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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, Il palazzo di Atlante

(o Il secondo castello di Atlante)

(Orlando furioso, XII, 1-37)
Mentre è all’affannosa ricerca di Angelica, Orlando crede di vedere la donna prigioniera di un cavaliere che la trascina via. Inseguendoli giunge a un meraviglioso palazzo, nel quale entra: si tratta in realtà dell’ennesimo incantesimo del mago Atlante di Carena, che ha attirato con l’inganno in questo castello Ruggiero e altri paladini per stornare dal figlio adottivo il suo destino funesto. Atlante trattiene i vari personaggi all’interno del palazzo, facendo loro credere che dentro ci sia la persona o la cosa ricercata. L’episodio è una metafora della vita umana intesa come eterna ricerca di qualcosa di irraggiungibile, affine alla selva del canto iniziale in cui avviene la fuga di Angelica. Proprio quest’ultima libera Orlando, Sacripante e Ferraù dalla prigionia, facendosi poi beffe di loro grazie al suo anello magico.
1
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alla solinga valle,
là dove calca la montagna Etnea
al fulminato Encelado le spalle,
la figlia non trovò dove l’avea
lasciata fuor d’ogni segnato calle;
fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al fin svelse duo pini; 
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e diè lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e ‘l mare; e poi che tutto il mondo
cercò di sopra, andò al tartareo fondo. 
3
S’in poter fosse stato Orlando pare
all’Eleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e ‘l fondo de l’eterno oblio;
ma poi che ‘l carro e i draghi non avea,
la gìa cercando al meglio che potea. 
4
L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all’orecchia
una voce venir, che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede innanzi un cavalliero, 
5
che porta in braccio e su l’arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
di gran dolore; ed in soccorso appella
il valoroso principe d’Anglante;
che come mira alla giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d’intorno. 
6
Non dico ch’ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch’egli tant’ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar sì addolorata e grama,
spinto da l’ira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama;
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia. 
7
Non resta quel fellon, né gli risponde,
all’alta preda, al gran guadagno intento,
e sì ratto ne va per quelle fronde,
che saria tardo a seguitarlo il vento.
L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde
selve s’odon sonar d’alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello. 
8
Di vari marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d’oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
né più il guerrier, né la donzella mira. 
9
Subito smonta, e fulminando passa
dove più dentro il bel tetto s’alloggia:
corre di qua, corre di là, né lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d’ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto, il tempo e l’opra. 
10
D’oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar né de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
né per questo può far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n’ha portato il bel viso leggiadro. 
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavalieri
vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio. 
12
Tutti cercando invan, tutti gli dànno
colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d’altro l’accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi. 
13
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra sé: «Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:
e potria il ladro aver tratta costei
da un’altra uscita, e molto esser lontano.»
Con tal pensiero uscì nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato. 
14
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s’orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che l’ha da quel che fu, tanto diviso. 
15
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: «Aita, aita!
la mia virginità ti raccomando
più che l’anima mia, più che la vita.
Dunque in presenza del mio caro Orlando
da questo ladro mi sarà rapita?
più tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a sì infelice sorte.» 
16
Queste parole una ed un’altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d’alta speranza.
Talor si ferma, ed una voce ascolta,
che di quella d’Angelica ha sembianza
(e s’egli è da una parte, suona altronde),
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde. 
17
Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch’arrivò qui dove Orlando
dianzi arrivò, se ‘l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa. 
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede,
per la gran corte e per le logge mira;
né più il gigante né la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giù va molte volte e riede;
né gli succede mai quel che desira:
