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Bram Stoker, Dracula

Bram Stoker, Dracula

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Bram Stoker, Dracula

Lo scrittore irlandese Bram Stoker (Abraham Stoker), noto come autore del romanzo gotico-horror Dracula, nacque a Clontarf (Dublino) l’8 novembre 1847 e morì a Londra il 20 aprile 1912. Nella sua infanzia egli ebbe salute molto cagionevole, tanto che non potè reggersi in piedi e camminare fino all’età di sette anni. Tuttavia riuscì a superare questa sua debolezza e a diventare uno straordinario atleta e giocatore di football al Trinity College di Dublino, presso il quale conseguì la laurea in Matematica. Dopo 10 anni di servizio civile al Castello di Dublino, durante i quali collaborò come critico teatrale con il Dublin Evening Mail, conobbe l’attore Sir Henry Irving e dal 1878 fino alla sua morte Stoker ne fu manager e organizzatore del suo teatro, il Lyceum. Dopo aver scritto diversi racconti e testi teatrali di scarso successo, nel 1897 Stoker pubblicò il suo capolavoro Dracula, un romanzo “gotico” e dell’orrore.

Stoker affermò che l’idea del libro gli venne da un incubo causato da una scorpacciata di gamberi in insalata, consumati in compagnia dello studioso ungherese Arminius Vambery. Addormentatosi, sognò un vampiro che sorgeva dalla tomba per recarsi a compiere i suoi orribili misfatti.  Sotto la guida di Vambery, si documentò scrupolosamente sulle autentiche tradizioni del folklore sui vampiri e su un sinistro personaggio realmente vissuto circa quattro secoli prima, Vlad Dracul detto anche Vlad Tepes I’Impalatore. La Transilvania (la terra oltre la foresta) gli sembrò il luogo dove poter ambientare la vicenda in modo storicamente attendibile.

Dracula, di Bram Stoker

Il romanzo è costituito di articoli di giornale, di diari, di lettere, di telegrammi e di altri scritti dei principali personaggi: Jonathan Harker, Wilhelmina (“Mina”) Murray, futura moglie di Jonathan, il Dr. John (“Jack”) Seward, psichiatra e amministratore del sanatorio, Lucy Westenra, amica di Mina e il professor Abraham Van Helsing. 

La trama. 

Jonathan Harker, un giovane avvocato inglese, dopo un lungo viaggio giunge in Transilvania per incontrare il Conte Dracula, un cliente interessato a un grosso acquisto immobiliare a Londra. La gente del posto reagisce con terrore alla notizia della sua destinazione, il castello di Dracula. Le persone che incontra, solo a sentir nominare il Conte Dracula si fanno il segno della croce. La locandiera che ospita Jonathan tenta di dissuaderlo dal recarsi al castello e gli regala un crocifisso. Benché questo lo preoccupi alquanto, egli prosegue il suo viaggio. Una diligenza lo accompagna fino a Passo Borgo e qui sale sulla carrozza inviata dal conte, guidata da un inquietante cocchiere. Accompagnato dal minaccioso ululato dei lupi, Jonathan giunge al castello, un enorme edificio in completa rovina, circondato da un’atmosfera sinistra e immerso in una fitta oscurità. 

Il conte Dracula accoglie calorosamente Jonathan e comincia a interrogarlo insistentemente sulle abitudini degli abitanti di Londra, dove intendere acquistare alcune abitazioni. Ma con il passare del tempo si manifestano eventi inquietanti e terrificanti. Mentre Jonathan si sta radendo, il conte appare all’improvviso alle sue spalle. Spaventato dalla presenza improvvisa del conte, la cui immagine non si riflette nello specchietto da barba, il giovane si procura una ferita con il rasoio e Dracula, alla vista del sangue, reagisce con violenza. In seguito Jonathan vede di notte il conte uscire da una finestra e muoversi lungo le mura come se fosse una lucertola.

Una notte Jonathan, mentre il conte è assente, si avventura nelle stanze del castello e in una di queste, assopitosi su un divano, vede materializzarsi tre splendide donne, due brune e una bionda dalla folta capigliatura. Jonathan prova un misto di desiderio e terrore quando si accingono a “baciarlo”. La prima ad avvicinarsi a lui è la bionda, di cui sente i denti acuminati premere sul suo collo. Ma mentre le vampira sta per succhiargli il sangue, Jonathan avverte la presenza del conte Dracula che, in preda a una collera diabolica, fa indietreggiare le tre vampire, alle quali in cambio offre una sacca dalla quale proviene il gemito soffocato di un bambino.

