltò leggermente da sola. Il giovanotto dai capelli biondi era sceso mettendo un piede sulla ruota, e ora aiutava il signor Dufour a scaricare la nonna.

Staccarono il cavallo, che fu legato a un albero; e la vettura cadde in avanti con le stanghe in giù. Gli uomini, toltisi la giacca, si lavarono le mani in un secchio d’acqua, poi raggiunsero le loro dame che già avevano preso possesso delle altalene.

La signorina Dufour si studiava di dondolarsi stando in piedi, da sola, senza riuscire a darsi uno slancio sufficiente. Era una bella figliola tra i diciotto e i vent’anni: una di quelle donne che incontrate per strada suscitano un improvviso desiderio e lasciano fino a sera un vago turbamento e un’eccitazione dei sensi. Alta, sottile di vita e larga di fianchi, aveva una pelle scura, occhi grandissimi, capelli nerissimi. Il suo abito disegnava nettamente la soda pienezza delle forme, accentuata maggiormente dagli sforzi delle reni per prender quota. Le braccia tese tenevano le corde al di sopra della testa, cosicché i seni si ergevano, senza una scossa, ad ogni nuovo impulso. Il cappello, rapito da un colpo di vento, era caduto alle sue spalle: e l’altalena si lanciava a poco a poco, mostrando a ogni ripresa fino al ginocchio le gambe affusolate della ragazza, e gettando in faccia ai due uomini, che la guardavano ridendo, le ventate della sua sottana, più inebrianti che i vapori del vino.

Seduta sull’altra altalena, la signora Dufour piagnucolava in modo monotono e continuo: «Cyprien, vieni a spingermi: ma vieni un po’ a spingermi, Cyprien!».

Infine lui andò, e, dopo essersi rimboccate le maniche come prima di cominciare un lavoro, mise in moto sua moglie con sforzi infiniti.

Aggrappata alle corde, ella teneva le gambe tese perché non toccassero terra, e godeva dello stordimento prodotto dal moto alterno dell’altalena. Le sue forme, scosse, tremolavano continuamente, come gelatina su un piatto. Ma quando gli slanci aumentarono, fu colta dalla vertigine e dalla paura. Ad ogni discesa gettava un grido acuto che faceva accorrere tutti i monelli del paese: e laggiù davanti a sé, oltre la siepe del giardino, scorgeva vagamente una guarnizione di teste birichine che il riso atteggiava a smorfie diverse. Si presentò una serva alla quale ordinarono la colazione.

«Una frittura di pesce, una fricassea[2] di coniglio, insalata e frutta», articolò con importanza la signora Dufour.

«Porterete due litri e una bottiglia di bordeaux», disse il marito.

«Pranzeremo sull’erba», completò la ragazza.

La nonna, intenerita alla vista del gatto di casa, lo adescava da dieci minuti prodigandogli inutilmente i nomi più dolci. L’animale, indubbiamente lusingato nell’intimo da quell’attenzione, si teneva sempre vicino alla mano della buona donna, senza però lasciarsi prendere, e ripeteva tranquillamente il giro degli alberi, contro i quali si strofinava, con la coda alzata e facendo le fusa per il piacere.

«Toh!», gridò a un tratto il giovanotto biondastro, che curiosava intorno, «guarda che graziose barche!»

Tutti andarono a vedere. Sotto una piccola tettoia di legno erano riposte due superbe iole[3] da regata, svelte e lavorate come mobili di lusso. Riposavano a fianco a fianco, simili nella loro snellezza stretta e rilucente a due alte ragazze sottili, e mettevano voglia di scivolare sull’acqua nelle belle sere tiepide o nei chiari mattini estivi. di rasentare le rive fiorite dove interi alberi immergono i rami nell’acqua, dove oscilla l’eterno brivido delle canne e donde si lanciano a volo, come lampi turchini, i rapidi martin-pescatori.

Tutta la famiglia le contemplava con rispetto.

