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Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Michail Bulgakov, Il volo di Margherita

Da Il Maestro e Margherita (Capitolo ventunesimo)
Dopo aver spalmato su tutto il corpo un unguento datole da Azazello, che la ringiovanisce e la rende bellissima e piena di energia vitale, dopo aver scritto una lettera di addio al marito e aver salutato con affetto la domestica Natasa, Margherita vola in cielo nella notte moscovita su uno spazzolone, per raggiungere la dimora di Woland. Giunta nei pressi del Dramilit (Casa del drammaturgo e del letterato), scopre che all’ottavo piano del palazzo si trova l’appartamento del critico Latunskij, stroncatore dell’opera del Maestro. Latunskij per sua fortuna è assente, tuttavia Margherita, con un pesante martello comincia un’opera di distruzione dell’appartamento, allagandolo, e dei beni del critico. Quando la cameriera dell’appartamento sottostante giunge a suonare, lei esce e inizia a frantumare i vetri delle finestre dell’intero palazzo. Giunta al terzo piano, tranquillizza un bambino spaventato e solo, poi riprende il volo lasciando il palazzo nel caos. In volo la raggiunge anche Natasa, trasformata anch’ella in una bellissima strega dalla crema di Azazello, in groppa a Nikolaj Ivanovic, trasformato a sua volta in verro. Poi Natasa riparte a folle velocità. Poco dopo Margherita si ferma presso un fiume e si tuffa nelle sue acque. Sulla riva Margherita viene accolta gioiosamente da streghe nude che le danno il benvenuto, poi un essere dal piede caprino le offre un calice di champagne e le procura una curiosa auto stregonesca che la conduce in volo verso Mosca.
 
