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Giovanni Pascoli, Il lampo

Giovanni Pascoli, Il lampo

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, Il lampo

 
E cielo e terra si mostrò qual era[1]:
la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.
 

[1] Da notare l’anomalia del verbo “era”, al singolare, per indicare la condizione di cielo e terra, che rafforza l’unitarietà della cupa visione.
 
Il testo è una Ballata piccola di endecasillabi. Lo schema delle rime è ABCBCCA.

Il lampo pdf

 
Analisi del testo.

La raffigurazione della natura, ad una prima lettura, può apparire realistica, poiché il poeta descrive in modo indubbiamente efficace un lampo che illumina per pochi secondi il buio della notte. Con tecnica analogica ed impressionistica, Pascoli accosta immagini suggestive, che compongono il quadro d’insieme. Il poeta vuole trasmettere nel testo la fulmineità, la brevità della visione. Per creare questo effetto egli fa uso dell’asindeto e della ripetizione: bianca bianca; apparì sparì; s’aprì si chiuse.

 

Il simbolismo e la natura personificata

Ciascuno degli elementi naturali descritti assume un valore simbolico. La poesia fa riferimento a tre elementi “paesaggistici” e a due “umani”: il cielo, la terra, la notte, la casa e l’occhio.

La natura, sconvolta e angosciata, viene descritta con  aggettivi che appartengono alla sfera umana: la terra ansante, livida, in sussulto; il cielo ingombro, tragico, disfatto. La casa bianca, illuminata dal lampo, assume simbolicamente il valore positivo di rifugio famigliare, che protegge dal male, ma ad essa si contrappone il nero della notte, che rappresenta l’angoscia di fronte al male e al dolore del mondo.

cuore rivelatoreL’occhio, cui la casa bianca è analogicamente accostata, è “largo, esterrefatto”, cioè spalancato, terrorizzato e sbalordito.

Pascoli dichiarò che l’occhio è quello del padre agonizzante negli ultimi attimi di vita, quando il mondo gli apparve terribile e crudele. La natura, personificata, sembra assistere, sconvolta, al delitto.

Alcuni critici sostengono che il lampo è simbolo del rapporto tra poesia e realtà: la poesia, come il lampo, illumina intuitivamente la realtà, oscura e dolorosa. Il verso iniziale e quello finale rimano tra loro (era – nera), avvolgendo nel nero della notte, il paesaggio descritto: il male (la notte nera) avvolge e domina inesorabilmente la realtà, in mezzo alla quale la casa costituisce un fragile rifugio.

 

Trama fonica, ritmo, versi

Il testo presenta una trama fonica molto ricca: rime interne ai versi, assonanze, consonanze, allitterazioni: terra ansante; bianca bianca; apparì sparì; tacito tumulto; s’aprì si chiuse; notte nera.

Il ritmo presenta un andamento alterno: un ritmo lento corrisponde alla rappresentazione iniziale  della natura, avvolta dal nero della notte, sconvolta, violentata dalla bufera che si addensa su di lei (e dalla vista del tremendo crimine). Nei versi 2-3 il ritmo è rallentato dalla presenza della virgola e da parole trisillabiche, due delle quali sdrucciole (livida; tragico). Nei due versi successivi l’accostamento per asindeto (bianca bianca; apparì sparì) rende il ritmo concitato, per poi rallentare nuovamente nel sesto verso.

Al centro del testo si colloca la rapidità della visione di una casa, che appare intensamente illuminata dal lampo per poi immediatamente sparire, come l’aprirsi sbalordito di un occhio che subito si richiude. L’attimo di terrore e stupore è come sospeso e dilatato dall’aggettivo esterrefatto che, unitamente alle virgole, rallenta il ritmo. La chiusura del verso 7 sembra contrapporre alla rapidità della visione (s’aprì si chiuse), il buio inesorabile della notte (della morte).

Figure retoriche

Tra le figure retoriche, da notare:

  • il climax ascendente dei versi 2 e 3, che sono disposti a chiasmo rispetto al primo verso;
  • l’ossimoro tacito tumulto, che indica il silenzio angosciato dell’attimo che precede il tuono;
  • a similitudine tra l’apparire della casa e l’aprirsi dell’occhio.

Poiché il rapporto tra i due elementi è legato alla repentina visione della casa, che subito scompare e all’aprirsi e richiudersi, altrettanto rapido, dell’occhio, l’elemento di connessione sembra essere il lampo, che permette la visione della casa.

 

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Pascoli, Il lampo – Esercizi di analisi del testo

  1. Leggi la poesia ed individua in essa i colori descritti o evocati.
  2. La poesia descrive un fenomeno naturale. Ti sembra che si tratti di una descrizione realistica o che le immagini siano accostate con una tecnica analogica e impressionistica?
  3. Il poeta vuole trasmettere nel testo la fulmineità, la brevità della visione: quali tecniche utilizza il poeta, per creare questo effetto?
  4. La poesia fa riferimento a tre elementi “paesaggistici” e a due “umani”: il cielo, la terra, la notte, la casa e l’occhio, corrispondenti ai diversi momenti in cui si articola. Di ognuno indica quali verbi o aggettivi li descrivono.
  5. Nella poesia la natura è personificata: spiega tale affermazione, facendo attenzione agli aggettivi usati dal poeta per descriverla. Spiega quale rapporto potrebbero avere le condizioni attribuite al cielo e alla terra con la vicenda dell’assassinio del padre del poeta.
  6. Perché il titolo è da considerare parte integrante della lirica? Alcuni critici sostengono che il lampo è il simbolo del rapporto tra poesia e realtà. Perché?
  7. Individua la similitudine presente negli ultimi tre versi e spiegane il significato simbolico.
  8. Nel testo la casa bianca e la notte nera assumono un significato simbolico. Quale?
  9. L’espressione “tacito tumulto” contiene una figura retorica. Quale?
  10. Il testo è una Ballata piccola di endecasillabi. Lo schema delle rime è ABCBCCA. Considera in particolare il verso iniziale e quello finale: la rima era – nera posta all’inizio e alla fine è in relazione con il contenuto del testo? Spiega perché.
  11. Il testo presenta una trama fonica molto ricca: rime interne ai versi, assonanze, consonanze, allitterazioni: evidenziale nel testo ed indica quale tipo di suoni prevale.
  12. Il ritmo presenta un andamento alterno: i momenti di concitazione, che appaiono prevalenti, sono attenuati da significativi rallentamenti: evidenzia tali aspetti, tenendo conto che essi dipendono dalle pause e dalla lunghezza delle parole.

Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno

Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, Il gelsomino notturno.

Lontani dalla natura, spesso non riusciamo a percepirne l’incanto. Immagini semplici, dolci e piene di fascino sono quelle che il poeta riesce a offrirci, nel descrivere uno scenario campestre dal sopraggiungere della sera al calar della notte e al sorgere dell’alba.
Vita e morte s’intrecciano, per la natura e per gli uomini. L’impollinazione del gelsomino, che schiude i suoi petali di notte, si svolge parallelamente alla fecondazione della donna, nella prima notte di nozze. La poesia, pubblicata nel 1901 in occasione delle nozze dell’amico Gabriele Briganti, fu inserita poi nei Canti di Castelvecchio. In essa il poeta allude alla prima notte di nozze dei due sposi, dalla quale nascerà il piccolo Dante Gabriele Giovanni.

 

 

E[1] s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso a’ miei cari. [2]
Sono apparse in mezzo ai viburni [3]
le farfalle crepuscolari[4].
 
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.[5]
Sotto l’ali dormono i nidi,[6]
come gli occhi sotto le ciglia.
 
Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.[7]
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.
 
Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle[8].
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle[9].
 
Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento…[10]
 
È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova[11],
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova[12].
 

[1] E : l’inizio con la congiunzione “e” sembra collegare la poesia a una precedente meditazione del poeta.
[2] Al calare della sera, mentre il poeta pensa ai suoi cari morti, il gelsomino schiude i suoi petali.
[3] Viburni: arbusti con fiori bianchi.
[4] Farfalle crepuscolari: le farfalle che volano soltanto nelle ore notturne e vivono per breve tempo. Quest’immagine, come quella dei viburni, evoca misteriose presenze e si ricollega al tema dei morti.
[5] Bisbiglia: la metonimia indica l’intimo colloquio degli sposi, immagine di vita nel silenzio della notte.
[6] I nidi: metonimia per indicare gli uccellini protetti dalle ali materne.
[7] L’odore di fragole rosse: dai petali, aperti a forma di calice, del gelsomino si diffonde un profumo intenso, come di fragole rosse. Da notare la sinestesia: odore (olfatto) + fragole rosse (vista).
[8] …trovando già prese le celle: già occupate dalle altre api. Forse il poeta allude alla propria condizione di esclusione dalla vita.
[9] La chioccetta …col suo pigolìo di stelle: Chioccetta: è il nome popolare attribuito alla costellazione delle Pleiadi. Le stelle della costellazione brillano a intermittenza, come pulcini che pigolano seguendo la chioccia. Il poeta mette in rapporto analogico la Chioccetta (la costellazione delle Pleiadi) che si muove nel cielo con il suo luccichio di stelle  e una chioccia che, con il suo seguito di pulcini pigolanti, si muove nell’aia.  L’espressione “pigolìo di stelle” è sinestesia in quanto una sensazione di tipo visivo (il luccichio) è resa con un termine appartenente alla sfera sensoriale dell’udito (pigolìo).
[10] Passa… s’è spento… : i  segnali  luminosi  fanno  intuire  che nella casa pulsa  la  vita,  ma  tutto  è proiettato  in  una   remota   lontananza impregnata di mistero.
[11] si cova: si custodisce gelosamente; ma l’espressione “cova” indica .
[12] Dentro… nuova: dentro la corolla chiusa del fiore matura  una nuova vita, come nel grembo della giovane sposa.
 
Parafrasi: I fiori del gelsomino si schiudono di notte, nell’ora in cui penso ai miei cari, morti. Sono apparse tra gli arbusti le farfalle che volano nelle ore notturne. Già da tempo le grida e i rumori del giorno tacciono: solo in una casa, là, qualcuno parla sottovoce. Gli uccellini dormono sotto le ali (della madre), come gli occhi protetti dalle ciglia. Dalle corolle sbocciate dei gelsomini si diffonde un profumo come di fragole rosse. Splende una luce, là, nella sala (della casa). L’erba nasce sopra le tombe. Un’ape ritardataria sussurra trovando le celle dell’alveare già tutte occupate. La Chioccetta procede e brilla in cielo con il suo luccichio di stelle. Per tutta la notte si diffonde il profumo trasportato dal vento. La luce viene portata su per la scala; brilla al primo piano: si è spenta… È l’alba: i petali del gelsomino un po’ stropicciati si chiudono; dentro la corolla molle e nascosta,si cova non so quale indescrivibile felicità.

 

Analisi del testo.