né si sa imaginar dove sì tosto
con la donna il fellon si sia nascosto. 
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giù camere e logge e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.
Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte: ma una voce, quale
richiamò Orlando, lui chiamò non manco;
e nel palazzo il fe’ ritornar anco. 
20
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di sé medesmo in bando.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch’andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia. 
21
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch’avea composto Atlante di Carena,
perché Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che ‘l mal’influsso n’andasse da canto,
l’influsso ch’a morir giovene il mena.
Dopo il castel d’acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova. 
22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acciò che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perché di cibo non patischin brama,
sì ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio. 
23
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell’annel mirabil tanto,
ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco,
nel dito, l’assicura da l’incanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto disegno
di ritornare in India al suo bel regno. 
24
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compania: non ch’ella
più caro avesse l’un che l’altro amante;
anzi di par fu a’ lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante città, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
né potea aver con altri la più fida. 
25
Or l’uno or l’altro andò molto cercando,
prima ch’indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin là dove il conte Orlando,
Ferraù e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso ed altri molti
che v’avea Atlante in strano intrico avolti. 
26
Quivi entra, che veder non la può il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;
e trova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come, fingendo la sua immago,
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, né ben se ne risolve. 
27
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potrà con più valore
meglio salvar nei perigliosi passi:
ma se sua guida il fa, sel fa signore;
ch’ella non vede come poi l’abbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo. 
28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia,
potrà, se ben l’avesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L’annel trasse di bocca, e di sua faccia
levò dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch’Orlando e Ferraù le sopravenne. 
29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando;
che l’uno e l’altro parimente giva
di su di giù, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch’era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perché l’annel ch’ella si pose in mano,
fece d’Atlante ogni disegno vano. 
30
L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
né notte o dì, dopo ch’entraro in questa
stanza, l’aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perché in uso l’avean tanto.
Ferraù il terzo era anco armato, eccetto
che non avea né volea avere elmetto, 
31
fin che quel non avea, che ‘l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch’allora lo giurò, che l’elmo fino
cercò de l’Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
né però Ferraù pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre là dentro foro. 
32
Era così incantato quello albergo,
ch’insieme riconoscer non poteansi.
Né notte mai né dì, spada né usbergo
né scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all’uscita,
d’orzo e di paglia sempre era fornita. 
33
Atlante riparar non sa né puote,
ch’in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all’auree chiome ed a’ begli occhi neri
de la donzella, ch’in fuga percuote
la sua iumenta, perché volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l’altro avria. 
34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe sì, che temer più non dovea
che contra lor l’incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l’annel che le schivò più d’un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lasciò come insensati e sciocchi. 
35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch’a ritornar l’avessero nel regno
di Galafron ne l’ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si mutò di voglia in uno istante:
e senza più obligarsi o a questo o a quello,
pensò bastar per amendua il suo annello. 
36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli è intercetta
o lepre o volpe, a cui dava la caccia,
che d’improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non è vista, e i lor progressi osserva. 
37
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne può andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferraù non bada,
né Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia più ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.