Margherita guardò di sottecchi la scritta, chiedendosi che cosa potesse significare la parola «Dramlit». Presa la spazzola sotto il braccio, essa penetrò nell’atrio urtando con la porta il guardaportone meravigliato e sulla parete a fianco dell’ascensore scorse un’enorme lavagna nera che recava scritti in bianco i numeri degli appartamenti e i cognomi degli inquilini. La scritta «Casa del drammaturgo e del letterato» che sormontava l’elenco strappò a Margherita un grido soffocato di cupidigia. Si alzò un po’ di più in aria e cominciò a leggere avidamente i cognomi: Chustov, Dvubratskij, Kvant, Beskudnikov, Latunskij – Latunskij! – strillò Margherita. – Latunskij! Ma è proprio lui… è quello che ha rovinato il Maestro!
Il guardaportone davanti all’ingresso, sbarrando gli occhi e saltellando addirittura dallo stupore, guardava la lavagna nera, sforzandosi di capire per quale prodigio l’elenco degli inquilini avesse improvvisamente cacciato uno strillo.
Nel frattempo, però, Margherita aveva già cominciato a volare con impeto su per le scale ripetendo come inebriata:
– Latunskij ottantaquattro… Latunskij ottantaquattro…Ecco a sinistra l’ottantadue, a destra l’ottantatre, poi ancora più in alto, a sinistra, l’ottantaquattro! Ci siamo! Ed ecco anche il biglietto da visita: «O. Latunskij».
Margherita saltò giù dalla spazzola e il pianerottolo di pietra le rinfrescò piacevolmente le piante dei piedi accaldate. Suonò una volta, due. Ma nessuno apriva. Margherita si mise a premere più forte il bottone e sentì lei stessa lo scampanellio che echeggiava nell’appartamento di Latunskij.
Sì, colui che occupava l’appartamento n. 84 all’ottavo piano doveva essere grato fino alla morte al defunto Berlioz perché il presidente del MASSOLIT era finito sotto un tram e perché la seduta commemorativa era stata fissata appunto per quella sera. Era nato sotto una buona stella, il critico Latunskij, essa l’aveva salvato dall’incontro con Margherita, divenuta una strega quel venerdì.
Nessuno veniva ad aprire. Allora Margherita volò giù a tutto gas, contando via via i piani, arrivò da basso, irruppe nella via e, guardando in alto, contò e controllò i piani da fuori, chiedendosi quali fossero precisamente le finestre dell’appartamento di Latunskij. Non c’era dubbio, erano le cinque finestre buie all’angolo dell’edificio, all’ottavo piano. Quando l’ebbe accertato, Margherita si alzò in aria e pochi secondi dopo essa entrava dalla finestra aperta in una stanza non illuminata in cui s’inargentava soltanto un’esigua passatoia di chiaro di luna. Margherita la percorse, trovò a tastoni l’interruttore. Un minuto dopo tutto l’appartamento era illuminato. La spazzola stava in un angolo. Assicuratasi che non c’era nessuno in casa, Margherita aprí l’uscio delle scale e controllò se c’era quel biglietto da visita. Il biglietto c’era, Margherita l’aveva imbroccata. Già, si dice che ancora adesso il critico Latunskij impallidisca al ricordo di quella terribile sera e che pronunzi con venerazione il nome di Berlioz. S’ignora del tutto da quale fosco e infame delitto sarebbe stata contrassegnata quella sera: al ritorno dalla cucina Margherita si trovò tra le mani un pesante martello.
La nuda e invisibile volatrice si frenava e si esortava alla calma le mani le tremavano dall’impazienza. Mirando attentamente essa colpí la tastiera del pianoforte e per tutto l’appartamento si diffuse il primo urlo lamentoso. Gridava disperatamente il Becker a mezza coda che era del tutto innocente. I suoi tasti sprofondavano, i rivestimenti di osso volavano da ogni parte.
Lo strumento rimbombava ululava, rantolava, tintinnava. Con un rumore che pareva quello di una rivoltellata, sotto il colpo del martello si spaccò la parte superiore, tirata a lucido, della cassa armonica. Ansimando, Margherita strappò e fracassò le corde col martello. Infine, stanca morta, si lasciò cadere di schianto su una poltrona per ripigliar fiato.
Nel bagno l’acqua rombava e così pure in cucina. «Credo che cominci già a scorrere sul pavimento…», pensò Margherita, e aggiunse ad alta voce:
– Però non è il caso di trattenersi a lungo.
Dalla cucina un torrente scorreva già nel corridoio. Guazzando a piedi nudi nell’acqua.
Margherita portò secchi d’acqua dalla cucina nello studio del critico versandoli nei cassetti della scrivania. Poi, demolita col martello la porta della libreria in quello stesso studio, Margherita corse nella camera da letto. Dopo aver rotto l’armadio a specchio, ne tirò fuori un completo del critico e l’annegò nel bagno. Sul soffice, rigonfio letto a due piazze, vuotò tutto il calamaio che aveva preso nello studio.
La devastazione che essa andava operando le procurava un ardente piacere, ma ciononostante perdurava in lei l’impressione che i risultati fossero alquanto miseri. Si diede quindi a lavorare a casaccio. Prese a spaccare i grandi vasi di ficus nella stanza dove c’era il pianoforte, ma senza aver portato a termine la sua opera, tornò in camera da letto e con un coltello da cucina tagliò le lenzuola, mandò in frantumi le fotografie sotto vetro. Pur non sentendosi stanca, era grondante di sudore.
Intanto, nell’appartamento n. 82, sottostante quello di Latunskij, la cameriera del drammaturgo Kvant prendeva il tè in cucina, chiedendosi che cosa fossero quel fracasso, quel correre su e giù e quel tintinnio che provenivano dal piano di sopra. Alzò il capo verso il soffitto e s’accorse a un tratto che sotto i suoi occhi esso veniva mutando il suo color bianco, in un altro, cadaverico, bluastro. La macchia si allargava a vista d’occhio, e all’improvviso delle grosse gocce spuntarono sul soffitto. Per un paio di minuti la cameriera rimase seduta, meravigliandosi di questo fenomeno, finché dal soffitto cominciò a venir giù una vera pioggia che batteva sul pavimento. In quel punto essa balzò in piedi, mise una bacinella sotto lo zampillo la qual cosa non servì a nulla, giacché la pioggia si estendeva e cominciava ad allagare anche il fornello a gas e la tavola ingombra di stoviglie. Allora, gettando un grido, la cameriera di Kvant scappò sulle scale e subito dopo in casa di Latunskij cominciò a squillare il campanello.
– Già, hanno cominciato a suonare… È ora di andarsene, – disse Margherita. Si sedette a cavallo della spazzola, ascoltando una voce femminile che gridava attraverso il buco della serratura:
– Aprite! Aprite! Dusja, apri! Scorre l’acqua da voi? Noi siamo inondati!
Margherita si alzò di un metro e menò un colpo al lampadario. Due lampadine andarono in pezzi e le gocce di cristallo schizzarono da ogni parte. Le grida attraverso il buco cessarono, si sentì uno scalpiccio sulle scale. Margherita volò alla finestra, scivolò fuori, prese un piccolo slancio e col martello menò un colpo sul vetro. Esso esalò un singhiozzo e le schegge corsero giù come una cascata lungo il muro rivestito di marmo. Margherita volò verso la finestra seguente. Laggiù in basso qualcuno si mise a correre sul marciapiede, una delle due macchine ferme davanti all’ingresso azionò la sirena e partì.
Finito che ebbe con le finestre di Latunskij, Margherita volò verso quelle dell’appartamento attiguo. I colpi cominciarono a farsi più frequenti, il vicolo si riempì di suoni e di fracasso. Dal primo ingresso uscì di corsa il guardaportone, guardò in su, esitò un po’, non sapendo lì per lì quel che doveva fare, poi si mise il fischietto in bocca e si diede a fischiare disperatamente. Più che mai infervorata da quel fischio, Margherita frantumò il vetro dell’ultima finestra dell’ottavo piano, poi scese al settimo e anche lì cominciò a spezzare i cristalli.
[Giunta al terzo piano, tranquillizza un bambino spaventato e solo, poi riprende il volo a grande velocità, lasciando il palazzo nel caos.]
In quel punto Margherita fu assalita dal pensiero che, in fondo, non avrebbe dovuto far volare così freneticamente la spazzola, perché si privava della possibilità d’osservare bene le cose e d’inebriarsi del volo, come si conviene. Qualcosa le diceva che là dov’era diretta l’avrebbero aspettata e che quindi era inutile sottoporsi al fastidio di una velocità e di un’altezza così insensate.
Margherita inclinò in avanti la spazzola la cui coda si sollevò, e, rallentando molto, scese verso terra. E questo scivolare giù, come in toboga, le procurò un grandissimo piacere. La terra si alzò verso di lei e in quella che era stata fino allora un’informe massa nera si andavano palesando i segreti e i fascini della terra in una notte di luna. La terra saliva verso Margherita e già l’investiva l’odore dei boschi verdeggianti. Sorvolò, sfiorandola quasi, la bruma che copriva un prato rugiadoso, poi uno stagno. Sotto di lei le rane cantavano in coro e da lontano giungeva il rumore di un treno che la commuoveva profondamente, chi sa perché. Margherita non tardò a scorgerlo; strisciava lento come un bruco, seminando scintille nell’aria. Oltrepassatolo, essa volò ancora sopra uno specchio d’acqua in cui galleggiava una seconda luna, poi si abbassò ancora di più e proseguí, sfiorando quasi coi piedi le vette dei pini giganteschi.
Dietro si sentiva un greve rumore di aria solcata che cominciava a raggiungere Margherita.
A poco a poco a questo rumore di un oggetto volante, forse un proiettile, si unì una risata femminile, udibile a molte verste di distanza. Margherita si voltò e s’accorse che era inseguita da un oggetto scuro e complicato. Via via che s’avvicinava a lei, si profilava sempre meglio e si cominciava a vedere che era qualcuno che volava a cavallo. Infine si delineò completamente: rallentando, Nataša raggiunse Margherita.
Interamente nuda, coi capelli scarmigliati che volavano per aria, essa cavalcava un grosso verro il quale stringeva fra le zampe anteriori una cartella, e con le posteriori martellava l’aria. Di quando in quando un paio d’occhiali a molle che sfavillavano al chiaro di luna, e poi si spegnevano, cadendogli dal naso, svolazzavano a fianco del verro, appese a un cordoncino, e il cappello gli scivolava tutto il tempo sugli occhi. Esaminatolo ben bene, Margherita riconobbe nel verro Nikolaj Ivanovič, e allora la sua risata risuonò sopra il bosco, mischiandosi con quella di Nataša.
– Nataša! – gridò Margherita con voce acuta. – Ti sei data la crema?
– Gioia mia!! – rispose Nataša, ridestando con i suoi schiamazzi la pineta addormentata. – Mia regina francese, gliel’ho data anche a lui sulla zucca pelata, anche a lui!
– Principessa! – urlò il verro con voce piagnucolosa, portando al galoppo l’amazzone.
– Margherita Nikolaevna! Gioia mia! – gridava Nataša, galoppando a fianco di Margherita, – lo confesso, ho preso la crema! Anche noialtre, sa, vogliamo vivere e volare! Mi perdoni, sovrana, ma io non tornerò, neppure dipinta tornerò! Ah, che bellezza, Margherita Nikolaevna!…Ha chiesto la mia mano, – e Nataša indicò col dito il collo del verro ansimante e vergognoso, – me l’ha chiesta!
Come mi hai chiamata, eh? – gridò Nataša, chinandosi all’orecchio del verro.
– O dea! – ululò questi, – non posso volare così presto! Potrei perdere qualche carta importante, Natal’ja Prokof’evna, io protesto!
– Va’ un po’ al diavolo, tu e le tue carte! – gridò Nataša, ridendo sguaiatamente.
– Che dice mai, Natal’ja Prokof’evna? Potrebbero sentirci! – urlò il verro in tono d’implorazione.
Mentre volava a fianco di Margherita, Nataša le raccontò fra le risa quanto era accaduto nella palazzina dopo che Margherita Nikolaevna aveva varcato in volo il portone.
Nataša confessò che, senza più toccare alcuna delle cose a lei regalate, si era spogliata di furia, s’era buttata sulla crema e se l’era immediatamente spalmata addosso. E le era accaduto lo stesso che alla sua padrona. Mentre Nataša, ridendo di gioia, s’inebriava della sua magica bellezza davanti allo specchio, la porta si era aperta e le era comparso dinanzi Nikolaj Ivanovič. Era agitato, teneva in mano il camicino di Margherita Nikolaevna, nonché il proprio cappello e la cartella.
Vedendo Nataša, Nikolaj Ivanovič era allibito. Riavutosi un po’, rosso come un gambero, aveva dichiarato che s’era creduto in dovere di raccattare il camicino, di riportarlo personalmente…
– Cosa non ha detto, quel mascalzone! – strillava e rideva Nataša. – Cosa non ha fatto per adescarmi! Quanto denaro ha promesso! Diceva che Klavdija Petrovna non ne avrebbe saputo nulla.
Su, parla, dico bugie? – gridò Nataša al verro, e questi, tutto vergognoso, si limitò a voltare il muso dall’altra parte.
Dopo aver folleggiato in camera da letto, Nataša aveva unto con la crema Nikolaj Ivanovič, e lei stessa era rimasta sbalordita. La faccia del rispettabile inquilino del piano di sotto s’era ridotta a un grugno, ai piedi e alle mani gli erano spuntati gli zoccoli. Guardatosi nello specchio, Nikolaj Ivanovič aveva cacciato un urlo selvaggio e disperato, ma era troppo tardi. Pochi secondi dopo, cavalcato da Nataša, egli volava via da Mosca, sa il diavolo dove, singhiozzando di dolore.
– Esigo che mi venga restituito il mio aspetto normale! – rantolò e grugnì a un tratto il verro con tono fra il disperato e il supplichevole. – E non intendo volare a un assembramento illegale!
Margherita Nikolaevna, lei ha l’obbligo di ridurre alla ragione la sua cameriera!
– Ah, sicché adesso sarei la cameriera per te? La cameriera? – gridava Nataša, pizzicando l’orecchio del verro. – E non ero una regina? Non mi chiamavi così?
– Venere! – rispose lamentosamente il verro, volando sopra un torrente spumeggiante fra le rocce e sfiorando con gli zoccoli i cespugli di nocciolo.
– Venere! Venere! – proclamò vittoriosamente Nataša, mettendosi una mano sul fianco e protendendo l’altra verso la luna. – Margherita! Regina! Interceda per me, affinché mi lascino continuare a essere strega! Per lei faranno tutto, lei è potente!
E Margherita rispose:
– Va bene, lo prometto.
– Grazie! – esclamò Nataša, e all’improvviso si mise a gridare in tono brusco e anche un po’ malinconico: – Arri! Arri! Più presto! Più presto! Su, dài!
Ella strinse fra i calcagni i fianchi del verro, dimagriti durante la folle galoppata ed egli diede una strappata tale che riprese a fendere l’aria; dopo un attimo Nataša non era più che un puntino nero, poi scomparve del tutto e il rumore del suo volo si dileguò. […]

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Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita

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di Giorgio Baruzzi

Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita

Io sono una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente opera il Bene.

