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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Lucio Apuleio

Lucio Apuleio (II secolo d.C.) nacque a Madaura, città di confine tra la Numidia (odierna Algeria) e i nomadi Getuli del deserto, da ricca famiglia, verso il 125 d.C. Studiò a Cartagine, poi a Roma e ad Atene; la sua cultura fu vasta ed eclettica, come dimostrano le opere a noi pervenute; a Roma fu avvocato di grido. All’età di circa trent’anni, ritornando da Alessandria d’Egitto, si fermò a Oea (Tripoli) dall’amico Ponziano. La madre dell’amico, Pudentilla, che era vedova, innamoratasi del giovane e bellissimo Apuleio, lo sposò, destando le ire dei parenti che miravano alle ingenti ricchezze della vedova. Da qui l’accusa di aver conquistato la donna con le arti magiche. Apuleio si difese abilmente con la sua brillante Apologia, unico discorso giudiziario pervenutoci dell’età imperiale. Il processo fece epoca e Apuleio fu assolto; da questo momento si perdono le tracce di lui.

Metamorfosi (L’asino d’oro)

Il giovane Lucio (omonimo dell’autore) prima e dopo il suo arrivo in Tessaglia, terra di maghi, è colpito dall’atmosfera carica di mistero che circonda il luogo. Il giovane è soggiogato dalla curiosità, che lo conduce ad incappare nelle trame sempre più fitte di sortilegi che animano la vita della città. Ospite del ricco Milone e di sua moglie Pànfila, esperta di magia, riesce a conquistarsi i favori della servetta Fotide e la convince a farlo assistere di nascosto a una delle trasformazioni cui si sottopone la padrona. Alla vista di Pànfila che, grazie a un unguento, si muta in gufo, Lucio prega Fotide che lo aiuti a sperimentare su di sé tale metamorfosi. Fotide accetta, ma sbaglia unguento, e Lucio diventa asino, pur mantenendo facoltà raziocinanti umane. È questo l’episodio-chiave del romanzo, che muove il resto dell’intreccio. Lucio apprende da Fotide che, per riacquistare sembianze umane, dovrà cibarsi di rose: via di scampo che, subito cercata, è rimandata sino alla fine del romanzo da una lunga serie di peripezie che l’asino incontra. Una seconda sezione del romanzo comprende le vicende dell’asino in rapporto a un gruppo di briganti che lo hanno rapito, il suo trasferimento nella caverna montana che essi abitano, un tentativo di fuga insieme a una fanciulla loro prigioniera, Càrite, e la liberazione finale dei due ad opera del fidanzato di lei che, fingendosi brigante, riesce a ingannare la banda. Il racconto principale diviene cornice di un secondo racconto, ossia della celebre fiaba di Amore e Psiche narrata a Càrite dalla vecchia sorvegliante. La fiaba come il resto delle Metamorfosi ha un significato allegorico: Cupido (identificato con il greco Eros, signore dell’amore e del desiderio), unendosi a Psiche (cioè l’anima), le dona l’immortalità, ma Psiche per giungervi deve affrontare innumerevoli prove, tra cui quella di scendere agli Inferi per purificarsi. Anche la posizione centrale della fiaba nel testo originale aiuta a capire lo stretto legame che lega questo “racconto nel racconto” con l’opera principale; è infatti facile scorgere in essa una “versione in miniatura” dell’intero romanzo.

Lucio Apuleio, Amore e Psiche

da Metamorfosi (L’asino d’oro)
Il nome Psiche (in greco ψυχή) significa “anima”) allude al significato mistico della storia. E riconduce alle prove che la giovane dovrà affrontare nel corso della storia, simbolo delle iniziazioni religiose al culto di Iside. 
La fiaba, in parte riassunta, è tratta da Metamorfosi (L’asino d’oro), traduzione di Marina Cavalli, A. Mondadori, 1988, con limitate modifiche.
Psiche è la bellissima figlia di un re, che nessuno osa chiedere in sposa, adorata come Venere stessa che, adirata, chiede al proprio figlio Amore di farla innamorare di un mostro. La ragazza viene portata su una rupe, seguendo un vaticinio di Apollo, e un vento la rapisce e la deposita su un prato. Vede un bellissimo palazzo, entra e, in un ambiente fantastico, viene servita da misteriosi, invisibili servitori, di cui ode le voci armoniose. Poi Psiche si ritira per dormire e nel cuore della notte è visitata da un misterioso sposo che la fa sua. Ma a Psiche non è permesso vedere il viso del misterioso amante, che le fa visita solo di notte..
Così per qualche tempo si svolgono le cose e Psiche si affeziona sempre più allo sposo misterioso. Lo sposo (che altri non è che Eros in persona) esorta Psiche a non cercare per nessuna ragione di incontrare le sue sorelle. Subito Psiche promette di obbedire, ma in seguito ottiene il consenso a incontrare le sorelle, le quali la convincono ad uccidere lo sposo misterioso, che esse sostengono essere un serpente mostruoso.

