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Ariosto, Il palazzo di Atlante

Ariosto, Il palazzo di Atlante

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, Il palazzo di Atlante

(o Il secondo castello di Atlante)

(Orlando furioso, XII, 1-37)
Mentre è all’affannosa ricerca di Angelica, Orlando crede di vedere la donna prigioniera di un cavaliere che la trascina via. Inseguendoli giunge a un meraviglioso palazzo, nel quale entra: si tratta in realtà dell’ennesimo incantesimo del mago Atlante di Carena, che ha attirato con l’inganno in questo castello Ruggiero e altri paladini per stornare dal figlio adottivo il suo destino funesto. Atlante trattiene i vari personaggi all’interno del palazzo, facendo loro credere che dentro ci sia la persona o la cosa ricercata. L’episodio è una metafora della vita umana intesa come eterna ricerca di qualcosa di irraggiungibile, affine alla selva del canto iniziale in cui avviene la fuga di Angelica. Proprio quest’ultima libera Orlando, Sacripante e Ferraù dalla prigionia, facendosi poi beffe di loro grazie al suo anello magico.
1
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alla solinga valle,
là dove calca la montagna Etnea
al fulminato Encelado le spalle,
la figlia non trovò dove l’avea
lasciata fuor d’ogni segnato calle;
fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al fin svelse duo pini; 
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e diè lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e ‘l mare; e poi che tutto il mondo
cercò di sopra, andò al tartareo fondo. 
3
S’in poter fosse stato Orlando pare
all’Eleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e ‘l fondo de l’eterno oblio;
ma poi che ‘l carro e i draghi non avea,
la gìa cercando al meglio che potea. 
4
L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all’orecchia
una voce venir, che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede innanzi un cavalliero, 
5
che porta in braccio e su l’arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
di gran dolore; ed in soccorso appella
il valoroso principe d’Anglante;
che come mira alla giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d’intorno. 
6
Non dico ch’ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch’egli tant’ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar sì addolorata e grama,
spinto da l’ira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama;
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia. 
7
Non resta quel fellon, né gli risponde,
all’alta preda, al gran guadagno intento,
e sì ratto ne va per quelle fronde,
che saria tardo a seguitarlo il vento.
L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde
selve s’odon sonar d’alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello. 
8
Di vari marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d’oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.
Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
né più il guerrier, né la donzella mira. 
9
Subito smonta, e fulminando passa
dove più dentro il bel tetto s’alloggia:
corre di qua, corre di là, né lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d’ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto, il tempo e l’opra. 
10
D’oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar né de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
né per questo può far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n’ha portato il bel viso leggiadro. 
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavalieri
vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio. 
12
Tutti cercando invan, tutti gli dànno
colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d’altro l’accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi. 
13
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra sé: «Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:
e potria il ladro aver tratta costei
da un’altra uscita, e molto esser lontano.»
Con tal pensiero uscì nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato. 
14
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s’orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che l’ha da quel che fu, tanto diviso. 
15
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: «Aita, aita!
la mia virginità ti raccomando
più che l’anima mia, più che la vita.
Dunque in presenza del mio caro Orlando
da questo ladro mi sarà rapita?
più tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a sì infelice sorte.» 
16
Queste parole una ed un’altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d’alta speranza.
Talor si ferma, ed una voce ascolta,
che di quella d’Angelica ha sembianza
(e s’egli è da una parte, suona altronde),
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde. 
17
Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch’arrivò qui dove Orlando
dianzi arrivò, se ‘l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa. 
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede,
per la gran corte e per le logge mira;
né più il gigante né la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giù va molte volte e riede;
né gli succede mai quel che desira:
né si sa imaginar dove sì tosto
con la donna il fellon si sia nascosto. 
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giù camere e logge e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.
Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte: ma una voce, quale
richiamò Orlando, lui chiamò non manco;
e nel palazzo il fe’ ritornar anco. 
20
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di sé medesmo in bando.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch’andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia. 
21
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch’avea composto Atlante di Carena,
perché Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che ‘l mal’influsso n’andasse da canto,
l’influsso ch’a morir giovene il mena.
Dopo il castel d’acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova. 
22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acciò che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perché di cibo non patischin brama,
sì ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio. 
23
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell’annel mirabil tanto,
ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco,
nel dito, l’assicura da l’incanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto disegno
di ritornare in India al suo bel regno. 
24
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compania: non ch’ella
più caro avesse l’un che l’altro amante;
anzi di par fu a’ lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante città, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
né potea aver con altri la più fida. 
25
Or l’uno or l’altro andò molto cercando,
prima ch’indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin là dove il conte Orlando,
Ferraù e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso ed altri molti
che v’avea Atlante in strano intrico avolti. 
26
Quivi entra, che veder non la può il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;
e trova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come, fingendo la sua immago,
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, né ben se ne risolve. 
27
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potrà con più valore
meglio salvar nei perigliosi passi:
ma se sua guida il fa, sel fa signore;
ch’ella non vede come poi l’abbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo. 
28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia,
potrà, se ben l’avesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L’annel trasse di bocca, e di sua faccia
levò dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch’Orlando e Ferraù le sopravenne. 
29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando;
che l’uno e l’altro parimente giva
di su di giù, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch’era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perché l’annel ch’ella si pose in mano,
fece d’Atlante ogni disegno vano. 
30
L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
né notte o dì, dopo ch’entraro in questa
stanza, l’aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perché in uso l’avean tanto.
Ferraù il terzo era anco armato, eccetto
che non avea né volea avere elmetto, 
31
fin che quel non avea, che ‘l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch’allora lo giurò, che l’elmo fino
cercò de l’Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
né però Ferraù pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre là dentro foro. 
32
Era così incantato quello albergo,
ch’insieme riconoscer non poteansi.
Né notte mai né dì, spada né usbergo
né scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all’uscita,
d’orzo e di paglia sempre era fornita. 
33
Atlante riparar non sa né puote,
ch’in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all’auree chiome ed a’ begli occhi neri
de la donzella, ch’in fuga percuote
la sua iumenta, perché volentieri
non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l’altro avria. 
34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe sì, che temer più non dovea
che contra lor l’incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l’annel che le schivò più d’un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lasciò come insensati e sciocchi. 
35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch’a ritornar l’avessero nel regno
di Galafron ne l’ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si mutò di voglia in uno istante:
e senza più obligarsi o a questo o a quello,
pensò bastar per amendua il suo annello. 
36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta
quelli scherniti la stupida faccia;
come il cane talor, se gli è intercetta
o lepre o volpe, a cui dava la caccia,
che d’improviso in qualche tana stretta
o in folta macchia o in un fosso si caccia.
Di lor si ride Angelica proterva,
che non è vista, e i lor progressi osserva. 
37
Per mezzo il bosco appar sol una strada:
credono i cavallier che la donzella
inanzi a lor per quella se ne vada;
che non se ne può andar, se non per quella.
Orlando corre, e Ferraù non bada,
né Sacripante men sprona e puntella.
Angelica la briglia più ritiene,
e dietro lor con minor fretta viene.

Ariosto, Il palazzo di Atlante – Parafrasi

(o Il secondo castello di Atlante)
 
