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Shelley, Frankenstein: la conclusione.

Shelley, Frankenstein: la conclusione.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Mary Shelley, Frankenstein: la conclusione.

 
Victor è morto e la creatura piange sul cadavere del suo creatore. Nel brano che segue il capitano Walton si rivolge al mostro, accusandolo, ed egli spiega perché abbia commesso tanti delitti, sentendosi rifiutato e respinto con ribrezzo da tutti. La sua è una ribellione nei confronti di un padre che, dopo avergli dato la vita, lo ha abbandonato e respinto.
«Mostro!», dissi, «hai fatto bene a venire qui a piagnucolare sulla desolazione che hai creato.

Hai gettato una torcia in un gruppo di edifici e, dopo che sono bruciati, ti siedi tra le rovine e ne piangi la distruzione. Demonio ipocrita! Se quello che tu piangi fosse ancora vivo, sarebbe ancora l’oggetto, di nuovo diventerebbe la preda della tua maledetta vendetta. Non è pietà quella che senti; ti lamenti solo perché la vittima della tua malvagità si è per sempre sottratta al tuo potere.»

«Oh, non è così — non è così», mi interruppe l’essere.

«Certo tale deve essere l’impressione che ti viene dal significato apparente delle mie azioni. Ma non cerco compassione per la mia infelicità. Non potrò mai trovare comprensione. Quando l’ho cercata, erano l’amore della virtù, i sentimenti di felicità e di affetto che traboccavano dal mio essere, che io volevo donare agli altri. Ma ora che la virtù per me è diventata un’ombra e che la felicità e l’affetto sono diventate una disperazione amara e disgustosa, perché dovrei cercare comprensione? Mi sta bene di soffrire da solo finché la mie sofferenze dureranno; quando morirò mi andrà bene che solo l’obbrobrio e l’orrore pesino sulla mia memoria.

Un tempo la mia fantasia era rallegrata da sogni di virtù, di fama e di gioia.

Un tempo sperai inutilmente di incontrare esseri che, perdonando la mia forma esterna, mi avrebbero amato per le ottime qualità che ero capace di svelare. Mi alimentavo di pensieri elevati di onore e devozione. Ma ora il crimine mi ha degradato al di sotto del più spregevole animale. Non esiste alcuna colpa, misfatto, malvagità o sofferenza che si possa paragonare alle mie. Quando scorro la serie spaventosa dei miei peccati, non posso credere di essere la stessa creatura i cui pensieri una volta erano colmi di visioni sublimi e trascendenti di bellezza e della maestosità dei bene. Ma è così; l’angelo caduto è divenuto un demone malvagio.

Ma anche il nemico di Dio[1] e degli uomini aveva amici e associati nella sua desolazione; io sono solo.

Tu, che chiami amico Frankenstein, sembri conoscere i miei crimini e le mie disgrazie. Ma nei particolari che lui ti ha dato non puoi avere un’idea delle ore e dei mesi di sofferenza che ho sopportato, logorandomi tra passioni impotenti. Perché mentre io distruggevo le sue speranze egli non soddisfaceva i miei desideri. Erano sempre ardenti e insistenti; ancora io desideravo amore e compagnia, e ancora ero rifiutato. Era giusto questo? Devo essere considerato il solo criminale quando tutta l’umanità peccava contro di me? Perché non odi Felix che gettò fuori dalla porta, ingiuriandolo, il suo amico? Perché non maledici il contadino che cercò di annientare il salvatore della sua bambina? No, quelli sono esseri virtuosi e immacolati!

Io, il miserabile, il derelitto, io sono un aborto da scacciare, da prendere a calci e da calpestare.

Anche adesso mi ribolle il sangue al pensiero di questa ingiustizia. Ma è vero che sono un mostro. Io ho ucciso i buoni e gli indifesi; ho strangolato gli innocenti mentre dormivano e ho stretto fino alla morte la gola di chi mai aveva offeso me o altri esseri viventi. Ho destinato all’infelicità il mio creatore, il più puro esempio di tutto ciò che è degno di amore e di ammirazione tra gli uomini. Eccolo che giace bianco e freddo nella morte.

Tu mi odi ma il tuo orrore non può eguagliare quello che provo per me stesso.