Ariosto, Il palazzo di Atlante – Parafrasi

(o Il secondo castello di Atlante)
 
1
Cerere, tornando in fretta dalla madre Idea [Cibele] 
alla valle solitaria, 
là dove l’Etna preme sulle spalle 
del gigante Encelado fulminato [da Giove], 
non trovò la figlia [Proserpina] dove l’aveva 
lasciata, lontana da ogni sentiero battuto; 
e dopo essersi danneggiata le guance, il petto,
 i capelli e gli occhi, alla fine sradicò due pini;
2
e li accese col fuoco di Vulcano, 
dando ad essi il potere di non spegnersi mai: 
e tenendone uno per mano, 
sul carro trainato da due draghi,
esplorò le selve, i campi, il monte, la pianura, 
le valli, i fiumi, gli stagni, i torrenti, 
la terra e il mare; e dopo aver cercato in superficie
in tutto il mondo, andò nel fondo del Tartaro.
3
Se Orlando avesse avuto un potere simile a quello 
della dea Eleusina, come ne aveva il desiderio,
per cercare Angelica non avrebbe 
tralasciato selva, campo, stagno, ruscello,
valle, monte, pianura, terra o mare,
né il cielo o il fondo dell’oblio eterno (nell’inferno); 
ma poiché non aveva il carro e i draghi, 
la andava cercando meglio che poteva.
4
L’ha cercata in Francia: ora si prepara 
a cercarla in Italia e in Germania, 
per la nuova e per la vecchia Castiglia, 
per poi attraversare il mare dalla Spagna alla Libia. 
Mentre pensa questo, sente giungergli all’orecchio 
una voce che sembra piangere: 
si spinge avanti e sopra un gran destriero 
vede trottare un cavaliere,
5
che porta in braccio e sull’arcione davanti con la 
forza, contro il suo volere una tristissima fanciulla. 
Lei piange e si dibatte, e mostra gran dolore; 
e chiama in aiuto il valoroso principe di Anglante 
[Orlando]; al quale, appena scorge la bella 
fanciulla, sembra colei che aveva cercato 
ovunque in Francia e attorno, 
di notte e di giorno [Angelica].
6
Non dico che fosse lei, ma sembrava 
la nobile Angelica che lui ama tanto. 
Lui, che vede la sua donna e la sua dea 
portata via così misera e addolorata, 
spinto da ira e furia cieca, 
richiama il cavaliere con voce orrenda;
lo richiama e lo minaccia, 
e intanto sprona Brigliadoro a briglia sciolta.
7
Quel fellone non rimane e non gli risponde, 
intento a quella nobile preda e al gran guadagno, 
e scappa tra quei boschi così veloce 
che il vento sarebbe lento a seguirlo. 
Uno fugge e l’altro lo insegue; e si sentono 
risuonare le selve profonde di un alto lamento. 
Correndo arrivarono in un gran prato, al centro 
del quale si ergeva un grande e ricco palazzo.
8
Il maestoso palazzo era costruito con vari marmi 
finemente lavorati. 
Il cavaliere corse dentro alla porta dorata, 
con la fanciulla in braccio. 
Dopo non molto giunse Brigliadoro, 
che portava in sella lo sdegnoso e fiero Orlando. 
Orlando, appena è dentro, si guarda intorno, 
ma non vede più né il guerriero né la fanciulla.
9
Smonta subito, e come un fulmine si addentra 
nelle stanze più interne dove il palazzo è abitato: 
corre di qua e di là, non tralascia di cercare 
in ogni camera, in ogni loggia. 
Dopo aver frugato invano ogni stanza a pianterreno, 
sale per le scale; 
e non meno tempo e fatica perde a cercare di sopra, 
di quanto abbia fatto di sotto.
10
Vede i letti ornati di seta e d’oro: 
Nulla si vede dei muri e delle pareti 
perché, come il suolo ove si poggia il piede,
sono del tutto coperte da cortine e da tappeti. 
Il conte Orlando va su e giù e ritorna; 
ma non riesce ad allietare gli occhi 
vedendo di nuovo Angelica, o quel ladro 
che ha portato via il suo leggiadro viso.
11
E mentre camminava invano da una parte all’altra, 
pieno di pensieri e di affanno, 
trovò qui Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso, 
il re Sacripante e altri cavalieri 
che andavano in alto e in basso 
e non meno di lui vagavano senza esito; 
e si lamentavano del malvagio 
e invisibile signore di quel palazzo.
12
Tutti cercano invano, tutti lo accusano 
di furto a danno loro: 
uno è all’affannosa ricerca del destriero 
che gli ha sottratto, un altro è arrabbiato per aver 
perso la donna; un altro lo accusa di altre cose: 
e così restano qui, non sapendo uscire da quella gabbia; 
e ci sono molti, presi in questo inganno, 
rimasti intere settimane e mesi.
13
