Jacopone da Todi, Donna de Paradiso

Share:
Condividi

iacoponeJacopone da Todi, Donna de Paradiso o Il pianto della Madonna

(Todi ca 1236 – Collazzone 25.12.1306)

Dall’Umbria proviene la voce più vigorosa e originale della poesia religiosa del Duecento, quella di Jacopone da Todi, autore di numerose laudi in onore di Dio e della Madonna. Capolavoro di Jacopone è il Pianto della Madonna, laude in forma di dialogo in cui il dolore della madre di Cristo ai piedi della croce è rappresentato con crescente tensione drammatica.

Donna de Paradiso, capolavoro di Jacopone da Todi, è una delle più antiche laude. Il poeta descrive la figura di Maria, addolorata, presso la croce su cui Gesù sta morendo. Madre e figlio dialogano, dopo che un nunzio ha descritto le tragiche vicende della crocifissione, e Gesù morente affida la madre all’apostolo Giovanni. Quel che emerge con particolare forza è l’umanità di Maria, trafitta dal dolore per la morte del figlio, che vorrebbe morire con lui e che lancia grida disperate. Maria è in primo luogo una madre disperata, che sta perdendo il proprio figlio in modo tanto crudele.

Figlio bianco e vermiglio,

figlio senza simiglio,

figlio e a ccui m’apiglio?

Figlio, pur m’ài lassato![1]
Figlio bianco e biondo,                                      120

figlio volto iocondo,
figlio, perché t’à el mondo,
figlio, cusì sprezzato?[2]
Figlio dolc’e piacente,
figlio de la dolente,                                            125

figlio àte la gente
mala mente trattato.

Ioanni, figlio novello,

morto s’è ‘l tuo fratello.

Ora sento ‘l coltello                                            130

che fo profitizzato.[3]

Che moga figlio e mate

d’una morte afferrate,

trovarse abraccecate

mat’e figlio impiccato!».[4]



[1] Figlio… lassato: Maria invoca il figlio esaltandone la bellezza senza pari e ribadisce la sua disperazione, ora che l’ha definitivamente perduto. L’espressione bianco e vermiglio (rosso intenso, acceso) indica la bellezza del volto. Nel Cantico dei Cantici, V,10: “Il mio diletto è bianco e vermiglio…”.

[2] Figlio… sprezzato: Perché – si chiede Maria affranta, continuando nelle sue invocazioni al figlio – Gesù il cui volto così gioioso e sereno dava gioia agli altri è stato a tal punto disprezzato e umiliato?

[3] Ioanni… profitizzato: Ora sento ‘l coltello: metonimia per indicare la ferita. Nei Vangeli, Simeone predice a Maria il destino di Gesù e il suo dolore di madre: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Vangelo di Luca, II, 35).

[4] Che… impiccato: Maria vorrebbe morire assieme al proprio figliolo, abbracciata strettamente a lui. In abraccecate la finale «e» per «i» è caratteristica tipica umbra, come nel precedente afferrate.

Parafrasi: Figlio bianco e vermiglio (rosso acceso, purpureo), figlio senza uguali (senza simiglio), figlio, a chi mi aggrappo (m’apiglio)? Figlio, mi hai del tutto (pur) abbandonata! Figlio bianco e biondo, figlio dal volto gioioso e che dava gioia (giocondo); figlio, perché il mondo figlio, ti ha così (cusì) disprezzato? Figlio dolce e piacente, figlio dell’addolorata (dolente), figlio, la gente ti ha (àte) trattato malamente. Giovanni, nuovo figlio, è morto tuo fratello. Ora sento la ferita (del coltello) che mi  fu profetizzata. Che muoiano (moga) il figlio e la madre da un’unica morte afferrati; che madre e figlio appeso alla croce (impiccato) si trovino insieme abbracciati.

Analisi del testo

La lauda racconta i drammatici momenti della passione e morte di Cristo ma pone in primo piano la sofferenza di Maria e il suo dramma di madre. Rifacendosi ai Vangeli, Jacopone teatralizza gli eventi rendendo più umani e vicini al sentire popolare i temi religiosi. La passione di Maria è profondamente umana ed ella appare, più che come «donna de Paradiso», anzitutto come una madre disperata.

Possiamo suddividere il testo nelle seguenti sequenze, di cui sono riportati parzialmente i versi dell’ultima:

  • Cattura e crocefissione di Gesù (vv. 4-83)
  • Dialogo tra Maria e Gesù (vv. 84-111).
  • Il lamento funebre o corruptus (vv. 112-135).

Il lamento funebre (corruptus) di Maria, che occupa tutta l’ultima parte della lauda, è contrassegnato dalla ripetuta invocazione del figlio. Non serve a consolare Maria la consapevolezza della missione salvifica di Gesù né l’aver compreso il significato della profezia di Simeone (“E anche a te una spada trafiggerà l’anima”, Vangelo di Luca, II, 35). Suo figlio è morto e Maria grida tutto il suo dolore: si sente sperduta e disperata e invoca il figlio esaltandone la bellezza senza pari, ribadisce la sua disperazione, ora che l’ha definitivamente perduto. Perché, si chiede Maria affranta dal dolore, lui che donava gioia e serenità agli altri è stato a tal punto disprezzato e umiliato? Nei versi conclusivi (vv. 132-135), Maria invoca la propria morte insieme a quella di Cristo, abbracciata strettamente a lui, a sottolineare la dimensione umana della sua tragica sofferenza di madre.

