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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Mary Shelley, Frankenstein: la creazione. 

(Capitolo quinto)

La smodata passione per il suo progetto di dar vita a una creatura ha assorbito tutte le energie di Victor Frankenstein, tanto da compromettere le sue condizioni di salute. Dopo molte notti insonni finalmente la creatura prende vita. Di fronte alla bruttezza del mostro Frankenstein è sconvolto e fugge. Quando torna al suo laboratorio il mostro è scomparso e Frankenstein è tormentato dall’angoscia per ciò che ha fatto.
Fu in una cupa notte di novembre che vidi la realizzazione delle mie fatiche.

Con un’inquietudine che rasentava il parossismo, misi assieme attorno a me gli strumenti della vita con cui avrei potuto infondere una scintilla di esistenza nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia picchiettava lugubre contro i vetri e la mia candela era quasi consumata quando, alla fievole luce che si stava esaurendo, io vidi aprirsi l’occhio giallo, privo di espressione, della creatura; respirava a fatica, e un moto convulso agitava le sue membra.

Come posso spiegare le mie emozioni di fronte a questa catastrofe e come posso descrivere l’infelice che con attenzione e dolori infiniti ero riuscito a plasmare?

Le sue membra erano proporzionate, e avevo selezionato le sue fattezze in modo che risultassero belle. Belle! Gran Dio! La sua pelle giallastra a mala pena ricopriva il lavorio sottostante dei muscoli e delle arterie; i suoi capelli erano folti, di un nero lucido e i suoi denti di un bianco perlaceo; ma questi caratteri rigogliosi non facevano che contrastare in modo più orrendo con i suoi occhi umidi che sembravano quasi dello stesso colore bianco sporco delle orbite su cui poggiavano, con la sua pelle raggrinzita e con le sue labbra nere e dritte.

I vari eventi della vita non sono incostanti come i sentimenti della natura umana.

Avevo lavorato duro per quasi due anni, con il solo fine di infondere la vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato della salute e del riposo. Lo avevo desiderato con un ardore che andava al di là di ogni moderazione; ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno scompariva, e un orrore e un disgusto affannoso mi riempivano il cuore.

Incapace di sopportare l’aspetto dell’essere che avevo creato, di corsa uscii fuori dalla stanza e continuai un bel po’ a camminare su e giù per la mia camera da letto, incapace di convincermi a dormire. Alla fine la spossatezza ebbe la meglio sul tumulto che avevo prima provato, e mi gettai sul letto, cercando di ottenere qualche istante di oblio.

Ma fu inutile; dormii, sì, ma fui tormentato dai sogni più terribili.

Mi sembrava di vedere Elizabeth, piena di salute, a passeggio per le strade di Ingolstadt. Felice e sorpreso, l’abbracciai, ma come impressi il primo bacio sulle sue labbra, esse divennero livide del colore della morte; i suoi lineamenti sembrarono mutare e mi parve di stringere tra le braccia il corpo di mia madre morta; un sudario ne avvolgeva le forme, e vidi i vermi dei cadaveri brulicare attraverso le pieghe della stoffa.

Terrorizzato mi scossi dal sonno; un sudore ghiaccio mi copriva la fronte, i miei denti battevano e le mie membra tremavano convulse: fu allora che, attraverso la luce pallida e gialla della luna che quasi a fatica filtrava attraverso le imposte della finestra,

io vidi l’infelice, il miserabile mostro che avevo creato.

Alzò la cortina del letto e i suoi occhi, se occhi si possono chiamare, si fissarono su di me. Dischiuse le mascelle ed emise qualche suono inarticolato, mentre un sorriso gli corrugò le guance. Può darsi che abbia parlato, ma io non lo udii; aveva una mano tesa verso di me, forse per trattenermi, ma io fuggii e corsi di sotto. Trovai rifugio nel cortile di fronte alla casa ove abitavo e lì rimasi per il resto della notte, camminando in su e in giù nella più grande agitazione, ascoltando con attenzione, cogliendo ogni suono, nel timore che fosse l’annuncio dell’approssimarsi di quel demoniaco cadavere, cui avevo dato una così misera vita.