Finalmente, al calar del sole, sul far della notte, in fretta e furia fece i preparativi del nefando delitto. Venne la notte, lo sposo giunse e, dopo aver sostenuto una prima prova nelle lotte di Venere, cadde in un sonno profondo.

Allora Psiche, che per natura era debole d’animo e di corpo, si sentì riavere, poiché il destino crudele la provvide di nuovo vigore. Scoprì dunque la lucerna e afferrò il rasoio e la debolezza del suo sesso si mutò in audacia. Ma appena la luce si offerse a rischiarare l’intimità del letto nuziale, ella vide la più tenera e dolce di tutte le fiere, proprio Cupido persona, il leggiadro dio, che leggiadramente riposava.

Solo al vederlo, persino il chiarore della lucerna brillò più forte per la gioia e il rasoio provò rammarico pel filo sacrilego della sua lama. Ma Psiche rimase invece atterrita, alla vista del prodigio; fuor di sé, tutta pallida, stette per venir meno, e tremando si lasciò cadere giù sulle ginocchia; il rasoio le sfuggì dalle mani. E se prima ella era stanca e spossata da morire, ora, contemplando senza mai saziarsi la bellezza del volto divino, si sentiva riavere.

Ella mirava il biondo capo e l’abbondanza dei capelli umidi d’ambrosia; sul collo bianco come il latte e sulle guance rosate ella vedeva le ciocche dei capelli distribuirsi ed allacciarsi graziosamente, in modo che le une coprivano la fronte e le altre la nuca, facendo impallidire, con lo splendore lucente che irraggiavano, persino il chiarore della lucerna. Sugli omeri dell’alato dio le bianche ali brillavano come fiori luccicanti di rugiada e, sebbene giacessero in stato di riposo, le loro piume molli e delicate palpitavano tremule con capricciosa irrequietezza. E tutto il resto del corpo era liscio e splendente, e tale, insomma, che Venere può ben vantarsi d’essergli madre. Ai piedi del letto eran stesi l’arco, le frecce e la faretra.

Psiche, piena di curiosità, con l’animo ardente, tirò fuori dalla faretra una freccia e provò la punta contro il pollice, ma con un movimento un po’ brusco del suo ditino ancora tremante si punse piuttosto profondamente, e a fior di pelle stillarono come rugiada piccole gocce di roseo sangue. E così, senza saperlo, Psiche si ferì da se stessa con l’amore di Amore.

Allora, più che mai ardente e cupida di Cupido, si chinò su di lui con le labbra socchiuse, e si affrettò a dargli tanti arditi baci, nel timore che il suo sonno non durasse più a lungo. Ma mentre così eccitata dal gran piacere ondeggiava con l’anima ferita, contemplando il suo sposo, una goccia di olio bollente cadde dalla lucerna sulla spalla del dio. Sentendosi scottare, il dio balzò in piedi e vide la sua fede tradita e oltraggiata. Immediatamente volò via, senza far motto, sottraendosi ai baci e agli abbracci dell’infelicissima consorte.

