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Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Lev Tolstoj, Ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

(da Lev Tostoj, Anna Karénina)

 

Il tradimento viene percepito e vissuto in modo peculiare da ciascun individuo. Generalmente l’uomo considera il proprio tradimento come un peccato veniale, mentre la donna, tradizionalmente, lo ritiene più grave, anche se oggi tale divergenza sembra essersi attenuata. Nel brano che segue, l’incipit di Anna Karenina, emerge la mentalità di un maschio dell’Ottocento, con il modo di pensare tipico del periodo.

 

Tutte le famiglie felici sono simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.
Tutto era sottosopra in casa Oblonskij. La moglie era venuta a sapere che il marito aveva una relazione con la governante francese che era stata presso di loro, e aveva dichiarato al marito di non poter più vivere con lui nella stessa casa. Questa situazione durava già da tre giorni ed era sentita tormentosamente dagli stessi coniugi e da tutti i membri della famiglia e dai domestici. […]
Tre giorni dopo il litigio, il principe Stepan Arkad’ic Oblonskij – Stiva, com’era chiamato in società – all’ora solita, cioè alle otto del mattino, si svegliò non nella camera della moglie, ma nello studio, sul divano marocchino. […] E, notata una striscia di luce che filtrava da un lato della cortina di panno, sporse allegramente i piedi fuori dal divano, cercò con essi le pantofole di marocchino dorato ricamategli dalla moglie (dono per l’ultimo suo compleanno), e per vecchia abitudine, ormai di nove anni, senza alzarsi, allungò il braccio verso il posto dove, nella camera matrimoniale, era appesa la vestaglia. E in quel momento, a un tratto, ricordò come e perché non dormiva nella camera della moglie, ma nello studio, il sorriso gli sparve dal volto; corrugò la fronte.
– Ahi, ahi, ahi! – mugolò, ricordando quanto era accaduto, e gli si presentarono di nuovo alla mente tutti i particolari del litigio, la situazione senza via di uscita e, più tormentosa di tutto, la propria colpa. “Già, lei non perdonerà, non può perdonare. E quel ch’è peggio è che la colpa di tutto è mia… la colpa è mia, eppure non sono colpevole! Proprio in questo sta il dramma” pensava. “Ahi, ahi, ahi!” ripeteva con disperazione, ricordando le impressioni più penose per lui di quella rottura.
Più spiacevole di tutto il primo momento, quando, tornato da teatro, allegro e soddisfatto, con un’enorme pera in mano per la moglie, non l’aveva trovata nel salotto; con sorpresa non l’aveva trovata neanche nello studio, e infine l’aveva scorta in camera con in mano il malaugurato biglietto che aveva rivelato ogni cosa. Lei, quella Dolly eternamente preoccupata e inquieta, e non profonda, come egli la giudicava, sedeva immobile, con il biglietto in mano, e lo guardava con un’espressione di orrore, d’esasperazione e di rabbia. – Cos’è questo biglietto, cos’è? – chiedeva mostrando il biglietto.
E a quel ricordo, come talvolta accade, ciò che tormentava Stepan Arkad’ic non era tanto il fatto in se stesso, quanto il modo col quale egli aveva risposto alle parole della moglie.
Gli era accaduto in quel momento quello che accade alle persone che vengono inaspettatamente accusate di qualcosa di troppo vergognoso. Non aveva saputo adattare il viso alla situazione in cui era venuto a trovarsi di fronte alla moglie dopo la scoperta della propria colpa. Invece di offendersi, negare, giustificarsi, chiedere perdono, rimanere magari indifferente – tutto sarebbe stato meglio di quel che aveva fatto – il suo viso, in modo del tutto involontario (azione riflessa del cervello, pensò Stepan Arkad’ic, che amava la fisiologia), in modo del tutto involontario, aveva improvvisamente sorriso del suo usuale, buono e perciò stupido sorriso.
Questo stupido sorriso non riusciva a perdonarselo. Visto quel sorriso, Dolly aveva rabbrividito come per un dolore fisico; era scoppiata, con l’impeto che le era proprio, in un diluvio di parole dure, ed era corsa via di camera. Da quel momento non aveva più voluto vedere il marito.
“Tutta colpa di quello stupido sorriso – pensava Stepan Arkad’ic. – Ma che fare, che fare?” si chiedeva con disperazione, e non trovava risposta.
Stepan Arkad’ic era un uomo leale con se stesso. Non poteva ingannare se stesso e convincersi d’essere pentito del suo modo di agire. Non poteva, in questo momento, pentirsi di non essere più innamorato – lui, bell’uomo trentaquattrenne, facile all’amore – di sua moglie, di un anno solo più giovane, madre di cinque bambini vivi e di tre morti. Era pentito solo di non averlo saputo nascondere più abilmente alla moglie. Ma sentiva tutto il peso di questa situazione e commiserava la moglie, i figli e se stesso. Forse avrebbe cercato di nascondere più accortamente le proprie colpe alla moglie, se avesse previsto che questa scoperta avrebbe agito tanto su di lei. A questo non aveva riflettuto mai con chiarezza; tuttavia, vagamente, si figurava che sua moglie, da tempo, indovinasse che egli non le era fedele e chiudesse un occhio. Gli sembrava inoltre che lei, donna esaurita, invecchiata, non più bella e per nulla affatto interessante, semplice, buona madre di famiglia soltanto, dovesse, per un senso di giustizia, essere indulgente. Era avvenuto il contrario.
“Ah, è terribile! Ahi, ahi, ahi, ahi! Terribile! – si ripeteva Stepan Arkad’ic e non riusciva a trovare una via d’uscita. – E come andava tutto bene prima d’ora! Come vivevamo bene! Lei era contenta, felice dei bambini; io non l’ostacolavo in nulla, la lasciavo libera di regolarsi come voleva, coi bambini, con la casa. È vero, non è bello che quella sia stata governante in casa nostra! Non è bello! C’è qualcosa di triviale, di volgare nel far la corte alla propria governante. Ma che governante! – e ricordò con vivezza il riso e gli occhi neri assassini di m.lle Rolland. – Del resto finché è stata in casa nostra, io non mi sono permesso nulla.
Da Lev Tolstoj, Anna Karenina,
A cura e con traduzione di Maria Bianca Luporini, Sansoni editore, 1967