 >> Non parlare mai con sconosciuti

 >> La magia nera e il suo smascheramento

>> Il volo di Margherita

Il Maestro e Margherita (Мастер и Маргарита) è un romanzo russo di Michail Bulgakov, riscritto più volte tra il 1928 e il 1940 e pubblicato, post-mortem, a cavallo tra il 1966 e il 1967.
Riassumere le vicende de Il Maestro e Margherita è opera ardua, quasi impossibile e forse inutile. Romanzo aperto a molteplici, personali interpretazioni, multiforme e spumeggiante, ricco di umorismo e di colpi di scena, Il Maestro e Margherita si sviluppa lungo tre grandi linee narrative:
  1. La Mosca degli anni Trenta, dove giungono Woland/Satana e i suoi collaboratori che la mettono a soqquadro.
  2. Il “romanzo di Pilato”, con il processo e l’esecuzione di Gesù.
  3. La vicenda d’amore tra il Maestro e Margherita

 

La storia o quasi

Nella Mosca degli anni Trenta, giunge Satana nei panni di Woland, un misterioso professore straniero esperto di magia nera, attorniato dai suoi perfidi e buffi collaboratori: Korov’ev, soprannominato Fagotto, un ex-maestro di cappella sempre vestito con abiti grotteschi, il gatto Behemot, il sicario Azazello, il pallido Abadonna, con il suo sguardo mortale, e la strega Hella. È a Mosca infatti che si svolgerà l’annuale, consueto, Ballo di Satana. Woland/Satana prende casa su via Sadovaja, mentre cerca una regina del Sabba, senza cui il ballo non può aver luogo. 
L’inizio del romanzo si svolge agli stagni Patriaršie di Mosca dove un sedicente consulente straniero esperto di magia nera (Woland) si intromette in una discussione tra il presidente della MASSOLIT, Michail Aleksandrovic Berlioz e il giovane poeta Ivan Nikolaevič Ponyrëv, sull’esistenza di Dio e la storicità di Gesù. Woland cerca di convincere i suoi atei interlocutori che Gesù è esistito davvero, affermando di avere assistito di persona al suo incontro con Ponzio Pilato e al suo processo a Gerusalemme, di essere stato anche ospite a colazione da Kant, e dicendo persino di sapere come e quando morirà Berlioz. 
Woland rievoca gli avvenimenti accaduti a Gerusalemme, relativi al processo e alla condanna di Jeshua Ha-Nozri (Gesù) al tempo del procuratore romano Ponzio Pilato. In seguito questo filone narrativo prosegue, intrecciandosi a quello principale, attraverso le pagine del perduto romanzo del “Maestro”, che raccontano ciò che accadde a Pilato nei giorni successivi alla morte di Ha-Nozri.
Ritenendo di essersi imbattuto in un folle, o peggio in una spia straniera, Berlioz si allontana per chiedere aiuto, ma giunto al cancello del parco scivola e finisce sotto un tram che gli trancia la testa, come profetizzato da Woland. Ivan, sconvolto e disperato, tenta di far catturare Woland e la sua banda, informando tutti dei loro malefici poteri, ma sarà invece internato in manicomio. Nella sua stanza dell’ospedale psichiatrico Ivan riceve la visita di un altro paziente, lo scrittore (il Maestro) di un romanzo su Ponzio Pilato, respinto e dileggiato dai critici letterari. Il Maestro racconta della sua appassionata storia d’amore con una donna sposata, della stesura del romanzo, delle stroncature della critica, degli incubi notturni e della decisione di dare alle fiamme la propria opera. Ascoltato quel che è capitato a Ivan, il Maestro gli svela che il professor Woland altri non è che Satana.
Nel frattempo Woland e la sua banda prendono possesso con l’inganno dell’appartamento di Berlioz, mentre l’altro inquilino della casa, Stepan Bogdanovič Lichodeev, il direttore del Teatro Varietà di Mosca, dopo aver scritturato Woland per uno spettacolo di magia nera viene spedito con un incantesimo di Azazello a Jalta sul Mar Nero. Il seguente spettacolo di magia nera al Teatro Varietà è un avvenimento sconvolgente che mette a nudo la vanità, l’avidità e l’egoismo dei cittadini di Mosca.
Nella seconda parte del romanzo appare Margherita Nikolaevna, l’amante che il Maestro ha abbandonato dopo una relazione segreta durata mesi. La bella e infelice donna, pur ignorandone la sorte, non ha rinunciato a ritrovare il suo amante. Il mattino successivo agli eventi del Teatro Varietà, Margherita si ridesta dopo un insolito sogno che le fa credere che presto rivedrà il suo amato. Nei pressi del Cremlino, mentre vede passare il corteo funebre di Berlioz, viene avvicinata da un bizzarro sconosciuto, Azazello, che le propone di recarsi la sera stessa a casa di uno straniero, dove potrà sapere qualcosa del suo amato Maestro. 
Margherita accetta e la sera, come indicato da Azazello, si spalma sul viso e su tutto il corpo un unguento che lui le ha dato, che in un attimo la fa diventare più bella, molto più giovane e piena di energia vitale. Spicca poi il volo a cavallo di uno spazzolone, come una strega, e dopo aver viaggiato sopra le strade e i tetti di Mosca, giunge alla fine a destinazione, presso l’appartamento occupato da Woland, non senza prima aver distrutto l’abitazione del critico Latunski, principale responsabile della sfortuna del Maestro.
Margherita accetta la proposta di Korov’ev di essere la “regina” del gran ballo del plenilunio di primavera, o “ballo dei cento re” e accoglie una moltitudine di personaggi malvagi e oscuri. La giovane supera questa straordinaria prova senza cedere, così Satana esaudisce il suo desiderio di ritrovare il Maestro, che appare nella stanza e riceve il manoscritto del romanzo, ritornato integro. […] segue…

 

Una molteplicità di personaggi

Nel romanzo ci sono oltre un centinaio di personaggi. Tra di essi, i già citati Woland, Korov’ev/Fagotto, Behemot, Azazello,  Abadonna ed Hella, Margherita e il Maestro. Vi sono inoltre Ivan Bezdomnyj (Ivan Senzacasa), giovane poeta, Michail Aleksandrovic Berlioz, presidente del MASSOLIT, Levi Matteo, presente al momento della crocifissione di Cristo, Ponzio Pilato e tanti altri. 

 

Satira e grottesco

Il Maestro e Margherita offre ai lettori una caricatura del regime stalinista. Il romanzo è una vera miniera di invenzioni, colpi di scena, situazioni comiche e grottesche e riferimenti al folklore russo. Woland svela la cattiveria degli uomini e fustiga i costumi della Mosca degli anni Trenta. Egli in particolare giudica, punisce e sbeffeggia molti rappresentanti del potere, giudicandoli uomini avidi, privi di morale e di senso della giustizia. È la parte del romanzo dove predominano la satira, il grottesco e una straordinaria capacità immaginifica, in cui vi sono cappelli che si trasformano in gatti, teste tagliate e restituite, vestiti e biancheria eleganti donati magicamente alle dame dell’alta società, che all’improvviso svaniscono lasciandole nude per strada, soldi che diventano carta straccia o si trasformano in valuta straniera.

 

Margherita e il Maestro

“Seguimi, lettore! Chi ti ha detto che non c’è al mondo un amore vero, fedele, eterno? Gli taglino la lingua malefica, a quel bugiardo. Seguimi, lettor mio, segui me solo, e io ti mostrerò un simile amore!”. Questo è l’incipit della seconda parte del romanzo, in cui compare per la prima volta il personaggio di Margherita Nikolaevna, l’amante che il Maestro ha abbandonato dopo una relazione segreta durata mesi. La bella e infelice donna, pur ignorando la sorte del suo amante, non ha rinunciato a ritrovarlo. Pur di poterlo riabbracciare accetta di recarsi da Woland, mettendo in gioco la propria stessa vita. Lei è la vera eroina, che trasformatasi in strega e in regina del gran ballo di Satana, riesce a superare la prova e a meritare di incontrare l’amato. 

 

Luce e ombra/bene e male

Uno dei temi del romanzo è quello del rapporto tra bene e male, che riecheggia il Faust di Goethe, che forse il principale punto di riferimento di Bulgakov, tanto che l’epigrafe iniziale del romanzo, è una citazione dei versi del Faust in cui Mefistofele dice:
Io sono una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente opera il Bene.
Nel capitolo ventinovesimo del romanzo, Satana dice a Levi Matteo: 
Hai pronunciato le tue parole come se tu non riconoscessi l’esistenza delle ombre, e neppure del male. Non vorresti avere la bontà di riflettere sulla questione: che cosa farebbe il tuo bene, se non esistesse il male? E come apparirebbe la terra, se ne sparissero le ombre? Le ombre provengono dagli uomini e dalle cose. Ecco l’ombra della mia spada. Ma ci sono le ombre degli alberi e degli esseri viventi. Vuoi forse scorticare tutto il globo terrestre, portandogli via tutti gli alberi e tutto quanto c’è di vivo per il tuo capriccio di goderti la luce nuda? Sei sciocco.”. 

 

Pilato, il potere, il perdono

Pilato rappresenta il potere, incapace di comprendere il messaggio di Ha-Nozri (Gesù), che però intuisce e che lo mette in crisi, così come sembra indicare il tremendo mal di testa che lo tormenta e che poi incredibilmente scompare. Ha-Nozri, il Nazareno, predica la bontà universale, consapevole della portata politica della sua predicazione. Ammette di aver detto a Giuda di Kiriat che “ogni potere è violenza sull’uomo, e … verrà un tempo in cui non vi saranno né potere, né cesari, né qualsiasi altra autorità. L’uomo giungerà al regno della verità e della giustizia, dove non occorrerà alcun potere”.
Pilato sembra comprendere la portata del messaggio di pace dell’arrestato, ma lo considera illusorio e ha paura delle sue conseguenze, perciò reagisce con violenza, urlando: “non verrà mai il regno della verità!”.  Ritiene di non poter lasciare libero un uomo che ha detto le cose che Cristo ha detto sul potere, ritiene di non poter fare altro che condannarlo, anche se poi conta che potrà essere liberato, in onore della festività pasquale, ma il gran sacerdote Caifa gli comunica la decisione di liberare Bar-Raban. L’animo di Pilato sarà perennemente in pena per aver lasciato giustiziare un innocente. Quando c’è la luna piena l’insonnia lo tormenta e quando dorme vede sempre una strada lunare, lungo la quale vorrebbe parlare con l’arrestato Ha-Nozri. Finché, alla fine, sarà perdonato, e in tal modo si concluderà il romanzo del Maestro. Il Maestro guarda Pilato, lo perdona e lo giustifica (“Sei libero, sei libero! Egli ti attende”).
 