Ma Psiche riuscì ad afferrare con entrambe le mani la gamba destra del dio, mentre stava alzandosi in volo. E così, misera appendice di quel volo sublime, lo accompagnò fino alla regione delle nuvole, finché alla fine, stremata, cadde al suolo. Il suo amante divino non volle abbandonarla così, distesa a terra, ma volò sopra un cipresso lì vicino e le disse, profondamente commosso: “Povera, ingenua Psiche! Anch’io ho disubbidito a mia madre Venere, che ti voleva schiava di un uomo miserabile e che mi aveva ordinato di procurarti un vile matrimonio. Proprio io sono volato da te per essere il tuo sposo. Ho agito con troppa leggerezza, lo so bene: io, il famoso arciere, mi sono ferito da solo e ti ho fatto mia sposa. E tutto questo perché tu poi mi credessi una belva, e mi tagliassi la testa, questa testa dove brillano i miei occhi innamorati di te! Eppure ti avevo avvertita, erano questi i pericoli da cui ti consigliavo di guardarti. Ma quelle tue ottime consigliere me la pagheranno presto per le belle lezioni che ti hanno dato! Quanto a te, bastevole punizione sarà l’essermi lontana”. Detto questo, se ne volò via.

L’incantesimo dunque è rotto e Psiche, disperata, si mette alla ricerca dell’amato. Deve affrontare l’ira di Venere, che sfoga la sua gelosia imponendole di superare quattro difficilissime prove. La prima consiste nel separare e raggruppare in modo omogeneo un miscuglio di semi, chicco per chicco. Le formiche aiutano psiche ad assolvere il compito. Poi Venere chiede a Psiche di portarle almeno un fiocco del mantello dorato di alcune splendide ma terribili pecore. Consigliata dalla “verde canna”, Psiche può agevolmente raccogliere la lana d’oro impigliata nei rami, durante il pomeriggio, quando le pecore sono tranquille. La prova successiva, ancor più difficile, consiste nel riempire un’ampolla di cristallo con l’acqua di una fonte che si getta a strapiombo nelle gelide acque del Cocito. Con l’aiuto di Giove, Psiche riesce a superare anche questo compito impossibile. Ma l’ira di Venere non si placa. Le affida ora un’impresa che equivale ad una condanna a morte…

Ella le disse: “Sono ormai convinta che tu sia una potente maga! Altrimenti non saresti riuscita ad eseguire i miei comandi. Ma vediamo se sai fare anche questo: prendi questa fiala, e vai subito agli inferi, proprio nella casa di morte dell’Orco; poi consegna la fiala a Proserpina in persona e dille così: “Venere ti chiede di mandarle un pochino della tua bellezza. Quella che aveva, sai, l’ha usata tutta mentre assisteva il suo figliolo malato, e adesso non ne ha più”. Ma bada di non tornare tardi, perché devo farmi bella per andare al teatro degli dèi”.

Allora Psiche capì di essere ormai al traguardo estremo della sua vita: senza più sotterfugi era mandata a morte. Così, senza attendere, andò su un’altissima torre, per gettarsi nel vuoto. In questo modo, pensava, sarebbe arrivata fin giù negli inferi per la via più diritta e più facile. Ma la torre improvvisamente si mise a parlare e le disse: “Perché mai, disgraziata, vuoi ucciderti buttandoti di sotto? Perché ti dai per vinta in quest’ultima prova? Adesso ascoltami: non lontano da qui c’è Lacedemone, la bella città dell’Acaia; tu cerca il Tenaro, che è lì vicino, ma resta nascosto in luoghi fuori mano. Lì si apre uno spiraglio di Dite, e attraverso la sua porta spalancata si vede una strada dove non passa nessuno. Tu entra dalla porta, prendi quella strada, e se vai sempre dritta arriverai proprio alla reggia dell’Orco. Ma non andare là in quelle tenebre a mani vuote! Tieni da tutte e due le parti una focaccia impastata con vino melato, e nella bocca metti due monetine. Quando avrai già fatto un bel pezzo di strada, incontrerai un asino zoppo carico di legna e un asinaio zoppo anche lui, che ti chiederà di aiutarlo a raccogliere alcuni fuscelli caduti dal carico. Tu non dirgli nemmeno una parola e tira dritto. Dopo un po’ arriverai al fiume dei morti, dove sta di guardia Caronte: appena uno arriva lì, subito lui chiede il prezzo del passaggio, e lo traghetta sull’altra riva nella sua barca tutta a toppe. Anche in mezzo ai morti vive l’avidità di guadagno, e né Caronte né il padre Dite muovono un dito gratis: anche un povero, quando muore, deve trovare i soldi per il viaggio, e se non si presenta con un obolo in mano non gli si consente di esalare l’ultimo respiro. A quell’orribile vecchio tu darai una delle due monete, per traghettati, ma fa’ in modo che sia lui a prenderla dalla tua bocca con la sua mano. Poi, durante la traversata del pigro fiume, verrà in superficie un vecchio morto, che tendendoti la sua putrida mano ti chiederà di tirarlo sulla barca: tu non farti commuovere da una pietà che è proibita.