 

 

Analisi del testo

Celeberrimo l’incipit del romanzo: l’autore vuole evidenziare come la felicità famigliare sia qualcosa di ordinario, di comune, forse di banale, mentre l’infelicità presenta tratti peculiari, assume il carattere della straordinarietà. La scoperta innegabile dell’infedeltà coniugale del marito, il principe Stepan Oblònskij, da parte della moglie Dolly, è la causa dello spezzarsi, che sembra irrimediabile, dell’apparente felicità famigliare.
Il brano fa emergere il punto di vista di Oblònskij, mostrando la mentalità maschile del tempo sul matrimonio e sul tradimento. Per lui la relazione con la governante è un peccato veniale, perdonabile da parte della moglie, che lui vede come una buona madre di famiglia che però dovrebbe chiudere un occhio, intuire ed accettare che egli non le sia fedele, essendo ormai invecchiata e poco attraente.
Al suo risveglio nello studio, quando rievoca gli eventi, Oblònskij si pente soprattutto della sua reazione alla scoperta di un bigliettino compromettente da parte della moglie. Quello è l’unico suo rammarico, di aver reagito non cercando di negare , di giustificarsi, di chiedere perdono ma con il suo usuale stupido sorriso, che aveva irritato terribilmente la moglie. Per il resto non poteva dirsi pentito, se non di non avere nascosto, in modo più abile, la relazione con la ex governante. Una relazione forse un po’ immorale e volgare, pensa, quella con la governante, una donna però molto attraente e con gli occhi neri assassini.
 