Guardo le mani che hanno compiuto quelle gesta, penso al cuore in cui sono state concepite, e anelo il momento in cui queste mani non mi staranno più davanti agli occhi, il momento in cui quelle visioni non perseguiteranno più i miei pensieri.

[…] <<Ma presto», urlò, con un entusiasmo triste e solenne, «io morirò, e ciò che ora sento non sarà più sentito. Presto questi ardenti tormenti saranno estinti. Salirò in trionfo sulla mia pira funebre ed esulterò nell’agonia delle fiamme che mi tortureranno. La luce di quell’incendio scomparirà; le mie ceneri saranno sparse nel mare dai venti. Il mio spirito dormirà in pace, o, se pure penserà, certo non penserà in questo modo. Addio.»

 

Detto questo si gettò dalla finestra della cabina sulla zattera di ghiaccio che stava accanto al vascello. Presto fu portato via dalle onde, e si perse lontano, nelle tenebre.
Analisi del testo

La creatura cui Victor ha dato vita non cerca compassione ormai. Amore e compassione li cercava quando nel suo animo albergavano nobili sentimenti, quando si aspettava che gli uomini sapessero guardare oltre le sue orribili sembianze esteriori. Ma nessuno ha voluto guardare dentro la sua anima, nessuno ha avuto compassione per lui, ed egli è divenuto così un mostro crudele. Respinto persino dal suo creatore, ha voluto vendicarsi di lui e dell’intera umanità, anche se questo ha provocato al suo animo grandi sofferenze. Egli è infatti consapevole di aver ucciso degli innocenti, di aver commesso delitti imperdonabili, e accetta ormai il suo destino di reietto e di criminale, accetta di soffrire in solitudine, senza più aspettarsi comprensione da parte degli uomini. Quel padre che tanto ha odiato, perché lo aveva respinto, ora che è morto gli appare “il più puro esempio di tutto ciò che è degno di amore e di ammirazione tra gli uomini”. Non gli resta che andare incontro alla morte, nella speranza che il suo spirito possa così finalmente trovare pace.

Esercizi di analisi del testo.
  1. La creatura riconosce le proprie colpe ma cerca in qualche modo di giustificare il proprio comportamento: individua nel testo questi due aspetti e spiegali con parole tue. Quali ingiustizie sostiene di aver subito? Quali responsabilità riconosce a se stesso?
  2. Spiega il significato della frase “…l’angelo caduto è divenuto un demone malvagio. Ma anche il nemico di Dio e degli uomini aveva amici e associati nella sua desolazione; io sono solo.”
  3. Il mostro vede ormai una sola possibilità per porre fine alle proprie sofferenze: quale?

 

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Shelley, Frankenstein: la creazione.

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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Mary Shelley, Frankenstein: la creazione. 

(Capitolo quinto)

La smodata passione per il suo progetto di dar vita a una creatura ha assorbito tutte le energie di Victor Frankenstein, tanto da compromettere le sue condizioni di salute. Dopo molte notti insonni finalmente la creatura prende vita. Di fronte alla bruttezza del mostro Frankenstein è sconvolto e fugge. Quando torna al suo laboratorio il mostro è scomparso e Frankenstein è tormentato dall’angoscia per ciò che ha fatto.
Fu in una cupa notte di novembre che vidi la realizzazione delle mie fatiche.

Con un’inquietudine che rasentava il parossismo, misi assieme attorno a me gli strumenti della vita con cui avrei potuto infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia picchiettava lugubre contro i vetri e la mia candela era quasi consumata quando, alla fievole luce che si stava esaurendo, io vidi aprirsi l’occhio giallo, privo di espressione, della creatura; respirava a fatica, e un moto convulso agitava le sue membra.

Come posso spiegare le mie emozioni di fronte a questa catastrofe e come posso descrivere l’infelice che con attenzione e dolori infiniti ero riuscito a plasmare?

Le sue membra erano proporzionate, e avevo selezionato le sue fattezze in modo che risultassero belle. Belle! Gran Dio! La sua pelle giallastra a mala pena ricopriva il lavorio sottostante dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano folti, di un nero lucido e i suoi denti di un bianco perlaceo; ma questi caratteri rigogliosi non facevano che contrastare in modo più orrendo con i suoi occhi umidi che sembravano quasi dello stesso colore bianco sporco delle orbite su cui poggiavano, con la sua pelle raggrinzita e con le sue labbra nere e dritte.

