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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Rapporto tra narratore e punto di vista.

 

Narratore esterno:

  • focalizzazione interna: il narratore dice ciò che vede, pensa, sente e giudica il personaggio di cui adotta il punto di vista

Emma si mise uno scialle sulle spalle, aprì la finestra e s’affacciò. La notte era buia. Cadeva qualche goccia di pioggia. Ella aspirò il vento umido, che le rinfrescava le palpebre. La musica del ballo le ronzava ancora nelle orecchie, e faceva sforzi per mantenersi desta, con lo scopo di prolungare l’illusione di quella vita lussuosa, che avrebbe dovuto, fra poco, abbandonare.
Apparve l’alba: ella guardò le finestre del castello, lungamente, cercando d’indovinare quali fossero le camere di tutti coloro che aveva notato nella serata; avrebbe voluto conoscerne la vita, penetrarvi, confondervisi.
G. Flaubert, Madame Bovary

 

  • focalizzazione esterna: il narratore si limita ad osservare imparzialmente ed impassibilmente i fatti, i gesti, le azioni, i dialoghi dei personaggi.
La porta della tavola calda di Henry si aprì ed entrarono due uomini. Si sedettero al banco.
«Cosa prendete?» gli domandò George.
«Non so» disse uno dei due. «Cosa vuoi mangiare, Al?»
«Non so» disse Al «Non lo so cosa voglio mangiare.»
Fuori stava facendosi buio. Il lampione si accese davanti alla vetrina. I due uomini al banco leggevano il menù. Dal’ l’altro capo del banco Nick Adams li guardava. Stava par­lando con George quando erano entrati.
«Una braciola di maiale con salsa di mele e purè di patate» disse il primo.
«Non è ancora pronto.»
«Allora perché diavolo lo metti sulla carta?»
«Quello è per la cena» spiegò George. «Si può avere alle sei.»
George guardò l’orologio appeso al muro dietro il banco.
«Sono le cinque.»
«L’orologio fa le cinque e venti» disse il secondo.
«Va avanti di venti minuti.»
«Oh, all’inferno l’orologio» disse il primo. «Cos’hai da mangiare?»
«Posso darvi panini di ogni genere» disse George. «Potete prendere uova e prosciutto, uova e pancetta, fegato e pan­cetta, oppure una bistecca.»
«Dammi delle crocchette di pollo con piselli, besciamella e purè di patate.»
«È per la cena.»
«Tutto quello che vogliamo è per la cena, eh? È così che la metti?»
«Posso darvi uova e prosciutto, uova e pancetta, fegato…»
«Per me uova e prosciutto» disse l’uomo che si chiamava Al. Portava una bombetta e un soprabito nero abbottonato sul petto. La sua faccia era piccola e bianca e lui teneva le labbra serrate. Aveva una sciarpa di seta e i guanti.
«Dammi uova e pancetta» disse l’altro. Era alto più o meno come Al. Le facce erano diverse, ma i due uomini erano ve­stiti come due gemelli. Indossavano entrambi dei soprabiti troppo stretti per loro. Seduti, si sporgevano in avanti, con i gomiti sul banco.
Hemingway, I sicari

 

