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Machiavelli, Se sia meglio esser temuti o amati.

Machiavelli, Se sia meglio esser temuti o amati.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli, Se sia meglio esser temuti o amati.

Capitolo 17
La crudeltà e la clemenza. Se sia meglio esser temuti piuttosto che amati o amati piuttosto che temuti.

Continuando a esaminare le altre qualità elencate, dico che ogni principe deve desiderare di essere giudicato clemente e non crudele.

Tuttavia deve badare a non far cattivo uso della clemenza. Cesare Borgia era ritenuto crudele; cionondimeno la sua crudeltà riportò l’ordine in Romagna, la unificò, la pacificò e la rese fedele. Si vedrà che alla fine il Borgia fu più umano dei Fiorentini che, per evitare di essere considerati crudeli, lasciarono che le fazioni provocassero la rovina di Pistoia. Un principe pertanto, pur di tenere i suoi sudditi uniti e fedeli, non deve preoccuparsi di essere considerato crudele. Infliggendo un piccolo numero di punizioni esemplari, sarà più umano di coloro che, per eccessiva umanità, lasciano scoppiare disordini da cui derivano uccisioni o rapine. Queste, di solito, colpiscono l’insieme dei cittadini, mentre le condanne del principe colpiscono il singolo individuo. Fra tutte le specie di principi, il principe nuovo non può evitare di essere considerato crudele, perché tutti gli Stati nuovi sono pieni di pericoli. Per questa ragione Virgilio fa dire a Didone, nel primo canto dell’Eneide:

La dura necessità e la giovinezza del mio regno mi costringano a prendere tali misure e a difendere tutt’intorno i confini.

Cionondimeno anche il principe nuovo deve riflettere prima di credere e di agire, non deve farsi prendere dal panico, e deve comportarsi con prudenza e umanità di modo che non sia reso incauto dall’eccessiva fiducia, né intollerabile dall’eccessiva sfiducia.

Da ciò nasce un problema: se sia meglio essere amati piuttosto che temuti, o se sia meglio esser temuti piuttosto che amati. La risposta è che si dovrebbe essere l’una e l’altra cosa, ma poiché questo è difficile è molto più sicuro, dovendo scegliere, esser temuti piuttosto che amati. Degli uomini in generale, infatti, si può dire questo: che sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni. Finché fai i loro interessi e non hai bisogno di loro stanno tutti dalla parte tua; ti offrono il sangue, i beni, la vita e i figlioli. Non appena cominci ad aver bisogno di loro, ti si rivoltano contro. E quel principe che si è interamente fidato delle loro parole, se è privo di altre difese perde il potere, poiché le amicizie basate sul pagamento di un prezzo e non sulla grandezza e nobiltà d’animo, è come se fossero prese a prestito, non diventano veramente tue e, al momento del bisogno, non le puoi spendere. Gli uomini hanno meno timore di colpire uno che si faccia amare, piuttosto che uno che si faccia temere. L’amore è, infatti, sorretto da un vincolo di riconoscenza che gli uomini, essendo malvagi, possono spezzare ogniqualvolta faccia loro comodo. Il timore, invece, è sorretto dalla paura di essere punito, che non ti abbandona mai.

Il principe deve farsi temere in modo tale che, pur senza farsi amare, gli riesca tuttavia di non farsi odiare. Si può essere temuti e nello stesso tempo non odiati. Anzi il principe riuscirà sempre a raggiungere questo risultato se rispetterà i beni dei suoi cittadini e dei suoi sudditi, nonché le loro donne. Se gli è necessario colpire qualche famiglia, lo faccia, ma soltanto se egli dispone di una giustificazione adeguata e di una causa evidente. Si astenga soprattutto dal prendere la roba degli altri, perché gli uomini dimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. D’altra parte le occasioni per depredare qualcuno non mancano mai. Chi comincia a vivere di rapine trova sempre occasioni per impadronirsi dei beni altrui, mentre le occasioni per colpire le famiglie sono più rare e più brevi.

Quando però il principe opera col suo esercito alla testa di molte truppe, non deve preoccuparsi di essere reputato crudele. Senza questa reputazione non gli sarebbe possibile tener uniti gli eserciti e indurli a combattere. Una delle tante straordinarie imprese di Annibale fu di condurre un enorme esercito, composto di molte genti diverse, a combattere in terre straniere, senza che sorgesse mai alcun contrasto né all’interno dell’esercito né fra l’esercito e il principe, così nella cattiva come nella buona sorte. Questo non poté dipendere da altro che dalla disumana crudeltà dello stesso Annibale, che, unita alle altre sue infinite capacità, fece sì che i soldati lo considerassero sempre venerabile e terribile. Senza la crudeltà, le altre sue capacità politiche non sarebbero bastate a ottenere questo risultato. Gli storici, alquanto sconsideratamente, ammirano il risultato e nello stesso tempo condannano la prima causa di esso.

[…]

Per arrivare a una conclusione circa l’argomento dell’essere temuti e amati ricorderò che gli uomini, mentre amano secondo la volontà loro, temono secondo la volontà del principe. Un principe saggio, dunque, deve fondarsi su quel che dipende dalla volontà sua, non dalla volontà altrui. Deve soltanto cercare di non farsi odiare, come già ho detto.

Analisi del testo

Sarebbe bello, per un principe, apparire clemente e tollerante anziché crudele. Talvolta però la durezza si rende necessaria per evitare guai peggiori. Meglio essere giudicati crudeli, infliggendo punizioni esemplari piuttosto che benevoli lasciando che regni il caos e che scoppino disordini sociali. Soprattutto quando un principe crea un nuovo Stato una certa dose di crudeltà o quanto meno di durezza si rendono necessarie per rendere solida la sua autorità. Certamente il principe non deve mancare di equilibrio in questo e non deve lasciarsi prendere la mano. Dovendo scegliere, tuttavia, tra l’essere temuto o amato, è preferibile che il principe si faccia temere. Infatti gli uomini sono generalmente malvagi ed egoisti, promettono eterna fedeltà al principe quando questi fa il loro interesse ma sono pronti ad abbandonarlo e a tradirlo quando abbia bisogno del loro aiuto. Gli uomini non si fanno eccessivo scrupolo di colpire un principe che si faccia amare, perché l’amore dipende da loro e dal loro interesse personale, mentre più raramente osano tradire un principe che si faccia temere, perché hanno paura di essere puniti. Questo non significa che il principe debba essere odiato: è possibile essere temuti ma non odiati, se si rispettano i beni dei sudditi. Quando si renda con tutta evidenza necessaria una punizione esemplare il principe non deve esitare, evitando però il più possibile di colpire i sudditi nelle loro proprietà, perché gli uomini dimenticano prima la morte del padre che la perdita dei propri beni. Se invece il principe si trova in guerra, a capo del proprio esercito, non deve farsi scrupolo di essere crudele, di razziare e depredare i paesi occupati. Questa crudeltà è necessaria, infatti, per motivare il proprio esercito e per indurlo a combattere. In conclusione: il principe non deve farsi odiare ma deve tuttavia usare la giusta dose di durezza, perché è meglio essere temuti dai sudditi che amati.

