Ariosto, Astolfo sulla Luna.

AstolfoAriosto, Astolfo sulla luna.

(Orlando furioso, Canto XXXIV, ottave 70-76 e 81-86

Il senno di Orlando, impazzito di gelosia per il tradimento della bella Angelica, è finito sulla luna. Astolfo vi si reca per recuperarlo, a cavallo dell’ippogrifo, un prodigioso cavallo alato, accompagnato da san Giovanni.

Ariosto rappresenta così in modo fantastico il paesaggio lunare e quel che vi appare.

70

Tutta la sfera varcano del fuoco,

et indi vanno al regno de la luna.

Veggon per la più parte esser quel loco

come un acciar che non ha macchia alcuna;

e lo trovano uguale, o minor poco

di ciò ch’in questo globo si raguna,

in questo ultimo globo de la terra,

mettendo il mar che la circonda e serra.

71

Quivi ebbe Astolfo doppia maraviglia:

che quel paese appresso era sì grande,

il quale a un picciol tondo rassimiglia

a noi che lo miriam da queste bande;

e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,

s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande

discerner vuol; che non avendo luce,

l’imagin lor poco alta si conduce.

72

Altri fiumi, altri laghi, altre campagne

sono là su, che non son qui tra noi;

altri piani, altre valli, altre montagne,

c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,

con case de le quai mai le più magne

non vide il paladin prima né poi:

e vi sono ample e solitarie selve,

ove le ninfe ognor cacciano belve.

73

Non stette il duca a ricercare il tutto;

che là non era asceso a quello effetto.

Da l’apostolo santo fu condutto

in un vallon fra due montagne istretto,

ove mirabilmente era ridutto

ciò che si perde o per nostro diffetto,

o per colpa di tempo o di Fortuna:

ciò che si perde qui, là si raguna.

74

Non pur di regni o di ricchezze parlo,

in che la ruota instabile lavora;

ma di quel ch’in poter di tor, di darlo

non ha Fortuna, intender voglio ancora.

Molta fama è là su, che, come tarlo,

il tempo al lungo andar qua giù divora:

là su infiniti prieghi e voti stanno,

che da noi peccatori a Dio si fanno.

75

Le lacrime e i sospiri degli amanti,

l’inutil tempo che si perde a giuoco,

e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,

vani disegni che non han mai loco,

i vani desidèri sono tanti,

che la più parte ingombran di quel loco:

ciò che in somma qua giù perdesti mai,

là su salendo ritrovar potrai.

76

Passando il paladin per quelle biche,

or di questo or di quel chiede alla guida.

Vide un monte di tumide vesiche,

che dentro parea aver tumulti e grida;

e seppe ch’eran le corone antiche

e degli Assirii e de la terra lida,

e de’ Persi e de’ Greci, che già furo

incliti, et or n’è quasi il nome oscuro.

[…]

81

Vide gran copia di panie con visco,

ch’erano, o donne, le bellezze vostre.

Lungo sarà, se tutte in verso ordisco

le cose che gli fur quivi dimostre;

che dopo mille e mille io non finisco,

e vi son tutte l’occurrenzie nostre:

sol la pazzia non v’è poca né assai;

che sta qua giù, né se ne parte mai.

82

Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,

ch’egli già avea perduti, si converse;

che se non era interprete con lui,

non discernea le forme lor diverse.

Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,

che mai per esso a Dio voti non fêrse;

io dico il senno: e n’era quivi un monte,

solo assai più che l’altre cose conte.

83

Era come un liquor suttile e molle,

atto a esalar, se non si tien ben chiuso;

e si vedea raccolto in varie ampolle,

qual più, qual men capace, atte a quell’uso.

Quella è maggior di tutte, in che del folle

signor d’Anglante era il gran senno infuso;

e fu da l’altre conosciuta, quando

avea scritto di fuor: “Senno d’Orlando”.

84

E così tutte l’altre avean scritto anco

il nome di color di chi fu il senno.

Del suo gran parte vide il duca franco;

ma molto più maravigliar lo fenno

molti ch’egli credea che dramma manco

non dovessero averne, e quivi denno

chiara notizia che ne tenean poco;

che molta quantità n’era in quel loco.

85

Altri in amar lo perde, altri in onori,

altri in cercar, scorrendo il mar, richezze;

altri ne le speranze de’ signori,

altri dietro alle magiche sciocchezze;

altri in gemme, altri in opre di pittori,

et altri in altro che più d’altro aprezze.