La pace ma non la luce

Attraverso la vicenda del Maestro, Bulgakov allude alla condizione dello scrittore ai margini della società letteraria sovietica. Il Maestro è un uomo sofferente, pieno di angosce e insicurezze, è un debole che ha capito di aver scritto qualcosa che va contro i dettami del regime, che pur credendo nel valore salvifico della sua opera non ha il coraggio di difenderla fino in fondo e la brucia, sperando di salvarsi. Per questo, forse, a lui e a Margherita è concessa “la pace ma non la luce”.

 

Le numerose stesure del romanzo

Michail Bulgakov iniziò la stesura del romanzo nel 1928 e fino al 1940, anno della morte dell’autore, si contano numerose riscritture de Il Maestro e Margherita. La prima versione dell’opera fu bruciata dall’autore in una stufa, dopo aver appreso che sarebbe stato colpito da censura. Solo dalla terza versione comparvero i personaggi che danno il titolo al libro, ovvero il Maestro e la sua amata Margherita. Infatti, il nucleo originario del romanzo prevedeva soltanto la discesa a Mosca di Satana (Woland) e un abbozzo del racconto della “vera” storia di Ponzio Pilato, fatto da Woland stesso. Il romanzo doveva intitolarsi Il consulente con gli zoccoli o, in alternativa, Il mago nero. Bulgakov non vide mai il suo capolavoro pubblicato e fino al 1961 la censura sovietica non autorizzò la pubblicazione di nessuna opera dello scrittore. 
Il Maestro e Margherita fu pubblicato tra il 1966 e il 1967 in Germania, dove la rivista in lingua russa Moskva ne pubblicò una versione censurata. In Russia il romanzo arrivò nel 1973, sempre in una versione ritenuta non definitiva. La versione completa del romanzo è stata pubblicata solo nel 1989.
Eugenio Montale definì il romanzo «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione».

 

https://www.masterandmargarita.eu/en/index.html 

https://www.masterandmargarita.eu/en/06links/essaysmm.html 

https://www.masterandmargarita.eu/estore/pdf/csru006_morgan.pdf 

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=k8xtxA7EBVw&feature=emb_title 

 

 

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Michail Bulgakov, La magia nera e il suo smascheramento

Da Il Maestro e Margherita (Capitolo dodicesimo)
 
Woland e la sua banda prendono possesso con l’inganno dell’appartamento di Berlioz, mentre l’altro inquilino della casa, Stepan Bogdanovič Lichodeev, il direttore del Teatro Varietà di Mosca, dopo aver scritturato Woland per uno spettacolo di magia nera viene spedito con un incantesimo di Azazello a Jalta sul Mar Nero. Al Teatro Varietà, prima di Woland, si esibiscono tre abili acrobati. Unico a non divertirsi è il direttore finanziario Rimskij, poiché dopo Lichodeev è scomparso anche l’amministratore Varenucha! Alle dieci Rimskij va ad accogliere Woland, nel camerino con i suoi aiutanti, che gli mostrano alcuni “trucchi”. Poco dopo i tre entrano in scena estasiando il pubblico presente. In particolare, “Fagotto” Korov’ev li fa impazzire con una pioggia di banconote, che tutti si precipitano a raccogliere. Il presentatore Bengalskij li disturba perciò, seguendo il suggerimento di uno spettatore, Fagotto gli fa staccare la testa dal “gatto” Behemoth. Il pubblico inorridito chiede di perdonare il presentatore. Woland valuta con amarezza che l’avidità umana non è cambiata nel tempo e ordina di rimettere la testa a Bengalskij, che torna intero ma impazzisce e viene anche lui ricoverato in manicomio. Lo spettacolo prosegue con l’apertura di un negozio di eleganti articoli per signora. Le donne si affollano per cambiare il loro abbigliamento con vestiti, scarpe, profumi e altri oggetti alla moda. Poi, a un certo punto, tutto viene fatto scomparire. Arkadij Apollonovic Semplejarov, presidente della commissione acustica dei teatri di Mosca, chiede lo smascheramento dei trucchi. Fagotto dice che lo farà dopo un ultimo numero. Quindi sbugiarda l’uomo dicendo che la sera prima era stato con un’attrice amante, anziché a una riunione. Ne segue un parapiglia in cui sono coinvolti Semplejarov, sua moglie e una sua giovane parente, che iniziano a litigare. Il gatto grida “Lo spettacolo è finito! Maestro! Ci spari una marcia!” e l’orchestra comincia a suonare, senza rendersene conto, “una marcetta inverosimile”. Il teatro precipita in un caos generale, mentre la compagnia di Woland scompare.
 
