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Herman Melville, Moby Dick

Herman Melville, Moby Dick

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Herman Melville, Moby Dick

Il romanzo Moby Dick fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra, col titolo The Whale (“La balena”); in novembre a New York, col titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale (“Moby Dick, ossia la balena”). È il periodo del cosiddetto Rinascimento americano, che vide la pubblicazione di opere letterarie come La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1850), La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) così come Walden (1854) di Henry David Thoreau e la prima edizione di Foglie d’erba di Walt Whitman (1855). Melville dedicò il romanzo all’amico Nathaniel Hawthorne. Fu un fallimento commerciale: alla morte di Melville, nel 1891, l’opera era fuori stampa, e ne erano state vendute circa 3200 copie. Fu riscoperto solo negli anni Venti del ‘900. Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta da Cesare Pavese e pubblicato nel 1932 dall’editore Frassinelli.

 

La trama

Il nucleo centrale del romanzo è costituito dalla testarda, ossessiva, folle caccia a Moby Dick, la balena bianca, da parte del capitano Achab. Narratore in prima persona e personaggio della vicenda ma soprattutto osservatore è un giovane marinaio, che all’inizio del romanzo dice di sé “Chiamatemi Ismaele”. Ismaele è un marinaio in procinto di partire da Manhattan. Dopo diverse esperienze nella marina mercantile, questa volta egli ha deciso di imbarcarsi su una baleniera. Così, in una notte di dicembre Ismaele giunge alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford, dove è costretto a dividere un letto con uno sconosciuto, al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un ramponiere polinesiano ricoperto di tatuaggi chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Tuttavia i due diventano presto amici e decidono di imbarcarsi assieme da Nantucket sulla baleniera Pequod, un “natante cannibale che si adornava delle ossa dei nemici”. Imbarcati sulla nave vi sono 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo della terra.
L’inflessibile capitano Achab comanda la nave, ma al momento sembra essere assente. Dopo essersi arruolati, i due amici s’imbattono nel misterioso Elia, un uomo che allude a future disgrazie che colpiranno Achab e il Pequod. All’inizio sono gli ufficiali della nave, Starbuck (primo ufficiale), Stubb e Flask, a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Eppure, si intuisce che dietro di loro vi è il comandante che impartisce gli ordini. Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente e impressionante, con una gamba che gli manca dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della sua caccia è Moby Dick, un enorme capodoglio dalla pelle chiazzata e con la gobba bianca, che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Con un esaltato discorso, Achab riesce a galvanizzare l’equipaggio, motivandolo a perseguire con determinazione la caccia a Moby Dick.
Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Achab si avvale di un proprio misterioso equipaggio, che ha fatto salire di nascosto sulla nave. Di questi uomini fa parte un misterioso ramponiere, chiamato Fedallah (a cui si fa anche riferimento come il “Parsi”), che esercita una sinistra influenza su Achab.
Il romanzo descrive numerosi “gam”, incontri fra due navi in mare aperto durante i quali Achab, ossessivamente, pone un’unica domanda ai capitani delle navi incontrate: «Avete visto la Balena Bianca?»
Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico Queequeg si ammala mortalmente e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara, che però alla fine non gli servirà, per la sua inaspettata guarigione. La bara diviene così la sua cassa portaoggetti che poi verrà calafatata e adattata per rimpiazzare il gavitello del Pequod.
Da equipaggi di altre baleniere giungono notizie su Moby Dick. Il capitano Boomer del Samuel Enderby, che ha perso un braccio proprio a causa della balena, si stupisce di fronte al bruciante desiderio di vendetta di Achab. Dalla nave Rachele arriva una richiesta di aiuto per ricercare uno dei figli del capitano, andato disperso assieme alla sua barca durante un recente scontro con la balena bianca. Ma il Pequod adesso è davvero vicino a Moby Dick e Achab non si fermerà di certo per soccorrerli. Infine viene incrociata la Letizia mentre il suo capitano sta facendo gettare a mare un marinaio ucciso da Moby Dick. Starbuck, sentendo vicino il disastro, implora vanamente Achab per l’ultima volta di riconsiderare la sua sete di vendetta.
Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah che al terzo giorno Moby Dick, riemergendo, mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Il capodoglio, che nuota lontano dal Pequod, non cerca la morte dei balenieri, mentre Achab vuole la sua vendetta. Starbuck esorta un’ultima volta Achab a desistere, osservando che: «Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che pazzamente lo insegui!» (Cap. 135)
Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick ha danneggiato due delle tre lance salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e viene trascinato negli abissi oceanici dall’immersione di Moby Dick. La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte.
Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara di Queequeg. Dopo due giorni viene fortunosamente tratto in salvo dalla Rachele.

 

Avventure per mare e industria baleniera

Moby Dick affonda le sue radici da un lato nelle avventure per mare vissute personalmente dall’autore, dall’altro nelle narrazioni popolari che avevano mitizzato la caccia alla balena, come espressione della vitalità e delle virtù eroiche del Nuovo Mondo. In relazione alla caccia alle balene tra i marinai si raccontavano vicende che assumevano i tratti dello straordinario e che spesso sconfinavano nell’inspiegabile. Una di queste è quella del grande capodoglio Mocha Dick, chiamato così perché il suo primo combattimento era avvenuto presso l’isola di Mocha, al largo del Cile, nel 1810. Esso aveva la pelle di color grigio chiaro e un’enorme testa attraversata da una larga cicatrice bianca. Si raccontava che Mocha Dick avesse molti ramponi conficcati nel dorso e che avesse affondato molte navi, che sembrava attaccare con grande determinazione. Fu ucciso nel 1859. Un secondo avvenimento molto noto fu l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodoglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America, raccontato dal sopravvissuto primo ufficiale Owen Chase. La baleniera aveva attaccato un gruppo di capodogli e durante il combattimento uno degli animali, di lunghezza superiore a trenta metri, aveva puntato contro la nave e l’aveva fatta affondare. Dopo una lunga peregrinazione in mare pochi superstiti (che dalla fame furono costretti al cannibalismo) furono tratti in salvo.
L’industria baleniera era nata alla fine del XVII secolo nelle colonie inglesi del Nordamerica e in America la caccia alle balene aveva conosciuto il suo maggiore sviluppo.Alla fine del XVIII secolo la produzione di olio di capodoglio nei porti del Nuovo Mondo sfiorava i 50.000 barili. La caccia alle balene ebbe una fase di crisi durante la guerra d’Indipendenza americana, per poi riprendere con rapidità impressionante nell’Ottocento. Fin dal 1690 Nantucket era divenuta il primo porto di caccia americano e grazie alla lavorazione del prezioso olio di capodoglio, alle fabbriche di arpioni e di cordami e di attrezzature per le navi visse un’età d’oro. Nuntecket a metà dell’Ottocento fu sostituita per importanza da New Bedford, cui faceva capo oltre metà della flotta baleniera mondiale e dove l’intera popolazione viveva dei proventi della caccia alle balene (fabbri, carpentieri, fabbricanti di candele, ecc.). La crescente richiesta di marinai balenieri giustificava l’ingaggio di individui di qualsiasi provenienza. Perciò le due città baleniere erano frequentate da una popolazione eterogenea, composta da individui appartenenti a tutte le razze, tra cui africani, isolani delle Azzorre e dei Mari del Sud, selvaggi dal volto tatuato e dallo strano abbigliamento.

 

Romanzo d’avventure o “poema sacro”?

Moby Dick potrebbe essere considerato un romanzo d’avventure, e sicuramente è anche questo, seppure in modo singolare. Esso tuttavia probabilmente, come annotato da Cesare Pavese, si rivela come “un vero e proprio poema sacro”. In ogni caso i riferimenti biblici, benché con la compresenza di un gran numero di diverse citazioni, scientifiche, mitiche, epiche e letterarie, sono centrali. Il romanzo è immerso in un’atmosfera di solennità e severità da Vecchio Testamento, a partire dai nomi biblici: Ismaele, Giona, Elia, Bildab e lo stesso Achab.

 

Il “libro malvagio”

In una lettera a Hawthorne, Melville definiva il suo romanzo come il “libro malvagio” poiché protagonista del racconto era il male, della natura e degli uomini. Per Achab, Moby Dick concentra in sé l’essenza misteriosa dell’orrore e del male dell’universo. D’altra parte, Achab e il suo nemico formano una coppia indissolubile. La lotta epica tra Achab e la balena rappresenta una sfida tra il Bene e il Male. Moby Dick incarna per Achab il Male dell’universo e il demoniaco presente nell’animo umano. Ma talvolta il rapporto sembra ribaltarsi, perché la balena viene vista in chiave positiva, mentre il Male sembra incarnarsi nella malata ossessione del capitano Achab.

 

Malattia e grandezza di Achab

Il capitano Achab è il protagonista assoluto della storia. Roso dall’odio e da una inestirpabile ossessione interiore, vuole vendicarsi di Moby Dick che gli ha tranciato la gamba. Così, egli guida con lucida follia il suo equipaggio a caccia dell’enorme capodoglio, che ai suoi occhi ha le sembianze del biblico Leviatano e che egli deve uccidere a ogni costo, poiché la morte della balena è ormai la sua unica, paranoica ragione di vita. Il “peccato” di Achab ricorda quello dell’Ulisse di Dante, che sfida i limiti della conoscenza umana. La brama irrefrenabile di conoscere (in questo caso di vincere Moby Dick) comporta il non accettare i limiti della propria natura. È una ribellione a Dio votata alla sconfitta. Eppure, anche l’accettazione passiva dei limiti alla conoscenza significa rinunciare alle nostre potenzialità e aspirazioni più profonde. In altri termini, sia soffocando l’ansia di conoscenza, sia concedendole uno spazio destinato a rivelarsi blasfemo, l’uomo è condannato all’infelicità. L’indomabile, folle volontà di Achab di vincere l’abisso lo rende comunque grande, un degno avversario della Balena Bianca. D’altronde, dice Melville al lettore, “gli uomini grandi lo sono a causa di qualche loro anomalia e ogni mortale grandezza non è che malattia”. La grandezza di Achab consiste nel non accettare il mistero della natura. Finirà impigliato nelle sue stesse corde.