Di sofisti e d’astrologhi raccolto,

e di poeti ancor ve n’era molto.

86

Astolfo tolse il suo; che gliel concesse

lo scrittor de l’oscura Apocalisse.

L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,

e par che quello al luogo suo ne gisse:

e che Turpin da indi in qua confesse

ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;

ma ch’uno error che fece poi, fu quello

ch’un’altra volta gli levò il cervello.

70 – Varcano tutta la sfera del fuoco, poi giungono al regno della luna. Vedono che la maggior parte di essa appare come d’acciaio, senza alcuna macchia; e la trovano uguale o poco diversa da quel che si trova su questa terra da questo infimo globo della terra, compreso il mare che la circonda e serra.

71 – Qui Astolfo fu doppiamente meravigliato: perché quel luogo visto da vicino era così grande, mentre somiglia ad un piccolo cerchio a noi che lo guardiamo da quaggiù; e perché è costretto ad aguzzare gli occhi, se da lassù vuol vedere la terra ed il mare che la circonda; perché non emanando luce, la sua immagine è poco visibile.

72 – Ben altri fiumi, ben altri laghi, ben altre campagne ci sono lassù, che non sono qui da noi; ben altre pianure, ben altre valli, ben altre montagne, con città e castelli con case che il paladino mai vide  così grandi ne prima né in seguito: e ci sono foreste enormi e selvagge, dove le ninfe cacciano le belve feroci.

73 – Tuttavia Astolfo non si soffermò tanto a osservare, perché non era salito lassù per quello. Fu condotto dal santo apostolo in una gran valle stretta tra due montagne, dove in modo incredibile era raccolto tutto quello che si perde o per nostra mancanza, o per colpa del tempo o del caso: quel che quaggiù va perduto, lo si trova tutto lassù.

74 – Non parlo solo di regni e ricchezze, che la ruota della fortuna rende instabili, ma anche di ciò che la Fortuna non ha il potere di togliere e di dare. Lassù c’è molta fama che il tempo nel suo procedere, divora come un tarlo: ci sono lassù infinite preghiere e suppliche che noi peccatori rivolgiamo a Dio.

75 – Le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo che si sperpera inutilmente al gioco, il tempo che si perde inutilmente al gioco, e il lungo ozio di uomini ignoranti, i vani progetti che mai si realizzano, i desideri illusori sono tanti da ingombrare larga parte di quel luogo: insomma, qualunque cosa tu abbia perduto sulla terra salendo lassù potrai ritrovarla.

76 – Passando il paladino attraverso quei mucchi di cose, di questo e di quello chiede alla sua guida. Vide un monte fatto da sacche rigonfie, dal cui interno sembravano venire tumulti e grida; seppe che erano gli antichi regni sia degli Assiri che della Lidia, sia dei Persiani che dei Greci, che un tempo furono famosi, mentre ora quasi anche il loro nome è stato dimenticato. […]

Tutte le vane illusioni degli uomini si accumulano sulla luna

81 – Vide gran quantità di trappole fatte col vischio, che erano un tempo, o donne, le vostre bellezze. Sarebbe lungo se raccontassi in versi tutte le cose che sulla Luna gli furono mostrate; infatti dopo mille e mille non terminerei, perché c’è tutto ciò che può capitarci nella vita: soltanto la pazzia non è poca né molta, perché sta sulla terra senza andarsene mai.

82 – Qui rivolse l’attenzione ad alcuni giorni e fatti suoi, che un tempo aveva perduto, che se non ci fosse stato san Giovanni a spiegarglieli non li avrebbe riconosciuti, per le loro diverse forme. Poi giunse dove stava ciò che a noi sembra sempre di avere, tanto che mai per esso si son fatti voti a Dio; parlo del senno: ve n’era lì una montagna, da sola molto più grande di tutte le altre cose fin qui descritte.

83 – Era come un liquido leggero e fluido, destinato a evaporare, se non tenuto ben chiuso; e si poteva vedere raccolto in varie ampolle, quale più quale meno capiente, destinate a quello scopo. La più grande di tutte era quella in cui era stato versato il grande senno del folle signore di Anglante (Orlando); e fu riconosciuta in mezzo alle altre, perché c’era scritto all’esterno: “Senno d’Orlando”.

84 – E allo stesso modo tutte le altre riportavano scritto il nome di coloro ai quali il senno, era appartenuto. Il valoroso duca (Astolfo) vide l’ampolla che conteneva gran parte del suo; ma lo fecero meravigliare molto di più le ampolle di molti che credeva non ne fossero quasi per niente privi, mentre lì era evidente che in realtà ne avevano poco, perché ce n’era una grande quantità in quel luogo.