I vari eventi della vita non sono incostanti come i sentimenti della natura umana.

Avevo lavorato duro per quasi due anni, con il solo fine di infondere la vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato della salute e del riposo. Lo avevo desiderato con un ardore che andava al di là di ogni moderazione; ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno scompariva, e un orrore e un disgusto affannoso mi riempivano il cuore.

Incapace di sopportare l’aspetto dell’essere che avevo creato, di corsa uscii fuori dalla stanza e continuai un bel po’ a camminare su e giù per la mia camera da letto, incapace di convincermi a dormire. Alla fine la spossatezza ebbe la meglio sul tumulto che avevo prima provato, e mi gettai sul letto, cercando di ottenere qualche istante di oblio.

Ma fu inutile; dormii, sì, ma fui tormentato dai sogni più terribili.

Mi sembrava di vedere Elizabeth, piena di salute, a passeggio per le strade di Ingolstadt. Felice e sorpreso, l’abbracciai, ma come impressi il primo bacio sulle sue labbra, esse divennero livide del colore della morte; i suoi lineamenti sembrarono mutare e mi parve di stringere tra le braccia il corpo di mia madre morta; un sudario ne avvolgeva le forme, e vidi i vermi dei cadaveri brulicare attraverso le pieghe della stoffa.

Terrorizzato mi scossi dal sonno; un sudore ghiaccio mi copriva la fronte, i miei denti battevano e le mie membra tremavano convulse: fu allora che, attraverso la luce pallida e gialla della luna che quasi a fatica filtrava attraverso le imposte della finestra,

io vidi l’infelice, il miserabile mostro che avevo creato.

Alzò la cortina del letto e i suoi occhi, se occhi si possono chiamare, si fissarono su di me. Dischiuse le mascelle ed emise qualche suono inarticolato, mentre un sorriso gli corrugò le guance. Può darsi che abbia parlato, ma io non lo udii; aveva una mano tesa verso di me, forse per trattenermi, ma io fuggii e corsi di sotto. Trovai rifugio nel cortile di fronte alla casa ove abitavo e lì rimasi per il resto della notte, camminando in su e in giù nella più grande agitazione, ascoltando con attenzione, cogliendo ogni suono, nel timore che fosse l’annuncio dell’approssimarsi di quel demoniaco cadavere, cui avevo dato una così misera vita.

Oh! Nessun mortale avrebbe sopportato l’orrore di quello sguardo.
Una mummia riportata in vita non potrebbe essere così orrenda come quell’infelice.

Lo avevo osservato quando ancora non era finito; era deforme, già allora, ma quando quei muscoli e quelle giunture divennero capaci di muoversi,

divenne una cosa che neppure Dante avrebbe potuto concepire.

Trascorsi una notte terribile. Qualche volta il mio polso batteva così forte e rapido che sentivo il palpitare di ogni arteria; in altri momenti quasi crollavo al suolo per il languore e lo sfinimento. Assieme a questo orrore sentivo l’amarezza della sconfitta; i sogni che erano stati il mio nutrimento e dolce riposo mi parevano ora un inferno; e il cambiamento era stato così rapido, la disfatta così completa!

Il mattino, fosco e umido, infine giunse, e mostrò ai miei occhi insonni e dolenti la chiesa di Ingolstadt, col suo bianco campanile e con l’orologio, che segnava le sei. Il custode aprì i cancelli del cortile, che quella notte era stato il mio rifugio, e io uscii per le strade, percorrendole a passo rapido, come se cercassi di evitare il mostro che temevo d’incontrare dietro ogni angolo della strada. Non osavo tornare all’appartamento dove abitavo, e mi sentivo spinto a procedere in avanti, sebbene fossi inzuppato dalla pioggia che cadeva giù dal cielo, nero e sconfortante.