 

Chiamatemi Ismaele

Il bellissimo incipit del romanzo “Chiamatemi Ismaele” (Call me Ishmael) ci pone immediatamente a contatto con il narratore della storia, Ismaele appunto, l’unico superstite del Pequod. Il nome Ishmael ha origine biblica, infatti nella Genesi Ismaele è il figlio di Abramo e della schiava Agar, cacciati nel deserto. Figura centrale del romanzo è Achab (e di riflesso Moby Dick), ma anche Ismaele è un personaggio importante. Tuttavia, mentre Achab è tutto un ribollire di energia e azione, Ismaele principalmente osserva e descrive.

 

– Chiamatemi Ismaele
– A letto con un cannibale
– Il capitano Achab
– Moby Dick e l’ossessione di Achab
L’ultima caccia a Moby Dick

 

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Herman Melville

Nacque a New York il 1º agosto del 1819, figlio di Allan Melville e Maria Gansevoort. Herman Melville ricevette la prima istruzione a New York, dove il padre Allan, ricco commerciante, stimolò con i suoi racconti il suo desiderio d’avventura. La vita della famiglia trascorse agiata fino all’estate del 1830, quando il padre subì un tracollo finanziario, dichiarò bancarotta e manifestò una malattia psichica che lo portò alla morte. Dopo questo evento, che lasciò segni indelebili in Melville, la famiglia (composta di otto figli tra fratelli e sorelle) ridotta in povertà si trasferì nel villaggio di Lansingburgh, sul fiume Hudson. Qui Herman lasciò definitivamente la scuola. Dapprima lavorò nell’azienda di uno zio, poi nel negozio del fratello maggiore, infine come insegnante.
Nel giugno 1839 Melville si imbarcò per la prima volta come mozzo su una nave in partenza per Liverpool. Fu la prima di una serie di esperienze per mare, che lo videro anche imbarcato su alcune baleniere e sulla fregata americana United States (1843-44). Così, molti dei romanzi di Melville (Typee, Omoo, e Giacchetta bianca) sono di carattere autobiografico e in particolare fanno riferimento alle sue avventure marinaresche. Il suo capolavoro, Moby Dick, lo è invece solo indirettamente.
Il 4 agosto 1847 Melville sposò Elizabeth Shaw a Boston. Ebbero due figli maschi, entrambi morti prima del padre, e due femmine. Melville abitò a New York fino al 1850, anno in cui acquistò una fattoria a Pittsfield (Massachusetts) occidentale. Nel 1851 pubblicò il romanzo Moby Dick. Restò a Pittsfield tredici anni, impegnato a scrivere e a dirigere la fattoria. Dopo i successi di Typee e Omoo, le sue opere furono accolte con favore decrescente e non gli consentirono più di mantenere la famiglia. Dipese economicamente dal suocero, autorevole giudice del Massachusetts. Fra il 1856 e il 1857 compì un viaggio solitario in Inghilterra (dove visitò l’amico Hawthorne) e in altri paesi, tra cui l’Italia. Nel 1866 ottenne un impiego come ispettore doganale nel porto di New York.
Il 19 aprile 1891 portò a termine l’ultimo breve romanzo, Billy Budd, ma in seguito lo riprese in mano, lasciandolo inedito alla morte. Morì a New York il 28 settembre 1891.

Melville, L’ultima caccia a Moby Dick

Melville, L’ultima caccia a Moby Dick

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Melville, L’ultima caccia a Moby Dick

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

CXXXV • LA CACCIA. TERZO GIORNO
La caccia a Moby Dick dura tre giorni. Le prime due giornate sono un disastro per il capitano Achab, che tra l’altro perde nuovamente la gamba, durante la caccia. Ma Achab è accecato dalla sua ossessione e dal suo odio implacabile. Così la caccia continua per il terzo giorno. La giornata è bellissima ma l’idea fissa del capitano è avvistare la balena. Resosi conto di averla superata, durante l’inseguimento notturno, perché non ha tenuto conto che la sua velocità era ridotta dalle lenze e dai ramponi infissi nel suo corpo, inverte la rotta e finalmente, per la terza volta, scorge la balena bianca. Inutilmente Starbuck cerca di nuovo di dissuaderlo. Achab sale su una delle lance e si mette alla caccia di Moby Dick, nonostante, tra l’altro, la sua imbarcazione sia attorniata e seguita da una miriade di squali che continuamente mordono i remi.
 