Il poeta descrive con tecnica impressionistica un paesaggio notturno (dalla sera all’alba) animato da semplici eventi naturali e simmetricamente osserva da lontano una casa illuminata. La poesia è un susseguirsi di impressioni e di sensazioni apparentemente casuali, legate però da profonde analogie e corrispondenze che creano una magica  suggestione e alludono al misterioso compenetrarsi di vita e di morte. Evidente la simmetria tra ciò che accade fuori, nella natura, e ciò che accade dentro la casa: fuori tutto è silenzio, dentro i due sposi parlano intimamente, sottovoce; il gelsomino esala un profumo…, una luce splende nella sala; l’odore del gelsomino è portato dal vento, la luce viene portata su per la scala… Quel che il poeta intravede da lontano, dentro la casa, è come immerso nella sinfonia naturale di colori, profumi e suoni soffusi. Dalla casa provengono immagini che si collocano nella cornice naturale, fondendosi con essa nella conclusione della poesia: dopo la pudica reticenza di brilla al primo piano: s’è spento…, il poeta allude alla notte d’amore dei due sposi e alla fecondazione della donna attraverso l’immagine naturale dell’impollinazione notturna del gelsomino. Unici riferimenti propriamente umani sono “si cova” e “non so che felicità nuova”.
Pur originata da una circostanza esterna come quella del matrimonio dell’amico, la poesia tocca un tema drammaticamente vissuto dal poeta: il poeta si sente escluso dalla vitalità dei due giovani sposi, incapace di costruire un nuovo “nido” famigliare, dopo la traumatica distruzione di quello d’origine. L’immagine dell’ape tardiva che resta esclusa dall’alveare sembra un’allusione a questa condizione.
Tema centrale della poesia è quello della fecondazione della sposa, nella prima notte di nozze, cui si affiancano quello della morte e quello dell’esclusione. Gli elementi che fanno riferimento al tema della sessualità e della fecondazione sono: il fiore che si apre diffondendo un profumo di fragole; il bisbigliare intimo dentro la casa; la luce che si spegne al primo piano; i petali che si chiudono “un poco gualciti”. Al tema della morte fanno riferimento: le “farfalle crepuscolari”; il pensiero dei propri cari; l’erba che cresce sulle tombe. Al tema dell’esclusione fanno riferimento: l’ape che, giunta tardi all’alveare, trova le celle occupate e resta esclusa; l’osservazione della casa dall’esterno.
La rete di corrispondenze che caratterizza il testo si esprime nel suggestivo ricorso all’analogia ed alla sinestesia: “l’odore di fragole rosse”;”La Chioccetta per l’aia azzurra / va col suo pigolìo di stelle”. Particolare rilevanza assume la fusione tra elementi del mondo naturale e di quello umano, evidenti nella similitudine e nella metonimia che richiama il tema del nido (“Sotto l’ali dormono i nidi, / come gli occhi sotto le ciglia”). In tal senso va anche l’uso del verbo “sussurra” (simmetrico rispetto alla metonimia“bisbiglia”, entrambi con valore onomatopeico), ad indicare il ronzio dell’ape esclusa dall’alveare, che allude alla condizione del poeta, in contrasto con l’intimo colloquio degli sposi. Infine, l’analogia conclusiva con cui il poeta allude alla fecondazione, attraverso la metafora del fiore.

 

Esercizi di analisi del testo
  1. Quale fu l’occasione che diede origine al componimento?
  2. Qual è il tema centrale della poesia e con quale immagine metaforica il poeta lo rappresenta?
  3. Qual è il periodo della giornata che viene descritto nel testo? Quali sono le indicazioni che lo testimoniano?
  4. Ciascuna strofa si articola generalmente in due parti, spesso perfettamente simmetriche, in ciascuna delle quali è presente un’immagine, densa di colori, suoni e profumi: individuale.
  5. Quali sono gli elementi che rimandano al tema della vita e quali quelli che rimandano al tema della morte?
  6. Nel testo è possibile rintracciare anche riferimenti alla condizione del poeta stesso. Individuali nel testo e interpretane il significato.
  7. Il testo è denso di suggestive figure retoriche: elencale, spiegandone il significato.

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Giovanni Pascoli, La mia sera

Giovanni Pascoli, La mia sera

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, La mia sera

La raccolta Canti di Castelvecchio prosegue e approfondisce i temi di Myricae: sono presenti le consuete immagini della vita di campagna, i canti degli uccelli, gli alberi, i fiori, i suoni.
Particolare importanza assumono il tema del nido familiare distrutto e il senso del mistero, connesso al dolore della vita e all’angoscia della morte, in contrasto con il ciclo naturale delle stagioni. Questi temi si esprimono in una visione allucinata: nel triste ricordo dei morti, nella percezione di tenui richiami, nei sussulti dell’animo. Anche nei Canti, da descrizioni apparentemente realistiche affiorano simboli e allusioni a una realtà inquietante e misteriosa.
La natura di questa poesia è caratterizzata da stati d’animo, da emozioni, da sussulti interiori. Una natura come organismo vivente, umanizzata, capace di riflettere ciò che il poeta sente dentro. Scritta nel 1900, fa parte dei Canti di Castelvecchio e rappresenta una serena, malinconica meditazione sulla sera vista come metafora di un’età ormai avanzata della vita. La sera di Pascoli non è però una riflessione sui massimi sistemi né propone verità filosofiche: La mia sera è proprio la sua sera, personale, intrecciata alle vicende drammatiche della sua giovinezza, che egli a distanza di tempo sente e soffre meno dolorosamente.
Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle.[1] Nei campi
c’è un breve gre gre di ranelle[2].
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.[3]
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!
 
Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo. [4]
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo [5].
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell’aspra bufera,
non resta che un dolce singulto[6]
nell’umida sera.
E`, quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro. [7]
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d’oro.[8]
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell’ultima sera.[9]
 
Che voli di rondini intorno!
che gridi nell’aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.[10]
La parte, sì piccola, i nidi[11]
nel giorno non l’ebbero intera.
Né io[12]… e che voli, che gridi,
mia limpida sera!
 
Don… Don… E mi dicono, Dormi![13]
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi![14]
là, voci di tenebra azzurra…[15]
Mi sembrano canti di culla,
che fanno ch’io torni com’era…
sentivo mia madre… poi nulla…
sul far della sera.
 