Analisi del testo

Il dottor Frankenstein lavora a lungo per realizzare il suo folle sogno: quello di creare la vita. La sua opera giunge alfine a compimento, in una “cupa notte di novembre”. L’ambiente è tetro, buio, illuminato fiocamente dalla luce di una candela, mentre la pioggia picchietta “lugubre” sui vetri. In quest’atmosfera inquietante, la creatura creata da Frankenstein prende vita ma il risultato di tanti mesi di lavoro è orribile, mostruoso: la pelle giallastra, che lascia intravedere in trasparenza i muscoli e le arterie; i capelli folti, neri e lucidi, i denti di un bianco perlaceo, gli occhi umidi di colore giallastro, la pelle raggrinzita e le labbra nere e dritte. Quel che Frankenstein aveva a lungo agognato si trasforma ora in un terribile incubo. Il dottore non riesce a sopportare la vista angosciante della creatura cui ha dato la vita e si rifugia nella sua stanza, poi, stremato, piomba in un sonno agitato e sogna. Dall’incubo della realtà Frankenstein passa all’incubo del sogno: sogna di incontrare Elisabeth, la sua fidanzata, e di baciarla, ma lei si trasforma nel cadavere della madre di Victor, divorato dai vermi. Al risveglio Frankenstein torna all’incubo della realtà: vede accanto a sé il mostro da lui creato e fugge lontano, non sopportando la vista di quell’essere, che neppure Dante avrebbe potuto concepire.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Sottolinea sul testo gli elementi “horror” relativi all’ambiente, alla creatura e alle emozioni provate da Frankenstein. Esponi poi con parole tue le caratteristiche che emergono.
  2. Quale significato assumono le parole di Frankenstein “I vari eventi della vita non sono incostanti come i sentimenti della natura umana.”?
  3. Frankenstein nel suo sonno tormentato è preda di un incubo che si può considerare in qualche modo premonitore: che cosa sogna? Perché ne è così terrorizzato? Che cosa, in realtà, accadrà a Elisabeth?
  4. Quali sono le conseguenze della narrazione in prima persona?

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Mary Shelley, Frankenstein.

Mary Shelley, Frankenstein.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo

Mary Wollstonecraft Shelley nasce a Londra nel 1797, figlia unica dello scrittore William Godwin e della scrittrice Mary Wollestonecraft, morta poco dopo il parto. Nel 1801, il padre si risposa con una vedova, madre di due figli. Dopo un soggiorno in Scozia, nel 1812, Mary conosce a Londra Percy Bysshe Shelley, già sposato con Harriet Westbrook. Con lui, nel 1814, fugge in Francia, in Svizzera, Germania e Olanda. Nel giugno del 1816, nella villa di Lord Byron in Svizzera inizia la composizione di Frankenstein o il moderno Prometeo, pubblicato nel 1818. Alla morte del marito, nel 1822, Mary fa ritorno in Inghilterra. Malinconica, in preda a facili depressioni, vive gli ultimi anni della sua tormentata esistenza accanto all’unico figlio sopravvissuto, dei tre avuti dal marito. Muore il febbraio 1851.

Frankenstein o il moderno Prometeo – L’ideazione

L’autrice ideò il romanzo nell’estate del 1816, ospite di Lord Byron a villa Diodati sul lago di Ginevra, assieme al marito P. B. Shelley, a Polidori, segretario e medico personale di Byron e a Lewis, anch’egli scrittore. L’estate di quell’anno fu particolarmente piovosa, a causa delle polveri sollevatesi nell’atmosfera in seguito all’eruzione in India del vulcano Tambora[1].

Così, durante il tedioso soggiorno, Byron propose che per distrarsi ciascuno scrivesse una storia dell’orrore. La Shelley fu la sola a idearne una in modo compiuto. Influenzata dal paesaggio che aveva davanti a sé decise di ambientare “Frankenstein” proprio a Ginevra. Da un frammento di Byron, ideato in quelle serate, nacque in seguito un altro romanzo, Il vampiro, elaborato da Polidori e pubblicato nel 1919.

[1] L’eruzione del vulcano Tambora (Indonesia) nell’estate del 1815 causò la morte di oltre 60.000 persone e trasformò le estati in inverni su quasi tutto l’emisfero settentrionale. Tre mesi di eruzione in cui furono emessi 160km cubi di materiale vulcanico che causarono uno sprofondamento calderico  abbassando la montagna di circa 1300m e facendola passare dai 4100m fino agli attuali 2850m. L’eruzione del Tambora ebbe anche un effetto globale. Tutta la cenere emessa nell’atmosfera oscurò il sole e cambiò il clima del pianeta tanto che l’anno successivo, il 1816 ci fu un picco di abbassamento della temperatura totale, tale da renderlo famoso come “l’anno senza estate”. Interi raccolti dell’Europa settentrionale, negli stati americani del Nordest e del Canada andarono distrutti. Alcuni storici sostengono che gli sconvolgimenti metereologici prodotti dall’eruzione (piogge intense e nevicate estive) avrebbe contribuito alla sconfitta di Napoleone a Waterloo.

