Coleridge, La ballata del vecchio marinaio testo 2

Photographer ©Grant Dixon/ Lonely Planet ImagesColeridge, La ballata del vecchio marinaio testo 2

Parte quarta

Il convitato teme che sia uno Spirito che parli;

“Mi fai spavento, vecchio marinaio!

mi fa spavento la tua scarna mano!

e tu sei magro bruno e strano

come rena increspata in riva al mare.

ma il vecchio marinaio lo rassicura della sua vita fisica e seguita a raccontare la sua orribile espiazione.

Di te ho spavento, del tuo occhio acceso,

della tua mano magra, così scura.”

“Non temere, sii calmo, o convitato!

questo corpo non cadde in quell’arsura.

Solo, solo, io solo in quel deserto,

solo nella distesa ampia del mare!

E non un santo mai mosso a pietà

del mio lento agonizzare.

Egli disprezza le creature della bonaccia,

Tanti uomini, tanti e tanto belli!

tutti morti giacevano;

e mille e mille esseri vischiosi

vivevano, e vivevo anch’io fra quelli.

E pensa con invidia che esse vivono mentre tanti sono morti.

Guardavo sopra il mare imputridito,

tosto gli occhi stornavo via sconvolti;

guardavo sopra il cassero marcito,

e là stavano i morti.

Guardai il cielo, tentavo di pregare,

ma prima che sgorgasse una preghiera

un orrido bisbiglio usciva, e il cuore

arido come polvere era fatto.

Le ciglia chiusi e tenni strette e chiuse;

le pupille battevan come polsi;

perché il cielo ed il mare, il mare e il cielo

stavano come un peso sui miei occhi;

mi giacevano ai piedi tanti morti.

Ma la maledizione vive per lui nell’occhio dei morti.

Fondeva il sudor freddo dalle membra,

non erano né sfatte né corrotte:

lo sguardo con cui m’ebbero adocchiato

stava immoto dì e notte.

Maledizione d’orfano può trarre

uno spirito giù dall’alto cielo;

ma oh! maledizione anche più orrenda

sta nell’occhio d’un morto!

La vidi sette giorni e sette notti,

non potevo pregare, stavo assorto.

Nella sua solitudine e immobilità egli si strugge per la luna che viaggia nel cielo e le stelle che sempre stanno e pur sempre si muovono e dovunque l’azzurro cielo appartiene loro ed è il luogo destinato al loro riposo, patria loro e loro naturale dimora, nella quale entrano senz’essere annunciate come signori sicuramente aspettati,  eppure nasce una gioia silenziosa al loro arrivo.

La luna errante salì su nel cielo,

e mai non indugiava;

lentamente saliva, lentamente

lei qualche rara stella seguitava.

Il suo raggio irrideva il mare afoso,

come primaverile brina sparsa;

dove stagnava l’ombra della nave

l’acqua per incantesimo bruciava

d’un acceso rossore immoto sparsa.

Al lume della luna osserva le creature della bonaccia.

Oltre l’ombra spiavo della nave

i serpenti marini;

muovevano con scie lustre di bianco,

e quando si drizzavano, quel lume

magico ricadeva in fiocchi candidi.

Nell’ombra della nave contemplavo

la veste variopinta; era turchina,

verde lucida, nera vellutata;

nuotando si torcevano; la scia

uno sprazzo di fuoco era, dorata.

Loro bellezza e felicità. Egli le benedice in cuor suo.

O felici creature! lingua umana

quella loro beltà non può lodare;

un impeto d’amore sorse in me,

inconsciamente io le benedissi:

certo, il mio santo ebbe pietà di me,

inconsciamente io le benedissi.

L’incantesimo comincia a rompersi.

Mi fu dato a quel punto di pregare;

e dal mio collo alfine liberato

l’Albatro cadde giù

e come piombo profondò nel mare.

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