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Kafka, Nella colonia penale

Kafka, Nella colonia penale

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, Nella colonia penale (In der Strafkolonie).

Nella colonia penale (titolo originale In der Strafkolonie) fu scritto alla fine del 1914 e fu pubblicato per la prima volta nel 1919. Un non meglio definito esploratore/visitatore in visita a una colonia penale, probabilmente un ispettore in incognito, è chiamato ad assistere a un’esecuzione. Al fulcro del suo incontro/scontro con un ugualmente indefinito ufficiale, c’è l’erpice, un curioso quanto micidiale ordigno di punizione a metà tra strumento di tortura e di “scrittura”, ideato e progettato dal precedente comandante della colonia penale. Ormai consapevole dell’impossibilità di conservare questa pratica, il nostalgico ufficiale esce di scena sottoponendo se stesso alla macchina.
 
«È uno strano apparecchio,» disse l’ufficiale all’esploratore, e il suo sguardo abbracciò con una certa ammirazione la macchina a lui ben nota. Il viaggiatore sembrava aver ubbidito solo per cortesia all’invito, rivoltogli dal comandante, di assistere all’esecuzione capitale di un soldato condannato per indisciplina e oltraggio ai superiori. In realtà, quell’esecuzione non riscuoteva grande interesse nella stessa colonia penale: così almeno si sarebbe detto, poiché nella valle dove si trovavano – una valletta profonda e sabbiosa, tutta circondata da brulli declivi -, oltre all’ufficiale e al viaggiatore c’era soltanto il condannato, una specie di bruto con una gran bocca, negletto il viso e i capelli, e un soldato che reggeva la grossa catena dentro alla quale andavano a scorrere le catene più piccole, con cui il condannato era stretto alle caviglie, ai polsi e al collo; catene a loro volta unite fra loro da catenelle di collegamento. Del resto, il condannato aveva un’aria di così cagnesca acquiescenza, da far credere che lo si sarebbe potuto tranquillamente lasciar correre su per i declivi di sabbia e richiamarlo poi con un semplice fischio al momento dell’esecuzione.
Il viaggiatore aveva poca curiosità per l’apparecchio: si limitava ad andar su e giù dietro il condannato lasciando trasparire il suo disinteresse, mentre l’ufficiale sbrigava gli ultimi preparativi, talvolta strisciando dietro l’apparecchio piantato solidamente nel terreno, talvolta invece arrampicandosi su una scala a pioli per controllare le parti superiori. Erano incombenze che si sarebbero potute benissimo affidare ad un operaio, ma l’ufficiale vi accudiva col massimo zelo, sia perché fosse un accanito sostenitore di quella macchina, sia invece che, per altre ragioni, di quel lavoro non si potesse incaricare nessun altro. «Ora è tutto pronto!» esclamò alla fine e scese dalla scala. Era spossato da non credere; respirava con tutta la bocca aperta e s’era ficcato sotto il colletto dell’uniforme due minuscoli fazzolettini da donna. «Certo che queste uniformi sono troppo pesanti per il clima dei tropici,» disse il viaggiatore, invece di chiedere, come l’ufficiale s’era atteso, informazioni sulla macchina. «Ah sì,» rispose l’ufficiale, lavandosi le mani imbrattate d’olio e di grasso in una catinella già preparata, «ma l’uniforme significa la patria, e alla patria non rinunciamo… Ma guardi un po’ quest’apparecchio,» continuò, mentre si asciugava le mani con un panno e contemporaneamente indicava la macchina; «fin adesso c’è stato bisogno dell’intervento umano, ma d’ora in poi lavora completamente da solo.» L’altro annuì, seguendo l’ufficiale. Questi aggiunse, per garantirsi da ogni incidente: «Naturalmente a volte si verifica qualche guasto; oggi spero che non ce ne saranno, però è sempre il caso di prevederli.
Sa, l’apparecchio deve funzionare per dodici ore ininterrotte. Comunque, anche se succede un guasto, si tratta sempre di piccole cose, che si eliminano immediatamente.»