1
Cerere, tornando in fretta dalla madre Idea [Cibele] 
alla valle solitaria, 
là dove l’Etna preme sulle spalle 
del gigante Encelado fulminato [da Giove], 
non trovò la figlia [Proserpina] dove l’aveva 
lasciata, lontana da ogni sentiero battuto; 
e dopo essersi danneggiata le guance, il petto,
 i capelli e gli occhi, alla fine sradicò due pini;
2
e li accese col fuoco di Vulcano, 
dando ad essi il potere di non spegnersi mai: 
e tenendone uno per mano, 
sul carro trainato da due draghi,
esplorò le selve, i campi, il monte, la pianura, 
le valli, i fiumi, gli stagni, i torrenti, 
la terra e il mare; e dopo aver cercato in superficie
in tutto il mondo, andò nel fondo del Tartaro.
3
Se Orlando avesse avuto un potere simile a quello 
della dea Eleusina, come ne aveva il desiderio,
per cercare Angelica non avrebbe 
tralasciato selva, campo, stagno, ruscello,
valle, monte, pianura, terra o mare,
né il cielo o il fondo dell’oblio eterno (nell’inferno); 
ma poiché non aveva il carro e i draghi, 
la andava cercando meglio che poteva.
4
L’ha cercata in Francia: ora si prepara 
a cercarla in Italia e in Germania, 
per la nuova e per la vecchia Castiglia, 
per poi attraversare il mare dalla Spagna alla Libia. 
Mentre pensa questo, sente giungergli all’orecchio 
una voce che sembra piangere: 
si spinge avanti e sopra un gran destriero 
vede trottare un cavaliere,
5
che porta in braccio e sull’arcione davanti con la 
forza, contro il suo volere una tristissima fanciulla. 
Lei piange e si dibatte, e mostra gran dolore; 
e chiama in aiuto il valoroso principe di Anglante 
[Orlando]; al quale, appena scorge la bella 
fanciulla, sembra colei che aveva cercato 
ovunque in Francia e attorno, 
di notte e di giorno [Angelica].
6
Non dico che fosse lei, ma sembrava 
la nobile Angelica che lui ama tanto. 
Lui, che vede la sua donna e la sua dea 
portata via così misera e addolorata, 
spinto da ira e furia cieca, 
richiama il cavaliere con voce orrenda;
lo richiama e lo minaccia, 
e intanto sprona Brigliadoro a briglia sciolta.
7
Quel fellone non rimane e non gli risponde, 
intento a quella nobile preda e al gran guadagno, 
e scappa tra quei boschi così veloce 
che il vento sarebbe lento a seguirlo. 
Uno fugge e l’altro lo insegue; e si sentono 
risuonare le selve profonde di un alto lamento. 
Correndo arrivarono in un gran prato, al centro 
del quale si ergeva un grande e ricco palazzo.
8
Il maestoso palazzo era costruito con vari marmi 
finemente lavorati. 
Il cavaliere corse dentro alla porta dorata, 
con la fanciulla in braccio. 
Dopo non molto giunse Brigliadoro, 
che portava in sella lo sdegnoso e fiero Orlando. 
Orlando, appena è dentro, si guarda intorno, 
ma non vede più né il guerriero né la fanciulla.
9
Smonta subito, e come un fulmine si addentra 
nelle stanze più interne dove il palazzo è abitato: 
corre di qua e di là, non tralascia di cercare 
in ogni camera, in ogni loggia. 
Dopo aver frugato invano ogni stanza a pianterreno, 
sale per le scale; 
e non meno tempo e fatica perde a cercare di sopra, 
di quanto abbia fatto di sotto.
10
Vede i letti ornati di seta e d’oro: 
Nulla si vede dei muri e delle pareti 
perché, come il suolo ove si poggia il piede,
sono del tutto coperte da cortine e da tappeti. 
Il conte Orlando va su e giù e ritorna; 
ma non riesce ad allietare gli occhi 
vedendo di nuovo Angelica, o quel ladro 
che ha portato via il suo leggiadro viso.
11
E mentre camminava invano da una parte all’altra, 
pieno di pensieri e di affanno, 
trovò qui Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso, 
il re Sacripante e altri cavalieri 
che andavano in alto e in basso 
e non meno di lui vagavano senza esito; 
e si lamentavano del malvagio 
e invisibile signore di quel palazzo.
12
Tutti cercano invano, tutti lo accusano 
di furto a danno loro: 
uno è all’affannosa ricerca del destriero 
che gli ha sottratto, un altro è arrabbiato per aver 
perso la donna; un altro lo accusa di altre cose: 
e così restano qui, non sapendo uscire da quella gabbia; 
e ci sono molti, presi in questo inganno, 
rimasti intere settimane e mesi.
13
Orlando, dopo aver cercato più volte 
per tutto quello strano palazzo, 
disse fra sé: «Potrei stare qui,
sprecare tempo e fatica invano: 
e il ladro potrebbe averla (Angelica) portata via 
da un’altra uscita ed esser molto lontano.» 
Così pensando uscì nel verde prato, 
che circondava interamente il palazzo.
14
Mentre gira attorno all’edificio immerso nel bosco,
tenendo sempre lo sguardo volto a terra, 
per per cercare di scorgere qualche traccia, 
a destra o a sinistra, di passaggio recente;
si sente chiamare da una finestra:
alza gli occhi; e gli sembra di udire 
quella voce divina, e gli sembra di vedere il viso
che l’ha tanto allontanato da come era prima.
15
Gli sembra di udire Angelica, che supplicando 
e piangendo gli dica: «Aiuto, aiuto! 
ti raccomando la mia verginità, 
più della mia anima o della mia vita. 
Dunque in presenza del mio caro Orlando 
essa mi sarà portata da questo ladro? 
Dammi la morte con le tue mani
piuttosto che lasciarmi a così infelice sorte.»
16
A queste parole Orlando torna più volte 
in ogni stanza, 
con molta passione e fatica, 
ma alleviata anche da una grande speranza. 
A volte si ferma, e sente una voce,
che sembra quella di Angelica 
(se lui è in un posto, essa risuona in un altro)
che chiede aiuto; e non sa capire da dove venga.
17
Ma tornando a Ruggiero, che io lasciai quando 
dissi che attraverso un sentiero ombroso e buio
inseguendo il gigante e la donna 
era uscito dal bosco in un grande prato;
io dico che arrivò là dove 
era giunto Orlando, se riconosco il luogo. 
Il gran gigante attraversa la porta:
Ruggiero gli è appresso e non cessa di inseguirlo.
18
Non appena mette piede dentro il castello, 
cerca nel grande cortile e sotto le logge; 
non vede più il gigante né la donna, 
e in ogni direzione volge lo sguardo invano. 
Va e torna molte volte su e giù, 
ma non non trova mai quel che desidera: 
non sa immaginare dove così in fretta 
quel fellone si sia nascosto con la donna.
19
Dopo che ha riguardato per quattro, per cinque volte
Di sopra e di sotto camere, logge e sale, 
torna di nuovo e non tralascia 
di cercare sotto le scale. 
Infine si allontana, nella speranza 
che siano nel bosco vicino: ma una voce, 
come quella che richiamò Orlando, 
chiamò anche lui e lo fece ritornare nel palazzo.
20
Una stessa voce, una persona 
che era sembrata Angelica ad Orlando 
sembrò a Ruggiero la donna di Dordona 
(Bradamante), che lo teneva fuori di sé per amore.
Se parla con Gradasso o con qualcun altro 
di quelli che andavano errando nel palazzo, 
a tutti sembra che sia quella cosa 
che ognuno più di tutto per sé brama e desidera.
21
Questo era un nuovo e insolito incantesimo 
creato dal mago Atlante di Carena, 
affinché Ruggiero fosse tanto occupato
in quella fatica, in quella dolce pena, 
da allontanare l’influsso funesto 
quell’influsso che lo conduce a morire giovane. 
Dopo il castello d’acciaio, che a nulla è servito, 
e dopo Alcina, Atlante ancora ci prova.
22
Atlante trama di condurre in questo incantesimo 
non solo Ruggiero, ma anche tutti gli altri 
che in Francia hanno maggior fama di valore, 
perché Ruggiero non sia ucciso per mano loro. 
E mentre li costringe a dimorare qui, 
affinché non patiscano la fame 
aveva così ben fornito di cibo tutto il palazzo 
che donne e cavalieri vi stanno a loro agio.
23
Ma torniamo ad Angelica, che con sé 
avendo quell’anello tanto straordinario
che se tenuto in bocca la rende invisibile 
e al dito la assicura da ogni incantesimo; 
e avendo trovato nella caverna in montagna 
cibo, una cavalla, una veste e quanto 
le serviva, aveva progettato 
di tornarsene in India al suo bel regno.
24
Avrebbe voluto volentieri la compagnia di Orlando 
o di Sacripante: non perché ella 
avesse l’uno più caro dell’altro come amante; 
anzi parimenti ai loro desideri si era negata: 
ma dovendo attraversare tante città, tanti castelli 
per arrivare al Levante, aveva bisogno 
di compagnia e di una guida, 
né poteva sperarne una più fidata di loro.
25
Ora l’uno ora l’altro molto andò cercando,
prima di trovarne un indizio o una traccia, 
ora in città, e ora in villaggi, e ora 
in alti boschi, e ora in altri luoghi. 
Fortuna alla fine la porta là dove si trovavano 
Orlando, Ferraù e Sacripante, 
Con Ruggiero, con  Gradasso e con molti altri 
che Atlante aveva avvolti in quello strano groviglio.
26
Qui Angelica entra nel castello, invisibile al mago, 
e cerca dappertutto, nascosta dal suo anello; 
e trova Orlando e Sacripante, invano smaniosi 
di trovarla in quel luogo. 
Capisce che Atlante, evocando con un incantesimo 
la sua immagine, inganna ora l’uno ora l’altro. 
Riflette a lungo su chi di loro debba prendere come 
scorta, senza risolversi a decidere.
27
Non sa valutare chi sia per lei la scelta migliore, 
se il conte Orlando o il fiero re dei Circassi. 
Orlando la potrà salvare meglio 
nelle circostanze più pericolose, 
ma se lo fa sua guida lo farà anche suo signore; 
e non vede come possa poi diminuire il suo potere
Ogni volta che, stanca di lui, voglia 
ridimensionarlo o in Francia rimandarlo.
28
Invece potrà ridimensionare il Circasso quando 
le piaccia, se anche lo avesse molto illuso. 
Questa sola ragione la induce a fare di Sacripante 
la sua scorta, e a mostrargli fedeltà e amore. 
Si tolse l’anello di bocca e mostrò il suo vero volto, 
togliendo la sua falsa immagine dagli occhi di 
Sacripante. Credeva di mostrarsi solo a lui, invece 
sopraggiunsero anche Orlando e Ferraù.
29
Sopraggiunsero Orlando e Ferraù; 
infatti l’uno e l’altro allo stesso modo giravano 
di su di giù, dentro e fuori del gran palazzo 
cercando lei, che era la donna da loro adorata. 
Tutti corsero dalla donna, poiché 
nessun incantesimo glielo impediva: 
infatti l’anello che Angelica infilò al dito 
vanificò ogni disegno di Atlante.
30
Due di questi guerrieri di cui canto 
avevano la corazza indosso e l’elmo in testa; 
non li avevano mai deposti, né di notte né di giorno, 
da quando erano entrati in questo castello, 
poiché per loro erano facili da indossare, 
come una veste, essendoci abituati. 
Anche Ferraù, il terzo cavaliere, era armato, 
tranne che non aveva e non voleva avere l’elmo,
31
finché non avesse conquistato quello che il paladino 
Orlando aveva tolto al fratello di re Troiano (Almonte); 
lo giurò quando cercava invano nel fiume
il fine elmo di Argalìa: 
e benché qui fosse vicino a Orlando, 
non per questo lo aveva sfidato; 
mentre erano là dentro, infatti, 
non si poterono riconoscere.
32
Quel castello era così incantato 
che non potevano riconoscersi. 
Né notte né giorno si toglievano mai la spada, 
la corazza o lo scudo dal braccio. 
I loro cavalli ancora sellati, 
coi morsi che pendevano dall’arcione, mangiavano 
in una stanza, vicino all’uscita, 
sempre fornita di orzo e paglia.
33
Atlante non può impedire 
che i tre guerrieri rimontino in sella 
per correre dietro alle guance rosee, 
alle dorate chiome e ai begli occhi neri 
della donzella (Angelica), che fugge frustando
la sua giumenta, perché non vede volentieri 
i tre innamorati tutti insieme, 
mentre forse li avrebbe presi uno dopo l’altro.
34
E dopo averli fatti allontanare dal palazzo 
tanto che non doveva più temere 
che il mago malvagio usasse contro di loro 
il suo malvagio inganno;
strinse tra le rosee labbra l’anello 
che le evitò più di un pericolo: 
sparì subito ai loro occhi 
e li lasciò come sbalorditi e sciocchi.
35
Benché la sua prima intenzione fosse stata
di volere con sé Orlando o Sacripante,
perché la scortassero in estremo Oriente, 
nel regno di Galafrone (suo padre), 
entrambi le vennero subito a sdegno, 
e cambiò il suo volere in un istante: 
e senza più doversi legare all’uno o all’altro, 
pensò che il suo anello bastasse a sostituire entrambi.
36
Così ingannati, quelli volgono verso il bosco 
la faccia istupidita da una parte e dall’altra in fretta, 
come talvolta fa il cane se gli viene sottratta 
la lepre o la volpe a cui dava la caccia, 
perché d’improvviso si è nascosta in qualche 
stretta tana, in un folto cespuglio o in un fosso. 
Ride di loro la sfrontata Angelica, 
non vista, e osserva il loro cammino.
37
In mezzo al bosco c’è una sola strada: 
i cavalieri credono che la donzella 
vada davanti a loro attraverso quella 
poiché non si può procedere se non per quella.
Orlando corre e non bada a Ferraù, 
e Sacripante sprona il cavallo altrettanto. 
Angelica invece trattiene la briglia 
e dietro di loro segue con minor fretta. 
 
 

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Ariosto, Il palazzo di Atlante – Analisi del testo

(o Il secondo castello di Atlante)

 

 

I due castelli

L’episodio del Palazzo (o secondo castello) di Atlante appare nel XII canto. L’episodio si ricollega a quello del primo castello di Atlante (“il castel d’acciar”) in cui il mago aveva già attirato con l’inganno Ruggiero, l’amato figlio adottivo, che voleva preservare dall’infausto destino di essere ucciso a tradimento dopo la conversione e le nozze con Bradamante, da cui doveva aver origine la dinastia estense. Nel primo castello Atlante attira i cavalieri con giovani fanciulle, con la promessa di piaceri e dolce compagnia. 

 

Il secondo castello

Nel secondo castello l’incantesimo del mago è più potente: i cavalieri vi sono attirati dalle loro stesse ossessioni che prendono forma di un’immagine sfuggente e irreale, ma al tempo stesso irresistibile e seducente. I paladini che entrano nel castello dimenticano tutto, concentrandosi nella ricerca del loro oggetto del desiderio. Il magico palazzo di Atlante attira molti paladini (Orlando, Ferraù, Sacripante…) facendo loro credere che al suo interno vi sia la cosa o la persona che cercano. L’affannosa quanto vana ricerca, che impegna i cavalieri per mesi, ha lo scopo di tenere Ruggiero lontano dai pericoli. I guerrieri dentro il palazzo incantato non possono riconoscersi, quindi non c’è il rischio che possano battersi tra di loro. All’inizio del Canto è Orlando a cadere nel tranello, inseguendo un’immagine che ha le sembianze di Angelica rapita da un cavaliere. In seguito la stessa sorte tocca a Ruggiero, convinto che Bradamante sia rapita da un gigante.

 

Una metafora della vita

Il palazzo rappresenta una metafora della vita, in cui spesso gli uomini perseguono affannosamente obiettivi illusori, che non riescono a raggiungere, per i quali consumano tempo e fatica inutilmente. Tale tema compare in più punti del poema, come nell’episodio de La fuga di Angelica (Canto I) e, successivamente, in quello del viaggio di Astolfo sulla Luna (Canto XXXIV).

