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George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

George Orwell, Il Grande Fratello e il Bipensiero

 

da G. Orwell, 1984

 

G.Orwell, Teoria e prassi del collettivismo oligarchico

 

Al vertice della piramide c’è il Grande Fratello. Egli è infallibile e potentissimo. Si dà per acquisito che ogni successo, ogni conquista, ogni vittoria, ogni scoperta scientifica, tutto il sapere, tutte le conoscenze, tutta la saggezza, tutte le virtù derivino direttamente dalla sua guida e dal suo stimolo. Nessuno ha mai visto il Grande Fratello. È un volto sui manifesti, una voce che viene dal teleschermo. Possiamo essere ragionevolmente certi che non morirà mai. Già adesso non si sa con certezza quando sia nato. Il Grande Fratello è il modo in cui il Partito sceglie di mostrarsi al mondo. Ha la funzione di agire da catalizzatore dell’amore, della paura e della venerazione, tutti sentimenti che è più facile provare per una singola persona che per un’organizzazione. Al di sotto del Grande Fratello c’è il Partito Interno, che comprende circa sei milioni di persone, che è come dire un po’ meno del 2 per cento della popolazione dell’Oceania. Dopo il Partito Interno viene il Partito Esterno che, se paragoniamo quello Interno alla mente, può essere considerato il braccio dello Stato. E infine viene la massa silenziosa di coloro che abitualmente chiamiamo “prolet”, che comprende all’incirca l’85 per cento della popolazione. Se ci rifacciamo alla tripartizione che abbiamo indicato prima, i prolet sono i Bassi. Le popolazioni asservite delle terre equatoriali, che passano di continuo da un conquistatore all’altro, non costituiscono, infatti, una sezione stabile o necessaria della struttura. 

[…]

Tutte le convinzioni, i costumi, i gusti, le emozioni, gli atteggiamenti mentali che caratterizzano il nostro tempo sono stati in realtà programmati al solo fine di sostenere la mistica del Partito e di impedire che venga colta la vera natura della società contemporanea. Una rivolta vera e propria, o qualcosa che si avvicini a essa, è al momento impossibile. Da parte dei proletari, in particolare, non vi è nulla da temere: abbandonati a se stessi, continueranno — generazione dopo generazione, secolo dopo secolo — a lavorare, generare e morire, privi non solo di qualsiasi impulso alla ribellione, ma anche della capacità di capire che il mondo potrebbe anche essere diverso da quello che è. Potrebbero diventare pericolosi solo se il progresso tecnico-industriale rendesse indispensabile alzare il livello della loro istruzione ma, poiché la concorrenza in campo militare e commerciale non è più importante, il livello di istruzione della popolazione sta in effetti peggiorando. Ciò che le masse pensano o non pensano incontra la massima indifferenza. A loro può essere garantita la libertà intellettuale proprio perché non hanno intelletto. A un membro del Partito, invece, non è consentito spostarsi di un millimetro dalla linea fissata, neanche in questioni del tutto irrilevanti. 

Dalla nascita alla morte ogni membro del Partito vive sotto l’occhio della Psicopolizia. Anche quando è solo non può mai essere sicuro di essere solo. Dovunque si trovi, che dorma o sia sveglio, che lavori o riposi, che sia in bagno o a letto, può essere scrutato senza preavviso, addirittura ignorando di essere spiato. Nulla di quello che fa è privo di importanza. Le sue amicizie, gli svaghi, il suo modo di comportarsi con la moglie e i figli, l’espressione del volto quando si trova da solo, le parole che mormora nel sonno, perfino i movimenti del corpo che gli sono più abituali, sono minuziosamente analizzati. Non vi sono dubbi che arrivino a scoprire non solo ogni trasgressione autentica, ma qualsiasi gesto eccentrico, per quanto infimo, qualsiasi mutamento delle abitudini, qualsiasi tic nervoso che potrebbe essere il sintomo di un conflitto interiore. Il membro del Partito non ha alcuna libertà di scelta, in nulla. D’altra parte, le sue azioni non sono regolate dalla legge o da un qualsiasi codice di comportamento chiaramente formulato. In Oceania non esistono leggi. Pensieri e azioni che, una volta scoperti, si traducono in morte sicura non sono proibiti in maniera esplicita: in realtà, i continui arresti, epurazioni, torture, incarcerazioni e vaporizzazioni non sono inflitti per punire delitti effettivamente commessi, ma per spazzar via persone che forse, in un futuro imprecisato, potrebbero commettere un crimine. Un membro del Partito non deve avere soltanto le opinioni giuste, ma anche gli istinti giusti. Gran parte delle convinzioni e dei comportamenti che gli vengono richiesti non sono esplicitati con chiarezza: ove ciò avvenisse, ne risulterebbero smascherate le contraddizioni intrinseche al Socing. Se è un ortodosso nato (in neolingua: un buonpensante), saprà in ogni circostanza, senza neanche stare a riflettere, qual è l’opinione giusta o il tipo di emozione richiesta. In ogni caso, una sofisticata pratica mentale, avviata già nell’infanzia e che si può immaginare concentrata attorno alle parole in neolingua stopreato, nerobianco e bipensiero, lo rendono refrattario e inetto ad approfondire troppo un qualsiasi argomento. 

A un membro del Partito si richiedono l’assenza di emozioni personali e un entusiasmo perenne. Da lui ci si aspetta che viva di continuo in uno stato di odio parossistico nei confronti dei nemici esterni e dei traditori interni, di giubilo per le vittorie e di automortificazione davanti al potere e alla saggezza del Partito. Il malcontento prodotto dalla sua esistenza disadorna e insoddisfacente viene scientemente proiettato all’esterno e poi dissolto per mezzo di trucchi come i Due Minuti di Odio, mentre la disciplina interna appresa nei primi anni di vita provvede a liquidare in anticipo ogni riflessione che potrebbe produrre atteggiamenti scettici o eversivi. Il primo e più semplice stadio di questa pratica, che può essere insegnato anche ai bambini, si chiama in neolingua stopreato, e implica la capacità di arrestarsi, come per istinto, sulla soglia di qualsiasi pensiero pericoloso. Comprende anche la capacità di non cogliere le analogie, di non percepire gli errori di logica, di fraintendere le argomentazioni più elementari quando sono contrarie al Socing, oltre a quella di pro- vare noia o ripulsa di fronte a un qualsiasi pensiero articolato che potrebbe portare a posizioni eretiche. In parole povere, lo stopreato è una forma di stupidità protettiva. La stupidità, però, non è sufficiente. Al contrario, l’ortodossia nel senso più pieno del termine richiede un controllo completo dei propri processi mentali, simile a quello che un contorsionista ha del proprio corpo. L’Oceania si basa in fin dei conti sulla convinzione che il Grande Fratello sia onnipotente e che il Partito sia in- fallibile. Tuttavia, poiché il Grande Fratello non è onnipotente e il Partito non è infallibile, c’è bisogno di una flessibilità, instancabile e sempre pronta a entrare in azione, nel modo di trattare i fatti. Qui la parola chiave è nerobianco. Come tante altre parole in neolingua, questa parola . abbraccia due significati che si negano a vicenda. Applicata a un qualsiasi termine di confronto, sottolinea l’abitudine di affermare, con la massima impudenza e a dispetto dell’evidenza, che il nero è bianco. Applicata a un membro del Partito, indica la sincera volontà di affermare che il nero è bianco quando a richiederlo sia la disciplina di partito. Indica, però, anche la capacità di credere veramente che il nero sia bianco e, più ancora, di sapere che il nero è bianco, dimenticando di aver mai pensato il contrario. Tutto ciò impone una continua alterazione del passato, resa possibile da quel sistema di pensiero che effettivamente abbraccia dentro di sé tutto il resto e che è noto in neolingua come bipensiero. 

[…]

 

G. Orwell, Ora amava il Grande Fratello

 

Qualcosa cambiò nella musica che fuoriusciva dal teleschermo. Vi si intromise una nota spezzata, stridula, gialla. E poi — ma forse non stava veramente accadendo, forse era solo un ricordo che assumeva la forma di un suono — si udì una voce che cantava: 

Sotto il castagno, chissà perché,

io ti ho venduto e tu hai venduto me… 

Sentì gli occhi riempirsi di lacrime. Nel passare fra i tavoli, un cameriere notò che il suo bicchiere era vuoto e tornò con la bottiglia di gin. 

Winston alzò il bicchiere e lo annusò. A ogni sorso che mandava giù, quella roba sembrava sempre più orribile, ma era diventata l’elemento in cui nuotava, la sua vita, morte e resurrezione. Era il gin che lo faceva affondare ogni notte in un sonno stuporoso, era il gin che ogni mattina lo rimetteva in piedi. Quando si svegliava (il che accadeva di rado prima delle undici), con le palpebre cispose, la bocca in fiamme e la schiena che sembrava spezzata, sarebbe stato impossibile sollevarsi dalla sua posizione orizzontale se non fosse stato per la bottiglia e la tazzina che aveva messo sul comodino la sera prima. Fino alle prime ore del pomeriggio se ne restava seduto con gli occhi vitrei, la bottiglia a portata di mano, ad ascoltare ciò che veniva dal teleschermo. Dalle quindici fino all’ora di chiusura era una presenza fissa al Bar del Castagno. A nessuno più importava quello che faceva, nessun fischio lo svegliava, nessun teleschermo gli lanciava rimproveri. Di tanto in tanto, forse un paio di volte la settimana, si recava in un ufficio polveroso e negletto del Ministero della Verità, dove svolgeva un certo lavoro, o piuttosto qualcosa che gli somigliava. Era stato inserito nella sottocommissione di una sottocomissione germogliata a sua volta da una delle innumerevoli commissioni che si occupavano delle difficoltà di minor rilievo insorte nella compilazione dell’Undicesima Edizione del Dizionario della Neolingua. […]

Per un attimo il teleschermo tacque. Winston alzò nuovamente il capo. Il bollettino! Ma no, stavano solo cambiando la musica. Aveva la mappa dell’Africa attaccata alle palpebre. Il movimento delle armate vi disegnava un diagramma: una freccia nera che attraversava la mappa in senso verticale, verso sud, e una bianca che, attraversandone la coda, si allungava in senso orizzontale verso est. Quasi a cercare conforto, alzò gli occhi verso la faccia impassibile del ritratto. Possibile mai che la seconda freccia fosse solo un parto della fantasia? 

Il suo interesse si affievolì nuovamente. Bevve un altro sorso di gin, sollevò il cavallo bianco e abbozzò una mossa. Scacco. Ma non doveva essere la mossa giusta, perché… 

Senza che fosse stato lui a evocarlo, un ricordo gli affiorò alla mente. Vide una stanza illuminata da una candela, un grosso letto coperto da una trapunta bianca, e se stesso, bambino di nove o dieci anni, seduto sul pavimento nell’atto di scuotere ridendo un bussolotto. Sua madre gli era seduta davanti e rideva anche lei. 

Doveva essere stato un mese prima che sua madre scomparisse. Si era trattato di un momento di conciliazione, nel quale non aveva sentito più la fame che gli dilaniava le viscere ma, almeno per un po’, il vecchio affetto che provava per lei. […] Per un intero pomeriggio erano stati felici tutti insieme, come nella sua prima infanzia. […]

Espulse questo quadretto dalla mente. Era un falso ricordo. Di tanto in tanto i falsi ricordi gli davano dei problemi, ma finché li si prendeva per quello che erano, non davano grossi turbamenti. Certe cose erano accadute, altre no. Tornò alla scacchiera, alzando nuovamente il cavallo bianco. Quasi nello stesso istante lo lasciò cadere fragorosamente. Aveva avuto un sobbalzo, come se fosse stato punto da uno spillo. 

Un acuto squillo di tromba echeggiò nell’aria. Era il bollettino. Vittoria! Quando lo squillo di tromba precedeva le notizie, era sempre un segno di vittoria. L’intero bar fu percorso da una specie di fremito elettrico. Perfino i camerieri erano trasaliti, e adesso rizzavano gli orecchi. 

Allo squillo di tromba era succeduto un fracasso assordante. Dal teleschermo si era già cominciata a udire una voce eccitatissima, che venne però quasi all’istante sovrastata da un gioioso tumulto proveniente dall’esterno. La notizia si era sparsa per le strade come per magia. Winston riuscì comunque a cogliere, di quello che veniva diffuso dal teleschermo, quanto bastava per capire che era accaduto proprio ciò che lui aveva previsto: un’armata immensa, messa insieme segretamente e trasportata via mare, un colpo improvviso sferrato alle spalle del nemico, la freccia bianca che squarciava la coda di quella nera. Frammenti di espressioni di trionfo si aprirono la strada nel generale frastuono: «Ampia manovra strategica… coordinamento perfetto… disfatta totale… mezzo milione di prigionieri… completa demoralizzazione… controllo dell’intera Africa… la guerra può ormai dirsi prossima alla fine… vittoria… la più grande vittoria nella storia dell’uomo… vittoria, vittoria, vittoria!». 

Winston cominciò a muovere freneticamente i piedi sotto il tavolo. Non si era mosso dal suo posto, ma con il pensiero già correva, correva veloce con le folle là fuori in strada, gridando di gioia fino ad assordarsi. Alzò di nuovo gli occhi verso il Grande Fratello. Il colosso che stava ritto a gambe larghe sul mondo! La roccia contro cui le orde asiatiche si erano scagliate invano! Appena dieci minuti prima, sì, il suo cuore si era sbagliato, quando si era domandato se le notizie dal fronte avrebbero annunciato la vittoria o la sconfitta. Ah, non era perito solo un esercito eurasiatico! Molte cose erano cambiate da quel primo giorno trascorso al Ministero dell’Amore, ma il mutamento finale, indispensabile, salvifico, si era verificato solo in quel momento. 

La voce proveniente dal teleschermo ancora gorgogliava notizie di prigionieri, di saccheggi, di massacri, ma fuori le grida si erano attutite. I camerieri stavano ormai tornando al loro lavoro. Uno di essi si avvicinò con la bottiglia di gin in mano ma Winston, immerso in una visione beata, non gli prestò la benché minima attenzione quando gli riempì nuovamente il bicchiere. Non correva, non gridava più il suo entusiasmo. Ora era di nuovo al Ministero dell’Amore. Tutto gli era stata perdonato, e la sua anima aveva la purezza della neve. Si trovava al banco degli imputati, a confessare tutto, a coinvolgere tutti. Seguito da una guardia armata, camminava lungo il corridoio piastrellato di bianco, ma aveva l’impressione di camminare nella luce del giorno. Il proiettile tanto atteso gli si stava finalmente piantando nel cervello.

Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire il sorriso che si celava dietro quei baffi neri. Che crudele, vana inettitudine! Quale volontario e ostinato esilio da quel petto amoroso! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello. 

George Orwell, 1984

George Orwell, 1984

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

George Orwell, 1984

 

1984 (Nineteen Eighty-Four) è un romanzo di George Orwell (1903-1950), pseudonimo di Eric Arthur Blair, pubblicato nel 1949. Il titolo indica l’anno presunto delle vicende narrate e deriva dall’inversione delle due cifre finali dell’anno in cui Orwell iniziò la stesura. Il romanzo, pubblicato pochi anni dopo la conclusione del secondo conflitto mondiale e dopo un’altra importante opera di Orwell (La fattoria degli animali, 1945), rappresenta per molti aspetti una dura critica al regime stalinista. 1984 è uno dei primi e più importanti esempi di romanzo distopico, in cui vengono tratteggiate le caratteristiche di un’utopia negativa.

Oceania, Eurasia, Estasia

Vi si descrive un futuro cupo in cui, dopo una guerra nucleare, il mondo è diviso in tre superpotenze totalitarie: Oceania, composta dalle Americhe, Settentrionale e Meridionale, dal Regno Unito, dall’Australia, dalla Nuova Zelanda e dall’Africa meridionale (dove è al potere il Socing, ovvero Socialismo Inglese); Eurasia, composta dall’Europa e dalla Russia (dove è al potere il Neobolscevismo); Estasia, composta dalla Cina, dai paesi a Sud di essa e dal Giappone (dove è al potere il Culto della morte o Annientamento dell’io). Vi è poi un vasto e popolato territorio perennemente conteso, nel quadrilatero segnato dalle città di Tangeri, Brazzaville, Darwin e Hong Kong. I tre superstati sono perennemente in guerra tra di loro ma le alleanze cambiano continuamente, come il nemico, e nessuno di essi riesce a prevalere. La loro esistenza appare piuttosto come una necessità reciproca, così come la guerra permanente, grazie alla quale i loro governanti possono tenere sottomessa la propria popolazione.

Il Socing e il Grande Fratello

In Oceania vige un regime totalitario fondato sugli ideali del Socing (acronimo di Socialismo Inglese) il Partito che detiene un potere assoluto, al cui vertice è posto il Grande Fratello, un dittatore la cui figura carismatica viene glorificata tramite giganteschi manifesti e tramite i mezzi di comunicazione. Ovunque è presente l’immagine del Grande fratello, che compare anche ossessivamente sui teleschermi, con i suoi capelli e baffi neri, che ricordano le fisionomie di Stalin e di Hitler. L’inglese “Big Brother” significa in realtà “Fratello maggiore”, ma è stato tradotto in italiano con “Grande Fratello”. La vita degli abitanti di Oceania è costantemente spiata da telecamere, dette “teleschermi”, che sono presenti in ogni abitazione e in ogni punto delle città. Questi sono gli strumenti con cui il potere diffonde ininterrottamente la propria propaganda e controlla i cittadini, in particolare i membri del Partito, anche nella loro vita privata, assicurandosi un controllo totale sulle loro vite. Ovunque nella città sono appesi grandi manifesti di propaganda che ritraggono il Grande Fratello, con la didascalia Il Grande Fratello vi guarda, e gli slogan del partito “la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza” che campeggiano anche sull’enorme palazzo del Miniver (Ministero della Verità).

