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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli, Se sia meglio esser temuti o amati.

Capitolo 17
La crudeltà e la clemenza. Se sia meglio esser temuti piuttosto che amati o amati piuttosto che temuti.

Continuando a esaminare le altre qualità elencate, dico che ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente e non crudele.

Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportò l’ordine in Romagna, la unificò, la pacificò e la rese fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini che, per evitare di essere considerati crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia. Un principe pertanto, pur di tenere i suoi sudditi uniti e fedeli, non deve preoccuparsi di essere considerato crudele. Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, sarà più umano di coloro che, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo. Fra tutte le specie di principi, il principe nuovo non può evitare di essere considerato crudele, perché tutti gli Stati nuovi sono pieni di pericoli. Per questa ragione Virgilio fa dire a Didone, nel primo canto dell’Eneide:

La dura necessità e la giovinezza del mio regno mi costringano a prendere tali misure e a difendere tutt’intorno i confini.

Cionondimeno anche il principe nuovo deve riflettere prima di credere e di agire, non deve farsi prendere dal panico, e deve comportarsi con prudenza e umanità di modo che non sia reso incauto dall’eccessiva fiducia, né intollerabile dall’eccessiva sfiducia.

Da ciò nasce un problema: se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati. La risposta è che si dovrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché questo è difficile è molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati. Degli uomini in generale, infatti, si può dire questo: che sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni. Finché fai i loro interessi e non hai bisogno di loro stanno tutti dalla parte tua; ti offrono il sangue, i beni, la vita e i figlioli. Non appena cominci ad aver bisogno di loro, ti si rivoltano contro. E quel principe che si è interamente fidato delle loro parole, se è privo di altre difese perde il potere, poiché le amicizie basate sul pagamento di un prezzo e non sulla grandezza e nobiltà d’animo, è come se fossero prese a prestito, non diventano veramente tue e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è, infatti, sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai.

Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e nello stesso tempo non odiati. Anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne. Se gli è necessario colpire qualche famiglia, lo faccia, ma soltanto se egli dispone di una giustificazione adeguata e di una causa evidente. Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. D’altra parte le occasioni per depredare qualcuno non mancano mai. Chi comincia a vivere di rapine trova sempre occasioni per impadronirsi dei beni altrui, mentre le occasioni per colpire le famiglie sono più rare e più brevi.

Quando però il principe opera col suo esercito alla testa di molte truppe, non deve preoccuparsi di essere reputato crudele. Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere. Una delle tante straordinarie imprese di Annibale fu di condurre un enorme esercito, composto di molte genti diverse, a combattere in terre straniere, senza che sorgesse mai alcun contrasto né all’interno dell’esercito né fra l’esercito e il principe, così nella cattiva come nella buona sorte. Questo non poté dipendere da altro che dalla disumana crudeltà dello stesso Annibale, che, unita alle altre sue infinite capacità, fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso.

[…]

Per arrivare a una conclusione circa l’argomento dell’essere temuti e amati ricorderò che gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe. Un principe saggio, dunque, deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come già ho detto.

Analisi del testo

Sarebbe bello, per un principe, apparire clemente e tollerante anziché crudele. Talvolta però la durezza si rende necessaria per evitare guai peggiori. Meglio essere giudicati crudeli, infliggendo punizioni esemplari piuttosto che benevoli lasciando che regni il caos e che scoppino disordini sociali. Soprattutto quando un principe crea un nuovo Stato una certa dose di crudeltà o quanto meno di durezza si rendono necessarie per rendere solida la sua autorità. Certamente il principe non deve mancare di equilibrio in questo e non deve lasciarsi prendere la mano. Dovendo scegliere, tuttavia, tra l’essere temuto o amato, è preferibile che il principe si faccia temere. Infatti gli uomini sono generalmente malvagi ed egoisti, promettono eterna fedeltà al principe quando questi fa il loro interesse ma sono pronti ad abbandonarlo e a tradirlo quando abbia bisogno del loro aiuto. Gli uomini non si fanno eccessivo scrupolo di colpire un principe che si faccia amare, perché l’amore dipende da loro e dal loro interesse personale, mentre più raramente osano tradire un principe che si faccia temere, perché hanno paura di essere puniti. Questo non significa che il principe debba essere odiato: è possibile essere temuti ma non odiati, se si rispettano i beni dei sudditi. Quando si renda con tutta evidenza necessaria una punizione esemplare il principe non deve esitare, evitando però il più possibile di colpire i sudditi nelle loro proprietà, perché gli uomini dimenticano prima la morte del padre che la perdita dei propri beni. Se invece il principe si trova in guerra, a capo del proprio esercito, non deve farsi scrupolo di essere crudele, di razziare e depredare i paesi occupati. Questa crudeltà è necessaria, infatti, per motivare il proprio esercito e per indurlo a combattere. In conclusione: il principe non deve farsi odiare ma deve tuttavia usare la giusta dose di durezza, perché è meglio essere temuti dai sudditi che amati.

L’esperienza politica concreta secondo Machiavelli insegna che un principe che voglia essere sempre buono in mezzo a tanti «che non sono buoni» perde inevitabilmente lo Stato. Di conseguenza «è necessario […] imparare a poter essere non buono» e a usare, o non usare, tale abilità «secondo la necessità». Per non voler essere giudicati crudeli – osserva Machiavelli – i fiorentini lasciarono che le fazioni distruggessero Pistoia. Al contrario Cesare Borgia fu giudicato crudele, ma con la sua crudeltà diede ordine alla Romagna e la pacificò. Un principe, e in particolare un principe nuovo, non deve preoccuparsi di essere definito crudele, se questo è necessario per farsi rispettare dai sudditi.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Il principe deve essere, quando è possibile, clemente e non crudele. Tuttavia in alcuni casi, secondo Machiavelli, la crudeltà è necessaria. Quali?
  2. Alla questione se sia meglio per il principe essere amato o temuto Machiavelli, ritenendo che l’una e l’altra cosa insieme, benché desiderabili, non siano possibili, sostiene che è meglio essere temuto. Perché?
  3. Che cosa, tuttavia, il principe deve evitare di fare?
  4. In quale caso non può evitare di essere reputato crudele?
Testo originale
Capitolo 17
De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra.
[Della crudeltà e pietà e s’elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato]

Scendendo appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e’ sudditi sua uniti et in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e’ quali, per troppa pietà, lasciono seguire e’ disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e’ principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:

Res dura, et regni novitas me talia cogunt

Moliri, et late fines custode tueri.

Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi, né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo temperato con prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.

Nasce da questo una disputa: s’elli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua. Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano. E quel principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perché le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobiltà di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a’ tempi non si possano spendere. E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perché l’amore è tenuto da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai.

Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d’altri; perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del tòrre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel d’altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono più presto.

Ma, quando el principe è con li eserciti et ha in governo multitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome di crudele; perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto ad alcuna fazione. Intra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione, né infra loro né contro al principe, cosí nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non poté nascere da altro che da quella sua inumana crudeltà, la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece sempre nel cospetto de’ suoi soldati venerando e terribile; e sanza quella, a fare quello effetto le altre sua virtù non li bastavano. E li scrittori poco considerati, dall’una parte ammirano questa sua azione, dall’altra dannono la principale cagione di essa.

[…]

Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello che è d’altri: debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo odio, come è detto.

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