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G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto

G. D’Annunzio, La pioggia nel pineto

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto

Taci. [1] Su le soglie

del bosco[2] non odo

parole che dici

umane[3]; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane[4].

Ascolta. Piove

dalle nuvole sparse.

Piove su le tamerici[5]

salmastre ed arse,

piove su i pini

scagliosi ed irti[6],

piove su i mirti[7]

divini

su le ginestre fulgenti

di fiori accolti[8]

su i ginepri folti

di coccole aulenti[9],

piove su i nostri volti

silvani[1],

piove su le nostre mani

ignude,

su i nostri vestimenti

leggieri,

su i freschi pensieri

che l’anima schiude

novella[2],

su la favola bella[3]

che ieri

t’illuse, che oggi m’illude,

o Ermione.

Odi? La pioggia cade

su la solitaria

verdura[4]

con un crepitìo che dura

e varia nell’aria

secondo le fronde

più rade, men rade[5].

Ascolta. Risponde

al pianto il canto

delle cicale

che il pianto australe

non impaura,

né il ciel cinerino[6].

E il pino

ha un suono, e il mirto

altro suono, e il ginepro

altro ancora, stromenti

diversi

sotto innumerevoli dita[7].

E immersi

noi siam nello spirto

silvestre,

d’arbòrea vita viventi[1];

e il tuo volto ebro

è molle di pioggia[2]

come una foglia,

e le tue chiome

auliscono come

le chiare ginestre,

o creatura terrestre

che hai nome

Ermione.

 

Ascolta, ascolta. L’accordo

delle aèree cicale

a poco a poco

più sordo

si fa sotto il pianto

che cresce; [3]

ma un canto vi si mesce

più roco

che di laggiù sale,

dall’umida ombra remota[4].

Più sordo e più fioco

s’allenta, si spegne.

Sola una nota

ancor trema, si spegne,

risorge, trema, si spegne[5].

Non s’ode voce del mare.

Or s’ode su tutta la fronda

crosciare

l’argèntea pioggia

che monda,

il croscio che varia

secondo la fronda

più folta, men folta[6].

Ascolta.

La figlia dell’aria

è muta; ma la figlia

del limo lontana,

la rana,

canta nell’ombra più fonda[1],

chi sa dove, chi sa dove!

E piove su le tue ciglia,

Ermione.

 

Piove su le tue ciglia nere

si’ che par che tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi fatta virente,

par da scorza tu esca.[2]

E tutta la vita è in noi fresca[3],

aulente,

il cuor nel petto è come pèsca

intatta[4],

tra le pàlpebre gli occhi

son come polle tra l’erbe[5],

i denti negli alvèoli

son come mandorle acerbe. [6]

E andiam di fratta in fratta

or congiunti or disciolti[7]

(e il verde vigor rude

ci allaccia i mallèoli

c’intrica i ginocchi)[8]

chi sa dove, chi sa dove!

Gabriele D’Annunzio, La pioggia nel pineto [parafrasi]

Taci. Sulle soglie

del bosco non odo

parole che si possano definire

umane; ma odo

parole più nuove

che le gocce e le foglie diffondono

in lontananza.

Ascolta. Piove

Dalle nuvole sparse.

Piove sulle tamerici

salmastre (salate) ed arse dal sole

piove sui pini

dalla corteccia ruvida e pungenti,

piove sui mirti

divini

sulle ginestre splendenti

di fiori raccolti

sui ginepri folti

di bacche profumate

piove sui nostri volti

simili alla selva,

piove sulle nostre mani

nude,

sui nostri vestiti

leggeri,

sui freschi pensieri

che l’anima fa nascere

rinnovata (dalla pioggia)

sulla bella illusione dell’amore

che ieri

ti illuse, che oggi mi illude,

o Ermione.

Odi? La pioggia cade

sulla vegetazione

solitaria (priva di presenze umane)

con un picchiettio ininterrotto

che si diffonde nell’aria

con diversa intensità per le foglie

più fitte o meno fitte.