Dracula parte per l’Inghilterra e Jonathan, ormai consapevole di essere prigioniero dentro il castello, si rende conto dell’intenzione del Conte di lasciarlo in balia delle tre vampire. Decide così di tentare, in qualsiasi modo, di fuggire…

A questo punto l’azione si sposta a Londra, dove Mina Murray, fidanzata di Jonathan, intrattiene con l’amica Lucy Westerna una corrispondenza grazie alla quale vengono presentati gli altri protagonisti: John Seward, direttore di un manicomio, Quincey P. Morris, avventuriero texano e giramondo, e Arthur Holmwood, giovane di nobile famiglia. Tutti e tre hanno fatto una proposta di matrimonio a Lucy la quale, lusingata e felice, confessa a Mina che li sposerebbe tutti e tre. Tuttavia, non essendo questo possibile, ha scelto Arthur.

In attesa del ritorno di Jonathan, Mina va a soggiornare a casa di Lucy. È questo l’inizio di una serie di fatti strani. Il giornale locale riporta infatti la notizia di una forte tempesta che si è abbattuta sulla città e che, tra la fitta nebbia e le onde altissime, ha condotto in porto una nave, la Demeter. È una specie di nave fantasma a bordo della quale viene trovato solo il cadavere del capitano legato al timone, con in mano un rosario e un crocifisso. Nella stiva c’è un carico di casse di legno che contengono della terra. Lo stupore cresce quando viene notato che l’unico essere vivente a lasciare il relitto e a dirigersi verso il cimitero è un grosso cane nero.

In seguito all’arrivo della nave cominciano a verificarsi degli eventi che sconvolgono le vite dei protagonisti. Renfield, paziente del Dottor Seward, comincia a manifestare un peggioramento, poiché i suoi comportamenti sono sempre più strani. Inizia con il catturare mosche che attira con lo zucchero e piccole razioni di cibo, poi è la volta dei ragni, che nutre con le mosche catturate, poi riesce addirittura a prendere degli uccelli a cui darà in pasto i ragni. Infine, chiede inutilmente a Seward di portargli un gattino e comincia a delirare di un fantomatico Signore.

Intanto Lucy inizia a soffrire di sonnambulismo e una notte Mina trova la ragazza sulla collina nei pressi del cimitero dove le sembra di vedere una figura dal volto pallido e dagli occhi rossi china su di lei. Mentre avvolge l’amica con il suo scialle, nota due puntini sul collo dell’amica e teme di averla punta con una spilla. Le condizioni di salute di Lucy peggiorano e la giovane diventa ogni giorno più debole. Intano Mina riceve notizie da Jonathan che è riuscito a scappare dal castello di Dracula e si trova in un ospedale a Budapest. Decide così di raggiungerlo per riportarlo a Londra. Poiché le condizioni di Lucy non fanno che peggiorare, il Dottor Seward decide di chiamare in aiuto il Professor Abraham Van Helsing, un suo vecchio insegnante che vive ad Amsterdam. L’insigne dottore capisce il motivo della malattia di Lucy.

La ragazza è vittima del Conte Dracula e ormai è pressoché dissanguata. Perciò Van Helsing riempie la camera della ragazza con fiori di aglio, in modo da proteggerla, poi decide di sottoporla a una serie di trasfusioni di sangue. Tutti i suoi amici si prestano alla delicata operazione, ma nonostante il sangue ricevuto, l’aspetto di Lucy comincia a cambiare. I denti sono sempre più appuntiti, i segni sul collo iniziano a scomparire e anche il suo atteggiamento è diverso. Van Helsing capisce allora che Lucy sta per morire.

Dopo la sua morte, Lucy diventa un vampiro, che inizia a dare la caccia ai bambini per succhiare loro il sangue. Così il professor Van Helsing decide di agire. Aiutato dai tre amici, Van Helsing compie il rito che porta alla distruzione di Lucy: le viene conficcato un paletto nel cuore, tagliata la testa e riempita la bocca di aglio.

Intanto Mina e Jonathan sono tornati a Londra e Van Helsing ha la possibilità di leggere il diario che il giovane ha scritto durante il soggiorno in Transilvania. Dopo aver raccolto le informazioni necessarie, il professor Van Helsing convoca tutti per organizzare un piano e distruggere Dracula. La compagnia procede alla sterilizzazione delle casse di terra che il conte ha disseminato nelle varie proprietà acquistate a Londra. 

Renfield, compreso che l’obiettivo del vampiro adesso è Mina, nel tentativo di salvarla si scaglia contro Dracula, che gli ha fatto visita nella sua cella. Quest’ultimo però lo scaraventa a terra, riducendolo in fin di vita. Ascoltato il racconto di Renfield morente, che rivela i piani del vampiro in un ultimo momento di lucidità, gli uomini si recano nella stanza in cui si trova Mina e la vedono bere sangue dal petto di Dracula che vuole trasformarla in vampiro.