L’apparizione del mago con l’aiutante spilungone e col gatto che entrò in scena camminando sulle zampe posteriori, piacque molto al pubblico.
– Una poltrona, – ordinò sottovoce Woland, e nello stesso istante apparve da chi sa dove una poltrona, su cui il mago si sedette. – Dimmi, gentile Fagotto, – domandò Woland al buffone vestito a quadretti che, oltre a quello di Korov’ev, aveva evidentemente un altro nome, – che ne dici, la popolazione di Mosca è molto cambiata?
Il mago guardò il pubblico silenzioso, stupefatto dall’apparizione della poltrona.
– Signorsì, Messere, – rispose sommesso Fagotto-Korov’ev.
– Hai ragione. I cittadini sono molto cambiati… esternamente dico… come la stessa città, del resto… Non parliamo poi dell’abbigliamento, ma sono apparsi quei… come si chiamano… tram, automobili…
– Autobus, – suggerí rispettosamente Fagotto.
Il pubblico seguiva con attenzione quel colloquio, pensando che esso fosse un preludio ai trucchi di magia. Le quinte erano gremite di attori e di macchinisti, e tra i loro volti si vedeva quello pallido e teso di Rimskij.
La faccia di Bengal’skij, che si era rifugiato in un lato del palcoscenico, cominciò ad esprimere imbarazzo. Egli alzò lievemente un sopracciglio e, approfittando di una pausa, disse:
– L’artista straniero esprime la sua ammirazione per Mosca, progredita dal punto di vista tecnico nonché per i moscoviti, – qui Bengal’skij sorrise due volte, dapprima alla platea, poi alla balconata.
Woland, Fagotto e il gatto voltarono la testa verso il presentatore.
– Ho forse espresso ammirazione? – chiese il mago a Fagotto.
– Signornò, Messere, lei non ha espresso ammirazione alcuna, – rispose quello.
– Allora che cosa dice quello lì?
– Racconta balle, ecco tutto! – comunicò l’aiutante quadrettato con voce sonora che si sentì in tutto il teatro e, rivolgendosi a Bengal’skij, aggiunse: – Mi congratulo con lei, signor contaballe!
In balconata si sparse un risolino, e Bengal’skij sussultò e sbarrò gli occhi.
– Ma naturalmente, non mi interessano tanto gli autobus, i telefoni e l’altra…
– Attrezzatura, – suggerì il tipo a quadretti.
– Giusto, grazie, – diceva lentamente il mago con grave voce di basso, – quanto una questione ben più importante: sono cambiati internamente, questi cittadini?
– Sí, è una questione importantissima, signore.
Tra le quinte cominciarono a scambiarsi degli sguardi e a stringersi nelle spalle; Bengal’skij era rosso, Rimskij pallido. Ma a questo punto, come se avesse intuito la nascente preoccupazione, il mago disse:
– Però la nostra conversazione è andata per le lunghe caro Fagotto, e il pubblico comincia ad annoiarsi. Facci vedere qualcosa di semplice per incominciare.
Il pubblico fece un movimento di sollievo. Fagotto e il gatto si allontanarono in direzione opposta lungo la ribalta Fagotto schioccò le dita, gridò con baldanza: – Tre, quattro! – afferrò dall’aria un mazzo di carte, lo mescolò e lo lanciò come una stella filante al gatto. Questo la prese al volo e la rimandò indietro. Il serpente satinato frusciò.
Fagotto aprí la bocca come un uccellino, e lo inghiottì interamente, carta dopo carta. Poi il gatto si inchinò, sbattendo la zampa posteriore destra, e riscosse applausi incredibili:
– Che classe! Che classe! – gridavano rapiti, dietro le quinte.
Fagotto puntò il dito verso la platea, e dichiarò:
– Adesso il mazzo di carte, egregi signori, si trova in settima fila, dal signor Parcevskij, esattamente tra un biglietto da tre rubli e una convocazione del tribunale per il mancato pagamento degli alimenti della signora Zel’kova.
Nella platea il pubblico si mosse, cominciò ad alzarsi e finalmente un signore che si chiamava proprio Parcevskij purpureo dallo stupore, trasse dal portafoglio il mazzo di carte e lo scosse in aria non sapendo che farne.
– Lo tenga per ricordo! – gridò Fagotto. – Non per niente lei diceva ieri a cena che, non fosse per il poker, la sua vita a Mosca sarebbe del tutto insopportabile.
– È vecchio, il trucco! – si udì dal loggione. – Quello della platea è uno dei vostri!
– Crede? – urlò Fagotto, socchiudendo gli occhi per meglio vedere il loggione. – In questo caso anche lei fa parte della nostra banda, perché anche lei ha il mazzo in tasca.
Nel loggione vi fu un subbuglio e si udì una voce gioiosa:
– È vero! Lo ha proprio! Qui, qui!… Aspetta! Ehi, ma sono biglietti da dieci rubli!
Quelli che sedevano in platea si voltarono. Nel loggione, un signore, sconcertato, si era trovato in tasca un pacchetto confezionato col sistema delle banche, con la scritta: «Mille rubli». I vicini gli si rovesciavano addosso, mentre lui, smarrito, grattava con l’unghia la copertina, cercando di capire se erano banconote autentiche o magiche.
– Giuro che sono veri! Soldi veri! – gridavano gioiosamente dal loggione.
– Farei anch’io una partita a carte con un mazzo del genere, – propose con allegria un grassone seduto in platea.
– Avec plaisir! – rispose Fagotto. – Ma perché con lei solo? Tutti prenderanno parte vivissima! – E ordinò: Prego di guardare in alto!… Uno! – Nella sua mano apparve una pistola; gridò: – Due! – La pistola si puntò verso l’alto. Gridò: – Tre! – Lampeggiò, tuonò, e di colpo cominciarono a cadere in sala, da sotto la cupola, e svolazzando tra i trapezi, dei biglietti bianchi.
Volteggiavano, si sparpagliavano, cadevano nel loggione, si riversavano sull’orchestra e sul palcoscenico. Alcuni secondi dopo, la pioggia di denaro s’infittì, raggiunse le poltrone, e gli spettatori cominciarono ad afferrare i biglietti.
Si alzavano centinaia di mani, gli spettatori guardavano i biglietti contro la luce del palcoscenico e riconoscevano la filigrana più autentica e più sacrosanta. Anche l’odore non lasciava adito a sospetti: era il delizioso odore inconfondibile del denaro appena stampato. Dapprima l’allegria, poi lo stupore invase l’intero teatro. Dovunque ronzava la parola: «Denaro, denaro», si sentivano esclamazioni e allegre risate. Qualcuno era già a quattro zampe nel passaggio tra le poltrone, frugava sotto i sedili. Molti erano saliti sulle poltrone per acchiappare le banconote sventate e capricciose.
Sui volti dei poliziotti cominciò a dipingersi la perplessità, mentre gli artisti, senza tanti complimenti, cominciarono a sbucare dalle quinte. Dal primo ordine di palchi si udì una voce: «Perché la pigli? E mia, è da me che volava!» e un’altra: «Non spingere, se no te lo do io uno spintone che vedi!» E a un tratto si udì il rumore di uno schiaffo. Immediatamente apparve nei palchi l’elmetto di un poliziotto, e qualcuno fu condotto
via. L’eccitazione generale stava aumentando, e non si sa come sarebbe andata a finire, se Fagotto non avesse interrotto la pioggia di denaro soffiando all’improvviso in aria.
Due giovanotti, dopo essersi scambiati un’occhiata allegra e significativa, lasciarono i propri posti per andare dritti al bar. Il teatro rumoreggiava, gli occhi di tutti gli spettatori brillavano di eccitazione. No, non si sa come sarebbe andata a finire, se Bengal’skij non avesse trovato in sé un po’ di forza e non si fosse mosso. Cercando di padroneggiarsi meglio, si fregò le mani per consuetudine, e con la voce più sonora di cui disponesse disse così:
– Ecco, signori, abbiamo appena visto un caso di cosiddetta ipnosi collettiva. Un’esperienza prettamente scientifica, che dimostra nel modo migliore che nella magia non esistono miracoli. Vogliamo ora pregare il maestro Woland di spiegarci questo trucco. Adesso, signori, vedrete che queste, che sembrano banconote da dieci rubli, scompariranno all’improvviso come sono apparse.
Applaudì, ma in completa solitudine, e sul suo volto aleggiava un sorriso sicuro, ma negli occhi questa sicurezza era assente, anzi, essi esprimevano piuttosto un’implorazione.
Al pubblico, il discorso di Bengal’skij non piacque. Sopraggiunse un silenzio totale, che fu interrotto da Fagotto.
– E questo è di nuovo un caso di cosiddetta bugia, – dichiarò egli con alta voce tenorile da caprone; – le banconote, signori, sono autentiche.
– Bravo! – ringhiò brevemente una voce di basso dal loggione.
– A proposito, questo tipo, – Fagotto indicò Bengal’skij, – mi ha stufato. Ficca il naso dappertutto senza esserne richiesto, rovina lo spettacolo con osservazioni sballate. Che cosa ne facciamo?
– Strappagli la testa! – disse una voce severa dal loggione.
– Come dice, eh? – replicò immediatamente Fagotto a quella brutta proposta. – Strappargli la testa? È un’idea!
Behemoth! – gridò al gatto. – Dài! Ein, zwei, drei!!
E successe una cosa inaudita. Il pelo del gatto nero si rizzò, e l’animale miagolò da spaccare i timpani. Poi si raccolse su se stesso e balzò come una pantera sul petto di Bengal’skij; di lì saltò sulla sua testa. Con un borbottio, il gatto affondò le gonfie zampe nella rada capigliatura del presentatore, e, con un urlo tremendo, gli strappò la testa dopo averla fatta ruotare due volte sul collo grassoccio.
Duemilacinquecento spettatori gridarono come un solo uomo. Un getto di sangue zampillò dalle arterie recise del collo e si riversò sullo sparato e sul frac. Il corpo decapitato strascicò bizzarramente le gambe e si sedette sul pavimento. Nella sala si udirono grida isteriche di donne. Il gatto consegnò la testa a Fagotto, che la prese per i capelli e la mostrò al pubblico; la testa gridò tremendamente per tutto il teatro:
– Un dottore!!
– Continuerai a dir fandonie anche in futuro? – chiese minaccioso Fagotto alla testa piangente.
– No, non lo farò più! – rantolò la testa.
– Per amor di dio, non lo tormentate! – si udì da un palco una voce femminile che coprì il fracasso, e il mago si voltò nella sua direzione.
– Allora, signori, lo perdoniamo? – chiese Fagotto rivolgendosi agli spettatori.
– Lo perdoniamo, lo perdoniamo! – echeggiarono delle voci, dapprima isolate e in prevalenza femminili, poi si fusero in coro con quelle maschili.
– Quali sono i suoi ordini, Messere? – chiese Fagotto all’uomo mascherato.
– Già, – rispose quello pensieroso, – è gente normale…Ama il denaro, ma è sempre stato così… L’umanità ama il denaro, di qualunque cosa sia fatto: di cuoio, di carta, di bronzo o d’oro. Sí, è sconsiderata… già… e la misericordia a volte bussa ai loro cuori… gente normale… in fondo, ricorda quella di prima, ma è stata rovinata dal problema degli alloggi.. – e ordinò con voce forte: – Gli si rimetta la testa.
Il gatto prese con cura la mira e calcò sul collo la testa che riprese il suo posto come se non se ne fosse mai staccata. E quel che più conta non rimase neppure una cicatrice sul collo. Con le zampe il gatto spolverò lo sparato e il frac di Bengal’skij, e le macchie di sangue scomparvero.
Fagotto alzò in piedi Bengal’skij ancora seduto, gli ficcò nella tasca del frac un pacchetto di banconote e lo condusse via dal palcoscenico esclamando:
– Via di qua, senza di lei si sta più allegri!