L’esperienza politica concreta secondo Machiavelli insegna che un principe che voglia essere sempre buono in mezzo a tanti «che non sono buoni» perde inevitabilmente lo Stato. Di conseguenza «è necessario […] imparare a poter essere non buono» e a usare, o non usare, tale abilità «secondo la necessità». Per non voler essere giudicati crudeli – osserva Machiavelli – i fiorentini lasciarono che le fazioni distruggessero Pistoia. Al contrario Cesare Borgia fu giudicato crudele, ma con la sua crudeltà diede ordine alla Romagna e la pacificò. Un principe, e in particolare un principe nuovo, non deve preoccuparsi di essere definito crudele, se questo è necessario per farsi rispettare dai sudditi.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Il principe deve essere, quando è possibile, clemente e non crudele. Tuttavia in alcuni casi, secondo Machiavelli, la crudeltà è necessaria. Quali?
  2. Alla questione se sia meglio per il principe essere amato o temuto Machiavelli, ritenendo che l’una e l’altra cosa insieme, benché desiderabili, non siano possibili, sostiene che è meglio essere temuto. Perché?
  3. Che cosa, tuttavia, il principe deve evitare di fare?
  4. In quale caso non può evitare di essere reputato crudele?
Testo originale
Capitolo 17
De crudelitate et pietate; et an sit melius amari quam timeri, vel e contra.
[Della crudeltà e pietà e s’elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato]

Scendendo appresso alle altre preallegate qualità, dico che ciascuno principe debbe desiderare di essere tenuto pietoso e non crudele: non di manco debbe avvertire di non usare male questa pietà. Era tenuto Cesare Borgia crudele; non di manco quella sua crudeltà aveva racconcia la Romagna, unitola, ridottola in pace et in fede. Il che se si considerrà bene, si vedrà quello essere stato molto più pietoso che il populo fiorentino, il quale, per fuggire el nome del crudele, lasciò destruggere Pistoia. Debbe, per tanto, uno principe non si curare della infamia di crudele, per tenere e’ sudditi sua uniti et in fede; perché, con pochissimi esempli sarà più pietoso che quelli e’ quali, per troppa pietà, lasciono seguire e’ disordini, di che ne nasca occisioni o rapine: perché queste sogliono offendere una universalità intera, e quelle esecuzioni che vengono dal principe offendono uno particulare. Et intra tutti e’ principi, al principe nuovo è impossibile fuggire el nome di crudele, per essere li stati nuovi pieni di pericoli. E Virgilio, nella bocca di Didone, dice:

Res dura, et regni novitas me talia cogunt

Moliri, et late fines custode tueri.

Non di manco debbe essere grave al credere et al muoversi, né si fare paura da sé stesso, e procedere in modo temperato con prudenza et umanità, che la troppa confidenzia non lo facci incauto e la troppa diffidenzia non lo renda intollerabile.

Nasce da questo una disputa: s’elli è meglio essere amato che temuto, o e converso. Rispondesi che si vorrebbe essere l’uno e l’altro; ma perché elli è difficile accozzarli insieme, è molto più sicuro essere temuto che amato, quando si abbia a mancare dell’uno de’ dua. Perché delli uomini si può dire questo generalmente: che sieno ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de’ pericoli, cupidi di guadagno; e mentre fai loro bene, sono tutti tua, ófferonti el sangue, la roba, la vita e’ figliuoli, come di sopra dissi, quando il bisogno è discosto; ma, quando ti si appressa, e’ si rivoltano. E quel principe che si è tutto fondato in sulle parole loro, trovandosi nudo di altre preparazioni, rovina; perché le amicizie che si acquistano col prezzo, e non con grandezza e nobiltà di animo, si meritano, ma elle non si hanno, et a’ tempi non si possano spendere. E li uomini hanno meno respetto a offendere uno che si facci amare, che uno che si facci temere; perché l’amore è tenuto da uno vinculo di obbligo, il quale, per essere li uomini tristi, da ogni occasione di propria utilità è rotto; ma il timore è tenuto da una paura di pena che non abbandona mai.

Debbe non di manco el principe farsi temere in modo, che, se non acquista lo amore, che fugga l’odio; perché può molto bene stare insieme esser temuto e non odiato; il che farà sempre, quando si astenga dalla roba de’ sua cittadini e de’ sua sudditi, e dalle donne loro: e quando pure li bisognasse procedere contro al sangue di alcuno, farlo quando vi sia iustificazione conveniente e causa manifesta; ma, sopra tutto, astenersi dalla roba d’altri; perché li uomini sdimenticano più presto la morte del padre che la perdita del patrimonio. Di poi, le cagioni del tòrre la roba non mancono mai; e, sempre, colui che comincia a vivere con rapina, truova cagione di occupare quel d’altri; e, per avverso, contro al sangue sono più rare e mancono più presto.

Ma, quando el principe è con li eserciti et ha in governo multitudine di soldati, allora al tutto è necessario non si curare del nome di crudele; perché sanza questo nome non si tenne mai esercito unito né disposto ad alcuna fazione. Intra le mirabili azioni di Annibale si connumera questa, che, avendo uno esercito grossissimo, misto di infinite generazioni di uomini, condotto a militare in terre aliene, non vi surgessi mai alcuna dissensione, né infra loro né contro al principe, cosí nella cattiva come nella sua buona fortuna. Il che non poté nascere da altro che da quella sua inumana crudeltà, la quale, insieme con infinite sua virtù, lo fece sempre nel cospetto de’ suoi soldati venerando e terribile; e sanza quella, a fare quello effetto le altre sua virtù non li bastavano. E li scrittori poco considerati, dall’una parte ammirano questa sua azione, dall’altra dannono la principale cagione di essa.

[…]

Concludo adunque, tornando allo essere temuto et amato, che, amando li uomini a posta loro, e temendo a posta del principe, debbe uno principe savio fondarsi in su quello che è suo, non in su quello che è d’altri: debbe solamente ingegnarsi di fuggire lo odio, come è detto.

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Machiavelli – Il potere della fortuna

Machiavelli – Il potere della fortuna

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli – Il potere della fortuna

Cap. 25 – Il potere della fortuna nelle cose umane e il modo per resistere a essa

Molti sono convinti che le cose del mondo siano a tal punto determinate dalla fortuna e da Dio che gli uomini, per quanto siano saggi, non possano in alcun modo cambiarle. Questo può indurre a credere che non ci si debba affaticare molto, lasciandosi governare dalla sorte. Questa convinzione è oggi molto diffusa, a causa dei grandi sconvolgimenti avvenuti in questi anni, che nessuno avrebbe potuto prevedere. Anch’io sono stato talvolta propenso a credere che tale opinione fosse vera. Tuttavia, non volendo completamente cancellare il nostro libero arbitrio,

credo che si possa attribuire alla fortuna la metà delle nostre azioni, mentre l’altra metà circa dipende da noi.
Paragono fortuna a un fiume impetuoso che,

quando s’infuria, allaga le pianure, travolge gli alberi e gli edifici, trascina masse di terra da una parte all’altra. Ciascuno fugge davanti a esso senza poter in alcun modo opporsi al suo impeto. Tutto questo non impedisce tuttavia agli uomini, nei periodi calmi, di predisporre ripari e argini in modo che, quando i fiumi ingrossano, possano essere incanalati e il loro impeto possa non risultare così incontrollato e dannoso.

Qualcosa di simile accade con la fortuna, che

dimostra tutta la sua potenza dove non ci si è preparati a resisterle e che rivolge il suo impeto dove sa che non sono stati apprestati gli argini e i ripari in grado di contenerla.

Se consideriamo l’Italia, che è al centro dei grandi sconvolgimenti dei nostri tempi, possiamo paragonarla a una campagna senza argini e senza ripari. Se essa fosse stata difesa da un’adeguata forza militare, come la Germania, la Spagna e la Francia, l’inondazione non avrebbe prodotto tanti e tanto grandi sconvolgimenti o addirittura non sarebbe arrivata. Non aggiungo altro, in termini generali, sul modo di opporsi alla fortuna.

Passando ai dettagli, possiamo vedere un principe oggi aver successo e domani andare in rovina, senza che la sua natura e le sue qualità siano cambiate. Credo che questo dipenda in primo luogo dalle ragioni che ho estesamente esposto in precedenza, cioè che un principe che si affidi unicamente alla fortuna va in rovina quando questa cambia. Ritengo inoltre che abbia successo chi riesce ad adattare metodi e mezzi al mutare dei tempi, e che invece sia destinato all’insuccesso chi ai tempi non sa adattarsi.

Si può constatare che gli uomini, per raggiungere i propri scopi, come esser celebri e ricchi, seguono strade diverse.

Alcuni con cautela, altri con impeto, alcuni con violenza, altri con astuzia, alcuni con pazienza, altri con il suo contrario. Ciascuno di questi modi diversi può far raggiungere il proprio scopo. Eppure possiamo vedere anche due persone prudenti, una delle quali raggiunge il suo scopo e l’altra no. Analogamente si vedono persone che operano in modi completamente diversi, una cauta e l’altra impetuosa, che hanno entrambe successo. Questo dipende senz’altro dal fatto che le circostanze in cui operano siano favorevoli al loro agire. Per questa ragione due persone, operando diversamente, possono raggiungere lo stesso obiettivo, mentre di due persone che si comportano in modo simile, una può raggiungere il proprio fine e l’altra no.