Orlando, dopo aver cercato più volte 
per tutto quello strano palazzo, 
disse fra sé: «Potrei stare qui,
sprecare tempo e fatica invano: 
e il ladro potrebbe averla (Angelica) portata via 
da un’altra uscita ed esser molto lontano.» 
Così pensando uscì nel verde prato, 
che circondava interamente il palazzo.
14
Mentre gira attorno all’edificio immerso nel bosco,
tenendo sempre lo sguardo volto a terra, 
per per cercare di scorgere qualche traccia, 
a destra o a sinistra, di passaggio recente;
si sente chiamare da una finestra:
alza gli occhi; e gli sembra di udire 
quella voce divina, e gli sembra di vedere il viso
che l’ha tanto allontanato da come era prima.
15
Gli sembra di udire Angelica, che supplicando 
e piangendo gli dica: «Aiuto, aiuto! 
ti raccomando la mia verginità, 
più della mia anima o della mia vita. 
Dunque in presenza del mio caro Orlando 
essa mi sarà portata da questo ladro? 
Dammi la morte con le tue mani
piuttosto che lasciarmi a così infelice sorte.»
16
A queste parole Orlando torna più volte 
in ogni stanza, 
con molta passione e fatica, 
ma alleviata anche da una grande speranza. 
A volte si ferma, e sente una voce,
che sembra quella di Angelica 
(se lui è in un posto, essa risuona in un altro)
che chiede aiuto; e non sa capire da dove venga.
17
Ma tornando a Ruggiero, che io lasciai quando 
dissi che attraverso un sentiero ombroso e buio
inseguendo il gigante e la donna 
era uscito dal bosco in un grande prato;
io dico che arrivò là dove 
era giunto Orlando, se riconosco il luogo. 
Il gran gigante attraversa la porta:
Ruggiero gli è appresso e non cessa di inseguirlo.
18
Non appena mette piede dentro il castello, 
cerca nel grande cortile e sotto le logge; 
non vede più il gigante né la donna, 
e in ogni direzione volge lo sguardo invano. 
Va e torna molte volte su e giù, 
ma non non trova mai quel che desidera: 
non sa immaginare dove così in fretta 
quel fellone si sia nascosto con la donna.
19
Dopo che ha riguardato per quattro, per cinque volte
Di sopra e di sotto camere, logge e sale, 
torna di nuovo e non tralascia 
di cercare sotto le scale. 
Infine si allontana, nella speranza 
che siano nel bosco vicino: ma una voce, 
come quella che richiamò Orlando, 
chiamò anche lui e lo fece ritornare nel palazzo.
20
Una stessa voce, una persona 
che era sembrata Angelica ad Orlando 
sembrò a Ruggiero la donna di Dordona 
(Bradamante), che lo teneva fuori di sé per amore.
Se parla con Gradasso o con qualcun altro 
di quelli che andavano errando nel palazzo, 
a tutti sembra che sia quella cosa 
che ognuno più di tutto per sé brama e desidera.
21
Questo era un nuovo e insolito incantesimo 
creato dal mago Atlante di Carena, 
affinché Ruggiero fosse tanto occupato
in quella fatica, in quella dolce pena, 
da allontanare l’influsso funesto 
quell’influsso che lo conduce a morire giovane. 
Dopo il castello d’acciaio, che a nulla è servito, 
e dopo Alcina, Atlante ancora ci prova.
22
Atlante trama di condurre in questo incantesimo 
non solo Ruggiero, ma anche tutti gli altri 
che in Francia hanno maggior fama di valore, 
perché Ruggiero non sia ucciso per mano loro. 
E mentre li costringe a dimorare qui, 
affinché non patiscano la fame 
aveva così ben fornito di cibo tutto il palazzo 
che donne e cavalieri vi stanno a loro agio.
23
Ma torniamo ad Angelica, che con sé 
avendo quell’anello tanto straordinario
che se tenuto in bocca la rende invisibile 
e al dito la assicura da ogni incantesimo; 
e avendo trovato nella caverna in montagna 
cibo, una cavalla, una veste e quanto 
le serviva, aveva progettato 
di tornarsene in India al suo bel regno.
24
Avrebbe voluto volentieri la compagnia di Orlando 
o di Sacripante: non perché ella 
avesse l’uno più caro dell’altro come amante; 
anzi parimenti ai loro desideri si era negata: 
ma dovendo attraversare tante città, tanti castelli 
per arrivare al Levante, aveva bisogno 
di compagnia e di una guida, 
né poteva sperarne una più fidata di loro.
25
Ora l’uno ora l’altro molto andò cercando,
prima di trovarne un indizio o una traccia, 
ora in città, e ora in villaggi, e ora 
in alti boschi, e ora in altri luoghi. 
Fortuna alla fine la porta là dove si trovavano 
Orlando, Ferraù e Sacripante, 