Ascolta. Al pianto (il cadere della pioggia)

risponde il canto

delle cicale

che la pioggia portata dall’Austro

non spaventa

né il cielo coperto di nuvole grigie.

E il pino

ha un suono, e il mirto

un altro suono, e il ginepro

un altro ancora, come strumenti

diversi

suonati da innumerevoli dita.

E noi siamo immersi

nello spirito

della selva

viventi di una vita vegetale;

e il tuo volto rapito (inebriato, esaltato)

è intriso e molle di pioggia

come una foglia,

i tuoi capelli

profumano come

le lucenti ginestre,

o creatura della terra

che hai nome

Ermione.

 

Ascolta, ascolta. Il frinire affiatato

delle cicale che cantano sugli alberi

a poco a poco

si affievolisce

per l’intensificarsi

della pioggia;

ma un canto vi si mescola

più rauco

che sale da laggiù,

dalla lontana e nascosta buia umidità.

Più basso e più debole (il canto delle cicale)

diminuisce, si interrompe.

Una sola nota

ancora vibra, si interrompe,

riprende, vibra, si estingue.

 

Non si ode alcuna voce (rumore) del mare.

Ora si ode soltanto su tutte le fronde

scrosciare con forza

la pioggia, lucente come argento,

che purifica,

lo scroscio che è più o meno forte

secondo le fronde

più folte o meno folte.

Ascolta.

La figlia dell’aria (la cicala)

È muta (silenziosa); ma la figlia

della palude, lontana,

la rana,

canta nell’ombra più profonda,

chi sa dove, chi sa dove!

E piove sulle tue ciglia,

Ermione.

 

Piove sulle tue ciglia nere

così che sembra che tu pianga

ma di piacere; non bianca

ma quasi resa verdeggiante,

sembra che tu esca dalla corteccia di un albero.

E tutta la vita è in noi rinnovata (fresca),

profumata,

il cuore nel petto è come una pèsca

non toccata,

tra le palpebre gli occhi

sono come pozze d’acqua tra l’erba,

i denti nelle gengive

sono (bianchi) come mandorle acerbe.

E noi andiamo in mezzo all’intricata macchia

ora uniti ora separati

(e la fitta vegetazione selvatica

ci avvolge le caviglie e

impedisce il movimento delle ginocchia

chi sa dove, chi sa dove!

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NOTE

[1]                La figlia dell’aria…fonda: la cicala (indicata metaforicamente come figlia dell’aria) è ora silenziosa. Il suo canto è sopraffatto dalla violenza dell’acquazzone, mentre prosegue il canto della rana (figlia del limo), nascosta nel buio più profondo della palude.

[2]                non bianca…tu esca: Ermione, come una ninfa dei boschi, sembra uscire dalla corteccia di un albero. Prosegue e giunge al culmine il processo di metamorfosi.

[3]                E tutta…fresca: l’immersione nella natura e l’azione purificatrice della pioggia danno un fresco, rinnovato senso di vitalità.

[4]                intatta: non toccata da mano umana, non ancora colta.

[5]                polle tra l’erbe: pozze (o sorgenti) d’acqua pura in mezzo all’erba.

[6]                I denti…acerbe: i denti, nelle cavità gengivali (alvèoli) sono bianchi come mandorle acerbe.

[7]                E andiam…disciolti: i due amanti procedono, in mezzo all’intricata macchia selvatica, ora a contatto tra di loro ora separati.

[8]                E il verde…ginocchi: la fitta, verde vegetazione silvestre rallenta il cammino, avvolgendosi alle caviglie e alle ginocchia.

[1]                E immersi…viventi: prosegue l’immersione, la fusione dei due amanti nella vita che anima la vegetazione della pineta.

[2]                e il tuo volto…pioggia: il volto inebriato è intriso e reso molle dalla pioggia.

[3]                aèree cicale…sordo: il frinire delle cicale, che cantano in alto, sugli alberi, si affievolisce per l’intensificarsi della pioggia.

[4]                ma un canto…remota: ma un altro canto più roco si mescola (mesce) a quello delle cicale, proviene in lontananza dallo stagno, dal buio umido e fondo della pineta,.