Minipax, Miniabb, Miniamor, Miniver

Il potere viene esercitato tramite quattro ministeri che hanno sede a Londra, facente parte della provincia di Pista Uno. Il Ministero dell’Amore si occupa della sicurezza interna attraverso la polizia politica (“psicopolizia”) e della conversione di chiunque abbia comportamenti devianti rispetto al credo del regime. Il Ministero della Pace si occupa in realtà della guerra. Il Ministero dell’Abbondanza si occupa delle questioni economiche proclamando continuamente miglioramenti inesistenti e il superamento degli obiettivi produttivi prefissati. Il Ministero della Verità si occupa della propaganda, con un’incessante opera di falsificazione e di revisionismo storico che porta a modificare libri, notizie e giornali, secondo il principio basilare del Socing “Chi controlla il passato, controlla il futuro: chi controlla il presente, controlla il passato”.

Partito Interno, Partito Esterno e Prolet

La società è rigidamente divisa in classi: ci sono i membri del Partito Interno (funzionari di alto rango, leader e amministratori), i membri del Partito Esterno (quadri intermedi, burocrati, impiegati e funzionari subalterni) e infine i Prolet (la classe lavoratrice, che vive in quartieri separati e svolge i lavori manuali). I membri del Partito Interno risiedono in moderni e confortevoli edifici e hanno a disposizione persino della servitù, mentre quelli del Partito esterno vivono in fatiscenti palazzi-alveare. Attraverso i teleschermi, televisori forniti di telecamera, installati obbligatoriamente in ogni abitazione dei membri del Socing, che i membri del Partito Esterno non possono spegnere, il governo può facilmente osservare eventuali comportamenti non ortodossi. Attraverso il Ministero dell’Amore, il Partito controlla i membri del partito e converte i dissidenti alla sua ideologia. La polizia politica, la psicopolizia (in inglese, “Thought Police”), interviene in ogni situazione sospetta di eterodossia. I Prolet non hanno alcun potere né privilegio, svolgono i lavori pesanti in cambio del minimo per sopravvivere e vivono in tuguri nella zone degradate della città vecchia. Essi hanno tuttavia il vantaggio di non essere controllati se non in modo indiretto.

Il Bipensiero

L’unica forma di pensiero ammissibile in Oceania è il Bispensiero (“Doublethink”), sulla base del quale la menzogna diventa verità, diventa un fatto storico. I contenuti di libri, giornali, film e documenti vengono riscritti continuamente, eliminando e modificando tutto quanto contraddice la linea del Socing in quel momento. I fatti, i dati, i documenti che rivelino contraddizioni o errori del partito vengono sistematicamente cancellati e sostituiti da altri, ai quali i membri del Socing devono immediatamente adeguarsi, credendoli veri. Ad esempio, ad ogni ribaltamento di fronte tutti sono indotti e tenuti a credere che il nuovo nemico (alternativamente Estasia o Eurasia) è stato da sempre il nemico e che l’attuale alleato è da sempre alleato di Oceania. Nessuno deve ricordare e tanto meno rilevare che le cose siano andate diversamente.  Sul piano economico la produzione e la disponibilità di beni sembra in realtà peggiorare, ma tutti sono tenuti a credere alle continue vittorie, ai continui successi e miglioramenti propagandati dal Ministero dell’Abbondanza. 

La Neolingua

La letteratura “creativa” è stata abolita: poesie, canzoni e romanzi vengono realizzati automaticamente da complessi macchinari elettromeccanici detti versificatori, in base a schemi predefiniti. Anche gli articoli di giornale che Winston “corregge” sono riscritti tramite un apparato, detto parlascrivi, in grado di produrre testo sotto dettatura. Nei buchi della memoria vengono gettati i documenti da distruggere, che saranno sostituiti da quelli rettificati e riscritti secondo la verità del momento. La lingua parlata in Oceania va trasformandosi in Neolingua (“Newspeak”), un nuovo linguaggio in cui sono ammessi solo termini con un significato univoco e privo di possibili sfumature eterodosse. La riduzione della lingua ai concetti più elementari ha lo scopo di rendere impossibile ogni forma di libero pensiero critico individuale. In tal modo, molte parole vengono eliminate dal vocabolario perché in diretto contrasto con l’ideologia del Socing: le parole legate ai concetti di libertà e di uguaglianza, contenute ora nel termine psicoreato, oppure parole come onore, giustizia, morale, internazionalismo, democrazia, scienza, religione, che hanno cessato di esistere. Ma è tutto l’apparato linguistico a subire una drastica epurazione, in base alla quale, per esempio, non sono più necessari sinonimi e contrari: “buono” non avrà più bisogno di “cattivo”, che sarà sostituito da “sbuono”, così come termini come “eccellente”, “splendido” e altri saranno sostituiti da “plusbuono” e da “arciplusbuono”.

La Lega Giovanile Antisesso

A Oceania il sesso viene fortemente disincentivato, come il libero pensiero. È stata creata la Lega Giovanile Antisesso, che propugna la totale castità e la sessualità è ammessa solo in funzione della procreazione (anche se spesso si ricorre all’inseminazione artificiale, Insemart in neolingua). Per i membri del Partito la sessualità non si accompagna al piacere ma significa soltanto mettere al mondo figli, ovvero fare “il nostro dovere verso il Partito”. La famiglia stessa diventa poi uno strumento di controllo, infatti i figli vengono incoraggiati a spiare i propri genitori e a riferire alla psicopolizia ogni loro potenziale comportamento ostile al Partito.

Winston Smith

Il protagonista, Winston Smith, è un funzionario di basso rango del Partito Esterno che lavora al Ministero della Verità, dove modifica testi, libri e foto del passato alterando la verità e ricreandone un’altra confacente ai desideri del Partito. Winston mal sopporta la rigida dottrina e la presenza assillante del regime ma soprattutto le continue mistificazioni dovute ai repentini voltafaccia politici. Winston è sposato ma separato dalla moglie, una ligia e frigida funzionaria di Partito. Privo di famiglia e di affetti, ha modo di constatare le miserevoli condizioni di vita dei prolet, che è tuttavia meno controllata dagli organi della psicopolizia. 

Il diario

Il protagonista inizia a scrivere un diario, attività estremamente pericolosa, in cui riporta le proprie critiche al Partito e al Grande Fratello, nascondendosi nell’unico angolo della casa dove il teleschermo non può vederlo. Winston annota nel diario di aver incontrato due persone, mentre era in attesa dei Due Minuti d’Odio, una giovane donna dai capelli neri e dal viso lentigginoso, con la fascia scarlatta della Lega Giovanile Antisesso, e un potente esponente del Partito Interno, tale O’Brien, che agli occhi del protagonista presenta un’aria intelligente ed eterodossa.

I “due minuti dell’odio”

Durante i “Due minuti dell’odio” Emmanuel Goldstein, traditore del Partito e  nemico giurato del Grande Fratello, diventa l’oggetto contro il quale si scarica un odio incontrollato, con manifestazioni di isteria collettiva. L’aspetto di Goldstein (scarno volto da ebreo, ampia e crespa aureola di capelli bianchi,  barbetta caprina) ricorda, con evidenza, quello di Lev Trotsky (il cui vero nome era Lev Davidovič Bronštejn) il leader bolscevico che fungeva da capro espiatorio per il regime di Stalin. Goldstein è stato espulso ed è ora considerato il suo principale nemico, il traditore per eccellenza, fondatore di una misteriosa Confraternita.

Julia

Winston inizialmente sospetta che Julia sia una spia della psicopolizia, ma un giorno la ragazza gli fa avere di nascosto un biglietto di carta, su cui è scritto: “Ti amo”. Inizia così la relazione tra i due protagonisti, molto pericolosa perché il regime proibisce il sesso, ammettendolo solo in funzione della procreazione e della creazione di una famiglia. I due amanti, dopo fugaci incontri in luoghi isolati in campagna, decidono di affittare una stanza sprovvista di teleschermo, nel settore proletario della città, dall’antiquario Mr. Charrington, che sembra condividere con loro l’opposizione al Partito e che ha in precedenza venduto a Winston il suo diario. L’avversione al Partito è per Winston più razionale e ideologica, con l’illusione che in futuro le cose possano cambiare, grazie alla presa di coscienza e alla ribellione dei prolet. Quella di Julia è invece un’avversione più istintiva e priva di ambizioni di cambiamento, da lei ritenute impossibili, mentre quel che si può fare è trasgredire le rigide regole, per esempio quelle sul sesso, che sono di fatto violate dagli stessi membri del Partito Interno.

Teoria e prassi del collettivismo oligarchico

Dopo qualche tempo O’Brien si “rivela” a Winston e gli dà appuntamento nel suo lussuosissimo appartamento, riservato ai soli membri del Partito Interno. O’Brien (per cui Winston nutre sentimenti ambivalenti, dalla paura all’ammirazione) gli rivela di essere in effetti un membro della Confraternita e di lavorare per il crollo del Socing. Gli fa poi pervenire il libro segreto di Goldstein, Teoria e prassi del collettivismo oligarchico i cui è esposta una compiuta analisi e critica del regime vigente a Oceania. In realtà O’Brien è un emissario della psicopolizia, così come Mr. Charrington: Winston e Julia vengono arrestati in flagrante nella loro stanza e condotti al Ministero dall’amore, dove sono separati e barbaramente torturati da O’Brien stesso.

Apprendimento, comprensione, accettazione

Oltre alla violenza fisica, il Partito ricorre al condizionamento psicologico, secondo la logica del Bipensiero, per cui bisogna imparare a sostenere contemporaneamente idee e tesi opposte tra loro, in modo da essere sempre fedeli alla ortodossia del Partito e alla sua opera di rimozione del passato. Il Bipensiero si suddivide nelle tre fasi dell’apprendimento, della comprensione e dell’accettazione, che culminano nel completo lavaggio del cervello della vittima e quindi nella costruzione di una verità alternativa. L’obiettivo non è tanto quello dell’eliminazione fisica, che comunque in genere è l’esito dei trattamenti riservati ai dissidenti. Nelle mani del Ministero dell’Amore l’eretico dovrà giungere ad essere convinto della propria colpevolezza, a condividere fanaticamente le idee del Partito e persino ad amare il Grande Fratello.

“Fatelo a Julia! Fatelo a Julia!…”

Winston resiste alle torture fisiche e psichiche, per non tradire Julia almeno sul piano dei sentimenti che prova per lei, ma capitola quando, dopo mesi, viene condotto da O’Brien nella famigerata Stanza 101, dove c’è “la peggiore cosa del mondo”. Nel caso di Wilson essa è costituita dal suo terrore per i topi e O’Brien gli spiega con freddezza come essi si comporteranno con lui, azzannandolo, una volta aperta la gabbia che conduce al suo volto. Terrorizzato,  mentre il suo torturatore accenna ad aprire la gabbia, Wilson grida “Fatelo a Julia! Fatelo a Julia! A Julia, non a me!…” e viene liberato. O’Brien ha raggiunto il suo obiettivo: Wilson ha rinnegato e tradito tutto se stesso e ha tradito persino la donna amata.

Ora amava il Grande Fratello

Winston viene così reinserito nel mondo civile, essendo ora un servitore devoto e fedele del Grande Fratello. Quando in un parco incontra Julia, i due amanti si confessano di essersi traditi a vicenda per sfuggire alle torture e capisce di non provare più sentimenti per lei. Benché turbato dall’affiorare di ricordi del passato, che ora è convinto essere falsi, il protagonista è ormai completamente rientrato in una completa ortodossia, con l’aiuto di forti dosi di gin . Quando in un bar lo raggiunge la notizia di un importante successo dell’esercito di Oceania nella guerra in Africa, Winston prova un impeto di ammirazione e si rende conto di essere finalmente riuscito a trionfare su se stesso, comprendendo la grandezza del Grande Fratello e giungendo infine ad amarlo. 

Orwell, anarchico passato al socialismo, combattente in Spagna con il POUM, fu vittima delle persecuzioni staliniste durante la guerra civile spagnola, descritte nel suo libro Omaggio alla Catalogna. Nacque così in lui la necessità di combattere ogni forma di totalitarismo e una forte avversione per il regime di Stalin. Orwell scrisse 1984, ispirandosi, oltreché alle proprie esperienze, a Il mondo nuovo (1932) di Aldous Huxley, al romanzo distopico russo Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin, pubblicato nel 1924 e al romanzo Buio a mezzogiorno del 1940, di Arthur Koestler.

 

La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza

Il Ministero della Verità (Miniver, in neolingua) differiva in maniera sorprendente da qualsiasi altro oggetto che la vista potesse discernere. 
Era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco e abbagliante che s’innalzava, terrazza dopo terrazza, fino all’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca 
facciata in eleganti caratteri, i tre slogan del Partito: 
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÀ È SCHIAVITÙ 
L’IGNORANZA È FORZA 
Si diceva che il Ministero della Verità contenesse tremila stanze al di sopra del livello stradale e altrettante ramificazioni al di sotto. Sparsi qua e là per Londra vi erano altri tre edifici di aspetto e dimensioni simili. Face- vano apparire talmente minuscoli i fabbricati circostanti, che dal tetto degli Appartamenti Vittoria li si poteva vedere tutti e quattro simultaneamente. Erano le sedi dei quattro Ministeri fra i quali era distribuito l’intero apparato governativo: il Ministero della Verità, che si occupava dell’informazione, dei divertimenti, dell’istruzione e delle belle arti; il Ministero della Pace, che si occupava della guerra; il Ministero dell’Amore, che manteneva la legge e l’ordine pubblico; e il Ministero dell’Abbondanza, responsabile per gli affari economici. In neolingua i loro nomi erano i seguenti: Miniver, Minipax, Miniamor e Miniabb. 
Fra tutti, il Ministero dell’Amore incuteva un autentico terrore. Era assolutamente privo di finestre. Winston non vi era mai entrato, anzi non vi si era mai accostato a una distanza inferiore al mezzo chilometro. Accedervi era impossibile, se non per motivi ufficiali, e anche allora solo dopo aver attraversato grovigli di filo spinato, porte d’acciaio e nidi di mitragliatrici ben occultati. Anche le strade che conducevano ai recinti esterni erano pattugliate da guardie con facce da gorilla, in uniforme nera e armate di lunghi manganelli. 
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare quando ci si trovava davanti al teleschermo. 

 

George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1950.

https://it.wikipedia.org/wiki/1984_(romanzo)

https://library.weschool.com/lezione/george-orwell-1984-riassunto-trama-romanzo-distopico-12666.html

https://it.wikipedia.org/wiki/Orwell_1984

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George Orwell, La fattoria degli animali

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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

George Orwell, La fattoria degli animali

La fattoria degli animali (Animal farm, 1945) è un romanzo distopico di George Orwell (pseudonimo di George Arthur Blair, 1903-1950). La fattoria degli animali descrive la ribellione degli animali di una fattoria, alludendo con questo alle vicende storiche della Rivoluzione russa e alla successiva nascita del regime totalitario di Stalin in URSS. È evidente nel romanzo la critica dei regimi totalitari, del culto della personalità, della mistificazione e della deformazione della realtà da parte del potere politico, della limitazione delle libertà individuali, del conformismo. Si tratta di tematiche che Orwell svilupperà compiutamente anche nel romanzo 1984 (scritto nel 1948).

La rivoluzione e la guerra civile

Il Vecchio Maggiore, un maiale di dodici anni dall’aspetto maestoso, spirante saggezza e benevolenza, che gode di enorme prestigio presso gli altri animali, preannuncia la rivelazione di uno strano sogno: gli animali faranno una rivoluzione contro l’uomo, che li sfrutta e li maltratta, e creeranno un mondo basato sulla giustizia, sull’uguaglianza e sull’eliminazione dello sfruttamento. Pochi giorni dopo aver profetizzato la Rivoluzione il Vecchio Maggiore muore, ma gli animali si organizzano per realizzare il suo sogno, guidati dai maiali e in particolare dai due verri Palla di Neve e Napoleon, che elaborano compiutamente “un completo sistema di massime” che prende il nome di Animalismo. La rivoluzione si realizza prima del previsto, poiché il padrone Jones dimentica di dar da mangiare agli animali e questo scatena la rivolta che li conduce alla presa del potere.

La figura del Vecchio Maggiore allude a Lenin (e/o a Marx), Palla di Neve a Trockij e Napoleon a Stalin. Lenin, pochi anni dopo la rivoluzione morì (Marx era morto parecchi anni prima). Il termine Animalismo allude al comunismo. 

Così come Napoleon elimina Palla di Neve e lo costringe a fuggire, Stalin in Russia prevale su Trockij, costringendolo all’esilio. Anche nella rivoluzione degli animali, come nella Rivoluzione russa, Palla di Neve/Trockij svolge un ruolo di primo piano (Battaglia del Chiuso delle Vacche = Presa del Palazzo d’Inverno/guerra civile). Napoleon non viene ricordato in quella fase, così come Stalin non svolge un ruolo di rilievo nella fase della presa del potere. Tuttavia Napoleon sa ben manovrare le pecore e sa allevare i cani. Analogamente Stalin sa guadagnarsi il consenso degli elementi passivi del partito e del popolo russo e crea una sua polizia personale. 