Mina viene ipnotizzata da Van Helsing e attraverso una connessione telepatica, il dottore scopre che il vampiro si trova sulla via del ritorno in Transilvania e sta viaggiando su una nave. Van Helsing capisce che per uccidere Dracula deve raggiungerlo prima che arrivi al suo castello così inizia un frenetico inseguimento assieme ai compagni. 

Quando però la compagnia comincia ad avvicinarsi alla dimora del conte, Mina cade in uno stato di torpore durante il giorno e inizia a rifiutare il cibo. Van Helsing sa che si sta trasformando anche lei in un vampiro e per questo non c’è tempo da perdere. La giovane viene visitata dalle tre donne vampiro che la invitano a unirsi a loro, ma Van Helsing riesce a respingerle e successivamente a ucciderle mentre si trovano nelle loro bare.

Poco prima del tramonto del sole il gruppo degli inseguitori raggiunge il carro che trasporta la bara di Dracula, scortato e difeso da un gruppo di zingari. Alla fine, dopo una strenua lotta, poco prima del tramonto, Jonathan e un Quincey morente raggiungono la bara ed uccidono il conte, tagliandogli la testa e trafiggendogli il cuore. 

A quel punto lo sguardo maligno e vendicativo di Dracula, che era passato da un’espressione di odio ad una di trionfo, perché il sole stava per essere oscurato, nel momento della morte e della successiva dissoluzione si rasserena in un’espressione di pace finalmente raggiunta.

A conclusione del romanzo è posta una Nota di Jonathan Harker: sia Arthur Holmwood sia John Seward sono felicemente sposati, mentre Jonathan stesso e Mina sono stati allietati dalla nascita di un figlio.

Dracula nella storia: Vlad III l’impalatore.

La figura storica realmente esistita che dà il nome al Dracula del romanzo è Vlad III di Valacchia (1431-1477), soprannominato Țepeș, “l’impalatore”, per le efferate torture che usava infliggere ai suoi nemici, in particolare quella di impalare le sue vittime. L’imperatore Sigismondo di Lussemburgo aveva concesso a suo padre Vlad II il governo della Valacchia e il titolo di cavaliere dell’Ordine del Drago. Così Vlad III assunse il patronimico del padre, “Dracula” ovvero “figlio del drago” (ma in romeno “drac” può significare anche diavolo). 

Assieme al fratello Radu, Vlad III fu ostaggio dei turchi presso il Sultano Murad II. Nel 1448, dopo l’uccisione di suo padre e del fratello maggiore Mircea, fuggì e divenne per breve tempo voivoda di Valacchia. Riuscì in seguito a tornare al potere nel 1456 e a regnare sulla Valacchia fino al 1462. Imprigionato per più di dieci anni, rioccupò il trono nel 1476 ma poco dopo fu ucciso in battaglia contro i turchi.

Dracula è passato alla storia come sovrano crudele e sanguinario. Certamente il voivoda della Valacchia applicò in modo sistematico la pratica dell’impalamento, per torturare e uccidere i suoi nemici, esterni o interni al regno. Aveva presumibilmente appreso questa pratica proprio dai turchi, contro i quali in larga parte la impiegò crudelmente, con l’intento di terrorizzare il nemico. La impiegò anche contro i nemici interni, come i boiari o i mercanti sassoni.

Numerosi sono le leggende e gli aneddoti che ne descrivono la crudeltà, non tutti, in realtà, credibili, anche perché spesso diffusi dai suoi nemici. 

Vlad III fu anche un valoroso condottiero, che combatté eroicamente contro i turchi e che per breve tempo rese la Valacchia indipendente, anche attraverso l’impiego dei suoi metodi “terroristici”, peraltro tutt’altro che rari nel 1400.

Bram Stoker conobbe questo personaggio grazie a Arminius Vambery, professore di Tradizioni Slave all’Università di Budapest.

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Bram Stoker, La morte di Dracula

Bram Stoker, La morte di Dracula

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di Giorgio Baruzzi

Bram Stoker, La morte di Dracula

Nella parte conclusiva del romanzo, uno dei momenti più drammatici è costituito dal frenetico inseguimento e dall’uccisione di Dracula, inutilmente protetto da uno stuolo di zingari. Si tratta anche di una lotta contro il tempo: gli inseguitori devono raggiungere la bara con dentro il conte prima che il sole sia coperto dalle montagne e dal castello, perché a quel punto Dracula riacquisterebbe tutta la sua potenza e sarebbe invincibile.