[1] tacite stelle: le silenziose stelle; l’aggettivo, riferito alle stelle, è interpretabile come sinestesia (vista – udito).
[2] breve gre gre di ranelle: il gracidare delle rane reso con l’onomatopea (gre gre).e dalle parole onomatopeiche breve…ranelle.
[3] Le tremule foglie…leggiera: il vento fa stormire le foglie; il fruscio sembra al poeta un tremito di gioia lieve e dolce.
[4] Si devono aprire…vivo: l’apparire delle stelle sembra al poeta-fanciullo uno sbocciare, in un cielo così sereno e luccicante da sembrare vivo.
[5] singhiozza monotono un rivo: il gorgoglio di un ruscello viene umanizzato in un singhiozzo ripetuto
[6] Di tutto…singulto: del tremendo, tenebroso clamore del temporale ora non resta che il dolce singhiozzo del rivo.
[7] Infinita…canoro: la tremenda tempesta sembrava non dover finire mai, ma si è estinta e non resta che il gorgoglio di un ruscello. Come sarà evidente dal seguito della poesia Pascoli allude alle sue dolorose vicende familiari, che gli erano apparse, in taluni momenti della vita, insuperabili, mentre col passare del tempo hanno finito anch’esse per essere meno dolorose.
[8] Dei fulmini…oro: dei fulmini che passano rapidi ed hanno forma spezzata (fragili) restano solo nubi rossastre e color oro; ma l’aggettivo fragili potrebbe essere riferibile cirri. Di conseguenza il senso sarebbe: dei fulmini non restano che nuvole (cirri) sparse (fragili), rosse e dorate.
[9]  O stanco…sera: qui il riferimento alla tragica esperienza biografica del poeta diviene esplicito: lo stanco dolore, che ha travagliato la vita del poeta sembra finalmente vicino ad attenuarsi e placarsi; come le tetre nubi del temporale diurno si sono tinte di rosa, sul far della sera, così anche il poeta, nella sera della sua vita, vede gli eventi tragici del passato con minore sofferenza.
[10] Che voli…cena:
[11] i nidi: attraverso la metonimia il poeta indica i rondinini che hanno sofferto la fame.
[12] Né io…: evidente qui il riferimento alla propria sofferta giovinezza, in cui il poeta non ha potuto ricevere l’affetto dei propri cari, come i rondinini hanno sofferto la fame.
[13] Don…Don…Dormi: L’onomatopea sottolinea il desiderio di pace e serenità del poeta, che vuole dimenticare il dolore e tornare alla dolcezza dell’infanzia.
[14] cantano…sussurrano…bisbigliano…: il climax discendente sembra accompagnare con dolcezza l’attenuarsi del dolore nell’animo del poeta.
[15] voci di tenebra azzurra: il suono delle campane sembra quello di voci soffuse provenienti dalle tenebre; un concentrato di analogia (suono delle campane=voci), sinestesia(voci associate alle tenebre azzurre, cioè sensazione uditiva + visiva), ossimoro (tenebre – azzurre, ovvero termini contrastanti)
 

Analisi del testo

Il titolo della poesia, con l’aggettivo possessivo mia, evidenzia il carattere privato, personale della sera, che viene paragonata nel testo, in modo sempre più evidente, all’età matura del poeta. Nella prima delle tre strofe il poeta descrive  un suggestivo paesaggio serale: l’attesa apparizione delle stelle nel cielo sereno, dopo il temporale del giorno; il gracidare delle rane presso un ruscello che gorgoglia; il vento leggero che fa frusciare le foglie dopo i lampi e i tuoni fragorosi; le nubi che il sole al tramonto colora di rosso e d’oro, dopo che si è dissipata la tempesta. Quest’ultima immagine induce il poeta ad una prima notazione personale: negli ultimi quattro versi della terza strofa egli fa riferimento a sé: il giungere della sera lo induce a ricercare la pace, a percepire e rivivere con serenità i momenti più tormentosi della propria esistenza. Nella strofa successiva fin troppo esplicito è il riferimento al suo vissuto personale, con la metafora del nido e dei piccoli che durante il giorno non hanno potuto nutrirsi a sufficienza. Il poeta sente il bisogno di sottolineare  “Né io…”. La strofa conclusiva descrive una sorta di abbandono malinconico e sereno, sollecitato dal suono delle campane che rievocano il canto di madre e il sonno sereno del poeta-fanciullo.
La natura è sentita come un organismo vivo, palpitante, capace di provare emozioni. Essa (come il poeta) è sconvolta dal temporale diurno, ma poi è serena al sopraggiungere della sera, che attenua lo sconvolgimento e il dolore. Alla natura sono attribuite caratteristiche umane: le tacite stelle; il cielo sì tenero e vivo; le allegre ranelle; singhiozza monotono un rivo; un rivo canoro; un dolce singulto; ecc. Ma l’umanizzazione s’intreccia con il simbolismo: le immagini raffigurate rappresentano la sofferenza sopita del poeta, ora che è sera, la sera della sua vita.
Il testo è ricco di figure di suono, come allitterazioni (tacite stelle; allegre ranelle; fulmini fragili; cantano…canti…culla; mia madre), onomatopee (breve gre gre di ranelle; don don dormi; bisbigliano…), rime interne (infinita…finita), assonanze (cupo tumulto), che creano una sorta di musicale linguaggio fanciullesco.
Numerose le figure retoriche:
Analogia: voci di tenebra azzurra (i rintocchi delle campane definiti come voci che giungono dal buio).
Sinestesia: voci di tenebra azzurra (il suono delle campane associato al colore azzurro).
Metafora: le tremule foglie dei pioppi trascorre una gioia leggièra (le foglie sembrano tremanti, percorse da una lieve gioia); Il cielo sì tenero e vivo; singhiozza…un rivo; rivo canoro; cirri di porpora e d’oro.
Metonimia: La parte, sì piccola, i nidi / nel giorno non l’ebbero intera (i nidi per i rondinini)
Ossimoro: voci di tenebra azzurra (tenebra azzurra sono due termini contrastanti).
Antitesi: infinita tempesta, / finita… (accostamento di concetti contrapposti).
Climax discendente: cantano…sussurrano…bisbigliano… (verbi con intensità decrescente).