 

Nel regno dell’illusione

Il mago Atlante dà forma a un regno dell’illusione. Nel Palazzo i grandi cavalieri cristiani e saraceni vagano per le stanze attratti dalla visione della donna amata, di un nemico irraggiungibile, di un cavallo rubato, di un oggetto perduto. Essi agiscono con monotona ripetitività, ripetendo più volte gli stessi gesti, cercando in modo ossessivo e frenetico, come automi, in tutte le stanze, in tutti i luoghi del palazzo. Non riescono più staccarsi da quelle mura, poiché se cercano di allontanarsene, si sentono richiamare, e l’illusoria apparizione invano inseguita di nuovo li cattura e li induce a rientrare. 

 

Atlante e Angelica

Nella prima parte del canto a tirare le fila è l’invisibile signore del castello, nella seconda è invece Angelica, divenuta invisibile grazie all’anello, a orientare i movimenti dei personaggi. L’alternanza di apparizione e scomparsa che domina il canto è legata da un lato all’illusoria immagine della donna evocato da Atlante e dall’altra all’Angelica reale che appare e scompare grazie all’anello.

 

Angelica astuta e volubile.

A un certo punto, infatti, la vera Angelica compare inaspettatamente nel palazzo di Atlante e ne vanifica l’incantesimo grazie al suo anello magico. L’Angelica autentica si svela ai paladini, sostituendo l’immagine illusoria creata dal mago. Angelica si mostra come una donna astuta e calcolatrice, che vorrebbe la scorta di Orlando o del re di Circassia per raggiungere sana e salva il Catai, ma non pensa minimamente di concedersi a nessuno dei due. Quando li ha trovati medita a lungo su quale sia la scelta migliore e alla fine sceglie Sacripante perché, anche se è meno valoroso di Orlando, sarà più facile per lei liberarsene quando non le servirà più. Inaspettatamente viene però vista, oltre che da Sacripante, anche da Orlando e da Ferraù che si lanciano di nuovo al suo inseguimento. Ormai lontana dal palazzo, nonostante abbia in precedenza progettato di farsi scortare da loro, repentinamente cambia idea, convinta che il suo prezioso anello magico possa bastare per il suo viaggio. Così, i paladini restano basiti quando lei scompare, diventando invisibile grazie all’anello. La donna si diverte a vederli mentre guardano stupefatti verso il bosco e mentre vagano a vuoto, alla sua ricerca. 

 

L’elmo conteso

Ferraù è privo dell’elmo poiché il suo, o meglio quello di Argalìa, era finito nel fiume e lo spettro del guerriero da lui ucciso lo aveva rimproverato e invitato a procurarsene uno in battaglia, per cui lui aveva giurato di conquistare quello di Orlando già posseduto da Almonte, il fratello di Troiano. 
Nel seguito dell’episodio tra Ferraù e Orlando scoppia una lite e i due iniziano a duellare, con Orlando che si toglie l’elmo per non avere un vantaggio sull’avversario. Angelica per schernirli porta via l’elmo di Orlando, approfittando della sua invisibilità, e benché involontariamente consente a Ferraù di prenderne possesso. 

 

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Ariosto, Astolfo sulla Luna.

Ariosto, Astolfo sulla Luna.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, Astolfo sulla luna

(Orlando Furioso, Canto XXXIV, ottave 70-86
Alla fine del XXXIII canto Astolfo sta dando la caccia alle Arpie. L’inseguimento lo porta a entrare in una grotta che conduce all’Inferno. 
Il Canto XXXIV è incentrato sulla figura bizzarra del paladino Astolfo, il cui intervento è fondamentale per la vittoria dei cristiani nella guerra contro i saraceni.
In esso Ariosto narra che il paladino, dopo una fugace visita all’Inferno, riemerso alla luce, raggiunge il Paradiso terrestre a bordo dell’Ippogrifo. Qui San Giovanni Evangelista gli rende nota la pazzia di Orlando, folle di gelosia per il tradimento della bella Angelica, il quale ha perduto il senno, che è finito sulla luna. La sua pazzia gli impedisce di combattere per re Carlo e la guerra volge a favore dei saraceni. Così Astolfo, per volontà divina, ha il compito di recarsi sulla luna a recuperare il senno di Orlando, accompagnato da san Giovanni. Ariosto rappresenta in modo fantastico il paesaggio lunare e quel che vi appare. 
70
Tutta la sfera varcano del fuoco,
et indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
71
Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.
72
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
 
73
Non stette il duca a ricercare il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.
74
Non pur di regni o di ricchezze parlo,
in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.
75
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desidèri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.
76
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assirii e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che già furo
incliti, et or n’è quasi il nome oscuro.
77
Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.
78 
Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,
l’autorità ch’ai suoi danno i signori.
I mantici ch’intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.
79
Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch’era il servir de le misere corti.
80
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
– L’elemosina è – dice – che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. –
Di vari fiori ad un gran monte passa,
ch’ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.
81
Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenzie nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.
82
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non fêrse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.
83 
Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: “Senno d’Orlando”.
84
E così tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi denno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n’era in quel loco.
85
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, richezze;
altri ne le speranze de’ signori,
altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
et altri in altro che più d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.
86
Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello.
Metro: ottave di endecasillabi (ottave 70-86)

Ariosto, Astolfo sulla luna – parafrasi

Astolfo
 
 
70
[Astolfo e San Giovanni] attraversano la sfera del fuoco, 
poi raggiungono il regno della luna. 
Vedono che la maggior parte di quel luogo appare 
come d’acciaio, senza alcuna macchia; 
e lo trovano uguale o o di poco più piccolo 
da quel che si trova sul globo della terra 
in questo estremo globo della terra, 
compreso il mare che la circonda e racchiude.
71
Qui Astolfo fu doppiamente meravigliato: 
perché quel luogo visto da vicino era così grande, 
mentre somiglia a un piccolo cerchio 
a noi che lo guardiamo da quaggiù; 
e perché è costretto ad aguzzare gli occhi, 
se da lassù la terra e il mare che la circonda
vuol vedere; perché non emanando luce, 
la sua immagine è poco visibile.
72
Ben altri fiumi, ben altri laghi, ben altre campagne 
ci sono lassù, che non sono qui da noi; 
ben altre pianure, ben altre valli, ben altre montagne, 
con città e castelli 
con case che il paladino mai vide così grandi
ne prima né in seguito: 
e ci sono foreste enormi e solitarie,
dove le ninfe sono sempre a caccia di belve feroci.
73
Tuttavia Astolfo non si soffermò tanto a osservare, 
perché non era salito lassù per quello. 
Fu condotto dal santo apostolo (San Giovanni)
in una vallata stretta tra due montagne, 
dove in modo incredibile era raccolto 
tutto quello che si perde o per nostra mancanza, 
o per colpa del tempo o del caso (Fortuna): 
quel che quaggiù va perduto, lo si trova tutto lassù.
74
Non parlo solo di regni e ricchezze, 
che la ruota della fortuna rende instabili, 
ma anche di ciò che la Fortuna 
non ha il potere di togliere e di dare. 
Lassù c’è molta fama che come un tarlo 
il tempo quaggiù nel suo procedere divora: 
ci sono lassù infinite preghiere e suppliche 
che noi peccatori rivolgiamo a Dio.
75
Le lacrime e i sospiri degli amanti, 
il tempo che si sperpera inutilmente al gioco, 
e il lungo ozio di uomini ignoranti, 
i vani progetti che mai si realizzano, 
i desideri illusori sono tanti 
da ingombrare larga parte di quel luogo: 
insomma, qualunque cosa tu abbia perduto sulla terra 
salendo lassù potrai ritrovarla.
76
Passando il paladino attraverso quei mucchi di cose, 
di questo e di quello chiede alla sua guida. 
Vide un monte fatto da sacche rigonfie, 
dal cui interno sembravano venire tumulti e grida; 
seppe che erano gli antichi regni 
degli Assiri e della Lidia, 
dei Persiani e dei Greci, che un tempo furono 
famosi, mentre ora il loro nome è quasi sconosciuto.
77
Vede poi ami d’oro e d’argento 
ammassati, che erano quei doni 
che si fanno per ricavarne un vantaggio
ai re, ai principi avari, ai protettori.
Vede trappole nascoste in ghirlande; e chiede,
e sente che sono tutte adulazioni.
I versi scritti in lode dei signori
Hanno l’aspetto di cicale scoppiate.
78
Vede che gli amori sbagliati hanno forma
di nodi d’oro e di catene ricoperte di gemme.
Vi erano artigli di aquile; e che furono, seppi,
Il potere che i signori danno ai loro uomini.
I mantici che attorno riempiono i pendii,
sono i fumi e i favori che i principi
un tempo danno ai loro favoriti,
che sfumano poi con insieme alla loro giovinezza.
79
Rovine di città e di castelli
stavano qui sottosopra assieme a grandi tesori.
Domanda, e viene a sapere che sono patti violati,
E quelle congiure che sembrano così difficili da nascondere.
Vide serpenti con viso di fanciulla,
che sono le opere di falsari e di ladroni,
Poi vide bottiglie rotte di vario tipo,
Che erano il servire dei cortigiani nelle avare corti.
80
Vede una gran parte di minestre versate
E chiede alla sua guida che cosa significhino.
– È l’elemosina – dice – che alcuni lasciano
detto che sia fatta dopo la morte. –
Passa poi a una grande montagna di vari fiori,
che ebbero buon odore ma ora puzzano fortemente.
Questo era il dono (se però è lecito chiamarlo così)
che Costantino fece al buon Silvestro.
81
Vide gran quantità di trappole fatte col vischio, 
che erano, o donne, le vostre bellezze. 
Sarebbe lungo, se descrivessi in versi 
tutte le cose che qua (sulla Luna) gli furono mostrate; 
infatti dopo mille e mille non terminerei, 
perché c’è tutto ciò che può capitarci nella vita: 
soltanto la pazzia non è poca né molta (non ve n’è affatto), 
perché sta sulla terra senza andarsene mai.
82
Qui rivolse l’attenzione ad alcuni giorni e fatti suoi, 
che che egli aveva già dimenticato, 
che se non ci fosse stato san Giovanni a spiegarglieli 
non li avrebbe riconosciuti per le loro diverse forme. 
Poi giunse a quello che a noi tanto sembra di avere, 
tanto che mai per esso si son fatti voti a Dio; 
parlo del senno: ve n’era lì una montagna, 
da sola molto più grande di tutte le altre cose fin qui descritte.
83
Era come un liquido leggero e fluido, 
destinato a evaporare, se non tenuto ben chiuso; 
e si poteva vedere raccolto in varie ampolle, 
quale più quale meno capiente, destinate a quello scopo. 
La più grande di tutte era quella in cui era contenuto il grande senno del folle signore di Anglante (Orlando); 
e fu riconosciuta in mezzo alle altre, 
perché c’era scritto all’esterno: “Senno d’Orlando”.
84
E allo stesso modo tutte le altre riportavano scritto 
il nome di coloro ai quali il senno, era appartenuto. 
Il valoroso duca (Astolfo) vide una gran parte del suo; 
ma lo fecero meravigliare molto di più 
(le ampolle di) molti che credeva 
non ne fossero quasi per niente privi, 
mentre lì era evidente che in realtà ne avevano poco, 
perché ce n’era una grande quantità in quel luogo.
85
Chi lo (il senno) perde per amore, chi per gli onori, 
chi per cercare ricchezze, attraversando il mare; 
chi riponendo speranze nei potenti, 
chi dietro alle vane sciocchezze della magia; 
chi per i gioielli, chi per le opere di pittori, 
e altri ancora per altre cose che apprezzano più di ogni altra. 
Di filosofi e di astrologi e anche di poeti 
ve n’era raccolta una gran quantità.
86
Astolfo prese il suo; glielo concesse 
l’apostolo Giovanni, scrittore della misteriosa Apocalisse. 
(Astolfo) Si portò al naso l’ampolla nella quale era contenuto, 
e sembra che il senno sia tornato al proprio posto: 
e che Turpino ammetta che da quel momento in poi 
Astolfo visse saggiamente per lungo tempo; 
ma vi fu un errore che fece in seguito, 
che gli fece perdere un’altra volta il senno.
 