Da questo dipende la variabile del successo:

se uno agisce con cautela e pazienza nei tempi che richiedono queste qualità, allora ha successo; ma se i tempi e le circostanze cambiano allora va in rovina, perché non ha cambiato il suo modo di procedere. Non è possibile trovare un uomo così saggio da adattarsi ai cambiamenti; infatti l’uomo non si allontana dalle sue inclinazioni naturali, inoltre, se ha avuto successo seguendo una certa via, non si convince ad abbandonarla. Perciò, un uomo cauto non è capace di agire con impeto quando è il momento, e va in rovina. Se riuscisse ad adattarsi ai tempi e alle circostanze la sua fortuna non cambierebbe.

[Esempio di Papa Giulio II: l’impetuoso pontefice operò con energia e forza, raggiungendo i suoi obiettivi, ma solo perché le circostanze storiche erano favorevoli a questo suo comportamento; se le condizioni fossero cambiate sarebbe stato sconfitto]

In conclusione dunque, poiché la fortuna muta, gli uomini che si ostinano a usare gli stessi metodi, hanno successo finché tempi sono in sintonia con essi, mentre vanno verso l’insuccesso in caso contrario. Tuttavia credo che sia meglio essere impetuosi che cauti, perché la fortuna è come una donna che è necessario, se la si vuole sottomettere, percuoterla e contrastarla. Essa si lascia dominare dagli impetuosi, piuttosto che da coloro che si comportano con freddezza. Ecco perché, come donna, essa è amica dei giovani, che sono meno cauti, più impavidi e più audaci nel comandarla.

Analisi del testo.

Il brano si può suddividere in quattro parti:

  • l’enunciazione della tesi secondo cui la fortuna condiziona per metà le vicende umane, mentre l’altra metà è decisa dall’agire dell’uomo;
  • l’idea, che il principe per conservare il potere dovrebbe essere capace di adattare la propria condotta al mutare delle circostanze e dei tempi;
  • l’esempio specifico di Giulio II;
  • la conclusione secondo cui l’uomo impetuoso ha maggiori possibilità di dominare la fortuna che come una donna, preferisce gli audaci.
Un fiume in piena

Per contrastare la fortuna, paragonata all’inizio del brano a un fiume in piena, capace di allagare e travolgere, è possibile nei periodi tranquilli costruire argini che contengano i danni. In altri termini il principe può predisporre misure capaci di contenere la fortuna avversa. Il destino avverso, infatti, produce devastazioni soprattutto dove nulla si è fatto per prepararsi al peggio, così come il fiume danneggia soprattutto i territori dove non si sono costruiti argini per incanalare la piena delle acque.

Le ragioni del successo o dell’insuccesso

Se si analizzano gli effetti della condotta degli uomini, si può constatare che comportamenti analoghi non è detto che abbiano entrambi successo e, viceversa, che comportamenti difformi possono entrambi conseguire, per vie diverse lo stesso risultato. Machiavelli spiega questa apparente contraddizione sostenendo che l’esito positivo o negativo dipende dalla corrispondenza tra il comportamento adottato e le condizioni in cui esso si è collocato. Vi sono periodi in cui è opportuna una condotta cauta e periodi in cui occorre un comportamento deciso e impetuoso. Entrambi possono essere in sé validi, ma divengono efficaci solo se sono adatti alle circostanze. In caso contrario il principe è destinato a fallire. Papa Giulio II ha certo avuto successo con la sua politica energica, ma se le circostanze storiche fossero mutate sarebbe anch’egli stato sconfitto.

Meglio essere impetuosi che cauti

Il meglio sarebbe che il principe avesse la capacità di adattare la propria politica alle specifiche condizioni in cui opera, ma questo è molto difficile, perché non si può cambiare facilmente la natura di un individuo e di conseguenza la sua condotta, tanto più se questa gli ha dato fino allora buoni risultati. Allora, dovendo scegliere, è preferibile essere decisi e impetuosi piuttosto che cauti, perché la fortuna è come una donna che è necessario percuotere per sottometterla e che preferisce i giovani che sono più audaci e valorosi.

Esercizi di analisi del testo

  1. Qual è il peso che Machiavelli attribuisce alla “fortuna” negli eventi umani?
  2. A cosa la paragona? Che cosa può essere utile a limitarne i danni? Perché in Italia è stata tanto distruttiva?
  3. Qual è secondo Machiavelli la ragione generale del successo o dell’insuccesso del principe nell’uso della prudenza o dell’impeto? Spiega tale tesi con le argomentazioni dell’autore.
  4. Al di là di tale principio, egli ritiene che in genere sia meglio essere impetuosi che cauti. Per quale ragione?
Testo originale

Cap.25

Quantum fortuna in rebus humanis possit, et quomodo illi sit occurrendum.
[Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere]

E’ non mi è incognito come molti hanno avuto et hanno opinione che le cose del mondo sieno in modo governate dalla fortuna e da Dio, che li uomini con la prudenzia loro non possino correggerle, anzi non vi abbino remedio alcuno; e per questo, potrebbono iudicare che non fussi da insudare molto nelle cose, ma lasciarsi governare alla sorte. Questa opinione è suta più creduta ne’ nostri tempi, per la variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dí, fuora d’ogni umana coniettura. A che pensando io qualche volta, mi sono in qualche parte inclinato nella opinione loro. Non di manco, perché el nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che etiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso, a noi. Et assomiglio quella a uno di questi fiumi rovinosi, che, quando s’adirano, allagano e’ piani, ruinano li arberi e li edifizii, lievono da questa parte terreno, pongono da quell’altra: ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede allo impeto loro, sanza potervi in alcuna parte obstare. E, benché sieno cosí fatti, non resta però che li uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessino fare provvedimenti, e con ripari et argini, in modo che, crescendo poi, o andrebbono per uno canale, o l’impeto loro non sarebbe né si licenzioso né si dannoso. Similmente interviene della fortuna: la quale dimonstra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta li sua impeti, dove la sa che non sono fatti li argini e li ripari a tenerla. E se voi considerrete l’Italia, che è la sedia di queste variazioni e quella che ha dato loro el moto, vedrete essere una campagna sanza argini e sanza alcuno riparo: ché, s’ella fussi reparata da conveniente virtù, come la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non arebbe fatte le variazioni grandi che ha, o la non ci sarebbe venuta. E questo voglio basti avere detto quanto allo avere detto allo opporsi alla fortuna, in universali.

Ma, restringendomi più a’ particulari, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna: il che credo che nasca, prima, dalle cagioni che si sono lungamente per lo adrieto discorse, cioè che quel principe che s’appoggia tutto in sulla fortuna, rovina, come quella varia. Credo, ancora, che sia felice quello che riscontra el modo del procedere suo con le qualità de’ tempi; e similmente sia infelice quello che con il procedere suo si discordano e’ tempi.

Perché si vede li uomini, nelle cose che li ’nducano al fine, quale ciascuno ha innanzi, cioè glorie e ricchezze, procedervi variamente: l’uno con respetto, l’altro con impeto; l’uno per violenzia, l’altro con arte; l’uno per pazienzia, l’altro con il suo contrario: e ciascuno con questi diversi modi vi può pervenire. Vedesi ancora dua respettivi, l’uno pervenire al suo disegno, l’altro no; e similmente dua egualmente felicitare con dua diversi studii, sendo l’uno respettivo e l’altro impetuoso: il che non nasce da altro, se non dalla qualità de’ tempi, che si conformano o no col procedere loro. Di qui nasce quello ho detto, che dua, diversamente operando, sortiscano el medesimo effetto; e dua egualmente operando, l’uno si conduce al suo fine, e l’altro no. Da questo ancora depende la variazione del bene: perché, se uno che si governa con respetti e pazienzia, e’ tempi e le cose girono in modo che il governo suo sia buono, e’ viene felicitando; ma, se e’ tempi e le cose si mutano, rovina, perché non muta modo di procedere. Né si truova uomo sí prudente che si sappi accomodare a questo; sí perché non si può deviare da quello a che la natura l’inclina; sí etiam perché, avendo sempre uno prosperato camminando per una via, non si può persuadere partirsi da quella. E però lo uomo respettivo, quando elli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde rovina: ché, se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna.