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Pascoli, La mia sera – Esercizi di analisi del testo

  1. Per ogni strofa della poesia individua le immagini che il poeta associa al giorno e alla sera.
  2. Quali organi di senso vengono utilizzati dal poeta nella descrizione? Fornisci almeno 3 esempi.
  3. La natura viene sentita come un essere vivente, che manifesta sentimenti umani: individua ed elenca gli aggettivi e i verbi che lo evidenziano.
  4. Che significato assumono le immagini dei versi: La parte, sì piccola i nidi…; …Mi sembrano canti di culla….
  5. Come è strutturata metricamente la poesia? Come sono distribuite le rime? Com’è il rapporto tra la struttura sintattica e quella metrica?
  6. Spiega le motivazioni delle scelte lessicali del poeta.
  7. Quali effetti di suono (allitterazioni, onomatopee) e quali figure retoriche si possono rilevare nel testo? Indicali e spiegali.
  8. Svolgi la parafrasi della poesia.
 

Giovanni Pascoli, Temporale

Giovanni Pascoli, Temporale

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di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, Temporale

(da Myricae)

Ideata nel 1892, la poesia venne pubblicata nella terza edizione di Myricae del 1894. Attraverso note di colore accostate con tecnica impressionistica, Pascoli raffigura il sopraggiungere di un temporale estivo.
Gli elementi del paesaggio naturale riflettono simbolicamente lo stato d’animo inquieto ed angosciato del poeta.

 

 

 

Un bubbolìo[1] lontano…
rosseggia l’orizzonte,
come affocato [2], a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare:
tra il nero un casolare:
un’ala di gabbiano.

 

 

[1] Bubbolio: mormorio, rumore del tuono in lontananza.

[2] Affocato: infuocato, color del fuoco.

 

 

 

 

Analisi del testo

Lo schema metrico è quello della ballata piccola, composta di versi settenari, con rima ABCBCCA
Il brontolio del tuono in lontananza annuncia il temporale. Sul mare l’orizzonte “rosseggia”, per la luce del sole morente, mentre nubi nere, con qualche traccia di nubi biancastre, incombono dalla parte del monte. In mezzo al nero s’intravede una casa bianca, che sembra un’ala di gabbiano.
La descrizione del paesaggio è realizzata con tecnica impressionistica, che accosta immagini e note di colore, suggerendo, piuttosto che descrivendo esplicitamente, una visione d’insieme.
L’efficacia rappresentativa del fenomeno naturale è indubbia, ma appare anche evidente che il poeta attribuisce agli elementi del paesaggio una valenza simbolica e che la natura riflette il suo stato d’animo: l’orizzonte infuocato del tramonto sembra richiamare l’idea del sangue, le nubi nere come la pece (il nero, associabile alla morte, viene di nuovo richiamato al sesto verso, a ribadire la sua centralità) sono simbolo di una realtà angosciante, in mezzo alla quale s’intravede una casa bianca, accostata per analogia a un’ala di gabbiano.
La casa bianca associata all’ala di gabbiano richiama l’idea del nido ed è simbolo positivo degli affetti famigliari, tuttavia la loro funzione protettrice appare fugace, evanescente e forse vana, in quanto si colloca in un contesto cupo ed angosciante di morte.
Sul piano sintattico la poesia è caratterizzata da frasi brevi senza verbo (sintassi nominale), con l’uso prevalente, sul piano lessicale, di sostantivi e di aggettivi sostantivati, mentre è praticamente assente il verbo, assumendo rosseggia valore di aggettivo. Il ritmo è frammentato e spezzato da pause forti, anche all’interno dei versi. Il componimento si apre con la parola onomatopeica “bubbolio”, che riproduce il rumore del tuono in lontananza. I puntini di sospensione e lo stacco dagli altri versi creano come un senso di sospensione e di attesa.
 

Esercizi di analisi del testo

  1. Il testo è una Ballata piccola. Indica il tipo di versi che la compongono e lo schema delle rime.
  2. In quale momento della giornata si verifica il temporale descritto da Pascoli? Da che cosa lo si deduce?
  3. Quali figure retoriche vengono utilizzate nel componimento? (considera in particolare le espressioni:
  4. Nel testo prevale l’uso del verbo, del nome (o dell’aggettivo sostantivato) o dell’aggettivo? Sul piano sintattico è caratterizzato dall’ipotassi o dalla paratassi?
  5. Sul piano espressivo la poesia presenta aspetti diversi dello stesso paesaggio: quale tecnica “pittorica” viene usata per la descrizione? In che modo sono accostate le immagini?
  6. Nella poesia prevalgono sensazioni visive, uditive, tattili od olfattive? Motiva la tua risposta.
  7. Quali sono i colori dominanti nel testo? Quale significato simbolico assumono?
  8. Quale rapporto c’è tra il paesaggio e il casolare? (Che significato simbolico assumono?)
  9. Che significato assume il paragone fra il casolare e l’ala di gabbiano?
  10. Nel primo verso quale figura fonetica (di suono) è possibile individuare?
  11. Esponi con parole tue il contenuto della poesia in poche righe e confrontala con “Il lampo”.
  12. Individua nel testo gli elementi più evidenti delle tematiche, della biografia e della poetica di Pascoli.
 

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Giovanni Pascoli, Novembre

Giovanni Pascoli, Novembre

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di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, Novembre

 
Illusione e realtà, questa l’antinomia attorno alla quale si concentra la descrizione del poeta. Illusione di vita, realtà di morte. Un paesaggio luminoso, illuminato dal sole, si rivela vuoto e freddo. Un sole che non riscalda. Sembra di muoversi in una dimensione da incubo, dove quel che vediamo è solo vuota apparenza, è quel che vorremmo vedere ma che non è, che non può essere che illusione. Pubblicata nel febbraio 1891 sulla rivista fiorentina <<Vita Nuova>>, fu inclusa nella prima edizione di Myricae dello stesso anno. Nell’edizione definitiva della raccolta  Novembre fu posta in chiusura della sezione intitolata In campagna.