Le barche non s’erano allontanate di molto quando, a un segnale dalle teste d’albero – un braccio teso all’ingiù – Achab seppe che il pesce si era tuffato; ma volendogli essere accanto alla prossima emersione continuò a remare un po’ di fianco al bastimento; l’equipaggio attonito manteneva il più profondo silenzio, e le onde di prua martellavano contro lo sperone che avanzava.
«Piantate i vostri chiodi, piantate pure, onde! Piantateli fino alle capocchie! Ma questo che picchiate non ha coperchio… e io non posso avere né cassa da morto né carro… e solo un cappio mi può uccidere! Ah! Ah!»
Di colpo l’acqua attorno si gonfiò lenta in ampi circoli; poi salì fulminea, come sfuggendo ai lati d’un monte di ghiaccio sommerso che s’alzi rapido a galla. Si udì un sordo rombo, un brontolio sotterraneo, e poi tutti tennero il fiato: in un groviglio di cavi penzolanti e ramponi e lance una forma immensa si rovesciò in alto e di sbieco dal mare. Avvolta da un velo lieve e crollante di nebbia, si librò un attimo nell’aria iridata, poi ricrollò sprofondando nell’abisso. Schizzate in aria per trenta piedi, le acque splendettero un istante come fasci di fontane, poi rompendosi scesero in un rovescio di faville, lasciando la superficie all’intorno schiumante come latte fresco attorno al tronco marmoreo della balena.
«Sotto!» urlò Achab ai rematori, e le barche scattarono avanti all’assalto. Ma esacerbato dai ramponi del giorno prima che gli rodevano le carni, Moby Dick pareva posseduto da tutti gli angeli precipitati dal cielo. I grossi fasci di tendini che gli si allargavano sulla gran fronte bianca, sotto la pelle trasparente, parevano annodati assieme mentre a capofitto, sferzando di coda, si buttava tra le barche, e ancora una volta le divideva facendo saltare lance e ramponi dai legni dei due ufficiali, e spaccando le assi più alte delle prue. Ma quella di Achab restò quasi intatta.
Mentre Daggoo e Queequeg si buttavano a turare le spaccature delle assi, e la balena allontanatasi faceva un voltafaccia e mostrava tutto un fianco tornando a passare vicina, in quel momento si udì un grido strozzato. Legato a più ritorte alla schiena del pesce, immobilizzato nei giri innumerevoli con cui durante la notte la balena si era passata attorno le lenze aggrovigliate, si vedeva il corpo semistraziato del Parsi, coi panni neri ridotti a brandelli, e gli occhi sbarrati fissi in pieno su Achab.
Il rampone gli cadde di mano.
«Beffato!» E tirò un lungo respiro affannoso. «Ma sì, Parsi! Ti vedo di nuovo… Ma sì, te ne vai per primo; e questo, questo è allora il carro funebre che avevi detto. Ma devi mantenere il tuo impegno fino all’ultima lettera. Dov’è l’altro feretro? Tornate alla nave, ufficiali! Quelle barche sono inutili ormai; raddobbate in tempo, se potete, e tornate a darmi una mano; se no, Achab basta per la morte… Fermi voi! Il primo che fa solo il gesto di saltare da questa mia lancia, gli do un colpo di rampone. Non siete uomini ma le mie braccia e gambe, e perciò ubbidite… Dov’è la balena? Giù di nuovo?»
Ma guardava troppo vicino; perché, come deciso a fuggire col cadavere che portava, e come se il punto dell’ultimo scontro non fosse che una tappa del suo viaggio a sottovento, Moby Dick si era rimesso a nuotare energicamente, e aveva quasi oltrepassata la nave, che finora era andata nel senso contrario, e ora rollava ferma. La bestia pareva nuotare alla massima velocità, e preoccupandosi ormai solo di proseguire dritto per la sua rotta nel mare.
«Oh, Achab,» gridò Starbuck, «neanche adesso, il terzo giorno, è troppo tardi per rinunciare. Guarda! Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che pazzamente lo insegui!»
Mettendo vela alla brezza che si levava, la barca solitaria fu spinta veloce a sottovento coi remi e con la tela. E quando scivolò lungo la nave, così vicino che si vedeva bene il viso di Starbuck chino sulla ringhiera, Achab gli gridò di virare e venirgli dietro, non troppo presto, a una giusta distanza. Dando un’occhiata in alto vide Tashtego, Queequeg e Daggoo che salivano ansiosi alle tre teste d’albero, mentre i rematori oscillavano nelle due lance sfondate ché s’erano appena alzate alle fiancate, e si affaccendavano, tutti a rassettarle. E mentre filava via vide anche di sfuggita, attraverso i portelli, Stubb e Flask tutti indaffarati sul ponte tra mucchi di nuovi ramponi e di lance. Mentre vedeva tutto ciò, mentre udiva i martelli nelle barche schiantate, ben altri martelli pareva che gli piantassero un chiodo nel cuore. Ma si riprese. E notando che la testa di maestro non aveva più bandiera o mostravento, gridò a Tashtego che c’era appena salito di ridiscendere e prenderne un’altra, assieme al martello e ai chiodi per attaccarla all’albero.
Fosse stremata da tre giorni di continua caccia e dalla resistenza delle pastoie che si tirava dietro, o fosse per una sua celata doppiezza e malizia, comunque sia ora la balena bianca cominciava a rallentare la corsa, come appariva dal rapido incalzate della lancia; benché a dire il vero l’ultimo distacco della balena non era stato lungo come prima. E sempre, mentre Achab filava sulle onde, quei pescicani spietati gli venivano dietro, e con tanta pertinacia si stringevano alla lancia e così spesso mordevano ai remi, che le pale si ridussero tutte rosicchiate e intaccate, e quasi a ogni tuffo perdevano piccole schegge nel mare.
«Non fateci caso! Quei denti non fanno che offrire nuovi scalmieri ai vostri remi. Arranca! È un appoggio migliore, la bocca del pesce invece dell’acqua che cede.»
«Ma signore, a ogni morso il piatto delle pale si fa più piccolo!»
«Dureranno abbastanza! Arranca!… Ma chi sa,» mormorò, «se questi pescicani nuotano per fare banchetto sulla balena o su Achab? Forza, forza! Così, in gamba ora… siamo vicini. Il timone! Prendi il timone; fatemi passare.» E mentre parlava, già due rematori lo spingevano verso la prua della barca in corsa.
Infine, mentre il legno, con una virata, filava parallelo al fianco chiaro della balena, questa parve stranamente disinteressarsi al suo arrivo, come fanno le balene talvolta, e Achab era ormai dentro alla fumosa nebbia alpina che emessa dallo sfiatatoio si avvolgeva intorno alla sua gobba, grande come il monte Monadnock. Tanto vicino le arrivò, e piegando indietro il corpo e alzando in aria le braccia distese per dare equilibrio, scagliò il rampone feroce e la sua più feroce maledizione dentro l’odiata balena. Mentre acciaio e maledizione affondavano fino al manico, come succhiati in un pantano, Moby Dick si contorse di fianco, rollò spasmodicamente contro la prua, e senza aprirvi falla inclinò così di colpo la lancia, che non fosse stato per l’orlo del capo di banda cui s’era aggrappato, Achab sarebbe finito in acqua un’altra volta. Ma al colpo tre dei rematori, che non avevano previsto l’istante preciso del lancio e perciò erano impreparati ai suoi effetti, furono sbalzati fuori; e però caddero in modo che in un attimo due di essi si riafferrarono al capo di banda, e alzandosi al suo livello sulla cresta di un’onda si ributtarono in barca di peso, mentre il terzo cadeva senza rimedio a poppa, ma sempre a galla e nuotando.
Quasi nello stesso punto, con un poderoso, fulmineo colpo di testa, la balena bianca balzò nel mare ribollente. Ma quando Achab urlò al timoniere di dare altre volte alla lenza e bloccarla, e comandò all’equipaggio di voltarsi sui banchi e alare la barca fino alla preda, appena il cavo traditore subì il doppio sforzo e lo strappo, saltò secco nell’aria.
«Cos’è che mi si spezza dentro? Qualche nervo cede!… no, tutto è di nuovo a posto: remi! remi! Saltatele addosso!»
Udendo il tremendo impeto della lancia che sfondava il mare, la balena si girò per presentare a difesa la vuota fronte, e in quel girare scorse lo scafo nero della nave che s’avvicinava; e forse vedendo in quello la fonte di tutte le sue persecuzioni, credendolo, può darsi, un nemico più grande e più nobile, di colpo partì contro quella prua che avanzava, sbattendo le mascelle tra irruenti rovesci di schiuma.
Achab vacillò; si batté la mano in fronte. «Divento cieco. Mani, stendetevi qui, davanti, che possa ancora trovarmi strada a tastoni. È notte?»
«La balena! La nave!» gridarono i rematori allibiti.
«Ai remi, ai remi! Sprofòndati verso i tuoi abissi, mare, ché prima che sia troppo tardi Achab possa slittare quest’ultima volta, quest’ultima volta contro il suo bersaglio! Ora vedo: la nave! La nave! Scattate, ragazzi! Non volete salvare la mia nave?»
Ma mentre i rematori schiacciavano freneticamente la barca contro i colpi di maglio del mare, le teste prodiere di due assi colpite dalla balena saltarono, e quasi in un attimo il legno immobilizzato si trovò a pelo d’acqua, con l’equipaggio semisommerso e sguazzante, che cercava disperato di turare la falla e aggottare l’acqua che irrompeva.
Intanto, nell’attimo in cui guardò, il martello di Tashtego sull’albero gli restò in mano levato, e la bandiera rossa avvolgendolo come un manto gli svolazzò di dosso come fosse il cuore che lo lasciava; e Starbuck e Stubb, che stavano sotto, al bompresso, videro nello stesso momento il mostro che piombava loro addosso.
«La balena! La balena! Poggia tutto! Poggia! O voi potenze buone dell’aria, tenetemi stretto! Non fate morire Starbuck, se deve morire, in un deliquio da femmina! Poggia tutto, dico!… voi deficienti, quelle fauci! quelle fauci! È questa la fine di tutte le mie preghiere ardenti? Di tutta una vita di fede? O Achab, Achab, guarda cosa hai fatto. Alla via, timoniere, alla via! No, no, poggia di nuovo! Si volta per assalirci! Oh, la sua fronte implacabile si getta su un uomo a cui il dovere dice che non può fuggire. Signore, stammi accanto!»
«Non accanto ma sotto, chiunque tu sia che dai una mano a Stubb; perché anche Stubb non si muove. Ti ghigno in faccia, balena che ghigni! Chi mai ha aiutato Stubb, o tenuto sveglio Stubb, se non il suo stesso occhio guardingo? E ora il povero Stubb va a letto su un materasso fin troppo soffice: magari fosse riempito di sterpi. Ti ghigno in faccia, balena che ghigni! Sentite qua, sole, luna e stelle! Vi dichiaro assassini del tipo più in gamba che mai abbia sfiatato l’anima. Con tutto questo brinderei ancora con voi, se mi passaste un bicchiere! Oilà oh! Balena col ghigno, vedo che presto avremo tanti bei glu-glu! Perché non te ne scappi, Achab? Quanto a me, via scarpe e giaccone: Stubb muoia in mutande! Certo, una morte quanto mai muffosa e salata: ciliegie! ciliegie! ciliegie! Oh, Flask, ci avessimo una ciliegia rossa, prima di crepare!»
«Ciliegie? Vorrei solo trovarmi là dove crescono. Eh, Stubb, spero proprio che la mia povera vecchia abbia riscosso la mia parte di paga, se no, pochi quattrini le toccano, perché il viaggio è chiuso.»
Ormai quasi tutti gli uomini ciondolavano inerti sulla prua della nave: martelli, pezzi di tavole, lance e ramponi stretti macchinalmente in mano, così come erano accorsi dalle loro occupazioni, e tutti gli occhi incantati fissi sulla balena che vibrando stranamente da parte a parte la sua testa predestinata, si gettava davanti, nella corsa, un gran semicerchio rollante di schiuma. Giustizia, pronta vendetta e malvagità eterna erano in tutto il suo aspetto, e a onta di tutto ciò che l’uomo potesse fare, il bianco sperone massiccio della sua fronte colpì di tribordo la prua della nave, squassando uomini e assi. Qualcuno cadde lungo sulla faccia. Come pomi d’albero schiantati, le teste dei ramponieri arriva traballarono su quei colli taurini. Attraverso lo squarcio udirono le acque rovesciarsi come torrenti alpini in una gola.
«La nave! Il carro funebre!… il secondo carro!» urlò Achab dalla barca. «Quel legno non poteva essere che americano!»
Tuffandosi sotto la nave che si abbassava, la balena corse fremente lungo la chiglia, ma virando nell’acqua tornò in un attimo a emergere lontana a babordo di prua, e a poche jarde dalla barca di Achab. Per il momento, era immobile.
«Volto la schiena al sole. Olà, Tashtego! fammi sentire il tuo martello. O mie tre guglie indomabili, chiglia intatta, e tu, scafo che solo Dio può forzare, tu ponte saldo e barra superba, e prua puntata sul Polo… nave gloriosa di morte! Dunque devi morire, e senza di me? Anche l’ultima ambizione dei più mediocri capitani mi deve essere tolta? O morte solitaria dopo una vita solitaria! Ora sento che la mia massima grandezza sta nel maggior dolore. Ahimè! Riversatevi qui dai vostri punti lontani, onde coraggiose di tutta la mia vita, su in cima al mucchio di questo gran maroso di morte! Verso te avanzo, balena che distruggi e non vinci, fino all’ultimo ti combatto, dal cuore dell’inferno ti pugnalo, e in nome dell’odio ti sputo addosso il mio ultimo respiro. Affondi ogni bara e ogni carro in un solo vortice! E visto che non sono per me, che io venga trascinato a pezzi mentre ancora ti caccio, benché sia legato a te, balena maledetta! Così getto la lancia!»
Il rampone fu scagliato; la balena ferita balzò avanti; la lenza corse bruciante nella scanalatura: s’imbrogliò. Quello si chinò a districarla, ci riuscì, ma il cappio volante lo prese al collo, e senza gridare, come la vittima strangolata dai muti schiavi dei Turchi, Achab saltò dalla barca prima che gli altri vedessero che era sparito. L’attimo dopo, la pesante gassa impiombata in cima al cavo volò via dalla tinozza vuota, abbatté un rematore e frustando il mare sparì nei gorghi.
Un momento, l’equipaggio della lancia rimase impietrito. Poi si voltarono. «La nave, gran Dio, dov’è la nave?» Presto, attraverso veli d’acqua foschi e confusi, ne videro il fantasma obliquo che svaniva, come tra i vapori della Fata Morgana, solo le vette degli alberi fuori dell’acqua; e inchiodati ai posatoi un tempo così alti, per pazzia, fedeltà o destino, i ramponieri pagani affondavano sempre scrutando sul mare. E ora cerchi concentrici afferrarono anche la lancia solitaria, e tutti quegli uomini, e ogni remo galleggiante, e ogni palo di lancia, e torcendo in giro in un solo vortice ogni cosa viva o senz’anima, trascinarono a fondo anche il più piccolo avanzo del Pequod.
Ma mentre le ultime ondate si rovesciavano fitte sulla testa sommersa dell’indiano all’albero maestro, lasciando ancora visibili pochi pollici della cima e lunghe jarde fluttuanti della bandiera che sventolava quieta, con ironica armonia, sui cumuli d’acqua distruggitori che ormai quasi sfiorava; in quel momento un braccio rossiccio e un martello si alzarono nell’aria, piegati all’indietro nell’atto di inchiodare sempre più salda la bandiera all’albero che sprofondava. Un falco, che aveva beffardamente seguito il pomo di maestra giù dalla sua naturale dimora tra le stelle, beccando all’insegna e molestando Tashtego, cacciò per caso la larga ala palpitante tra il martello e il legno; e in un baleno avvertendo quel sussulto etereo, il selvaggio affondato lì sotto, nel suo rantolo di morte, tenne inchiodato il martello. E così l’uccello del cielo, con strida d’arcangelo, rizzando in alto il rostro imperiale, e tutto il corpo imprigionato avvolto nella bandiera di Achab, andò a fondo con la sua nave, che come Satana non volle calare all’inferno finché non ebbe trascinata con sé, come elmo, una viva parte del cielo.
Ora piccoli uccelli volarono stridendo sul vortice ancora aperto. Un tetro frangente biancastro urtò contro i suoi bordi ripidi. Poi tutto crollò, e il gran sudario d’acqua tornò a mareggiare come aveva fatto cinquemila anni fa.
EPILOGO
«E sono scampato io solo per informartene.»
Giobbe
Capitò che dopo la sparizione del Parsi, io fui quello che i Fati destinarono a prendere il posto del prodiere di Achab, quando questo prodiere assunse il posto vacante; e io fui quello che, quando l’ultimo giorno i tre furono sbalzati in acqua dall’urto, cadde a poppa. Così, galleggiando sul margine della scena che seguì, e dominandola tutta, quando il risucchio semispento della nave affondata mi prese, fui allora tirato, ma lentamente, verso il vortice che si chiudeva. Quando ci arrivai, s’era placato in un pantano di spuma. Torno torno, allora, e sempre attratto dal nero bottone della bolla, all’asse di quel cerchio che roteava lento, girai come un altro Issione. Finché, nel toccare quel centro vitale, la bolla nera esplose; e ora, sganciata dalla sua molla ingegnosa, e saltando a galla con forza per essere così leggera, la cassa da morto-salvagente balzò quant’era lunga dal mare, ricadde, e mi galleggiò accanto. Sostenuto da quella bara, per quasi tutto un giorno e una notte, galleggiai su un mare morbido e funereo. Senza toccarmi, i pescicani mi guizzavano accanto come avessero lucchetti alle bocche; i falchi selvaggi del mare passavano coi becchi inguainati. Il secondo giorno, una vela mi venne vicina, sempre più vicina, e mi raccolse alla fine. Era la Rachele che andava bordeggiando, e che nel rifare la sua rotta in cerca dei figli perduti, trovò solo un altro orfano.
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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Melville, Moby Dick e l’ossessione di Achab