[…]

Concludo, adunque, che, variando la fortuna, e stando li uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici. Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano. E però sempre, come donna, è amica de’ giovani, perché sono meno respettivi, più feroci e con più audacia la comandano.

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Machiavelli, La volpe e il leone.

Machiavelli, La volpe e il leone.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli, La volpe e il leone.

Capitolo 18 – La lealtà del principe ovvero la volpe e il leone.

Ognuno sa quanto sia apprezzabile, per un principe, essere leale e vivere con onestà, non con l’inganno.

L’esperienza dei nostri tempi ci insegna tuttavia che i principi, i quali hanno tenuto poco conto della parola data e ingannato le menti degli uomini, hanno anche saputo compiere grandi imprese e sono alla fine riusciti a prevalere su coloro che si sono invece fondati sulla lealtà.

Dovete dunque sapere come ci siano due modi di combattere: l’uno, con le leggi; l’altro, con la forza. Il primo modo appartiene all’uomo, il secondo alle bestie. Ma poiché molte volte il primo modo non basta, si rende necessario ricorrere al secondo. È pertanto necessario che un principe sappia servirsi dei mezzi adatti sia alla bestia sia all’uomo. Gli antichi scrittori hanno già fornito ai principi questo insegnamento sotto forma di allegoria, quando hanno riferito che Achille e molti altri principi dell’antichità furono affidati al centauro Chirone[1] perché li allevasse e li educasse sotto la sua disciplina. L’avere per precettore qualcuno che sia mezza bestia e mezzo uomo, ha un solo significato: che il principe deve sapersi servire dell’una e dell’altra natura, perché l’una senza l’altra non resiste nel tempo.

Il principe è dunque costretto a saper essere bestia e deve imitare la volpe e il leone. Dato che il leone non si difende dalle trappole e la volpe non si difende dai lupi, bisogna essere volpe per riconoscere le trappole, e leone per impaurire i lupi. Coloro che si limitano a essere leoni non conoscono l’arte di governare. Un signore prudente, pertanto, non può né deve rispettare la parola data se tale rispetto lo danneggia e se sono venute meno le ragioni che lo indussero a promettere. Se gli uomini fossero tutti buoni, questa regola non sarebbe buona. Ma poiché gli uomini sono cattivi e non manterrebbero nei tuoi confronti la parola data, neppure tu devi mantenerla con loro. Né mai a un principe mancarono pretesti legali per mascherare le inadempienze. Se ne potrebbero fornire infiniti esempi tratti dalla storia moderna, e mostrare quante paci, quante promesse furono violate e vanificate dalla slealtà dei principi, e chi meglio ha saputo farsi volpe, meglio è riuscito ad aver successo. Ma è necessario saper mascherare bene questa natura volpina ed essere grandi simulatori e dissimulatori. Gli uomini sono così ingenui e legati alle esigenze del momento che chi vuole ingannare troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Voglio portare un esempio recente. Papa Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro che a ingannare gli uomini, e sempre trovò materia per poterlo fare. Non ci fu mai uomo che promettesse con così grande efficacia, che giurasse con altrettanto fervore e che poi mancasse di parola quanto lui. Nondimeno riuscì sempre a ingannare a suo piacimento, perché conosceva bene quest’aspetto del mondo.

Un principe, dunque, non deve realmente possedere tutte le qualità, ma deve far credere di averle. Oserò anzi dire che, se le ha e le usa sempre, gli sono dannose. Se fa credere di averle, gli sono utili. Nel senso che egli deve apparire clemente, degno di fede, umano, onesto, religioso, e anche esserlo realmente; ma se poi gli è necessario non esserlo, il suo animo deve essere sempre pronto a potere e a sapere mutarsi nell’esatto contrario. Bisogna, infatti, capire che un principe, soprattutto un principe nuovo, non può rispettare tutte quelle norme in base alle quali gli uomini sono considerati buoni, perché egli è spesso obbligato, per mantenere il potere, a operare contro la lealtà, contro la carità, contro l’umanità, contro la religione. Bisogna perciò che egli abbia un animo disposto a indirizzarsi secondo il vento della fortuna e il mutare delle situazioni. Insomma, come dissi prima, non si allontani dal bene, quando può, ma sappia entrare nel male, quando vi è costretto.

Un principe deve fare grande attenzione a che non gli esca mai di bocca una parola che non sia piena delle cinque qualità sopra indicate[2]. Deve insomma apparire, a guardarlo e a udirlo, tutto clemenza, tutto lealtà, tutto onestà, tutto umanità, tutto religione. Niente gli è più indispensabile che apparire religioso. Gli uomini, in generale, giudicano più con gli occhi che con le mani, perché tutti vedono e pochi toccano con mano. Tutti vedono quello che tu sembri, ma pochi toccano con mano quel che tu sei, e questi pochi non osano opporsi all’opinione dei molti, che oltre tutto sono protetti dall’autorità dello Stato. Nel giudicare le azioni degli uomini, e soprattutto dei principi che non possono essere convocati in giudizio non si guarda ai mezzi, ma al fine. Il principe faccia quel che occorre per vincere e conservare il potere. I mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e lodati da ognuno, perché il volgo bada sempre alle apparenze e al risultato. E nel mondo il popolo è da per tutto. Le minoranze non contano, quando le maggioranze hanno dove appoggiarsi. Un principe dei nostri tempi, che è meglio non nominare [Ferdinando il Cattolico], predica sempre pace e onestà, ma non ha mai rispettato né l’una né l’altra. Del resto, se le avesse rispettate, avrebbe più volte perso la sua autorità o i suoi Stati.

Analisi del testo

Essere onesto e leale è certamente una qualità apprezzabile in un principe. Tuttavia spesso capita di vedere, nella realtà, che abbiano più successo i principi che ingannano e che non mantengono la parola data piuttosto che quelli leali. Ci sono due modi di governare, uno propriamente umano, mediante le leggi e uno proprio delle bestie, mediante la forza. Un principe accorto deve sapersi avvalere dei mezzi propri della bestia e dell’uomo. Quanto ai primi, il principe deve essere al tempo stesso volpe e leone, saper cioè ricorrere all’astuzia e alla forza secondo le circostanze e le necessità. Il leone sa spaventare e sa difendersi dai nemici (dai lupi), ma non sa vedere le trappole, come fa invece la volpe. Machiavelli attribuisce grande importanza all’astuzia volpina, che comporta spesso il non tener fede alla parola data e il ricorso all’inganno, se questo è necessario per conservare il potere e se sono venute meno le ragioni della promessa. Gli uomini, infatti, sono malvagi e bugiardi, perciò il principe deve regolarsi di conseguenza. Non gli mancheranno senz’altro i pretesti per giustificare e mascherare le sue inadempienze, se saprà essere bravo a mentire, anche perché gli uomini sono ingenui e di corta memoria, per cui troverà sempre chi si lascerà ingannare.

Un principe non deve possedere tutte qualità buone, anzi, se le ha e ne fa sempre uso questo può addirittura danneggiarlo. Deve però far credere di averle, sembrando clemente, degno di fede, umano, onesto, religioso. Deve anche esserlo veramente, ma se necessario anche non esserlo, adattando il proprio comportamento alle circostanze, facendo ricorso a condotte moralmente discutibili, pur di conservare il potere. L’apparenza però deve essere salva: il principe deve sembrare, agli occhi del popolo, clemente, degno di fede, umano, onesto, religioso. In particolare deve sembrare religioso. Pochi sono in grado di verificare da vicino quel che veramente sei, mentre la massa giudica da quel che vede in superficie. Inoltre, nel giudicare l’operato di un principe, il popolo non guarda tanto ai mezzi che ha usato quanto alle apparenze e al successo concreto di un’azione.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Premesso quanto sia lodevole che un principe sia onesto e leale, Machiavelli non manca di osservare come non sempre il suo comportamento possa avere tali caratteristiche. Perché?
  2. Secondo Machiavelli il principe “è dunque costretto a saper essere bestia”. Quali animali vengono presi come modello? Che cosa rappresentano metaforicamente? Su quale dei due animali ti sembra che egli insista particolarmente?
  3. Un altro aspetto del principe sembra essere quello dell’apparire. Motiva tale affermazione alla luce delle argomentazioni addotte da Machiavelli.