Con Ruggiero, con  Gradasso e con molti altri 
che Atlante aveva avvolti in quello strano groviglio.
26
Qui Angelica entra nel castello, invisibile al mago, 
e cerca dappertutto, nascosta dal suo anello; 
e trova Orlando e Sacripante, invano smaniosi 
di trovarla in quel luogo. 
Capisce che Atlante, evocando con un incantesimo 
la sua immagine, inganna ora l’uno ora l’altro. 
Riflette a lungo su chi di loro debba prendere come 
scorta, senza risolversi a decidere.
27
Non sa valutare chi sia per lei la scelta migliore, 
se il conte Orlando o il fiero re dei Circassi. 
Orlando la potrà salvare meglio 
nelle circostanze più pericolose, 
ma se lo fa sua guida lo farà anche suo signore; 
e non vede come possa poi diminuire il suo potere
Ogni volta che, stanca di lui, voglia 
ridimensionarlo o in Francia rimandarlo.
28
Invece potrà ridimensionare il Circasso quando 
le piaccia, se anche lo avesse molto illuso. 
Questa sola ragione la induce a fare di Sacripante 
la sua scorta, e a mostrargli fedeltà e amore. 
Si tolse l’anello di bocca e mostrò il suo vero volto, 
togliendo la sua falsa immagine dagli occhi di 
Sacripante. Credeva di mostrarsi solo a lui, invece 
sopraggiunsero anche Orlando e Ferraù.
29
Sopraggiunsero Orlando e Ferraù; 
infatti l’uno e l’altro allo stesso modo giravano 
di su di giù, dentro e fuori del gran palazzo 
cercando lei, che era la donna da loro adorata. 
Tutti corsero dalla donna, poiché 
nessun incantesimo glielo impediva: 
infatti l’anello che Angelica infilò al dito 
vanificò ogni disegno di Atlante.
30
Due di questi guerrieri di cui canto 
avevano la corazza indosso e l’elmo in testa; 
non li avevano mai deposti, né di notte né di giorno, 
da quando erano entrati in questo castello, 
poiché per loro erano facili da indossare, 
come una veste, essendoci abituati. 
Anche Ferraù, il terzo cavaliere, era armato, 
tranne che non aveva e non voleva avere l’elmo,
31
finché non avesse conquistato quello che il paladino 
Orlando aveva tolto al fratello di re Troiano (Almonte); 
lo giurò quando cercava invano nel fiume
il fine elmo di Argalìa: 
e benché qui fosse vicino a Orlando, 
non per questo lo aveva sfidato; 
mentre erano là dentro, infatti, 
non si poterono riconoscere.
32
Quel castello era così incantato 
che non potevano riconoscersi. 
Né notte né giorno si toglievano mai la spada, 
la corazza o lo scudo dal braccio. 
I loro cavalli ancora sellati, 
coi morsi che pendevano dall’arcione, mangiavano 
in una stanza, vicino all’uscita, 
sempre fornita di orzo e paglia.
33
Atlante non può impedire 
che i tre guerrieri rimontino in sella 
per correre dietro alle guance rosee, 
alle dorate chiome e ai begli occhi neri 
della donzella (Angelica), che fugge frustando
la sua giumenta, perché non vede volentieri 
i tre innamorati tutti insieme, 
mentre forse li avrebbe presi uno dopo l’altro.
34
E dopo averli fatti allontanare dal palazzo 
tanto che non doveva più temere 
che il mago malvagio usasse contro di loro 
il suo malvagio inganno;
strinse tra le rosee labbra l’anello 
che le evitò più di un pericolo: 
sparì subito ai loro occhi 
e li lasciò come sbalorditi e sciocchi.
35
Benché la sua prima intenzione fosse stata
di volere con sé Orlando o Sacripante,
perché la scortassero in estremo Oriente, 
nel regno di Galafrone (suo padre), 
entrambi le vennero subito a sdegno, 
e cambiò il suo volere in un istante: 
e senza più doversi legare all’uno o all’altro, 
pensò che il suo anello bastasse a sostituire entrambi.
36
Così ingannati, quelli volgono verso il bosco 
la faccia istupidita da una parte e dall’altra in fretta, 
come talvolta fa il cane se gli viene sottratta 
la lepre o la volpe a cui dava la caccia, 
perché d’improvviso si è nascosta in qualche 
stretta tana, in un folto cespuglio o in un fosso. 
Ride di loro la sfrontata Angelica, 
non vista, e osserva il loro cammino.
37
In mezzo al bosco c’è una sola strada: 
i cavalieri credono che la donzella 
vada davanti a loro attraverso quella 
poiché non si può procedere se non per quella.
Orlando corre e non bada a Ferraù, 
e Sacripante sprona il cavallo altrettanto. 
Angelica invece trattiene la briglia 
e dietro di loro segue con minor fretta. 
 