[5]                Più sordo…si spegne: il canto delle cicale si fa via via più debole, sembra a tratti risorgere, poi si estingue definitivamente. Il verbo trema, che richiama l’incerto frinire delle cicale, ha valore onomatopeico.

[6]                Or s’ode…men folta: la pioggia cade sempre più intensamente e lo scroscio è più o meno intenso, a seconda che la vegetazione sia più o meno fitta e folta; da notare i termini onomatopeici crosciare…croscio.

[1]                silvani: simili alla vegetazione del bosco (dal latino silva, da cui selva); inizia la trasformazione dei due amanti in creature del bosco.

[2]                Freschi pensieri…novella: rinnovata, purificata dalla pioggia, l’anima si apre a freschi e vigorosi pensieri.

[3]                la favola bella: l’amore come gioco e illusione reciproca, sottolineata dall’inversione degli ultimi versi dell’ultima strofa.

[4]                solitaria verdura: la vegetazione della pineta priva di presenze umane.

[5]                crepitìo…rade: la pioggia cadendo sulle piante più o meno fitte di foglie produce un rumore più o meno intenso; crepitio è parola onomatopeica, che vuole riprodurre il rumore incessante della pioggia.

[6]                Risponde…cinerino: al rumore della pioggia, umanizzata nella metafora del pianto, risponde l’analogamente umanizzato canto delle cicale, che non sono spaventate né dallo scroscio portato dall’Austro, vento del sud, né dal cielo coperto di nuvole grigie.

[7]                stromenti…dita: le piante sembrano strumenti diversi (a seconda delle loro caratteristiche), suonati da innumerevoli dita (le gocce di pioggia che cadono su di esse); la natura è vista come organismo vivente e umanizzata; il suo linguaggio è una musica affascinante.

[1]                Taci: il poeta si rivolge alla sua donna chiamandola Ermione, figlia di Menelao e di Elena nella mitologia greca, e la invita a tacere per ascoltare il linguaggio della natura.

[2]                bosco: la pineta del litorale della Versilia.

[3]                umane: la natura ha un linguaggio proprio, diverso da quello umano

[4]                che parlano…lontane: gocciole e foglie sono il soggetto della frase; lontane perché la pioggia sta iniziando e i due amanti non sono ancora entrati nel folto della pineta.

[5]                tamerici: piante cespugliose (le mirycae di Pascoli) caratteristiche dei luoghi vicini al mare.

[6]                scagliosi ed irti: i pini hanno la corteccia a forma di scaglie e pungenti foglie aghiformi.

[7]                mirti divini: arbusti sempreverdi, divini perché sacri a Venere, ma anche perché simboleggiano la dimensione divina della compenetrazione con la natura.

[8]                ginestre fulgenti: i fiori gialli delle ginestre, molto diffuse nei luoghi aridi, splendenti per la pioggia.

[9]                Ginepri…aulenti: le bacche profumate dei ginepri; i termini coccole aulenti sono preferiti dal poeta per la loro particolare sonorità.

Analisi del testo.

La pioggia nel pineto è una poesia scritta nel 1903. Essa descrive la passeggiata del poeta e della sua donna (chiamata col nome mitologico di Ermione) nella pineta sotto la pioggia. Il poeta riproduce con linguaggio umano la musica prodotta dalla pioggia che cade sulla vegetazione, nella convinzione che vi sia una corrispondenza profonda tra la parola poetica e l’essenza misteriosa e segreta delle natura, che solo essa è in grado di svelare.

Lo spirito silvestre

Il poeta si rivolge alla donna che lo accompagna nella passeggiata in pineta e la invita a un silenzioso e attento ascolto. Anziché cercare riparo dalla pioggia, i due amanti s’immergono progressivamente nello spirito “silvestre” e ne divengono parte. Si trasformano essi stessi in creature vegetali, come fossero antiche divinità dei boschi.