«Già, graziose davvero!», ripeté gravemente il signor Dufour. E le descriveva da conoscitore. Anch’egli in gioventù aveva fatto del canottaggio, diceva: anche con questi in mano – e faceva il gesto di forzare sui remi – non aveva paura di nessuno. Aveva battuto in corsa più d’un inglese, un tempo, a Joinville; e scherzò sulla parola «dame» con la quale vengono designati gli scalmi che fissano i remi, dicendo che i canottieri, a ragion veduta, non uscivano mai senza le loro dame. Così concionando[4] si scaldava e proponeva ostinatamente di scommettere che con una barca come quelle avrebbe fatto sei leghe all’ora senza scalmanarsi.

«È pronto», disse la serva comparendo sulla soglia.

Tutti si precipitarono: ma ecco che nel luogo migliore, scelto mentalmente dalla signora Dufour per collocarvisi, due giovanotti stavano già facendo colazione: certamente i proprietari delle iole, poiché erano in costume da canottieri.

Stesi, quasi sdraiati su due sedie, avevano un volto abbronzato dal sole e il torso coperto soltanto da una maglietta di cotone bianco che lasciava uscire le braccia nude, robuste come quelle dei fabbri. Erano due gagliardi giovanotti, che facevano sfoggio dei loro vigore, ma che in tutti i movimenti mostravano quella elastica grazia delle membra che si acquista con l’esercizio, così diversa dalla deformazione che lo sforzo penoso e sempre uguale imprime nell’operaio.

Essi si scambiarono rapidamente un sorriso vedendo la madre, poi uno sguardo ammirativo scorgendo la figlia.

«Cediamo il nostro posto», propose uno di essi, «così potremo far conoscenza.»

Subito l’altro si alzò, e tenendo in mano la berretta a metà rossa e a metà nera offerse cavallerescamente di cedere alle signore il solo punto del giardino dove non cadesse il sole. Esse accettarono profondendosi in scuse: e affinché la cosa fosse più campestre, la famiglia prese posto sull’erba senza tavola né sedie.

I due giovanotti portarono i loro piatti qualche passo più in là e si rimisero a mangiare. Le loro braccia nude, ch’essi mostravano continuamente, mettevano un po’ in soggezione la ragazza. Ella affettava anzi di voltare la testa e di non accorgersene, mentre la signora Dufour, più ardita, sollecitata da una curiosità femminile che forse era desiderio, le guardava con insistenza, paragonandole senza dubbio con rammarico alle segrete bruttezze del marito.

S’era buttata giù sull’erba, con le gambe piegate alla maniera dei sarti, e si agitava continuamente col pretesto che le formiche le entravano sotto le vesti. Il signor Dufour, reso scontroso dalla presenza e dalla cortesia di quegli estranei, cercava una posizione comoda che però non trovò; e il giovanotto dai capelli biondi mangiava silenziosamente come un orco.

«Abbiamo un tempo proprio splendido», disse la grossa signora a uno dei canottieri. Voleva essere cortese in considerazione del posto che essi avevano ceduto.

«Splendido davvero, signora», rispose; «venite spesso in campagna?»

«Oh! soltanto una o due volte l’anno, per prendere aria; e voi, signore?» «Io ci vengo a dormire tutte le sere.» «Oh! dev’essere molto piacevole!»

«Certo, signora, certo.»

E raccontò la sua vita d’ogni giorno, poeticamente, in modo da far vibrare nel cuore di quei borghesi, privi di verde e fanatici delle passeggiate campestri, quello sciocco amore della natura che li assilla tutto l’anno dietro il banco della loro bottega.

Turbata, la ragazza alzò gli occhi e guardò il canottiere. Il signor Dufour interloquì per la prima volta.

«Questo è vivere!», disse. Soggiunse: «Ancora un po’ di coniglio, cara?». «No, grazie, caro.»