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Ludovico Ariosto, Astolfo sulla luna

Analisi del testo

 
La missione di Astolfo
Dopo essersi inoltrato nell’inferno, all’inseguimento delle arpie, Astolfo ne fuoriesce e ne ostruisce l’ingresso con dei massi. Poi, trasportato in volo dall’ippogrifo (mezzo cavallo e mezzo grifone) il paladino arriva nel Paradiso Terrestre, dove incontra San Giovanni Evangelista. Qui il santo lo informa sulla pazzia di Orlando e gli comunica che Dio affida a lui l’importante compito di recarsi sulla Luna a recuperare il senno che l’eroe ha perduto, innamorandosi sconsideratamente di una pagana.
Così, assieme al santo, Astolfo raggiunge la luna, dalla quale può vedere in lontananza la terra e le cose che si trovano lassù, prima di adempiere alla sua importante missione. Il recupero del senno consentirà a Orlando di ritornare a combattere per la fede cristiana.

 

Il mondo lunare
La Luna è fatta per molti aspetti come la Terra: ci sono fiumi, laghi, campagne, castelli, in tutto simili (anche se più grandi) a quelli che sono sulla Terra. Essa è però una sorta di mondo rovesciato, perché “ciò che si perde qua, là si raguna”, cioè quel che va perduto sulla terra lo si ritrova lassù. A un certo punto i due giungono in un luogo in cui è raccolta una quantità enorme di ampolle, piene di un liquido leggero, che evapora con facilità: si tratta del senno perduto dagli uomini, che tuttavia ritengono di possederne tanto. Qui si trova anche il senno di Orlando, che Astolfo può recuperare. Ne approfitta per recuperare anche il suo e lo inala dall’ampolla in cui è contenuto.
Il testo riportato può essere suddiviso in quattro parti: la descrizione del paesaggio lunare e di quello terrestre; l’elenco degli oggetti perduti sulla terra; la scoperta della montagna del senno; il recupero del senno perduto.

 

La follia e la vanità delle illusioni umane
Il tema della follia è centrale: essa consiste nell’attribuire eccessiva importanza alle tante vanità della vita, che gli uomini inseguono scambiando i loro sogni con la realtà. Così la luna rappresenta metaforicamente il luogo dove si raccoglie tutto ciò che si getta via sulla terra. 
Osservata dalla e sulla Luna la realtà umana appare illusoria. Tutti i sogni e le illusioni degli uomini finiscono sulla luna: l’effimera ricerca della felicità, l’affannoso desiderio di realizzare i propri desideri si rivela ad Astolfo come priva di senso. 
La descrizione del paesaggio lunare diventa per l’autore l’occasione per ironizzare sulla vanità delle occupazioni umane, poiché gli uomini sprecano il loro tempo e la vita inseguendo obiettivi che non raggiungono o che svaniscono presto col passare del tempo: tra questi la fama del mondo, i sospiri degli amanti, ma anche la grandezza degli imperi del passato destinati a cadere, mentre un certo disprezzo viene dimostrato verso le “magiche sciocchezze” così come più avanti verso gli “astrologhi”. Inoltre Ariosto rivolge la sua aspra ironia contro la vita delle corti, nelle quali i cortigiani si sforzano di ingraziarsi il favore dei signori attraverso ipocrite adulazioni.
Anche il senno si trova in quantità enorme sulla luna, benché gli uomini, sulla terra, ritengano di esserne molto ben forniti. L’unica cosa che manca sulla luna è invece la pazzia, che resta tutta sulla Terra e non abbandona mai gli esseri umani.
La terra vista dalla luna appare come un minuscolo “globo” che sembra assai più piccolo di quanto non appaia a noi e quasi insignificante, così come insignificanti appaiono i valori umani, visti da una prospettiva diversa e relativizzante.
Il tema della vanitas, ovvero dell’inutilità e insensatezza è ben presente nel Medioevo, che contrappone alla vuota vita terrena la vera vita, quella ultraterrena. Ariosto, tuttavia, appare ormai lontano da questa prospettiva e guarda il mondo con occhio ironico, distaccato e disincantato, unico modo per non farsi travolgere dalle futili illusioni.
 
Esercizi di analisi del testo
  1. Con quale mezzo e accompagnato da chi Astolfo può giungere sulla Luna?
  2. Individua le quattro sequenze in cui si può suddividere il testo e riassumile.
  3. Quali sono gli “oggetti” smarriti che si trovano sulla Luna, ammassati in una vallata?
  4. Che cosa si trova in grande quantità e che cosa invece manca sulla Luna?
  5. Quale forma assume il senno degli uomini e come Astolfo può riconoscere quello di Orlando?
  6. Quali sono i modi con cui gli uomini perdono il senno? 
  7. In che modo Astolfo riesce, temporaneamente, a recuperare il suo?
  8. Perché la follia di Orlando assume un valore simbolico?
  9. Come viene inteso da Ariosto il tema – di origine medievale – della vanitas?

Orlando furioso – La pazzia di Orlando.

Orlando furioso – La pazzia di Orlando.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, La pazzia di Orlando

Orlando furioso, XXIII, 100-136)
Orlando è alla ricerca di Mandricardo, un cavaliere saraceno con cui vuole portare a termine un duello, interrotto perché il cavallo di Mandricardo, imbizzarrito, fugge al galoppo portando con sé il cavaliere. Orlando insegue Mandricardo ma si perde nel fitto bosco e mentre cerca una via d’uscita, per caso si imbatte in un boschetto con un ruscello. 
Ne approfitta per riposarsi e far bere il cavallo. Casualmente vede sulle cortecce degli alberi delle strane incisioni… Si tratta di dediche d’amore…che riguardano Angelica…
Metro: ottave di endecasillabi.
 
100
Lo strano corso che tenne il cavallo
del Saracin pel bosco senza via,
fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
né lo trovò, né poté averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,
di nativo color vago e dipinto,
e di molti e belli arbori distinto.
101
Il merigge facea grato l’orezzo
al duro armento ed al pastore ignudo;
sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e più che dir si possa empio soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno.
102
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi già descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.
103
Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.
104 
Poi dice: – Conosco io pur queste note:
di tal’io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette. –
Con tali opinion dal ver remote
usando fraude a sé medesmo, stette
ne la speranza il malcontento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.
105
Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.
106
Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.
107
Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:
108
– Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:
109
e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o Fortuna;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. –
110 
Era scritto in arabico, che ‘l conte
intendea così ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.
111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quello infelice, e pur cercando invano
che non vi fosse quel che v’era scritto;
e sempre lo vedea più chiaro e piano:
ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
stringersi il cor sentia con fredda mano.
Rimase al fin con gli occhi e con la mente
fissi nel sasso, al sasso indifferente.
112
Fu allora per uscir del sentimento
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n’ha fatto esperimento,
che questo è ‘l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né poté aver (che ‘l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.
113
L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
114
Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
115 
In così poca, in così debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando già il sole alla sorella loco.
Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.
116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.
117
Quanto più cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.
118
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.
Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:
119
come esso a prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferì Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:
120
e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.
All’ultimo l’istoria si ridusse,
che ‘l pastor fe’ portar la gemma inante,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.
121 
Questa conclusion fu la secure
che ‘l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
122
Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di là tutto cercando il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.
123
In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo più volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
né con minor prestezza se ne leva,
che de l’erba il villan che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
124
Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.
125
Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ‘l dì si dà mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto:
126
– Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ‘l dolore e la vita all’ore estreme.
127 
Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir sono tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ‘l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,
che ‘n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?
128
Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
esempio a chi in Amor pone speranza. –
129
Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e allo spuntar de la diurna fiamma
lo tornò il suo destin sopra la fonte
dove Medoro isculse l’epigramma.
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.
130
Tagliò lo scritto e ‘l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge.
Infelice quell’antro, ed ogni stelo
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già si chiara e pura,
da cotanta ira fu poco sicura;
131
che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle
che non furo mai più chiare né monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
132
Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
che ‘l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.
133 
Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ‘l petto e ‘l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.
134
In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse:
135
e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.
Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
il campo mondo, fa, per por le reti,
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
facea de cerri e d’altre piante antiche.
136
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo’ più tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.
 

Ariosto, La pazzia di Orlando – Parafrasi

Orlando furioso, XXIII, 100-136)
 

 

 