 

Gemmea [1] l’aria, il sole così chiaro
che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo[2] l’odorino amaro
senti nel cuore
 
Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame[3] segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.
 
Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano, da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile[4]. È l’estate,
fredda, dei morti.
(da Myricae)
 
Parafrasi:
L’aria è luminosa come una gemma, il sole è così splendente che tu ti volgi a cercare gli albicocchi fioriti, e senti nel cuore il profumo amaro del biancospino. Ma il biancospino è secco, e le piante scheletrite disegnano il cielo di nere trame, e il cielo sembra vuoto di vita, e il terreno sembra cavo, risonante ai passi. Silenzio, intorno: soltanto, quando soffia il vento, senti venire da lontano, dai giardini e dagli orti, un fragile cadere di foglie. È l’estate, fredda, dei morti.

 


[1] Gemmea l’aria: l’aria luminosa e trasparente come una gemma. La gemma è un cristallo duro, trasparente. Il termine gemma indica anche un abbozzo di germoglio e forse il poeta, volutamente, ha scelto un termine che richiama il germogliare delle foglie in primavera.
[2] Prunalbo: il biancospino.
[3] Nere trame: i rami scheletriti degli alberi.
[4] di foglie un cader fragile: il tenue rumore delle fragili foglie che cadono; l’attribuzione dell’aggettivo fragile al cadere, anziché alle foglie, è un’ipallage; udito, vista e tatto sono condensati nella sinestesia: udiamo e vediamo di riflesso il cadere delle foglie, ne percepiamo la fragilità.
 

 

Analisi del testo

La poesia descrive un paesaggio naturale: immagini nitide, sensazioni visive (l’aria limpida, gli albicocchi fioriti) ed olfattive (il profumo del biancospino). Ma la realtà di quel paesaggio primaverile è solo illusoria.
Nella prima strofa l’aria cristallina come una gemma e il sole luminoso fanno ricercare allo sguardo gli albicocchi fioriti e richiamano l’odore amaro del biancospino.
Nella seconda strofa, introdotta dal “Ma” avversativo, tale realtà si rivela di segno opposto, poiché le piante si mostrano “stecchite” e con i loro rami spogli e scheletriti disegnano di nere trame il cielo sereno. Il cielo è privo di vita, non ci sono uccelli che cinguettano, e il terreno risuona sotto i piedi come se fosse vuoto.
La terza strofa si apre con una sensazione uditiva: il silenzio, con il solo lieve, “fragile” cadere delle foglie degli alberi. La frase conclusiva rivela la realtà: è “l’estate, fredda, dei morti”. La dura realtà della morte è quel che si cela dietro l’illusione iniziale di vita.
L’estate di San Martino, le giornate di sole che secondo la tradizione popolare caratterizzano i primi giorni di novembre, quando si commemorano i defunti, richiama al cuore del poeta la vitalità dei mesi primaverili. Eppure egli è consapevole che di altra stagione si tratta: è la stagione dei morti.
Il simbolismo della descrizione è in questo testo evidente, dagli aggettivi stecchite, nere, vuoto, cavo alla lapidaria “estate fredda, dei morti” che suggella la poesia, eliminando ogni residuo inganno dei sensi. Ma fin dall’immagine iniziale, il luminoso “Gemmea l’aria”, il poeta sa che si tratta di illusione: l’aggettivo gemmea ha in sé qualcosa di freddo, di privo di vita (la gemma è una pietra dura e trasparente).

 

Metro – ritmo.
Ciascuna delle tre quartine è strutturata secondo lo schema della strofa saffica, forma metrica di ascendenza classica e rara nella lirica italiana, ed è composta da tre endecasillabi e un quinario finale. Lo schema delle rime è ABAb, CDCd, EFEf (rima alternata). L’uso marcato della punteggiatura, la presenza di cesure ed enjambement,  spezzano l’endecasillabo producendo un effetto di frammentazione. Il ritmo è lento, con un’accentuazione nella seconda e nella terza strofa, dove la punteggiatura e le pause sottolineano la crescente consapevolezza della realtà di morte che si cela dietro l’illusione iniziale di vita.

 

Effetti fonosimbolici.
Le immagini luminose della prima strofa sono sottolineate e dilatate dalla ripetizione della vocale /a/, associata alla /e/ in “gemmea” e alla /r/ in “aria” e in “chiaro” (allitterazione), in “amaro” (che rima con “chiaro”), nonché alla coppia di consonanti /lb/ (nell’allitterazione “prunalbo” / “albicocchi”). Le consonanti /r/, /cc/, /ch/ non sono in contrasto con l’impressione di luminosità e dolcezza di questi versi.
Esse invece si caricano di una valenza ben diversa nelle strofe successive dove la /r/ evoca un senso di durezza, di aridità, di assenza di vita: è spesso ancora associata alla vocale /a/ ma invertendo l’ordine delle lettere (non più /ar/ che richiama un senso di apertura, di chiarezza, ma /ra/ che produce un effetto inverso). Allitterazioni e consonanze si richiamano e si caricano di una valenza fonosimbolica: “secco/stecchite” (v. 5) alludono fonicamente alla rigidità della morte; nere/trame/sereno (v. 6)  incarnano il vuoto di vita del cielo, segnato di rami scheletrici; vuoto/cavo (v. 7), con la dilatazione della “o” richiamano la vuota aridità di un deserto; l’allitterazione foglie/fragile (v. 11) richiama la fragilità e precarietà della vita umana.