Ella si rivolse nuovamente ai giovanotti, e accennando alle loro braccia:

«Non avete mai freddo così?», disse.

I due di misero a ridere, e spaventarono la famiglia col racconto delle loro gesta prodigiose, dei bagni presi pur essendo sudati, delle remate nella nebbia notturna: e si picchiarono violentemente il torace per far sentire il suono ch’esso rendeva.

«Oh, siete in gamba!», disse il marito, che non parlava più del tempo in cui batteva gli inglesi.

Ora la ragazza li esaminava in tralice e il giovanotto dai capelli biondi, bevendo di traverso, tossì sconciamente e innaffiò la veste di seta color ciliegia della padrona, che andò sulle furie e si fece portar dell’acqua per lavar le macchie.

Frattanto la temperatura diventava tremenda. Il fiume scintillante sembrava un braciere ardente, e i fumi del vino turbavano i cervelli.

Il signor Dufour, scosso da un singulto violento, s’era sbottonato il panciotto e la cintura dei pantaloni: mentre la moglie, presa da soffocazioni, allentava a poco a poco la camicetta. Il loro commesso scuoteva allegramente la sua zazzera di stoppa e si versava spesso da bere. La nonna, sentendosi alticcia, s’impettiva e si dava un contegno dignitoso. Quanto alla ragazza, non lasciava trasparire nulla: soltanto il suo sguardo s’accendeva vagamente, e la sua pelle scura si colorava d’una tinta più rosea alle gote.

Il caffè diede il colpo di grazia. Ci fu chi propose di cantare, e ognuno disse la sua strofetta, che gli altri applaudirono freneticamente. Poi tutti si alzarono con fatica, e mentre le donne, stordite, respiravano, i due uomini, quasi ubriachi, facevano la ginnastica. Pesanti, flaccidi, col viso scarlatto, s’attaccavano goffamente agli anelli senza riuscire a sollevarsi; e le loro camicie minacciavano continuamente di uscire dai pantaloni per sbattere al vento come stendardi.

Frattanto i canottieri avevano messo in acqua le iole e tornavano proponendo cortesemente alle signore una gita sul fiume.

«Signor Dufour, permetti? ti prego!», gridò la moglie. Egli la guardò con un’aria da ubriaco, senza capire. Allora uno dei canottieri s’avvicinò, tenendo in mano due canne da pesca. La speranza di prendere un luccio, questo ideale dei bottegai, accese gli occhi spenti del brav’uomo che permise tutto ciò che volevano e prese posto all’ombra, sotto il ponte, coi piedi penzoloni sul fiume, di fianco al giovanotto dai capelli biondi che s’addormentò accanto a lui.

Uno dei canottieri si sacrificò: prese la madre.

«Al boschetto dell’isola degli inglesi !», gridò allontanandosi.

L’altra iole partì più lentamente. Il rematore era così intento a guardare la compagna che non pensava più ad altro, e l’aveva colto un’emozione che ne paralizzava il vigore.

La ragazza, seduta al posto del timoniere, si abbandonava alla dolcezza di trovarsi sull’acqua. Si sentiva prendere da una rinuncia del pensiero, da una quiete di tutte le membra, da un abbandono di se stessa, come invasa da una ebbrezza molteplice. Era accesa in volto, aveva il respiro corto. Lo stordimento del vino, fomentato dal calore torrido che le scorreva intorno, faceva inchinare al suo passaggio tutti gli alberi della riva. Un vago bisogno di godimento, un fermento del sangue percorrevano la sua carne eccitata dagli ardori di quel giorno: ed era vivamente turbata dal trovarsi sola, in mezzo a quel paese spopolato dall’incendio del cielo, con un giovane che la trovava bella, il cui occhio le baciava la pelle, e il cui desiderio era penetrante come il sole.

L’inettitudine a parlare aumentava il loro turbamento, ed entrambi guardavano i remi. Allora, facendo uno sforzo, egli le domandò il nome.

«Henriette», disse lei.