100
Lo strano percorso che il cavallo 
del Saraceno (Mandricardo) seguì nel bosco senza sentieri,
fece sì che Orlando vagò due giorni invano,
e non lo trovò, né poté trovarne traccia.
Giunse ad un ruscello dalle acque cristalline,
sulle cui rive fioriva un bel praticello
colorato di colori naturali e piacevoli
e con molti alberi molto belli.
101
Il caldo del pomeriggio rendeva gradito la lieve brezza
sia al duro gregge che al pastore nudo;
così che neanche Orlando sentiva alcun fastidio,
poiché aveva addosso l’armatura, l’elmo e lo scudo.
Qui entrò per riposare in mezzo ai cespugli;
e vi trovo una angosciosa e crudele dimora,
e un soggiorno funesto oltre ogni dire,
quell’infelice e sfortunato giorno.
102
Girandosi intorno, vide incisi molti alberelli
sulla riva ombreggiata del ruscello.
Appena vi ebbe gli occhi fermi e fissi, 
fu certo che fossero opera della sua amata (Angelica).
Questo era uno di quei luoghi già descritti,
dove spesso la bella regina del Catai
veniva con Medoro (il giovane di cui si è innamorata)
dalla vicina casa del pastore.-
103
Vede i nomi di Angelica e Medoro 
intrecciati in cento modi, e in cento luoghi. 
Quante sono le lettere, tanti sono i chiodi 
con i quali Amore gli punge e ferisce il cuore. 
Cerca in mille modi con il pensiero, 
di non credere a ciò cui, suo malgrado, crede: 
si sforza di credere che sia un’ altra Angelica 
ad aver scritto il suo nome su quella corteccia.
104
Poi dice: “Conosco la grafia di queste lettere: 
di simili ne ho viste e ne ho lette tante. 
Potrebbe aver inventato questo Medoro: 
forse mi chiama con questo soprannome”. 
Con tali opinioni lontane dalla verità, 
continuando a ingannarsi, 
l’infelice Orlando rimase nella speranza, 
che seppe procurare a se stesso.
105
Ma sempre più riaccende e più rinnova,
quanto più cerca di spegnerlo, l’atroce sospetto:
come l’incauto uccello che si ritrova 
a incappare in una ragnatela o nel vischio,
Quanto più sbatte le ali e cerca di liberarsi,
tanto più si lega strettamente.
Orlando giunge dove il monte fa un’ansa 
simile a un arco sul limpido fiume.
106
Edere e viti erranti avevano decorato 
il luogo all’ingresso [della grotta] coi loro rami contorti. 
Qui i due felici amanti [Angelica e Medoro] erano soliti 
stare abbracciati quando il sole era cocente. 
Vi avevano scritti i loro nomi dentro e tutt’intorno, 
più che in qualunque altro luogo lì intorno, 
a volte col carbone e a volte col gesso, 
e alcuni incisi con la punta di un coltello.
107
Il triste conte [Orlando] smontò da cavallo 
e vide all’ingresso della grotta 
molte parole, che Medoro aveva scritte di suo pugno 
e che sembravano scritte allora. 
Egli aveva descritto in versi il gran piacere 
che aveva preso in quella grotta. 
Io penso che fosse scritto nella sua lingua 
e nella nostra il senso era questo:
108
– Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
Oscura grotta e gradevole per la fresca ombra,
dove la bella Angelica figlia 
di Galafron, da molti invano amata
spesso fra le mie braccia nuda giacque;
io povero Medoro non posso ricompensarvi
dei piaceri che qui mi sono stati offerti
in altro modo, se non lodandovi senza sosta:
109
e di pregare ogni nobile, che vi ha amata,
e cavalieri e damigelle, e ogni persona
del posto o straniera, che capiti qui
per volontà o per caso, che all’erba, all’ombra,
alla grotta, al fiume, alle piante dica:
che sole e luna vi siano favorevoli,
e il coro delle ninfe, che vi protegga
affinché il pastore non conduca mai qui il suo gregge. –
110
Era scritto in arabo, che il conte
parlava bene quanto il latino:
fra le molte lingue che conosceva
quella il paladino la conosceva benissimo;
e gli evitò più volte danni e vergogne, 
quando si trovò tra il popolo saraceno: 
ma non si vanti, se in passato gli fu utile; 
perché ne ha ora un danno che cancella tutti i vantaggi.
111
Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
quell’infelice, continuando invano 
a non voler vedere quel che vi era scritto; 
e lo vedeva sempre più chiaro e certo; 
e ogni volta (che lo guardava) in mezzo al petto angosciato 
sentiva il cuore come stretto da una fredda mano. 
Rimase infine con gli occhi e con la mente 
fissi sul sasso, anche lui pietrificato.
112
Fu allora sul punto di perdere la ragione 
perché si abbandonò completamente al dolore. 
Credete a chi l’ha provato personalmente, 
che questo è il dolore che supera tutti gli altri. 
Il mento gli s’era chinato sul petto, 
la fronte priva della consueta baldanza e bassa; 
e tanto lo travolse il dolore, che non poté trovar 
voce per lamentarsi, né lacrime per piangere.
113
L’impetuoso dolore gli restò tutto dentro, 
perché voleva uscire troppo in fretta.
Così vediamo l’acqua restare nel vaso,
con il fondo largo e con l’imboccatura stretta;
così che, capovolgendolo dalla base,
l’acqua che vorrebbe uscire si riversa così in fretta
e a tal punto tanto s’ingorga nella stretta apertura,
ed esce fuori a fatica goccia per goccia.
114
Poi tornò un po’ in sé, e pensò in che modo 
quella cosa potesse non essere vera: 
crede, desidera e spera che qualcuno voglia 
in questo modo disonorare il nome della sua donna,
oppure opprimere lui con un peso insopportabile
di gelosia, per farlo morire;
e che costui, di chiunque si tratti,
abbia molto ben imitato la sua scrittura.
115
Con una speranza così debole e fioca
sveglia gli spiriti vitali e si rinfranca un po’;
quindi sale in groppa al suo cavallo Brigliadoro,
quando già il sole sta cedendo il passo alla luna.
Non procede per molto, che vede uscire 
il fumo di un camino dai comignoli dei tetti,
sente i cani abbaiare, muggire il bestiame:
arriva a un casolare e vi prende alloggio.
116
Privo di forze scende da cavallo e lascia Brigliadoro
A un affidabile ragazzo perché ne abbia cura;
un altro gli toglie le armi, e un altro gli speroni d’oro
un altro va a lucidare l’armatura.
Era questa la casa dove Medoro
giacque ferito, e in cui ebbe grande fortuna.
Orlando chiede di andare a letto senza cenare,
sazio di dolore e di nessuna altre vivanda.
117
Quanto più cerca di ritrovare la quiete,
Tanto più ritrova tormento e pena;
perché rivede ogni parete, ogni porta, ogni finestra
ricoperta da quelle odiate scritte.
Vorrebbe chiedere: poi tiene chiuse le labbra
perché teme di rendere troppo evidente,
troppo chiaro ciò che di inganni 
cerca di offuscare, per provare meno dolore.
118
Poco gli giova ingannare se stesso;
perché senza che domandi, vi è chi gliene parla
Il pastore che lo vede così oppresso
dalla sua tristezza, e che vorrebbe alleviarla,
comincia a raccontare senza reticenza
la storia a lui ben nota, che raccontava spesso 
di quei due amanti a chi voleva ascoltarla
e che per molti era piacevole da udire:
119
come lui, pregato dalla bella Angelica,
avesse portato Medoro nella sua casa,
poiché era ferito gravemente; e come lei
curò la ferita, e in pochi giorni la fece guarire:
ma come lei nel cuore fu ferita da Amore 
con una più grande di quella; e come da una piccola
scintilla lei si accese tanto e di un fuoco così forte
che la faceva ardere tutta, e non trovava pace:
120
E senza curarsi del fatto che lei fosse
Figlia del più grande sovrano d’Oriente,
Spinta dal troppo forte amore aveva deciso
di farsi moglie di un modesto fante.
Conclusa la storia il pastore 
fece portare il gioiello 
che Angelica alla sua partenza gli aveva donato
come compenso per la sua ospitalità.
121
Questa conclusione fu come una scure 
che con un sol colpo gli mozzò la testa, 
dopo che il perfido Amore fu sazio 
di avergli inflitto tante sofferenze. 
Orlando si sforza di nascondere il suo dolore, ma 
quello preme dentro di lui, e può nasconderlo 
a stento: voglia o non voglia, non può alla fine 
impedire che si manifesti, con lacrime e sospiri, dalla bocca e dagli occhi.
122
Quando può finalmente dare sfogo al suo dolore 
(poiché resta solo e non deve preoccuparsi della 
presenza altrui), dagli occhi, rigandogli le gote, 
sparge un fiume di lacrime sul petto: sospira e geme, 
e si rigira di qua e di là nel letto, 
e lo sente più duro d’un sasso e più pungente 
che se fosse di ortiche. 
123
In un così atroce tormento gli viene in mente
che nel medesimo letto su cui giaceva,
l’ingrata donna doveva essere venuta a coricarsi
più volte con il suo amante.
Inevitabilmente ora odia quel letto,
e da esso si solleva con rapidità non minore 
del contadino che, messosi a dormire sull’erba, 
si veda vicino un serpente.
124 
Quel letto, quella casa, quel pastore 
subito odia a tal punto che, 
senza attendere il sorgere della luna 
o che giunga l’alba del nuovo giorno 
prende le armi e il cavallo ed esce inoltrandosi 
nel bosco tra la vegetazione più fitta; 
e quando è sicuro di essere solo, 
con grida e urla spalanca le porte al dolore.
125
Non cessa mai di piangere e di gridare; 
né di notte né di giorno mai si dà pace. 
Evita le città e i villaggi, giace in mezzo alla foresta 
all’aperto sulla dura terra.
Si meraviglia di sé, che possa avere in testa
una fontana così colma di acqua,
e come possa mai sospirare così tanto;
e spesso si dice così mentre piange:
126
– Queste che sgorgano dai miei occhi 
con tanta abbondanza non sono più lacrime.
Non sono sufficienti le lacrime per il dolore:
Sono finite quando il dolore era appena a metà.
Ora la mia linfa vitale spinta dal fuoco della gelosia
fugge dalla via che conduce agli occhi:
ed è quella che se ne esce, e che condurrà insieme
il dolore e la vita alla loro fine.
127
Questi, che sono indizi del mio tormento,
non sono sospiri, né i sospiri sono di questo tipo.
Quelli ogni tanto si interrompono; io non sento mai
il mio cuore esalare meno la sua pena.
Amore, che mi arde il cuore, fa questo vento,
mentre sbatte le sue ali intorno al fuoco.
Amore, per mezzo quale miracolo 
sai tenere il fuoco nel cuore e non consumarlo mai?
128
Non sono io, non sono io quello che sembro in volto:
quello che era Orlando è morto ed è sottoterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
tanto, mancandogli di fedeltà, gli ha mosso guerra.
Io sono il suo spirito diviso dal suo corpo, 
che tormentandosi vaga in quest’inferno, 
in modo che con la propria ombra, che solo gli resta,
sia da esempio a chi pone speranza in Amore. –
129
Il conte vagò per tutta la notte;
E al sorgere della luce del giorno
il suo destino lo fece tornare nei pressi della fonte
dove Medoro aveva inciso i suoi versi.
Vedere il suo disonore inciso nel monte
lo accese al punto che di lui non restò nulla
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò e trasse fuori la spada.
130
Distrusse l’incisione e il sasso, e fece volare
in alto fino al cielo le piccole schegge.
Infelice quella grotta, e ogni pianta
in cui si leggono i nomi Medoro e Angelica! 
Quel giorno esse furono ridotte al punto, che né ombra 
né refrigerio daranno più, né al pastore né al gregge: 
e quella fonte, già così chiara e pura,
non fu al sicuro da una così grande ira.
131
poiché rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gettare nelle limpide onde,
fin quando dalla superficie al fondo le rese così torbide
Che non sono mai più state limpide e pulite.
E infine, stanco e fradicio di sudore,
poiché la forza esaurita non risponde più
allo sdegno, al grande odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e sospira verso il cielo.
132
Afflitto e stanco alla fine cade nell’erba,
e fissa gli occhi al cielo, e non parla.
Rimane così senza mangiare e senza dormire,
mentre il sole sorge tre volte e tre volte tramonta.
L’aspro dolore non cessò di crescere
finché non l’ebbe condotto fuori di senno.
Il quarto giorno, sconvolto da grande furore,
L’armatura (maglie e piastre) si strappò di dosso.
133
Qui resta l’elmo, là rimane lo scudo,
lontano gli arnesi e più lontano l’armatura:
tutte le sue armi, vi dico, in conclusione,
erano sparse per il bosco in diversi luoghi.
E poi si strappò le vesti, e mostrò nudo
L’ispido ventre e tutto il petto e la schiena;
e cominciò la gran follia, così tremenda
che nessuno sentirà mai descriverne una più grande.
134
Fu preso da una tale ira e da un tale furore, 
che tutti i suoi sensi rimasero offuscati. 
Non ebbe in mente di prendere la spada,
con la quale avrebbe compiuto strabilianti imprese, 
penso. Ma né quella, né la scure, né l’ascia bipenne 
servivano per il suo vigore immenso. 
Qui compì le sue prove più straordinarie, 
poiché un grande pino sradicò con un sol colpo:
135
e dopo il primo ne strappò parecchi altri, 
come fossero finocchi, ebuli o aneti; 
e lo stesso fece con querce e vecchi olmi, 
con faggi, orni, elci e abeti. 
Quello che fa un cacciatore quando prepara il terreno 
per porvi le reti, sgombrandolo dai giunchi 
dalle stoppie e dalle ortiche, Orlando 
lo faceva con i cerri e altri alberi secolari.
136
I pastori che sentirono questo fracasso, 
abbandonando il gregge sparso per la foresta, 
accorrono tutti chi da una parte, chi dall’altra, 
a vedere che cosa sta accadendo. 
Ma sono giunto a un punto oltre il quale la mia storia 
potrebbe diventare noiosa, perciò preferisco 
interromperla e rinviarla, per evitare 
che possa infastidirvi per la sua lunghezza.
 
 

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Ludovico Ariosto, La pazzia di Orlando

Analisi del testo

Orlando furioso, XXIII, 100-136)
 
 
Il noto episodio della follia di Orlando si colloca a metà esatta dell’Orlando furioso, tra la fine del ventitreesimo canto e l’inizio del ventiquattresimo. 