85 – Chi lo perde per amore, chi per gli onori, chi per cercare ricchezze, attraversando il mare; chi riponendo speranze nei potenti, chi dietro alle vane sciocchezze della magia; chi per i gioielli, chi per le opere di pittori, e altri ancora per altre cose che apprezzano più di ogni altra. Di filosofi e di astrologi e anche di poeti ve n’era raccolta una gran quantità.

86 – Astolfo prese il suo; glielo concesse l’apostolo Giovanni, scrittore della misteriosa Apocalisse. Si portò al naso l’ampolla nella quale era contenuto, e sembra che se ne sia tornato al proprio posto: e che Turpino ammetta che da quel momento in poi Astolfo visse saggiamente per lungo tempo; ma vi fu un errore che fece in seguito, che gli fece perdere una altra volta il senno.

Analisi del testo

Astolfo ha l’importante compito di recarsi sulla Luna a recuperare il senno che Orlando ha perduto, innamorandosi sconsideratamente di una pagana. Il recupero del senno consentirà a Orlando di ritornare a combattere per la fede cristiana.

Astolfo ha come mezzo di trasporto l’Ippogrifo, mezzo cavallo e mezzo grifone che vola, inventato dal mago Atlante per rapire Ruggiero e di cui a un certo punto s’impadronisce Astolfo. Con questo Ippogrifo Astolfo arriva nel Paradiso Terrestre, dove incontra San Giovanni Evangelista e insieme a lui si reca sulla Luna, dove si trova il senno che Orlando ha perduto. La Luna è fatta per molti aspetti come la Terra: ci sono fiumi, laghi, campagne, castelli, come sulla Terra. Essa è però una sorta di mondo rovesciato, perché “ciò che si perde qua, là si raguna”, cioè quel che va perduto sulla terra lo si ritrova lassù. A un certo punto i due giungono in un luogo in cui è raccolta una quantità enorme di ampolle, piene di un liquido leggero, che evapora con facilità: si tratta del senno perduto dagli uomini, che tuttavia ritengono di possederne tanto. Qui si trova anche il senno di Orlando, che Astolfo può recuperare. Approfitta per recuperare anche il suo e lo inala dall’ampolla in cui è contenuto.

Il testo può essere suddiviso in quattro parti: la descrizione del paesaggio lunare e di quello terrestre; l’elenco degli oggetti perduti sulla terra; la scoperta della montagna del senno; il recupero del senno perduto.

Osservata dalla e sulla Luna la realtà umana appare illusoria: l’effimera ricerca della felicità, l’affannoso desiderio di realizzare i propri desideri, spesso insensati, si rivela ad Astolfo come priva di senso. Tutti i sogni e le illusioni finiscono sulla Luna e anche il senno, che là è raccolto in quantità enorme, benché gli uomini, sulla terra, ritengano di esserne molto ben forniti. L’unica cosa che manca sulla Luna è invece la pazzia, che resta tutta sulla Terra e non abbandona mai gli esseri umani. La follia di Orlando è simbolo della condizione umana, è caratteristica che spesso accomuna tutti gli uomini. Il tema della vanitas, ovvero dell’inutilità e insensatezza è ben presente nel Medioevo, che contrappone alla vuota vita terrena la vera vita, quella ultraterrena. Ariosta, tuttavia, appare ormai lontano da questa prospettiva e guarda il mondo con occhio ironico, distaccato e disincantato, unico modo per non farsi travolgere dalle futili illusioni.

Comprensione e analisi del testo

  1. Con quale mezzo e accompagnato da chi Astolfo può giungere sulla Luna?
  2. Individua le quattro sequenze in cui si può suddividere il testo e riassumile.
  3. Quali sono gli “oggetti” smarriti che si trovano sulla Luna, ammassati in una vallata?
  4. Che cosa si trova in grande quantità e che cosa invece manca sulla Luna?
  5. Quale forma assume il senno degli uomini e come Astolfo può riconoscere quello di Orlando?
  6. Quali sono i modi con cui gli uomini perdono il senno?
  7. In che modo Astolfo riesce, temporaneamente, a recuperare il suo?
  8. Perché la follia di Orlando assume un valore simbolico?
  9. Come viene inteso da Ariosto il tema – di origine medievale – della vanitas?

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