«Toh! e io mi chiamo Henri», ribatté lui.

Il suono delle loro voci li aveva calmati: s’interessarono alla riva. L’altra iole s’era fermata e sembrava aspettarli. Colui che guidava gridò:

«Vi raggiungeremo nel bosco: noi andiamo sino a Robinson perché la signora ha sete». Poi si curvò sui remi e s’allontanò così velocemente che presto fu perduto di vista.

Frattempo un brontolio continuo che da principio si percepiva appena s’avvicinava rapidamente.

Il fiume stesso sembrava fremere come se quel sordo fragore salisse dalle sue profondità. «Che cos’è questo rumore?», domandò lei.

Era la cascata della chiusa che taglia in due il fiume alla punta dell’isola. Lui si perdeva in spiegazioni, quando, attraverso il frastuono della cascata, li colpì un canto d’uccello che sembrava lontanissimo.

«Gli usignuoli cantano di giorno», disse lui, «vuol dire che le femmine covano.»

Un usignuolo! Ella non ne aveva uditi mai, e l’idea di ascoltarne uno suscitò nel suo cuore una sensazione di confuse tenerezze poetiche. Un usignuolo! vale a dire l’invisibile testimone dei convegni amorosi che Giulietta invocava sul suo verone: quella musica del cielo accordata ai baci degli uomini: quell’eterno ispiratore di tutte le romanze languide che schiudono un azzurro ideale ai poveri cuoricini delle tenere giovinette!

Ella dunque stava per udire un usignuolo! «Non facciamo rumore», disse il suo compagno. «Potremo scendere nel bosco e sederci proprio accanto a lui.» La iole sembrava scivolasse. Qualche albero si mostrò sull’isola, la cui sponda era così bassa che gli sguardi potevano immergersi nel folto della macchia. Si fermarono: la barca fu fissata alla riva: ed essi avanzarono fra i rami, Henriette appoggiandosi al braccio di Henri.

«Chinatevi», disse lui. Ella si curvò, e penetrarono in un inestricabile groviglio di liane, di foglie e di canne, in un asilo introvabile che bisognava conoscere e che il giovanotto chiamava il suo «salottino particolare». Proprio sopra il loro capo, appollaiato su uno degli alberi che li nascondevano, l’usignuolo continuava a sgolarsi. Lanciava trilli e gorgheggi, poi filava lunghe note vibranti che riempivano l’aria e sembravano perdersi all’orizzonte, snodandosi lungo il fiume e fuggendo sulle pianure, attraverso il silenzio di fuoco che intorpidiva la campagna.

Essi non parlavano, per paura di farlo fuggire. Erano seduti uno accanto all’altra, e, lentamente, il braccio di Henri fece il giro della vita di Henriette e la strinse con una dolce pressione. Senza incollerirsi ella prese quella mano audace, e la allontanava a misura ch’egli l’avvicinava, non provando del resto alcun imbarazzo per quella carezza, quasi fosse stata una cosa naturalissima che lei respingeva con altrettanta naturalezza.

Ascoltava l’usignuolo, perduta in un’estasi. Aveva desideri infiniti di felicità, subitanee tenerezze, rivelazioni di poesia sovrumana, e un tale languore dei nervi e del cuore che piangeva senza sapere perché.

Ora il giovane la stringeva a sé: ella non lo respingeva più, quasi non se ne accorgesse.

L’usignuolo tacque improvvisamente. Una voce lontana gridò:

«Henriette !».

«Non rispondete!», disse sommessamente lui. «Fareste volar via l’usignolo.»

Nemmeno lei pensava a rispondere.

Rimasero un poco così. La signora Dufour s’era seduta da qualche parte, poiché di quando in quanto s’udivano vagamente le piccole strida della grossa signora che certo folleggiava con l’altro canottiere.