 

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Ariosto, Il palazzo di Atlante – Analisi del testo

(o Il secondo castello di Atlante)

 

 

I due castelli

L’episodio del Palazzo (o secondo castello) di Atlante appare nel XII canto. L’episodio si ricollega a quello del primo castello di Atlante (“il castel d’acciar”) in cui il mago aveva già attirato con l’inganno Ruggiero, l’amato figlio adottivo, che voleva preservare dall’infausto destino di essere ucciso a tradimento dopo la conversione e le nozze con Bradamante, da cui doveva aver origine la dinastia estense. Nel primo castello Atlante attira i cavalieri con giovani fanciulle, con la promessa di piaceri e dolce compagnia. 

 

Il secondo castello

Nel secondo castello l’incantesimo del mago è più potente: i cavalieri vi sono attirati dalle loro stesse ossessioni che prendono forma di un’immagine sfuggente e irreale, ma al tempo stesso irresistibile e seducente. I paladini che entrano nel castello dimenticano tutto, concentrandosi nella ricerca del loro oggetto del desiderio. Il magico palazzo di Atlante attira molti paladini (Orlando, Ferraù, Sacripante…) facendo loro credere che al suo interno vi sia la cosa o la persona che cercano. L’affannosa quanto vana ricerca, che impegna i cavalieri per mesi, ha lo scopo di tenere Ruggiero lontano dai pericoli. I guerrieri dentro il palazzo incantato non possono riconoscersi, quindi non c’è il rischio che possano battersi tra di loro. All’inizio del Canto è Orlando a cadere nel tranello, inseguendo un’immagine che ha le sembianze di Angelica rapita da un cavaliere. In seguito la stessa sorte tocca a Ruggiero, convinto che Bradamante sia rapita da un gigante.

 

Una metafora della vita

Il palazzo rappresenta una metafora della vita, in cui spesso gli uomini perseguono affannosamente obiettivi illusori, che non riescono a raggiungere, per i quali consumano tempo e fatica inutilmente. Tale tema compare in più punti del poema, come nell’episodio de La fuga di Angelica (Canto I) e, successivamente, in quello del viaggio di Astolfo sulla Luna (Canto XXXIV).

 

Nel regno dell’illusione

Il mago Atlante dà forma a un regno dell’illusione. Nel Palazzo i grandi cavalieri cristiani e saraceni vagano per le stanze attratti dalla visione della donna amata, di un nemico irraggiungibile, di un cavallo rubato, di un oggetto perduto. Essi agiscono con monotona ripetitività, ripetendo più volte gli stessi gesti, cercando in modo ossessivo e frenetico, come automi, in tutte le stanze, in tutti i luoghi del palazzo. Non riescono più staccarsi da quelle mura, poiché se cercano di allontanarsene, si sentono richiamare, e l’illusoria apparizione invano inseguita di nuovo li cattura e li induce a rientrare. 

 

Atlante e Angelica

Nella prima parte del canto a tirare le fila è l’invisibile signore del castello, nella seconda è invece Angelica, divenuta invisibile grazie all’anello, a orientare i movimenti dei personaggi. L’alternanza di apparizione e scomparsa che domina il canto è legata da un lato all’illusoria immagine della donna evocato da Atlante e dall’altra all’Angelica reale che appare e scompare grazie all’anello.

 

Angelica astuta e volubile.

A un certo punto, infatti, la vera Angelica compare inaspettatamente nel palazzo di Atlante e ne vanifica l’incantesimo grazie al suo anello magico. L’Angelica autentica si svela ai paladini, sostituendo l’immagine illusoria creata dal mago. Angelica si mostra come una donna astuta e calcolatrice, che vorrebbe la scorta di Orlando o del re di Circassia per raggiungere sana e salva il Catai, ma non pensa minimamente di concedersi a nessuno dei due. Quando li ha trovati medita a lungo su quale sia la scelta migliore e alla fine sceglie Sacripante perché, anche se è meno valoroso di Orlando, sarà più facile per lei liberarsene quando non le servirà più. Inaspettatamente viene però vista, oltre che da Sacripante, anche da Orlando e da Ferraù che si lanciano di nuovo al suo inseguimento. Ormai lontana dal palazzo, nonostante abbia in precedenza progettato di farsi scortare da loro, repentinamente cambia idea, convinta che il suo prezioso anello magico possa bastare per il suo viaggio. Così, i paladini restano basiti quando lei scompare, diventando invisibile grazie all’anello. La donna si diverte a vederli mentre guardano stupefatti verso il bosco e mentre vagano a vuoto, alla sua ricerca. 

 

L’elmo conteso

Ferraù è privo dell’elmo poiché il suo, o meglio quello di Argalìa, era finito nel fiume e lo spettro del guerriero da lui ucciso lo aveva rimproverato e invitato a procurarsene uno in battaglia, per cui lui aveva giurato di conquistare quello di Orlando già posseduto da Almonte, il fratello di Troiano. 
Nel seguito dell’episodio tra Ferraù e Orlando scoppia una lite e i due iniziano a duellare, con Orlando che si toglie l’elmo per non avere un vantaggio sull’avversario. Angelica per schernirli porta via l’elmo di Orlando, approfittando della sua invisibilità, e benché involontariamente consente a Ferraù di prenderne possesso. 

 

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CC BY-NC-SA 4.0 Ariosto, Il palazzo di Atlante by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.