Esercizi di analisi del testo
  1. Il punto di vista del principe Stepan Oblònskij chiarisce la mentalità maschile del tempo sul matrimonio e sul tradimento. Indica che cosa pensa Oblònskij:
della moglie
della propria colpa
del rapporto coniugale
dell’amante
  1. Alla luce di quanto rilevato nell’esercizio precedente, componi un breve testo espositivo che descriva le opinioni di Oblònskij.
 

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Lev Tolstoj, Una tormenta paurosa

Lev Tolstoj, Una tormenta paurosa

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Lev Tolstoj, Una tormenta paurosa

(Parte I – Capitolo XXX – Anna Karénina)
Anna Karenina da liberliber

 

Mentre è in viaggio di ritorno per Pietroburgo una grande tormenta di neve rallenta il viaggio. Mentre sta per risalire sulla vettura del treno Anna percepisce una presenza: è Vronskij. In parallelo alla bufera di neve si svolge nell’animo di Anna una tormenta interiore. La bufera è terribile, spaventevole, ma così attraente, così eccitante. È il fascino del baratro, della ribellione al placido incedere di una vita non veramente voluta, il piacere della trasgressione delle regole imposte da una società che soffoca pulsioni e sentimenti.

 

Una tormenta paurosa s’era scatenata e fischiava fra le ruote della vettura, lungo le colonne, al di là dell’angolo della stazione. Vetture, colonne, uomini; tutto quello che si poteva scorgere veniva ricoperto da un sol lato di neve e sempre di più se ne ricopriva. Per un attimo la tormenta parve calmarsi, ma poi di nuovo si sferrò con raffiche tali che sembrava non si potesse resisterle. Nel frattempo alcune persone corsero e, scambiando allegramente qualche parola, fecero scricchiolare le assi della banchina aprendo e richiudendo continuamente la porta grande. L’ombra contorta di un uomo scivolò sotto i piedi di lei e si udì il rumore di un martello sul ferro… «Telegrafa!» echeggiò una voce irritata dall’altra parte nel buio della tormenta.  «Favorite qua, n. 28!» gridarono ancora altre voci e delle persone imbacuccate corsero, ricoperte di neve. Due signori, con le sigarette accese in bocca, le passarono accanto.
Ella respirò ancora una volta per prendere aria a sazietà e aveva già tirato fuori la mano dal manicotto per afferrarsi alla colonnina e rientrare in vettura, quando accanto a lei un individuo dal cappotto militare le intercettò la luce vacillante del fanale. Si voltò e in quell’attimo riconobbe il viso di Vronskij. Portando la mano alla visiera, egli s’inchinò e domandò se avesse bisogno di qualcosa e se potesse esserle utile. Anna lo fissò a lungo senza rispondere nulla e, malgrado l’ombra in cui era, vedeva, o le sembrava di vedere, anche l’espressione del viso e degli occhi di lui. Ancora quell’espressione di reverente ammirazione che la sera prima l’aveva tanto impressionata. Più di una volta in quei giorni, e fino a pochi momenti prima, era andata ripetendo a se stessa che Vronskij era per lei uno dei cento giovanotti eternamente identici che s’incontrano dovunque, e che ella mai avrebbe concesso a se stessa di pensare a lui; ma ora, in quel primo attimo dell’incontro, fu presa da un senso di orgoglio gioioso. Non c’era bisogno di chiedere perché fosse là. Lo sapeva così sicuramente come s’egli avesse detto che si trovava là perché voleva essere dov’era lei.
— Non sapevo che foste in viaggio. Perché viaggiate? — disse, abbassando la mano con la quale stava aggrappata alla colonnina. E un’irrefrenabile gioia e animazione le illuminarono il viso.
