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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Melville, L’ultima caccia a Moby Dick

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO
La caccia a Moby Dick dura tre giorni. Le prime due giornate sono un disastro per il capitano Achab, che tra l’altro perde nuovamente la gamba, durante la caccia. Ma Achab è accecato dalla sua ossessione e dal suo odio implacabile. Così la caccia continua per il terzo giorno. La giornata è bellissima ma l’idea fissa del capitano è avvistare la balena. Resosi conto di averla superata, durante l’inseguimento notturno, perché non ha tenuto conto che la sua velocità era ridotta dalle lenze e dai ramponi infissi nel suo corpo, inverte la rotta e finalmente, per la terza volta, scorge la balena bianca. Inutilmente Starbuck cerca di nuovo di dissuaderlo. Achab sale su una delle lance e si mette alla caccia di Moby Dick, nonostante, tra l’altro, la sua imbarcazione sia attorniata e seguita da una miriade di squali che continuamente mordono i remi.
 
Le barche non s’erano allontanate di molto quando, a un segnale dalle teste d’albero – un braccio teso all’ingiù – Achab seppe che il pesce si era tuffato; ma volendogli essere accanto alla prossima emersione continuò a remare un po’ di fianco al bastimento; l’equipaggio attonito manteneva il più profondo silenzio, e le onde di prua martellavano contro lo sperone che avanzava.
«Piantate i vostri chiodi, piantate pure, onde! Piantateli fino alle capocchie! Ma questo che picchiate non ha coperchio… e io non posso avere né cassa da morto né carro… e solo un cappio mi può uccidere! Ah! Ah!»
Di colpo l’acqua attorno si gonfiò lenta in ampi circoli; poi salì fulminea, come sfuggendo ai lati d’un monte di ghiaccio sommerso che s’alzi rapido a galla. Si udì un sordo rombo, un brontolio sotterraneo, e poi tutti tennero il fiato: in un groviglio di cavi penzolanti e ramponi e lance una forma immensa si rovesciò in alto e di sbieco dal mare. Avvolta da un velo lieve e crollante di nebbia, si librò un attimo nell’aria iridata, poi ricrollò sprofondando nell’abisso. Schizzate in aria per trenta piedi, le acque splendettero un istante come fasci di fontane, poi rompendosi scesero in un rovescio di faville, lasciando la superficie all’intorno schiumante come latte fresco attorno al tronco marmoreo della balena.
«Sotto!» urlò Achab ai rematori, e le barche scattarono avanti all’assalto. Ma esacerbato dai ramponi del giorno prima che gli rodevano le carni, Moby Dick pareva posseduto da tutti gli angeli precipitati dal cielo. I grossi fasci di tendini che gli si allargavano sulla gran fronte bianca, sotto la pelle trasparente, parevano annodati assieme mentre a capofitto, sferzando di coda, si buttava tra le barche, e ancora una volta le divideva facendo saltare lance e ramponi dai legni dei due ufficiali, e spaccando le assi più alte delle prue. Ma quella di Achab restò quasi intatta.
Mentre Daggoo e Queequeg si buttavano a turare le spaccature delle assi, e la balena allontanatasi faceva un voltafaccia e mostrava tutto un fianco tornando a passare vicina, in quel momento si udì un grido strozzato. Legato a più ritorte alla schiena del pesce, immobilizzato nei giri innumerevoli con cui durante la notte la balena si era passata attorno le lenze aggrovigliate, si vedeva il corpo semistraziato del Parsi, coi panni neri ridotti a brandelli, e gli occhi sbarrati fissi in pieno su Achab.
Il rampone gli cadde di mano.
«Beffato!» E tirò un lungo respiro affannoso. «Ma sì, Parsi! Ti vedo di nuovo… Ma sì, te ne vai per primo; e questo, questo è allora il carro funebre che avevi detto. Ma devi mantenere il tuo impegno fino all’ultima lettera. Dov’è l’altro feretro? Tornate alla nave, ufficiali! Quelle barche sono inutili ormai; raddobbate in tempo, se potete, e tornate a darmi una mano; se no, Achab basta per la morte… Fermi voi! Il primo che fa solo il gesto di saltare da questa mia lancia, gli do un colpo di rampone. Non siete uomini ma le mie braccia e gambe, e perciò ubbidite… Dov’è la balena? Giù di nuovo?»