  • focalizzazione zero: il narratore esterno è onnisciente, mostra di sapere tutto della storia, di saperne più dei personaggi.
Ci volle tutta la superiorità del Griso a tenerli insieme, tanto che fosse ritirata e non fuga. Come il cane che scorta una mandra di porci, corre or qua or là a quei che si sbandano; ne addenta uno per un orecchio, e lo tira in ischiera; ne spinge un altro col muso; abbaia a un altro che esce di fila in quel momento; così il pellegrino acciuffa un di coloro, che già toccava la soglia, e lo strappa indietro; caccia indietro col bordone uno e un altro che s’avviavan da quella parte: grida agli altri che corron qua e là, senza saper dove; tanto che li raccozzò tutti nel mezzo del cortiletto. – Presto, presto! pistole in mano, coltelli in pronto, tutti insieme; e poi anderemo: così si va. Chi volete che ci tocchi, se stiam ben insieme, sciocconi? Ma, se ci lasciamo acchiappare a uno a uno, anche i villani ce ne daranno. Vergogna! Dietro a me, e uniti -. Dopo questa breve aringa, si mise alla fronte, e uscì il primo. La casa, come abbiam detto, era in fondo al villaggio; il Griso prese la strada che metteva fuori, e tutti gli andaron dietro in buon ordine.
Lasciamoli andare, e torniamo un passo indietro a prendere Agnese e Perpetua, che abbiam lasciate in una certa stradetta. Agnese aveva procurato d’allontanar l’altra dalla casa di don Abbondio, il più che fosse possibile; e, fino a un certo punto, la cosa era andata bene. Ma tutt’a un tratto, la serva s’era ricordata dell’uscio rimasto aperto, e aveva voluto tornare indietro. Non c’era che ridire: Agnese, per non farle nascere qualche sospetto, aveva dovuto voltar con lei, e andarle dietro, cercando di trattenerla, ogni volta che la vedesse riscaldata ben bene nel racconto di que’ tali matrimoni andati a monte. Mostrava di darle molta udienza, e, ogni tanto, per far vedere che stava attenta, o per ravviare il cicalìo, diceva: – sicuro: adesso capisco: va benissimo: è chiara: e poi? e lui? e voi? – Ma intanto, faceva un altro discorso con sé stessa. “Saranno usciti a quest’ora? o saranno ancor dentro? Che sciocchi che siamo stati tutt’e tre, a non concertar qualche segnale, per avvisarmi, quando la cosa fosse riuscita! È stata proprio grossa! Ma è fatta: ora non c’è altro che tener costei a bada, più che posso: alla peggio, sarà un po’ di tempo perduto”. Così, a corserelle e a fermatine, eran tornate poco distante dalla casa di don Abbondio, la quale però non vedevano, per ragione di quella cantonata: e Perpetua, trovandosi a un punto importante del racconto, s’era lasciata fermare senza far resistenza, anzi senza avvedersene; quando, tutt’a un tratto, si sentì venir rimbombando dall’alto, nel vano immoto dell’aria, per l’ampio silenzio della notte, quel primo sgangherato grido di don Abbondio: – aiuto! aiuto!                                                                      
Manzoni, I promessi sposi, Cap. VIII

 

Narratore interno

  • Focalizzazione interna: il narratore dice ciò che vede, pensa, sente e giudica il personaggio di cui adotta il punto di vista.
  • Nel racconto di Poe “Il cuore rivelatore”, il protagonista-narratore fin dall’inizio sente il bisogno di giustificarsi, di negare la propria pazzia e di sostenere la propria “lucidità”.
E’ vero! Sono e sono sempre stato nervoso, molto, spaventosamente nervoso; ma perché dite che sono pazzo? La malattia ha acuito i miei sensi, ma non li ha distrutti, non li ha soffocati. Particolarmente affinato era in me il senso dell’udito. Udivo tutte le cose del cielo e della terra. E udivo anche molte cose dell’inferno. Come può essere dunque che io sia pazzo? Ascoltatemi! E osservate con quanta lucidità, con quanta calma io posso narrarvi per filo e  per segno tutto ciò che accadde.
E. Allan Poe, Il cuore rivelatore 

 

  • Ne “La coscienza di Zeno” ci troviamo di fronte ad un narratore di cui il Dottor S. della “Prefazione” ci invita a diffidare “delle tante verità e bugie” che egli ci racconta. Zeno si sforza di rievocare il passato, risalendo addirittura all’infanzia, ma “il presente imperioso risorge ed offusca il passato”.
Prefazione
Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s’intende, sa dove piazzare l’antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlerò perché qui entro se ne parla già a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arriccerranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perché mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul piú bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!… DOTTOR S.
Preambolo
Vedere la mia infanzia? Piú di dieci lustri me ne separano e i miei occhi presbiti forse potrebbero arrivarci se la luce che ancora ne riverbera non fosse tagliata da ostacoli d’ogni genere, vere alte montagne: i miei anni e qualche mia ora. […]
Dopo pranzato, sdraiato comodamente su una poltrona Club, ho la matita e un pezzo di carta in mano. La mia fronte è spianata perché dalla mia mente eliminai ogni sforzo. Il mio pensiero mi appare isolato da me. Io lo vedo. S’alza, s’abbassa… ma è la sua sola attività. Per ricordargli ch’esso è il pensiero e che sarebbe suo compito di manifestarsi, afferro la matita. Ecco che la mia fronte si corruga perché ogni parola è composta di tante lettere e il presente imperioso risorge ed offusca il passato.
Ieri avevo tentato il massimo abbandono. L’esperimento finí nel sonno piú profondo e non ne ebbi altro risultato che un grande ristoro e la curiosa sensazione di aver visto durante quel sonno qualche cosa d’importante. Ma era dimenticata, perduta per sempre.
Svevo, La coscienza di Zeno