Ogni secondo sembrava un secolo. Il vento ora veniva a raffiche rabbiose, frustando la neve in mulinelli furibondi, sì che in certi momenti non si vedeva a distanza di due palmi; in altri invece, il vento, sibilandoci accanto, sembrava ripulire l’aria, tanto che lo sguardo spaziava lontano. Negli ultimi tempi ci eravamo a tal punto abituati a tener conto di albe e tramonti, che sapevamo con notevole precisione quando il sole sarebbe scomparso: e non sarebbe occorso ancora molto. Pareva impossibile credere che nemmeno un’ora fosse passata dacché attendevamo nel nostro ricovero, ma ormai i vari gruppi di uomini convergevano alla nostra volta, sempre più vicini. Le raffiche di vento erano aumentate di intensità, e adesso venivano, gelide, soprattutto da nord; in compenso, sembrava avesse spazzato le nuvole foriere di neve, la quale cadeva solo di tanto in tanto, e potevamo così distinguere chiaramente i singoli componenti di ogni gruppo, gli inseguiti e gli inseguitori. Strano a dirsi, i primi non sembravano rendersi conto, o per lo meno preoccuparsi, del fatto che erano inseguiti, anche se parevano raddoppiare la velocità a mano a mano che il sole si approssimava alle vette.

Più vicini, sempre più vicini; e il professore e io ci siamo messi al riparo del macigno, pronti a far fuoco. Chiaro: Van Helsing era ben deciso a impedir loro di andar oltre. E quelli sembravano tutt’ora all’oscuro della nostra presenza.

E all’improvviso, due voci hanno gridato all’unisono: “Alt!” Una era quella del mio Jonathan, ed era vibrante di passione; l’altra del signor Morris, e il suo era il tono forte e deciso di chi dà un ordine che non ammette repliche. Forse gli zingari non conoscevano la lingua in cui era stato impartito, ma come fraintendere il tono?

Istintivamente hanno tirato le redini, e subito ecco Lord Godalming e Jonathan piombare loro addosso da una parte, e il dottor Seward e il signor Morris sull’altro fianco. Il capo degli zingari, uno splendido uomo che stava in sella che sembrava un centauro ha fatto loro cenno di stare alla larga e, con voce tonante, ha imposto ai suoi di procedere. Quelli frustano i cavalli che balzano in avanti; ma i quattro inseguitori levano i Winchester, comandando agli zingari, con gesto inequivocabile, di fermarsi. E nello stesso istante, Van Helsing e io ci leviamo da dietro la roccia, puntando a nostra volta le armi contro gli inseguiti. Vedendosi circondati, questi tirano un’altra volta le redini e si fermano. Il capo, rivolto loro, impartisce un ordine, e allora ciascuno degli zingari sfodera l’arma di cui dispone, coltello o pistola, predisponendosi all’attacco. In un attimo, si è al dunque.

Il capo, con uno strattone al morso, si è piantato davanti a tutti e, indicando il sole ormai vicinissimo alle cime, e quindi il castello, ha detto qualcosa che non ho afferrato. Per tutta risposta, i nostri quattro si sono gettati dai rispettivi cavalli, correndo verso il carro. Avrei dovuto provare una terribile paura a vedere il mio Jonathan in quel frangente, senonché l’ardore della battaglia deve essersi impadronito di me come di tutti gli altri; e non provavo paura, ma soltanto un impetuoso, selvaggio bisogno di agire. Accortosi del ratto movimento dei nostri, il capo degli zingari grida un altro ordine, e i suoi uomini all’istante formano quadrato attorno al carro, ma confusamente, indisciplinatamente, tra loro urtandosi e intralciandosi per eccesso di foga.

Nel frattempo, Jonathan da un lato della cerchia di zingari, e Quincey dall’altra, si aprivano il passo verso il carro, evidentemente decisi a compier l’opera prima che il sole scomparisse. E nulla sembrava fermarli o anche solo ostacolarli: né le armi puntate né i coltelli balenanti degli zingari che avevano di fronte, né l’ululare dei lupi alle loro spalle parevano preoccuparli minimamente. L’impeto di Jonathan e la sua aria risoluta sono parsi sopraffare coloro che gli stavano schierati davanti, i quali istintivamente si son fatti da parte lasciandolo passare. E un attimo dopo, ecco Jonathan che balza sul carro e, con forza che sembra incredibile, solleva la grande cassa e la scaraventa oltre le ruote, al suolo. Nel frattempo, il signor Morris aveva dovuto farsi largo con la forza per penetrare dalla sua parte nella cerchia degli Szgani[1]; e, mentre col fiato sospeso seguivo le mosse di Jonathan, con la coda dell’occhio l’avevo notato procedere in avanti alla disperata, e avevo scorto i coltelli degli zingari balenare mentre egli si apriva un varco, e a lui avventarsi. Morris aveva parato le botte con il suo coltellaccio, e dapprima ho creduto che fosse riuscito a farcela sano e salvo; ma, come è stato al fianco di Jonathan, che adesso era balzato dal carro, ho potuto vedere che, con la sinistra, si premeva il fianco, e che di tra le dita sangue sgorgava. Non per questo si è arrestato, e mentre Jonathan, con disperata energia, s’attaccava a un’estremità della cassa, nel tentativo di scoperchiarla con il suo grande coltello kukri, lui freneticamente l’assaliva dall’altra parte con il suo “bowie”. Sotto i congiunti sforzi dei due, il coperchio comincia a cedere, i chiodi saltano via con uno stridio, il coperchio viene rovesciato.