La ragazza piangeva sempre, penetrata da sensazioni dolcissime, con la pelle calda e trafitta dovunque da brividi sconosciuti. La testa di Henri era sulla spalla di lei: e, bruscamente, egli la baciò sulle labbra. Ella ebbe una ribellione furiosa, e per evitarlo si buttò indietro sul dorso. Ma egli le si abbatté addosso, coprendola con tutto il corpo: inseguì lungamente quella bocca che lo sfuggiva, poi, raggiuntala, vi attaccò la sua. Allora, resa folle da un desiderio irresistibile, lei gli rese il bacio stringendoselo al petto, e ogni sua resistenza cadde come schiacciata da un peso eccessivo.

Nelle vicinanze tutto era calmo. L’usignuolo ricominciò a cantare. Emise anzitutto tre note penetranti che parevano un richiamo d’amore, poi, dopo una pausa d’un momento, cominciò con voce affievolita qualche modulazione lentissima.

Un venticello blando spirò sollevando un mormorio di foglie: e nel folto dei rami passavano due sospiri ardenti che si frammischiavano al canto dell’usignuolo e al soffio leggero del bosco.

Un’ebbrezza invase l’uccello, e la sua voce, accelerandosi a poco a poco come un incendio che divampi o una passione che erompa, sembrava accompagnare sotto l’albero un crepitio di baci. Poi il delirio della sua gola si scatenò appassionatamente. Aveva abbandoni prolungati su una nota, grandi spasimi melodiosi.

Talora riposava un poco, filando soltanto due o tre suoni leggeri e terminandoli improvvisamente con una nota sovracuta. Oppure si lanciava in una corsa pazza, con uno sprizzare di scale, con fremiti, con scosse, come un canto d’amore furioso, seguito da grida di trionfo.

Ma tacque, ascoltando sotto di sé un gemito talmente profondo che lo si sarebbe preso per l’addio d’un’anima. Il suono si prolungò alquanto e finì in un singhiozzo.

Entrambi erano pallidissimi quando lasciarono il dolce letto di foglie. Il cielo turchino sembrava loro oscurato: il sole ardente era spento ai loro occhi: s’accorgevano della solitudine e del silenzio. Camminavano rapidamente uno accanto all’altra, senza parlarsi, senza toccarsi. come se fossero divenuti nemici irriducibili, come se tra i loro corpi fosse sorto un disgusto totale e un odio tra le anime loro.

Ogni tanto Henriette gridava: «Mamma!».

Sotto un cespuglio nacque quasi un tafferuglio. A Henri parve d’aver veduto una gonna bianca abbassarsi rapida sopra un gran polpaccio e la dama enorme riemerse, un po’ confusa e ancor più rossa, con gli occhi lucidissimi e il seno in tumulto, forse anche troppo vicina al suo compagno, il quale doveva averne viste davvero di tutti i colori, perché il suo viso era stravolto da risatine involontarie.

La signora Dufour lo prese sottobraccio, teneramente, e s’ incamminarono versi i canotti. Henri, che andava avanti, sempre silenzioso accanto alla ragazza, credette di sentire a un certo punto lo schiocco soffocato d’un lungo bacio.

Arrivarono finalmente a Bezons.

Il signor Dufour, tornato in sé, era impaziente. Il giovanotto dai capelli biondastri stava mangiando un boccone prima di lasciare la locanda. La carretta era attaccata nel cortile e la nonna già issata sopra si disperava perché aveva paura che l’oscurità li sorprendesse per la strada e i dintorni di Parigi erano tutt’altro che sicuri.

Si strinsero le mani e la famiglia Dufour partì.

«Arrivederci!», gridavano i canottieri. Risposero un sospiro e una lacrima.

Due mesi dopo Henri, mentre passava per rue des Martyrs, lesse su un uscio: DUFOUR CHINCAGLIERIE[5].

Entrò.

Dalla cassa traboccava la grassa signora. Si riconobbero subito e, dopo uno scambio di convenevoli, lui s’informò: «Come sta la signorina Henriette?».