— Perché viaggio? — ripeté lui, guardandola dritto negli occhi. — Voi sapete che io viaggio per essere dove siete voi — disse — e non posso fare altrimenti.
Nello stesso tempo, come se avesse superato degli ostacoli, il vento spazzò via la neve dai tetti delle vetture, strascinò una lamiera di ferro ch’era riuscito a strappare, e il fischio della locomotiva ruggì, lugubre e cupo. A lei ora tutto l’orrore della tormenta pareva ancora più bello. Egli aveva detto proprio quello che l’anima sua desiderava, ma che la sua ragione temeva. Ella non rispondeva nulla, e sul viso di lei egli scorgeva la lotta interiore.
— Perdonatemi se vi spiace quello che ho detto — disse umilmente.
Parlava con cortesia, con rispetto, ma con tanta fermezza e ostinazione che per molto tempo ella non poté rispondere nulla.
— È male quello che dite, e vi prego, se siete un gentiluomo, dimenticate quello che avete detto; anch’io dimenticherò — disse infine.
— Non una vostra parola, non un vostro gesto dimenticherò mai, e non posso…
— Basta, basta! — gridò lei, cercando invano di dare un’espressione severa al viso che egli andava scrutando avidamente. E afferratasi con la mano alla colonnina gelida, montò sul predellino ed entrò in fretta nel corridoio della vettura. Ma nel piccolo ingresso si fermò per riflettere a quello che era accaduto. Non ricordava né le parole proprie, né quelle di lui, ma ebbe la sensazione che quella conversazione di pochi istanti li avesse terribilmente avvicinati e ne era spaventata e felice. Dopo esser rimasta in piedi per qualche secondo, entrò nello scompartimento e sedette al proprio posto. Quello stato di tensione che l’aveva tormentata poco prima non solo si rinnovò, ma aumentò sino a farle temere che da un momento all’altro si spezzasse in lei qualcosa di troppo teso. Non dormì tutta la notte. Ma in quella tensione e in quel vaneggiamento che le riempivano la mente, non c’era nulla di spiacevole e di tetro, al contrario, c’era qualcosa di gioioso e di eccitante. All’alba si assopì nella poltrona, e quando si svegliò era giorno chiaro e il treno si avvicinava a Pietroburgo. Il pensiero della casa, del marito, del figlio, le faccende di quel giorno e dei seguenti s’impossessarono subito di lei.
A Pietroburgo, non appena il treno si fu fermato ed ella uscì, il primo viso che attirò la sua attenzione fu quello del marito: «Ah, Dio mio, perché ha le orecchie fatte a quel modo?» pensò guardando la figura di lui fredda e rappresentativa e in particolare le cartilagini delle orecchie che sostenevano le falde del cappello tondo e che in quel momento la colpivano. Egli, appena la vide, le andò incontro, atteggiando le labbra al sorriso canzonatorio che gli era abituale e guardandola diritto con i suoi grandi occhi stanchi. Una sensazione sgradevole le strinse il cuore quando incontrò lo sguardo di lui ostinato e stanco: come se avesse voluto vederlo diverso. La colpì soprattutto quello scontento di sé che aveva provato nell’incontrarlo. Era, questa, una sensazione da tempo provata, simile a quella sua mancanza di lealtà nei rapporti col marito; ma prima questa sensazione ella non la notava, ora invece la percepiva con chiarezza e con pena.
— Be’, lo vedi, hai un marito tenero, tenero come al primo anno di matrimonio: bruciava dal desiderio di vederti — disse lui con la sua voce sottile e strascicata e con quel tono che quasi sempre usava con lei, un tono di canzonatura verso chi avesse parlato così per davvero.
— Serëza sta bene? — domandò lei.
— E questa è tutta la tua ricompensa per il mio ardore? — disse lui. — Sta bene, sta bene…
Da Lev Tolstoj, Anna Karenina
 