Nel frattempo, gli zingari vistisi sotto la minaccia dei Winchester, alla mercé di Lord Godalming e del dottor Seward, avevano rinunciato a ulteriori resistenze. Il disco dell’astro quasi sfiorava le vette, e le ombre degli uomini si proiettavano lunghe sulla neve. Ed ecco, ecco il Conte che giace nella sua cassa al suolo, in parte coperto di neve e terriccio in seguito alla brusca caduta. Era mortalmente pallido, lo si sarebbe detto una figura di cera, e i rossi occhi ardevano di quell’orribile sguardo vendicativo che tanto bene conoscevo.

Mentre guardavo, gli occhi hanno scorto il sole calante e in essi l’espressione di odio si è cangiata in una di trionfo. Ma, proprio in quella, giù piomba il lampo del coltellaccio di Jonathan. Ho lanciato un urlo come l’ho visto fendere la gola, e in pari tempo il “bowie” del signor Morris è sprofondato nel cuore del Vampiro.

È stato come un miracolo; sotto i nostri occhi, il tempo di un sospiro, l’intero corpo si è dissolto in polvere, scomparendo alla vista.

Sarò lieta, finché avrò vita, del fatto che proprio in quell’attimo di dissoluzione finale sul volto gli si è dipinta un’espressione di pace, quale mai avrei immaginato di scorgervi.

Il castello di Dracula ora si stagliava sul cielo rosso, ogni pietra degli spalti diroccati disegnandosi controluce.

Analisi del testo.

Nella parte conclusiva del romanzo, uno dei momenti più drammatici è costituito dal frenetico inseguimento e dall’uccisione di Dracula, inutilmente protetto da uno stuolo di zingari. Si tratta anche di una lotta contro il tempo: gli inseguitori devono raggiungere la bara con dentro il conte prima che il sole sia coperto dalle montagne e dal castello, perché a quel punto Dracula riacquisterebbe tutta la sua potenza e sarebbe invincibile. La resistenza degli zingari viene descritta come caotica e disordinata, non in grado di fronteggiare efficacemente l’assalto degli inseguitori, tanto che Jonathan e Morris raggiungono la bara ed uccidono il conte, tagliandogli la testa e trafiggendogli il cuore. A quel punto lo sguardo maligno e vendicativo di Dracula, che era passato da un’espressione di odio ad una di trionfo, perché il sole stava per essere oscurato, nel momento della morte e della successiva dissoluzione si rasserena in un’espressione di pace finalmente raggiunta.

Esercizi di analisi del testo.

  1. Mina descrive l’inseguimento degli zingari che conducono il carro con la cassa che contiene il corpo di Dracula. Come mai tanta fretta?
  2. Gli zingari proteggono il conte: ti sembra che la loro resistenza sia ordinata ed efficace?
  3. La cassa con il conte cade a terra e Mina ne vede lo sguardo: che cosa lo caratterizza?
  4. In che modo il conte viene eliminato e che cosa accade al suo corpo?
  5. Mina nota che sul volto di Dracula “si è dipinta un’espressione di pace, quale mai avrei immaginato di scorgervi”: come spieghi questa osservazione?

Produzione

  1. Conosci altre storie di vampiri? Confrontale con la figura di Dracula evidenziandone aspetti comuni e differenze.

[1] Szgany: zingari, detti anche tzigani.

 

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Bram Stoker, Il castello di Dracula

Bram Stoker, Il castello di Dracula

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Bram Stoker, Il castello di Dracula

D’un tratto, mi sono reso conto che il cocchiere stava portando il calesse nel cortile di un gran castello in rovina, dalle cui alte, negre finestre non traspariva raggio di luce, e i cui merli crollanti si disegnavano frastagliati contro il cielo rischiarato dalla luna.