 

La storia
Orlando, inseguendo il cavaliere saraceno Mandricardo, decide di riprendere le forze in una radura, che era stato il luogo degli incontri tra Angelica e Medoro. Il paladino scopre gli indizi del loro amore, espresso nei messaggi d’amore incisi sui tronchi degli alberi e sulle pareti di una grotta. 
Disperato, Orlando cerca in tutti i modi di autoconvincersi della falsità delle incisioni, cerca a tutti costi di non vedere l’evidenza, vorrebbe credere che di altra Angelica si tratta, o che, se è lei, usa il nome Medoro per indicare lui, Orlando. Poi legge un graffito di Medoro, in cui egli ringrazia il luogo ameno e ospitale in cui ha potuto godere della bella Angelica che “da molti invano amata,/spesso ne le mie braccia nuda giacque”, e il trovare giustificazioni diventa quasi impossibile, benché Orlando continui a sperare disperatamente.
Al tramonto prende il cavallo, si mette in viaggio e poco dopo vede una casa. Un pastore lo ospita per la notte e, vedendolo triste e sconsolato, per allietarlo gli racconta, con dovizia di dettagli, l’idillio amoroso di Angelica e Medoro.
Dopo aver curato il giovane Medoro ferito, la bella Angelica se n’era innamorata e aveva deciso di sposarlo, benché egli fosse solo un povero fante e lei, invece, figlia del più potente sovrano d’Oriente. Il pastore mostra a Orlando il letto su cui si è consumato l’amore tra i due giovani e un prezioso bracciale che Angelica gli ha dato come compenso per l’ospitalità ricevuta.
È il bracciale che lui, Orlando, aveva donato ad Angelica. È il colpo di grazia: per il povero Orlando è veramente troppo. Rimasto solo, Orlando piange disperatamente, poi fugge da quella casa e si precipita nel bosco, dove può dare libero sfogo al suo dolore. Vaga per il bosco tutta la notte e giunge per caso nei pressi della fonte, dove aveva visto le incisioni dei due amanti.
Frantuma in mille pezzi la roccia su cui Medoro aveva espresso il suo amore per Angelica e tutto quel che le sta attorno, al punto che la pura fonte che vi era in quel luogo, da allora è rimasta per sempre torbida.
Poi, stremato, crolla sull’erba e dorme per tre giorni. Il quarto giorno, uscito di senno, dopo essersi completamente spogliato, inizia a correre e a devastare tutto quel che incontra, sradicando alberi come fossero fuscelli. I contadini, sentendo il frastuono, si incuriosiscono e vanno a vedere che cosa sta succedendo.
La descrizione della pazzia di Orlando prosegue nella prima parte del canto successivo (XXIV). La crisi dell’eroe verrà risolta solo dall’intervento di Astolfo, che si recherà sulla Luna a recuperare il suo “senno” perduto (Canto XXXIV del poema).

 

I luoghi della pazzia.
Il canto si svolge tra una radura amena e la casa di un pastore che ospita Orlando per la notte. I luoghi descritti non sono però solo lo sfondo della vicenda amorosa, ma hanno un ruolo centrale nell’esplosione della pazzia di Orlando. Piante, pietre e acque sembrano parlare e deridere il paladino, mostrandogli prove evidenti del tradimento di Angelica.
Così, Orlando sfoga la sua rabbia su di loro, distruggendole in preda alla follia, come per metterle per sempre a tacere.
La radura in cui arriva, stremato, Orlando, presenta a prima vista tutti i tratti caratteristici del locus amoenus (ottava 100): si sottolinea così, con ancor più forza, l’antitesi tra la serenità del mondo circostante e il tormento interiore di Orlando. 

 

Gli autoinganni
L’incedere della pazzia è descritto da Ariosto con precisione psicologica, in un crescendo di intensità drammatica. Dapprima, dopo aver letto i nomi degli amanti incisi nelle cortecce degli alberi, Orlando inventa illusorie spiegazioni e inganna se stesso; poi, giunto nella grotta, trova un’incisione di Medoro, in cui con una poesia in arabo si ringraziano quei luoghi che hanno visto nascere l’amore tra lui ed Angelica.
Orlando, che già sta cedendo alla pazzia, di nuovo si inganna, dicendo a se stesso che le incisioni sono opera di qualcuno che vuole instillargli gelosia o infangare il nome della donna amata. 

 

L’esplodere della follia
Sarà il racconto del pastore e la vista del gioiello donato da Orlando ad Angelica come pegno d’amore, da lei lasciato al pastore in segno di gratitudine, a far crollare definitivamente gli autoinganni di Orlando e a far esplodere la follia del paladino.
Il protagonista, sconvolto dalla scoperta della verità, attraversa diversi stadi: l’illusione e l’autoinganno, la negazione della realtà e l’accusa contro terzi, il dolore che rende muti e intontiti, la follia come fuga dal mondo e sua distruzione.
Ariosto descrive la pazzia di Orlando con numerose e ripetute iperboli che mettono in risalto la disperazione e la furia cieca dell’eroe. 

 

La follia d’amore
L’episodio mostra in modo ironico e paradossale le conseguenze della “follia” d’amore su Orlando. L’amore  ricorda Ariosto – ha conseguenze più o meno simili su tutti gli uomini.
Il poeta ironizza anche su se stesso, dichiarando di averne “fatto esperimento”. Come già dichiarato nel proemio, l’amore per la sua donna (Alessandra Benucci) lo ha portato molto vicino alla pazzia.
La bonaria ironia sui rischi dell’amore rientra nella più generale considerazione circa la follia degli uomini, che sprecano la loro vita inseguendo vane illusioni.

 

 

Esercizi di analisi del testo
  1. I gruppi di strofe che hai letto presentano diversi nuclei narrativi. Individuali e per ciascuno di essi individua azioni/comportamenti e sentimenti/stati d’animo di Orlando.
  2. Orlando, nel luogo in cui è giunto, legge molte dediche d’amore: qual è la sua reazione? Che spiegazione se ne dà?
  3. A un certo punto Orlando vede uno scritto di tipo diverso, che lo colpisce particolarmente, tanto che è sul punto di uscir del sentimento: di cosa si tratta? Che cosa ne consegue?
  4. In seguito Orlando viene ospitato da un contadino: che cosa gli racconta? 
  5. Quali conseguenze provoca il racconto del contadino? In che modo si manifesta la pazzia di Orlando, provocata dall’amore tradito?
  6. Quali ti sembrano essere gli aspetti dell’amore (e della gelosia) che il testo evidenzia?
  7. L’autore fa uso dell’ironia, nel descrivere le avventure di Orlando, e “gioca” con il lettore/ascoltatore, intervenendo con commenti: in quali punti?
  8. Perché, nei versi conclusivi, l’autore sospende la narrazione delle vicende del paladino per cambiare argomento?
  9. Individua nel testo le esempi della figura retorica dell’iperbole.

La fuga di Angelica.

La fuga di Angelica.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, La fuga di Angelica.  

Orlando furioso – Canto I, ottave 8-22
“Intorno ad Angelica in fuga è un vorticare di guerrieri che, accecati dal desiderio, dimenticano i sacri doveri cavallereschi, e per troppa precipitazione continuano a girare a vuoto” (I. Calvino).
8
Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo;
che ambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;
9
in premio promettendola a quel d’essi
ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
degli infideli più copia uccidessi,
e di sua man prestassi opra più grata.
Contrari ai voti poi furo i successi;
ch’in fuga andò la gente battezzata,
e con molti altri fu ‘l duca prigione,
e restò abbandonato il padiglione.
10
Dove, poi che rimase la donzella
ch’esser dovea del vincitor mercede,
inanzi al caso era salita in sella,
e quando bisognò le spalle diede,
presaga che quel giorno esser rubella
dovea Fortuna alla cristiana fede:
entrò in un bosco, e ne la stretta via
rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.
11
Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
e più leggier correa per la foresta,
ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
Timida pastorella mai sì presta
non volse piede inanzi a serpe crudo,
come Angelica tosto il freno torse,
che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.
12
Era costui quel paladin gagliardo,
figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
per strano caso uscito era di mano.
Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
riconobbe, quantunque di lontano,
l’angelico sembiante e quel bel volto
ch’all’amorose reti il tenea involto.
13
La donna il palafreno a dietro volta,
e per la selva a tutta briglia il caccia;
né per la rara più che per la folta,
la più sicura e miglior via procaccia:
ma pallida, tremando, e di sé tolta,
lascia cura al destrier che la via faccia.
Di su di giù, ne l’alta selva fiera
tanto girò, che venne a una riviera.
14
Su la riviera Ferraù trovosse
di sudor pieno e tutto polveroso.
Da la battaglia dianzi lo rimosse
un gran disio di bere e di riposo;
e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
l’elmo nel fiume si lasciò cadere,
né l’avea potuto anco riavere.
15
Quanto potea più forte, ne veniva
gridando la donzella ispaventata.
A quella voce salta in su la riva
il Saracino, e nel viso la guata;
e la conosce subito ch’arriva,
ben che di timor pallida e turbata,
e sien più dì che non n’udì novella,
che senza dubbio ell’è Angelica bella.
16
E perché era cortese, e n’avea forse
non men dei dui cugini il petto caldo,
l’aiuto che potea, tutto le porse,
pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
trasse la spada, e minacciando corse
dove poco di lui temea Rinaldo.
Più volte s’eran già non pur veduti,
m’al paragon de l’arme conosciuti.
17
Cominciâr quivi una crudel battaglia,
come a piè si trovâr, coi brandi ignudi:
non che le piastre e la minuta maglia,
ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
bisogna al palafren che ‘l passo studi;
che quanto può menar de le calcagna,
colei lo caccia al bosco e alla campagna.
18
Poi che s’affaticâr gran pezzo invano
i duo guerrier per por l’un l’altro sotto,
quando non meno era con l’arme in mano
questo di quel, né quel di questo dotto;
fu primiero il signor di Montalbano,
ch’al cavallier di Spagna fece motto,
sì come quel c’ha nel cor tanto fuoco,
che tutto n’arde e non ritrova loco.
19
Disse al pagan: – Me sol creduto avrai,
e pur avrai te meco ancora offeso:
se questo avvien perché i fulgenti rai
del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
di farmi qui tardar che guadagno hai?
che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
non però tua la bella donna fia;
che, mentre noi tardiam, se ne va via.
20
Quanto fia meglio, amandola tu ancora,
che tu le venga a traversar la strada,
a ritenerla e farle far dimora,
prima che più lontana se ne vada!
Come l’avremo in potestate, allora
di ch’esser de’ si provi con la spada:
non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
che possa riuscirci altro che danno. –
21
Al pagan la proposta non dispiacque:
così fu differita la tenzone;
e tal tregua tra lor subito nacque,
sì l’odio e l’ira va in oblivione,
che ‘l pagano al partir da le fresche acque
non lasciò a piedi il buon figliol d’Amone:
con preghi invita, et al fin toglie in groppa,
e per l’orme d’Angelica galoppa.
22
Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
Eran rivali, eran di fé diversi,
e si sentian degli aspri colpi iniqui
per tutta la persona anco dolersi;
e pur per selve oscure e calli obliqui
insieme van senza sospetto aversi.
Da quattro sproni il destrier punto arriva
ove una strada in due si dipartiva.