La storia

Il capitano Walton, che guida spedizione verso il Polo Nord,

scrive alla sorella Margareth alcune lettere in cui racconta di aver raccolto durante il suo viaggio un uomo privo di forze. Un giorno l’uomo decide di raccontare la sua storia.

È Victor Frankenstein, nato e cresciuto a Ginevra, circondato dall’affetto dei genitori, dei fratelli e della cugina Elisabeth, destinata a diventare sua sposa.
Victor si iscrive all’Università di Ingolstad

dove frequenta la facoltà di filosofia naturale. Si interessa all’anatomia umana e dopo circa due anni decide di dar vita ad una “creatura”. La sua smodata passione per il progetto assorbe tutte le sue energie, tanto da compromettere le sue condizioni di salute.

Dopo molte notti insonni finalmente la creatura prende vita

ma di fronte alla sua bruttezza Frankenstein è sconvolto e fugge. Quando torna al suo laboratorio il mostro è scomparso e Frankenstein è tormentato dall’angoscia per ciò che ha fatto.

Dopo qualche giorno arriva a Ingolstad il migliore amico di Frankenstein, Henry Clerval, per iniziare i suoi studi di filosofia naturale. Accortosi delle pessime condizioni di salute di Victor, lo assiste durante i mesi di malattia.

Quando Frankenstein si è ristabilito da poco, arriva la notizia dell’assassinio del fratellino, William.

Così i due partono per la Svizzera, ma la notte prima di rientrare a Ginevra Frankenstein, mentre passeggia sotto la pioggia, riconosce la figura del mostro e capisce che è lui l’assassino del fratello.

Giunto in famiglia, lo attende un’altra brutta notizia: la bambinaia Justine, è stata accusata di aver ucciso William.

Victor passa molti mesi nell’angoscia e nel rimorso, finché il padre, preoccupato per il suo comportamento, non decide di distrarlo portandolo in gita a Chamonix.

Durante una passeggiata rivede il mostro, il quale gli racconta la sua storia.
Scappato da Ingolstad, si era rifugiato in Germania

in una capanna, dove assisteva alla vita quotidiana di due fratelli contadini, Felix e Agatha, del loro vecchio padre e di Safie, la bella araba moglie di Felix, che gli avevano ispirato, con la loro semplicità, buoni sentimenti. Dopo aver imparato, osservandoli, a parlare, a leggere e a scrivere, aveva deciso di presentarsi a loro. I contadini, vistolo, erano inorriditi. Così egli aveva deciso di vendicarsi degli uomini, in particolare del suo creatore: lui aveva ucciso William e fatto ricadere le prove dell’omicidio su Justine.

Al termine del racconto il mostro chiede al suo creatore di creargli una compagna;

in cambio lui si rifugerà in un luogo disabitato. Dopo aver esitato Frankenstein accetta e parte per l’Inghilterra con Clerval. Qui, dopo aver viaggiato insieme i due si separano e Victor si rifugia in Scozia per incominciare il suo lavoro.

Una notte, mentre è all’opera, gli appare davanti il mostro

che l’ha seguito durante le sue peregrinazioni; Victor, in preda al nervosismo, fa a pezzi la creatura non ancora ultimata. In seguito a questo gesto il mostro gli promette vendetta.

Gettati i resti della creatura in mezzo al mare, Frankenstein decide di rimanervi e, addormentatosi, si risveglia durante una tempesta. Riesce ad approdare in una città dell’Irlanda, dove è in corso un processo per l’assassinio di un uomo, che Victor scopre essere Clerval ucciso dal mostro.

In preda alla disperazione, si ammala e passa diversi mesi sfiorando la morte, finché non arriva il padre per riportarlo a Ginevra.

Al suo ritorno a Ginevra si decide che il suo matrimonio con Elisabeth

deve avere luogo al più presto possibile. I due si sposano ma quella stessa notte il mostro uccide Elisabeth.

Victor torna allora dal padre che, alla notizia dell’assassinio della nipote, muore sul colpo.