Il testo presenta tre tematiche centrali:

  • La sinfonia musicale prodotta dalla pioggia estiva (che il poeta riproduce attraverso le parole).
  • Il processo di metamorfosi e di compenetrazione del poeta e della sua donna nella natura, di cui essi divengono parte.
  • Il tema della “favola bella”, dell’amore come illusione reciproca.

Linguaggio poetico e linguaggio della natura

La parola poetica dà voce a sensazioni visive, uditive, tattili, olfattive, in uno scenario naturale che si anima e parla una lingua misteriosa, sconosciuta agli uomini. La poesia è il tentativo di tradurre in linguaggio umano il linguaggio della natura, di riprodurre la “musica” prodotta dalla pioggia che cade sulla vegetazione.

Esso è composto di quattro strofe, ognuna di trentadue versi brevi di varia misura

Cade la pioggia

La prima strofa introduce il tema della caduta della pioggia sul diverso tipo di vegetazione (tamerici, pini, mirti…). La pioggia cade anche sui volti “silvani”, che già sembrano essere un elemento della natura. Piove anche sulla “favola bella”, con cui il poeta intende riferirsi all’amore come illusione.

Una sinfonia musicale

La seconda strofa distingue nella sinfonia della pioggia il diverso suono prodotto dal suo cadere sulla vegetazione più o meno fitta e i diversi tipi di alberi o arbusti sono paragonati a strumenti diversi sotto innumerevoli dita, cui si aggiunge il canto delle cicale. Come la natura assume sembianze umane, così per i due amanti inizia il processo di metamorfosi naturale.

Il canto rauco della rana

Nella terza strofa al canto delle cicale si alterna il rauco canto della rana, mentre la pioggia cade con forza sulla vegetazione.

Il panismo

Nell’ultima strofa il tema del panismo diviene l’elemento centrale: Ermione diviene una creatura vegetale e sembra uscire dalla scorza degli alberi. I due amanti sono ormai assimilati dalla vita vegetale (il cuore “come pèsca / intatta”, gli occhi “come polle tra l’erbe”) e da essa come rigenerati. In chiusura, la ripresa del ritornello della prima strofa. Il processo di fusione con la natura non è però vissuto come annullamento ma come dilatazione ed esaltazione vitalistica dell’io.

La metrica e la sintassi

La metrica è estremamente libera, non soggetta ad alcuno schema tradizionale: si succedono versi di misura notevolmente varia, con l’intento di riprodurre la pluralità delle innumerevoli voci della pineta, sotto le fitte gocce della pioggia. Il rapporto tra metro e sintassi sembra produrre anch’esso un movimento ritmico più o meno veloce, simile a quello della pioggia, alternando frasi brevi a frasi lunghe, con numerose iterazioni e il frequente ricorso all’enjambement.

La centralità dei suoni

Il testo è intessuto di richiami fonetici attraverso un fitto gioco di rime e assonanze disposte liberamente, spesso alternate o baciate. Il poeta ricorre all’uso di numerosi artifici fonetici, con cui ottiene effetti di suggestione musicale: anafore (Piove…Piove …piove ….), allitterazioni (Ciel cinerino; Spirto silvestre), parole onomatopeiche (crepitìo), rime baciate e rime interne (silvani,/…mani; leggieri,/…pensieri; varia nell’aria; più rade, men rade;), assonanze e consonanze (gocciole e foglie; la favola bella).

Le similitudini e il lessico

Il processo di metamorfosi e di fusione con la natura è reso da una serie di similitudini (il cuor nel petto è come pèsca/intatta; tra le pàlpebre gli occhi / son come polle tra l’erbe; i denti negli alvèoli / son come mandorle acerbe. Le parole rare e letterarie danno alla poesia un’atmosfera preziosa e sono scelte con grande attenzione al loro valore fonetico e musicale (coccole aulenti).

Comprensione e analisi del testo.