Melville, Moby Dick e l’ossessione di Achab

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di Giorgio Baruzzi

Melville, Moby Dick e l’ossessione di Achab

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

XLI • MOBY DICK
Io, Ismaele, ero uno di quella ciurma. Avevo gridato con gli altri, con gli altri mi ero legato nel giuramento. E avevo gridato più forte, avevo pestato e ribadito di più il mio giuramento, a causa del terrore che avevo nell’anima. Mi ero sentito attratto da un impulso selvaggio e irrazionale: l’odio inestinguibile di Achab pareva fosse divenuto il mio odio. Ascoltavo con avidità la storia del mostro assassino, contro il quale io e tutti gli altri avevamo giurato guerra e vendetta. […]
Sul conto di Moby Dick sono fiorite molte leggende, che certo hanno un fondo di verità ma che per lo più sono alimentate dal terrore e dal fatto che la caccia al capodoglio è di per sé molto pericolosa. Le notizie sull’astuzia e sulla “malvagità” della balena bianca hanno fatto crescere la sua fama e ne hanno fatto una preda che molti capitani preferiscono evitare. Tra le voci diffusesi su Moby Dick ci sono, tra l’altro, quelle secondo cui avrebbe il dono dell’ubiquità e che sarebbe immortale.
Ma anche lasciando da parte queste supposizioni soprannaturali, nel carattere innegabile del mostro come creatura di questa terra c’era abbastanza da colpire l’immaginazione con una forza non comune. Perché ciò che lo distingueva dagli altri capodogli non era tanto la sua dimensione eccezionale, quanto, come si è accennato altrove, la sua strana fronte grinzosa e bianca come la neve, e un’alta gobba bianca a forma di piramide. Questi erano i suoi caratteri più vistosi, i segni coi quali, perfino nei mari sconfinati e sconosciuti, rivelava a grande distanza la sua identità a quelli che lo conoscevano.
Il resto del suo corpo era così striato, maculato e screziato dello stesso colore nebbioso, che alla fine s’era guadagnato quel suo nome tutto speciale di balena bianca, un nome che in realtà era giustificato letteralmente dal suo aspetto luminoso, quando lo si vedeva scivolare in pieno meriggio per un mare azzurro cupo, lasciandosi dietro una scia di schiuma cremosa, come una via lattea, tutta punteggiata di scintille d’oro. E ciò che rendeva la balena una creatura terribile non era tanto la sua grandezza eccezionale o quel colore impressionante, e nemmeno la sua mascella deforme, quanto la cattiveria intelligente e inaudita che stando a certi resoconti precisi essa aveva mostrato più e più volte nei suoi attacchi. Erano sopratutto le sue perfide fughe che sgomentavano, forse più di ogni altra cosa. Quando batteva in ritirata davanti ai suoi inseguitori esultanti, con ogni sintomo apparente di timore, diverse volte si diceva che si era rivoltata di colpo per piombare addosso alle barche, o facendole a pezzi o ricacciando i pescatori terrorizzati verso la nave.
Già la sua caccia aveva fruttato parecchi disastri. Certo disgrazie simili, di cui a terra si parlava poco, non erano affatto rare nella pesca alla balena; ma nella maggior parte dei casi la feroce premeditazione della balena bianca pareva così infernale, che le mutilazioni e le morti che causava non si potevano considerare interamente inflitte da una creatura bruta.
Immaginate perciò a che grado di smania e di furore venivano spinti gli animi dei cacciatori più disperati, quando scansavano a furia di braccia i grumi biancastri dell’ira paurosa della balena, in mezzo ai frammenti delle barche stritolate, tra membra che andavano a fondo, strappate ai compagni, e nuotavano nella luce del sole, serena, esasperante, che continuava a sorridere come a una nascita o a un matrimonio.
Un capitano, trovandosi attorno le sue tre lance sfondate e remi e uomini che piroettavano nei gorghi, aveva afferrato il coltello da lenza dalla prua spaccata e si era buttato sulla bestia, come un duellista dell’Arkansas sul suo avversario, tentando ciecamente, con una lama di sei pollici, di raggiungere la vita del mostro che era profonda una tesa. Quel capitano era Achab. E fu allora che menandogli di sotto all’improvviso la sua mandibola a roncone Moby Dick gli aveva falciato la gamba, come fa il mietitore con un filo d’erba ai campi. Nessun turco di quelli col turbante, nessun prezzolato veneziano o malese avrebbe potuto colpirlo con più apparente malizia. C’era dunque ben poco da dubitare che dopo quello scontro quasi mortale Achab avesse nutrito un continuo desiderio selvaggio di vendicarsi della balena. Un desiderio tanto più accanito perché nella sua smania morbosa egli era arrivato al punto da identificare con la bestia non solo tutti i suoi mali fisici, ma ogni sua esasperazione intellettuale e spirituale. La balena bianca gli nuotava davanti agli occhi come l’incarnazione ossessiva di tutte quelle forze del male da cui certi uomini profondi si sentono azzannare nel proprio intimo, finché si riducono a vivere con mezzo cuore e mezzo polmone. Quella malvagità inafferrabile che è esistita fino dal principio, al cui regno perfino i cristiani d’oggi attribuiscono metà dei mondi, e che gli antichi Ofiti dell’oriente veneravano nel loro demonio di pietra, Achab non cadeva in ginocchio per adorarla come loro, ma ne trasferiva allucinato l’idea nell’aborrita balena bianca e le si piantava contro, così mutilato com’era. Tutto ciò che sconvolge e tormenta di più tutto quel che rimescola la feccia delle cose, ogni verità farcita di malizia, ogni cosa che spezza i tendini e coagula il cervello, tutti i subdoli demonismi della vita e del pensiero, ogni male insomma, per quell’insensato di Achab, era personificato in modo visibile e reso raggiungibile praticamente in Moby Dick. Sulla gobba bianca della balena ammucchiava il peso di tutta la rabbia, di tutto l’odio sentiti dalla sua razza fino da Adamo. Poi, come se avesse un mortaio in petto, le sparava addosso il cuore rovente.
È improbabile che questa monomania fosse cominciata in lui proprio nel momento in cui il suo corpo veniva mutilato. In quel momento, gettandosi contro il mostro col coltello in pugno, aveva solo scatenato in sé un’improvvisa e appassionata avversione fisica; e quando ricevette il colpo che lo mutilò, sentì probabilmente soltanto l’atroce strappo nella carne, e nient’altro. Ma quando, obbligato da quello scontro a riprendere la via di casa, per lunghi giorni e settimane e mesi Achab e l’angoscia giacquero insieme su un’unica branda, e doppiarono nel cuore dell’inverno quel tetro e ululante Capo di Patagonia, fu allora che il corpo squarciato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altro, e mescolandosi così lo fecero impazzire. Che l’ossessione finale l’abbia preso soltanto allora, durante il viaggio di ritorno dopo la zuffa, pare assolutamente certo per il fatto che a intervalli, durante la traversata, Achab fu in preda a una pazzia furiosa; sebbene gli mancasse una gamba, nel suo petto da statua egiziana gli restava tanta forza vitale, resa ancora più intensa dal delirio, che i suoi ufficiali furono costretti a legarlo forte, proprio mentre era in navigazione, e lasciarlo vaneggiare nella sua branda. Nella camicia di forza dondolò al ballo pazzo delle burrasche. E quando la nave, entrando in latitudini più sopportabili, spiegò i leggeri coltellacci e fluttuò nei placidi tropici, quando secondo ogni apparenza il delirio del vecchio pareva fosse rimasto indietro assieme alle acque alte del Capo Horn, ed egli uscì dalla sua tana oscura nella letizia dell’aria e della luce, perfino quando mostrò quella sua fronte ferma e raccolta, solo un po’ pallida, e diede di nuovo i suoi ordini pacati, sicché gli ufficiali ringraziarono Iddio perché finalmente quella terribile pazzia era superata, sempre Achab, nel suo profondo, continuò a farneticare. La pazzia umana è spesso una cosa scaltra e terribilmente felina. Quando pensi che se ne sia andata, può darsi che si sia soltanto trasformata in qualche forma ancora più subdola. La pazzia totale di Achab non si spense, ma si ritirò nel fondo senza perdere forza, come lo Hudson, quando quel nobile figlio del Nord scorre stretto ma profondissimo dentro la gola degli Altipiani. Ma come nel fluire ristretto della sua ossessione non si era perduto un briciolo della gran pazzia di Achab, così in questa sua totale pazzia non si era spenta neanche una favilla della grande intelligenza che gli era naturale.
Ciò che era prima un agente vivo diventò adesso un vivo strumento. Se mi si concede un’immagine così avventata, la sua peculiare demenza diede l’assalto alla sua salute complessiva, la espugnò, e concentrò il tiro di tutti i suoi cannoni sull’unico suo pazzo bersaglio. Sicché Achab non aveva perduto affatto la sua forza, e anzi possedeva ora, per quell’unico scopo, un’energia mille volte maggiore di quella che mai aveva diretto da sano verso un unico oggetto ragionevole. […]
Ora in cuor suo Achab aveva qualche sospetto di questo, e cioè: tutti i miei mezzi sono sani, il mio movente e il mio fine sono pazzi. Ma incapace di sopprimere o mutare o evitare i fatti, era però cosciente di avere simulato a lungo davanti agli uomini. E in qualche modo lo faceva ancora. Ma il suo comportamento falso era soggetto soltanto alla sua percezione, non alla sua volontà cosciente. Eppure ci riusciva così bene, a fingere, che quando con la sua gamba d’avorio scese finalmente a terra, nessuno a Nantucket vide altro in lui che un dolore naturale, e fino all’anima, per la disgrazia terribile che gli era successa.
Quando si seppe con certezza del suo delirio in mare, anche questo venne attribuito da tutti a una causa simile. E così pure la nuova profonda tristezza che da allora gli gravò sempre sulla fronte, fino al giorno che Achab salpò sul Pequod per questo viaggio. E non è troppo azzardato pensare che invece di considerarlo poco idoneo a un’altra crociera a causa di quei sintomi così cupi, la gente calcolatrice di quell’isola prudente fosse invece disposta a pensare che proprio per quelle ragioni Achab era meglio qualificato, e preparato a dovere, per un lavoro così pieno di furore e di ferocia come la caccia sanguinaria alle balene. Roso di dentro e bruciacchiato di fuori, lacerato di continuo dalle zanne di qualche idea incurabile: un uomo così, a trovarlo, sarebbe il vero tipo fatto per scagliare il rampone e alzare la lancia contro il più terrificante dei bruti. E se per qualche motivo lo si dovesse considerare inabile nel fisico, parrebbe sempre adatto in modo superlativo a eccitare e aizzare i suoi subalterni all’attacco. Comunque sia è certo che Achab, con tutta la sua pazza furia serrata e sprangata nel segreto dell’animo, era partito di proposito per questo viaggio con l’unica e maniaca intenzione di dare la caccia alla balena bianca. Se qualcuno dei suoi vecchi conoscenti di terra avesse appena sospettato ciò che egli covava dentro, con che fretta le loro rette anime sbigottite avrebbero strappato la nave a un uomo così diabolico! Tutto ciò che volevano era una crociera vantaggiosa, un utile da contarsi in dollari di zecca. Ciò che voleva lui era una vendetta temeraria, spietata, ultraterrena.
Ecco dunque: un vecchio grigio ed empio inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, e per giunta alla testa di una ciurma fatta sopratutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali […]
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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Melville, Il capitano Achab