Guardandosi intorno con occhi privi di espressione e barcollando, il presentatore riuscì ad arrivare soltanto fino ai pompieri di servizio, e si sentì male. Gettò un grido lamentoso:
– La mia testa, la mia testa!…
Tra gli altri, anche Rimskij si precipitò verso di lui. Il presentatore piangeva, cercava di afferrare qualcosa in aria, borbottando:
– Ridatemi la mia testa, la mia testa… Prendetevi l’appartamento, prendetevi i quadri, ridatemi solo la mia testa!
Un fattorino corse a cercare un medico. Tentarono di far sdraiare Bengal’skij su un divano dell’ufficio, ma egli cominciò a divincolarsi, diventando furioso. Fu necessario chiamare il pronto soccorso. Quando portarono via lo sfortunato presentatore, Rimskij ritornò verso il palcoscenico e vide che succedevano nuovi miracoli. A proposito, forse in quel momento, o forse un po’ prima, il mago era scomparso dalla scena con la sua poltrona sbiadita, e bisogna dire che il pubblico non se n’era affatto accorto, trascinato dalle cose straordinarie che andava facendo sul palcoscenico Fagotto.
Questi, dopo aver accompagnato fuori il presentatore sinistrato, dichiarò al pubblico:
– Adesso che ci siamo sbarazzati di quel rompiscatole, apriamo un negozio di articoli per signora.
Il palcoscenico si ricoprí subito di tappeti persiani, sorsero enormi specchi illuminati ai lati da tubi verdognoli, e, tra gli specchi, delle vetrine in cui gli spettatori, allegramente sbalorditi, videro esposti vestiti femminili parigini di varie fogge e colori. Questo in alcune; in altre, invece, apparvero centinaia di cappellini con piume e senza piume con fibbie e senza fibbie, nonché centinaia di scarpe, bianche, nere, gialle, di cuoio, di raso, di camoscio, con cinghietti, con pietre dure. Tra le scarpe si videro astucci di profumo, montagne di borsette di antilope, di camoscio di seta, e, tra di esse, mucchi di lunghi astucci d’oro cesellati per il rossetto.
Apparsa da chi sa dove, una ragazza dai capelli rossi, con un abito nero da sera, assai piacente, ma rovinata da una bizzarra cicatrice al collo, sorrise accanto alle vetrine con fare da padrona.
Con un mellifluo sorriso, Fagotto dichiarò che la ditta eseguiva, a titolo assolutamente gratuito, il cambio di vecchi abiti e scarpe femminili con modelli parigini. Lo stesso valeva per le borsette e gli altri articoli.
Il gatto strisciava la zampa posteriore, facendo nel contempo con l’anteriore i gesti di un portiere che apre una porta.
Con voce un po’ rauca, ma dolce, mangiandosi le erre, la ragazza cominciò a canterellare qualcosa di poco comprensibile ma oltremodo seducente, a giudicare dai volti femminili in platea:
– Guerlain, Chanel, Mitsouko, Narcisse noir, Chanel numero cinque, vestiti da sera, vestiti da cocktail…
Fagotto si contorceva, il gatto eseguiva inchini, la ragazza apriva le vetrine.
– Si accomodino! – urlava Fagotto. – Senza complimenti e senza cerimonie!
Il pubblico era emozionato, ma nessuno ancora si decideva a salire sul palcoscenico.
Finalmente una brunetta uscì dalla decima fila di platea e, sorridendo, quasi a dire che a lei non importava niente e se ne fregava, avanzò e salì sul proscenio per la scaletta laterale.
– Brava! – esclamò Fagotto. – Do il benvenuto alla prima visitatrice! Behemoth, una poltrona! Cominciamo dalle scarpe, madame?
La brunetta sedette in poltrona, e Fagotto le ammucchiò subito davanti una montagna di scarpe. La brunetta si tolse la scarpa destra, ne provò una viola, premette due o tre volte il tappeto col piede, esaminò il tacco.
– Non mi faranno male? – chiese pensierosa.
Al che Fagotto esclamò con voce offesa:
– Per carità! – e anche il gatto miagolò in tono offeso.
– Prendo questo paio, monsieur, – disse la brunetta con fare dignitoso, calzando anche l’altra scarpa.
Le sue vecchie scarpe furono gettate dietro una tenda, e nella stessa direzione andò pure la donna accompagnata dalla ragazza dai capelli rossi e da Fagotto, che portava appesi sulle grucce, alcuni modelli. Il gatto si indaffarava aiutava e, per darsi maggiore importanza, si appese al collo un metro da sarta.
Un minuto dopo, da dietro la tenda uscì la brunetta con un vestito tale che un sospiro passò per tutta la platea. L’ardimentosa donna, diventata più bella sorprendentemente, si fermò davanti a uno specchio, alzò le spalle nude, si toccò i capelli sulla nuca e si contorse, tentando di guardarsi la schiena.
– La ditta la prega di gradire questo a titolo di ricordo – disse Fagotto porgendo alla brunetta un flacone in un astuccio aperto.
– Merci, – rispose altera la donna e scese in platea.
Mentre avanzava, gli spettatori balzavano in piedi per toccare l’astuccio.
Successe il finimondo: da tutte le parti le donne cominciarono a salire sul palcoscenico. 
[…]
Le ritardatarie si precipitarono verso il palcoscenico, da cui scendeva una fiumana di donne felici con vestiti da ballo, pigiami ricamati con draghi, severi tailleur, cappellini inclinati su un sopracciglio.
Fagotto dichiarò a quel punto che, data l’ora, il negozio sarebbe stato chiuso, tra un minuto esatto fino alla sera successiva, e sul palcoscenico scoppiò il finimondo. Le donne afferravano le scarpe alla svelta, senza neppure misurarle. Una irruppe come un fulmine dietro la tenda, si strappò di dosso il vestito e s’impadronì della prima cosa che le capitò sottomano: una vestaglia di seta ornata di enormi mazzi di fiori, e fece in tempo ad arraffare anche due flaconi di profumo.
Un minuto esatto più tardi echeggiò un colpo di pistola, e gli specchi scomparvero, sprofondarono vetrine e sgabelli, il tappeto si sciolse in aria, come pure la tenda. Per ultima sparì l’altissima montagna di vestiti e scarpe vecchie, e il palcoscenico ridiventò severo, vuoto e nudo.
Fu allora che un nuovo personaggio s’immischiò. Una gradevole voce baritonale, sonora e molto insistente, echeggiò dal palco n. 2.
– Sarebbe desiderabile, signor artista, che lei smascherasse senza ulteriore ritardo davanti agli spettatori la tecnica dei suoi trucchi, e in particolare il trucco con le banconote. Sarebbe anche opportuno il ritorno in palcoscenico del presentatore. La sua sorte preoccupa gli spettatori.
Quella voce baritonale non apparteneva ad altri che all’ospite d’onore della serata, Arkadij Apollonovič Semplejarov, presidente della Commissione acustica dei teatri di Mosca.
Arkadij Apollonovič si trovava in un palco con due signore: l’una anziana, che indossava un costoso vestito alla moda, l’altra, giovane e carina, vestita in modo più modesto. La prima, come si venne a sapere poco dopo, quando si stese il verbale, era la moglie di Arkadij Apollonovič, la seconda una sua lontana parente, un’attrice principiante di grandi speranze, arrivata da Saratov, che viveva in casa dei coniugi Semplejarov.
– Pardon! – replicò Fagotto. – Chiedo scusa, qui non c’è niente da smascherare, tutto è chiaro.
– No, mi perdoni! È assolutamente necessario smascherare tutto. Altrimenti i vostri brillanti numeri lasceranno un’impressione penosa. La massa degli spettatori esige una spiegazione.
– La massa degli spettatori, – lo interruppe l’insolente buffone, – mi pare non abbia chiesto un bel nulla. Prendendo tuttavia in considerazione il suo stimabilissimo desiderio, Arkadij Apollonovič, d’accordo, procederò allo smascheramento. Ma a tale scopo mi permetta ancora un numeruccio piccolo piccolo.
– Perché no, – rispose con aria di protezione Arkadij Apollonovič, – ma non deve mancare lo smascheramento.
– Signorsì, signorsì. Mi permetta dunque di chiederle: dov’è stato ieri sera, Arkadij Apollonovič?
A questa domanda fuori posto, e forse persino villana, il volto di Arkadij Apollonovič cambiò, e cambiò in modo assai forte.
– Ieri sera, Arkadij Apollonovič presenziava a una seduta della Commissione acustica, – dichiarò con fare molto altero la moglie di Arkadij Apollonovič, – ma non capisco che rapporto abbia questo con la magia.
– Oui, madame! – confermò Fagotto. – Naturalmente, lei non capisce. In quanto alla seduta, lei è in completo errore. Uscito per recarsi alla predetta seduta, la quale, tra parentesi, non era affatto indetta per ieri, Arkadij Apollonovič lasciò libero il suo autista presso l’edificio della Commissione, agli stagni Cistye, – (l’intero teatro stava col fiato sospeso), – e con l’autobus si recò in via Elochovskaja a far visita a Milica Andreevna Pokobat’ko, attrice della compagnia viaggiante rionale, e vi rimase per circa quattro ore.
– Ohi! – esclamò qualcuno con voce sofferente tra il silenzio generale.
La giovane parente di Arkadij Apollonovič sbottò a ridere con voce bassa e terribile.
– Capisco tutto! – esclamò.- Lo sospettavo da tempo. Adesso so perché quella nullità ha avuto la parte di Luisa!!
E con un inatteso slancio, calò il suo corto e grosso ombrello viola sulla testa di Arkadij Apollonovič.
Il vile Fagotto, ossia Korov’ev, esclamò:
– Ecco, egregi signori, un esempio di quello smascheramento che Arkadij Apollonovič esigeva con tanta insistenza!
– Canaglia, come hai osato toccare Arkadij Apollonovič? – chiese con voce minacciosa la moglie di Semplejarov, ergendosi nel palco in tutta la sua gigantesca statura.
Un secondo scoppio di riso satanico s’impadronì della giovane parente.
– Se qualcuno ha il diritto di toccarlo, – rispose sghignazzando – quella sono io! – E per la seconda volta si udì il rumore secco dell’ombrello che rimbalzò dalla testa di Arkadij Apollonovič.
– Polizia! Pigliatela! – urlò la moglie con voce così tremenda che molti sentirono raggelarsi il cuore.
Come se non bastasse, il gatto balzò verso la ribalta, e ringhiò per tutto il teatro con voce umana:
– Lo spettacolo è finito! Maestro! Ci spari una marcia!
Il direttore d’orchestra, mezzo istupidito, senza rendersi conto di quel che faceva, alzò la bacchetta, e l’orchestra non suonò, neppure attaccò, neppure scatenò, ma, secondo la disgustosa espressione del gatto, sparò una marcetta inverosimile, di una sfacciataggine inaudita.
Per un istante sembrò che un tempo, sotto le stelle del Sud, nei café-chantant, si fossero già sentite le parole poco comprensibili, quasi insensate ma smargiasse di quella marcetta:
Sua eccellenza
Amava le pollastrelle
E proteggeva
Le pupette belle!!!
Ma forse non esistevano affatto quelle parole, ma altre, sullo stesso motivo, oltremodo indecenti. Questo però non importa: importa che al Varietà cominciò allora una vera babele. Verso il palco di Semplejarov correva la polizia, i curiosi si arrampicavano fin sulla balaustra, si udivano scoppi di risate infernali, urla furiose, coperte dal suono dei piatti dorati dell’orchestra. Si vide il palcoscenico diventare vuoto all’improvviso, e Fagotto il furfante e l’insolente gattaccio Behemoth si disciolsero nell’aria, scomparendo come prima era scomparso il mago con la poltrona dalla fodera sbiadita.

