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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Origini del volgare letterario in Italia

La Chiesa e la cultura

Il clericus

Nell’arco di tempo che va dal VI al X secolo il patrimonio della cultura scritta e le attività legate al sapere rimasero circoscritte a un limitato numero di utenti. Gli intellettuali, specialisti della cultura, generalmente appartenevano all’ambiente ecclesiastico. Il termine chierico (in latino clericus) indicò indifferentemente sia l’uomo di Chiesa, adibito alle funzioni liturgiche e alla predicazione, sia l’intellettuale, la cui formazione avveniva sempre all’interno della Chiesa (scuole episcopali, monasteri, abbazie).

Gli amanuensi

Prima dell’avvento della stampa a caratteri mobili, i testi erano unicamente manoscritti, redatti da amanuensi specializzati nell’uso della scrittura. Gli amanuensi spesso arricchivano le opere con finissime e preziose miniature che le illustravano. Inoltre i libri erano destinata a un uso ristretto e a una circolazione assai limitata. Nell’Alto Medioevo, caratterizzato dalle invasioni barbariche e dalla dispersione della cultura classica, i monasteri svolsero un ruolo decisivo per la produzione, la conservazione e lo studio del patrimonio librario.

Scriptoria e biblioteche dei conventi

Nello scriptorium dei monasteri i monaci riproducevano testi religiosi, scientifici, filosofici, letterari, che poi venivano gelosamente conservati nella biblioteca. Dagli scriptoria ecclesiastici uscivano principalmente testi sacri: la Bibbia, i testi liturgici e le opere dei Padri della Chiesa. La rinascita della filologia latina e dell’attività scrittoria relativa alle grandi opere letterarie, storiche e filosofiche avvenne tra l’VIII e il IX secolo, grazie all’impulso di Carlo Magno, e proseguì fino verso il X e l’XI secolo. Inoltre i libri circolavano con molta difficoltà e venivano consultati solo dagli ecclesiastici nella biblioteca in cui essi erano custoditi.

Le università e la cultura

Nasce una concezione laica del libro

Un notevole impulso alla produzione dei libri fu offerto dalle università. Si sviluppò, infatti, una concezione “laica” del libro, visto come strumento di studio e di apprendimento delle discipline impartite nei grandi centri universitari europei (Bologna, Parigi, Oxford). Il libro divenne così oggetto di mercato e la realizzazione di libri si diffuse anche nei settori dell’economia artigianale. Talvolta erano gli studenti che ricopiavano i testi delle lezioni accademiche. Frequentemente però la riproduzione manoscritta era affidata a officine scrittorie e botteghe specializzate.

Muta la diffusione e la fruizione dei libri

Tra la fine del XII e i primi del XIII secolo il processo di produzione dei testi manoscritti subì quindi una sostanziale modifica. Di conseguenza aumentò la quantità dei libri disponibili, cambiarono i luoghi della loro produzione e mutò il pubblico dei fruitori. In sostanza il librò si urbanizzò e si laicizzò in maniera definitiva. Infine, nel XIII secolo il libro cominciò a essere trascritto anche in lingue diverse dal latino, in volgare italiano ad esempio, come dimostra la ricca diffusione dei codici della lirica duecentesca.

Uso letterario del volgare in Italia

I primi esempi di volgare letterario

Al XII secolo risalgono i primi esempi di volgare definibile in senso lato “letterario“, svincolato da precise finalità pratiche e rispettoso invece di obblighi ritmici, metrici e fonetici. Si tratta di testi giullareschi, composti cioè da cantastorie e poeti di corte o di piazza in un linguaggio fortemente impregnato di forme dialettali, latinismi, francesismi. I primi testi letterari italiani provengono quasi tutti dal mondo giullaresco. Il Ritmo Laurenziano, il Ritmo Cassinese, il Ritmo di Sant’Alessio sono collocati tra la fine del XII e gli inizi del XIII secolo in un ambito sociale vicino al mondo ecclesiastico. Tuttavia i giullari (ioculatores in latino, jongleurs in francese) subiscono l’opposizione del clericus a causa della loro instabilità sociale e mobilità in seno al sistema politico cortese. I titoli negativi con cui essi vengono etichettati (histriones, scurrae) mettono in risalto la componente di dissacrazione che è implicita alla loro funzione. Il giullare adopera un linguaggio licenzioso e osceno, è piuttosto un esecutore che un produttore, si affida prevalentemente alla trasmissione orale e all’improvvisazione.

Civiltà comunale e influenze franco-provenzali

In Italia la letteratura volgare nasce con notevole ritardo rispetto a quella franco-provenzale, di cui subisce tra l’altro una forte influenza. La situazione italiana era molto frammentata politicamente, specie al Nord dove nel XII-XIII sec. si sviluppò la civiltà comunale, e anche culturalmente, non essendovi una lingua di “corte” che unificasse gli scrittori della penisola. In Italia mancava anche una vera corte simile a quella francese o a quelle dei signori feudali di Provenza, se si eccettua il caso di Federico II in Sicilia. Così, una letteratura volgare che si rivolgeva a un pubblico di laici nacque in concomitanza con lo sviluppo della società comunale e dei suoi valori mercantili e borghesi. Dunque in un ambiente urbano profondamente diverso da quello dell’epica francese o della lirica trobadorica.

Estrazione sociale degli scrittori

Diversa fu anche l’estrazione sociale dei primi scrittori in lingua volgare, spesso impegnati nelle istituzioni comunali (talvolta notai o uomini di legge, come Guido Guinizelli). I poeti siciliani della scuola di Federico II erano di origine borghese, molto diversi dai cavalieri-poeti della poesia provenzale.

Ambiente urbano-borghese e valori feudali

Nonostante il suo carattere comunale, la letteratura volgare italiana subì il forte influsso dei modelli francesi e provenzali. Pur rivolgendosi in prevalenza a un pubblico alto-borghese di mercanti, essa espresse anche valori e ideali propri della società feudale più antica. Così, la lirica amorosa si rifece strettamente alla concezione dell’amor cortese e al vassallaggio amoroso (sia pure in un ambiente cittadino, come lo Stilnovo a Firenze).

La letteratura religiosa

Benché si rivolgesse a un pubblico di laici, la letteratura italiana delle Origini fu spesso ispirata a elementi di profonda religiosità, dando vita a un filone di poesia religiosa (S. Francesco, Jacopone da Todi…). Essa si diffuse in parallelo con il movimento di rinnovamento spirituale della Chiesa e la lotta alle eresie del primo XIII sec.

La varietà linguistica

Notevole, infine, la varietà linguistica. I primi testi letterari si espressero in volgare umbro (specie la poesia religiosa), in siciliano (i poeti alla corte di Federico II), in toscano (la lirica amorosa e la poesia comica), in veneziano nel caso del Milione di Marco Polo e in lombardo con la poesia “didattica” di Bonvesin da la Riva. Il volgare toscano sarebbe poi diventato la lingua letteraria per eccellenza della nostra tradizione, attraverso il modello illustre dei principali scrittori del Trecento (Dante, Petrarca, Boccaccio) e dell’Umanesimo.

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