 

Figure retoriche
Prima strofa
L’aggettivo “Gémmea” assume un ruolo di rilievo per il suo valore metaforico (l’aria luminosa e cristallina come una gemma), per la collocazione all’inizio del verso e l’assenza del verbo; tale posizione, unitamente al chiasmo “Gemmea l’aria / il sole così chiaro” (aggettivo – sostantivo / sostantivo – aggettivo), accentua l’idea di luminosità che fa pensare alla stagione primaverile.  Poi le sensazioni visive ed olfattive si intrecciano: albicocchi in fiore (v. 2), odorino amaro (v. 3). “L’odorino amaro senti nel cuore” (vv. 3-4) è una sinestesia, per l’associazione tra l’olfatto (odorino) e il gusto (amaro), ma anche perché il profumo è percepito attraverso una sensazione interiore (senti nel cuore).
Seconda strofa
Il Ma iniziale segna un radicale ribaltamento di significato. L’uso dell’inversione (secco…pruno/stecchite piante/nere trame ecc.), con immagini il cui valore connotativo e metaforico ci presentano una natura umanizzata, evidenzia il senso di vuoto, di aridità e di morte.
Terza strofa
Nel silenzio, che ribadisce l’assenza di vita, l’espressione di foglie un cader fragile coinvolge in un’efficace sinestesia udito, vista e tatto: udiamo e vediamo di riflesso il cadere delle foglie,  ne percepiamo la fragilità. L’ossimoro “l’estate, fredda, dei morti” dei vv. 11-12, accentuato dall’enjambement e dalla punteggiatura, evidenzia il contrasto tra illusione e realtà, vero nucleo tematico del componimento, e  segna il definitivo spezzarsi dell’illusione iniziale.

 

 

Schema di Novembre

 

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Pascoli, Novembre – Esercizi di analisi del testo
  1. La prima strofa descrive un quadro paesaggistico: quale illusione creano le immagini che lo compongono e perché? Quali organi di senso sono coinvolti?
  2. Nella seconda strofa l’idea espressa inizialmente subisce un ribaltamento: quale elemento segnala tale cambiamento? Quali immagini caratterizzano il paesaggio descritto nella seconda strofa?
  3. Nella terza strofa il significato del testo si chiarisce definitivamente: quali sono gli elementi che segnano il definitivo rivelarsi della realtà?
  4. Un evidente simbolismo caratterizza il testo: qual è il tema centrale e il significato complessivo della poesia?
  5. La tessitura fonica del testo è in rapporto con il contenuto: quali sono gli aspetti che la caratterizzano?
  6. Il ritmo della poesia è lento, in particolare nella seconda e nella terza strofa: quali sono gli elementi che determinano questa caratteristica? Quali sono le ragione di tale scelta stilistica?
  7. Elenca e spiega le principali figure retoriche presenti nel testo.
  8. Tenendo conto di tutti gli elementi emersi, spiega la lirica e interpretane il messaggio: utilizza il seguente schema che evidenzia la struttura del testo e le relazioni tra gli elementi che lo compongono.

Giovanni Pascoli, Lavandare

Giovanni Pascoli, Lavandare

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di Giorgio Baruzzi

Giovanni Pascoli, Lavandare

 
In un aratro abbandonato, avvolto nella foschia, il poeta vede una condizione di abbandono e di desolazione, che si contrappone idealmente alla trascorsa vitalità del lavoro dei campi. Lo scenario su cui il poeta proietta uno stato d’animo smarrito e malinconico è quello della campagna autunnale, con i suoi colori tristi e con gli echi della fatica umana. Una condizione analoga quella richiamata dal canto delle lavandaie, dell’innamorata abbandonata dal suo uomo.

 

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero [1]
resta un aratro senza buoi che pare
dimenticato, tra il vapor leggero[2].
 
E cadenzato[3] dalla gora[4] viene
lo sciabordare[5] delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene[6]:
 
Il vento soffia e nevica la frasca[7],
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta[8]!
come l’aratro[9] in mezzo alla maggese[10].
 
Parafrasi: Nel campo per metà arato e per metà no c’è un aratro senza buoi che sembra dimenticato, in mezzo alla nebbia. E scandito dalla riva del canale si sente il rumore delle lavandaie che lavano i panni, sbattendoli e lunghe cantilene: il vento soffia e dai rami cadono le foglie come neve, e tu non ritorni ancora al tuo paese! da quando sei partito sono rimasta come l’aratro abbandonato in mezzo al maggese.

[1] mezzo… nero: la terra non arata è  di  colore  grigio,  mentre quella smossa dal vomere assume un colore più scuro. Questi colori,   insieme  “all’aratro  dimenticato” dei due versi successivi, ispirano un senso di tristezza e di abbandono.
[2] il vapor: è la nebbia che sale dalla terra come un vapore avvolgendo la campagna.
[3] cadenzato: ritmato; si riferisce al risciacquo e allo sbattere ritmico dei panni (tonfi spessi).
[4] gora: è un canale d’acqua.
[5] sciabordare: risciacquare; il verbo, onomatopeico,  riproduce  il  rumore dei panni immersi nell’acqua del canale.
[6] tonfi… cantilene: il rumore sordo  (“tonfi“) e ripetuto  (“spessi“) dei panni sbattuti e  canti delle lavandaie.
[7] nevica la frasca: le foglie, come neve, cadono  in  grande  quantità dai rami.
[8] rimasta: l’assonanza “frasca“-“rimasta” sostituisce la rima.
[9] Come l’aratro: l’innamorata  è  rimasta  sola, abbandonata dal suo uomo  che  non  torna,  così  come  l’aratro  è stato dimenticato nel campo (similitudine). L’aratro è chiaro simbolo di solitudine e di abbandono.
[10] Maggese: la parte del campo lasciata incolta, a riposo.
 

