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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Michail Bulgakov, Non parlare mai con sconosciuti

Da Il Maestro e Margherita (Capitolo Primo)

In un caldo tramonto primaverile, il direttore della rivista MASSOLIT, Michail Berlioz, e il poeta Ivan Ponyrev, si aggirano presso gli stagni Patriarsie di Mosca. Giunti a un chiosco i due chiedono da bere e viene loro servita l’unica bevanda disponibile, un succo di albicocca. Poco dopo Berlioz si sente il cuore trafitto da un ago spuntato e vede poi uno strano individuo alto più di due metri con una giacca quadrettata. Chiude gli occhi e li riapre, ma di quanto visto e provato non c’è più traccia. I due iniziano a parlare di Gesù Cristo, dato che al poeta è stato commissionato un poema antireligioso da Berlioz. Questi vuole che sia rifatto e gli dà indicazioni in tal senso. Non è importante, sostiene, presentare un Gesù buono o cattivo, ma piuttosto evidenziare che egli non è mai esistito e che le narrazioni su di lui non sono che invenzioni e miti. Giunge uno straniero che, sedutosi vicino a loro, si intromette nel discorso, chiedendo conferma del fatto che i due non credano nell’esistenza di Gesù e di Dio. Berlioz sostiene che le prove dell’esistenza di Dio, compresa quella aggiunta da Kant non dimostrano affatto la sua esistenza. Lo straniero, con stupore di Berlioz, dice di aver avvertito Kant dell’incoerenza della sua prova, durante una colazione con lui. Ma poco dopo aggiunge: “[…] se dio non esiste, chi dirige la vita umano e tutto l’ordine della Terra?”. È l’uomo – risponde Berlioz. Ma lo straniero, con alcuni esempi, dimostra che l’uomo non dirige neanche la sua di vita. Preannuncia quindi che Berlioz avrà la testa mozzata per colpa di una giovane comunista e che la sera non ci sarà nessuna riunione al MASSOLIT… I due allora pensano che sia una spia, ma lo straniero li previene mostrando alcuni documenti ma Ivan riesce a scorgere solo “professore” e l’iniziale del cognome, W. Lo straniero dichiara di essere un esperto di magia nera, chiamato come consulente per decifrare alcuni manoscritti di Gerbert D’Aurillac scoperti nella Biblioteca di Stato. Dice poi che Gesù è esistito e che non c’è bisogno di prove. Inizia poi a narrare…

 

Anzitutto: il personaggio descritto non zoppicava da nessuna gamba, e la sua statura non era né bassa, né gigantesca, ma solo alta. Quanto ai denti, a sinistra aveva capsule di platino, a destra d’oro. Indossava un vestito grigio costoso, e scarpe straniere del colore del vestito. Portava un berretto grigio sulle ventitré, sotto l’ascella aveva una canna nera, con un pomo nero a forma di testa di can barbone. Dimostrava una quarantina d’anni. La bocca storta. Ben rasato. Bruno. L’occhio destro nero, quello sinistro, stranamente verde. Sopracciglia nere, ma una più alta dell’altra. In poche parole, un forestiero. […]

Il forestiero si appoggiò allo schienale della panchina, e chiese, quasi stridulo di curiosità:

– Loro sono atei?

– Sí, siamo atei, – rispose Berlioz sorridendo, mentre Bezdomnyj pensava arrabbiato: «Che rompiscatole, questo straniero!»

– Ma che bellezza! – esclamò il sorprendente forestiero e cominciò a girare la testa di qua e di là guardando ora l’uno ora l’altro letterato.

– Nel nostro paese, l’ateismo non stupisce nessuno, disse Berlioz con diplomatica cortesia. –

Da tempo la maggior parte della nostra popolazione ha consapevolmente smesso di credere alle fandonie su dio.

A questo punto lo straniero ebbe questa uscita: si alzò e strinse la mano allo stupito direttore,

proferendo queste parole:

– Mi permetta di ringraziarla di tutto cuore!

– Perché lo ringrazia? – chiese Bezdomnyj sbattendo le palpebre.

– Per un’importantissima informazione che per me, viaggiatore, è del massimo interesse, – spiegò lo strambo forestiero alzando un dito con fare significativo.