Lauda drammatica, strutturata secondo le forme della ballata sacra, composta da quartine di versi settenari rimati. Il lessico è in gran parte legato alla cultura popolare e alla quotidianità, con toni espressionistici che descrivono efficacemente la drammaticità degli eventi, da un lato, e che mostrano, dall’altro, tutta l’umanità e l’amore che caratterizza il rapporto tra Maria e Gesù: mamma; lagni; affocato; attossicato; abbraccecate. Sono presenti tuttavia anche espressioni che rimandano ad un registro linguistico colto, come le forme latineggianti allide, nella prima quartina, crucifige, lege, rege nella parte qui non riportata, o come l’aggettivo vermiglio, del v. 116, di derivazione provenzale.

Comprensione e analisi

  1. Quali attributi vengono riferiti da Maria al proprio figlio?
  2. Della figura di Maria viene evidenziata più la natura umana o quella divina? Spiega perché
  3. Che tipo di lessico prevale nella lauda?

Biografia: Iàcopo di Iacobèllo déi Benedétti, nato da nobile famiglia guelfa, esercitò in gioventù la professione di notaio. A partire dal 1268, in seguito alla tragica morte della moglie Vanna,[5] ebbe una profonda crisi religiosa che lo indusse ad entrare nel 1278 nell’ordine francescano. Nell’acceso confronto interno all’ordine, fra conventuali e spirituali, si schierò con questi ultimi, che furono condannati da Bonifacio VIII. Scomunicato nel 1298, fu rinchiuso in carcere, dove rimase fino alla morte del Papa (1303). Della sua opera restano un centinaio di Laude (tra cui il capolavoro Donna de Paradiso o Il pianto della Madonna), in cui con forte accento polemico ed acceso spirito combattivo denuncia la corruzione della Chiesa e degli uomini, incapaci di redimersi.

Le laudi di Jacopone da Todi sono componimenti di tema religioso che si rifanno al genere della lauda, in cui Jacopone rappresenta con toni angosciosi e tormentati la realtà umana e terrena, per la sua vanità e caducità. Il linguaggio delle laudi, basato fondamentalmente sul dialetto umbro, è estremamente crudo.


[1] Figlio… lassato: Maria invoca il figlio esaltandone la bellezza senza pari e ribadisce la sua disperazione, ora che l’ha definitivamente perduto. L’espressione bianco e vermiglio (rosso intenso, acceso) indica la bellezza del volto. Nel Cantico dei Cantici, V,10: “Il mio diletto è bianco e vermiglio…”.

[2] Figlio… sprezzato: Perché – si chiede Maria affranta, continuando nelle sue invocazioni al figlio – Gesù il cui volto così gioioso e sereno dava gioia agli altri è stato a tal punto disprezzato e umiliato?

[3] Ioanni… profitizzato: Ora sento ‘l coltello: metonimia per indicare la ferita. Nei Vangeli, Simeone predice a Maria il destino di Gesù e il suo dolore di madre: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Vangelo di Luca, II, 35).

[4] Che… impiccato: Maria vorrebbe morire assieme al proprio figliolo, abbracciata strettamente a lui. In abraccecate la finale «e» per «i» è caratteristica tipica umbra, come nel precedente afferrate.

[5] Secondo le antiche biografie, la moglie sarebbe morta durante una festa da ballo per il crollo del pavimento e Jacopone avrebbe trovato sul suo corpo un cilicio (stoffa ruvida o cintura con punte e nodi indossata direttamente sulla pelle) che lei portava per espiare la vita mondana cui era costretta. Questa scoperta avrebbe spinto Jacopone a ripudiare il proprio stile di vita, facendo dono di tutti i suoi beni ai poveri e scegliendo la via dell’ascesi e della povertà.

De Andrè e Vecchioni…

In entrambe le canzoni, di cui riporto alcuni versi, la suggestione del testo medievale di Jacopone è evidente, soprattutto nel ritmo scandito dalla parola figlio. Il contenuto è invece privo di sacralità.  Al dolore di Maria per la morte del figlio la preoccupazione per il futuro di un figlio nato e destinato a crescere in un mondo privo di ideali e di valori.

Ottocento

Da F. De Andrè, Le nuvole, 1990

Figlio bello e audace

bronzo di Versace

figlio sempre più capace

di giocare in borsa

di stuprare in corsa tu […]

Figlio figlio

povero figlio

eri bello bianco e vermiglio

quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio

figlio figlio

unico sbaglio

annegato come un coniglio

per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio

a me a me

che ti trattavo come un figlio

povero me

domani andrà meglio […]

Figlio

da R.Vecchioni, Il lanciatore di coltelli, 2002

Figlio, figlio, figlio,

disperato giglio, giglio, giglio,

luce di purissimo smeriglio,

corro nel tuo cuore e non ti piglio,

dimmi dove ti assomiglio

figlio, figlio, figlio,

soffocato giglio, giglio, giglio,

figlio della rabbia e dell’imbroglio,

figlio della noia e lo sbadiglio,

disperato figlio, figlio, figlio. […]

Lascia un Commento