2. DIARIO DI JONATHAN HARKER
(Continuazione).

5 maggio. Sì, devo aver dormito, perché, se fossi stato del tutto sveglio, non avrei potuto non notare l’approccio a un luogo così singolare. Nella semioscurità, la corte pareva di notevoli dimensioni, e siccome parecchi anditi bui se ne dipartivano da sotto grandi archi a tutto sesto, forse sembrava più spaziosa di quanto non fosse in realtà. Ancora non ho avuto modo di vederla di giorno.

Fermatosi il calesse, il cocchiere ne è balzato a terra, porgendomi la mano per aiutarmi a scendere, e una volta ancora mi sono meravigliato della sua prodigiosa forza: una mano che sembrava in realtà una morsa d’acciaio che, a suo capriccio, avrebbe potuto stritolare la mia. Poi ha preso il mio bagaglio mettendolo a terra ai miei piedi, di fronte a un grande portone, antico e guarnito di grosse borchie di ferro, incastonato in un portale aggettante di pietra massiccia. Potevo vedere, nonostante la poca luce, che il portale era tagliato in un solo pezzo, ma che i rilievi erano assai consunti dal tempo e dalle intemperie. Mentre me ne stavo lì, il cocchiere è rimontato a cassetta e ha scosso le redini; i cavalli sono ripartiti, e il veicolo e quant’altro sono scomparsi in un buio andito.

Sono rimasto in silenzio dov’ero, non sapendo che fare. Non vi era traccia né di campanello né di picchiotto, ed era improbabile che la mia voce riuscisse a farsi udire di là da quelle arcigne mura e da quelle negre aperture di finestre. Il tempo che sono rimasto in attesa mi è parso interminabile, e mi sentivo assediato da dubbi e paure. A che razza di luogo ero mai approdato, e tra che gente? Che tetra avventura era quella in cui mi ero imbarcato? […] Ho cominciato a fregarmi gli occhi e a pizzicottarmi, per vedere se ero davvero sveglio. Mi sembrava, tutto questo, un orrido incubo, e mi aspettavo di risvegliarmi d’un tratto e di ritrovarmi a casa, l’alba intrufolandosi per le finestre, come tante volte m’era accaduto dopo un giorno di intenso lavoro. Ma la mia carne ha reagito alla prova dei pizzicotti, e i miei occhi, impossibile ingannarli. Ero proprio sveglio, e tra i Carpazi, e altro non mi restava che pazientare e attendere l’arrivo dei mattino.

Ero appena giunto a questa conclusione, quando ho udito un passo pesante venire alla mia volta di là dal gran portone e, attraverso le fessure, è filtrato il raggio di una luce che s’avvicinava. Poi, lo strepito dì catene, il clangore di pesanti catenacci tirati. Una chiave ha girato con l’acuto stridore di un lungo disuso, e il grande battente si è spalancato.

Dentro, stava un vecchio alto, accuratamente sbarbato a parte i lunghi baffi bianchi, e nerovestito da capo a piedi, senza una sola macchia di colore in tutta la persona. In mano reggeva una vetusta lucerna d’argento, la cui fiamma ardeva senza tubo di vetro né globo di sorta, proiettando lunghe, oscillanti ombre come palpitava nello spiffero dell’uscio aperto. Con la destra, il vecchio m’ha rivolto un cortese cenno d’invito, dicendo in un ottimo inglese, ancorché di singolare cadenza:

“Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco!”

Non ha accennato a venirmi incontro ma è rimasto immobile, come una statua, quasi che il gesto di benvenuto l’avesse pietrificato. Tuttavia, non appena ho varcato la soglia, si è mosso d’un subito e, stendendo la mano, ha afferrato la mia con un vigore tale da farmi sobbalzare, risultato nient’affatto sminuito dal sembrare essa fredda come ghiaccio – più la mano di un morto che di un vivo. E ha ripetuto:

“Benvenuto nella mia casa! Entrate libero e franco. Andatevene poi sano e salvo, e lasciate alcunché della felicità che arrecate!”. La forza della stretta di mano era talmente simile a quella del cocchiere, di cui non avevo scorto il volto, che per un istante mi ha assalito il dubbio che si trattasse della stessa persona. onde accertarmene, ho chiesto:

“Il Conte Dracula?” Quegli ha abbozzato un compito inchino, rispondendo:

“Sono Dracula, e vi dò il benvenuto, signor Harker, in casa mia. Entrate; l’aria notturna è fredda, e avrete bisogno di mangiare e di riposarvi”. Così dicendo, ha collocato la lucerna su un braccio portalampada e, uscito, ha preso il mio bagaglio che ha portato dentro prima che potessi impedirglielo. E alle mie proteste ha replicato: “Orsù, signore, siete mio ospite. È tardi, e la mia servitù si è già ritirata. Lasciate che mi occupi io stesso di voi”. Ha insistito per portare il mio bagaglio lungo il corridoio e poi su per uno scalone a spirale, e lungo un altro ampio corridoio, sul cui pavimento di pietra i nostri passi echeggiavano cupi. In fondo a questo, ha aperto un uscio pesante, e mi sono rallegrato alla vista di una stanza bene illuminata in cui era una tavola apparecchiata con la cena, e nell’immenso camino della quale fiammeggiava e splendeva un gran fuoco di ceppi rincalzati di fresco.