L’importante informazione doveva aver impressionato molto il viaggiatore, perché lanciò tutt’intorno un’occhiata spaurita alle case come se temesse di vedere un ateo ad ogni finestra.

«No, non è inglese», pensò Berlioz, mentre Bezdomnyj pensava: «Dove avrà imparato il russo così bene, lo vorrei proprio sapere», e aggrottò di nuovo la fronte.

– Mi permetta di domandarle, – riprese l’ospite dopo una preoccupata riflessione, – che ne fa delle prove dell’esistenza di dio, le quali, come è noto, sono esattamente cinque?

– Ohimè, – rispose Berlioz con commiserazione, – nessuna di queste dimostrazioni vale un soldo, e da tempo l’umanità le ha messe in archivio. Deve convenire che nella sfera della ragione non ci può essere alcuna prova dell’esistenza di dio.

– Bravo! – esclamò lo straniero, – bravo! Lei ha ripetuto per intero il pensiero del vecchio irrequieto Immanuel. Ma guardi la stranezza: egli distrusse fino in fondo le cinque prove, ma poi, come per dar la baia a se stesso, ne ha costruito proprio lui una sesta.

– Anche la prova di Kant, – replicò con un fine sorriso il colto direttore, – non è convincente.

Non per nulla Schiller diceva che le disquisizioni kantiane su questo argomento possono soddisfare solo degli schiavi, mentre Strauss si limitava a deriderla.

Berlioz parlava, ma nello stesso tempo pensava: «Ma chi può essere questo tipo? E come fa a parlare così bene il russo?»

– Bisognerebbe prendere questo Kant e spedirlo per un paio di annetti a Solovki! – sparò Ivan Nikolaevič in modo del tutto inaspettato.

– Ivan! – sussurrò confuso Berlioz.

Però la proposta di deportare Kant a Solovki non solo non sorprese il forestiero, ma anzi lo entusiasmò.

– Giusto, giusto, – gridò, e il suo occhio sinistro verde, volto verso Berlioz, cominciò a brillare. – È proprio il posto che farebbe per lui! Glielo dicevo quella volta a colazione: «Lei, professore, mi scusi tanto, ha escogitato qualcosa d’incoerente. Magari sarà una cosa acuta, ma non si capisce proprio nulla. La prenderanno in giro».

Berlioz spalancò gli occhi. «A colazione… con Kant?…Che assurdità sta dicendo?», pensò.

– Però, – continuava lo straniero, per nulla turbato dallo stupore di Berlioz, e rivolgendosi al poeta, – non è possibile spedirlo a Solovki per il semplice motivo che da oltre cento anni egli si trova in luoghi assai più remoti, e trarlo di là è assolutamente impossibile, glielo assicuro.

– Peccato! – replicò il poeta attaccabrighe.

– È proprio un peccato, – confermò lo sconosciuto facendo brillare l’occhio, e continuò: – Ma ecco il problema che mi preoccupa: se dio non esiste, chi dirige la vita umana e tutto l’ordine sulla terra?

– È l’uomo che dirige, – si affrettò a rispondere irritato Bezdomnyj a questa domanda che, bisogna riconoscerlo, non era molto chiara.

– Mi perdoni, – replicò con dolcezza lo sconosciuto, per dirigere bisogna avere un piano esatto per un periodo abbastanza lungo. Mi permetta perciò di chiederle come può l’uomo dirigere, se non solo gli manca la possibilità di fare un piano perfino per un periodo ridicolmente breve, come, diciamo, un millennio, ma non è neppure in grado di rispondere del proprio domani!

– Del resto, – qui lo sconosciuto si voltò verso Berlioz, – immagini che lei si metta a dirigere, a disporre di sé e degli altri, che cominci, come dire, a prenderci gusto, ma a un tratto lei scopre di avere, he… he… un sarcoma al polmone – Qui lo sconosciuto sorrise dolcemente, come se il pensiero di un sarcoma al polmone gli facesse piacere, sì, un sarcoma… – ripeté questa sonora parola socchiudendo gli occhi come un gatto, – e la sua attività direttiva è bell’e finita!