Melville, Il capitano Achab

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Melville, Il capitano Achab

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

XXVIII • ACHAB
Per parecchi giorni dalla partenza del Pequod, non c’è traccia visibile del capitano Achab e sono gli ufficiali di bordo a governare la nave. Eppure, appare evidente che essi eseguono gli ordini repentini e perentori del vero, benché invisibile, comandante. Poi, a un tratto una mattina, salito in coperta all’appello del primo turno di guardia, Ismaele guarda e lo vede…
[…] il capitano Achab era sul cassero.
All’aspetto non mostrava segno riconoscibile di malattia, e neanche pareva in convalescenza. Aveva l’aria di uno staccato dal rogo mentre che il fuoco gli copre e devasta le carni, ma senza consumarle o rubare nemmeno un briciolo della loro durezza fitta e matura. Tutta la sua figura alta e grande pareva fatta di bronzo massiccio e gettata in uno stampo inalterabile, come il Perseo fuso da Cellini. Tra i capelli grigi si faceva strada un segno sottile come una bacchetta, di un biancore livido, e gli scendeva su un lato della faccia e del collo scuri e bruciacchiati, finché spariva nel vestito. Somigliava alla cicatrice perpendicolare prodotta a volte nel tronco alto e dritto di un grande albero, quando il fulmine vi guizza sopra lacerante, e senza svellere un solo rametto spella e scava la corteccia da cima a fondo prima di scaricarsi per terra, lasciandolo vivo e verde ma segnato. Nessuno sapeva con certezza se quel segno era nato con lui, o se era la cicatrice di qualche ferita tremenda. Come per un tacito accordo, durante tutto il viaggio nessuno quasi ne parlò mai, e meno di tutti gli ufficiali. […]
Restai così impressionato da tutta l’aria torva di Achab e da quello sfregio livido che lo rigava, che quasi non notai, dapprima, come quella sua aria losca e insopportabile fosse dovuta in gran parte a quella barbara gamba bianca sulla quale si appoggiava a metà. Avevo già saputo che quest’arto d’avorio glielo avevano costruito in mare dall’osso levigato di una mascella di capodoglio. «Sì, l’hanno disalberato al largo del Giappone,» aveva detto una volta il vecchio indiano del Capo. «Ma ha fatto come il suo bastimento, ha imbarcato un altro albero senza tornare a casa. Ne ha tutto un fascio.»
Mi colpì lo strano modo in cui stava dritto. Ai due lati del cassero, proprio sotto le sartie di mezzana, c’era un buco di trapano sul tavolato, profondo mezzo pollice a occhio e croce.
Con la gamba d’osso piantata in quel buco e un braccio alzato per reggersi a una sartia, il capitano Achab se ne stava impalato guardando fisso al largo, oltre la prua che beccheggiava eternamente. Nella dedizione ferma e temeraria di quello sguardo c’era una forza pura e infinita, una volontà quieta, invincibile. Non diceva una parola e i suoi ufficiali non fiatavano; ma tradivano chiaramente nelle loro espressioni, nei loro minimi gesti la coscienza inquieta, se non penosa, di trovarsi sotto l’occhio corrucciato del padrone. E non solo: quel triste Achab stava davanti a loro con una crocifissione in faccia, con tutta la dignità augusta, imperiosa e indicibile di un grande dolore.
Si ritirò in cabina quasi subito, quella prima volta che apparì all’aria aperta. Ma dopo quella mattina lo vedemmo ogni giorno, o piantato sul suo perno, o seduto su uno sgabello d’avorio che aveva, o mentre passeggiava pesantemente sulla coperta. Man mano che il cielo si faceva meno cupo e anzi cominciava ad addolcirsi, anche lui se ne restava chiuso sempre di meno, come se soltanto lo squallore del mare invernale lo avesse tenuto così segregato da quando la nave aveva lasciato terra. E a poco a poco finì che stava quasi sempre all’aperto; ma sinora, a giudicare da quello che diceva o faceva sul ponte finalmente assolato, vi pareva inutile come un albero di troppo. Ma per il momento il Pequod stava facendo solo una traversata. La vera caccia sarebbe cominciata dopo, e a quasi tutti i preparativi che richiedevano sorveglianza bastava l’occhio degli ufficiali. Sicché, per il momento, c’era poco o nulla attorno che potesse impegnare o distrarre Achab da se stesso, in modo da cacciare almeno per un poco le nuvole che gli si ammucchiavano a strati sulla fronte, come sempre si addensano attorno alle cime più alte.
Ma non passò molto che la tiepida e soave malìa del dolce clima da vacanza a cui eravamo arrivati parve sottrarlo a poco a poco al suo malumore. Come quando aprile e maggio, ballerine dalle guance rosse, tornano salterellando nei tetri boschi invernali, e persino la vecchia quercia più nuda, la più rugosa e spaccata dal fulmine, s’invoglia a mettere fuori almeno qualche germoglio verde per ricevere quelle visitatrici festose, così Achab, alla fine, si convinse a rispondere un poco alle tentazioni scherzose di quell’aria adolescente. E più di una volta si lasciò spuntare in faccia, come un germoglio timido, un’espressione che in qualsiasi altro uomo sarebbe sboccata presto in un sorriso.
 