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Michail Bulgakov, Non parlare mai con sconosciuti

Michail Bulgakov, Non parlare mai con sconosciuti

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Michail Bulgakov, Non parlare mai con sconosciuti

Da Il Maestro e Margherita (Capitolo Primo)

In un caldo tramonto primaverile, il direttore della rivista MASSOLIT, Michail Berlioz, e il poeta Ivan Ponyrev, si aggirano presso gli stagni Patriarsie di Mosca. Giunti a un chiosco i due chiedono da bere e viene loro servita l’unica bevanda disponibile, un succo di albicocca. Poco dopo Berlioz si sente il cuore trafitto da un ago spuntato e vede poi uno strano individuo alto più di due metri con una giacca quadrettata. Chiude gli occhi e li riapre, ma di quanto visto e provato non c’è più traccia. I due iniziano a parlare di Gesù Cristo, dato che al poeta è stato commissionato un poema antireligioso da Berlioz. Questi vuole che sia rifatto e gli dà indicazioni in tal senso. Non è importante, sostiene, presentare un Gesù buono o cattivo, ma piuttosto evidenziare che egli non è mai esistito e che le narrazioni su di lui non sono che invenzioni e miti. Giunge uno straniero che, sedutosi vicino a loro, si intromette nel discorso, chiedendo conferma del fatto che i due non credano nell’esistenza di Gesù e di Dio. Berlioz sostiene che le prove dell’esistenza di Dio, compresa quella aggiunta da Kant non dimostrano affatto la sua esistenza. Lo straniero, con stupore di Berlioz, dice di aver avvertito Kant dell’incoerenza della sua prova, durante una colazione con lui. Ma poco dopo aggiunge: “[…] se dio non esiste, chi dirige la vita umano e tutto l’ordine della Terra?”. È l’uomo – risponde Berlioz. Ma lo straniero, con alcuni esempi, dimostra che l’uomo non dirige neanche la sua di vita. Preannuncia quindi che Berlioz avrà la testa mozzata per colpa di una giovane comunista e che la sera non ci sarà nessuna riunione al MASSOLIT… I due allora pensano che sia una spia, ma lo straniero li previene mostrando alcuni documenti ma Ivan riesce a scorgere solo “professore” e l’iniziale del cognome, W. Lo straniero dichiara di essere un esperto di magia nera, chiamato come consulente per decifrare alcuni manoscritti di Gerbert D’Aurillac scoperti nella Biblioteca di Stato. Dice poi che Gesù è esistito e che non c’è bisogno di prove. Inizia poi a narrare…

 

Anzitutto: il personaggio descritto non zoppicava da nessuna gamba, e la sua statura non era né bassa, né gigantesca, ma solo alta. Quanto ai denti, a sinistra aveva capsule di platino, a destra d’oro. Indossava un vestito grigio costoso, e scarpe straniere del colore del vestito. Portava un berretto grigio sulle ventitré, sotto l’ascella aveva una canna nera, con un pomo nero a forma di testa di can barbone. Dimostrava una quarantina d’anni. La bocca storta. Ben rasato. Bruno. L’occhio destro nero, quello sinistro, stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una più alta dell’altra. In poche parole, un forestiero. […]

Il forestiero si appoggiò allo schienale della panchina, e chiese, quasi stridulo di curiosità:

– Loro sono atei?

– Sí, siamo atei, – rispose Berlioz sorridendo, mentre Bezdomnyj pensava arrabbiato: «Che rompiscatole, questo straniero!»

– Ma che bellezza! – esclamò il sorprendente forestiero e cominciò a girare la testa di qua e di là guardando ora l’uno ora l’altro letterato.

– Nel nostro paese, l’ateismo non stupisce nessuno, disse Berlioz con diplomatica cortesia. –

Da tempo la maggior parte della nostra popolazione ha consapevolmente smesso di credere alle fandonie su dio.

A questo punto lo straniero ebbe questa uscita: si alzò e strinse la mano allo stupito direttore,

proferendo queste parole:

– Mi permetta di ringraziarla di tutto cuore!

– Perché lo ringrazia? – chiese Bezdomnyj sbattendo le palpebre.

– Per un’importantissima informazione che per me, viaggiatore, è del massimo interesse, – spiegò lo strambo forestiero alzando un dito con fare significativo.

L’importante informazione doveva aver impressionato molto il viaggiatore, perché lanciò tutt’intorno un’occhiata spaurita alle case come se temesse di vedere un ateo ad ogni finestra.

«No, non è inglese», pensò Berlioz, mentre Bezdomnyj pensava: «Dove avrà imparato il russo così bene, lo vorrei proprio sapere», e aggrottò di nuovo la fronte.

– Mi permetta di domandarle, – riprese l’ospite dopo una preoccupata riflessione, – che ne fa delle prove dell’esistenza di dio, le quali, come è noto, sono esattamente cinque?

– Ohimè, – rispose Berlioz con commiserazione, – nessuna di queste dimostrazioni vale un soldo, e da tempo l’umanità le ha messe in archivio. Deve convenire che nella sfera della ragione non ci può essere alcuna prova dell’esistenza di dio.

– Bravo! – esclamò lo straniero, – bravo! Lei ha ripetuto per intero il pensiero del vecchio irrequieto Immanuel. Ma guardi la stranezza: egli distrusse fino in fondo le cinque prove, ma poi, come per dar la baia a se stesso, ne ha costruito proprio lui una sesta.

– Anche la prova di Kant, – replicò con un fine sorriso il colto direttore, – non è convincente.

Non per nulla Schiller diceva che le disquisizioni kantiane su questo argomento possono soddisfare solo degli schiavi, mentre Strauss si limitava a deriderla.

Berlioz parlava, ma nello stesso tempo pensava: «Ma chi può essere questo tipo? E come fa a parlare così bene il russo?»

– Bisognerebbe prendere questo Kant e spedirlo per un paio di annetti a Solovki! – sparò Ivan Nikolaevič in modo del tutto inaspettato.

– Ivan! – sussurrò confuso Berlioz.

Però la proposta di deportare Kant a Solovki non solo non sorprese il forestiero, ma anzi lo entusiasmò.

– Giusto, giusto, – gridò, e il suo occhio sinistro verde, volto verso Berlioz, cominciò a brillare. – È proprio il posto che farebbe per lui! Glielo dicevo quella volta a colazione: «Lei, professore, mi scusi tanto, ha escogitato qualcosa d’incoerente. Magari sarà una cosa acuta, ma non si capisce proprio nulla. La prenderanno in giro».

Berlioz spalancò gli occhi. «A colazione… con Kant?…Che assurdità sta dicendo?», pensò.

– Però, – continuava lo straniero, per nulla turbato dallo stupore di Berlioz, e rivolgendosi al poeta, – non è possibile spedirlo a Solovki per il semplice motivo che da oltre cento anni egli si trova in luoghi assai più remoti, e trarlo di là è assolutamente impossibile, glielo assicuro.

– Peccato! – replicò il poeta attaccabrighe.

– È proprio un peccato, – confermò lo sconosciuto facendo brillare l’occhio, e continuò: – Ma ecco il problema che mi preoccupa: se dio non esiste, chi dirige la vita umana e tutto l’ordine sulla terra?

– È l’uomo che dirige, – si affrettò a rispondere irritato Bezdomnyj a questa domanda che, bisogna riconoscerlo, non era molto chiara.

– Mi perdoni, – replicò con dolcezza lo sconosciuto, per dirigere bisogna avere un piano esatto per un periodo abbastanza lungo. Mi permetta perciò di chiederle come può l’uomo dirigere, se non solo gli manca la possibilità di fare un piano perfino per un periodo ridicolmente breve, come, diciamo, un millennio, ma non è neppure in grado di rispondere del proprio domani!