– Nessun destino, eccetto il proprio, la interessa più. I parenti cominciano a mentirle. Lei, sentendo che c’è qualcosa che non va, si precipita dai migliori medici, poi dai ciarlatani, e magari dalle chiromanti. Sia la prima cosa che la seconda e la terza sono, lei capisce, assolutamente insensate. E tutto finisce in modo tragico: colui che, ancora poco fa, credeva di dirigere qualcosa, è steso immobile in una cassa di legno, e le persone circostanti, comprendendo che dal defunto non si cava più alcun costrutto, lo cremano in un forno.

– Ma succede anche di peggio: uno magari ha appena deciso di andare a Kislovodsk, – qui il forestiero guardò Berlioz strizzando gli occhi, – una cosuccia da nulla, si direbbe, ma non riesce a fare neppure quella, perché scivola e va a finire sotto un tram! Non mi vorrà mica dire che è stato lui a dirigere se stesso in quel modo! Non sarebbe più giusto pensare che è stato qualcun altro a dirigerlo così? Qui lo sconosciuto emise una strana risatina.

Berlioz aveva ascoltato con grande attenzione lo sgradevole racconto sul sarcoma e sul tram, e certi pensieri allarmanti cominciavano a tormentarlo. «Non è un forestiero… non è un forestiero…- pensava, – è un tipo stranissimo… ma insomma chi mai può essere?…»

[…]

«Bisognerà rispondergli così, – decise Berlioz, – sì, l’uomo è mortale, nessuno lo mette in dubbio. Ma il fatto è che…»

Però non fece in tempo a pronunciare queste parole che lo straniero riprese a parlare:

– Sí, l’uomo è mortale, ma questa sarebbe solo una mezza disgrazia. Il brutto è che a volte muore all’improvviso, è questo il guaio! E in genere non è in grado di dire che cosa farà stasera.

«Che modo assurdo d’impostare il problema…», penso Berlioz e obiettò:

– Via, adesso lei sta esagerando. So più o meno esattamente che cosa farò stasera.

Naturalmente, se mentre passo per la Bronnaja mi cade una tegola in testa…

– Una tegola, – lo interruppe gravemente lo sconosciuto, – non cadrà mai in testa a nessuno così, senza una ragione. In particolare, posso assicurarle che lei non corre affatto questo rischio. Lei morirà di un’altra morte.

– Forse lei sa di quale, – s’informò Berlioz con un’ironia perfettamente naturale, lasciandosi trascinare in un conversazione veramente assurda, – e me lo vorrà dire?

– Volentieri, – replicò lo sconosciuto. Misurò Berlioz con lo sguardo, come se si accingesse a fargli un vestito, borbottò tra i denti qualcosa come: «Uno, due… Mercurio è nella seconda casa… la luna ne è uscita… sei: disgrazia… sera: sette…» e annunciò con voce forte e gioiosa: – Le taglieranno la testa!

Con astio e stupore Bezdomnyj spalancò gli occhi sul disinvolto sconosciuto, mentre Berlioz chiese con un sorriso forzato:

– Chi, per la precisione? Nemici? Invasori?

– No, – rispose l’interlocutore, – una donna russa, un membro della Gioventù comunista.

– Hm… – mugolò Berlioz, irritato dallo scherzetto dello sconosciuto, – scusi, sa, ma è poco verosimile.

– Mi scusi lei, – rispose il forestiero, – ma è proprio così. Ah già, le volevo chiedere che cosa fa stasera, se non è un segreto?

– Non lo è. Adesso vado un momento a casa, sulla Sadovaja, poi alle dieci ci sarà una seduta al MASSOLIT, e io la presiederò.

– No, questo non è assolutamente possibile, – rispose con fermezza il forestiero.

– Perché?

– Perché, – rispose l’altro, e con gli occhi socchiusi guardò il cielo dove, presentendo la frescura della sera, uccelli neri sfrecciavano in silenzio, – Annuška ha già comprato l’olio di girasole, e non solo l’ha comprato, ma l’ha anche rovesciato. Perciò la seduta non avrà luogo.

È chiaro che a questo punto sotto i tigli subentrò il silenzio.

– Scusi, – disse dopo una pausa Berlioz, guardando il forestiero che stava sragionando, – che c’entra l’olio di girasole?… e di quale Annuška sta parlando?

– Ecco come c’entra l’olio di girasole, – prese a dire Bezdomnyj, che aveva evidentemente deciso di dichiarare guerra al non richiesto interlocutore. – Non è mai stato, per caso, in una casa di cura per malati di mente?