Ariosto, La fuga di Angelica – Parafrasi

Orlando furioso – Canto I, ottave 8-22

 

8
Pochi giorni prima era iniziata una contesa
tra il conte Orlando e suo cugino Rinaldo,
perché entrambi avevano l’animo acceso
d’amoroso desiderio per la straordinaria bellezza di Angelica.
Re Carlo, irritato da questa lite,
che rendeva meno solido il loro aiuto,
affidò in custodia la ragazza al duca di Baviera;
9
promettendola in premio al cavaliere
che in battaglia, in quella gran giornata,
avesse ucciso il maggior numero di infedeli,
e fosse protagonista dell’impresa più eroica.
Tuttavia l’esito della battaglia fu diverso dai propositi,
infatti i cristiani furono costretti alla fuga,
e il duca (di Baviera) fu fatto prigioniero assieme a molti altri,
e il padiglione dove Angelica era prigioniera fu abbandonato.
10
Rimasta sola nella tenda, la donzella,
che doveva essere la ricompensa del vincitore,
vista l’occasione propizia era salita in sella a un cavallo
e al momento opportuno fuggì,
prevedendo che quel giorno la fortuna
sarebbe stata avversa alla fede cristiana:
entrò in un bosco e per lo stretto sentiero
incontrò un cavaliere che avanzava a piedi.
11
Aveva addosso la corazza, in testa l’elmo,
al fianco la spada e al braccio lo scudo,
eppure correva per la foresta più rapidamente
di un contadino mezzo nudo in una gara di corsa.
Mai una spaventata pastorella ritrasse
il piede così rapidamente dal morso di un serpente letale
come Angelica, che subito tirò le redini per cambiare direzione
quando si accorse del guerriero che sopraggiungeva a piedi.
12
Costui era quel valoroso paladino (Rinaldo),
figlio di Amone, signore di Montalbano,
al quale poco prima il suo destriero Baiardo
per uno strano caso era fuggito di mano.
Appena posò lo sguardo sulla donna,
riconobbe, nonostante fosse lontana, l’angelico aspetto e il bel volto
che lo tenevano prigioniero delle reti dell’amore.
13
La donna volta indietro il cavallo
e lo lancia a briglia sciolta nella selva;
e non cerca la via migliore e più sicura,
in mezzo alla vegetazione più rada o più folta:
ma pallida, tremante e fuori di sé,
lascia che il cavallo si faccia strada da solo.
Si aggirò da ogni parte, nella foresta selvaggia,
tanto che infine giunse alla riva di un fiume.
14
In riva al fiume trovò Ferraù
tutto impolverato e sudato.
Poco prima lo aveva distolto dalla battaglia
un grande desiderio di bere di riposarsi;
e poi, contro la sua volontà, lì si era dovuto fermare,
perché, per l’avidità e per la fretta di bere,
aveva lasciato cadere nel fiume il proprio elmo
e ancora non era riuscito a ritrovarlo.
15
Sopraggiunse, gridando quanto più poteva
la donzella spaventata.
Udita quella voce, il Saraceno salta sulla riva
e la guarda in viso e subito riconosce
colei che sta arrivando,
benché sia pallida e turbata dalla paura
e siano passati più giorni da quando ne ha avuto notizia,
poiché è senza dubbio la bella Angelica.
16
E poiché era cortese e forse ne aveva
l’animo infiammato non meno dei due cugini,
le porse tutto l’aiuto che poteva,
come se avesse l’elmo, temerario e spavaldo:
sguainò la spada e corse minaccioso verso Rinaldo,
che però non era per niente intimorito.
Più volte si erano già non solo visti
ma anche scontrati con le armi.
17
Cominciarono lì una crudele battaglia,
a piedi come si trovavano, con le spade sguainate:
non solo le piastre della corazza e la maglia di ferro
ma neppure le incudini avrebbero retto ai loro colpi.
Ora, mentre i due guerreggiano aspramente,
Angelica con tutta la forza dei calcagni sprona il destriero,
che è costretto ad affrettare il passo,
galoppando per i boschi e per i campi.
18
Dopo che si furono affaticati invano
i due cavalieri nel tentativo di prevalere,
poiché con la spada in mano,
non era meno abile, l’uno dell’altro;
fu per primo il signore di Montalbano
a rivolgersi al cavaliere spagnolo,
così come fa chi ha nel cuore tanto fuoco
che lo fa ardere tutto e non trova pace.
19
Disse al pagano: “Avrai creduto di ferire solo me,
invece colpisci te stesso:
se questo accade perché gli occhi splendenti
di Angelica (del nuovo sol) ti hanno infiammato il cuore,
che vantaggio ricavi facendomi perdere tempo qui?
Infatti anche se tu riuscirai a uccidermi o a farmi prigioniero,
non riuscirai a fare tua la bella donna,
dato che, mentre noi ci attardiamo, lei scappa via.
20
Quanto sarebbe meglio, poiché anche tu la ami,
che tu le riesca a tagliarle la strada
a trattenerla e a farla fermare,
prima che se ne vada ancor più lontano!
Appena l’avremo in nostro potere,
si decida allora con la spada a chi debba appartenere:
non so altrimenti, dopo tanto affannoso combattere,
che cosa possiamo ottenere se non danno.”
21
Al pagano (Ferraù) la proposta non dispiacque:
così il duello fu rimandato
e tale tregua tra loro fu subito attuata,
che furono dimenticati l’odio e l’ira.
Il pagano nel partire dalle fresche acque del fiume
non lasciò a piedi il buon figlio di Amone:
con preghiere lo invita, e alla fine lo fa montare a cavallo,
e all’inseguimento di Angelica galoppa.
22
Oh grande generosità dei cavalieri antichi!
Erano rivali, erano di fede diversa,
si sentivano dolenti in tutto il corpo per i colpi terribili e crudeli;
eppure per boschi oscuri e sentieri tortuosi
vanno insieme senza aver sospetto l’uno dell’altro.
Spronato da quattro speroni il destriero arriva a un punto
in cui la strada si divideva in due direzioni diverse.

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Ariosto, La fuga di Angelica – Analisi del testo.

Orlando furioso – Canto I, ottave 8-22
 
Carlo Magno, per placare la contesa che si è scatenata tra i valorosi paladini Rinaldo e Orlando, per Angelica, principessa del Catai (Cina), l’affida in custodia al duca Namo di Baviera e la promette come premio a chi dei due si mostrerà più valoroso in battaglia.
Ma le cose si mettono male per l’esercito cristiano, così Angelica, cogliendo la situazione favorevole, salta a cavallo e fugge. “Intorno ad Angelica in fuga è un vorticare di guerrieri che, accecati dal desiderio, dimenticano i sacri doveri cavallereschi, e per troppa precipitazione continuano a girare a vuoto” (I. Calvino).
La prima impressione è che questi cavalieri non sappiano bene che cosa vogliono: un po’ inseguono, un po’ duellano, un po’ giravoltano e sono sempre sul punto di cambiare idea.
È il caso di Ferraù: mentre sta cercando di ripescare l’elmo che gli è caduto in un fiume, vede giungere Angelica, di cui è innamorato, inseguita da Rinaldo, smette di cercare l’elmo e inizia un aspro duello con lui.
Nel bel mezzo del duello Rinaldo gli propone di rimandare lo scontro e di inseguire insieme la fuggitiva. Ferraù smette di duellare e dopo averlo addirittura fatto salire a cavallo, assieme a Rinaldo si mette a inseguire Angelica, d’amore e d’accordo.
A un bivio si separano e Ferraù si ritrova di nuovo sulla riva del fiume dove gli è caduto l’elmo e si mette di nuovo a cercarlo, interrompendo l’inseguimento di Angelica.
Dal fiume uscirà il fantasma di Argalia, un guerriero da lui ucciso, che rivendica il proprio elmo ed esorta Ferraù a conquistarsi piuttosto quello di Orlando. A quel punto Ferraù si lancia alla ricerca di Orlando.
La ricerca e il movimento continuo appaiono temi centrali del canto: Angelica cerca la libertà per poter ritornare in patria, Rinaldo cerca il suo cavallo Baiardo che gli è sfuggito e al tempo stesso insegue Angelica, di cui è innamorato perché ha bevuto alla fonte dell’amore, mentre lei lo sfugge terrorizzata perché ha bevuto alla fonte dell’odio.
Tutti si muovono affannosamente, cercano qualcosa ma non trovano mai quello che vogliono e si aggirano come in un labirinto, ben rappresentato dalla selva, in cui i percorsi s’intrecciano e si separano, senza che nessuno consegua il suo obiettivo.
Angelica mette in moto l’azione spingendo i cavalieri, presi dalla passione amorosa, a inseguirla.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. A chi è stata affidata Angelica e perché riesce a fuggire?
  2. Chi incontra Angelica nel bosco e che cosa sta facendo?
  3. Qual è la reazione della ragazza?
  4. Che cosa sta facendo Ferraù quando arriva Angelica e come reagisce al suo apparire?
  5. Qual è l’esito dello scontro tra i due cavalieri?
  6. In che senso si può affermare che nel canto ricerca e movimento sono temi centrali?

Orlando furioso – Il proemio

Orlando furioso – Il proemio

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, Il proemio  

(Orlando furioso, Canto I, ottave 1-4)

La prima ottava e la prima metà della seconda espongono i temi centrali del poema: la guerra contro i saraceni e la pazzia di Orlando; segue poi l’invocazione, rivolta non alle Muse ma alla donna amata (Alessandra Benucci), ai versi 5-8; infine abbiamo la dedica a Ippolito d’Este, nella terza ottava e l’elogio della dinastia degli Estensi, di cui sarebbe capostipite uno degli eroi del poema. 
1
Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto,
che furo al tempo che passaro i Mori
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
seguendo l’ire e i giovenil furori
d’Agramante lor re, che si diè vanto
di vendicar la morte di Troiano
sopra re Carlo imperator romano.
2
Dirò d’Orlando in un metesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.
3
Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.
4
Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cetino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

Ariosto, Il proemio  – parafrasi

(Orlando furioso, Canto I, ottave 1-4)
 
1
Io vi narro le donne, i cavalieri, le battaglie, gli amori, 
le cortesie, le imprese audaci, 
che ci furono al tempo in cui i Mori attraversarono 
dall’Africa il mar Mediterraneo, e in Francia distrussero tanto,
seguendo l’ira e i furori giovanili 
del loro re Agramante, che proclamò 
di voler vendicare la morte di Troiano 
contro re Carlo imperatore romano. 
2
Al tempo stesso narrerò di Orlando 
cose mai scritte né in prosa né in rima: 
che per amore cadde in uno stato di furore e di pazzia 
da un uomo che prima era stato considerato così saggio; 
se da colei che quasi m’ha reso pazzo, 
poiché ogni momento mi consuma il poco ingegno, 
me ne sarà concesso 
quanto mi basti per finire quanto ho promesso. 
3
Vi piaccia, generosa prole di Ercole, 
ornamento del nostro secolo, 
Ippolito, gradire questo che vuole 
e solo può darvi il vostro umile servo. 
Quello che vi devo, posso pagarlo in parte 
con le parole e con i miei scritti; 
non può dirsi che io sia colpevole di darvi poco, 
poiché quanto posso darvi tutto ve lo dono.
4
Voi sentirete fra i più degni eroi, 
che mi accingo a lodare, 
ricordare quel Ruggiero, che fu il capostipite 
vostro e dei vostri illustri avi. 
L’alto valore e le sue famose imprese 
vi farò ascoltare, se mi presterete orecchio 
e i vostri più importanti pensieri cesseranno per un po’, 
così che i miei versi possano in essi trovare spazio.

 

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Ariosto, Il proemio – Analisi del testo

(Orlando furioso, Canto I, ottave 1-4)
La struttura del proemio (introduzione) segue formalmente le regole tradizionali. Tuttavia, a ben vedere, non sono poche le novità: nel presentare i due filoni narrativi del poema, Ariosto subito evidenzia l’elemento della follia, che non solo colpisce il prode e saggio Orlando, divenuto matto per amore e per gelosia, ma che è anche all’origine della guerra che il re pagano Agramante  ha mosso a Carlo Magno (“l’ire e i giovenil furori…”).
La follia fa parlare di sé anche nell’invocazione, infatti il poeta chiede e spera che la donna amata, che via via consuma il suo ingegno, gliene lasci almeno quanto basti per portare a conclusione l’opera. Nella parte finale del proemio, la dedica esalta, secondo alcuni con tono ironicamente eccessivo, la casata degli Estensi, confidando di poter trovare ascolto da parte del signore, nonostante le sue elevate occupazioni. Il primo verso del poema presenta, attraverso un chiasmo (incrocio di coppie di parole), i due filoni narrativi centrali, quello della guerra (cavallier; armi;) e quello dell’amore (donne; amori;).
Il ricorso a questa figura retorica, con un avvio così incalzante, vuole presentare i due temi come strettamente intrecciati tra di loro, fondendo i tradizionali cicli narrativi carolingio e bretone, dai quali ha avuto origine la letteratura cavalleresca. All’epoca di Ariosto i tradizionali valori della cavalleria sono tramontati e l’autore li presenta da un lato con nostalgia ma dall’altro anche con occhio disincantato e ironico.
Esercizi di analisi del testo
  1. Quali sono i filoni narrativi delineati nel proemio? A quali tradizionali “cicli” si ricollegano?
  2. Analizza le caratteristiche e il significato del chiasmo del v. 1.
  3. Chi è la Musa cui è rivolta l’invocazione?
  4. A chi è rivolta la dedica? Che rapporto c’è tra intellettuale e signore-mecenate?