 

Testo originale

Cap.18
Quomodo fides a principibus sit servanda.
[In che modo e’ principi abbino a mantenere la fede]

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede, per esperienzia ne’ nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini; et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

Sendo adunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi. Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbano a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni e monstrare quante pace, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infedelità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

Io non voglio, delli esempli freschi, tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro, che ad ingannare uomini: e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che l’osservassi meno; non di meno sempre li succederono li inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.

A uno principe, adunque, non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi ardirò di dire questo, che, avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile: come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’e’ venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità. E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, li arebbe più volte tolto o la reputazione o lo stato.


[1] Chirone: è un personaggio della mitologia greca, metà uomo e metà cavallo, che fu maestro di famosi eroi come Giasone, Ercole, Teseo e Achille.

[2] Le qualità indicate nel capitolo XV.

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Il leone e la volpe

Un leone ormai invecchiato, non essendo più in grado di procacciarsi il cibo con la forza, capì che doveva procurarselo con l’astuzia. Si ritirò quindi in una caverna e, sdraiatosi là, fingeva di essere ammalato; così, man mano che veniva qualche animale a fargli visita, lo afferrava e se lo mangiava. Aveva già catturato molte bestie, quando andò da lui la volpe, che sospettava il suo stratagemma; si fermò a qualche distanza dalla caverna e cominciò ad informarsi sulla sua salute. “Va male” le rispose quello e le chiese perché non entrava. “Lo farei” disse “se non avessi veduto tante orme di animali che vengono dentro e neanche una che venga fuori”. Così gli uomini di buon senso, fondandosi sugli indizi, prevedono i pericoli e li sfuggono.

ESOPO, Favole, VI secolo a.C.

Machiavelli – Generosità e parsimonia del principe

Machiavelli – Generosità e parsimonia del principe

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli: Generosità e parsimonia del principe

Cap.16

Cominciando dunque a esaminare le prime qualità elencate nel precedente capitolo, dico che

sarebbe bene essere ritenuto generoso.
La generosità però, se usata in modo appariscente, ti danneggia.

Se la usi con intelligenza e nei modi dovuti, riesci a non renderla appariscente e, nello stesso tempo, eviti l’accusa di essere un tirchio. Chi vuol diventare famoso per la sua munificenza, non deve arretrare di fronte a nessun lusso.

Ma un principe di tal genere consumerà sempre tutte le sue sostanze e sarà alla fine costretto, se vorrà continuare ad aver fama di generosità, a imporre tasse eccezionali, a diventare esoso e a far tutto il possibile per ricavare danaro. In tal modo sarà odiato dai sudditi e sarà poco stimato dagli altri, diventando povero.

Dato che la sua munificenza avrà danneggiato molti e premiato pochi, comincerà ad avvertire anche le più piccole difficoltà e rischierà il potere al minimo pericolo. Rendendosi conto di ciò e volendo fare marcia indietro, ecco che proprio lui si attirerà immediatamente la fama di uomo avaro.

Ogni principe dunque, non potendo ostentare la sua generosità senza danneggiare se stesso, deve, se è persona saggia, non preoccuparsi della fama di uomo eccessivamente parsimonioso. Col passare del tempo egli verrà sempre più considerato uomo generoso poiché si vedrà che,

grazie alla sua parsimonia, le normali entrate gli bastano, mentre è capace di difendersi dai nemici e di compiere le sue imprese senza gravare sulla popolazione.

In tal modo egli finisce per essere generoso con tutti coloro ai quali non ha tolto denaro, che sono moltissimi, e spilorcio con coloro ai quali non l’ha donato, che sono pochi. Nei nostri tempi abbiamo visto che soltanto i principi parsimoniosi hanno saputo compiere grandi imprese. Gli altri sono stati sconfitti. Papa Giulio II sfruttò la fama di uomo munifico per conquistare il papato, ma non si preoccupò poi di conservarla, preparandosi invece alla guerra. L’attuale re di Francia, Luigi XII, ha fatto tante guerre senza imporre ai sudditi tasse eccezionali, soltanto perché la sua costante parsimonia gli ha consentito di controllare le spese superflue. L’attuale re di Spagna, Ferdinando, se avesse voluto apparire munifico, non avrebbe compiuto né portato al successo tante imprese.

Un principe non deve molto preoccuparsi di apparire taccagno, perché grazie a questa taccagneria non deruba i sudditi, è in grado di difendersi, non diventa né povero né spregevole e neppure è costretto a diventar rapace. La taccagneria è uno di quei vizi che lo fanno regnare.

E se qualcuno dicesse che Cesare salì al potere grazie alla sua munificenza e che molti altri, per il fatto di essere considerati munifici, raggiunsero altissime cariche, risponderei che o tu sei già principe o lo stai diventando; nel primo caso, la generosità è dannosa; nel secondo caso, viceversa, è necessario farsi ritenere munifico. A Roma, Cesare era uno di coloro che volevano arrivare al potere; ma se, dopo esserci arrivato, fosse sopravvissuto e avesse continuato a spendere esageratamente, avrebbe distrutto il suo potere. Qualcuno potrebbe obbiettare che molti, dopo essere diventati principi, hanno compiuto grandi imprese con i loro eserciti e nello stesso tempo sono stati considerati assai prodighi. Risponderei che il principe o spende il denaro suo e dei suoi sudditi, oppure spende il denaro altrui. Nel primo caso deve essere parco, nel secondo non deve rinunciare a esser generoso.

Se un principe che guida un esercito si sostiene predando, saccheggiando, taglieggiando, impadronendosi dei beni del nemico sconfitto, deve necessariamente essere prodigo, altrimenti non sarebbe seguito dai suoi soldati.

Di ciò che non appartiene né a te né al tuoi sudditi, puoi essere generoso donatore, come accadde a Ciro, a Cesare e ad Alessandro. Spendere il denaro altrui non sminuisce il tuo prestigio, te lo fa anzi crescere. Ti danneggi soltanto se spendi il tuo denaro. Non c’è cosa al mondo che consumi se stessa quanto la munificenza: mentre te ne servi, perdi la facoltà di servirtene e diventi povero e spregevole oppure, se vuoi evitare la povertà, sei costretto a diventare rapace e odioso. Un principe deve assolutamente evitare di essere giudicato spregevole e odioso, ma la munificenza ti conduce all’una e all’altra cosa. Pertanto è più saggio farsi considerare avaro, attirandosi cattiva fama, ma non odio; piuttosto che voler essere considerato generoso e diventar rapace attirandosi, oltre alla cattiva fama, anche l’odio.

Analisi del testo

Secondo Machiavelli, anche se la fama di generosità gioca a favore del principe, è bene che essa non sia troppo appariscente ed è preferibile che egli sia parsimonioso piuttosto che munifico. Infatti, un principe che spenda generosamente il proprio denaro rischia di finirlo e di essere conseguentemente costretto a procurarselo attraverso le tasse imposte ai propri sudditi. Se invece non si preoccuperà eccessivamente della fama di essere avaro, prima o poi la sua reputazione migliorerà, perché non sarà costretto a vessare i sudditi con imposte straordinarie. È ben possibile e ragionevole – sostiene Machiavelli – che un aspirante al potere, pur di conquistarlo, si mostri generoso, ma una volta giuntovi deve immediatamente cambiare politica, pena la perdita del potere stesso.

Esercizi di analisi del testo

  1. Indica quali sono, secondo Machiavelli, le conseguenze della munificenza e della parsimonia nel rapporto con i propri sudditi:
  2. Prova a ricostruire con parole tue la sua tesi e le sue argomentazioni.
  3. In quale caso il principe può permettersi, anzi, deve essere prodigo?
Testo originale
Cap. 16
De liberalitate et parsimonia.
[Della liberalità e della parsimonia]

Cominciandomi, adunque alle prime soprascritte qualità dico come sarebbe bene essere tenuto liberale: non di manco, la liberalità, usata in modo che tu sia tenuto, ti offende; perché se ella si usa virtuosamente e come la si debbe usare, la non fia conosciuta, e non ti cascherà l’infamia del suo contrario. E però, a volersi mantenere infra li uomini el nome del liberale, è necessario non lasciare indrieto alcuna qualità di suntuosità; talmente che, sempre uno principe cosí fatto consumerà in simili opere tutte le sue facultà; e sarà necessitato alla fine, se si vorrà mantenere el nome del liberale, gravare e’ populi estraordinariamente et essere fiscale, e fare tutte quelle cose che si possono fare per avere danari. Il che comincerà a farlo odioso con sudditi, e poco stimare da nessuno, diventando povero; in modo che, con questa sua liberalità avendo offeso li assai e premiato e’ pochi, sente ogni primo disagio, e periclita in qualunque primo periculo: il che conoscendo lui, e volendosene ritrarre, incorre subito nella infamia del misero.