Ma guardava troppo vicino; perché, come deciso a fuggire col cadavere che portava, e come se il punto dell’ultimo scontro non fosse che una tappa del suo viaggio a sottovento, Moby Dick si era rimesso a nuotare energicamente, e aveva quasi oltrepassata la nave, che finora era andata nel senso contrario, e ora rollava ferma. La bestia pareva nuotare alla massima velocità, e preoccupandosi ormai solo di proseguire dritto per la sua rotta nel mare.
«Oh, Achab,» gridò Starbuck, «neanche adesso, il terzo giorno, è troppo tardi per rinunciare. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che pazzamente lo insegui!»
Mettendo vela alla brezza che si levava, la barca solitaria fu spinta veloce a sottovento coi remi e con la tela. E quando scivolò lungo la nave, così vicino che si vedeva bene il viso di Starbuck chino sulla ringhiera, Achab gli gridò di virare e venirgli dietro, non troppo presto, a una giusta distanza. Dando un’occhiata in alto vide Tashtego, Queequeg e Daggoo che salivano ansiosi alle tre teste d’albero, mentre i rematori oscillavano nelle due lance sfondate ché s’erano appena alzate alle fiancate, e si affaccendavano, tutti a rassettarle. E mentre filava via vide anche di sfuggita, attraverso i portelli, Stubb e Flask tutti indaffarati sul ponte tra mucchi di nuovi ramponi e di lance. Mentre vedeva tutto ciò, mentre udiva i martelli nelle barche schiantate, ben altri martelli pareva che gli piantassero un chiodo nel cuore. Ma si riprese. E notando che la testa di maestro non aveva più bandiera o mostravento, gridò a Tashtego che c’era appena salito di ridiscendere e prenderne un’altra, assieme al martello e ai chiodi per attaccarla all’albero.
Fosse stremata da tre giorni di continua caccia e dalla resistenza delle pastoie che si tirava dietro, o fosse per una sua celata doppiezza e malizia, comunque sia ora la balena bianca cominciava a rallentare la corsa, come appariva dal rapido incalzate della lancia; benché a dire il vero l’ultimo distacco della balena non era stato lungo come prima. E sempre, mentre Achab filava sulle onde, quei pescicani spietati gli venivano dietro, e con tanta pertinacia si stringevano alla lancia e così spesso mordevano ai remi, che le pale si ridussero tutte rosicchiate e intaccate, e quasi a ogni tuffo perdevano piccole schegge nel mare.
«Non fateci caso! Quei denti non fanno che offrire nuovi scalmieri ai vostri remi. Arranca! È un appoggio migliore, la bocca del pesce invece dell’acqua che cede.»
«Ma signore, a ogni morso il piatto delle pale si fa più piccolo!»
«Dureranno abbastanza! Arranca!… Ma chi sa,» mormorò, «se questi pescicani nuotano per fare banchetto sulla balena o su Achab? Forza, forza! Così, in gamba ora… siamo vicini. Il timone! Prendi il timone; fatemi passare.» E mentre parlava, già due rematori lo spingevano verso la prua della barca in corsa.
Infine, mentre il legno, con una virata, filava parallelo al fianco chiaro della balena, questa parve stranamente disinteressarsi al suo arrivo, come fanno le balene talvolta, e Achab era ormai dentro alla fumosa nebbia alpina che emessa dallo sfiatatoio si avvolgeva intorno alla sua gobba, grande come il monte Monadnock. Tanto vicino le arrivò, e piegando indietro il corpo e alzando in aria le braccia distese per dare equilibrio, scagliò il rampone feroce e la sua più feroce maledizione dentro l’odiata balena. Mentre acciaio e maledizione affondavano fino al manico, come succhiati in un pantano, Moby Dick si contorse di fianco, rollò spasmodicamente contro la prua, e senza aprirvi falla inclinò così di colpo la lancia, che non fosse stato per l’orlo del capo di banda cui s’era aggrappato, Achab sarebbe finito in acqua un’altra volta. Ma al colpo tre dei rematori, che non avevano previsto l’istante preciso del lancio e perciò erano impreparati ai suoi effetti, furono sbalzati fuori; e però caddero in modo che in un attimo due di essi si riafferrarono al capo di banda, e alzandosi al suo livello sulla cresta di un’onda si ributtarono in barca di peso, mentre il terzo cadeva senza rimedio a poppa, ma sempre a galla e nuotando.
Quasi nello stesso punto, con un poderoso, fulmineo colpo di testa, la balena bianca balzò nel mare ribollente. Ma quando Achab urlò al timoniere di dare altre volte alla lenza e bloccarla, e comandò all’equipaggio di voltarsi sui banchi e alare la barca fino alla preda, appena il cavo traditore subì il doppio sforzo e lo strappo, saltò secco nell’aria.