«Benissimo, grazie. S’è sposata.»

«Ah! »

Provò un certo turbamento. Allora continuò: «E con chi?».

«Col giovanotto che stava con noi, ve lo ricordate? È lui che dovrà continuare a dirigere la nostra ditta.»

«Ho capito.»

Se ne stava andando, piuttosto triste senza rendersi conto del motivo. La signora Dufour lo richiamò: «E… il vostro amico?», domandò con timidezza.

«Sta bene.»

«Portategli i nostri saluti, mi raccomando. E se dovesse passare da queste parti, ditegli che venga a farci una visitina…»

Diventò tutta rossa e aggiunse: «Ditegli.., che mi farà tanto… tanto piacere».

«Non mancherò. Addio.»

«No, arrivederci.»

L’anno seguente, in una domenica torrida, tutti i particolari di quell’avventura, mai dimenticata da Henri, gli tornarono alla memoria, con tanta precisione e con tanto desiderio che se ne tornò solo solo nella loro camera nel bosco.

Quando v’entrò rimase basito[6]. Lei era lì, seduta sull’erba con l’aria malinconica, mentre al suo fianco, anche questa volta in maniche di camicia, il giovanotto dai capelli biondastri, suo marito, stava dormendo alla grande, come un animale.

Appena vide Henri, Henriette diventò tanto pallida che sembrava sul punto di venir meno. Poi si misero a parlare con naturalezza, come se tra loro non ci fosse mai stato niente.

Ma quando lui le raccontò di quanto fosse affezionato a quel posto che spesso, alla domenica, veniva lì per riposare, ella, presa da tanti ricordi, lo guardò negli occhi, lungamente.

«Io ci penso tutte le sere», disse.

«Su, bella mia», interloquì il marito tra uno sbadiglio e l’altro. «Credo sia ora di tornare.»

(Da Maupassant, Tutti i racconti, Tomo I, Newton, Roma, 1995. )

Analisi del testo

La novella si divide sul piano dello sviluppo temporale in tre parti: una prima macrosequenza in cui viene propriamente descritta la scampagnata della famiglia Dufour, sulle rive della Senna, e due sequenze successive, molto più brevi, segnalate dalle indicazioni Due mesi dopo e L’anno seguente.

All’inizio Maupassant descrive la periferia parigina, dove la campagna è interminabilmente nuda, sporca e puzzolente. Edifici cadenti ed abbandonati, abitazioni non terminate, camini di fabbriche in mezzo a campi putridi da cui proviene un odore fetido. Poi, finalmente, lo scenario cambia.

L’ampia descrizione dell’ambiente, dei personaggi e delle loro caratteristiche psicologiche, osservate con oggettività ma anche con divertita ironia, della prima parte della novella, anticipano l’esito, solo in apparenza sconcertante. La conclusione è per certi aspetti imprevedibile, ma al tempo stesso inscritta nella dinamica degli eventi narrati nella prima parte del racconto: la dimensione piccolo borghese della famiglia Dufour non può che risolversi nello squallido matrimonio d’interesse, celebrato a brevissima distanza di tempo dalla romantica parentesi amorosa. Enrico è sorpreso e turbato quando la signora Dufour lo informa del matrimonio di Enrichetta, ma solo perché lui non sapeva. Per la ragazza, non molto diversamente dalla madre, quell’avventura è stata solo, appunto, una breve parentesi, una boccata d’aria prima di immergersi nello squallore della vita coniugale. Maupassant denuncia con durezza l’inconciliabilità tra sentimenti e mondo borghese, in cui tutto è subordinato al denaro ed al vantaggio personale. Egli mette in evidenza, attraverso la figura della madre, come con tale divario si possa in fondo convivere, attraverso un rispetto formale delle convenzioni, per poi venir meno ad esse quando se ne offre l’occasione, salvando la “facciata”.