Palla di neve, per facilitare l’apprendimento da parte degli animali meno intelligenti, decide che i sette comandamenti possono essere ridotti ad un’unica massima: “Quattro gambe buono due gambe cattivo”. Le pecore ripetono in continuazione e nei momenti più inopportuni questa massima. Esse rappresentano le masse ridotte a passivo strumento in mano al potere. Il motto da loro ripetuto ossessivamente, per impedire la libera espressione del pensiero, verso il termine della vicenda muta in “Quattro gambe buono; due gambe, meglio”. Non può che essere così, poiché tutti i maiali ormai camminano sulle due zampe posteriori.

Il personaggio di Gondrano (la cui massima è “Lavorerò di più”) allude alla figura di Stakhanov. L’asino Benjamin sembra rappresentare l’intellettuale che ha una cinica visione della realtà e che si tiene il più possibile distante dagli eventi. Non vuole esprimersi sulla rivoluzione, perché gli asini hanno vita lunga. È convinto che in ultima analisi “la fame, la fatica, la delusione” siano “la inalterabile legge della vita”. Egli, tuttavia, ama e ha pietà di Gondrano, che si sfianca di lavoro e che tenterà invano di salvare, allorché i maiali, con l’inganno dell’ospedale, scambiano con un macellaio il cavallo malato e ormai inutile, in cambio di una cassa di whisky.

Repressione e violenza

Napoleon/Stalin non solo elimina Palla di Neve/Trockij ricorrendo alle pecore e ai cani. Napoleon fa giustiziare dai cani, senza pietà alcuna, molti presunti animali traditori, costretti a confessare orribili crimini e la loro complicità con Palla di Neve. Evidente l’allusione alle cosiddette “purghe” staliniane, con cui il dittatore si sbarazzò dei suoi oppositori, veri o presunti tali. I rimanenti animali, eccetto i maiali e i cani, si allontanano tremanti e miseri. Non sanno che cosa maggiormente li abbia colpiti, se il tradimento di quelli che hanno fatto lega con Palla di neve o la crudele punizione alla quale hanno assistito. 

Analogamente: Stalin reprime duramente qualsiasi tentativo di protesta e di opposizione, facendo ricorso alla polizia segreta, ai processi-farsa, alle “confessioni” estorte con la violenza fisica o psicologica. Quando alla fattoria viene annunciata la vendita di una gran quantità di uova, le galline per protesta volano in cima ai trespoli e depongono le uova che si infrangono a terra. Napoleon reprime duramente la loro rivolta sospendendo la loro razione di cibo e facendone uccidere alcune. Resistono cinque giorni poi cedono. 

Una massima di Gondrano è: “Napoleon ha sempre ragione”. Tuttavia Napoleon, senza scrupoli, quando Gondrano resta gravemente ferito, con la parvenza di un ricovero in ospedale, in realtà lo manda al macello. Gli animali della fattoria sono angosciati e perplessi, ma finiscono con l’accettare la falsa spiegazione di Clarinetto. Non c’è pietà neppure per chi serve il regime con assoluta fedeltà (come Gondrano).

Manipolazione della memoria, propaganda, culto della personalità

Il ruolo dei piccioni è quello di diffondere il verbo rivoluzionario nelle fattorie vicine. Compito dei cani, allevati personalmente da Napoleon, è invece quello di essere la sua guardia personale, una sorta di polizia politica al suo servizio, che lo protegge e reprime duramente il dissenso. Il ruolo di Clarinetto è quello di occuparsi della propaganda, dato che egli è così abile da far vedere bianco per nero. Napoleon e Clarinetto frenano ogni opposizione e protesta contro le decisioni prese e contro la durezza delle condizioni di vita prospettando il rischio che Jones e gli uomini ritornino.

Napoleon e i maiali riescono a far accettare agli animali comportamenti e decreti ritenuti inaccettabili, modificando i singoli comandamenti mediante l’aggiunta di specificazioni. Gli animali ricordano il divieto di dormire nei letti, ma il comandamento modificato ora parla di divieto di dormire in letti con lenzuola; ricordano il divieto di bere alcolici, ma esso in realtà ora dice che è vietato berli in eccesso; ricordano il divieto di uccidere animali, ma ora esso recita che è vietato ucciderli senza motivo. Gli animali (le masse) in realtà non godono di buona memoria: “tutti ricordavano o credevano di ricordare”. Così, l’abile propaganda di Clarinetto manipola il passato e quasi sempre riesce a convincere gli animali che le cose si sono svolte in modo diverso da come essi le ricordano. Analogamente, Stalin e il suo gruppo dirigente riescono a manipolare la memoria e a piegare a proprio uso e consumo i principi rivoluzionari. La propaganda politica, con il monopolio dei mezzi di comunicazione e il loro uso spregiudicato e menzognero fanno il resto.

Attorno alla figura di Napoleon nasce un clima di sacralità, un culto della personalità da lui stesso alimentato. Infatti si è decorato da solo e si fa vedere solo raramente. Il giorno del suo compleanno viene sparato un colpo di fucile, e i maiali lo chiamano Il nostro Capo, il compagno Napoleon, Padre di tutti gli animali, Amico degli Anatroccoli, ecc. Il poeta Minimus compone una poesia che ne esalta la bontà e la generosità, intitolata Camerata Napoleon. Palla di Neve, costretto a fuggire, diventa invece il capro espiatorio di tutti i problemi della fattoria, viene considerato un traditore e gli stessi eventi del passato che lo riguardano vengono trasformati e manipolati. 

Orwell allude al culto della personalità creato in Russia da Stalin, alla sconfitta e all’esilio di Trockij, accusato di tradimento, presentato come responsabile di ogni male e costretto all’esilio. Il progetto della costruzione del mulino a vento potrebbe alludere ai piani quinquennali, ideati da Trockij e, dopo la sua cacciata, fatti propri da Stalin. Palla di Neve è l’ideatore del progetto del mulino e Napoleon vi si oppone, ma poco dopo averlo eliminato se ne appropria. È ben vero che la distruzione del mulino da parte degli uomini mediante la dinamite potrebbe alludere alla Seconda guerra mondiale e, secondo alcuni, alla battaglia di Stalingrado.

Disuguaglianza, privilegi e sfruttamento

Il lavoro nella fattoria non è regolato da una effettiva legge di uguaglianza. I maiali, data la loro cultura e intelligenza superiore dirigono i lavori, godono di privilegi e sfruttano gli altri animali. La massima che verso la fine della narrazione sancisce il reale rapporto di “uguaglianza” tra gli animali è “Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”. Nel corso della narrazione muta la visione che le fattorie vicine hanno della fattoria degli animali. All’inizio gli uomini, per paura che i principi dell’Animalismo si diffondano, la criticano, la pensano destinata al fallimento e diffondono la voce che vi si praticano terribili pratiche. Poi apprezzano il duro regime di lavoro che Napoleon e il gruppo dirigente dei maiali hanno instaurato, al punto di intrattenere proficui rapporti commerciali.

Significativo che Napoleon tenga a puntualizzare che le voci messe in giro da qualche maligno nemico su presunte intenzioni sovversive e rivoluzionarie sue e del suo gruppo dirigente, volte a suscitare ribellioni nelle altre fattorie, sono assolutamente infondate e lontane dalla verità. Ma ora le relazioni sono molto migliorate e Napoleon annuncia anche di aver cambiato il nome della fattoria in Fattoria Padronale. Certo questa denominazione è ormai in piena sintonia con il reale assetto della stessa: lungi dall’essere una comunità basata sull’uguaglianza, essa ripropone ormai una classe dirigente di sfruttatori, quella dei maiali.

Anche nella realtà storica si passò dalla demonizzazione e dalla condanna della Russia rivoluzionaria, con relativi tentativi di intervento militare, all’intrattenimento di ottimi rapporti e all’ammirazione per il modo con cui il regime staliniano riusciva a mantenere l’ordine e la disciplina. L’analogia è piuttosto evidente: il gruppo dirigente staliniano ormai ha rinnegato i principi del comunismo, è una classe di sfruttatori che gode di enormi privilegi che ha acquisito le stesse modalità di comportamento dei paesi capitalisti. Anzi, il regime della fattoria costituisce per essi un modello da imitare, per le dure condizioni di vita, per la disciplina e per il brutale sfruttamento che riesce a imporre.

Uomini o maiali?

Alla fine del romanzo, gli animali osservano maiali e umani insieme riuniti per festeggiare la riconciliazione e gli affari conclusi. D’altronde, osservando uomini e maiali durante il banchetto, gli animali constatano che non è più possibile distinguere gli uni dagli altri. Con questa immagine conclusiva Orwell vuole indicare che gli ideali e i comportamenti dei rivoluzionari sono andati perduti e che il regime creato in Russia è basato sul profitto, sul privilegio e sullo sfruttamento, in forma e sostanza del tutto simili a quello capitalistico.

Riassunto dettagliato per capitoli: La Fattoria degli Animali

Capitolo I [>>> Il sogno del Vecchio Maggiore]

Il signor Jones, della Fattoria Padronale, chiude a chiave il pollaio poi va a letto, dove la signora Jones sta russando. 

Tutti gli animali si sono dati convegno nel granaio per ascoltare il Vecchio Maggiore, “un verro Biancocostato premiato a tutte le esposizioni”, che gode di grande prestigio e che ha preannunciato la rivelazione di un sogno strano. Il Vecchio Maggiore, un maiale di dodici anni dall’aspetto maestoso, spirante saggezza e benevolenza, inizia a parlare davanti agli animali: i tre cani, Lilla, Jessie e Morsetto, i maiali, le galline, i piccioni, le pecore, le mucche, i due cavalli da tiro, Gondrano e Berta, Muriel, la capra bianca, Benjamin, l’asino e la graziosa cavallina bianca Mollie, vispa e vanitosa.

Gondrano è una bestia enorme, “alta quasi diciotto palmi e forte come due cavalli comuni messi assieme. Una striscia bianca lungo il naso gli dava un’espressione alquanto stupida, e, in realtà, non aveva una grande intelligenza, ma era universalmente rispettato per la sua fermezza di carattere e per la sua enorme potenza di lavoro”. 

Benjamin era “la bestia più vecchia della fattoria e la più bisbetica. Parlava raramente e quando apriva bocca era per fare ciniche osservazioni; … Solo fra tutti gli animali della fattoria non rideva mai. Se gli si domandava il perché, rispondeva che non vedeva nulla di cui si potesse ridere”. 

Infine giunge il gatto che cerca il posto più comodo per dormire durante il discorso del Vecchio Maggiore. Tutti gli animali sono presenti, eccetto Mosè, il corvo domestico. 

Quando vede che tutti sono attenti, il Vecchio Maggiore comincia a parlare. Fa riferimento alla breve, misera e faticosa vita che gli animali conducono. Gli animali vengono duramente sfruttati e quando non servono più sono crudelmente scannati. La loro vita è fatta di miseria e schiavitù. Per il Maggiore non si tratta di un destino naturale: la causa delle loro fatiche, della loro miseria e delle loro sofferenze è da ricercare nello sfruttamento da parte dell’uomo, senza il quale la loro esistenza sarebbe molto migliore. L’uomo consuma senza produrre ma domina gli animali e li fa lavorare dando loro il minimo per sopravvivere, mentre il frutto del loro lavoro serve per nutrire e per arricchire lui. Infine, l’uomo non lascia che la vita degli animali segua il suo corso naturale. Li scanna senza scrupoli quando sono adulti o quando non servono più. Anche Gondrano sarà venduto al macellaio quando la sua possanza verrà meno, e i cani una volta vecchi saranno annegati con una pietra al collo.

Il Maggiore esorta: eliminato l’uomo, gli animali, ricchi e liberi, potranno godere del prodotto del loro lavoro. La Rivoluzione, contro l’uomo, deve diventare il loro obiettivo, perseguito con fermezza incrollabile. L’uomo è il nemico, mentre tutti gli animali sono compagni. In conclusione, “Tutto ciò che cammina su due gambe è nemico. Tutto ciò che cammina su quattro gambe o ha ali è amico”. Gli animali non dovranno mai assomigliare all’uomo: “non adottate i suoi vizi. Nessun animale vada mai a vivere in una casa, o dorma in un letto, o vesta panni, o beva alcolici, o fumi tabacco, o maneggi danaro, o faccia commercio. Tutte le abitudini dell’uomo sono malvagie. E, soprattutto, nessun animale divenga tiranno ai suoi simili. Deboli o forti, intelligenti o sciocchi, siamo tutti fratelli. Mai un animale uccida un altro animale. Tutti gli animali sono uguali”.

Il Vecchio Maggiore racconta, infine, di aver sognato la Terra senza l’uomo, e che questo gli ha ricordato di quando da piccolo la madre gli cantava una vecchia canzone, di cui gli sono riaffiorate alla mente le parole. Il Maggiore canta così la canzone Animali d’Inghilterra e tutti si uniscono all’inno, colmi di entusiasmo.

L’intera fattoria intona Animali d’Inghilterra in un tremendo unisono. Sentendo il frastuono il signor Jones, pensando che vi sia una volpe nell’aia, spara un colpo di fucile e tutti gli animali in fretta corrono a dormire.

Capitolo II [>>>La rivoluzione]

Tre notti più tardi il Vecchio Maggiore muore nel sonno, ma il suo messaggio non cade nel vuoto. Nei mesi seguenti gli animali, sotto la guida degli intelligenti maiali, preparano la Rivoluzione. Tra i maiali emergono Napoleon e Palla di neve. Napoleon è “un grosso verro del Berkshire dall’aspetto piuttosto feroce, l’unico Berkshire della fattoria, non molto comunicativo, ma in fama di voler sempre fare a modo suo”. Palla di Neve è “un maiale più vivace di Napoleon, più svelto nel parlare e di maggiore inventiva, ma stimato di una minor profondità di carattere”. Vi è poi Clarinetto, “un porchetto grasso… con guance assai rotonde, occhi vivi, mosse agili e voce acuta…parlatore brillante” che sa “far vedere bianco per nero”. I tre elaborano gli insegnamenti del Vecchio Maggiore “in un completo sistema di massime” che chiamano “Animalismo”.

I tre maiali organizzano riunioni segrete serali, per esporre i principi dell’Animalismo. Inizialmente faticano a rimuovere i pregiudizi di alcuni animali che considerano il signor Jones importante perché li nutre, o di altri che non vorrebbero impegnarsi per la Rivoluzione. Mollie, la cavallina bianca, si mostra preoccupata per le sue zollette di zucchero e per i suoi nastrini, che Palla di Neve le dice essere un segno di schiavitù, senza però convincerla. I maiali devono poi contrastare le menzogne diffuse dal corvo Mosè, in particolare quella sul Monte Zuccherocandito, un luogo bellissimo che accoglierebbe gli animali dopo la morte. Gondrano e Berta non hanno una mente acuta ma sono i più fedeli discepoli e propagandisti della Rivoluzione e non mancano a nessuna riunione. 

La Rivoluzione si verifica prima di quanto gli animali si aspettino. Il signor Jones vive un periodo di difficoltà nella gestione della fattoria e si dà al bere. Una sera prende una grande sbornia e dimentica di dar da mangiare agli animali, che i suoi uomini hanno lasciato a digiuno dal mattino. Una mucca esasperata sfonda con una cornata la porta del magazzino e gli animali si precipitano sul cibo. Quando Jones e i suoi uomini intervengono con le fruste, gli animali si lanciano contro i loro aguzzini che, sbigottiti, fuggono via. Anche la signora Jones e il corvo Mosè, vista la mala parata, fuggono dalla fattoria. Gli animali, esaltati ed esultanti per il successo della loro Rivoluzione, si precipitano alla selleria, con l’intento di distruggere “le ultime tracce dell’odiato regno di Jones”:

La selleria situata oltre le stalle fu sfondata: i freni, gli anelli per il naso, le catene dei cani, i coltelli crudeli con cui il signor Jones usava castrare i maiali e gli agnelli, tutto fu buttato nel pozzo. Le redini, le cavezze, i paraocchi, le avvilenti tasche mangiatoie furono gettati sul fuoco che ardeva in mezzo al cortile, alimentato da tutti i rifiuti. La stessa fine fecero le fruste. Tutti gli animali non stavano più in sé per la gioia di veder le fruste andare in fiamme. Palla di Neve gettò pure sul fuoco i nastri con cui la signora Jones usava ornare le criniere e le code dei cavalli nei giorni di mercato.”

In poco tempo ogni cosa che ricordi Jones viene distrutta e gli animali festeggiano entusiasti la loro vittoria. Guidati da Palla di neve e da Napoleon entrano titubanti nella casa di Jones “guardando con una specie di terrore l’incredibile lusso, i letti coi loro materassi di piuma, gli specchi, il divano di crine, il tappeto di Bruxelles, la litografia della regina Vittoria sopra la caminiera del salotto”. Decidono poi che nessun animale abiterà in quella casa, che sarà adibita a museo.

La mattina presto Palla di Neve e Napoleon radunano gli animali. Palla di Neve, che ha la miglior calligrafia, cancella la scritta FATTORIA PADRONALE sul cancello e scrive al suo posto con un pennello FATTORIA DEGLI ANIMALI.

Poi vengono esposti i principi dell’Animalismo in Sette Comandamenti, elaborati dai maiali, e Palla di Neve li scrive sul muro. Essi costituiranno le inalterabili norme di comportamento alla base della Fattoria degli animali:

1) Tutto ciò che va su due gambe è nemico.