  1. A chi si rivolge il poeta all’inizio della poesia? Che cosa il poeta lo/la invita ad ascoltare? Lo fa altre volte? Qual è la ragione?
  2. Tre sono gli elementi attorno ai quali la poesia si sviluppa. Quali?
  3. Nell’ultima strofa giunge al culmine il processo di fusione con la natura. Individua le similitudini con cui esso viene descritto.
  4. Individua nella poesia le metafore e similitudini con cui viene descritta, invece, l’umanizzazione della natura.
  5. La poesia è il tentativo di riprodurre in linguaggio umano quello naturale. Il poeta ricorre all’uso di numerosi artifici fonetici, con cui ottiene effetti di suggestione musicale. Evidenzia nella prima strofa, con colori diversi: anafore e ripetizioni, allitterazioni, rime, assonanze e consonanze.
  6. Ti sembra che il poeta abbia raggiunto l’obiettivo di riprodurre con parole umane il linguaggio naturale, come si proponeva? Motiva la risposta.
  7. Il poeta fa ricorso frequente all’enjambement: individua sul testo qualche esempio e spiega le motivazione di tale scelta.
  8. Il poeta fa uso di termini inusuali e/o ricercati: individuali ricercando un sinonimo e spiega qual è la finalità di tale scelta stilistica.
  9. Fai un elenco di tutte le piante citate nella poesia e svolgi una breve ricerca sulle loro caratteristiche e sulla loro “storia”.

Produzione.

  1. Descrivi un paesaggio utilizzando tutti gli organi di senso. Cerca di riprodurre, attraverso un’attenta scelta delle parole, i suoni dell’ambiente descritto. Il contesto può essere anche significativamente diverso da quello descritto da D’Annunzio, ad esempio un caotico paesaggio urbano…
  2. Una passeggiata in pineta, alla fine dell’estate, alla fine di un amore. E piove… continua tu…

D’Annunzio, La sera fiesolana

D’Annunzio, La sera fiesolana

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

D’Annunzio, La sera fiesolana

Scritta nel 1899 e collocata all’inizio di Alcyone, descrive una magica sera vissuta nei pressi di Fiesole, nel momento di passaggio dalla primavera all’estate. Il poeta esprime in forma poetica le sensazioni provate di fronte al seducente sorgere della luna, dopo una giornata di pioggia, in compagnia della donna amata. L’acqua ha placato l’arsura della vegetazione, e la luce della luna sembra distendere su tutta la natura un sensuale velo di freschezza.

 

Fresche [1] le mie parole ne la sera

ti sien[2] come il fruscìo che fan le foglie

del gelso ne la man di chi le coglie[3]

silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta[4]

su l’alta scala che s’annera[5]

contro il fusto che s’inargenta[6]

con le sue rame spoglie

mentre la Luna[7] è prossima alle soglie

cerule[8] e par che innanzi a sé distenda un velo[9]

ove il nostro sogno si giace[10]

e par che la campagna già si senta

da lei sommersa nel notturno gelo

e da lei beva la sperata pace[11]

senza vederla.

 

Laudata sii[12] pel tuo viso di perla[13],

o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace

l’acqua del cielo[14]!

 

Dolci le mie parole ne la sera

ti sien come la pioggia che bruiva[15]

tepida e fuggitiva,

commiato lacrimoso[16] de la primavera,

su i gelsi e su gli olmi e su le viti

e su i pini dai novelli rosei diti

che giocano con l’aura che si perde,

e su’l grano che non è biondo ancora

e non è verde,

e su’l fieno che già patì la falce[17]

e trascolora[18],

e su gli olivi, su i fratelli[19] olivi

che fan di santità pallidi i clivi[20]

e sorridenti.

 

Laudata sii per le tue vesti aulenti[21],

o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce

il fien che odora!

 

Io ti dirò verso quali reami

d’amor ci chiami il fiume[22], le cui fonti

eterne a l’ombra degli antichi rami

parlano nel mistero sacro dei monti;

e ti dirò per qual segreto

le colline su i limpidi orizzonti

s’incùrvino come labbra che un divieto

chiuda[23], e perché la volontà di dire

le faccia belle

oltre ogni uman desire[24]

e nel silenzio lor sempre novelle

consolatrici, sì che pare

che ogni sera l’anima le possa amare

d’amor più forte.

 

Laudata sii per la tua pura morte[25],

o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare

le prime stelle!