 

  • Solo alla fine del romanzo “Follia” comprendiamo che il vero pazzo è il narratore, lo psichiatra che è riuscito a manipolare il destino dei protagonisti, di cui a lungo ci racconta la storia, quasi si trattasse di un tipico “caso” di “osses­sione sessuale”.
L’incipit:
Le storie d’amore catastrofiche contraddistinte da osses­sione sessuale sono un mio interesse professionale ormai da molti anni. Si tratta di relazioni la cui durata e la cui intensità differiscono sensibilmente, ma che tendono ad attraversare fasi molto simili: riconoscimento, identificazione, organizza­zione, struttura, complicazione, e così via. La storia di Stella Raphael è una delle più tristi che io conosca.
La conclusione:
A pensarci bene Edgar verrà a sapere comunque della sua morte, ammesso che non lo sappia già. Questo è un istituto molto grande, e la gente parla. Soffrirà molto, e noi dovremo fare molta attenzione. Come me, come tutti noi era stato fol­gorato dalla sua bellezza, ma lui era andato più a fondo di noi, l’aveva idealizzata e poi aveva dovuto lottare contro il caos delle sue stesse passioni quando si era ritrovato nell’im­possibilità di nutrire l’immagine che aveva creato. […] Non riesco a non sentirmi vicino a quelle due povere anime sconvolte, intrappolate qui nelle ultime settimane della loro vita, ciascuna a contorcersi nel suo inferno privato, ciascuna a spasimare per l’altra. So come funzionano le storie d’amore distruttive, e alla fine si arriva sempre a questo, o a qualcosa di molto simile.
Ho ripreso l’abitudine di tornare in ufficio verso sera. La polizia è stata molto comprensiva, e ora tutti i ritratti di Stel­la fatti nel sottotetto, e anche gli schizzi dell’orto, sono in mano mia. Hanno un tratto curiosamente incerto, e all’oc­chio risulta qualcosa che ricorda quella che gli italiani chia­mano «morbidezza». Ho anche la testa. L’ho fatta cuocere e colare in bronzo nero, e la tengo nel cassetto della scrivania. Edgar ci ha lavorato così ossessivamente, negli ultimi giorni in Horsey Street, e sempre a togliere, che adesso è affusolata e minuscola. È bellissima: sottile, minuscola, angosciata… ma è lei. La tiro fuori spesso, durante il giorno, e resto a contem­plarla. E così, vedete, dopotutto ho ancora la mia Stella qui con me.
E naturalmente ho lui.
P. Mc Grath, Follia

 

  • In questo racconto di Richard Matheson il punto di vista è davvero … particolare...
X – Questa è un’altra volta. Il papà mi ha legato stretto con la catena. Ho male perché lui mi ha picchiato. Questa volta ho strappato via il bastone dalla sua mano e ho fatto il rumore. Lui è andato via con la faccia tutta bianca. Si è messo a correre via dal posto dove dormo e ha chiuso la porta. Io non sono tanto contento. Tutto il giorno è freddo qui dentro. La catena viene via piano dal muro. E ho una rabbia brutta con la mamma e con il papà. Gli faccio vedere. Voglio fare di nuovo quella cosa che ho fatto una volta. Voglio gridare e ridere forte. Voglio correre su per i muri. Alla fine mi attacco al soffitto con tutte le mie gambe e pendo giù con la testa e rido e gli  faccio colare il mio liquido verde sopra la testa così gli rincresce che sono stati cattivi con me. E poi se vogliono picchiarmi di nuovo gli faccio male. Tanto male, ecco.
Matheson, Nato d’uomo e di donna

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