2) Tutto ciò che va su quattro gambe o ha ali è amico.

3) Nessun animale vestirà abiti.

4) Nessun animale dormirà in un letto.

5)Nessun animale berrà alcolici.

6) Nessun animale ucciderà un altro animale.

7) Tutti gli animali sono uguali.

Dopo aver munto le mucche, ricavandone cinque secchi colmi di latte cremoso e denso, gli animali si avviano al prato per iniziare la falciatura sotto la guida di Palla di Neve. Quando ritornano la sera notano che del latte non resta più traccia alcuna.

Capitolo III [«Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo»]

La raccolta del fieno dà ottimi risultati: esso è il più abbondante raccolto che la fattoria abbia mai visto. Questo grazie all’impegno di tutti gli animali e all’intelligente guida dei maiali. Tutti lavorano con entusiasmo e insieme riescono a superare le difficoltà dovute all’inesperienza. Gondrano lavora infaticabilmente e la sua risposta a ogni problema è “Lavorerò di più!”. Tutti lavorano “secondo la propria capacità” e solo pochi, come la cavallina Mollie o il gatto, cercano scuse per non lavorare, mentre l’asino Benjamin conserva il suo cinico scetticismo.

La domenica non si lavora e tutti sono presenti alla cerimonia dell’alzabandiera, con una bandiera verde su cui sono dipinti uno zoccolo di cavallo e un corno. Dopo l’alzabandiera gli animali si recano nel grande granaio all’assemblea generale (Consiglio) dove si approvano i progetti e le attività della settimana. Sono sempre i maiali a presentare i progetti e in particolare Palla di Neve e Napoleon, che però non vanno mai d’accordo. Il Consiglio si chiude sempre al canto di Animali d’Inghilterra e il pomeriggio viene dedicato agli svaghi. 

Nella selleria, eletta a quartier generale, i maiali studiano tutte le arti necessarie al buon funzionamento della fattoria.  Palla di Neve dà vita a molti Comitati Animali, come il “Comitato di Produzione delle Uova” per le galline, la “Lega delle Code Nette” per le mucche, il “Comitato di Rieducazione dei Compagni Selvatici”, ma si rivelano un fallimento. 

La scuola di lettura e scrittura ha invece un grande successo e in autunno quasi tutti gli animali della fattoria sono, “chi più chi meno, letterati”. I maiali sanno leggere e scrivere perfettamente, i cani leggono solo i Sette comandamenti, mentre le pecore, le galline e le anatre non riescono neppure a imparare a memoria i Sette Comandamenti.

Palla di Neve dichiara che i Sette Comandamenti possono ridursi a un unico principio essenziale dell’Animalismo: «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo». Tutti i più umili animali si impegnano così a imparare a memoria questa massima, che viene scritta sul muro di fondo del granaio a lettere cubitali, sopra i Sette Comandamenti. La massima piace tanto alle pecore che spesso la belano ossessivamente. 

Napoleon non si interessa dei comitati ma della “educazione dei giovani”. Jessie e Lilla danno alla luce nove cuccioli di cane e Napoleon, appena svezzati, li toglie alle loro madri dicendo di farsi egli stesso responsabile della loro educazione. Li tiene in una soffitta, separati da tutti gli altri animali. 

Si scopre poi che il latte viene mescolato al mangime dei maiali e le mele vengono riservate a loro. Tra gli animali aleggia il malcontento per questi privilegi, così Clarinetto viene mandato a fornire spiegazioni. Egli sostiene che i maiali non si nutrono di latte e di mele per egoismo o per piacere, ma solo perché questi alimenti servono a mantenerli in buona salute, cosa indispensabile per evitare il ritorno di Jones nella fattoria. Così gli animali accettano la decisione.

Capitolo IV [>>> La Battaglia del Chiuso delle Vacche] 

La notizia della Rivoluzione avvenuta nella Fattoria degli Animali si diffonde per tutta la contea. Gli altri proprietari, il signor Pilkington e il signor Frederick, cercano di denigrare la Fattoria degli Animali diffondendo la voce che vi si stia morendo di fame o che vi si compiano terribili malvagità e violenze. Ciò nonostante circolano tra gli animali voci che invece esaltano l’accaduto e che alimentano un vento di ribellione. Gli animali nelle fattorie sempre più spesso si ribellano e circola ovunque la canzone Animali d’Inghilterra, che fa tremare gli uomini i quali sentono in essa “la profezia del loro futuro destino”.

All’inizio di ottobre Jones, appoggiato dagli altri proprietari, organizza una spedizione per riconquistare la fattoria. Ma gli uomini non trovano gli animali impreparati. Palla di Neve ha organizzato la resistenza: lancia un primo attacco dei piccioni, che sganciano i loro escrementi, e delle oche, che beccano le caviglie degli uomini; poi, a capo delle pecore, di Muriel e di Benjamin si lancia contro gli invasori. Gli uomini li respingono e si lanciano al loro inseguimento, ma questo è stato previsto dal piano di Palla di Neve. Appena gli uomini giungono nel cortile i tre cavalli, le tre mucche e il resto dei maiali, in agguato nel chiuso delle vacche si lanciano all’attacco. Palla di Neve si scontra vittoriosamente con Jones, che lo ferisce sul dorso con un colpo di fucile, mentre una pecora cade morta. Gondrano combatte eroicamente colpendo alla testa un garzone, che cade apparentemente morto e gli uomini sono presi a cornate, a calci e a morsi e sono costretti a una “ignominiosa ritirata sulla stessa via per la quale erano venuti, inseguiti da uno stormo di gazze che li fischiavano e li beccavano sul cranio”. 

Entusiasti per la vittoria, gli animali conferiscono decorazioni (EroeAnimale di Prima Classe) a Palla di Neve e a Gondrano e alla memoria della pecora morta. Si decide poi di festeggiare ogni anno l’anniversario di quella che prenderà il nome di Battaglia del Chiuso delle Vacche.

Capitolo V [>>>Il progetto del mulino a vento]

Mollie, insofferente per il lavoro, incapace di resistere all’attrattiva delle zollette di zucchero e dai nastrini colorati, fugge dalla fattoria per tornare dagli uomini.

Nelle discussioni sulle proposte dei maiali si registra il continuo dissenso fra Palla di Neve e Napoleon, con violenti dibattiti. Palla di neve è più brillante ma Napoleon sa procurarsi abilmente i voti, in particolare quelli delle pecore. Queste ultime belano spesso a sproposito «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo», interrompendo le discussioni e soprattutto i discorsi di Palla di Neve. Questi presenta vari progetti, in particolare quello ambizioso di costruire un mulino a vento, che risolverebbe molti problemi, facilitando il lavoro degli animali grazie all’energia elettrica prodotta. Napoleon, che non ha presentato alcun progetto, contesta quelli di Palla di Neve, compreso quello del mulino, che egli considera una perdita di tempo, mentre la priorità del momento è per lui quella di accrescere la produzione dei viveri. Gli animali si dividono in due fazioni, sotto il grido «Votate per Palla di Neve e la settimana di tre giorni» e «Votate per Napoleon e la mangiatoia piena». Benjamin non parteggia per nessuna delle due fazioni.

Un altro oggetto di discussione e di divisione riguarda la difesa della fattoria da eventuali attacchi degli uomini. Anche su questo Napoleon e Palla di Neve sono in disaccordo: il primo sostiene che occorre procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso; il secondo sostiene che bisogna spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione fra gli animali delle altre fattorie.

Una domenica il progetto del mulino di Palla di Neve viene sottoposto al Consiglio. Palla di Neve espone le sue ragioni con determinazione, benché più volte interrotto dal belato delle pecore. Napoleon si limita brevemente a dire che il mulino è una sciocchezza. Palla di Neve riprende a parlare con grande eloquenza, descrivendo i grandi progressi che la costruzione del mulino consentirà e i più sono ormai convinti delle sue ragioni. A quel punto però, a un segnale di Napoleon, nove enormi cani con collare ornato di punte d’ottone fanno irruzione nel granaio e si avventano su Palla di Neve, che a stento riesce a sfuggire alle loro mascelle. Inseguito per tutta la fattoria riesce infine a sottrarsi alle loro grinfie, fuggendo attraverso un’apertura del recinto. I cani altro non sono che i cuccioli che Napoleon ha tolto alle proprie madri e che ha allevato in segreto. Ora sono diventati “cani enormi e dall’aspetto feroce di lupi”. Seguono da vicino Napoleon e dimenano le code “allo stesso modo che gli altri cani usavano fare con il signor Jones”. Gli animali ne sono terrorizzati. 

Napoleon annuncia che le sedute domenicali sono sospese e che le decisioni saranno prese da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui. Gli animali si riuniranno ancora la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare Animali d’Inghilterra e ricevere gli ordini per la settimana, senza ulteriori discussioni. Alcuni giovani maiali accennano a protestare ma i cani di Napoleon li zittiscono con il loro “profondo e minaccioso brontolio”. A quel puntole pecore iniziano a belare «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo!» per circa un quarto d’ora e mettono fine a ogni discussione.

Clarinetto, inviato a spiegare la nuova situazione, abilmente esalta Napoleon e denigra Palla di neve, accusandolo di tradimento e sminuendo il suo ruolo nella Battaglia del Chiuso delle Vacche. Richiama gli animali alla massima disciplina, condizione necessaria a evitare il ritorno di Jones, che gli animali certo non vogliono.

Gondrano fa sua la massima: «Napoleon ha sempre ragione» in aggiunta al suo motto personale: «Lavorerò di più».

Alle riunioni nel granaio gli animali ora non siedono tutti insieme: “Napoleon con Clarinetto e un altro maiale chiamato Minimus, che aveva il notevole dono di comporre inni e poesie, sedevano sul fronte della piattaforma rialzata; i nove cani formavano un semicerchio attorno a loro e dietro si accomodavano gli altri maiali. Tutti gli altri animali sedevano loro dinanzi nel corpo principale del granaio. Napoleon leggeva gli ordini per la settimana con rude stile soldatesco e, dopo aver cantato per una sola volta in coro Animali d’Inghilterra, l’adunata veniva sciolta”. 

La terza domenica dopo l’espulsione di Palla di Neve, sorprendentemente, Napoleon annuncia che il mulino a vento verrà costruito. Clarinetto spiega agli altri animali che in realtà Napoleon non era mai stato avverso al mulino a vento e che anzi il progetto, sottrattogli da Palla di Neve, era una sua creazione. Aggiunge che vi si era opposto per sbarazzarsi di Palla di Neve che era pericoloso, ma ora il progetto poteva essere realizzato. Clarinetto “si esprimeva in modo tanto convincente, e i tre cani che per caso erano con lui ringhiavano in modo così minaccioso che essi accettarono la spiegazione senza chiedere altro”. 

Capitolo VI [Il crollo del mulino a vento]

Gli animali lavorano come schiavi per tutto l’anno, con orari di lavoro massacranti, prolungati persino alla domenica pomeriggio. Tuttavia sono contenti, perché convinti di farlo per sé e per la propria specie, non per l’uomo. Dopo un duro lavoro gli animali riescono a preparare il materiale per dare inizio alla costruzione ma il procedimento è faticoso e  si compiono progressi solo grazie alla instancabile energia di Gondrano. Le condizioni di vita degli animali sono buone, benché non molto diverse da quando c’era Jones, e il loro sistema di produzione si mostra efficiente. Mancano tuttavia il petrolio, i chiodi, la corda, i biscotti per i cani, il ferro per ferrare i cavalli e altro, tutte cose che la fattoria non è in grado di produrre. Così una domenica mattina Napoleon annuncia che la Fattoria si metterà in rapporti d’affari con le fattorie vicine “non a scopo commerciale, naturalmente, ma semplicemente per ottenere certi materiali”. Gli animali sono all’inizio inquieti, perché sembra loro di ricordare che fosse vietato far uso di denaro. Alcuni giovani maiali accennano a una protesta ma sono ridotti al silenzio dal brontolio dei cani e dal solito belato delle pecore. Napoleon dichiara che si sta occupando personalmente delle trattative e conclude il suo discorso col solito grido: «Evviva la Fattoria degli Animali!», cui segue il canto di Animali d’Inghilterra a chiusura della riunione. Clarinetto si occupa di assicurare che mai nessuna decisione è stata presa in merito al divieto di far uso di denaro e che semmai si tratta di una menzogna messa in giro da Palla di Neve.

Frattanto gli uomini, pur odiando sempre la Fattoria, devono prendere atto, con un certo rispetto, che essa sa condurre bene i propri affari.

I maiali, a un certo punto, fanno della casa colonica la propria abitazione. Anche a questo proposito agli animali sembra di ricordare che questo era vietato, ma Clarinetto, al solito, li convince che non è vero e che i maiali hanno bisogno di un luogo tranquillo in cui lavorare a beneficio di tutti. Gli animali sono di nuovo perplessi quando apprendono che i maiali mangiano in cucina, usano il salotto e persino che dormono nei letti. Gondrano, come al solito, commenta «Napoleon ha sempre ragione!», ma Berta, perplessa, chiede a Muriel di leggerle il quarto comandamento. Esso ora recita: “Nessun animale dovrà dormire in un letto con lenzuola”.

Clarinetto, accompagnato da alcuni cani, come al solito si occupa di fugare i dubbi. Non c’è mai stato – dice – un regolamento contro i letti, ma solo contro le lenzuola, che sono un’invenzione umana, e i maiali devono poter riposare bene, per impedire il ritorno di Jones, che nessun animale desidera. Gli animali ancora sono convinti e nessuno farà più osservazioni in merito, neppure sul fatto che i maiali si alzino la mattina u’ora più tardi degli altri.

Col giungere dell’autunno gli animali sono stanchi, ma felici, perché il mulino è costruito a metà, e tutti sono entusiasti tranne il vecchio Benjamin. In novembre, una notte giunge una bufera di vento che fa tremare tutti gli edifici e grande è la disperazione degli animali, quando vedono che il mulino a vento è crollato.

Napoleon attribuisce la colpa dell’accaduto a Palla di Neve e pronuncia contro di lui una sentenza di morte, promettendo una ricompensa a chi lo uccida o lo prenda prigioniero. Gli animali sono indignati nell’apprendere che Palla di Neve è colpevole di una simile azione. Napoleon assicura, comunque, che la costruzione del mulino subito ricomincerà, a qualsiasi costo, e conclude gridando “Avanti, compagni! Evviva il mulino a vento! Evviva la Fattoria degli Animali!”.

Capitolo VII [>>>Tradimenti ed esecuzioni]

Nonostante il duro inverno, gli animali proseguono la costruzione del mulino, anche per evitare che gli uomini, invidiosi, gioiscano se non sarà terminato in tempo. Gli uomini dicono che il mulino è crollato perché aveva mura sottili, non per il presunto sabotaggio di Palla di Neve. Sta di fatto che gli animali sono meno speranzosi, tranne Gondrano e Berta.

In gennaio comincia a scarseggiare il cibo e le razioni sono drasticamente ridotte, ma appare essenziale nascondere questo stato di cose al mondo fuori dalla fattoria, dove gli uomini spargono voce che gli animali vi muoiono di fame e di malattie. Napoleon, abilmente, decide di servirsi del signor Whymper, che si reca alla fattoria per gli scambi commerciali, per divulgare un’impressione contraria. In modo apparentemente casuale Whymper ascolta alcuni animali scelti, per lo più pecore, sostenere che le razioni sono state aumentate e vede i recipienti del magazzino ricolmi di grano e di farina, mentre in realtà sotto la superficie contengono sabbia. Così ingannato, egli sostiene nel mondo di fuori che alla Fattoria degli Animali non c’è affatto scarsità di viveri. 

Verso la fine di gennaio vi è necessità di procurarsi grano e Napoleon, che raramente si mostra in pubblico e quando lo fa è scortato da sei cani ringhianti, delega a Clarinetto il compito di annunciare un contratto commerciale per quattrocento uova settimanali. Il ricavo dovrà servire ad acquistare granaglie e bietole. Le galline protestano e organizzano una ribellione. Volano sui trespoli e depongono le uova là facendole infrangere a terra. La repressione ordinata da Napoleon è spietata: viene sospesa la loro razione di cibo e chiunque gliene fornisca sarà punito con la morte. Le galline resistono per cinque giorni poi cedono, tornando ai loro luoghi di cova, mentre nel frattempo nove di esse sono morte, ufficialmente per “coccidiosi”.

In primavera viene diffusa la voce allarmante che Palla di Neve entra di notte nella fattoria, compiendo ogni sorta di malefatte, come rubare il grano, rovesciare i secchi di latte, rompere le uova, ecc. A lui si dà la colpa per ogni cosa che va male. Addirittura le mucche dichiarano unanimi che di notte il traditore le munge durante il sonno e si dice che i topi, molto fastidiosi in quell’inverno, si sono coalizzati con lui. 

Napoleon decreta una severissima inchiesta sulle attività di Palla di Neve e la svolge in prima persona accompagnato dai feroci cani ringhianti. Clarinetto raduna gli spaventosissimi animali e rivela che Palla di Neve si è venduto a Frederick della Fattoria Pinchfield e che complotta per prendere la fattoria. Inoltre – aggiunge – fin dall’inizio è stato un agente segreto di Jones, come provano i documenti recentemente scoperti, e ha tentato di far sconfiggere gli animali nella Battaglia del Chiuso delle Vacche.