Note:


[1]
                   Fresche: (le mie parole ti) procurino un senso di  freschezza,  un  senso di serenità.

[2]                ti sien: ti giungano. Il poeta si rivolge ad una donna, che però non compare mai come presenza fisica.

[3]                di chi le coglie: è il contadino che raccoglie le foglie dei gelsi, delle quali si nutrono i bachi da seta.

[4]                opra lenta: il lento lavoro della raccolta delle foglie.

[5]                s’annera: diventa scura.

[6]                s’inargenta: assume un colore argenteo.

[7]                la Luna: la luna viene personificata.

[8]                cerule: colore azzurro-pallido; celeste ormai smorente.

[9]                par…velo: si tratta del diffuso chiarore  che  illumina  il cielo nel punto dove si leverà la luna.

[10]               il nostro… giace: i nostri sogni si perdono nella magica atmosfera creata dalla luce lunare.

[11]               la sperata pace: il tanto sperato refrigerio dopo la calura del giorno.

[12]               Laudata sii: il motivo, ripreso dal  “Cantico  delle  creature”  di  San Francesco, dà alla descrizione un tono di sacralità; tuttavia quella dannunziana è una sacralità panica, pagana, vitalistica.

[13]               viso di perla: la Sera personificata è in una donna dal pallido viso (il cielo di colore perlaceo)  .

[14]               e pe’ tuoi grandi umidi occhi…: difficile un’interpretazione precisa. Negli “umidi occhi” della sera, vista come una donna, si raccoglie silenziosa l’acqua, che può essere intesa come l’umidità serale che preannuncia la rugiada notturna o come la pioggia raccolta nelle pozze, in cui si specchia il cielo.

[15]               bruiva: il verbo india il crepitio leggero  prodotto  dalla  pioggia primaverile quando cade sulle foglie.

[16]               commiato lacrimoso: la pioggia di giugno è paragonata ad un saluto, accompagnato dal pianto, della primavera che lascia posto all’estate.

[17]               patì la falce: il fieno patisce, soffre per la falciatura.

[18]               su ‘l grano… trascolora: il mutare di colore del grano e del  fieno suggerisce  il  trapasso  dalla  primavera all’estate.

[19]               fratelli: l’appellativo attribuito agli ulivi ripropone  il  motivo francescano.

[20]               di santità pallidi i clivi: gli ulivi, simbolo di pace e di santità ed il loro tenue colore verde argenteo rivestono i colli.

[21]               Laudata…odora: la sera come donna avvolta da una profumata veste, legata da una cintura come il fieno odoroso è legato da un rametto di salice, diffonde nell’aria i suoi profumi. Il poeta usa il ricercato e musicale “aulenti” anziché “profumate”.

[22]               Io ti dirò…fiume: il fiume è l’Arno; il poeta nuovamente si rivolge alla donna e le preannuncia la rivelazione del misterioso richiamo d’amore proveniente dalla natura.

[23]               Per qual segreto…chiuda: per quale misteriosa ragione le colline non possano parlare, come se un divieto glielo proibisse.

[24]               Belle…desire: belle al di là di ogni possibile desiderio (desire) umano.

[25]               pura morte: è il lento svanire della sera che cede il passo alla  notte, intesa come “morte” della sera.

Parafrasi

Le mie parole nella sera ti giungano fresche come il fruscio che fanno le foglie del gelso nella mano del contadino che le raccoglie silenzioso, mentre ancora si attarda nel lento lavoro sull’alta scala che s’inscurisce rispetto al tronco che diventa argenteo con i suoi rami spogli, mentre la Luna sta per apparire all’orizzonte di colore azzurro tenue e sembra che davanti a sé distenda un velo dove il nostro sogno si adagia e pare che la campagna sia già da lei sommersa nel fresco della notte e beva da lei l’atteso refrigerio prima che sia sorta. Sii lodata per il tuo viso di perla, o Sera, e per i tuoi grandi occhi umidi dove tace l’acqua del cielo! Sii lodata per le tue vesti profumate, o Sera, e per la cintura che ti fascia come il ramo del salice circonda il fieno odoroso! Io ti dirò verso quali favolosi luoghi d’amore ci inviti il fiume (l’Arno), le cui sorgenti perenni all’ombra delle piante secolari parlano nel mistero sacro dei monti; e ti dirò per quale segreta ragione le colline sui limpidi orizzonti, si curvino come fossero labbra che un divieto tenga chiuse, e perché la volontà di parlare le renda belle oltre ogni umano desiderio. e (perché) pur restando silenziose siano sempre rasserenatrici, così che sembra che ogni sera l’anima le possa amare di un amore più forte. Sii lodata per la tua limpida e serena morte (con cui cedi alla notte), o Sera, e per l’attesa (della notte) che in te fa palpitare le prime stelle!