Ariosto, Orlando furioso

Ariosto, Orlando furioso

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Ludovico Ariosto, Orlando furioso.

 
Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
(Proemio dell’Orlando furioso)
 
Ariosto avvia la composizione dell’Orlando furioso, poema cavalleresco in ottave, intorno al 1505. La prima edizione del poema, in 40 canti, esce nel 1516. Esso fu poi pubblicato in altre due edizioni (1521 e 1532), con modifiche linguistiche e con l’aggiunta di altri canti, che portarono il totale a quarantasei canti.
L’Orlando furioso si presenta come la prosecuzione delle vicende dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo e, più in generale, del ciclo bretone e del ciclo carolingio. Infatti l’Orlando furioso comincia proprio nel punto in cui Boiardo aveva interrotto l’Innamorato, quando Carlo Magno decide di concedere Angelica al cavaliere che si sarà meglio distinto nella battaglia contro i saraceni.

 

Le fonti dell’Orlando Furioso.

Le fonti del poema sono da ricercare nella tradizione cavalleresca:
  • una è il cosiddetto “ciclo carolingio” o “ciclo di Francia”, che è quello delle storie di Carlo Magno e dei suoi paladini, che nascono in Francia tra il 1000 e il 1070;
  • l’altra è il cosiddetto “ciclo arturiano” o “ciclo di Bretagna”, cioè le storie di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, che nascono in Francia tra il 1100 e il 1150, in cui diventano centrali i temi dell’amore e della magia.
Entrambi i filoni narrativi giungono in Italia e hanno un’enorme diffusione (vedi ad es. la tradizione dei “pupi siciliani”, che cantavano nelle piazze sia le storie di Carlo Magno che quelle di Re Artù). Nella seconda metà del Quattrocento alcuni letterati come Luigi Pulci e Matteo Maria Boiardo avevano ripreso questa tradizione popolare e l’avevano rielaborata in forma scritta, per intrattenere il pubblico colto e raffinato delle corti.
Nella tradizione Orlando è il più forte paladino di Carlo Magno ma anche un martire per la fede: nel Paradiso di Dante si trova nel cielo dei santi, dei beati, dei combattenti per la fede. Inconsueta e scandalosa quindi la vicenda narrata nel ‘400, alla corte di Ferrara, dal conte Matteo Maria Boiardo, che scrive l’Orlando Innamorato, un poema che riprende tutte queste tradizioni ma con importanti novità: egli racconta di un Orlando innamorato, e rendendosi conto dello scandalo all’inizio dell’opera dice che il cronista dell’epoca l’ha taciuta per timore che Orlando si offendesse e lo ammazzasse. Ariosto scrive il seguito dell’Orlando Innamorato, con l’ulteriore, scandalosa novità che nel Furioso l’eroico paladino diviene addirittura pazzo per amore.

 

Lo spirito rinascimentale.

La materia cavalleresca dell’Orlando Furioso è dunque largamente preesistente nella tradizione letteraria. Tuttavia, per Ariosto il mondo dei paladini e dei cavalieri erranti non è più un modello, un punto di riferimento attraente e lontano, ma una finzione letteraria consapevole che gli permette di celebrare i valori della civiltà in cui vive, le miserie e le grandezze della natura umana. Il poema cavalleresco diviene cioè il racconto di passioni e aspirazioni proprie dell’uomo del Cinquecento.
L’Orlando furioso fin dal titolo rappresenta una rottura con la precedente tradizione: se l’innamoramento di Orlando poteva in fondo conciliarsi con i valori della cavalleria, la pazzia di Orlando assume sfumature tragicomiche e ironiche.
Ariosto invoca, all’inizio del poema, l’amata (non più le Muse, Apollo o Dio) e le chiede non d’ispirarlo, ma di non farlo impazzire d’amore, per non compromettere la riuscita dell’opera. Vi è fin dall’inizio un originale fondersi di riflessioni, di analisi pessimistica della realtà e d’ironico distacco.
Il poema ha come epicentro il racconto della follia d’amore di Orlando, ma numerosissimi sono i temi in esso presenti, che s’intrecciano attraverso le molteplici peripezie dei cavalieri. Dalla narrazione principale si diramano in continuazione episodi secondari, come in un caleidoscopio che cambia continuamente la prospettiva di osservazione dei fatti.
Accanto a cavalieri e dame, ai loro incontri e scontri, un ruolo rilevante nell’intreccio del Furioso è giocato dalla magia: cavalli, spade e altri oggetti dotati di poteri soprannaturali compaiono insieme a maghi e maghe in punti nodali del racconto. L’elemento magico contribuisce a fare del poema di Ariosto un’opera in cui la realtà s’intreccia con la fantasia e in cui s’incontrano fonti classiche, medievali e orientali.
La trama del poema si articola secondo il principio della “varietà” che appartiene alla tradizione cavalleresca. La scelta della “varietà”, tuttavia, oltre allo scopo di non annoiare il pubblico di corte, risponde alla concezione che Ariosto ha del mondo, quella della mutabilità continua della natura e dell’uomo, e non s’identifica con il caos ma è sorretta costantemente da un piano organizzativo, da un disegno preciso dell’autore, che tira le fila della sua trama con estrema abilità. L’opera sembra seguire un andamento casuale ma in realtà è saldamente guidata dalla “regia” ordinatrice dell’autore.
L’Orlando furioso è l’opera che forse meglio rappresenta lo spirito rinascimentale. L’armonia e la saggezza che caratterizzano il Furioso non nascono da una visione ingenuamente ottimistica ma da un’analisi spregiudicata e pessimistica, bilanciata dalla faticosa conquista di un equilibrio interiore.

 

I filoni narrativi e tematici.

L’amore e la guerra sono i filoni tematici costitutivi del testo, attorno ai quali si sviluppa l’azione narrativa. La trama del poema segue tre direttrici principali:
Epico-cavalleresca (romanzo cavalleresco carolingio): La guerra tra cristiani e musulmani, che ha il suo momento centrale nell’assedio di Parigi, assediata e devastata dal saraceno Rodomonte. Dopo sorti alterne, la controffensiva dei cristiani ha successo e il re pagano Agramante, rifugiato a Lipadusa (Lampedusa) propone a Carlo di risolvere il conflitto con un duello tra i tre più valorosi guerrieri dei due eserciti nemici. Così, Orlando, Brandimarte e Oliviero combattono contro Agramante, Gradasso e Sobrino. Nello scontro prevalgono i guerrieri cristiani.
Amorosa (romanzo bretone): La fuga di Angelica e la sua ricerca da parte di Orlando, che culmina con la follia del paladino cristiano innamorato. Angelica, promessa da Carlo a chi, tra Orlando e Rinaldo, si fosse distinto in battaglia e custodita dal Duca Namo di Baviera, durante la battaglia riesce a fuggire. Inizia così una fuga rocambolesca per sottrarsi ai suoi tanti pretendenti, in questo aiutata da coincidenze e magie e dall’anello magico che le permette di scomparire. Durante la fuga incontra Medoro ferito: lo cura, se ne innamora e lo sposa. Orlando, quando si rende conto della realtà, impazzisce. Toccherà ad Astolfo recarsi sulla luna, portato dall’ippogrifo, a recuperare il senno perduto da Orlando, in modo che il paladino possa eroicamente tornare a combattere con l’esercito cristiano.
Encomiastica: Incentrata sull’amore fra il saraceno Ruggiero e la cristiana Bradamante, dalle nozze dei quali avrà inizio la dinastia estense. Ruggiero milita in campo saraceno, non sapendo di essere nato da genitori cristiani. La loro vicenda amorosa è continuamente ostacolata dal mago Atlante, che cerca di tenerli lontani sapendo che dopo le nozze Ruggiero morirà per il tradimento della casa di Maganza. Ma dopo mille ostacoli i due giovani possono finalmente sposarsi. Durante il banchetto nuziale giunge il saraceno Rodomonte e sfida Ruggero. Con questo duello e con la morte di Rodomonte si conclude il poema.

 

La guerra

La guerra è lo sfondo dell’Orlando furioso. D’altronde la guerra reale era ben presente nel mondo reale del ‘500, una guerra non più combattuta da nobili cavalieri armati di lancia e spada ma da mercenari e popolani. Una guerra in cui la potenza delle armi da fuoco si era sostituita alla forza, all’energia e al coraggio dei cavalieri. Una guerra drammatica che vedeva spesso eserciti stranieri devastare la penisola italiana.
I cavalieri descritti da Ariosto appartengono a un mitico passato, di cui egli apprezza la presunta nobiltà e cortesia, che egli tuttavia guarda con occhio ironico e divertito. Non sono i grandi ideali, non è la fede ad animare l’agitarsi continuo dei cavalieri ma la passione amorosa e il vantaggio personale. Una visione laica, portatrice dei nuovi valori della civiltà rinascimentale.

 

La passione amorosa

Il poeta presenta la passione amorosa come qualcosa di irrazionale, fonte di sofferenza. Angelica è bionda e bellissima, inafferrabile, sfuggente e sensuale, suscitatrice di desideri erotici nei paladini. La passione per lei è tale da condurre un eroico paladino come Orlando alla follia. La visione cortese dell’amore appare rovesciata: l’amore e la fedeltà alla donna non nobilitano né rendono migliore l’uomo ma gli fanno perdere la propria identità e lo degradano. Quando apprende che Angelica lo ha “tradito” con Medoro, un modesto cavaliere che poi ella sposerà, Orlando getta via le armi, si spoglia completamente e devasta tutto ciò che gli sta attorno. Alla bellezza sconvolgente di Angelica e all’amore per lei, che porta i paladini alla rovina, si contrappone l’amore casto di Bradamante per Ruggiero.

 

La follia e la vanità delle azioni umane

Ma la follia e la vanità accomuna molti uomini, infatti Astolfo, giunto sulla luna alla ricerca del senno di Orlando, trova anche quello di tanti altri e in grande quantità. Nel poema tutti corrono inseguendo le proprie fissazioni e illusioni. Angelica fugge, mentre i suoi inseguitori duellano e spasimano per possederla, ma girano a vuoto in modo insensato e vano. I personaggi del poema non agiscono per libera e razionale volontà, ma sono trascinati da furori maniacali, dall’amore e dall’odio, da moti di attrazione e repulsione. Inoltre, non c’è quasi mai un duello, un incontro o uno scontro che si concluda come voluto da chi ne è protagonista.
Emblematico l’episodio del secondo castello del mago Atlante. Qui i cavalieri sono attirati dalle loro stesse ossessioni che prendono forma in un’immagine sfuggente ed irreale, ma al tempo stesso irresistibile e seducente. I paladini che entrano nel castello dimenticano tutto, presi come sono dalla ricerca del loro oggetto del desiderio. Sono le loro stesse fantasie e ossessioni a portarli all’oblio e alla follia.

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