Il Conte si è fermato, ha posato le mie valigie, ha chiuso l’uscio, ha attraversato la stanza, ha aperto un’altra porta che dava in una piccola camera ottagonale illuminata da una sola lampada, in apparenza senza finestra di sorta. Attraversata anche questa, ha aperto una seconda porta, facendomi cenno di entrare. Una vista che mi ha rallegrato: una grande camera da letto bene illuminata e riscaldata da un altro fuoco di legna questo però acceso solo di recente, perché i ceppi non erano consumati – che mandava un cavo ruggito su per l’ampia cappa. Il Conte ha portato dentro il mio bagaglio e si è ritirato, dicendo, prima di richiudere l’uscio:

“Avrete bisogno, dopo il vostro viaggio, di rinfrescarvi e di rassettarvi. Spero che troverete tutto quanto vi occorre. Quando siete pronto, favorite nell’altra stanza, dove troverete la cena che v’aspetta”.

La luce e il calore, uniti al cortese benvenuto del Conte, sembravano aver fugato ogni mio dubbio e paura; e così, ritrovato il mio solito equilibrio, ho scoperto di essere letteralmente morto di fame; e, fatta una frettolosa toletta, sono tornato di là.

La cena era già servita. Il mio anfitrione, in piedi a un angolo del grande camino, appoggiandosi alla spalletta, con un aggraziato cenno della mano mi ha indicato la tavola, dicendo:

“Accomodatevi, vi prego, e mangiate a vostro piacimento. Vorrete scusarmi, spero, se non vi faccio compagnia; ma ho pranzato, e non ceno mai”.

Gli ho porto la lettera sigillata che il signor Hawkins mi aveva affidato, ed egli l’ha aperta e letta con grande attenzione; quindi, con cattivante sorriso, me l’ha tesa perché la leggessi a mia volta. Almeno un passo in essa m’ha dato un brivido di piacere:

“Mi rincresce molto che un attacco di gotta, malattia di cui cronicamente soffro, per qualche tempo mi vieti del tutto ogni viaggio; posso però dirmi lieto di mandare un valido sostituto, in cui ripongo assoluta fiducia. Egli è un giovane, pieno di energia e di talento, e capace di grandissima fedeltà. È discreto e riservato, ed è al mio servizio che ha raggiunto la maggiore età. Sarà a vostra completa disposizione durante il suo soggiorno costì, eseguendo ogni vostra istruzione.”

Il Conte mi è poi venuto accanto, a levare il coperchio di un piatto, e subito mi sono trovato alle prese con un eccellente pollo arrosto.

Questo, insieme a del formaggio, un’insalata e una bottiglia di vecchio Tokay, di cui ho bevuto due bicchieri, è stata la mia cena. Mentre la consumavo, il Conte mi ha rivolto molte domande circa il mio viaggio e, a mano a mano, io gli andavo riferendo le mie esperienze. Nel frattempo avevo terminato il pasto e, obbedendo al desiderio dell’anfitrione, avevo avvicinato una seggiola al fuoco, accendendomi un sigaro offertomi dal Conte, che però ha chiesto scusa di non fumare a sua volta. Ora avevo modo di osservarlo bene e di costatare che aveva una fisionomia dai tratti assai salienti.

Il volto era grifagno, assai accentuatamente tale, sporgente l’arco del naso sottile con le narici particolarmente dilatate; la fronte era alta, a cupola, e i capelli erano radi attorno alle tempie, ma altrove abbondanti. Assai folte le sopracciglia, quasi unite alla radice del naso, cespugliose tanto che i peli sembravano attorcigliarvisi. La bocca, per quel tanto che mi riusciva di vederla sotto i baffi folti, era dura, d’un taglio alquanto crudele, con bianchi denti segnatamente aguzzi, i quali sporgevano su labbra la cui rossa pienezza rivelava una vitalità stupefacente in un uomo così attempato. Quanto al resto, orecchie pallide, assai appuntite all’estremità superiore; mento marcato e deciso, guance sode ancorché affilate. L’effetto complessivo era di uno straordinario pallore.