Analisi del testo

Immagini, sensazioni, emozioni

Il poeta si rivolge alla sua donna, in una sera di giugno, sulle  colline  di Fiesole, dopo una giornata di pioggia. La poesia, priva di un centro narrativo, presenta  immagini,  sensazioni  ed emozioni  del poeta che contempla  lo  spettacolo offerto  dalla luna sta sorgendo. Le immagini fluiscono l’una dall’altra, senza una precisa connessione logica e sintattica, mosse da una sorta di musicalità interiore.

La natività della luna, la pioggia di giugno, le colline

Nella prima edizione del testo, ogni strofa aveva un titolo distinto, che sintetizza il tema, o meglio, l’elemento naturale centrale: La natività della luna, La pioggia di giugno, Le colline. Le strofe, intervallate dalla “lauda” rivolta alla sera, conservano tale autonomia: la prima descrive il sorgere della luna, che dona refrigerio alla natura; la seconda ha come tema centrale quello della pioggia “commiato lacrimoso de la primavera”, che cade sulla vegetazione, che assume sembianze umane; la terza ha come elemento centrale quello delle colline che “come labbra che un divieto / chiuda” sembrano desiderose di rivelare al poeta un indicibile segreto.

La freschezza

Nella prima strofa l’elemento dominante è quello della freschezza: le parole del poeta sono “fresche” (sinestesia udito-tatto) e la luce della luna che sta per sorgere, in una magica atmosfera, è come un velo luminoso che si distende sulla natura, che preannuncia il gelo notturno e dà refrigerio alla campagna, riarsa dal sole. Alla sinestesia iniziale se ne aggiunge una più complessa: il tenue velo argenteo (vista) è associato al “notturno gelo” (tatto), con significato analogo. Numerose, nel susseguirsi delle immagini, le analogie: le parole paragonate al fruscio delle foglie raccolte dal contadino; la luce lunare paragonata a un velo e associata alla rugiada notturna che dona refrigerio. Vi è una misteriosa corrispondenza tra parole e natura, una fusione sottolineata dall’avvicendarsi dei suoni, resi con allitterazioni (Fresche… fruscìo…fan…foglie), assonanze (s’attarda … s’annera), consonanze (fan le foglie – silenzioso… s‘attarda …su … s‘annera… s‘inargenta).

L’acqua

Il tema dell’acqua è presente anche nella seconda strofa, dove il poeta rivolge alla sua donna parole “dolci” come il brusio della pioggia di giugno, estremo saluto della primavera, che cade sulla vegetazione, la quale assume sembianze umane (i novelli rosei diti dei pini, il grano che “patì la falce”, i “fratelli olivi” ecc.).

Un segreto indicibile

Nella terza strofa, il poeta annuncia la rivelazione di un segreto che la natura nasconde, che solo la poesia è in grado di rivelare, descrivendo la bellezza e la dolcezza delle colline, che s’incurvano come labbra chiuse da un divieto. La natura, umanizzata e divinizzata, parla al poeta, e solo la poesia è in grado di coglierne e  rivelarne la misteriosa bellezza.