Gli animali sono esterrefatti da tanta malvagità. Eppure tutti, persino Gondrano, ricordano, o credono di ricordare, che Palla di Neve è stato uno dei più eroici protagonisti di quella battaglia, ferito al dorso dalle pallottole di Jones. Il fatto che sia stato ferito, grida Clarinetto, faceva parte del suo piano, che prevedeva la sconfitta degli animali. Per fortuna “il nostro eroico Capo, il compagno Napoleon”, mentre Palla di Neve stava fuggendo seguito da molti animali, era intervenuto al grido di “Morte all’Umanità!” e aveva affondato i denti nelle gambe di Jones. A quel punto la versione di Clarinetto convince gli animali, ai quali ora sembra di ricordare quanto lui ha raccontato. Gondrano pensa però che Palla di Neve non sia stato un traditore fin dall’inizio. Clarinetto replica che Napoleon “ha categoricamente constatato…che Palla di Neve è stato fin da principio l’agente di Jones…”. Gondrano a quel punto ammette che “Se il compagno Napoleon lo dice, deve avere ragione”.

Quattro giorni dopo Napoleon, carico di decorazioni e accompagnato dai suoi nove cani, convoca gli animali nel cortile. A un certo punto lancia un altissimo grido e immediatamente i cani si lanciano su quattro maiali, trascinandoli urlanti di terrore e dolore ai suoi piedi. Poi tre cani, tra lo stupore di tutti, aggrediscono Gondrano, che però ne inchioda uno al suolo mentre gli altri fuggono. Napoleon invita i quattro maiali a confessare i loro delitti e loro confessano di essere stati segretamente in rapporto con Palla di Neve, che tra l’altro ha confidato loro di essere da anni l’agente segreto di Jones. Finita la confessione, subito i cani li sgozzano e Napoleon chiede se altri debbano confessare qualcosa. Tre galline, un’oca, alcune pecore e altri animali vengono giustiziati, immediatamente dopo aver “confessato” di essere complici di Palla di Neve e di aver disobbedito agli ordini di Napoleon, ai piedi del quale giace un mucchio di cadaveri. Gli animali sono sconvolti, senza rendersi conto se siano più colpiti dal tradimento o dalla crudele punizione cui hanno assistito. Infatti, da quando Jones ha lasciato la fattoria nessun animale ha ucciso un altro animale. Anche Gondrano è inquieto, ma conclude che la soluzione per questa tragica situazione è quella di lavorare di più. 

Berta sente che la rivoluzione alla quale li aveva esortati il Vecchio Maggiore non aveva di mira quelle scene di terrore e di morte ma una società di “animali liberati dalla fame e dalla frusta, tutti uguali, ognuno lavorando secondo la propria capacità”. Invece ora nessuno osa esprimere il proprio pensiero, cani feroci si aggirano ovunque e si assiste al massacro di propri compagni che confessano orribili delitti. Berta è convinta che la situazione della fattoria è comunque migliore di quando c’era l’uomo, ma sente che non è per quello che gli animali hanno combattuto.

Incapace di trovare le parole per esprimere questi sentimenti, Berta comincia a cantare Animali d’Inghilterra, seguita da tutti gli altri, che cantano l’inno per tre volte con commozione e tristezza. Appena hanno finito di cantare, interviene Clarinetto accompagnato da due cani, il quale annuncia che per decreto di Napoleon l’inno Animali d’Inghilterra è abolito e che è vietato cantarlo. Egli spiega: ormai che la Rivoluzione è compiuta e i nemici interni ed esterni sono stati eliminati, non ve n’è più bisogno. Qualcuno accenna a protestare, ma subito le pecore iniziano con il loro solito belato “Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo” che mette fine alla discussione. Animali d’Inghilterra viene sostituito da un nuovo inno, composto da Minimus, ma sarà cantato con minor entusiasmo. 

Capitolo VIII [La Battaglia del Mulino e l’Ordine della Bandiera Verde]

Qualche giorno dopo gli animali ricordano, o credono di ricordare, che il sesto comandamento decretasse che “Nessun animale ucciderà un altro animale”, ma Muriel legge il comandamento che ora recita “Nessun animale ucciderà un altro animale senza motivo”. Gli animali non ricordavano le ultime due parole, ma a quel punto è evidente che il comandamento non è stato violato.

Per tutto l’anno gli animali lavorano ancor più duramente e sembra le ore di lavoro siano aumentate e il cibo diminuito rispetto ai tempi di Jones. Le statistiche sbandierate da Clarinetto parlano di enorme aumento della produzione ma gli animali vorrebbero meno cifre e più cibo. Gli ordini sono ora trasmessi da Clarinetto a da qualche altro maiale mentre Napoleon si mostra in pubblico raramente e sempre circondato dai cani e preceduto da un gallo nero che ne preannuncia i discorsi. Napoleon ora occupa un appartamento separato e ogni anno in occasione del suo compleanno sarà sparato un colpo di fucile in suo onore. Quando si allude a lui ormai si dice sempre “Il nostro Capo, il compagno Napoleon” e i maiali gli hanno attribuito titoli come Padre di Tutti gli Animali, Terrore del Genere Umano, Protettore dei Greggi, Amico degli Anatroccoli e simili. Di ogni successo raggiunto si dà il merito a Napoleon. Il poeta Minimus compone una poesia che ne esalta la bontà e la generosità, intitolata Camerata Napoleon, che viene scritta su un muro del granaio accanto a un ritratto con il suo profilo.

Nelle trattative commerciali Napoleon conclude un accordo con Pilkington, mentre Frederick viene sospettato di voler attaccare la fattoria, con la complicità di Palla di Neve. Circolano voci terribili sulle crudeltà inferte da Frederick agli animali, come frustare a morte un vecchio cavallo, far morire di fame le mucche, o gettare nella fornace un cane. Una domenica mattina Napoleon annuncia di non aver mai pensato di vendere il legname a Frederick, che ormai viene dipinto come il nemico per eccellenza, tanto che al posto del motto “Morte all’Umanità” i piccioni propagandisti hanno il compito di sostituire quello di “Morte a Frederick”. Si scoprono varie presunte macchinazioni di Palla di Neve ai danni della Fattoria, regolarmente confessate dai suoi complici e si apprende che egli non ha mai ricevuto l’ordine dell'”Eroe Animale di Prima Classe” ma che anzi è stato censurato per la sua viltà in battaglia. Intanto finalmente il mulino è finito e gli animali ne ammirano soddisfatti l’edificio, compreso Napoleon che, scortato dai cani, viene a ispezionarlo. Si congratula con gli animali e annuncia che il mulino si chiamerà “Mulino Napoleon”.

Due giorni dopo, agli animali riuniti nel granaio Napoleon annuncia di aver venduto la partita di tronchi d’albero a Frederick. Durante tutto il periodo della sua simulata amicizia per Pilkington, Napoleon in realtà ha trattato con lui. Ora i piccioni devono evitare la fattoria di Pilkington e mutare il loro detto “Morte a Frederick” in quello di “Morte a Pilkington”. Napoleon assicura che le voci sull’imminente attacco alla fattoria e sulle crudeltà di Frederick verso gli animali sono infondate, fatte circolare da Palla di Neve, che in realtà si nascondeva nella fattoria di Pilkington.

I maiali esaltano l’astuzia di Napoleon, che ha saputo vendere il legname al migliore offerente e gli animali sfilano davanti al denaro ottenuto in cambio del legname. Tre giorni dopo si scopre che Frederick ha pagato con banconote false! Così, convocati gli animali, Napoleon pronuncia sentenza di morte contro Frederick e, mentre alla fattoria ci si prepara a fronteggiare un suo attacco, invia i piccioni da Pilkington per ristabilire buone relazioni.

La mattina seguente giunge l’attacco, che costringe gli animali a rifugiarsi nei fabbricati, mentre tutto il pascolo e il mulino cadono in mano al nemico. Intanto i piccioni consegnano la risposta di Pilkington alla richiesta di aiuto: “Ben vi sta”. Gli uomini, tra la costernazione degli animali, distruggono il mulino con polvere esplosiva. A quella vista gli animali reagiscono e lanciano un attacco in massa contro gli uomini che, messi in difficoltà, al sopraggiungere improvviso dei cani sono presi dal panico e fuggono attraverso la siepe spinosa.

Gli animali hanno vinto ma a caro prezzo e il mulino è stato distrutto. Clarinetto però esalta quella come una grande vittoria e vengono dedicati due giorni alla sua celebrazione, con canti, discorsi, spari di fucile e cibo in più per gli animali. La battaglia sarà ricordata come “la Battaglia del Mulino” e Napoleon crea una nuova decorazione, l'”Ordine della Bandiera Verde“, che conferisce a se stesso, mentre lo sfortunato affare delle banconote false viene dimenticato. 

Qualche giorno dopo i maiali trovano una cassa di whisky e durante la notte si odono canti provenire dalla loro abitazione, compreso l’inno Animali d’Inghilterra. Il mattino dopo regna un profondo silenzio nella casa colonica e con grande ritardo, con aspetto stanco e apparentemente malato, Clarinetto annuncia che Napoleon è in fin di vita. Tutti gli animali sono addolorati e si sparge la voce che Palla di Neve sia riuscito ad avvelenarlo. Clarinetto annuncia un ultimo, solenne decreto di Napoleon, secondo il quale chi berrà alcolici sarà punito con la morte. Napoleon però si riprende e guarisce, poi si procura opuscoli su come produrre birra e alcolici e destina il pascolo riservato agli animali inabili alla coltivazione di orzo.

Una notte gli animali sentono un gran frastuono e scoprono Clarinetto ai piedi di una scala a pioli rotta, nei pressi del muro del granaio su cui sono scritti i Comandamenti. Vicino a lui una lanterna, un pennello e un barattolo di vernice bianca. Nessuno, tranne Benjamin, sa spiegarsi che cosa questo significhi. Qualche giorno dopo Muriel, leggendo il quinto comandamento si accorge che gli animali non lo ricordano correttamente. Credevano che recitasse “Nessun animale berrà alcolici”, invece sul muro sta scritto “Nessun animale berrà alcolici in eccesso”.

Capitolo IX [Gondrano mandato al macello]

Gondrano è ferito a uno zoccolo, che fatica a guarire, ma vorrebbe vedere il mulino a buon punto, prima del suo pensionamento per raggiunti limiti di età. I dodici anni previsti per i cavalli scadono per lui alla fine dell’estate seguente. Intanto la vita per gli animali è sempre più dura e le razioni vengono ulteriormente ridotte, tranne che per i maiali e per i cani. Clarinetto non manca di predicare che le condizioni di vita degli animali sono notevolmente migliorate in confronto ai tempi di Jones, senza contare che allora erano schiavi mentre ora sono liberi, e gli animali se ne convincono, benché la loro vita sia aspra e misera.

In autunno nascono ben trentun porcellini, tutti figli dell’unico verro, Napoleon, che in attesa della costruzione di una scuola, provvederà personalmente alla loro educazione. Nella Fattoria viene imposta la regola che qualunque animale incontri un maiale deve dargli la precedenza. Mentre le condizioni di vita degli altri animali peggiorano, a partire dalla ulteriore riduzione delle razioni di cibo, i maiali se la passano bene e ingrassano. Alla fine di febbraio gli animali sentono un delizioso profumo di orzo cotto provenire dalla birreria e vi accorrono con aria affamata, ma l’orzo, per fare la birra, è riservato ai soli maiali.

Le sofferenze degli animali sembrano attenuarsi nei giorni di festa, quando vi sono canti, parate e discorsi. Una volta alla settimana essi partecipano alla cosiddetta “Dimostrazione spontanea”, con cui si celebrano lotte e trionfi, e che prevede che all’ora stabilita gli animali compiano a passo di marcia un giro della fattoria, in formazione militare con in testa i maiali e con la sorveglianza dei cani. Gondrano e Berta portano la bandiera verde con lo zoccolo e il corno, e la scritta “Viva il compagno Napoleon”. Si succedono poesie in onore di Napoleon e discorsi di Clarinetto. Le pecore sono le più entusiaste e riducono al silenzio, col loro monotono belato, chiunque si lamenti.

In aprile viene proclamata la Repubblica e Napoleon viene eletto presidente all’unanimità. Intanto viene rivelato il ritrovamento di documenti comprovanti la complicità di Palla di Neve con Jones. Egli in realtà ha combattuto a fianco dell’uomo e le ferite sul dorso gli sono state inferte dai denti di Napoleon.

A metà estate ricompare il corvo Mosè, dopo lunga assenza. Parla sempre con entusiasmo del Monte Zuccherocandito e molti animali cominciano a prestargli fede, perché ora sperano in un mondo migliore. I maiali lo disprezzano, ma ne tollerano la presenza e anzi gli offrono un bicchiere di birra al giorno.

Una volta guarito, Gondrano ricomincia a lavorare con grande impegno, anche se il suo fisico è debilitato dalla fatica e dall’età. In prossimità del suo dodicesimo compleanno, però, cade a terra e non riesce a rialzarsi. Gli animali accorrono e Clarinetto viene informato dell’accaduto. Quest’ultimo interviene con sollecitudine, assicurando che Napoleon ha disposto il suo ricovero nell’ospedale di Willingdon, di proprietà di Pilkington, per poterlo curare meglio. Accudito nella stalla, Gondrano si riprende e progetta, una volta guarito e a riposo, di poter studiare e istruirsi. Un giorno giunge un furgone per portarlo via. Gli animali, al lavoro sotto la sorveglianza dei maiali, vedono Benjamin straordinariamente eccitato chiamarli, gridando che stanno portando via Gondrano. Tutti accorrono a vedere e Benjamin rivela loro che in realtà il furgone che lo ha caricato non è diretto all’ospedale ma al macello, come rivela la scritta “Alfred Simmons, Macelleria Equina e Fabbrica di Colla, Willingdon. Negoziante di cuoio e d’ossa. Forniture per canili”. Gli animali inorriditi, e in particolare Berta, inseguono il furgone, avvertendo Gondrano del pericolo ed esortandolo a scendere, ma il furgone corre sempre più veloce e il cavallo, ormai non più forte come un tempo, non riesce a fuggire. Tre giorni dopo Clarinetto annuncia che Gondrano è morto all’ospedale di Willington, nonostante le amorevoli e dispendiose cure volute per lui da Napoleon. Aggiunge di aver udito le sue ultime parole, di rammarico per non aver potuto vedere il mulino ultimato e di lode per la Rivoluzione e per il compagno Napoleon. Le voci sciocche secondo cui Gondrano sarebbe stato destinato al macello sono infondate. In realtà il furgone era stato in passato di proprietà di un macello e il veterinario aveva dimenticato di rettificare la vecchia iscrizione. A questa notizia gli animali provano grande sollievo. Un giorno viene dato un banchetto funebre in onore di Gondrano, con relativo discorso di Napoleon il quale esorta gli animali a fare proprie le due famose massime del defunto: “Lavorerò di più” e: “Il compagno Napoleon ha sempre ragione!”. Quel giorno un furgone consegna una grande cassa di whisky e la notte si odono canti e un grande frastuono, nella casa colonica.

Capitolo X [>>>Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri]

Passano gli anni e le stagioni, molti animali muoiono e quelli ancora vivi ormai non ricordano i tempi di prima della rivoluzione, a eccezione di Berta, Benjamin, Mosè e qualche maiale. Napoleon è ora un vecchio verro di un quintale e mezzo e Clarinetto è tanto grasso che a stento i suoi occhi riescono a vedere. Solo Benjamin è sempre se stesso, benché sempre più taciturno e triste. Nuovi animali popolano la fattoria, per i quali la Rivoluzione non è che una vaga tradizione. I tre nuovi cavalli ascoltano le storie di Berta sulla Rivoluzione e l’Animalismo, ma non capiscono realmente quel che dice.

La fattoria è meglio organizzata ed efficiente, ma “dei lussi che Palla di Neve aveva fatto sognare agli animali, delle stalle con la luce elettrica e l’acqua calda e fredda e dei tre giorni lavorativi per settimana…non si parlava più. Napoleon ne aveva condannata l’idea come contraria ai principi dell’Animalismo. La vera felicità, diceva, sta nel lavorare molto e nel vivere frugalmente. Sembrava insomma che la fattoria fosse diventata in realtà più ricca, senza per questo far più ricchi gli animali, salvo naturalmente i maiali e i cani. Clarinetto però instancabilmente spiega l’importanza del lavoro di comando dei maiali e di sorveglianza dei cani.

Gli animali non ricordano come fosse la vita prima della Rivoluzione e hanno a disposizione solo le cifre di Clarinetto. Benjamin dice di ricordare, e di sapere che “le cose non erano mai state, né mai sarebbero state, né molto meglio né molto peggio: la fame, la fatica, la delusione essendo, così egli diceva, la inalterabile legge della vita”. Eppure gli animali non perdono la speranza e in fondo sono orgogliosi di essere l’unica fattoria della contea posseduta e condotta da animali. Sono orgogliosi anche delle gesta eroiche della cacciata di Jones e della scrittura dei Sette comandamenti. Sono orgogliosi del fatto che tra loro non vi sono creature che vanno su due gambe o che chiamino un altro padrone e che nella fattoria tutti gli animali sono uguali.