XXXVI • IL CASSERO
Una mattina Achab sale in coperta in preda a una visibile agitazione e cammina avanti e indietro per tutto il giorno. Poi, verso sera…
Le ore passavano. Achab s’era chiuso in cabina e subito dopo s’era rimesso a passeggiare sul ponte con la stessa aria esaltata.
La giornata stava per finire. All’improvviso s’inchiodò vicino alla murata, cacciò la gamba d’osso nel buco di trivello, con una mano s’appigliò a una sartia e ordinò a Stubb di mandargli tutti a poppa.
«Capitano?» fece il secondo, strabiliato da quell’ordine che a bordo non si dà quasi mai, tranne che in casi d’emergenza.
«Manda tutti a poppa,» ripeté Achab. «Vedette oh! A basso!»
Quando tutto l’equipaggio fu riunito, e ognuno stava a guardarlo curioso e non senza apprensione, ché la sua faccia non era diversa dall’orizzonte quando si alza un fortunale, Achab dette un’occhiata svelta oltre le murate, e poi saettando gli occhi tra gli uomini si mosse dal suo posto. Come se non avesse un’anima attorno, riprese pesantemente ad andare su e giù per la coperta. E continuava a marciare a testa china e col cappello schiacciato a metà sul naso, incurante dei brontolii di sorpresa dei marinai, finché Stubb sussurrò cautamente a Flask che Achab doveva averli chiamati per assistere a una impresa podistica. Ma non durò a lungo.
Fermandosi con violenza gridò:
«Cosa fate quando vedete una balena, marinai?»
Impulsivamente, una ventina di voci gridarono tutte assieme: «La segnaliamo!»
«Bene!» urlò Achab con un tono di selvaggia approvazione, notando il calore spontaneo in cui li aveva gettati, magneticamente, quella domanda inattesa.
«E che fate poi, marinai?»
«Ammainiamo, e alla caccia!»
«E a che canto vogate, ragazzi?»
«Balena morta o lancia a picco!»
A ogni urlo, il viso del vecchio assumeva sempre più un aspetto strano e selvaggio di approvazione e di gioia. E intanto i marinai cominciavano a guardarsi incuriositi, come sorpresi da quel loro stesso esaltarsi per delle domande che apparivano così oziose. Ma appena Achab ricominciò a parlare tornarono a fissarlo tutti avidi. Si era voltato a metà sul suo perno, e con una mano alzata stringeva stretta, quasi convulsamente, una sartia:
«Tutti voi di vedetta mi avete già sentito dare ordini riguardo a una balena bianca. Guardate qua! Vedete quest’oncia d’oro spagnola?» e alzò al sole una grossa moneta luccicante: «Vale sedici dollari, ragazzi. La vedete? Signor Starbuck, datemi quella mazza.»
Mentre l’ufficiale prendeva il martello, Acbab senza dire niente strofinava pian piano il pezzo d’oro sulle falde della giacca come per farlo più lustro. E intanto cantarellava tra sé a bassa voce, senza parole, producendo un suono soffocato e indistinto così strano, che pareva il ronzare meccanico dell’orgasmo che aveva dentro.
Avuta la mazza da Starbuck l’alzò e camminò verso l’albero maestro, mostrando la moneta d’oro con l’altra mano, e gridando a piena voce: «Chi di voi mi segnala una balena con la testa bianca, la fronte rugosa e la mandibola storta, chi di voi avvista questa balena bianca con tre buchi nella pinna destra della coda, guardate! Chi segnala questa balena avrà quest’oncia d’oro, ragazzi!»
«Urrà! Urrà!» gridarono i marinai, e agitando i cappelli d’incerata festeggiavano i colpi che inchiodavano l’oro sull’albero.
«Una balena bianca, ripeto.» tornò a dire Achab gettando via la mazza, «una balena bianca. Tenete gli occhi aperti, marinai. Attenti all’acqua bianca. Anche se vedete una bolla, segnalate.»
Intanto Tashtego, Daggoo e Queequeg avevano assistito alla scena ancora più sorpresi e interessati degli altri, e a sentire parlare d’una fronte rugosa e d’una mandibola storta avevano trasalito, come se ciascuno per suo conto avesse ricordato qualche fatto particolare.
«Capitano Achab,» disse Tashtego, «questa balena bianca dev’essere quella che certuni chiamano Moby Dick.»
«Moby Dick?» gridò Achab. «Allora conosci la balena bianca, Tash?»
«Capitano, sbatte la coda in modo un po’ curioso prima di tuffarsi?» domandò il Capo Allegro come riflettendo.
«E ha pure uno sfiato curioso,» disse Daggoo, «molto denso anche per uno spermaceti e violentissimo, capitano?»
Allora Queequeg gridò in modo sconnesso: «E ha uno, due, tre, ah, molti ferri nella pelle pure, capitano? Tutti torti storciuti come un… come un…» E balbettava forte cercando la parola, e avvitava una mano in aria come a stappare un fiasco: «Come un… come un…»
«Come un cavatappi!» gridò Achab. «Ma sicuro, Queequeg, ce l’ha dentro tutti storti e piegati, i ramponi; Daggoo, hai ragione, ha una sfiatata come un covone di frumento, e bianca come un mucchio della nostra lana a Nantucket dopo la tosatura; ed è vero, Tashtego, che sbatte la coda come un fiocco strappato dalla burrasca.
Morte e demoni! È Moby Dick che avete visto, ragazzi! Moby Dick, proprio Moby Dick!»
«Capitano Achab,» disse Starbuck, che finora aveva guardato il suo superiore sempre più sbalordito, come Stubb e Flask, ma adesso pareva colpito da un’idea che in qualche modo spiegava tutto: «Capitano Achab, ho sentito parlare di Moby Dick. Ma non è stato Moby Dick a mozzarti la gamba?»
«Chi te l’ha detto?» gridò Achab. Parve esitare: «Ma sì, Starbuck. Ma sì, amici miei, tutti quanti. È stato lui a disalberarmi, lui a regalarmi questo tronco morto su cui ora mi reggo. Ma sì, ma sì!» gridò con un singhiozzo terribile, forte, animalesco come quello di un alce colpito al cuore: «Ma sì, ma sì, è stata quella maledetta balena bianca che mi ha smantellato e mi ha ridotto per sempre un povero buono a niente!» Cominciò a sbattere le braccia e a imprecare paurosamente: «Ma sì, ma sì!» gridava. «E io l’andrò a scovare dietro al Capo di Buona Speranza e al Capo Horn e al Maelstrom e alle fiamme della perdizione prima di perdonargliela. Ed è per questo che vi siete imbarcati, marinai! Per cacciare quella balena bianca su tutti e due i lati del continente e in ogni parte del mondo, per fargli sfiatare sangue nero, per buttarla a pinne in aria. Che ne dite, ragazzi, ci facciamo subito una stretta di mano? Mi sembrate gente di fegato.»
«Sì, sì!» gridarono i ramponieri e i marinai affollandosi attorno al vecchio invasato. «Occhio acuto alla balena bianca, lancia acuta per Moby Dick!»
«Dio vi benedica», e non si capiva se piangeva o urlava, «Dio vi benedica, ragazzi. Dispensiere! Va’ a prendere la misura grande del grog. Ma perché quella faccia lunga, signor Starbuck: non vuoi dargli la caccia, tu, alla balena bianca? Non te la senti di affrontare Moby Dick?»
«Capitano Achab, me la sento di affrontare la sua mascella storta, e anche quelle della morte, se capita per via del mestiere che facciamo. Ma io qui sono venuto a cacciare balene e non a fare vendetta al comandante. Quante botti renderà la tua vendetta se mai l’avrai, capitano Achab? Non ti frutterà molto sul mercato di Nantucket.»
«Uh! Il mercato di Nantucket! Avvicìnati, Starbuck. Con te bisogna andare un po’ più a fondo. Caro mio, se il denaro ha da essere la misura, e poniamo che i contabili hanno stimato il mondo come fosse una banca, fasciandolo di ghinee, una ogni terzo di pollice, allora sì che la mia vendetta mi frutterà un bel premio, da questo punto di vista!»
«Si picchia il petto,» bisbigliò Stubb. «Che significa? Mi pare che suona profondo ma vuoto.»
«Vendetta su un bruto senz’anima!» esclamò Starbuck. «Su un bruto che ti colpì solo per il più cieco istinto! Ma è una pazzia! Capitano Achab, suona blasfemo odiare una creatura incosciente.»
«Stammi a sentire di nuovo. Andiamo ancora un po’ più a fondo. Tutti gli oggetti visibili, amico, sono solo maschere di cartone. Ma in ogni cosa che succede, nell’azione viva, nel fatto preciso, lì, c’è qualche cosa di sconosciuto ma sempre ragionevole che sporge il profilo della faccia da sotto la maschera cieca. Se l’uomo vuole colpire, deve colpire la maschera! Come può evadere il carcerato se non forza il muro? Per me la balena bianca è quel muro. Me l’hanno spinto accanto. Qualche volta penso che lì dietro non c’è niente. Ma è sempre abbastanza. Mi chiama alla prova. Mi opprime. In essa vedo una forza che è un oltraggio, con una malizia inscrutabile che l’innerva. Quella cosa incomprensibile è sopratutto ciò che odio. Forse la balena bianca è il mandatario, e forse è il mandante, ma io gli rovescerò addosso questo mio odio. Non mi parlare di blasfemia, amico; colpirei il sole se mi offendesse. Perché se il sole potesse offendermi, io potrei colpirlo; perché c’è sempre una specie di lealtà nel gioco, e la rivalità presiede su tutta la creazione. Ma io non mi sento soggetto neanche a questa lealtà. Chi è sopra di me? La verità non ha limiti. […]
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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Melville, A letto con un cannibale

Melville, A letto con un cannibale

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di Giorgio Baruzzi

Melville, A letto con un cannibale

(da Herman Melville, Moby Dick)

 