Le laudi e l’umanizzazione della sera

Nella prima lauda, che richiama il “Cantico delle creature” di S. Francesco, il poeta si rivolge alla sera personificandola (viso di perla, umidi occhi…). Anche nella lauda troviamo il motivo della freschezza, con il riferimento all’acqua (“pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace / l’acqua del cielo”). Nella seconda lauda prosegue la personificazione della sera, con riferimento particolare a i profumi della campagna che si diffondono nell’aria. Infine, nella terza lauda il poeta loda la sera per la sua “pura morte”, nel momento in cui le prime, palpitanti, stelle segnano il momento di passaggio alla notte.

Metro, sintassi e lessico

Sul piano metrico, sintattico e lessicale le caratteristiche essenziali sono:

  • La misura dei versi è molto varia e le rime non sono regolari ma si trovano spesso all’interno dei versi, intrecciate ad una rete di assonanze, consonanze, allitterazioni che danno musicalità al testo.
  • Ad ogni strofa corrisponde un periodo, con uso della punteggiatura estremamente limitato, assente nella prima strofa.
  • Vi è ampio uso dell’enjambement, dell’iterazione e dell’anafora che appaiono in sintonia con il fluire di immagini l’una dall’altra,  per analogia.
  • Il lessico è ricercato e musicale. 

Comprensione e analisi del testo:

  1. A chi si rivolge il poeta all’inizio della poesia?
  2. La poesia richiama, in particolare nella “lauda” il “Cantico delle creature” di San Francesco. Ti pare quindi che essa abbia un’ispirazione religiosa?
  3. Nella prima strofa il tema centrale è quello della freschezza. Quali sono le immagini che la richiamano?
  4. Nella seconda strofa la natura assume sembianze umane: evidenzia gli aggettivi che rendono evidente tale processo.
  5. Nella terza strofa il poeta alludere ad una volontà di dire sua e della natura (in particolare delle colline) che però non è resa esplicita e resta inespressa: che cosa potrebbe voler intendere?
  6. Nella prima e nella seconda lauda (le brevi strofe di tre versi) la sera viene paragonata ad una donna: descrivi con parole tue le caratteristiche che essa assume.
  7. Quali sensi sono utilizzati dal poeta nella descrizione del paesaggio serale?
  8. Quali sono le caratteristiche del metro e della rima? Che cosa caratterizza il rapporto tra la struttura sintattica e quella metrica?
  9. Il poeta fa uso di parole di uso insolito: individuale e spiegane il significato.
  10. L’attenzione all’aspetto fonico, alla musicalità è per D’Annunzio essenziale: individua e sottolinea con colori diversi allitterazioni, assonanze, consonanze ed eventuali parole onomatopeiche.
  11. Ricerca nel testo le figure retoriche, indicane la denominazione e il significato.

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D’Annunzio, Le Laudi – Alcyone

D’Annunzio, Le Laudi – Alcyone

AlcyoneD’Annunzio, Alcyone

Le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi

Tra il 1899 e il 1916 D’Annunzio progetta il più ambizioso programma della sua lirica: le Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. La raccolta comprende quattro libri, che prendono il nome dalla costellazione delle Pleiadi, le mitiche figlie di Atlante che Giove trasformò in stelle: Maia, Elettra, Alcyone, Merope; un quinto libro, Asterope, è a parte e celebra le vicende della Grande Guerra; altri due libri progettati, Taigete e Celeno, non sono realizzati.

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D’Annunzio, Andrea Sperelli incontra Elena

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L’ardore era sincero, mentre le parole talvolta mentivano.

Andrea Sperelli, dopo aver rievocato il suo recente incontro con Elena, nel corso del quale l’ha invitata a raggiungerlo a casa propria, aspetta l’amante. L’amore per Elena, che egli sente di aver perduto, lo rende ansioso.

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D’Annunzio, Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta

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D'Annunzio 1D’Annunzio, Il conte Andrea Sperelli-Fieschi d’Ugenta

Andrea Sperelli, giovane artista di origini nobili, viene educato dal padre al culto della bellezza e del piacere. La grande sensibilità artistica e le massime del padre, incontrandosi con la debole moralità del suo carattere, ne fann0 un uomo tutto artificio e falsità, al punto che egli non sa più essere sincero, neppure con se stesso.

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