«Cos’è che mi si spezza dentro? Qualche nervo cede!… no, tutto è di nuovo a posto: remi! remi! Saltatele addosso!»
Udendo il tremendo impeto della lancia che sfondava il mare, la balena si girò per presentare a difesa la vuota fronte, e in quel girare scorse lo scafo nero della nave che s’avvicinava; e forse vedendo in quello la fonte di tutte le sue persecuzioni, credendolo, può darsi, un nemico più grande e più nobile, di colpo partì contro quella prua che avanzava, sbattendo le mascelle tra irruenti rovesci di schiuma.
Achab vacillò; si batté la mano in fronte. «Divento cieco. Mani, stendetevi qui, davanti, che possa ancora trovarmi strada a tastoni. È notte?»
«La balena! La nave!» gridarono i rematori allibiti.
«Ai remi, ai remi! Sprofòndati verso i tuoi abissi, mare, ché prima che sia troppo tardi Achab possa slittare quest’ultima volta, quest’ultima volta contro il suo bersaglio! Ora vedo: la nave! La nave! Scattate, ragazzi! Non volete salvare la mia nave?»
Ma mentre i rematori schiacciavano freneticamente la barca contro i colpi di maglio del mare, le teste prodiere di due assi colpite dalla balena saltarono, e quasi in un attimo il legno immobilizzato si trovò a pelo d’acqua, con l’equipaggio semisommerso e sguazzante, che cercava disperato di turare la falla e aggottare l’acqua che irrompeva.
Intanto, nell’attimo in cui guardò, il martello di Tashtego sull’albero gli restò in mano levato, e la bandiera rossa avvolgendolo come un manto gli svolazzò di dosso come fosse il cuore che lo lasciava; e Starbuck e Stubb, che stavano sotto, al bompresso, videro nello stesso momento il mostro che piombava loro addosso.
«La balena! La balena! Poggia tutto! Poggia! O voi potenze buone dell’aria, tenetemi stretto! Non fate morire Starbuck, se deve morire, in un deliquio da femmina! Poggia tutto, dico!… voi deficienti, quelle fauci! quelle fauci! È questa la fine di tutte le mie preghiere ardenti? Di tutta una vita di fede? O Achab, Achab, guarda cosa hai fatto. Alla via, timoniere, alla via! No, no, poggia di nuovo! Si volta per assalirci! Oh, la sua fronte implacabile si getta su un uomo a cui il dovere dice che non può fuggire. Signore, stammi accanto!»
«Non accanto ma sotto, chiunque tu sia che dai una mano a Stubb; perché anche Stubb non si muove. Ti ghigno in faccia, balena che ghigni! Chi mai ha aiutato Stubb, o tenuto sveglio Stubb, se non il suo stesso occhio guardingo? E ora il povero Stubb va a letto su un materasso fin troppo soffice: magari fosse riempito di sterpi. Ti ghigno in faccia, balena che ghigni! Sentite qua, sole, luna e stelle! Vi dichiaro assassini del tipo più in gamba che mai abbia sfiatato l’anima. Con tutto questo brinderei ancora con voi, se mi passaste un bicchiere! Oilà oh! Balena col ghigno, vedo che presto avremo tanti bei glu-glu! Perché non te ne scappi, Achab? Quanto a me, via scarpe e giaccone: Stubb muoia in mutande! Certo, una morte quanto mai muffosa e salata: ciliegie! ciliegie! ciliegie! Oh, Flask, ci avessimo una ciliegia rossa, prima di crepare!»
«Ciliegie? Vorrei solo trovarmi là dove crescono. Eh, Stubb, spero proprio che la mia povera vecchia abbia riscosso la mia parte di paga, se no, pochi quattrini le toccano, perché il viaggio è chiuso.»
Ormai quasi tutti gli uomini ciondolavano inerti sulla prua della nave: martelli, pezzi di tavole, lance e ramponi stretti macchinalmente in mano, così come erano accorsi dalle loro occupazioni, e tutti gli occhi incantati fissi sulla balena che vibrando stranamente da parte a parte la sua testa predestinata, si gettava davanti, nella corsa, un gran semicerchio rollante di schiuma. Giustizia, pronta vendetta e malvagità eterna erano in tutto il suo aspetto, e a onta di tutto ciò che l’uomo potesse fare, il bianco sperone massiccio della sua fronte colpì di tribordo la prua della nave, squassando uomini e assi. Qualcuno cadde lungo sulla faccia. Come pomi d’albero schiantati, le teste dei ramponieri arriva traballarono su quei colli taurini. Attraverso lo squarcio udirono le acque rovesciarsi come torrenti alpini in una gola.