Oh! Nessun mortale avrebbe sopportato l’orrore di quello sguardo.
Una mummia riportata in vita non potrebbe essere così orrenda come quell’infelice.

Lo avevo osservato quando ancora non era finito; era deforme, già allora, ma quando quei muscoli e quelle giunture divennero capaci di muoversi,

divenne una cosa che neppure Dante avrebbe potuto concepire.

Trascorsi una notte terribile. Qualche volta il mio polso batteva così forte e rapido che sentivo il palpitare di ogni arteria; in altri momenti quasi crollavo al suolo per il languore e lo sfinimento. Assieme a questo orrore sentivo l’amarezza della sconfitta; i sogni che erano stati il mio nutrimento e dolce riposo mi parevano ora un inferno; e il cambiamento era stato così rapido, la disfatta così completa!

Il mattino, fosco e umido, infine giunse, e mostrò ai miei occhi insonni e dolenti la chiesa di Ingolstadt, col suo bianco campanile e con l’orologio, che segnava le sei. Il custode aprì i cancelli del cortile, che quella notte era stato il mio rifugio, e io uscii per le strade, percorrendole a passo rapido, come se cercassi di evitare il mostro che temevo d’incontrare dietro ogni angolo della strada. Non osavo tornare all’appartamento dove abitavo, e mi sentivo spinto a procedere in avanti, sebbene fossi inzuppato dalla pioggia che cadeva giù dal cielo, nero e sconfortante.

Analisi del testo

Il dottor Frankenstein lavora a lungo per realizzare il suo folle sogno: quello di creare la vita. La sua opera giunge alfine a compimento, in una “cupa notte di novembre”. L’ambiente è tetro, buio, illuminato fiocamente dalla luce di una candela, mentre la pioggia picchietta “lugubre” sui vetri. In quest’atmosfera inquietante, la creatura creata da Frankenstein prende vita ma il risultato di tanti mesi di lavoro è orribile, mostruoso: la pelle giallastra, che lascia intravedere in trasparenza i muscoli e le arterie; i capelli folti, neri e lucidi, i denti di un bianco perlaceo, gli occhi umidi di colore giallastro, la pelle raggrinzita e le labbra nere e dritte. Quel che Frankenstein aveva a lungo agognato si trasforma ora in un terribile incubo. Il dottore non riesce a sopportare la vista angosciante della creatura cui ha dato la vita e si rifugia nella sua stanza, poi, stremato, piomba in un sonno agitato e sogna. Dall’incubo della realtà Frankenstein passa all’incubo del sogno: sogna di incontrare Elisabeth, la sua fidanzata, e di baciarla, ma lei si trasforma nel cadavere della madre di Victor, divorato dai vermi. Al risveglio Frankenstein torna all’incubo della realtà: vede accanto a sé il mostro da lui creato e fugge lontano, non sopportando la vista di quell’essere, che neppure Dante avrebbe potuto concepire.

Esercizi di analisi del testo.
  1. Sottolinea sul testo gli elementi “horror” relativi all’ambiente, alla creatura e alle emozioni provate da Frankenstein. Esponi poi con parole tue le caratteristiche che emergono.
  2. Quale significato assumono le parole di Frankenstein “I vari eventi della vita non sono incostanti come i sentimenti della natura umana.”?
  3. Frankenstein nel suo sonno tormentato è preda di un incubo che si può considerare in qualche modo premonitore: che cosa sogna? Perché ne è così terrorizzato? Che cosa, in realtà, accadrà a Elisabeth?
  4. Quali sono le conseguenze della narrazione in prima persona?

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CC BY-NC-SA 4.0 Shelley, Frankenstein: la creazione. by giorgiobaruzzi is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International License.