III • ALLO SFIATATOIO
Entrando in quell’incappucciata Locanda dello Sfiatatoio ci si trovava in un vestibolo largo, basso e tutto storto, rivestito di antichi pannelli di legno che ricordavano le murate di qualche vecchio legno cassato dai ruoli. Da un lato era appeso un gran quadro a olio talmente affumicato e sfigurato in tanti modi, che a guardarlo in quella luce debole, proveniente da più parti, forse si poteva arrivare a capirne il senso soltanto con un esame accurato, una serie di sistematiche ispezioni, e un’inchiesta laboriosa in quei paraggi. Masse così incomprensibili di ombre e di buio fitto, che dapprima veniva quasi da pensare che qualche pittore giovane e ambizioso, al tempo delle streghe nel New England, avesse tentato di rappresentare l’affatturamento del Caos. Ma dopo molta e seria riflessione e rinnovati ponzamenti, e specialmente dopo avere spalancato il finestrino sul retro del locale, si veniva infine alla conclusione che un’idea come quella, per quanto sconcertante, poteva non essere completamente infondata.
Però ciò che lasciava più perplessi e confusi era la lunga, agile, portentosa massa nerastra di qualcosa che si librava al centro del quadro, sopra tre vaghe linee azzurre perpendicolari che ondeggiavano in mezzo a un fermento indefinibile. Un quadro davvero melmoso, fradicio, serpigno, da fare perdere la testa a un nevrastenico. Eppure, in esso, c’era una specie di sublimità indefinita, semiraggiunta, inverosimile, che senz’altro vi ci incollava l’occhio, finché senza volerlo uno giurava a se stesso di scoprire il significato di quella pittura stupefacente. Di tanto in tanto un’idea brillante ma ahimè ingannevole vi saettava per la mente: «È una tempesta notturna nel Mar Nero. No, è la lotta mostruosa dei quattro elementi primordiali. O una brughiera devastata. Un inverno artico. È lo spezzarsi dei ghiacci nella fiumana del Tempo.» Ma alla fine tutte queste fantasie erano sconfitte da quel non so che di misterioso in mezzo al quadro. Una volta spiegato quello, tutto il resto sarebbe stato chiaro. Un momento! Non somiglia vagamente a un pesce gigantesco? Allo stesso grande Leviatano? […]
Traversando questo buio vestibolo, e proseguendo per un arco dalla volta bassa, tagliato in quello che anticamente deve essere stato un gran camino centrale con focolai tutt’intorno, si entra nella stanza comune. Che è un posto ancora più buio, con tali travi basse e massicce in alto, e assi così vecchi e rugosi di sotto, che quasi pareva di calcare i visceri di qualche vecchia carretta, specie in una notte come questa piena di ululi, con questa vecchia arca ammarrata sull’angolo che balla così furiosamente. Da un lato stava un tavolo lungo, basso, a scaffale, coperto di vetrinette incrinate, piene di rarità polverose raccolte nei cantucci più lontani di questo vasto mondo. Sporgente dall’angolo estremo della stanza, una tana di colore scuro, il banco di mescita, rozzo tentativo di imitare la testa di una balena franca. Comunque sia, ecco lì il grande osso arcuato della mascella, così grande che quasi potrebbe passarci sotto una carrozza. All’interno, scaffali squallidi allineano vecchie caraffe, bottiglie, fiaschi, e dentro quelle mandibole svelte a distruggere, come un altro Giona maledetto (e così si chiamava in effetti) va sfaccendando un vecchino tutto avvizzito, che in cambio dei loro denari vende ai marinai deliri e morte, a caro prezzo.
[…] Scovai il padrone, e quando gli dissi che volevo una camera, mi rispose che la casa era piena: non c’era un letto libero. «Ma fermo!» disse poi dandosi un picchio in fronte. «Ti va o non ti va di spartire la coperta d’un ramponiere? Se vai a caccia come credo, fai bene ad abituarti a questa sorta di cose.»
lo gli dissi che spartire un letto non mi era mai piaciuto; che se proprio mi toccava di farlo, volevo prima vedere chi era questo ramponiere, e insomma se lui (il padrone) non aveva altro modo di arrangiarmi, e se il ramponiere non era proprio sgradevole, be’, piuttosto che andare ancora a zonzo in un posto che non conoscevo in una notte così brutta, mi sarei contentato di metà della coperta di qualunque persona decente.
«L’avevo immaginato. Bene, mettiti a sedere. Qualcosa da mangiare? Cena? La cena sarà pronta subito.» […]
«Padrone!» dico, «ma che razza di uomo è, rientra sempre così tardi?» Ci mancava poco a mezzanotte.
Il padrone rifece la sua risatella magra, come divertito assai da ciò che non riuscivo a capire. «No,» rispose, «di solito è un tipo mattiniero. Presto a letto e presto in piedi, sicuro, è uno che piglia pesci. Ma stasera è uscito a svendere, capisci, e proprio non mi spiego che diavolo gli fa fare così tardi, tranne che forse non riesce a smerciare la testa.»
«Smerciare la testa? Ma cos’è questa storia?» Cominciavo ad arrabbiarmi forte. «Padrone, vuoi dire sul serio che in questa notte benedetta di sabato, o meglio mattina di domenica, quell’uomo va in giro e si dà da fare per vendersi la testa?»
«Precisamente,» disse il padrone, «e io gliel’ho detto che qui non poteva farcela perché il mercato è pieno.»
«Ma di che?» gridai.
«Di teste, appunto. Non ci sono troppe teste al mondo?»
«Stammi a sentire, padrone,» dissi con assoluta freddezza, «meglio smetterla con queste favole, non sono un fesso.»
«Può darsi.» Prese una scheggia di legno e si appuntò uno stuzzicadenti. «Ma ci scommetto che avrai fessa la zucca se quello ti sente che gli calunni la testa.»
«Io gliela rompo, la testa,» feci imbestialito da quelle sue assurdità.
«È già rotta,» dice.
«Rotta? Rotta hai detto?»
«Sicuro, ed è per questo che non riesce a venderla, credo.»
«Padrone,» dico, e m’avvicino gelido come il monte Ecla in una tormenta. «Padrone, piantala di raschiare. Tu e io dobbiamo spiegarci, e subito per giunta. Io vengo alla tua locanda e chiedo un letto; tu mi rispondi che puoi darmene solo metà, e l’altra metà è di un certo ramponiere. E su questo ramponiere che ancora non ho visto continui a raccontarmi storie che sono le più grossolane mistificazioni e provocazioni, e che finiscono col farmi venire la nausea per questa persona con cui debbo dormire: che è un rapporto, padrone, estremamente intimo e confidenziale. Ora ti domando di parlare chiaro, e dirmi chi e che diavolo è questo ramponiere e se posso stare tranquillo sotto ogni punto di vista passando la notte con lui. E in primo luogo sarai così gentile da rimangiarti questa storia della testa: perché, se è vera, è prova sicura che questo ramponiere è pazzo da manicomio, e non ho nessuna intenzione di dormire con un pazzo; e tu amico, dico tu, padrone, tu egregio signore, sapendo questo e cercando di convincermi a farlo, ti rendi di conseguenza passibile di azione penale.»
«Càspita,» disse il padrone tirando un gran respiro, «questo sì è un predicozzo per uno che si sbottona di rado. Ma sta’ tranquillo, non ti preoccupare, questo ramponiere che ti dicevo è appena arrivato dai mari del Sud, dove ha comprato un mucchio di teste imbalsamate della Nuova Zelanda (gran rarità come sai) e le ha vendute tutte tranne una, e quest’ultima cerca di venderla stanotte, perché domani è domenica e non sarebbe il caso di andare in giro a vendere teste umane mentre la gente va in chiesa. Ci ha provato domenica scorsa ma lo trattenni proprio mentre usciva, con quattro teste infilate in uno spago che sul mio onore parevano una filza di cipolle.»
Questo resoconto chiarì il mistero che altrimenti era incomprensibile, e provò che dopo tutto il padrone non aveva avuto nessuna intenzione di prendermi in giro, ma d’altra parte che pensare di un ramponiere che la notte di sabato la passa fuori, fino alla santa domenica, dandosi da fare per vendere teste di miscredenti morti, che è un vero lavoro da cannibali? […]
Sedetti sulla sponda del letto e cominciai a pensare a questo ramponiere smerciatore di teste e al suo tappeto. Dopo avere pensato un poco seduto sul letto, mi alzai, mi tolsi la giubba, e mi misi a pensare in mezzo alla camera. Poi mi tolsi la giacca e pensai un altro poco in maniche di camicia. Ma cominciando ora a sentire un gran freddo, mezzo svestito com’ero, e ricordando ciò che aveva detto il padrone, che probabilmente il ramponiere non sarebbe tornato affatto quella notte, visto che era così tardi, non stetti più a frastornarmi: sgusciai da calzoni e stivali, soffiai sulla candela e mi buttai nel letto mettendomi nelle mani di Dio.
Se il materasso fosse pieno di pannocchie di granturco o d stoviglie rotte non è facile dirlo, ma certo mi rigirai parecchio e per un bel pezzo non chiusi occhio. Alla fine scivolai in un leggero sopore, e quasi quasi filavo al largo verso la terra del Primosonno, quando sentii nel corridoio un passo pesante e vidi un filo di luce entrare in camera da sotto l’uscio.
Dio mi salvi, penso, dev’essere il ramponiere, quel dannato mercante di teste. Ma rimasi immobile come un morto e deciso a non fiatare sinché non mi si parlasse. La candela in una mano, e quella famosa testa nell’altra, lo sconosciuto entrò in camera e senza guardare al letto posò la candela parecchio lontano da me, in un angolo del pavimento; quindi si mise a lavorare di dita sui nodi del saccone che come dissi prima stava nella camera. Non vedevo l’ora di guardarlo in faccia, ma quello la tenne rivolta dall’altro lato per tutto il tempo che rimestò per slacciare la bocca del sacco. Fatto questo, però, si volse, e allora Dio che vista! Una faccia! Era di un colore cupo, purpureo e giallastro, tutta chiazzata qua e là di grossi riquadri nericci. Sì, era proprio come temevo, un compagno di letto terribile; avrà preso parte a una rissa, è stato massacrato, e viene dritto dal chirurgo. Ma in quel momento gli capitò di voltare la faccia alla luce e vidi benissimo che non potevano assolutamente essere cerotti, quei quadrati neri sulle guance. Erano macchie, chi sa di cosa. Dapprima non ci capivo niente, ma subito ebbi sentore della verità. Ricordai la storia di un bianco, anzi proprio un baleniere, che era capitato fra i cannibali ed era stato tatuato. A questo ramponiere, conclusi, nel corso dei suoi lunghi viaggi sarà capitata la stessa avventura. E dopo tutto che vuol dire? pensai. È solo questione di facciata. Un uomo può essere onesto sotto qualunque pelle. D’altro canto non sapevo spiegarmi quel colorito inumano, quello cioè delle parti attorno, che niente avevano a spartire coi quadrelli del tatuaggio. Certo, poteva trattarsi semplicemente d’una buona mano di abbronzatura tropicale, ma non avevo mai sentito dire che il sole forte possa dare a un uomo bianco il colore della tintura di iodio. Però non ero mai stato nel Sud, e magari laggiù il sole produceva sulla pelle questi effetti straordinari. Basta, mentre tutti questi pensieri mi passavano come lampi per il cervello, il ramponiere non si era accorto di me assolutamente. Ma avendo dopo qualche difficoltà aperto la sua sacca, si mise a rovistarci dentro e subito ne tirò fuori una specie d’ascia di guerra, e una bisaccia di foca col pelo. Le mise sulla cassaccia in mezzo alla camera, afferrò la testa neozelandese che era proprio una roba da vomitare, e la ficcò nel sacco. Infine si tolse il cappello, un cappello nuovo di castoro, e io trattenni un urlo, tanta fu la nuova sorpresa. Non aveva capelli in testa, o quasi, niente altro che un ciuffetto attorcigliato sul davanti. La testa pelata e rossiccia era precisa identica una testa di morto ammuffita. Se non si fosse trovato fra me e la porta, mi sarei buttato fuori più in fretta che non abbia mai buttato giù un pranzo.
Ebbi anzi lo stesso l’idea di calarmi dalla finestra, ma eravamo al secondo piano, all’interno. Non sono un vigliacco, ma non sapevo più assolutamente cosa pensare di quel rosso farabutto mercante di teste umane. L’ignoranza è madre della paura, e trovandomi completamente confuso e rimbambito di fronte a questo strano tipo, lo confesso, ne ebbi paura come se il demonio stesso avesse fatto irruzione in piena notte nella mia camera. Ne avevo tanta paura, di fatti, che non avevo neanche il coraggio di parlargli e di esigere una spiegazione soddisfacente su quelle sue incredibili qualità.
Intanto quello continuava l’operazione di spogliarsi, e infine mostrò il petto e le braccia. Quant’è vero che son vivo, queste sue parti nascoste erano tutte marcate con gli stessi scacchi che aveva in faccia; la schiena pure, tutta a quadrelli neri; pareva che avesse combattuto in qualche guerra dei trent’anni e ne scappasse proprio allora con una camicia di cerotti. Non solo, persino le gambe aveva marcate, come se un branco di rane verdiscure stessero arrampicandosi sopra tronchetti di palme. Ormai non c’era dubbio che costui doveva essere qualche selvaggio abominevole, imbarcato su una baleniera nei mari del Sud e quindi sbarcato su questa terra cristiana. A pensarci mi venivano i brividi. E per giunta un mercante di teste, magari le teste dei suoi fratelli. Magari s’incapricciava della mia… per Dio! Guarda che mannaia!
Neanche il tempo di rabbrividire ebbi, che il selvaggio si mise a fare qualcosa che ipnotizzò la mia attenzione completamente, e mi persuase che doveva essere proprio un senzadio. Si era avvicinato al gabbano, mantello o giaccone di lana pesante che aveva appeso a una sedia, e frugando nelle tasche ne tirò fuori una curiosa figuretta sgorbia, con una gobba sul dorso e il colore preciso di un neonato congolese di tre giorni. Ricordando la testa imbalsamata, quasi pensai dapprima che quel manichino nero fosse un bambino autentico
conservato in qualche maniera simile. Ma vedendo che non pareva flessibile affatto, e luccicava come un pezzo di avorio lustrato, conclusi che doveva essere solo un idolo di legno, e così infatti risultò. Perché ora il selvaggio va al camino vuoto, toglie il parafuoco di carta, e piazza quella goffa cosina tra gli alari, dritta come un birillo. Gli stipiti del camino e i mattoni lì dentro erano tutti neri di fuliggine, perciò pensai che quel focolare era proprio il tempietto che ci voleva, la cappelluccia adattissima al suo idolo congolese.
Ora strizzavo forte gli occhi verso la figura seminascosta, e nello stesso tempo stavo sulle spine, per vedere come andasse a finire. Quello cava anzitutto un paio di manciate di trucioli dalla tasca del gabbano, e li sistema con cura davanti al feticcio; poi ci mette sopra una scaglia di galletta, accosta la fiamma della candela e accende i trucioli in un bel fuoco sacrificale. Quindi diteggia svelto tra la fiamma, ritrae ancora più svelto le dita come se le avesse scottate malamente, e alla fine riesce ad acchiappare la galletta; ne soffia via un po’ di calore o di cenere, e ne fa una cortese offerta al negretto. Ma quel diavoletto non parve gradire per niente un tipo di alimentazione così asciutto: nemmeno mosse le labbra. Tutte queste buffonerie furono accompagnate da suoni gutturali ancora più strambi da parte del fedele, che pareva pregare in cantilena o cantare qualche salmodia pagana, facendo intanto con la faccia le smorfie più innaturali. Alla fine, spegnendo il fuoco, sollevò l’idolo senza troppe cerimonie e lo rificcò nella tasca del mantello, con la noncuranza di un cacciatore che insacca una beccaccia morta.
Tutti questi strani procedimenti aumentavano la mia preoccupazione, e vedendo ora da certi chiari sintomi che quello stava per finire le sue faccende e saltare a letto, pensai che era il momento, ora o mai più, prima che spegnesse la luce, di rompere l’incanto che mi aveva paralizzato così a lungo.
Ma il tempo che mi ci volle a decidere cosa dire mi fu fatale. Presa dal tavolo l’accetta di guerra egli ne guardò per un attimo la testa, e accostandola alla fiamma con la bocca al manico ne tirò grandi nuvole di fumo di tabacco. L’attimo dopo la candela era spenta e questo cannibale feroce, la scure tra i denti, mi balzò nel tetto. Io senza più potermi trattenere gridai, e con un improvviso grugnito di stupore quello cominciò a palparmi.
Balbettando qualcosa, non so che, rotolai contro il muro e lo scongiurai, chiunque o qualunque cosa fosse, di star buono e lasciarmi alzare e riaccendere la candela. Ma le sue risposte gutturali mi fecero subito capire che egli afferrava malissimo ciò che gli dicevo.
«Chi diavolo?» disse infine, «tu no parlare, dannazione, io ammazzo!» E la mannaia accesa cominciò a svolazzarmi attorno nel buio.
«Padrone, per amor di Dio, Pietro Bara!» gridai. «Padrone! Allarme! Bara! Angeli! Aiuto!»
«Parla! Dici chi sei, o diavolo ammazzo!» ringhiò di nuovo il cannibale mentre i suoi paurosi svolazzi con l’ascia mi spargevano addosso le ceneri di tabacco ardenti, tanto che credetti che la biancheria mi stesse per pigliar fuoco. Ma grazie a Dio in quel momento il padrone entrò in camera con la candela in mano, e con un salto dal letto gli corsi incontro.
«Andiamo, niente paura», disse ricominciando a ghignare. «Queequeg qui non è capace di torcerti un capello.»
«E smettila di ghignare», urlai. «E perché non mi hai detto che questo ramponiere dell’inferno era un cannibale?»
«Ma credevo che lo sapessi… non ti ho detto che era fuori a smerciar teste? Be’, un altro colpo di pinne, e torna a dormire. Queequeg, senti: tu capisci me, io capiscio te: questo uomo dorme te. Capisci me?
«Me capire molto», grugnì Queequeg tirando alla pipa e alzandosi a sedere sul letto.
«Tu dentro», aggiunse facendomi cenno con la scure di guerra e buttando da un lato la sua roba. E in realtà lo fece in una maniera non solo civile ma veramente cortese e caritatevole. Stetti a guardarlo un momento. Con tutti i suoi tatuaggi, era in complesso un cannibale pulito e di aspetto gradevole. Che è tutto questo chiasso che ho fatto, dico a me stesso: costui è un essere umano proprio come me, ed ha tanto motivo di temermi come io di temere lui. Meglio dormire con un cannibale sobrio che con un cristiano ubriaco.
«Padrone, digli di mettere via l’ascia o pipa o quello che sia, insomma digli di smettere di fumare e andrò sotto con lui. Non mi piace avere a letto uno che fuma. È pericoloso. Per giunta non sono assicurato.»
Glielo disse, e Queequeg subito consentì, e di nuovo mi accennò gentilmente di mettermi a letto, rotolandosi tutto da una parte come per dire: Non ti sfioro nemmeno una gamba.»
«Buona notte, padrone», dissi, «puoi andare.»
Mi ficcai sotto: mai dormito meglio in vita mia.
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2011 (Traduzione di Bianca Gioni)