Un giorno gli animali odono un terribile nitrito di Berta. Tutti accorrono nel cortile da cui proviene e vedono quel che l’ha provocato: Clarinetto sta camminando sulle gambe posteriori e anche gli altri maiali fanno lo stesso, alcuni di essi in modo ancora un po’ goffo. Poi “fra un tremendo latrar di cani e l’alto cantar del gallo nero esce lo stesso Napoleon maestosamente ritto, gettando alteri sguardi all’ingiro con i cani che gli saltano attorno. Stringe fra le zampe una frusta. Segue un silenzio mortale. Gli animali sono atterriti, come se il mondo si fosse capovolto, e sono sul punto di pronunciare parole di protesta, ma in quel momento tutte le pecore emettono un tremendo belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, meglio! Quattro gambe, buono; due gambe, meglio! …».

Benjamin per una volta rompe la sua regola e legge a Berta quel che sta scritto sul muro dei Sette comandamenti. Ne resta però uno solo che dice: “Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”. Così, agli animali non sembra strano che i maiali usino le fruste, che comprino una radio e un telefono, che Napoleon passeggi fumando la pipa, che egli indossi una giacca nera, pantaloni e scarpe di cuoio e che la sua scrofa favorita indossi l’abito di seta della signora Jones.

Un pomeriggio giunge in visita alla fattori una delegazione di agricoltori che osservano ammirati il mulino e gli animali che lavorano con perfetta disciplina. La sera dalla casa colonica provengono risa e canti. Gli animali, incuriositi, vanno a vedere che cosa succeda. Attraverso la finestra della sala da pranzo vedono sei uomini e sei maiali seduti, con Napoleone a capo della tavola. Stavano giocando a carte e bevendo birra, ma ora sospendono la partita per un brindisi. Il signor Pilkington pronuncia un discorso in cui esprime soddisfazione perché si è superato il lungo periodo di diffidenza e incomprensione tra gli agricoltori e la Fattoria degli Animali. Ora, al di là di ogni dubbio, essi hanno potuto constatare che nella fattoria si applicano “non solo i metodi più moderni, ma una disciplina e un ordine da porre come esempio agli agricoltori di ogni dove”. Chiude il suo discorso sostenendo che tra uomini e maiali non vi sono più conflitti di interessi e si congratula coi maiali “per le razioni scarse, le lunghe ore di lavoro e la generale assenza di sovrabbondanza riservate agli animali inferiori”. Brinda quindi alla prosperità della Fattoria degli Animali.

Dopo gli entusiastici applausi, Napoleon pronuncia un breve discorso: per anni si è detto in giro che lui e i suoi colleghi emanassero direttive sovversive e rivoluzionarie, ma era una falsa accusa; loro intenzione era vivere in pace e in buoni rapporti con i vicini. Fino ad allora gli animali della Fattoria si sono chiamati l’un l’altro “compagni”, ma questa prassi ora cesserà. Inoltre, dalla bandiera della fattoria sono stati tolti i dipinti dello zoccolo e del corno, mentre è rimasto solo lo sfondo verde. Infine, comunica che il nome Fattoria degli Animali è abolito e sostituito da quello di Fattoria Padronale, suo vero nome d’origine. Esorta quindi a brindare alla Fattoria Padronale.

Seguono calorosi applausi e brindisi, poi la compagnia ricomincia la partita a carte e gli animali si ritirano silenziosamente. Fatti venti metri sentono un gran frastuono e un clamore di voci. Guardano di nuovo dalla finestra: è scoppiato un furioso litigio, perché Napoleon e Pilkington hanno giocato simultaneamente un asso di spade. Dodici voci si alzano furiose e del tutto simili. Gli animali guardano ora i maiali e ora gli uomini, ma ormai essi sono indistinguibili.

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Orwell, Tutti gli animali sono uguali ma…

Orwell, Tutti gli animali sono uguali ma…

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di Giorgio Baruzzi

George Orwell, Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri

 

Da >>> La fattoria degli animali

 

Dopo il ritorno delle pecore, in una deliziosa serata quando, finito il lavoro, gli animali stavano rientrando alle loro stalle, un terribile nitrito di cavallo risuonò nel cortile. Stupiti, gli animali si arrestarono.
Era la voce di Berta. Essa nitrì ancora e tutti gli animali irruppero a galoppo nella corte. Videro allora ciò che aveva visto Berta.
Un maiale stava camminando sulle gambe posteriori. Sì, era Clarinetto. Un po’ goffamente, come se non fosse abituato a portare in quella posizione il suo considerevole peso, ma con perfetto equilibrio, passeggiava su e giù per il cortile. Poco dopo, dalla porta della casa colonica uscì una lunga schiera di maiali: tutti camminavano sulle gambe posteriori. Alcuni lo facevano meglio degli altri, qualcuno era ancora un po’ malfermo e sembrava richiedere il sostegno di un bastone, ma tutti fecero con successo il giro del cortile. Infine, fra un tremendo latrar di cani e l’alto cantar del gallo nero, uscì lo stesso Napoleon, maestosamente ritto, gettando alteri sguardi all’ingiro, coi cani che gli saltavano attorno. Stringeva fra le zampe una frusta.
Seguì un silenzio mortale. Stupefatti, atterriti, stringendosi assieme, gli animali guardavano la lunga fila dei maiali marciare lentamente attorno al cortile. Era come se il mondo si fosse capovolto. Poi venne il momento in cui, passato il primo stordimento, nonostante tutto – nonostante il terrore dei cani, l’abitudine sviluppata durante lunghi anni di non lamentarsi mai, di non criticare mai sentirono la tentazione di pronunciare parole di protesta. Ma in quell’attimo stesso, come a un segnale dato, tutte le pecore ruppero in un tremendo belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, meglio! Quattro gambe, buono; due gambe, meglio! Quattro gambe, buono; due gambe, meglio!».
Continuarono così per cinque minuti, senza soste. E, quando le pecore si furono calmate, la possibilità di protestare era passata perché i maiali erano rientrati nella casa.
Benjamin sentì un naso strofinarsi contro la sua spalla. Guardò. Era Berta. I suoi vecchi occhi erano più appannati che mai. Senza dir nulla, lo tirò gentilmente per la criniera e lo portò nel grande granaio ove erano scritti i Sette Comandamenti. Per qualche istante ristette fissando la parete scura e le lettere bianche.
«La mia vista si indebolisce» disse infine. «Anche quando ero giovane non riuscivo a leggere ciò che era scritto qui. Ma mi pare che la parete abbia un altro aspetto. I Sette Comandamenti sono gli stessi di prima, Benjamin?»
Per una volta Benjamin consentì a rompere la sua regola e lesse ciò che era scritto sul muro. Non vi era scritto più nulla, fuorché un unico comandamento. Diceva:
TUTTI GLI ANIMALI SONO UGUALI MA ALCUNI SONO PIU’ UGUALI DEGLI ALTRI
Dopo ciò non parve strano che i maiali che sorvegliavano i lavori reggessero fruste nelle loro zampe. Non sembrò strano di apprendere che i maiali si erano comperati per loro uso un apparecchio radio, che stavano impiantando un telefono, che avevano fatto l’abbonamento al «John Bull», al «Tit-Bits» e al «Daily Mirror».
Non sembrò strano vedere Napoleon passeggiare nel giardino della casa colonica con la pipa in bocca; no, neppure quando i maiali presero dal guardaroba gli abiti del signor Jones e li indossarono e fu visto Napoleon in giacca nera, pantaloni e scarpe di cuoio, mentre la sua scrofa favorita vestiva l’abito di seta che la signora Jones portava la domenica, neppur questo sembrò strano. Una settimana dopo, nel pomeriggio, numerose carrozze giunsero alla fattoria. Una deputazione di agricoltori del vicinato era stata invitata a fare un giro d’ispezione. Fu mostrata loro tutta la fattoria, ed essi espressero grande ammirazione per ciò che vedevano, specialmente per il mulino. Gli animali stavano sarchiando il campo di rape. Lavoravano con attenzione, quasi senza osar sollevare la testa da terra, non sapendo se avevano più paura dei maiali o dei visitatori umani.
Quella sera alte risa e canti uscirono dalla casa colonica, e ad un tratto, all’udir tutte quelle voci, gli animali si sentirono presi da curiosità. Che cosa stava succedendo la dentro, ora che per la prima volta gli animali e gli uomini si incontravano su un piede di eguaglianza? In un solo accordo, essi cominciarono a strisciare silenziosamente nel giardino della casa colonica. Al cancello si fermarono dubbiosi se entrare o no. Ma Berta aprì la strada. In punta di piedi si portarono fin presso la casa e quelli che erano abbastanza alti spiarono attraverso la finestra della sala da pranzo. Là, attorno alla lunga tavola, sedevano una mezza dozzina di agricoltori e una mezza dozzina o più di eminenti maiali. Napoleon occupava il posto d’onore a capo della tavola. I maiali sembravano completamente a loro agio sulle seggiole. La compagnia stava giocando una partita a carte, momentaneamente sospesa, evidentemente per un brindisi. Circolava una grande anfora e i bicchieri venivano riempiti di birra. Nessuno si accorse delle facce attonite degli animali che spiavano dalla finestra.
Il signor Pilkington di Foxwood si era alzato reggendo il bicchiere. Fra un istante, egli disse, avrebbe chiesto alla compagnia di fare un brindisi, ma prima sentiva il dovere di pronunciare alcune parole. Era per lui motivo di grande soddisfazione, disse – e, ne era sicuro, per tutti gli altri presenti – di sentire che il lungo periodo di diffidenza e di incomprensione era finito. C’era stato un tempo non che lui o alcuno dei presenti avesse condiviso tali sentimenti – ma c’era stato un tempo in cui i rispettabili proprietari della Fattoria degli Animali erano stati guardati, non con ostilità, ma forse con qualche sospetto dagli uomini del vicinato. C’erano stati disgraziati incidenti, c’erano state incomprensioni. Si sentiva che l’esistenza di una fattoria tenuta e governata da maiali era qualcosa di anormale e rischiava di avere un malefico effetto sul vicinato. Troppi agricoltori erano convinti, senza prova alcuna, che in quella fattoria dominava lo spirito di licenza e di indisciplina. Erano inquieti per l’effetto che la cosa poteva avere sui loro animali e anche sui propri impiegati umani.
Ma ogni dubbio era ora dissipato. Quel giorno assieme ai suoi amici aveva visitato la Fattoria degli Animali, ne aveva ispezionato ogni palmo coi propri occhi, e che cosa aveva trovato? Non solo i metodi più moderni, ma una disciplina e un ordine da porre come esempio agli agricoltori di ogni dove. Credeva di poter dire a ragione che gli animali inferiori della Fattoria degli Animali facevano più lavoro e ricevevano meno cibo di tutti gli animali della contea. In realtà assieme ai suoi amici visitatori aveva quel giorno osservato molte cose che intendeva introdurre subito nelle proprie fattorie.
Chiudeva la sua perorazione, disse, esaltando ancora i sentimenti di amicizia che esistevano e dovevano esistere tra la Fattoria degli Animali e i suoi vicini. Tra i maiali e gli uomini non vi era e non doveva esservi alcun conflitto d’interessi. Le loro lotte e le loro difficoltà erano uniche. Non era il problema del lavoro lo stesso ovunque? Qui parve che il signor Pilkington stesse per lanciare qualche ben preparata arguzia sulla compagnia, ma per il momento era troppo sopraffatto dal piacere per poterla pronunciare. Dopo molti colpi di tosse durante i quali i suoi numerosi menti si fecero di bracia, riuscì a metterla fuori: «Se voi avete i vostri animali inferiori contro cui lottare» disse «noi abbiamo le nostre classi inferiori!». Questo bon mot fece scoppiare dalle risa tutta la tavola; e il signor Pilkington ancora si congratulò coi maiali per le razioni scarse, le lunghe ore di lavoro e la generale assenza di sovrabbondanza che aveva osservato nella Fattoria degli Animali.
E ora, disse infine, chiedeva alla compagnia di alzare la zampa e assicurarsi che il bicchiere fosse pieno.
«Signori» concluse il signor Pilkington «signori, brindo a voi e alla prosperità della Fattoria degli Animali!»
Seguirono entusiastici applausi e battere di piedi. Napoleon era tanto soddisfatto che si alzò dal suo posto e fece il giro della tavola per venire a toccare il suo bicchiere con quello del signor Pilkington prima di vuotarlo. Quando gli applausi si placarono, Napoleon, che era rimasto in piedi, annunciò che aveva qualche parola da dire.
Come tutti i discorsi di Napoleon, anche questo fu breve ed esplicito. Anche lui, disse, era felice che il periodo dell’incomprensione fosse finito. Per molto tempo erano corse voci – messe in giro, aveva ragione di credere, da qualche nemico maligno – che le direttive sue e dei suoi colleghi rivestissero qualcosa di sovversivo e di rivoluzionario Erano stati accusati di suscitare la ribellione fra gli animali delle vicine fattorie. Niente di più lontano dalla verità! Il loro solo desiderio, ora come nel passato, era di vivere in pace e in buone e normali relazioni con tutti i vicini. Questa fattoria che aveva l’onore di controllare, aggiunse, era una specie di impresa cooperativa. Le azioni che erano in suo possesso erano comune proprietà dei maiali.
Egli non credeva, disse, che alcuno degli antichi sospetti continuasse a sussistere; ma alcuni cambiamenti, recentemente introdotti nelle consuetudini della fattoria, dovevano aver l’effetto di promuovere un’ancor maggiore fiducia. Fino ad allora gli animali della fattoria avevano avuto la sciocca abitudine di chiamarsi l’un l’altro “compagni”. Ciò doveva aver termine. C’era anche stato lo strano costume, la cui origine era sconosciuta, di sfilare la domenica mattina davanti al teschio di un verro posto su un ceppo nel giardino. Questo pure sarebbe stato abolito, e già il teschio era stato sepolto. I suoi visitatori avevano certo visto la bandiera verde spiegata in cima all’asta e avevano forse notato che lo zoccolo e il corno dipinti in bianco, di cui prima era fregiata, erano scomparsi. La bandiera, d’ora innanzi, sarebbe stata verde soltanto. Egli aveva solo una critica, disse, da fare all’eccellente e amichevole discorso del signor Pilkington. In esso il signor Pilkington si era sempre riferito alla “Fattoria degli Animali”. Non poteva sapere, naturalmente – perché lui, Napoleon, lo annunciava ora per la prima volta – che il nome “Fattoria degli Animali” era stato abolito. Da quel momento la fattoria sarebbe ritornata “Fattoria Padronale”, quello cioè che, egli credeva, era il suo vero nome d’origine.
«Signori» concluse Napoleon «ripeterò il brindisi di prima, ma in forma diversa. Riempite fino all’orlo i vostri bicchieri. Signori, ecco il mio brindisi: alla prosperità della Fattoria Padronale!»
Come prima, vi furono calorosi applausi e i bicchieri vennero vuotati fino al fondo. Ma mentre gli animali di fuori fissavano la scena, sembrò loro che qualcosa di strano stesse accadendo. Che cosa c’era di mutato nei visi dei porci? Gli occhi stanchi di Berta andavano dall’uno all’altro grugno. Alcuni avevano cinque menti, altri quattro, altri tre. Ma che cos’era che sembrava dissolversi e trasformarsi? Poi, finiti gli applausi, la compagnia riprese le carte e continuò la partita interrotta, e gli animali silenziosamente si ritirarono.
Ma non avevano percorso venti metri che si fermarono di botto. Un clamore di voci veniva dalla casa colonica. Si precipitarono indietro e di nuovo spiarono dalla finestra. Sì, era scoppiato un violento litigio. Vi erano grida, colpi vibrati sulla tavola, acuti sguardi di sospetto, proteste furiose. Lo scompiglio pareva esser stato provocato dal fatto che Napoleon e il signor Pilkington avevano ciascuno e simultaneamente giocato un asso di spade.
Dodici voci si alzarono furiose, e tutte erano simili. Non c’era da chiedersi ora che cosa fosse successo al viso dei maiali. Le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.