Victor giura che si vendicherà e inizia un inseguimento per terra e mare

attraverso tutta l’Asia fino al Polo Nord, dove viene recuperato privo di forze dalla nave di Walton.

Terminato il racconto, Frankenstein supplica Walton di uccidere il mostro e dopo qualche giorno muore a causa di una febbre nervosa.

Quella stessa notte il mostro sale sulla nave e piange pentito delle sue azioni. A Walton dice di aver sofferto nel compiere le sue azioni cruente e di voler porre fine alla sua vita che ha causato sofferenze al suo creatore.

Infine scompare nelle tenebre.

I flash-back

Walton, il capitano di una nave, racconta tramite lettere alla sorella le sue avventure. Un giorno aiuta un uomo, Victor Frankenstein, trovato in fin di vita sui ghiacci del Polo Nord, che racconta la sua vita partendo da avvenimenti passati (qui troviamo il primo flash-back), descrivendo il viaggio ad Ingolstad, il suo progetto, il ritorno a Ginevra e i terribili lutti. Quando Frankenstein, arrivato a Chamonix, incontra il mostro che comincia a raccontare la sua storia riferendosi ad avvenimenti risalenti a circa due anni prima, troviamo un secondo flash-back.

Esercizi
  1. Scrivi una breve nota biografica relativa all’autrice del romanzo (non oltre 5 righe di metà foglio).
  2. Quale fu la circostanza in cui fu ideato il romanzo?
  3. Spiega il significato del titolo (Frankenstein o il moderno Prometeo).
  4. Esponi la trama del romanzo in non oltre 10 righe di metà foglio di protocollo.
  5. Indica in quali luoghi e in quale epoca è ambientato il romanzo.

 

Frankenstein, Faust e Prometeo. Il Dottor Frankenstein può essere considerato una versione ottocentesca del negromante medievale Doctor Faust, che vende l’anima al diavolo per superare i limiti della conoscenza umana, ma è alla fine distrutto dalla propria ambizione. Frankenstein è anche un moderno Prometeo che vuole superare i limiti umani e acquisire una sorta di potere divino. Il titolo completo del romanzo di Mary Shelley è Frankenstein, o il Moderno Prometeo ed è evidente l’influenza del mito di Prometeo. Per i Romantici Prometeo divenne un simbolo della resistenza e della ribellione dell’uomo contro il dispotismo politico. Mentre nel mito greco Prometeo si piega al potere di Zeus, l’eroe del Prometeo senza catene di P. B. Shelley è indomito nella sua resistenza e glorifica le virtù della rivolta, attribuendo all’autorità politica, religiosa e scientifica la responsabilità delle sofferenze dell’uomo.

Film

Frankenstein di Mary Shelley; Usa1994; 128′, di Kenneth Branagh

Attori: Robert De Niro, Kenneth Branagh, Tom Hulce, Helena Bonham Carter, Aidan Quinn, Ian Holm, Richard Briers, John Cleese

Trama: è la storia del barone Victor Frankestein che ribellandosi alla morte della madre, studia come riportare in vita i morti, creando quella mostruosa creatura che alla fine vedendosi respinta dal suo creatore si vendicherà.

Frankenstein Junior

è il 4 film diretto da Mel Brooks, anche autore della sceneggiatura insieme a Paul Oxon ed al protagonista Gene Wilder. Campione d’incassi nel 1975, la pellicola è una parodia del celebre film Frankenstein di James Whale del 1931, del suo seguito La moglie di Frankenstein e in generale di tutte le altre pellicole dedicate alla creatura di Mary Shelley. Il film è interamente girato in bianco e nero, adottando una fotografia e uno stile anni venti, giocando anche sulle transizioni tra una scena e l’altra proprio per riprendere anche esteticamente i toni del film di Whale. Questo intento viene raggiunto utilizzando perfino gli attrezzi di scena del film originale, ricollocati nelle stesse posizioni e negli identici studi di ripresa.

Il libro

Frankenstein: Il Figliuol Prodigo (2005) di Dean Koontz è connesso alla storia originariamente concepita da Mary Shelley, benchè Koontz abbia dato una svolta diversa. Egli non si è limitato a dare la propria versione della storia di Frankenstein. La sua storia narra cosa sarebbe accaduto se Frankenstein ed il mostro che aveva creato fossero sopravvissuti fino ai giorni nostri.

 

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