Uno principe, adunque, non potendo usare questa virtù del liberale sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s’elli è prudente, non si curare del nome del misero: perché col tempo sarà tenuto sempre più liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate li bastano, può defendersi da chi li fa guerra, può fare imprese sanza gravare e’ populi; talmente che viene a usare liberalità a tutti quelli a chi non toglie,che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non dà, che sono pochi. Ne’ nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti. Papa Iulio II, come si fu servito del nome del liberale per aggiugnere al papato, non pensò poi a mantenerselo, per potere fare guerra. El re di Francia presente ha fatto tante guerre sanza porre uno dazio estraordinario a’ sua, solum perché alle superflue spese ha sumministrato la lunga parsimonia sua. El re di Spagna presente, se fussi tenuto liberale, non arebbe fatto né vinto tante imprese.

Per tanto, uno principe debbe esistimare poco, per non avere a rubare e’ sudditi, per potere defendersi, per non diventare povero e contennendo, per non essere forzato di diventare rapace, di incorrere nel nome del misero; perché questo è uno di quelli vizii che lo fanno regnare. E se alcuno dicessi: Cesare con la liberalità pervenne allo imperio, e molti altri, per essere stati et essere tenuti liberali, sono venuti a gradi grandissimi; rispondo: o tu se’ principe fatto, o tu se’ in via di acquistarlo: nel primo caso, questa liberalità è dannosa; nel secondo, è bene necessario essere tenuto liberale. E Cesare era uno di quelli che voleva pervenire al principato di Roma; ma, se, poi che vi fu venuto, fussi sopravvissuto, e non si fussi temperato da quelle spese, arebbe destrutto quelloimperio. E se alcuno replicassi: molti sono stati principi, e con li eserciti hanno fatto gran cose, che sono stati tenuti liberalissimi; ti respondo: o el principe spende del suo e de’ sua sudditi, o di quello d’altri; nel primo caso, debbe essere parco; nell’altro, non debbe lasciare indrieto parte alcuna di liberalità. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li è necessaria questa liberalità;altrimenti non sarebbe seguíto da’ soldati. E di quello che non è tuo, o di sudditi tua, si può essere più largo donatore: come fu Ciro, Cesare et Alessandro; perché lo spendere quello d’altri non ti toglie reputazione, ma te ne aggiugne; solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce. E non ci è cosa che consumi sé stessa quanto la liberalità: la quale mentre che tu usi, perdi la facultà di usarla; e diventi, o povero e contennendo, o, per fuggire la povertà, rapace et odioso. Et intra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare, è lo essere contennendo et odioso; e la liberalità all’una e l’altra cosa ti conduce. Per tanto è più sapienzia tenersi el nome del misero, che partorisce una infamia sanza odio, che, per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una infamia con odio.

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Machiavelli – Le qualità del principe

Machiavelli – Le qualità del principe

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli – Le qualità del principe

Capitolo XV – Le qualità che rendono gli uomini e soprattutto i principi degni di lode o di biasimo

Resta ora da vedere in che modo un principe debba comportarsi con i sudditi e con gli amici.

Temo di essere considerato presuntuoso, visto che molti prima di me hanno discusso di questo argomento, soprattutto perché mi allontano dai criteri seguiti dagli altri. Il mio scopo, tuttavia, è quello di scrivere qualcosa di utile per chi vuol capire, perciò mi è sembrato più utile ricercare la verità concreta, piuttosto che le fantasie. Molti hanno immaginato repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti nella realtà. Infatti, c’è una tale differenza tra come effettivamente si vive e come si dovrebbe vivere, che chi trascura ciò che al mondo si fa, per occuparsi piuttosto di quel che si dovrebbe fare, apprende l’arte di andare in rovina, più che quella di salvarsi. È inevitabile che un uomo che voglia sempre comportarsi da persona buona in mezzo a tanti che buoni non sono, finisca per rovinarsi. Pertanto è necessario che un principe, per restare al potere, impari a poter essere non buono e quando sia necessario a comportarsi di conseguenza.

Lasciando da parte le fantasie che sono state dette sui principi e parlando invece della verità,

dico che tutti gli uomini che fanno parlare di sé, soprattutto i principi, posti ancor più in alto degli altri, sono giudicati per alcune qualità che li rendono meritevoli di lode o di biasimo. C’è chi viene considerato generoso e chi avaro (misero) […], chi è ritenuto benefattore e chi avido, chi crudele e chi umano; chi ingannatore e chi fedele; chi effeminato e pauroso, chi feroce e coraggioso; chi modesto e chi superbo; chi depravato e chi casto; chi leale e chi astuto; chi inflessibile e chi gentile; chi severo e chi tollerante; chi religioso e chi miscredente, e così via.

Ognuno dirà che sarebbe cosa lodevolissima se, di tutte queste qualità, un principe possedesse soltanto quelle che sono ritenute buone. Questo è però impossibile, perché la condizione umana non lo consente,

perciò è necessario che un principe sia tanto saggio da evitare il disonore di quei vizi che gli farebbero perdere il potere.

Deve evitare, se possibile, anche quelli che non glielo farebbero perdere ma se non ci riesce può abbandonarsi a essi senza troppa paura. Non si faccia scrupolo, anzi, di incorrere nel biasimo procuratogli da quei vizi senza i quali non riuscirebbe a salvare il potere. Infatti, a ben pensarci, ci sono qualità aventi l’apparenza di virtù che conducono il principe alla rovina e qualità aventi l’apparenza di vizi, che lo conducono invece alla sicurezza e al benessere.

Analisi del testo

Machiavelli dichiara esplicitamente l’intenzione di trattare in modo diverso da quello consueto quale debba essere la condotta di un principe nei confronti dei sudditi e degli amici. Diversamente da quel che hanno fatto altri autori, Machiavelli si propone di descrivere non il dover essere di comportamenti teoricamente corretti, ma la realtà effettiva e concreta dei comportamenti umani. Immaginare repubbliche e principati ideali, teorizzare quel che dovrebbe essere, negandosi la conoscenza della concreta realtà del mondo, non può che portare il principe alla rovina. Poiché gli uomini non sono buoni per natura, un principe per conservare il potere deve imparare a non essere buono, se questo è necessario.

D’altra parte non esiste un principe che possieda soltanto le qualità ritenute buone, perciò Machiavelli sostiene che egli deve adottare un criterio di comportamento: evitare i vizi che gli farebbero perdere il potere. Quanto agli altri che non glielo farebbero perdere, se possibile li eviti pure, ma senza eccessiva preoccupazione. Non si faccia poi scrupoli per quei vizi che si rivelino necessari a conservare il potere. Machiavelli conclude che alcune presunte virtù possono condurre il principe alla rovina, mentre alcuni presunti vizi sono necessari a garantire sicurezza e benessere.

Esercizi di analisi del testo.

  1. Machiavelli dichiara di voler trattare del modo in cui un principe debba comportarsi con i sudditi e con gli amici in modo diverso da quello consueto, proprio di altri autori che se ne sono occupati in precedenza. In cosa consiste il modo nuovo di presentare la questione?
  2. Partendo dal presupposto che non esiste un principe che possieda soltanto le qualità ritenute buone, Machiavelli sostiene che egli deve adottare un criterio di comportamento. In cosa consiste?
Testo originale
De his rebus quibus homines et praesertim principes laudantur aut vituperantur.
[Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati]

Resta ora a vedere quali debbano essere e’ modi e governi di uno principe con sudditi o con li amici. E, perché io so che molti di questo hanno scritto, dubito, scrivendone ancora io, non essere tenuto prosuntuoso, partendomi, massime nel disputare questa materia, dalli ordini delli altri.