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George Orwell, Napoleon ha sempre ragione

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di Giorgio Baruzzi

George Orwell, Napoleon ha sempre ragione

da >>> La fattoria degli animali

 

Il progetto del mulino a vento
Oltre la discussione del mulino, vi era la questione della difesa della fattoria. Sapevano bene che gli uomini, sebbene fossero stati sconfitti nella Battaglia del Chiuso delle Vacche, avrebbero potuto fare un altro e più deciso tentativo per riconquistare la fattoria e restaurarvi Jones. Come sempre, Palla di Neve e Napoleon erano in disaccordo. Secondo Napoleon, ciò che gli animali dovevano fare era procurarsi armi da fuoco e addestrarsi al loro uso. Palla di Neve era invece del parere che si dovessero spedire stormi e stormi di piccioni a suscitare la Rivoluzione fra gli animali delle altre fattorie. L’uno argomentava che se non avessero saputo difendersi da soli erano destinati a esser vinti; l’altro ragionava che, se la Rivoluzione fosse scoppiata dappertutto, essi non avrebbero più avuto bisogno di difendersi. Gli animali ascoltavano prima Napoleon, poi Palla di Neve e non sapevano decidere chi dei due avesse ragione. In realtà si trovavano sempre d’accordo con quello che parlava al momento. Venne finalmente il giorno in cui il progetto di Palla di Neve fu pronto. Nel Consiglio della domenica successiva la questione se i lavori del mulino a vento dovessero cominciare o no fu posta ai voti. Quando gli animali furono tutti riuniti nel grande granaio, Palla di Neve si alzò e, benché talvolta interrotto dal belato delle pecore, espose le sue ragioni in favore della costruzione del mulino. Poi si alzò a rispondere Napoleon. Egli disse tranquillamente che il mulino era una sciocchezza e che il suo consiglio era che nessuno votasse per esso; poi subito sedette. Non aveva parlato che per trenta secondi e sembrava affatto indifferente all’effetto prodotto. Allora Palla di Neve scattò in piedi e, gridando alle pecore che avevano ricominciato a belare, uscì in una appassionata perorazione in favore del mulino. Fino a quel momento le simpatie degli animali erano state equamente divise, ma allora l’eloquenza di Palla di Neve ebbe il sopravvento. In frasi brillanti egli fece un quadro della Fattoria degli Animali quale sarebbe stata quando il vile lavoro non avrebbe più gravato sul dorso delle bestie. La sua immaginazione andava ora ben oltre il trincia paglia e l’affettatrice di barbabietole. L’elettricità, disse, avrebbe potuto muovere trebbiatrici, aratri, rastrelli, rulli, macchine per falciare il grano e legare i covoni, oltre che fornire le stalle di luce elettrica e di riscaldamento. Quando ebbe finito di parlare nessuno più dubitava a chi sarebbe andato il voto. Ma proprio allora Napoleon si alzò e gettando una strana occhiata di traverso a Palla di Neve emise un altissimo lamento, quale nessuno 1’aveva mai sentito emettere. A questo rispose un terribile latrato, e nove enormi cani che portavano collari ornati di punte d’ottone fecero irruzione nel granaio. Essi si avventarono su Palla di Neve che balzò dal suo posto appena in tempo per sfuggire alle loro feroci mascelle. In un istante si trovò fuori coi cani che lo inseguivano. Troppo sbalorditi e spaventati per parlare, tutti gli animali si affollarono sulla porta per assistere all’inseguimento. Palla di Neve correva attraverso il lungo pascolo che conduceva alla strada. Correva come solo un maiale sa correre, ma i cani gli erano alle calcagna. A un tratto scivolò e parve certo che sarebbe stato raggiunto. Poi si rialzò, correndo sempre più forte; ma i cani guadagnarono ancora terreno. Uno di essi era quasi riuscito ad addentare la coda di Palla di Neve, ma Palla di Neve con un rapido movimento poté liberarsi proprio a tempo. Con un ultimo slancio, quando ormai il suo vantaggio era ridotto a pochi centimetri, sgusciò attraverso un’apertura del recinto e non fu visto mai più. Muti e terrorizzati, gli animali lentamente rientrarono nel granaio. Poco dopo balzarono dentro, di ritorno, i cani. Dapprima nessuno riusciva a immaginare da dove queste creature fossero venute; ma il problema fu presto risolto: erano i cuccioli che Napoleon aveva tolto alle proprie madri e che aveva allevato in segreto. Benché non avessero ancora raggiunto il loro pieno sviluppo, erano cani enormi e dall’aspetto feroce di lupi. Si posero vicini a Napoleon e si vide che dimenavano le code allo stesso modo che gli altri cani usavano fare con il signor Jones.
Napoleon, seguito dai cani, montò ora su quella specie di palco da cui il Vecchio Maggiore aveva un tempo pronunciato il suo discorso. Annunciò che da quel momento le sedute della domenica mattina sarebbero state sospese. Esse non erano necessarie e non costituivano che una perdita di tempo. In avvenire tutte le questioni relative al lavoro della fattoria sarebbero state definite da uno speciale comitato di maiali presieduto da lui stesso. Questo comitato si sarebbe riunito privatamente e le sue decisioni sarebbero poi state comunicate agli altri animali. Gli animali si sarebbero ancora riuniti la domenica mattina per il saluto alla bandiera, per cantare Animali d’Inghilterra e ricevere gli ordini per la settimana; non vi sarebbero state più discussioni. Nonostante l’emozione provocata dall’espulsione di Palla di Neve, gli animali furono costernati da questo annuncio. Molti di loro avrebbero protestato se fossero riusciti a trovare le giuste ragioni. Persino Gondrano si sentiva vagamente turbato. Abbassò le orecchie, scosse il ciuffo sulla fronte e fece un grande sforzo per raccogliere i suoi pensieri; ma infine non trovò nulla da dire. Alcuni maiali invece riuscirono un poco ad esprimersi. Quattro giovani porci in prima fila emisero acute strida di disapprovazione e tutti e quattro si alzarono e cominciarono a parlare assieme. Ma ecco che i cani accovacciati attorno a Napoleon fecero udire un profondo e minaccioso brontolio, e i porci tacquero e tornarono a sedere. Allora le pecore uscirono in un altissimo belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo!» che andò avanti per circa un quarto d’ora e mise fine a ogni possibilità di discussione. Poi Clarinetto fu mandato in giro per la fattoria a spiegare agli altri la nuova sistemazione.
«Compagni» disse «io confido che ogni animale saprà qui apprezzare il sacrificio che il compagno Napoleon ha fatto prendendo sopra di sé questo maggior lavoro. Non pensate, compagni, che la direzione sia un piacere! Al contrario, essa è una grande e pesante responsabilità. Nessuno più del compagno Napoleon crede che tutti gli animali sono uguali. Troppo felice egli sarebbe di lasciarvi prendere da voi stessi le decisioni. Ma potrebbe accadere che prendeste decisioni errate, e che avverrebbe allora? Supponete che voi aveste deciso di seguire Palla di Neve col suo mulino campato nella luna, Palla di Neve che, come ora sappiamo, altro non era che un criminale!».
«Ha combattuto valorosamente alla Battaglia del Chiuso delle Vacche» osservò qualcuno.
«Il valore non basta» disse Clarinetto. «La lealtà e l’obbedienza sono assai più importanti. E quanto alla Battaglia del Chiuso delle Vacche, credo che verrà un giorno in cui troveremo che la parte avuta da Palla di Neve fu molto esagerata. Disciplina, compagni, disciplina ferrea! Questa è oggi la parola d’ordine. Un passo falso, e i nostri nemici ci sopraffaranno. Certo, compagni, voi non volete il ritorno di Jones!»
Ancora una volta a questo argomento nulla si poteva opporre. Gli animali non volevano certamente il ritorno di Jones; se i dibattiti della domenica mattina potevano esporli a quel pericolo, i dibattiti dovevano cessare. Gondrano, che ora aveva avuto tempo di pensare, si fece portavoce del sentimento generale dicendo: «Se il compagno Napoleon lo dice, bisogna che sia così». E da quel momento fece sua la massima: «Napoleon ha sempre ragione» in aggiunta al suo motto personale: «Lavorerò di più».
Intanto la stagione avanzava ed era cominciata l’aratura di primavera. La baracca ove Palla di Neve aveva disegnato il suo progetto di mulino a vento era stata chiusa e si supponeva che il progetto stesso fosse stato cancellato dal pavimento. Tutte le domeniche mattina, alle dieci, gli animali si radunavano nel grande granaio per ricevere gli ordini della settimana. Il teschio del Vecchio Maggiore, ora ripulito di tutta la carne, era stato dissotterrato dal frutteto e posto su un ceppo ai piedi dell’asta della bandiera, accanto al fucile. Dopo l’alzabandiera, gli animali dovevano sfilare davanti al teschio in atto reverente prima di entrare nel granaio. Ora non sedevano tutti assieme come usavano fare nel passato. Napoleon con Clarinetto e un altro maiale chiamato Minimus, che aveva il notevole dono di comporre inni e poesie, sedevano sul fronte della piattaforma rialzata; i nove cani formavano un semicerchio attorno a loro e dietro si accomodavano gli altri maiali. Tutti gli altri animali sedevano loro dinanzi nel corpo principale del granaio. Napoleon leggeva gli ordini per la settimana con rude stile soldatesco e, dopo aver cantato per una sola volta in coro Animali d’Inghilterra, l’adunata veniva sciolta.
La terza domenica dopo l’espulsione di Palla di Neve gli animali furono sorpresi nell’udire Napoleon annunciare che, dopo tutto, il mulino a vento sarebbe stato costruito. Non diede alcuna ragione di quel mutamento di pensiero, ma solo avvertì gli animali che tale opera li avrebbe costretti a un ben duro lavoro; sarebbe stato anche necessario ridurre le loro razioni. Il progetto, tuttavia, era stato preparato fino all’ultimo particolare. Uno speciale comitato di maiali vi aveva lavorato nelle ultime tre settimane. Si prevedeva che la costruzione del mulino e di altre migliorie avrebbe preso due anni.
Quella sera Clarinetto, in via privata, spiegò agli altri animali che in realtà Napoleon non era mai stato avverso al mulino a vento, anzi, sua era stata la prima idea, e il progetto che Palla di Neve aveva disegnato sull’impiantito della baracca era stato effettivamente rubato dalle carte di Napoleon. Il mulino era, infatti, una creazione di Napoleon. Perché allora, chiese qualcuno, egli vi si era opposto con tanta veemenza? Quella, disse Clarinetto, era stata un’astuzia del compagno Napoleon. La sua opposizione al mulino non era stata che una finta, una manovra per sbarazzarsi di Palla di Neve il quale aveva un carattere pericoloso e una cattiva influenza. Ora che Palla di Neve non c’era più, il progetto poteva venire eseguito senza la sua interferenza. […]

 

Tradimenti ed esecuzioni
[…] Quattro giorni dopo, nel tardo pomeriggio, Napoleon ordinò a tutti gli animali di radunarsi nel cortile. Come furono tutti riuniti, Napoleon uscì dalla casa colonica con tutte le sue decorazioni (perché da poco si era assegnato “‘Eroe
Animale di Prima Classe’ e l'”Eroe Animale di Seconda Classe”) e coi suoi nove enormi cani che gli saltavano attorno emettendo brontolii che mandavano brividi giù per la schiena di tutti gli animali. Tutti si accoccolarono in silenzio ai loro posti, quasi presentendo che qualcosa di terribile stava per accadere.
Napoleon, in piedi, girò lo sguardo austero sull’uditorio, poi lanciò un altissimo grido. Immediatamente i cani si lanciarono avanti, afferrando per le orecchie quattro maiali e li trascinarono, urlanti di terrore e di dolore, ai piedi di Napoleon. Le orecchie dei maiali sanguinavano, i cani avevano sentito il sapore del sangue e sembravano impazziti. Con stupore di tutti, tre di essi si slanciarono su Gondrano. Gondrano li vide venire e, sollevato il suo gran zoccolo, ne colse uno a mezz’aria e lo inchiodò al suolo. Il cane guaiva pietosamente e gli altri due fuggirono con la coda fra le gambe. Gondrano guardò Napoleon per sapere se doveva schiacciarlo a morte o lasciarlo andare. Napoleon sembrò mutar contegno, e rudemente ordinò a Gondrano di lasciar libero il cane, al che Gondrano sollevò lo zoccolo e il cane fuggì via, ammaccato e gemente.
Il tumulto si sedò. I quattro maiali aspettavano tremanti con la colpa scritta su ogni tratto del loro aspetto. Napoleon li invitò a confessare i loro delitti. Erano i quattro maiali che avevano protestato quando Napoleon aveva abolito il Consiglio domenicale. Senza alcun altro incidente confessarono di essere stati segretamente in rapporto con Palla di Neve dal giorno della sua espulsione, di aver collaborato con lui alla distruzione del mulino e di essersi con lui accordati per consegnare la Fattoria degli Animali al signor Frederick. Aggiunsero che Palla di Neve aveva loro confidato di esser stato da anni l’agente segreto di Jones. Quando ebbero finito la confessione, subito i cani saltarono loro alla gola sgozzandoli, e con voce terribile Napoleon domandò se qualche altro animale avesse qualcosa da confessare.
Le tre galline che avevano capeggiato il tentativo di ribellione riguardo alle uova si fecero avanti e dissero che Palla di Neve era apparso loro in sogno e le aveva incitate a disobbedire agli ordini di Napoleon. Anch’esse vennero giustiziate. Poi si avanzò un’oca e confessò di aver messo da parte sei pannocchie di granturco durante la mietitura dell’anno precedente e di averle mangiate nella notte. Indi una pecora confessò di aver orinato nell’abbeveratoio, spinta a questo, disse, da Palla di Neve, e due pecore si accusarono di aver ucciso un vecchio ariete, fedele seguace di Napoleon, inseguendolo intorno a un gran falò mentre era in preda a un forte accesso di tosse. Tutti furono giustiziati sul posto. E così continuò la storia delle confessioni e delle esecuzioni, finché un mucchio di cadaveri giacque ai piedi di Napoleon e l’aria fu greve di quell’odore di sangue che nessuno aveva più sentito dal giorno in cui Jones era stato espulso.
Quando tutto fu finito, i rimanenti animali, eccetto i maiali e i cani, uscirono assieme lentamente. Erano tremanti e miseri. Non sapevano che cosa maggiormente li avesse colpiti, se il tradimento di quelli che avevano fatto legame con Palla di Neve o la crudele punizione alla quale avevano assistito. Negli antichi tempi c’erano state spesso scene di sangue ugualmente terribili, ma sembrava loro che assai più crudele fosse la cosa ora che accadeva fra loro stessi. Da quando Jones aveva lasciato la fattoria, nessun animale aveva ucciso un altro animale. Neppure un topo era stato ucciso. Si avviarono lentamente verso la collinetta ove sorgeva il mulino a metà ricostruito e, come per comune intesa, si sdraiarono tutti stretti assieme, quasi a riscaldarsi: Berta, Muriel, Benjamin, le mucche, le pecore e tutto il branco delle oche e delle galline; tutti meno il gatto che era sparito proprio un momento prima che Napoleon ordinasse l’adunata degli animali. Per qualche tempo nessuno parlò. Solo Gondrano rimaneva in piedi. Inquieto, andava avanti e indietro, scuotendo la lunga coda nera ed emettendo ogni tanto un nitrito di stupore. Infine disse:
«Non capisco. Non avrei mai creduto che simili cose dovessero accadere nella nostra fattoria. La causa dev’essere in qualche nostro errore. La soluzione, come io la vedo, sta nel lavorare di più. D’ora innanzi mi alzerò al mattino un’ora prima.»
E si mosse, col suo trotto pesante, in direzione della cava. Là giunto, raccolse due carichi di pietre e li portò al mulino prima di ritirarsi per la notte.
Gli animali si strinsero in silenzio intorno a Berta. Dalla collinetta ove giacevano vedevano l’ampia distesa della campagna, abbracciavano con lo sguardo quasi tutta la Fattoria degli Animali, coi lunghi pascoli che si stendevano fino alla strada maestra, i campi di fieno, i boschetti gli stagni per abbeverarsi, i campi arati dove il nuovo grano cresceva folto e verde, e i tetti rossi delle case coloniche col fumo che a volute usciva dai camini. Era una serata limpida di primavera. L’erba e le siepi cariche di gemme erano dorate dai raggi del sole al tramonto. Mai la fattoria – e con una specie di sorpresa ricordarono che era la loro fattoria, che ogni palmo era loro proprietà – era parsa agli animali più desiderabile. Berta abbassò lo sguardo al pendio della collina e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Se avesse potuto esprimere il suo pensiero, avrebbe detto che non era questo ciò a cui miravano quando un anno prima, si erano posti all’opera per la distruzione della razza umana. Non a quelle scene di terrore e di morte avevano mirato in quella notte in cui il Vecchio Maggiore li aveva per la prima volta incitati alla Rivoluzione. Se mai Berta aveva avuto un’immagine del futuro, questa era stata di una società di animali liberati dalla fame e dalla frusta, tutti uguali, ognuno lavorando secondo la propria capacità, il forte proteggendo il debole come essa aveva protetto con le sue zampe anteriori la sperduta covata degli anatroccoli la notte del discorso del Vecchio maggiore. Invece – non sapeva perché – era venuto un tempo in cui nessuno osava esprimere il proprio pensiero, in cui cani feroci e ringhiosi si aggiravano dappertutto, in cui si doveva assistere al massacro dei propri compagni dopo che questi avevano confessato orribili delitti. Non vi era nella sua mente pensiero di ribellione o di disobbedienza.
Essa sapeva che anche così come stavano le cose la loro condizione era assai migliore che non ai tempi di Jones e che soprattutto bisognava impedire il ritorno dell’Uomo. Qualunque cosa accadesse, essa sarebbe rimasta fedele, avrebbe lavorato duramente, avrebbe eseguito gli ordini che le fossero stati dati e accettato il comando di Napoleon. Pure, non per questo, insieme con tutti gli altri animali, aveva sperato e faticato. Non per questo aveva costruito il mulino e affrontato le pallottole del fucile di Jones. Tali erano i suoi pensieri, benché le mancassero le parole per esprimerli.
Infine, sentendo che in qualche modo avrebbe potuto così sostituire le parole che era incapace di trovare, cominciò a cantare Animali d’Inghilterra. Gli altri che le sedevano attorno la seguirono e fecero coro con lei per ben tre volte consecutive, in perfetto unisono, ma lentamente e tristemente, come mai prima avevano cantato.
Avevano appena finito di cantare per la terza volta quando Clarinetto, accompagnato da due cani, si avvicinò con l’aria di avere qualcosa di importante da dire e annunciò che, per speciale decreto di Napoleon, Animali d’Inghilterra era stato abolito. Da quel momento era vietato cantarlo.
Gli animali furono colti di sorpresa.
«Perché?» domandò Muriel.
«Non ce n’è più bisogno, compagni» disse seccamente Clarinetto.
«Animali d’Inghilterra era il canto della Rivoluzione, ma la Rivoluzione è ora finita.
L’esecuzione dei traditori avvenuta oggi ne è l’atto finale. I nemici esterni e interni sono stati debellati. In Animali d’Inghilterra noi esprimiamo la nostra speranza di una società migliore in giorni futuri. Ma questa società è ora stabilita. Evidentemente questo canto non ha più ragione di essere.»
Pur spaventati com’erano qualcuno avrebbe forse protestato; ma in quell’istante le pecore cominciarono il loro solito belato: «Quattro gambe, buono; due gambe, cattivo» che continuò per diversi minuti e pose fine alla discussione.
Così Animali d’Inghilterra non si udì più. In sua vece Minimus, il poeta, aveva composto un altro inno che cominciava: Fattoria, Fattoria degli Animali, giammai per me tu abbia a patir mali! e questo venne cantato ogni domenica dopo l’alzabandiera. Ma né le parole né l’aria parvero agli animali toccare l’altezza di Animali d’Inghilterra.