Analisi del testo
Il capitolo è costruito simmetricamente sul parallelismo tra la tormenta di neve ed il tormento interiore della protagonista. Ella è combattuta tra dovere e passione, tra il suo dovere di donna sposata e “felice” e la sua nascente, turbinosa passione per Vrònskij. Dopo un primo momento di sorpresa, quando lo scorge, il suo animo è preda di contrastanti sentimenti: la sua anima desidera sentirsi dire quel che Vrònskij le dice, ma la ragione glielo fa temere. Il travaglio interiore la fa sentire viva, sembrano muoversi in lei sentimenti e sogni che fino allora pensava impossibili, ma ha paura delle conseguenze. L’orrore della tormenta sembra bello ad Anna, come il timore di farsi travolgere dalla passione. La sua tensione interiore è talmente forte da non permetterle di dormire e da farle temere di essere ad un punto di rottura, ma quel vaneggiare è eccitante. Poi finalmente si addormenta, e al risveglio è giunta a San Pietroburgo. Ad attenderla alla stazione c’è il marito, che le appare particolarmente brutto, freddo e sgradevole, a partire dalla particolare forma rigida delle orecchie che sorreggono il cappello e dall’ironico sorriso. Anche in passato provava un vago disagio, ma ora quella percezione si era fatta chiara e dolorosa.

 

 

 
Esercizi di analisi del testo
  1. All’inizio del brano viene descritta la tormenta di neve. Indica quali elementi di essa anticipano lo stato d’animo e le emozioni di Anna.
  2. Anna e Vrònskij si incontrano: quali aspetti di lui la colpiscono?
  3. Anna vive una lotta interiore tra la ragione e il sentimento: descrivi i suoi pensieri.
  4. L’autore inserisce, a metà del dialogo tra i due, una breve pausa descrittiva sulla bufera che imperversa: quale rapporto c’è tra la tempesta di neve e lo stato d’animo provato dalla donna?
  5. Durante la parte restante del viaggio Anna continua ad essere tormentata da pensieri ed emozioni contrastanti. Evidenzia tale stato d’animo.
  6. Quando Anna giunge a Pietroburgo, ad attenderla c’è il marito. Quali particolari fisici e quali atteggiamenti la irritano di lui? Quali sentimenti prova?
 

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Lev Tolstoj, Anna Karénina

Lev Tolstoj, Anna Karénina

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Lev Tolstoj, Anna Karénina

Il romanzo fu pubblicato a puntate sul Messaggero russo dal 1875 al 1877. L’edizione definitiva in volume uscì nel 1878. Esso è considerato una delle più alte espressioni del realismo russo ottocentesco.