Ma, sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità.

Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo, e simili. Et io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone: ma, perché non si possono avere né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, li è necessario essere tanto prudente che sappia fuggire l’infamia di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma, non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Et etiam non si curi di incorrere nella infamia di quelli vizii sanza quali possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua; e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà et il bene essere suo.

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Machiavelli, Il Principe o De Principatibus

Machiavelli, Il Principe o De Principatibus

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Machiavelli, Il Principe o De Principatibus

La lettera al Vettori

Il 10 dicembre 1513 Machiavelli scrive una lettera all’amico Francesco Vettori, in cui descrive il suo stato d’animo e le sue attività di esiliato. Nella lettera Machiavelli accenna anche alla composizione del Principe, al contenuto fondamentale (che cosa è principato, di quale spezie sono, come e’ si acquistono, come e’ si mantengono, perché e’ si perdono) e alla consapevolezza che l’opera può essere di valido aiuto soprattutto a quei “principi nuovi” che hanno un principato non ancora del tutto consolidato. All’amico descrive la sua giornata “in villa” a Sant’Andrea in Percussina, fatta di attività modeste e grossolane. La sera, però, Machiavelli si dedica alla passione della sua vita:

Testo parafrasato

Venuta la sera, ritorno a casa ed entro nel mio studio, e sull’uscio mi spoglio di quella veste quotidiana e plebea, piena di fango e di melma, e mi vesto con panni reali e curiali (nobili); e rivestito decentemente entro nelle antiche corti degli antichi uomini, nelle quali, ricevuto amorevolmente da loro, mi nutro di quel cibo, il solo che fa per me e per il quale io sono nato; e in quelle corti non mi vergogno di parlare con essi e chiedere la ragione delle loro azioni; e quelli, per la loro umanità, mi rispondono; e per quattro ore non sento alcuna noia; dimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi turba la morte: tutto son preso da quegli incontri.

Testo originale

Venuta la sera, mi ritorno in casa ed entro nel mio scrittoio; e in su l’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto i panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antiqui uomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia; sdimentico ogni affanno, non temo la povertà; non mi sbigottisce la morte: tutto mi transferisco in loro.

Tra Machiavelli e Vettori ci fu un ricco scambio epistolare, soprattutto negli anni 1513-14, nel quale i due amici si raccontavano non solo le loro avventure galanti, ma si scambiavano anche osservazioni sugli avvenimenti politici di Roma e di Firenze anche in relazione all’Italia e all’Europa.

Le finalità dell’opera.

Machiavelli dedicò “Il Principe” a Lorenzo de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico, con la vana speranza di poter rientrare nella politica attiva guadagnandosi le sue simpatie.

Lo scopo dell’opera è di offrire indicazioni concrete su quale sia il modo migliore per gestire il potere politico, sulla base della sua esperienza diretta di diplomatico e dello studio delle opere dell’antichità. Non si tratta di uno studio astratto, ideale, ma dell’analisi concreta e precisa della realtà.

Nel Cinquecento sono numerosi i trattati sui più svariati argomenti: sull’amore (Gli Asolani) e sulla lingua (Prose della volgar lingua e altre opere), sulla politica, sull’uomo pio e sull’uomo di corte (Il cortegiano, Il Galateo, ecc.), perfino sulle regole (di Pietro Aretino) per fare la cortigiana.

La diffusione dell’opera e il “machiavellismo”.

L’opera manoscritta si diffuse rapidamente anche al di fuori della cerchia degli amici più intimi, suscitando reazioni contrastanti non solo da parte di chi ebbe l’opportunità di leggerla, ma anche di chi ne aveva sentito parlare, talvolta in modo distorto. Scrisse Giovan Battista Busini in una sua lettera a Benedetto Varchi: “pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca di tor loro tutta la roba e a’ poveri tutta la libertà; ai piagnoni pareva che e’ fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talché ognuno lo odiava”.

Il nome e l’opera di Machiavelli si diffusero anche fuori dei confini italiani. Il cardinale Reginald Pole criticò aspramente il Principe, inaugurando la leggenda diabolica secondo cui: il Principe è «opus digito Sathanae scriptum», un’opera scritta con il dito di Satana.

Con il termine machiavellico è stato indicato un atteggiamento spregiudicato nell’uso del potere politico: un buon principe deve essere astuto, mentitore, abile manovratore negli interessi propri e del suo popolo.

I principati

Fino al capitolo XI Machiavelli tratta “Di quante ragioni sieno e’ principati, e in che modo si acquistino” cioè dei vari tipi di principato e di come possano essere acquisiti. L’autore fornisce indicazioni, per ciascuna tipologia, sul modo migliore per governarli.

Le milizie

Nei capitoli XII – XIV l’opera tratta del problema delle milizie. Due sono i fondamenti su cui deve poggiare ogni principato o Stato, e sono “le buone leggi e le buone arme”; se esse non sono buone “conviene che ruini” (lo Stato è destinato a crollare). I due fondamenti si condizionano a vicenda, perché le buone leggi possono essere mantenute in vigore solo dalla presenza di buone armi, e le buone armi possono essere ordinate e organizzate solo dove esiste un ordine civile retto da buone leggi. Le milizie possono essere di vario tipo: proprie, mercenarie, ausiliarie (inviate in aiuto), miste. Machiavelli giudica negativamente l’uso degli eserciti mercenari, abituale nell’Italia del tempo, perché essi combattendo solo per denaro, sono infidi e pertanto costituiscono una delle cause principali della debolezza degli Stati italiani. La forza di uno Stato consiste soprattutto nel poter contare su armi proprie, su un esercito composto dagli stessi cittadini, che combattano per difendere i loro averi e la loro vita stessa.

La verità effettuale

Primo fondamento della teoria politica di Machiavelli è che la realtà non deve mai essere travisata o travestita. Solo la piena conoscenza della realtà delle cose (la verità effettuale) può aiutare nel raggiungimento dei propri fini. Machiavelli non immagina repubbliche o principati ideali mai esistiti, ma analizza la storia concreta dei popoli e delle istituzioni che questi hanno realizzato per ricavare regole che possano essere utili per realizzare la conquista e il mantenimento del potere. La verità effettuale è il vero motore della sua indagine storico-politica.

Mezzi e fini

Un principe spesso è “necessitato” a compiere determinate azioni col fine di salvaguardare non solo se stesso ma lo Stato. Machiavelli rileva che primo compito del principe è il mantenimento dello Stato e che i mezzi impiegati per questo fine saranno sempre lodati dal popolo, che vedrà così difesi i propri interessi e la propria sicurezza. Il Principe deve aver presenti in primo luogo i fini che si propone, in funzione dei quali adotterà i mezzi necessari per conseguirli. Il fatto che i mezzi impiegati siano moralmente discutibili passa in secondo ordine. Secondo Machiavelli ogni azione del principe deve adeguarsi alle circostanze ed essere corrispondente al fine da raggiungere. La “giustificazione” dell’uso della forza e della violenza non è un problema morale ma politico. L’uso della violenza non è teorizzato come valore in sé, ma indicato come una necessità per conservare potere. Machiavelli non giustifica mai l’uso della violenza, ma mostra l’uso che gli uomini ne fanno nella pratica quotidiana, e i principi in modo particolare. La violenza deve essere impiegata solo se è necessario e se si è costretti dalla superiore ragion di Stato, perché in qualunque frangente il principe deve mostrare la sua potenza per incutere timore. L’assassinio trova una sua giustificazione per l’esigenza di conservare del potere.

L’imitazione dei classici

Uno dei modelli di comportamento per il principe è l’imitazione dei grandi dell’antichità, di quelli che hanno costruito un potere durevole. Tuttavia l’imitazione non deve essere fredda e passiva, ma tener conto della realtà concreta in cui il principe si trova ad agire. Il principio dell’imitazione, proprio del Rinascimento, viene applicato al campo della politica, però le storie per Machiavelli non possono essere che schemi generali, che vanno adattati con elasticità alla realtà concreta.