Finora avevo notato solo il dorso delle sue mani posate sulle ginocchia, alla luce del fuoco: sembravano piuttosto bianche e fini; ma, trovandomele adesso proprio sott’occhio, ho costatato che erano invece piuttosto grossolane – larghe, con dita tozze. Strano a dirsi, peli crescevano in mezzo al palmo. Le unghie erano lunghe e di bella forma, e assai appuntite. Come il Conte si è chinato verso di me e le sue mani mi hanno sfiorato, non ho potuto reprimere un brivido. Può darsi che il suo alito fosse fetido, certo è che un’orribile sensazione di nausea mi ha invaso e, per quanto facessi, mi è stato impossibile celarla. Il Conte, evidentemente accortosene, si è ritratto; e, con una sorta di tetro sorriso, che gli ha messo in mostra più che mai i denti prominenti, è tornato a sedersi dall’altra parte del camino. Per un po’, entrambi abbiamo taciuto; e, volgendo lo sguardo alla finestra, ho scorto la prima, pallida striscia dell’alba nascente. Uno strano silenzio sembrava posare su ogni cosa; ma, tendendo l’orecchio, ho udito, come se provenisse dal fondovalle, l’ululare di molti lupi. Gli occhi del Conte hanno avuto un lampo, ed egli ha detto:

“Ascoltateli, i figli della notte. Che musica fanno, eh?” Colta sul mio viso, così suppongo, un’espressione che gli riusciva strana, ha soggiunto:

“Ah, signore, voi cittadini non potere far vostri i sentimenti del cacciatore”. Quindi, levandosi:

“Ma dovete essere stanco. La vostra camera da letto è pronta, e domani potrete dormire quanto vorrete. Io dovrò assentarmi sino al pomeriggio; e così, dormite bene e sogni propizi!” E, con un cortese inchino, mi ha aperto l’uscio dello stanzino ottagonale, e io sono entrato nella mia camera…

Sono immerso in un mare di interrogativi. Dubito; temo; penso cose strane, che non oso confessare allo stesso mio cuore. Dio mi protegga, non fosse che per l’amore di coloro che mi sono cari!

Analisi del testo.

All’inizio del brano Jonathan descrive il tetro castello in rovina del conte Dracula, dalle cui alte e scure finestre non trapela alcun raggio di luce, e i cui merli cadenti si stagliano irregolari contro il cielo alla luce della luna. Nella semioscurità, il cortile gli appare di notevoli dimensioni, anche per effetto dei numerosi corridoi bui. Jonathan, terrorizzato e angosciato, ha l’impressione, per un momento, di vivere in tremendo incubo, ma giunge poi alla certezza di essere sveglio. Proprio in quel momento si apre con un tetro cigolio il portone il conte Dracula accoglie il giovane. Dracula ha l’aspetto di un vecchio, alto e accuratamente sbarbato, con lunghi baffi e vestito completamente di nero. Dopo essersi ristorato e rianimato in un’accogliente stanza del castello, Jonathan cena alla presenza del conte. Ha così modo di meglio osservare il suo inquietante aspetto: il volto simile a quello di un rapace, con il naso sottile e arcuato; la fronte alta e i capelli erano radi attorno alle tempie; le sopracciglia folte, quasi unite alla radice del naso; la bocca dura, dall’aspetto crudele, con aguzzi denti bianchi che sporgevano sulle labbra rosse; le orecchie pallide e appuntite all’estremità superiore; il mento marcato e deciso e le guance sode benché molto magre; il colore della pelle di uno straordinario pallore; le mani grossolane, con dita tozze e con peli che crescevano in mezzo al palmo e con unghie lunghe, di bella forma e molto appuntite.

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Link utili

https://www.youtube.com/watch?v=DUV-erIAevM

Esercizi di analisi del testo.

  1. Nel brano Jonathan descrive il castello di Dracula: delineane le caratteristiche più significative. Qual è lo stato d’animo di Harker di fronte giunto al castello?
  2. Esamina ora l’incontro e l’accoglienza da parte del conte. Quali suoi comportamenti o parole possono apparire strani ed inquietanti? Che cosa, invece, rasserena temporaneamente Jonathan?
  3. Individua nel testo e sottolinea i tratti somatici di Dracula, poi confronta la sua descrizione con quella del vampiro della tradizione, fatta da Baber. Quali ti sembrano le principali differenze? Quali elementi del vampiro rozzo delle origini ti sembrano in qualche modo permanere nella descrizione di Stoker?
  4. In che modo le caratteristiche fisiche del vampiro sono mutate nell’immaginario culturale e letterario?
  5. A quale personaggio storico reale fa riferimento il Dracula di Bram Stoker?