Passato il fiume, troverai delle vecchie che tessono una tela e ti pregheranno di dar loro una mano, un momentino solo: tu non toccare quella tela, perché nemmeno questo ti è permesso. Sono questi i tranelli che Venere ti tende per farti sfuggir di mano almeno una focaccia. Non credere che il perderne una sia cosa da poco: non potresti più rivedere la luce del sole. C’è infatti un enorme cane con tre teste, gigantesco, che mette terrore a guardarlo: con le sue fauci tonanti abbaia ai morti, anche se a loro non può più nuocere, e cerca di spaventarli; sta sdraiato davanti alla soglia e al nero atrio di Proserpina, e non fa entrare nessuno nel palazzo di Dite. Ma tu rabboniscilo lanciandogli una delle focacce: così potrai passare facilmente e arriverai da Proserpina. Ella ti riceverà con tutti gli onori, ti inviterà sui suoi morbidi cuscini e ti offrirà uno splendido banchetto. Ma tu, invece, siediti per terra e mangia del pane nero, poi spiega il motivo della tua venuta, prendi quello che ti darà e torna indietro. Rabbonisci nuovamente la ferocia del cane con l’altra focaccia, dai all’avido nocchiero la moneta che ti è rimasta, e riattraversa il fiume. Poi torna sui tuoi passi, e tornerai a vedere il cielo, col suo corteo di stelle. Ma ricordati soprattutto questo: non aprire assolutamente la fiala, per spiare il tesoro di divina bellezza che vi è nascosto”.

Senza indugio, Psiche andò fino al Tenaro, prese le monetine e le focacce e discese per la via degli inferi. Superò senza fiatare l’asinaio zoppo, diede al traghettatore la moneta del passaggio, non diede ascolto al morto galleggiante, disdegnò le insidiose preghiere delle tessitrici, calmò l’orrenda rabbia del cane con una focaccia, ed entrò nel palazzo di Proserpina. Non accettò i morbidi cuscini della dea e nemmeno il sontuoso banchetto; si sedette ai suoi piedi, si contentò di un po’ di pane nero, e riferì l’ambasciata di Venere. Subito Proserpina riempì in segreto la fiala, la chiuse e gliela consegnò. E di nuovo Psiche fece tacere i latrati del cane con l’altra focaccia, diede a Caronte la seconda moneta, e salì su dagli inferi molto più baldanzosa di prima, a rivedere la luce. Ma, per quanto ansiosa di condurre a termine la missione, non seppe resistere a una temeraria curiosità, e disse: “Che sciocca sono! Ho qui in mano la bellezza divina, e non dovrei prenderne nemmeno un pochino per piacere di più al mio innamorato?”. E così dicendo aprì la fiala.

Ma dentro non c’era niente! Nessuna bellezza, e invece un sonno infernale, che immediatamente si impadronì di Psiche, si diffuse in tutte le sue membra e la fece stramazzare al suolo, e giacere immobile, come un cadavere. Ma Cupido, ormai guarito e con la ferita cicatrizzata, non sopportando la lontananza da Psiche, era volato via a cercarla, e veloce corse da lei, le tolse di dosso il sonno mortale, richiudendolo poi nella fiala dov’era prima, e svegliò la fanciulla pungendola appena con una delle sue frecce.

Il dio otterrà per lei da Giove l’immortalità e la farà sua sposa. Dalla loro unione nascerà una figlia, chiamata Voluttà.

 

Molteplici le interpretazioni del significato di questa bellissima fiaba. 

Il cammino doloroso di Psiche la conduce da una condizione felice ma inconsapevole in cui è amante notturna di Eros, a una infelice ma consapevole. L’amore, come una sorta di peccato originale, conduce l’uomo a soffrire ma è via per la conoscenza di sé e dell’altro. Attraverso l’amore la psiche dell’individuo conosce se stessa. La conclusione della fiaba significa che l’amore rende l’uomo divino. Secondo lo psicanalista Erich Neumann, “l’amore individuale di Psiche entra in conflitto con il principio collettivo del piacere e dell’ebbrezza rappresentato da Afrodite”.

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