La trama

Stepàn Arkad’ič Oblonskij, detto Stiva, un ufficiale civile, ha tradito la moglie, Dar’ja Aleksàndrovna, soprannominata Dolly. Anna Arkàd’evna Karènina, la sorella sposata di Stiva, viene chiamata da San Pietroburgo dal fratello, per persuadere Dolly a non lasciarlo. Anna raggiunge Mosca viaggiando in treno in compagnia della madre dell’ufficiale dell’esercito Aleksèj Kirìllovič Vrònskij, che va a prenderla alla stazione. Il giovane è immediatamente colpito dal fascino di Anna e inizia a corteggiarla. Durante il loro incontro si verifica un drammatico incidente: un uomo si suicida, gettandosi sotto il treno.
Nel frattempo, un amico di infanzia di Stiva, Kònstantin Dmitrič Levin, arriva a Mosca per chiedere la mano della sorella minore di Dolly, Ekaterina Aleksàndrovna Ščerbàckaja, detta Kitty. Il giovane, serio aristocratico, vive in una tenuta che gestisce lui stesso. Kitty rifiuta, aspettando una proposta di matrimonio da parte di Vrònskij. Quest’ultimo prova però un’insopprimibile attrazione per Anna che, turbata dalla propria reazione al suo evidente corteggiamento, decide di far presto ritorno a San Pietroburgo da suo marito Aleksèj Aleksàndrovič Karènin, un ufficiale governativo, e da suo figlio Serëža. Vronskij la segue a sua insaputa sullo stesso treno e il loro incontro mette in crisi l’equilibrio affettivo di Anna. Levin intanto ritorna al suo podere, abbandonando per il momento ogni speranza di matrimonio con Kitty, ma in seguito i due si sposeranno.
Anna e Vronskij divengono amanti e quando Vrònskij cade da cavallo durante una gara, l’angoscia provata da Anna rende palesi i suoi sentimenti al marito, per cui si vede costretta a confessargli la relazione. Anna Karénina è una donna apparentemente felice: è sposata, ha un figlio ed è la perla dell’alta società di Pietroburgo. Tuttavia il colpo di fulmine per il conte Vrònskij sconvolge la sua vita e la induce a scelte che infrangono le convenzioni sociali del suo tempo e la relegano nel ruolo dell’adultera, mentre il rapporto con Vrònskij si rivelerà sempre meno appagante.
Ossessionata dai rimorsi e dalla gelosia, Anna si suicida gettandosi sotto un treno. Parallelamente alla vicenda di Anna si dipana la felice storia d’amore di Kitty e Lévin, che riescono invece insieme a superare crisi e difficoltà.
I due amori Anna/Vronskij e Levin/Kitty sono i perni attorno ai quali è costruita la trama del romanzo: alla passione extraconiugale dei primi, che prosegue nonostante l’opposizione della società e le minacce del marito Karenin, Tolstoj contrappone l’amore puro, pazientemente perseguito dei secondi. Kitty e Levin, infatti, si sposano e conducono una vita serena.

Lev Nikolaevič Tolstoj

Nacque nel 1828 da nobile famiglia a Jasnaja Poljana, dove visse un’adolescenza disordinata e irrequieta. Iniziati gli studi universitari in legge non li portò a termine e, divenuto ufficiale nell’esercito, partecipò alla guerra nel Caucaso e in Crimea (1851-56). Fu questa la fonte d’ispirazione dei suoi primi racconti, che si scontrarono con l’opposizione governativa per la mancanza di ogni esaltazione patriottica e per la descrizione delle atrocità della guerra. Ritiratosi nella tenuta paterna, si sposò (1862) e si dedicò all’attività pedagogica a favore dei figli dei contadini locali fondando e dirigendo una scuola. Si dedicò alla stesura di Guerra e pace (1863-69), vasto affresco storico sullo sfondo delle guerre napoleoniche, cui si intrecciano le vicende di varie famiglie russe, e di Anna Karenina (1873-77), il secondo dei capolavori cui Tolstoj deve la propria fama.
La profonda crisi spirituale, di cui è testimonianza l’autobiografico Confessione (1879-80), si concluse con l’avvicinamento ad un nativo cristianesimo, lontano da quello delle istituzioni religiose e vicino alla semplicità e vitalità della religione del popolo. Ne derivarono i racconti La morte di Ivan Il‘ic (1887-89) e La sonata a Kreutzer (1889-90).
Oltre al travaglio interiore derivato dalla difficile applicazione delle sue rivoluzionarie idee di solidarietà sociale e di amore, Tolstoj dovette subire l’opposizione della famiglia, a partire dalla moglie, specialmente dopo la rinuncia ai diritti d’autore per le sue opere. Il suo impegno nell’assistenza al popolo fu mal visto dalle autorità religiose e politiche, tanto che la Chiesa ortodossa giunse al punto di scomunicarlo, a causa delle aspre critiche rivolte dallo scrittore al suo operato. Negli ultimi anni della sua vita Tolstoj cercò più volte di andarsene da casa. Nell’ultimo tentativo di fuga lo scrittore si ammalò di polmonite e morì il 28 ottobre 1910, alla stazione ferroviaria di Astapovo.

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