– Del resto, – qui lo sconosciuto si voltò verso Berlioz, – immagini che lei si metta a dirigere, a disporre di sé e degli altri, che cominci, come dire, a prenderci gusto, ma a un tratto lei scopre di avere, he… he… un sarcoma al polmone – Qui lo sconosciuto sorrise dolcemente, come se il pensiero di un sarcoma al polmone gli facesse piacere, sì, un sarcoma… – ripeté questa sonora parola socchiudendo gli occhi come un gatto, – e la sua attività direttiva è bell’e finita!

– Nessun destino, eccetto il proprio, la interessa più. I parenti cominciano a mentirle. Lei, sentendo che c’è qualcosa che non va, si precipita dai migliori medici, poi dai ciarlatani, e magari dalle chiromanti. Sia la prima cosa che la seconda e la terza sono, lei capisce, assolutamente insensate. E tutto finisce in modo tragico: colui che, ancora poco fa, credeva di dirigere qualcosa, è steso immobile in una cassa di legno, e le persone circostanti, comprendendo che dal defunto non si cava più alcun costrutto, lo cremano in un forno.

– Ma succede anche di peggio: uno magari ha appena deciso di andare a Kislovodsk, – qui il forestiero guardò Berlioz strizzando gli occhi, – una cosuccia da nulla, si direbbe, ma non riesce a fare neppure quella, perché scivola e va a finire sotto un tram! Non mi vorrà mica dire che è stato lui a dirigere se stesso in quel modo! Non sarebbe più giusto pensare che è stato qualcun altro a dirigerlo così? Qui lo sconosciuto emise una strana risatina.

Berlioz aveva ascoltato con grande attenzione lo sgradevole racconto sul sarcoma e sul tram, e certi pensieri allarmanti cominciavano a tormentarlo. «Non è un forestiero… non è un forestiero…- pensava, – è un tipo stranissimo… ma insomma chi mai può essere?…»

[…]

«Bisognerà rispondergli così, – decise Berlioz, – sì, l’uomo è mortale, nessuno lo mette in dubbio. Ma il fatto è che…»

Però non fece in tempo a pronunciare queste parole che lo straniero riprese a parlare:

– Sí, l’uomo è mortale, ma questa sarebbe solo una mezza disgrazia. Il brutto è che a volte muore all’improvviso, è questo il guaio! E in genere non è in grado di dire che cosa farà stasera.

«Che modo assurdo d’impostare il problema…», penso Berlioz e obiettò:

– Via, adesso lei sta esagerando. So più o meno esattamente che cosa farò stasera.

Naturalmente, se mentre passo per la Bronnaja mi cade una tegola in testa…

– Una tegola, – lo interruppe gravemente lo sconosciuto, – non cadrà mai in testa a nessuno così, senza una ragione. In particolare, posso assicurarle che lei non corre affatto questo rischio. Lei morirà di un’altra morte.

– Forse lei sa di quale, – s’informò Berlioz con un’ironia perfettamente naturale, lasciandosi trascinare in un conversazione veramente assurda, – e me lo vorrà dire?

– Volentieri, – replicò lo sconosciuto. Misurò Berlioz con lo sguardo, come se si accingesse a fargli un vestito, borbottò tra i denti qualcosa come: «Uno, due… Mercurio è nella seconda casa… la luna ne è uscita… sei: disgrazia… sera: sette…» e annunciò con voce forte e gioiosa: – Le taglieranno la testa!

Con astio e stupore Bezdomnyj spalancò gli occhi sul disinvolto sconosciuto, mentre Berlioz chiese con un sorriso forzato:

– Chi, per la precisione? Nemici? Invasori?

– No, – rispose l’interlocutore, – una donna russa, un membro della Gioventù comunista.

– Hm… – mugolò Berlioz, irritato dallo scherzetto dello sconosciuto, – scusi, sa, ma è poco verosimile.

– Mi scusi lei, – rispose il forestiero, – ma è proprio così. Ah già, le volevo chiedere che cosa fa stasera, se non è un segreto?

– Non lo è. Adesso vado un momento a casa, sulla Sadovaja, poi alle dieci ci sarà una seduta al MASSOLIT, e io la presiederò.

– No, questo non è assolutamente possibile, – rispose con fermezza il forestiero.

– Perché?

– Perché, – rispose l’altro, e con gli occhi socchiusi guardò il cielo dove, presentendo la frescura della sera, uccelli neri sfrecciavano in silenzio, – Annuška ha già comprato l’olio di girasole, e non solo l’ha comprato, ma l’ha anche rovesciato. Perciò la seduta non avrà luogo.

È chiaro che a questo punto sotto i tigli subentrò il silenzio.

– Scusi, – disse dopo una pausa Berlioz, guardando il forestiero che stava sragionando, – che c’entra l’olio di girasole?… e di quale Annuška sta parlando?

– Ecco come c’entra l’olio di girasole, – prese a dire Bezdomnyj, che aveva evidentemente deciso di dichiarare guerra al non richiesto interlocutore. – Non è mai stato, per caso, in una casa di cura per malati di mente?

– Ivan!… – esclamò a bassa voce Michail Aleksandrovič.

Ma il forestiero non si offese affatto e scoppiò a ridere con molta allegria.

– Ci sono stato, e come! – esclamò, sempre ridendo, ma senza distogliere dal poeta gli occhi che non ridevano affatto. – Dove non sono stato! Peccato che io non abbia fatto in tempo a chiedere al professore che cosa sia di preciso la schizofrenia. Si informi lei stesso, Ivan Nikolaevič!

– Come fa a sapere il mio nome?

– Per carità, Ivan Nikolaevič, chi non la conosce? – Il forestiero trasse di tasca la «Literaturnaja gazeta», il numero del giorno precedente, e sulla prima pagina Ivan Nikolaevič vide la propria immagine con sotto i versi. Ma l’attestato di celebrità e popolarità che ieri ancora rallegrava il poeta, non lo rallegrò questa volta.

[Ivan Nikolaevič e Michail Berlioz sospettano che lo straniero in realtà sia una spia ma…]

Lo sconosciuto non era più seduto ma in piedi e teneva in mano un libriccino dalla copertina

grigio scura, una rigida busta di buona carta e un biglietto da visita.

– Vogliano scusarmi se, nel calore della nostra discussione, ho dimenticato di presentarmi.

Ecco il mio biglietto da visita, il passaporto e l’invito a venire a Mosca per una consultazione – disse con autorità lo sconosciuto, guardando fisso i due letterati.

Questi si sentirono imbarazzati. «Diavolo, ha sentito tutto», pensò Berlioz e fece un gesto cortese come a dire che non era il caso di mostrare i documenti. Mentre il forestiero li porgeva al direttore, il poeta fece in tempo a scorgere sul biglietto la parola «professore» stampata in caratteri latini, e la prima lettera del cognome: una «W».

– Piacere, – borbottava imbarazzato il direttore nel frattempo, e il forestiero ripose in tasca i documenti.

In questo modo, le relazioni erano state ristabilite, e tutti e tre si sedettero di nuovo sulla panchina.

– Lei è stato invitato qui in qualità di consulente, professore? – chiese Berlioz.

– Sí.

– Lei è tedesco? – s’informò Bezdomnyj.

– Io? – ridomandò il professore, e si fece pensieroso. – Sí, direi tedesco… – rispose.

– Parla benissimo il russo, – osservò Bezdomnyj.

– Oh, sono un poliglotta e conosco un gran numero di lingue, – rispose il professore.

– Di che cosa si occupa? – s’informò Berlioz.

– Sono un esperto di magia nera.

«Perbacco!…» pulsò nella testa di Michail Aleksandrovič.

– E… e l’hanno invitato qui per questo? – chiese, dopo un singulto.

– Precisamente, – confermò il professore, e spiegò: Nella Biblioteca di Stato hanno scoperto manoscritti originali del negromante Gerbert d’Aurillac, del decimo secolo. Occorre che io li decifri. Sono l’unico specialista al mondo.

– A-a-ah! Lei è uno storico? – chiese Berlioz con grande sollievo e rispetto.

– Sí, – confermò lo scienziato, e aggiunse senza alcun nesso: – Questa sera ci sarà un incidente interessante ai Patriaršie.

Di nuovo il direttore e il poeta si stupirono immensamente ma il professore fece a entrambi un cenno perché si avvicinassero e quando si chinarono verso di lui, sussurrò:

– Tengano presente che Gesú è esistito.

– Vede, professore, – replicò Berlioz con un sorriso forzato, – noi rispettiamo il suo vasto sapere, ma al proposito abbiamo un punto di vista diverso.

– Non c’è bisogno di alcun punto di vista, – rispose lo strano professore, – è esistito e basta.

– Ma ci vuole qualche prova… – cominciò Berlioz.

– E neppure di prove c’è bisogno, – rispose il professore, e parlò con voce sommessa: la sua pronuncia straniera era scomparsa. – È tutto molto semplice: al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere…

 

Da Il Maestro e Margherita (Traduzione di Vera Dridso), Einaudi Tascabili, 2012

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