«La nave! Il carro funebre!… il secondo carro!» urlò Achab dalla barca. «Quel legno non poteva essere che americano!»
Tuffandosi sotto la nave che si abbassava, la balena corse fremente lungo la chiglia, ma virando nell’acqua tornò in un attimo a emergere lontana a babordo di prua, e a poche jarde dalla barca di Achab. Per il momento, era immobile.
«Volto la schiena al sole. Olà, Tashtego! fammi sentire il tuo martello. O mie tre guglie indomabili, chiglia intatta, e tu, scafo che solo Dio può forzare, tu ponte saldo e barra superba, e prua puntata sul Polo… nave gloriosa di morte! Dunque devi morire, e senza di me? Anche l’ultima ambizione dei più mediocri capitani mi deve essere tolta? O morte solitaria dopo una vita solitaria! Ora sento che la mia massima grandezza sta nel maggior dolore. Ahimè! Riversatevi qui dai vostri punti lontani, onde coraggiose di tutta la mia vita, su in cima al mucchio di questo gran maroso di morte! Verso te avanzo, balena che distruggi e non vinci, fino all’ultimo ti combatto, dal cuore dell’inferno ti pugnalo, e in nome dell’odio ti sputo addosso il mio ultimo respiro. Affondi ogni bara e ogni carro in un solo vortice! E visto che non sono per me, che io venga trascinato a pezzi mentre ancora ti caccio, benché sia legato a te, balena maledetta! Così getto la lancia!»
Il rampone fu scagliato; la balena ferita balzò avanti; la lenza corse bruciante nella scanalatura: s’imbrogliò. Quello si chinò a districarla, ci riuscì, ma il cappio volante lo prese al collo, e senza gridare, come la vittima strangolata dai muti schiavi dei Turchi, Achab saltò dalla barca prima che gli altri vedessero che era sparito. L’attimo dopo, la pesante gassa impiombata in cima al cavo volò via dalla tinozza vuota, abbatté un rematore e frustando il mare sparì nei gorghi.
Un momento, l’equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono. «La nave, gran Dio, dov’è la nave?» Presto, attraverso veli d’acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell’acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare. E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz’anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.
Ma mentre le ultime ondate si rovesciavano fitte sulla testa sommersa dell’indiano all’albero maestro, lasciando ancora visibili pochi pollici della cima e lunghe jarde fluttuanti della bandiera che sventolava quieta, con ironica armonia, sui cumuli d’acqua distruggitori che ormai quasi sfiorava; in quel momento un braccio rossiccio e un martello si alzarono nell’aria, piegati all’indietro nell’atto di inchiodare sempre più salda la bandiera all’albero che sprofondava. Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all’insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l’uccello del cielo, con strida d’arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all’inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo.
Ora piccoli uccelli volarono stridendo sul vortice ancora aperto. Un tetro frangente biancastro urtò contro i suoi bordi ripidi. Poi tutto crollò, e il gran sudario d’acqua tornò a mareggiare come aveva fatto cinquemila anni fa.
EPILOGO
«E sono scampato io solo per informartene.»
Giobbe
Capitò che dopo la sparizione del Parsi, io fui quello che i Fati destinarono a prendere il posto del prodiere di Achab, quando questo prodiere assunse il posto vacante; e io fui quello che, quando l’ultimo giorno i tre furono sbalzati in acqua dall’urto, cadde a poppa. Così, galleggiando sul margine della scena che seguì, e dominandola tutta, quando il risucchio semispento della nave affondata mi prese, fui allora tirato, ma lentamente, verso il vortice che si chiudeva. Quando ci arrivai, s’era placato in un pantano di spuma. Torno torno, allora, e sempre attratto dal nero bottone della bolla, all’asse di quel cerchio che roteava lento, girai come un altro Issione. Finché, nel toccare quel centro vitale, la bolla nera esplose; e ora, sganciata dalla sua molla ingegnosa, e saltando a galla con forza per essere così leggera, la cassa da morto-salvagente balzò quant’era lunga dal mare, ricadde, e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi tutto un giorno e una notte, galleggiai su un mare morbido e funereo. Senza toccarmi, i pescicani mi guizzavano accanto come avessero lucchetti alle bocche; i falchi selvaggi del mare passavano coi becchi inguainati. Il secondo giorno, una vela mi venne vicina, sempre più vicina, e mi raccolse alla fine. Era la Rachele che andava bordeggiando, e che nel rifare la sua rotta in cerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano.
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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