– Ivan!… – esclamò a bassa voce Michail Aleksandrovič.

Ma il forestiero non si offese affatto e scoppiò a ridere con molta allegria.

– Ci sono stato, e come! – esclamò, sempre ridendo, ma senza distogliere dal poeta gli occhi che non ridevano affatto. – Dove non sono stato! Peccato che io non abbia fatto in tempo a chiedere al professore che cosa sia di preciso la schizofrenia. Si informi lei stesso, Ivan Nikolaevič!

– Come fa a sapere il mio nome?

– Per carità, Ivan Nikolaevič, chi non la conosce? – Il forestiero trasse di tasca la «Literaturnaja gazeta», il numero del giorno precedente, e sulla prima pagina Ivan Nikolaevič vide la propria immagine con sotto i versi. Ma l’attestato di celebrità e popolarità che ieri ancora rallegrava il poeta, non lo rallegrò questa volta.

[Ivan Nikolaevič e Michail Berlioz sospettano che lo straniero in realtà sia una spia ma…]

Lo sconosciuto non era più seduto ma in piedi e teneva in mano un libriccino dalla copertina

grigio scura, una rigida busta di buona carta e un biglietto da visita.

– Vogliano scusarmi se, nel calore della nostra discussione, ho dimenticato di presentarmi.

Ecco il mio biglietto da visita, il passaporto e l’invito a venire a Mosca per una consultazione – disse con autorità lo sconosciuto, guardando fisso i due letterati.

Questi si sentirono imbarazzati. «Diavolo, ha sentito tutto», pensò Berlioz e fece un gesto cortese come a dire che non era il caso di mostrare i documenti. Mentre il forestiero li porgeva al direttore, il poeta fece in tempo a scorgere sul biglietto la parola «professore» stampata in caratteri latini, e la prima lettera del cognome: una «W».

– Piacere, – borbottava imbarazzato il direttore nel frattempo, e il forestiero ripose in tasca i documenti.

In questo modo, le relazioni erano state ristabilite, e tutti e tre si sedettero di nuovo sulla panchina.

– Lei è stato invitato qui in qualità di consulente, professore? – chiese Berlioz.

– Sí.

– Lei è tedesco? – s’informò Bezdomnyj.

– Io? – ridomandò il professore, e si fece pensieroso. – Sí, direi tedesco… – rispose.

– Parla benissimo il russo, – osservò Bezdomnyj.

– Oh, sono un poliglotta e conosco un gran numero di lingue, – rispose il professore.

– Di che cosa si occupa? – s’informò Berlioz.

– Sono un esperto di magia nera.

«Perbacco!…» pulsò nella testa di Michail Aleksandrovič.

– E… e l’hanno invitato qui per questo? – chiese, dopo un singulto.

– Precisamente, – confermò il professore, e spiegò: Nella Biblioteca di Stato hanno scoperto manoscritti originali del negromante Gerbert d’Aurillac, del decimo secolo. Occorre che io li decifri. Sono l’unico specialista al mondo.

– A-a-ah! Lei è uno storico? – chiese Berlioz con grande sollievo e rispetto.

– Sí, – confermò lo scienziato, e aggiunse senza alcun nesso: – Questa sera ci sarà un incidente interessante ai Patriaršie.

Di nuovo il direttore e il poeta si stupirono immensamente ma il professore fece a entrambi un cenno perché si avvicinassero e quando si chinarono verso di lui, sussurrò:

– Tengano presente che Gesú è esistito.

– Vede, professore, – replicò Berlioz con un sorriso forzato, – noi rispettiamo il suo vasto sapere, ma al proposito abbiamo un punto di vista diverso.

– Non c’è bisogno di alcun punto di vista, – rispose lo strano professore, – è esistito e basta.

– Ma ci vuole qualche prova… – cominciò Berlioz.

– E neppure di prove c’è bisogno, – rispose il professore, e parlò con voce sommessa: la sua pronuncia straniera era scomparsa. – È tutto molto semplice: al mattino presto del giorno quattordici del mese primaverile di Nisan avvolto in un mantello bianco foderato di rosso, con una strascicata andatura da cavaliere…

 

Da Il Maestro e Margherita (Traduzione di Vera Dridso), Einaudi Tascabili, 2012

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