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Melville, Chiamatemi Ismaele

Melville, Chiamatemi Ismaele

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di Giorgio Baruzzi

Melville, Chiamatemi Ismaele

da Herman Melville, Moby Dick

I • Miraggi

 

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa – non importa quanti esattamente -avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si butta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano. […]
Ora, quando io dico che ho l’abitudine di mettermi in marette le volte che comincio a vedermi una nebbia innanzi agli occhi e a sentir troppo i miei polmoni, non intendo inferire ch’io mi metta in mare come passeggero. Poiché a imbarcarsi come passeggero, bisogna di necessità avere un portafoglio, e un portafoglio è soltanto uno straccio, se non c’è qualcosa dentro, D’altra parte i passeggeri soffrono il mal di mare, diventano litigiosi, non dormono la notte, in generale non si divertono gran che: no, io non mi imbarco mai come passeggero e nemmeno, sebbene io non sia poi un marinaio d’acqua dolce, come commodoro, come capitano, o come cuoco. […]
No, quand’io mi metto in mare, lo faccio da semplice marinaio, ben dinanzi all’albero, ben giù nel castello e bene arriva alla testa d’alberetto. È vero, mi danno un bel po’ di ordini e mi fanno saltare sulle manovre, come una cavalletta a maggio in un prato. E, sulle prime, la faccenda è abbastanza spiacevole. Tocca una persona nell’onore , specialmente se accade che questa persona discenda da una vecchia famiglia residente, i Van Rensselaers o i Randolphs o gli Hardicanutes. E più che tutto vi succede questo se, soltanto un poco prima di cacciar le mani nel secchiello del catrame, voi l’avete fatta da padrone in qualità di maestro di scuola in campagna, dove i ragazzi più grandi vi stavano innanzi come al nume. È forte il passaggio, ve l’assicuro, da maestro di scuola a marinaio, e richiede una robusta alimentazione a base di Seneca e di Stoici, per mettervi in grado di sorriderci e sopportarlo. Ma anche questo col tempo dà giù.
Che cosa importa se qualche spilorcio di un capitano mi comanda di andare a prendere la scopa e strofinare mi ponti? Che cosa conta più quest’indegnità pesata, poniamo, con le bilance del Nuovo Testamento? Credete che l’Arcangelo Gabriele mi ritenga da meno perché io ubbidisco con prontezza e rispetto in questo particolare accidente  a quel vecchio spirciolone? Chi non è schiavo al mondo? Rispondetemi a questo. E dunque, per quanto il vecchio capitano mi dia ordini su ordini, per quanto io riceva pugni e spunzonate, io ho la soddisfazione di sapere che tutto va bene, che ogni uomo è, in un modo o nell’altro, servito esattamente alla stessa maniera, voglio dire, da un punto di vista fisico o da uno metafisico, e così l’universale punzonatura va attorno e tutti dovrebbero fregare la schiena l’uno all’altro e restare soddisfatti.
Ancora, io mi metto sempre in mare come marinaio, perché così si fanno un dovere di pagarmi il disturbo, mentre ai passeggeri, che io sappia, non pagano mai neanche un soldo. Al contrario, i passeggeri devono pagare loro. Ed ecco tutta la differenza al mondo tra pagare e venir pagato. L’atto di pagare è forse la condanna più seccante che i due ladri del frutteto ci abbiano lasciato in eredità. Ma venir pagato, che cosa c’è di comparabile al mondo? La cortese avidità con cui un uomo riceve il denaro è veramente meravigliosa, se si pensa che noi siamo così profondamente convinti che il denaro è la radice di tutti i mali terreni e che, a nessun patto, può un uomo danaroso entrare nel cielo. Ah, con quanta allegrezza noi ci buttiamo alla perdizione!
Finalmente, io mi metto sempre in mare come marinaio, per via del sano esercizio e dell’aria pura che si gode sul ponte di prora. […] Ma per quale ragione io, che avevo ripetutamente sentito l’odore del mare in qualità di marinaio mercantile, dovessi ora cacciarmi in testa di partire per un viaggio a balene, a questo l’invisibile questurino dei Fati, che è incaricato della mia costante sorveglianza e che segretamente mi tien dietro come un cane e in qualche modo mi trasmette i suoi influssi: a questo può rispondere lui meglio di chiunque altro. E senza dubbio la mia partecipazione a questo viaggio baleniero era parte del gran programma che la Provvidenza tracciò tanto tempo fa. […]
Da H. Melville, Moby Dick o la Balena, Adelphi, 1994. (traduzione di Cesare Pavese)

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