La novella è un esempio di narrazione realista, è un quadro di vita quotidiana borghese, di quella piccola borghesia per cui lo scrittore mostra, seppure non dichiaratamente, un sovrano disprezzo, che trapela, nonostante l’oggettività descrittiva, in alcuni passi, come il sarcastico “nel cuore di quei borghesi, privi di verde e fanatici delle passeggiate campestri, quello sciocco amore della natura che li assilla tutto l’anno dietro il banco della loro bottega”, in cui l’attributo sciocco non è da attribuirsi all’amore per la natura in sé ma alla forma da esso assunto, appunto, nel cuore di quei borghesi.

Amara, in ogni caso, la conclusione: nella breve scena conclusiva Enrico ed Enrichetta si incontrano nuovamente per caso (ma esiste il caso?) nell’amena grotta del loro idillio amoroso. Un lieto finale, se fossero soli…

Comprensione e analisi del testo.

  1. Sul piano temporale il racconto può essere suddiviso in tre sequenze: individuale ed attribuisci loro un titolo. La prima macrosequenza può a sua volta essere suddivisa: quali sono i momenti che scandiscono la narrazione?
  2. Individua ed evidenzia nel testo scene, sommari, descrizioni, ellissi: il ritmo della narrazione è lento o veloce?
  3. Quale ti sembra lo scopo dell’autore?
    • Raccontare e descrivere scene di vita
    • Sviluppare un’analisi introspettiva
    • Creare suspense
    • Fornire al lettore un insegnamento morale
  4. Nel testo non vi sono indicazioni cronologiche precise (giorno, mese, anno). È tuttavia possibile individuare con una buona approssimazione l’epoca in cui si colloca la vicenda narrata: da quali elementi della narrazione puoi rilevarlo?
  5. Considera le indicazioni temporali: individua gli elementi che ti permettono di comprendere qual è la durata della storia.
  6. La prima sequenza contiene una descrizione dell’ambiente prima e dopo che la famiglia Doufur ha attraversato la Senna per la seconda volta. Individuane le caratteristiche e raccoglile nella tabella:
Il paesaggio prima di attraversare la Senna Il paesaggio dopo aver attraversato la Senna
 
  1. Considera le due descrizioni di cui sopra e le altre descrizioni d’ambiente presenti nella novella. Esse fanno riferimento ad ambienti diversi (città e campagna), che sembrano contrapporsi. Perché? Ti sembra che siano in relazione con la vicenda narrata e con il suo esito finale?
  2. Dopo l’arrivo al ristorante, l’autore concentra l’attenzione sulla descrizione delle due donne, la madre e la figlia, che pone in antitesi. Individua gli elementi con cui le descrive e completa la tabella:
La signora Doufur La figlia
  1. I due uomini vengono descritti in modo sommario e il lettore ricava informazioni su di loro prevalentemente dal loro comportamento. Quali?
  2. L’avventura amorosa coinvolge parallelamente entrambe le donne, madre e figlia, benché in modo piuttosto diverso: individua nel testo quali sensazioni, emozioni e comportamenti sono loro attribuiti:
Enrichetta La madre
 

 

  1. L’ambiente della grotta dove Enrico ed Enrichetta vivono la loro storia si ripropone nel finale. Perché i due protagonisti vi sono tornati?
  2. Come possono essere definiti narratore e punto di vista?
    • Esterno con focalizzazione interna
    • Esterno con focalizzazione zero (onnisciente)
    • Esterno con focalizzazione esterna
    • Interno con focalizzazione interna
  3. Considera l’intera vicenda ed il suo esito: quale ti sembra essere la tematica ed il “messaggio” dell’autore relativamente all’amore ed al matrimonio?
Produzione
  • Riassumi la novella in 50 parole (esclusi gli articoli)
  • Prova ad immaginare una conclusione diversa della novella.
  • Pensi che i condizionamenti sociali oggi siano, seppure in modo diverso, in grado di influenzare e determinare le scelte sentimentali degli individui? Sostieni la tua tesi con un breve testo argomentativo o scrivi un racconto che, modernizzando la storia e cambiando il contesto, abbia un esito simile.