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di Giorgio Baruzzi

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da  >>> La fattoria degli animali

 

[…] Ora avvenne che la Rivoluzione si verificò assai prima di quanto nessuno si aspettasse. Negli anni precedenti il signor Jones, pur essendo un duro padrone, era stato un abile agricoltore; ma, negli ultimi tempi, tristi giorni si erano abbattuti su lui. La perdita di danaro in una causa legale lo aveva accorato al punto che aveva cominciato a bere assai più di quanto non fosse per lui ragionevole. Gli accadeva talvolta di restare intere giornate in cucina sdraiato nella sua poltrona Windsor a leggere giornali, a bere e, incidentalmente, a dare a Mosè croste di pane inzuppato nella birra. I suoi uomini erano pigri e disonesti, i campi pieni di gramigne; i fabbricati richiedevano riparazioni ai tetti, gli steccati venivano trascurati, gli animali mal nutriti.
Venne giugno e il fieno era quasi pronto per il taglio. Alla vigilia della festa di S. Giovanni, che era un sabato, il signor Jones andò a Willingdon e prese una tale sbornia al Leone Rosso che non poté rincasare prima del mezzogiorno della domenica. Gli uomini avevano munto le mucche il mattino presto, poi se n’erano andati senza preoccuparsi di dar da mangiare agli animali. Il signor Jones, come rientrò in casa, andò subito a dormire sul divano del salotto, coprendosi il viso con un giornale, così che quando venne la sera gli animali erano sempre digiuni.
Alla fine essi non ne poterono più. Una mucca con una cornata sfondò la porta del magazzino e tutti gli animali cominciarono a servirsi di quanto era là ammucchiato. Proprio allora il signor Jones si svegliò. Un momento dopo, assieme ai suoi quattro uomini, era nel magazzino e con la frusta menava terribili sferzate a dritta e a manca. Era più di quanto quelle bestie affamate potessero sopportare. Di comune accordo, benché nulla del genere fosse stato prima progettato, si lanciarono sui loro aguzzini. Jones e i suoi uomini si trovarono a un tratto sospinti, battuti, presi a calci da ogni parte. Impossibile far fronte alla situazione. Mai prima avevano visto animali comportarsi in tal modo, e questa improvvisa sollevazione di creature che essi erano abituati a frustare e maltrattare come volevano li sbigottì tanto da far quasi perder loro la testa. Dopo qualche istante rinunciarono a difendersi e se la diedero a gambe. Tutti e cinque fuggirono giù per la via carraia che conduceva alla strada maestra, e gli animali li inseguirono, trionfanti.
La signora Jones si affacciò alla finestra della stanza da letto, vide quel che stava accadendo, ficcò in tutta fretta in una valigia quel poco che poté raccogliere e, per altra uscita, sgattaiolò fuori dalla fattoria. Mosè lasciò il suo trespolo e si mise a svolazzare dietro di lei, gracchiando forte. Frattanto gli animali avevano scacciato Jones e i suoi uomini giù fino alla strada e violentemente chiuso il pesante cancello alle loro spalle. E così, prima ancora di rendersi conto di quello che stava accadendo, la Rivoluzione era stata posta in atto con pieno successo: Jones era stato espulso e la fattoria era caduta nelle loro mani.
Per i primi istanti, gli animali quasi non credevano a tanta fortuna. Il loro primo atto fu di galoppare in massa tutto attorno ai confini della fattoria, come per assicurarsi che nessun essere umano vi fosse in qualche modo nascosto; di corsa tornarono poi ai fabbricati per cancellare le ultime tracce dell’odiato regno di Jones.
La selleria situata oltre le stalle fu sfondata: i freni, gli anelli per il naso, le catene dei cani, i coltelli crudeli con cui il signor Jones usava castrare i maiali e gli agnelli, tutto fu buttato nel pozzo. Le redini, le cavezze, i paraocchi, le avvilenti tasche mangiatoie furono gettati sul fuoco che ardeva in mezzo al cortile, alimentato da tutti i rifiuti. La stessa fine fecero le fruste. Tutti gli animali non stavano più in sé per la gioia di veder le fruste andare in fiamme. Palla di Neve gettò pure sul fuoco i nastri con cui la signora Jones usava ornare le criniere e le code dei cavalli nei giorni di mercato.
«I nastri» disse «vanno considerati come i vestiti che sono il segno dell’essere umano. Tutti gli animali devono andare nudi.»
Quando udì questo, Gondrano andò a prendere il piccolo cappello di paglia che portava d’estate per difendere le orecchie dalle mosche e lo gettò sul fuoco con tutto il resto.
In brevissimo tempo gli animali avevano distrutto ogni cosa che ricordasse loro il signor Jones. Napoleon li condusse poi al magazzino delle provviste e servì ad ognuno una doppia razione di grano, mentre ai cani diede due biscotti per ciascuno. Poi cantarono Animali d’Inghilterra dal principio alla fine per sette volte di seguito, dopo di che si sistemarono per la notte e dormirono come mai avevano dormito prima. Ma si svegliarono all’alba, come al solito e, ricordando a un tratto i gloriosi avvenimenti del giorno precedente, tutti assieme corsero al pascolo. Da una collinetta poco oltre il pascolo stesso si godeva la vista di quasi tutta la fattoria. Gli animali vi montarono in cima e si guardarono attorno nella chiara luce del mattino. Sì, quello era loro, tutto ciò che vedevano era loro! Nell’esaltazione di quel pensiero andavano qua e là e si lanciavano in aria con salti prodigiosi. Si rotolavano nella rugiada, si riempivano la bocca della dolce erba estiva, con le zampe sollevavano zolle di terra e ne aspiravano il greve sentore. Fecero poi un giro d’ispezione per tutta la fattoria e, con muta ammirazione, osservarono le terre arate, i campi di fieno, il frutteto, lo stagno, il boschetto. Era come se mai avessero visto prima quelle cose, e ancora stentavano a credere che tutto fosse loro.
In fila fecero poi ritorno ai fabbricati e in silenzio si fermarono davanti alla porta della casa colonica. Anche quella era loro, ma avevano paura a entrarvi. Dopo alcuni istanti, tuttavia, Palla di Neve e Napoleon con una spallata aprirono la porta e gli animali entrarono l’uno dopo l’altro, camminando con la massima cautela per non urtare qualcosa. In punta di piedi andarono di stanza in stanza, timorosi di parlare se non in bisbiglio, guardando con una specie di terrore l’incredibile lusso, i letti coi loro materassi di piuma, gli specchi, il divano di crine, il tappeto di Bruxelles, la litografia della regina Vittoria sopra la caminiera del salotto. Stavano scendendo le scale quando si accorsero dell’assenza di Mollie. Tornando indietro, trovarono che essa si era fermata nella più bella stanza da letto. Dalla tavola di toeletta della signora Jones aveva preso un nastro azzurro e se l’era posto sulla spalla, ammirandosi nello specchio, da vera scioccherella. La rimproverarono aspramente e uscirono. Alcuni prosciutti appesi nella cucina furono presi per dar loro sepoltura e un barile di birra nella dispensa fu sfondato da un calcio di Gondrano. Null’altro fu toccato nella casa. Fu presa sul luogo la unanime decisione che la casa colonica sarebbe stata conservata come museo. Tutti convennero che nessun animale vi sarebbe mai andato a vivere.
Gli animali ebbero la loro prima colazione, poi Palla di Neve e Napoleon li chiamarono ancora a raduno.
«Compagni» disse Palla di Neve «sono le sei e mezzo e abbiamo davanti a noi una lunga giornata. Oggi cominceremo la raccolta del fieno. Ma vi è un’altra cosa che dobbiamo subito fare.»
I maiali rivelarono allora che durante gli ultimi tre mesi essi avevano imparato a leggere e a scrivere da un vecchio sillabario cheera appartenuto ai figli del signor Jones e che era stato gettato nelle immondizie. Napoleon si fece portare un barattolo di vernice bianca e uno di vernice nera e si avviò verso il grande cancello che si apriva sulla strada maestra. Poi Palla di Neve (perché Palla di Neve aveva la miglior calligrafia), preso un pennello tra le zampe, cancellò FATTORIA PADRONALE sull’alto del cancello e, in sua vece, vi dipinse: FATTORIA DEGLI ANIMALI. Era questo il nome che la fattoria doveva da quel momento portare. Fatto ciò, tornarono ai fabbricati della fattoria, ove Palla di Neve e Napoleon fecero portare una scala a pioli che venne appoggiata contro il muro di fondo del grande granaio.
Essi spiegarono che, con lo studio dei tre ultimi mesi, i maiali erano riusciti a concretare i principi dell’Animalismo in Sette Comandamenti. Questi Sette Comandamenti sarebbero stati scritti sul muro; avrebbero così formato una legge inalterabile secondo la quale tutte le bestie della Fattoria degli Animali avrebbero dovuto vivere da quel momento per sempre. Con qualche difficoltà (perché non è facile per un maiale tenersi in equilibrio su una scala a pioli) Palla di Neve si arrampicò e si pose al lavoro, con Clarinetto qualche gradino più in basso che gli reggeva il barattolo della vernice. I Comandamenti furono scritti su un muro in catramato, a grandi lettere bianche che si potevano leggere alla distanza di trenta metri. Eccone il testo:
I SETTE COMANDAMENTI
1) Tutto ciò che va su due gambe è nemico.
2) Tutto ciò che va su quattro gambe o ha ali è amico.
3) Nessun animale vestirà abiti.
4) Nessun animale dormirà in un letto.
5)Nessun animale berrà alcolici.
6) Nessun animale ucciderà un altro animale.
7) Tutti gli animali sono uguali.
Tutto ciò era scritto molto accuratamente e, salvo qualche accento e un “tutto” con una t sola, anche l’ortografia era corretta. Palla di Neve li lesse ad alta voce a beneficio degli altri. Tutti gli animali annuirono in segno di assenso e i più intelligenti cominciarono subito a imparare i Sette Comandamenti a memoria. […]

 

La battaglia del Chiuso delle Vacche
[…] Al principio di ottobre, quando già il grano era tagliato, ammucchiato e in parte trebbiato, uno stormo di piccioni venne roteando per l’aria e si posò nel cortile della Fattoria degli Animali nella più grande eccitazione. Jones e tutti i suoi uomini con una mezza dozzina d’altra gente di Foxwood e di Pinchfield erano entrati dal grande cancello e salivano per la via carrareccia che conduceva alla fattoria. Erano tutti armati di bastoni, meno Jones che recava in mano un fucile. Il loro scopo era certo quello di riconquistare la fattoria. 
Da lungo tempo la cosa era attesa e già erano stati fatti tutti i preparativi. Palla di Neve, che aveva studiato un vecchio libro sulle campagne di Giulio Cesare, trovato nella casa colonica, era incaricato dell’opera di difesa. Impartì presto i suoi ordini e in pochi istanti ogni animale fu al suo posto. Quando gli uomini si avvicinarono ai fabbricati della fattoria, Palla di Neve lanciò il suo primo attacco. Tutti i piccioni, trentacinque, volarono avanti e indietro sulle teste degli invasori lasciando cadere da mezz’aria il loro sterco e, mentre gli uomini cercavano di difendersi da questo, le oche, nascoste dietro le siepi, si lanciarono fuori e incominciarono a beccare malignamente le loro caviglie. Questa non era che una prima, leggera scaramuccia che aveva lo scopo di creare un poco di disordine, e senza difficoltà alcuna gli uomini scacciarono le oche coi bastoni. Palla di Neve lanciò allora la seconda linea di attacco. Muriel, Benjamin e tutte le pecore, con Palla di Neve in testa, si slanciarono avanti e spinsero e percossero gli uomini da ogni parte, mentre Benjamin girava loro attorno colpendoli coi suoi piccoli zoccoli. Ma ancora una volta gli uomini coi loro bastoni e le loro scarpe ferrate furono i più forti; e improvvisamente, a un grido di Palla di Neve, che era il segnale della ritirata, tutti gli animali si volsero e fuggirono attraverso l’ingresso del cortile. 
Gli uomini alzarono un urlo di trionfo. Essi videro, come si immaginavano, i loro nemici in fuga e in disordine e si precipitarono alle loro spalle. Era proprio quello che Palla di Neve aspettava. Non appena furono nel cortile, i tre cavalli, le tre mucche e il resto dei maiali che si era tenuto in agguato nel chiuso delle vacche uscirono tagliando loro la ritirata. Palla di Neve diede allora il segnale della carica.
Egli stesso si lanciò direttamente su Jones. Jones se lo vide capitare addosso, alzò il fucile e sparò. I pallini tracciarono strisce sanguigne sul dorso di Palla di Neve e una pecora cadde morta. Senza fermarsi un istante, Palla di Neve lanciò i suoi novantaquattro chili contro le gambe di Jones. Jones fu proiettato su un mucchio di concime e il fucile gli sfuggì di mano. Ma lo spettacolo più terrificante fu Gondrano, che, impennato sulle gambe posteriori come uno stallone, manovrava con le zampe anteriori, colpendo col suo possente zoccolo ferrato. La prima botta toccò a un garzone di stalla della Foxwood che, colpito al capo, cadde inanimato nel fango. A quella vista molti uomini gettarono il bastone, tentando la fuga. Il panico li colse e tutti gli animali si posero al loro inseguimento cacciandoli intorno al cortile. Furono presi a cornate, a calci, a morsi, vennero calpestati. Neppure un animale della fattoria, secondo il suo potere, mancò di prendere su di essi la sua vendetta Persino il gatto, dal tetto, saltò improvvisamente sulle spalle di un boaro, conficcandogli le unghie nel collo e facendolo urlare per il dolore. Trovata per un momento la via libera, gli uomini furono ben lieti di precipitarsi fuori dal cortile e riguadagnare la strada maestra. Così, cinque minuti dopo la loro invasione, erano in ignominiosa ritirata sulla stessa via per la quale erano venuti, inseguiti da uno stormo di gazze che li fischiavano e li beccavano sul cranio. 
Tutti gli uomini erano fuggiti eccetto uno. In fondo al cortile Gondrano, accanto al garzone di stalla che giaceva col viso verso terra, cercava con le zampe di rivoltarlo. Il ragazzo non si muoveva. «E’ morto» disse tristemente Gondrano. «Non avevo intenzione di ucciderlo. Ho dimenticato di avere i ferri ai piedi. Chi crederà che non l’ho fatto apposta?» 
«Bando al sentimentalismo, compagni!» gridò Palla di Neve, dalle cui ferite colava ancora il sangue. «La guerra è la guerra. L’unico uomo buono è l’uomo morto.» 
«Non desidero togliere la vita, sia pure una vita umana» ripeté Gondrano, e i suoi occhi erano pieni di lacrime. 
«Dov’è Mollie?» chiese qualcuno. Mollie infatti mancava. Per un momento vi fu grande allarme; si temeva che gli uomini l’avessero in qualche modo ferita o anche che 1’avessero condotta via con loro. Fu trovata infine nascosta nel suo stallo, con la testa affondata nel fieno della mangiatoia. Era fuggita al colpo di fucile. E quando tornarono nel cortile trovarono che il garzone di stalla, il quale in realtà era solo stordito, si era rimesso in piedi e se n’era andato. 
Gli animali si radunarono ora invasi da indescrivibile entusiasmo; ognuno raccontava le proprie imprese nella battaglia ad altissima voce. Venne subito improvvisata una celebrazione della vittoria. La bandiera fu innalzata e Animali d’Inghilterra fu cantato più volte; furono date solenni onoranze funebri alla pecora morta e sulla sua tomba venne piantato un cespuglio di biancospino. Presso la tomba, Palla di Neve tenne un breve discorso, magnificando la necessità che avevano tutti gli animali di esser pronti a morire per la Fattoria degli Animali, se morire occorreva. 
Gli animali decisero all’unanimità di creare una decorazione militare, “EroeAnimale di Prima Classe”, che venne conferita a Palla di Neve e a Gondrano. Consisteva in una medaglia di ottone (erano in realtà ornamenti per cavalli trovati nella selleria) da portarsi la domenica e nei giorni di festa. Fu istituito anche un “Eroe Animale di Seconda Classe” che fu dato alla memoria della pecora morta. Si discusse a lungo circa il nome da dare alla battaglia. Infine venne chiamata la Battaglia del Chiuso delle Vacche, perché da lì era partito il grande attacco. Il fucile del signor Jones fu trovato in mezzo al letame, e si sapeva che nella casa colonica vi era rifornimento di cartucce Si decise di porre il fucile ai piedi dell’asta della bandiera, come un pezzo d’artiglieria, e di spararlo due volte l’anno: una volta il dodici ottobre, anniversario della Battaglia del Chiuso delle Vacche, e una volta a S. Giovanni, anniversario della Rivoluzione. 

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