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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Primi documenti scritti in volgare italiano

I volgari

In Italia, nonostante le invasioni barbariche, il latino durò più a lungo che altrove, ma col tempo si frantumò in tante parlate diverse. Nacquero così i vari dialetti, che presero il nome di volgari, comunemente parlati dal popolo, mentre il latino scritto era ormai conosciuto solo da pochi studiosi.

La nascita del volgare non va vista come una rottura rispetto al latino classico, ma come un processo di evoluzione del latino popolare, che si trasforma in una lingua nuova attraverso mutazioni lente e spesso impercettibili.

Il volgare italiano

Il volgare italiano era già di uso corrente fra il X e l’XI secolo in documenti di carattere giuridico, ecclesiastico e mercantile. In questi ambiti contratti, testamenti, formule legali, transazioni commerciali, professioni di fede, ecc.) era necessario che il contenuto del testo fosse compreso anche dagli illetterati che avevano ormai perduto ogni familiarità con il latino.

I primi documenti in volgare italiano

In primo luogo, bisogna intendersi su che cosa definiamo con l’espressione “volgare italiano”. Se essa indica la presenza organica e consapevole di una lingua letteraria in grado di produrre testi maturi, allora non c’è dubbio che si debba attendere il XIII secolo, con Francesco d’Assisi e la scuola poetica siciliana. Se invece ci si riferisce a una lingua d’uso, a una parlata comune che abbia ormai esplicitamente superato i confini della tradizione latina, bisognerà arretrare notevolmente i termini cronologici. Infatti, tra il III e il IV secolo d.C. i documenti disponibili ci mostrano una crisi e un processo di disgregazione del latino classico che fanno intravedere l’emergere delle lingue neolatine.

L’indovinello veronese

Fin dal IX secolo abbiamo esempi di documenti scritti in una lingua che non è più latina, ma che ancora in qualche modo ricorda la forma del latino. Il più antico documento in tal senso è il cosiddetto indovinello veronese, del IX secolo:

Se pareba boves,

alba pratalia araba,

et albo versorio teneba;

et negro semen seminaba.

Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus.

L’indovinello allude all’attività dello scrivere: “Spingeva avanti i buoi(le dita), arava bianchi prati (i fogli), conduceva un aratro bianco (la penna d’oca) e seminava un seme nero (l’inchiostro). Rendiamo grazie a te, Dio onnipotente eterno.

Un volgare “inconsapevole” e di uso pratico o di svago

Questi versi, comunemente conosciuti come Indovinello veronese, sono un elemento importante per ricostruire i primi passi della nascita del volgare italiano. Esso rappresenta il momento di transizione di una lingua che non è più rigidamente rispettosa dei dettami del latino, ma non è ancora compiutamente e “consapevolmente” volgare. La datazione del documento, tra la fine dell’VIII e l’inizio del IX secolo, aiuta a comprendere il senso del divertissement verones. Siamo in un periodo nel quale l’uso del latino è ancora riservato alla trattazione di argomenti alti e nobili. Perciò è ammissibile l’uso di un latino largamente contaminato dal volgare solo per testi inerenti all’uso pratico o per scritti destinati allo svago e al disimpegno. L’elemento dell’uso pratico dei primi documenti recanti tracce di volgare ritorna anche negli altri reperti rinvenuti.

Se dunque occorrerà attendere ancora per la piena affermazione del volgare, lo studio della “struttura” linguistica dell’Indovinello si rivela tappa essenziale per la ricostruzione delle fasi di questa progressiva affermazione. La volgarizzazione apportata ai termini latini fa cadere la desinenza t dai verbi (pareba / araba teneba / seminaba), trasforma in albo versorio il corretto album versorium, secondo un processo che attraverso la spontanea eliminazione della consonante finale in fase di lettura chiude la -u finale in -o, e sostituisce la breve i di nigrum con la e. Restano termini latini come la desinenza dell’accusativo maschile plurale in “boves” e il neutro singolare “semen”. La formula di chiusura (Gratias tibi…), invece, è scritta interamente in latino.

Il Placito di Capua

Il primo documento in volgare italiano è invece il Placito di Capua del 960. Si tratta di una sentenza giudiziaria relativa a una contesa sorta per il possesso di alcune terre fra il monastero di Montecassino e un privato.

960: I placiti cassinesi

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene

Trenta anni le possette

Parte sancti Benedicti

Intorno al 960, nel corso di una causa civile per stabilire la proprietà di alcune terre tra l’abbazia di Montecassino e un signorotto locale, il tribunale cerca dei testimoni pro o contro le parti. A tale proposito, dei contadini dichiarano sotto giuramento che da trenta anni il monastero benedettino di Montecassino possiede le terre oggetto della contesa. Ovviamente i contadini giurano su una formula comprensibile e nella lingua da loro parlata.

Uso letterario del volgare

Al XII secolo risalgono i primi esempi di volgare definibile in senso lato “letterario”, svincolato da precise finalità pratiche e rispettoso invece di obblighi ritmici, metrici e fonetici. Si tratta di testi giullareschi, composti cioè da cantastorie e poeti di corte o di piazza in un linguaggio fortemente impregnato di forme dialettali, latinismi, francesismi, e quindi ancora lontano da una fisionomia coerente e unitaria.

I primi testi letterari italiani provengono quasi tutti dal mondo giullaresco: il Ritmo Laurenziano, il Ritmo Cassinese, il Ritmo di Sant’Alessio sono collocati tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo in un ambito sociale vicino al mondo ecclesiastico. Tuttavia i giullari (ioculatores in latino, jongleurs in francese) subiscono l’opposizione del clericus a causa della loro instabilità sociale e mobilità in seno al sistema politico cortese. I titoli negativi con cui essi vengono etichettati (histriones, scurrae) mettono in risalto la componente di dissacrazione che è implicita alla loro funzione. Il giullare, infatti, adopera un linguaggio licenzioso e osceno, è piuttosto un esecutore che un produttore e si affida prevalentemente alla trasmissione orale e all’improvvisazione.

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