Le relazioni pericolose – film

Le relazioni pericolose – film

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Le relazioni pericolose – Film

Stephen Frears: Le relazioni pericolose – film
Titolo originale: Dangerous Liaisons
Anno: 1988
Durata: 119 min
Regia Stephen Frears
Cast:
Glenn Close: Marchesa Isabelle de Merteuil
John Malkovich: Visconte Sébastien di Valmont
Michelle Pfeiffer: Madame Marie de Tourvel
Uma Thurman: Cécile de Volanges
Keanu Reeves: Raphael Danceny
Swoosie Kurtz: Madame de Volanges

Tratta dal romanzo omonimo di Choderlos de Laclos, la vicenda si svolge in Francia nel XVIII secolo, prima della Rivoluzione. Protagonisti della storia, come nel romanzo, sono due nobili libertini, il visconte di Valmont, seduttore impenitente, e la marchesa de Merteuil, sua ex amante, che non gli è da meno.

La Marchesa, ricca vedova e cinica conoscitrice dell’animo umano, per vendicarsi di un suo ex amante, chiede a Valmont di sedurre la giovane che si accinge a sposare, Cécile de Volanges. Ma Valmont cerca piuttosto una preda degna della sua fama, come la bella e casta Madame de Tourvel, che con il suo candore lo colpisce.

Dopo aver scoperto che la madre di Cécile ha messo in guardia, con una lettera, Madame de Tourvel, esortandola a guardarsi da lui, Valmont accetta la richiesta della Marchesa di sedurre la fanciulla. Così, l’azione del seduttore procede su due fronti, non avendo il visconte rinunciato a conquistare Madame de Tourvel.

Valmont vince senza troppe difficoltà le resistenze della ragazzina, ma l’altra sfida si rivela molto più impegnativa. Finalmente, dopo lungo e difficile corteggiamento, Valmont riesce nell’impresa di conquistare anche Madame de Tourvel, scrivendole lettere appassionate e devote, una delle quali scritta usando come scrittoio la schiena di una sua amante.

La scommessa, in precedenza fatta con la Marchesa, è vinta, ma lei decide di alzare la posta: gli chiede di abbandonare la donna. Solo a questa condizione potrà godere di una notte con lei. Valmont accetta e lascia Madame de Tourvel, che resta irrimediabilmente ferita. Ma la marchesa, che ha manovrato Valmont, non gusta la sua vittoria, perché capisce che lui è davvero innamorato. Così gli nega il “premio” pattuito.

Valmont pretende, con rabbia, la ricompensa e le chiede di pronunciare una sola parola, un o no, avvertendola che se sarà un no tra loro sarà guerra. La Marchesa gli risponde: “Guerra”.

La donna rivela al giovane Danceny, che a Cécile ha avuto una relazione con Valmont, così i due si scontrano in duello all’alba e Valmont, angosciato dalla consapevolezza di essere responsabile della vicina morte di madame de Tourvel, suo unico amore, si lascia trafiggere mortalmente. Prima di morire, raccomanda al ragazzo di guardarsi dalla Marchesa e dalle sue macchinazioni, di cui sono tutti vittime, fornendogli come prova le lettere della Marchesa. Danceny riferisce Madame de Tourvel le ultime parole d’amore pronunciate da Valmont per lei e poco tempo dopo muore di crepacuore. Venuta a conoscenza della morte di Valmont la Marchesa de Merteuil si dispera, perché lui è l’unico uomo che abbia amato.

Divenuti ormai di dominio pubblico i suoi intrighi, quando la Marchesa si presenta a uno spettacolo teatrale, viene fischiata dal pubblico ed è costretta ad andarsene.

Nella scena finale la Marchesa, davanti a uno specchio, si toglie il trucco e piange in silenzio.

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