 

Analisi del testo
La struttura metrica del componimento è quella del madrigale: la lirica si compone di due terzine più una quartina di endecasillabi (secondo lo schema ABA CBC DEDE). I versi 7 e 9 sono legati dall’assonanza frasca/rimasta.
Nella prima terzina tema centrale è quello di un aratro abbandonato in mezzo ad un campo.  L’organo di senso coinvolto è quello visivo, attraverso le notazioni di colore (campo mezzo grigio e mezzo nero).
Nella seconda terzina attraverso sensazioni di tipo uditivo (lo sciabordare; tonfi spessi; lunghe cantilene) viene descritto il lavoro delle lavandaie che lavano i panni al canale.
Nella quartina finale, che riprende due canti popolari marchigiani, le sensazioni uditive (il vento soffia) e visive (nevica la frasca) descrivono un malinconico paesaggio autunnale, con l’immagine delle foglie che cadono, come se nevicasse; assume inoltre centralità lo stato d’animo dell’innamorata, che vede riflesso nella desolazione del paesaggio, e in particolare nell’aratro, il proprio sentimento di abbandono.
Impressionismo e simbolismo
Il poeta accosta tra loro immagini diverse o isolate, che fondendosi concorrono a fornire un quadro d’insieme unitario, con una tecnica che è stata definita di impressionismo descrittivo. I versi 8-10 (e tu non torni…alla maggese), richiamano una condizione interiore di solitudine e nostalgia, chiarendo il valore allusivo delle immagini e dei suoni, che assumono una valenza simbolica. L’immagine dell’aratro viene sottolineata due volte, e rappresenta il simbolo evidente della solitudine e dell’abbandono (senza buoi, dimenticato), condizione esistenziale suggerita anche dal maggese (v. 10), il campo non seminato, mentre il paesaggio autunnale immerso dalla nebbia crea un’atmosfera di tristezza. La natura, che riflette  lo stato d’animo del poeta, appare popolata di presenze tristi e inquietanti.
La struttura simmetrica e circolare
Le due terzine hanno struttura simmetrica: in entrambe il primo verso è introduttivo rispetto ai soggetti “aratro” e “sciabordare”, messi in rilievo dall’anastrofe. La struttura complessiva della lirica si può definire circolare: il rapporto che lega l’inizio alla fine si evidenzia nella quartina finale con il ritorno dell’immagine dell’aratro abbandonato in mezzo al maggese, che riprende i primi versi. La trascrizione dei canti popolari marchigiani nella quartina conclusiva è in sintonia con le terzine che la precedono: ne riprende l’immagine dell’aratro, la situazione paesaggistica e la tonalità lenta e cantilenante.
La precisione lessicale e le parole onomatopeiche
La precisione lessicale della poesia rimanda alla formazione culturale positivista di Pascoli, alla sua attenzione per il “vero”. L’accostamento delle parole sciabordare/lavandare (v. 5) che rimano internamente tra loro e riproducono lo sciacquio dei panni nell’acqua, poi quello del v. 6 (tonfi spessi e lunghe cantilene), che richiama il rumore dei panni sbattuti e le voci delle lavandaie, producono un effetto onomatopeico.
L’andamento ritmico
L’andamento ritmico dei versi riproduce il ritmo monotono e lento delle azioni, con una  struttura sintattica in cui predominano le coordinate e con accostamenti analogici di immagini e sensazioni che si susseguono con effetto accumulativo. Nelle terzine gli enjambement (vv. 1-2, 2-3, 4-5) rendono più fluido il ritmo, spezzato all’interno degli endecasillabi (cesura), mentre nelle quartina finale i versi coincidono con gli enunciati. La frammentazione del metro tradizionale tende ad isolare i singoli oggetti, evidenziandone la valenza simbolica.
Le figure retoriche
Tra le figure retoriche più significative si possono rilevare:
  • il chiasmo presente nei versi “con tonfi spessi e lunghe cantilene”, con l’inversione dell’ordine sostantivo / aggettivo – aggettivo / sostantivo e in  “Il vento soffia e nevica la frasca”, con l’inversione soggetto / predicato – predicato / soggetto.
  • In quest’ultimo verso è presente una metafora “nevica la frasca”, con cui si indica il cadere delle foglie.
  • La similitudine conclusiva che chiarisce in modo esplicito il significato simbolico assunto dall’aratro, abbandonato in mezzo al maggese, così come la donna è stata abbandonata dal suo amato.
 

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Esercizi di analisi del testo
  1. I versi 7 e 9 sono legati dall’assonanza: evidenziala sul testo e riportala.
  2. Nella prima terzina il campo percettivo coinvolto è quello visivo; nella seconda terzina quello uditivo; nella quartina finale alle percezioni uditive e visive si accompagna la percezione interiore. Evidenzia questi elementi.
  3. Le due terzine sono simmetriche nella loro struttura interna: in entrambe il primo verso è introduttivo: quale tema viene introdotto rispettivamente dal primo e quale dal secondo?
  4. Sul piano espressivo le due terzine focalizzano aspetti diversi dello stesso paesaggio: quale tecnica “pittorica” viene usata per la descrizione? In che modo sono accostate le immagini?
  5. La struttura della lirica si può definire circolare. Il rapporto che lega l’inizio alla fine si evidenzia nella quartina finale: perché?
  6. L’effetto onomatopeico è ottenuto con l’accostamento di alcune parole: individuale nel testo e indica quali suoni richiamano.
  7. Individua nelle seguenti espressioni le figure retoriche presenti: resta un aratro; nevica la frasca; come l’aratro…; con tonfi spessi e lunghe cantilene
  8. Esponi con parole tue il contenuto del testo. Tieni presente che i versi della quartina finale, che segue i due punti della strofa precedente, sono tratti da due canti popolari marchigiani.
  9. La rappresentazione paesaggistica e stagionale si traduce in un messaggio simbolico: qual è la stagione descritta? Quali sono gli elementi del paesaggio più carichi di significato simbolico? Quale stato d’animo e quale “messaggio” vuole evocare il poeta?