Virtù e Fortuna

La Fortuna (il caso, il destino, le circostanze), secondo Machiavelli, ha una profonda influenza sull’esistenza umana. Egli sostiene che la metà degli avvenimenti è retta dalla fortuna, mentre sull’altra metà l’uomo può agire con la sua virtù fino a cambiare il corso degli eventi. La fortuna è una forza misteriosa che agisce al di fuori della volontà umana, dirigendo il corso degli eventi, fino a determinare vittorie e sconfitte, ed è come un fiume che può straripare travolgendo tutto: l’uomo virtuoso nulla può fare contro un fiume che straripa, ma può costruire argini potenti e insuperabili nei momenti in cui scorre pacifico nel suo alveo naturale. Per Machiavelli l’uomo ha il potere di dominare una parte delle vicende, se riesce a prevederne lo sviluppo. La capacità di previsione è una delle qualità fondamentali del politico: bisogna saper vedere le cose al loro nascere e agire tempestivamente con decisione prima che sia troppo tardi. Il principe dovrebbe avere la capacità di adattare la propria indole e il proprio comportamento al variare delle circostanze. La fortuna, le circostanze cambiano, mentre gli uomini si ostinano a usare sempre gli stessi metodi. Conseguentemente, finché i metodi impiegati sono adatti alle situazioni, gli uomini hanno successo, ma sono destinati all’insuccesso in caso contrario. Poiché è difficile che un principe riesca ad adattare il proprio comportamento alle circostanze, essendo ora cauto ora impetuoso al variare di esse, Machiavelli ritiene che sia meglio essere impetuosi piuttosto che cauti, perché la fortuna è come una donna, con cui bisogna essere decisi ed audaci per poterla volgere a proprio favore. La virtù per Machiavelli è la capacità di usare i mezzi adatti per raggiungere un fine sfruttando l’occasione propizia e battendo la fortuna avversa. Il principe deve agire in modo che le sue decisioni siano coerenti con il fine da conseguire, che una volta raggiunto giustifica ogni sua decisione. La virtù è la capacità del Principe di adottare la decisione più opportuna, più idonea a volgere determinate situazioni a suo favore.

La religione

Secondo Machiavelli il Papato ha provocato in gran parte le guerre dei barbari in Italia, mal impiegando il suo grande prestigio spirituale in una cattiva politica mondana. In Italia il potere temporale del Papato è stato troppo forte per permettere che un principe unificasse la penisola in una sola nazione, come stava avvenendo in Francia e Spagna, e al contempo troppo debole per unificarla sotto la sua sovranità. Esso è stato inoltre all’origine di gran parte delle guerre in Italia, facendone terra di conquista per gli Stati più potenti. Machiavelli concepisce la religione come “instrumentum regni”, uno strumento di cui il principe dispone per ottenere il consenso del popolo.

La concezione dell’uomo

Secondo Machiavelli gli uomini sono ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, timorosi dei pericoli, avidi dei guadagni. Finché il principe fa i loro interessi si proclamano dalla sua parte, dicendosi pronti a sacrificarsi per lui, ma quando il principe ha bisogno di loro si tirano indietro e si ribellano. Il principe che si fidi dei giuramenti degli uomini e delle loro parole e che sia privo di altri mezzi per difendersi perde il potere.

La concezione ciclica della storia

Machiavelli ha una concezione ciclica della storia: “Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi”. Tuttavia, Machiavelli attribuisce grande importanza alla “virtù” umana, alla capacità dell’uomo di cambiare il corso degli eventi. Non a caso il Principe, nella conclusione, abbandona il suo taglio cinico e pragmatico per esortare solennemente i sovrani italiani a riconquistare la sovranità perduta e a cacciare l’invasore straniero.

L’Esortazione a pigliare l’Italia.

Il Capitolo XXVI che conclude il Principe contiene la famosa Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari. Nell’Ottocento Machiavelli fu ritenuto nell’Ottocento un precursore del movimento risorgimentale, ma l’idea di nazione ha assunto l’attuale significato solo dalla seconda metà del ‘700, mentre Machiavelli la utilizza in senso più ristretto e resta un’idea indeterminata. Machiavelli propugnava la liberazione dell’Italia dalla presenza di eserciti stranieri e la sua unificazione sotto la guida di un principe, criticando il dominio temporale dei Papi che spezzava in due la penisola.

Le tecniche argomentative

I capitoli del Principe sono costruiti su una rigorosa struttura logico-argomentativa:

a)    due ipotesi contrapposte (antitesi), relative al comportamento più idoneo da adottare da parte del principe, una delle quali risulta essere la migliore;

b)    analisi di casi concreti, di esempi tratti dal presente o dalla storia, concludendo l’argomentazione con una norma generale, mentre raramente accade il contrario;

c)    citazione, a sostegno di tale analisi, di altri, numerosi casi analoghi (elencazione);

d)    ogni capitolo è caratterizzato da due elementi, l’analisi e l’esemplificazione;

e)    ogni affermazione è sempre accompagnata da esempi tratti dalla storia e dall’esperienza.

Lo stile

Il Principe è scritto in volgare fiorentino anziché in latino, la lingua ufficiale dei trattati, soprattutto quelli a carattere filosofico, storico-politico e scientifico. L’uso del volgare dona all’espressione un’immediatezza che il latino non avrebbe avuto. Machiavelli usa un volgare che possiamo definire “popolare”, un linguaggio orale che assume la dignità della lingua scritta, con metafore e similitudini tratte dalla quotidianità. La concretezza è una delle caratteristiche salienti: l’esempio concreto ed essenziale, tratto dalla storia anche recente, è sempre preferito al concetto astratto.

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Link utili

Il principe – Contenuti dei capitoli
  • Dedica: Nicolò Machiavelli al Magnifico Lorenzo de’ Medici
Prima sezione (11 capitoli): i diversi tipi di principati.
  • Capitolo I: Di quante ragioni sieno e principati, e in che modo si acquistino
  • Capitolo II: De’ principati ereditarii
  • Capitolo III: De’ principati misti
  • Capitolo IV: Per qual cagione il regno di Dario, il quale da Alessandro fu occupato, non si ribellò da’ sua successori dopo la morte di Alessandro
  • Capitolo V: In che modo si debbino governare le città o principati li quali, innanzi fussino occupati, si vivevano con le loro legge
  • Capitolo VI: De’ Principati nuovi che s’acquistano con l’arme proprie e virtuosamente
  • Capitolo VII: De’ principati nuovi che s’acquistano con le armi e fortuna di altri
  • Capitolo VIII: Di quelli che per scelleratezze sono venuti al principato
  • Capitolo IX: Del Principato Civile
  • Capitolo X: In che modo si debbino misurare le forze di tutti i principati
  • Capitolo XI: De’ principati ecclesiastici
Seconda sezione: (3 capitoli): le milizie.
  • Capitolo XII: Di quante ragioni sia la milizia, e de’ soldati mercennarii
  • Capitolo XIII: De’ soldati ausiliarii, misti e proprii
  • Capitolo XIV: Quello che s’appartenga a uno principe circa la milizia
Terza sezione (7 capitoli): le virtù del principe.
  • Capitolo XV: Di quelle cose per le quali li uomini, e specialmente i principi, sono laudati o vituperati
  • Capitolo XVI: Della liberalità e della parsimonia
  • Capitolo XVII: Della crudeltà e pietà e s’elli è meglio esser amato che temuto, o più tosto temuto che amato
  • Capitolo XVIII: In che modo è principi abbino a mantenere la fede
  • Capitolo XIX: In che modo si abbia a fuggire lo essere sprezzato e odiato
  • Capitolo XX: Se le fortezze e molte altre cose, che ogni giorno si fanno da’ principi, sono utili o no
  • Capitolo XXI: Che si conviene a un principe perché sia stimato
Quarta sezione (5 capitoli): la crisi italiana, la fortuna e l’esortazione finale.
  • Capitolo XXII: De’ secretarii ch’e’ principi hanno appresso di loro
  • Capitolo XXIII: In che modo si abbino a fuggire li adulatori
  • Capitolo XXIV: Per quale cagione li principi di Italia hanno perso li stati loro
  • Capitolo XXV: Quanto possa la Fortuna nelle cose umane, et in che modo se li abbia a resistere
  • Capitolo XXVI: Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani de’ barbari