«Non vuol sedersi?» gli domandò ancora, e, avvicinatosi a una catasta di sedie di vimini, ne prese una e la porse al viaggiatore, che non poté rifiutare. Si sedette sull’orlo di una fossa nella quale gettò un’occhiata distratta. Non era molto profonda; da un lato di essa la terra scavata era ammucchiata a guisa di argine; sull’altro lato stava la macchina. «Non so,» disse l’ufficiale, «se il comandante le ha già spiegato l’apparecchio.» Il viaggiatore fece con la mano un cenno vago e l’ufficiale non chiese di meglio: era come autorizzarlo a fornire lui tutte le spiegazioni. «Quest’apparecchio,» disse, afferrando un albero di trasmissione e facendo forza su di esso, «è un’invenzione del nostro comandante precedente. Io ho collaborato a tutto il lavoro, dalle primissime prove fino al termine; ma il merito dell’invenzione è interamente suo. Non ha sentito parlare di lui? No? Bene, non esagero certo se le dico che questa colonia penale è tutta opera sua. Noi, che eravamo i suoi amici; eravamo già certi, quando egli morì, che la colonia formasse un tutto completo: a tal punto che il suo successore, per quanti progetti abbia in testa, almeno per molti anni non potrà modificare nulla di quel che già c’è. E la nostra profezia s’è avverata: il nuovo comandante l’ha dovuto ammettere. Peccato che lei non abbia conosciuto il nostro comandante di prima!… Ma,» s’interruppe l’ufficiale, «io sto qui a chiacchierare, ed invece l’apparecchio, eccolo qui davanti a noi. Come vede, si compone di tre parti, ciascuna delle quali, coll’andar del tempo, ha ricevuto una definizione in certo senso popolaresca. La parte inferiore si chiama il letto, quella di sopra il tracciatore, e questa qui in mezzo, sospesa, vien detta l’erpice.» «Erpice?» chiese l’altro. Non aveva ascoltato molto attentamente: il sole, fortissimo, invadeva la valle senz’ombra, e gli rendeva difficile raccogliere i pensieri. Ma tanto più ammirevole gli appariva l’ufficiale che, chiuso nella sua aderente divisa da parata, carica di spalline e di cordelline, si diffondeva in spiegazioni tanto precise; per di più, parlando, girava qua e là con un cacciavite in mano per stringer meglio le viti. Anche il soldato sembrava trovarsi in uno stato d’animo simile a quello del viaggiatore: si era avvolto intorno ai polsi la catena del condannato e, appoggiandosi con la mano al fucile, teneva la testa arrovesciata indietro, incurante di tutto. Il viaggiatore non se ne stupiva, poiché l’ufficiale parlava in francese, lingua che gli altri due certamente non capivano. Tanto più sorprendente era quindi il fatto che il condannato si sforzasse di star dietro alle spiegazioni dell’ufficiale: con una sorta di sonnacchiosa testardaggine continuava a volgere i suoi sguardi nei punti che l’ufficiale via via indicava; e quando quest’ultimo venne interrotto dalla domanda del viaggiatore, anch’egli, come l’ufficiale, lo guardò in volto.
«Sì, erpice,» disse l’ufficiale, «è la parola adatta. Gli aculei sono sistemati come in un erpice e tutto il blocco si muove alla maniera di un erpice, anche se sempre sullo stesso punto e con molta più precisione. Se ne avvedrà lei stesso. Il condannato viene disteso qui sul letto… Scusi: prima le descriverò l’apparecchio, e poi lo farò funzionare direttamente, sicché lei potrà seguirlo meglio. Per di più, una ruota dentata del tracciatore è stata troppo affilata, e col rumore che fa quando gira, ci s’intende a fatica: ma sa, qui purtroppo è difficile procurarsi pezzi di ricambio… Dunque, come le dicevo, questo è il letto È interamente ricoperto da uno strato di ovatta: a quale scopo, le sarà chiaro in seguito. Sullo strato di ovatta si stende il condannato, bocconi e naturalmente nudo, e con queste cinghie se ne assicurano i polsi, le caviglie e il collo. Qui, alla testata del letto, dove, come le dissi, viene a trovarsi il viso dell’uomo, è posto questo piccolo tampone di feltro, facilmente regolabile, così da riempirgli esattamente la bocca, in modo che non possa gridare né mordersi la lingua. L’uomo, beninteso, è costretto a prendere il feltro in bocca, altrimenti la cinghia che lo stringe al collo glielo spezza.» «Questa è ovatta?» domandò il viaggiatore e si sporse in avanti. «Sì, certamente,» rispose l’ufficiale sorridendo, «tocchi pure», e, presagli la mano, la strisciò sopra il letto. «È una preparazione speciale, per questo è difficile riconoscerla; ma dovrò ancora parlarle della sua funzione.» Il viaggiatore, già un po’ avvinto dalla descrizione, guardò l’apparecchio da sotto in su, facendosi riparo con una mano dal sole. Era un grosso congegno. Il letto e il tracciatore erano di uguali dimensioni e assomigliavano a due cassoni neri: il tracciatore, a circa due metri di altezza al disopra del letto, era collegato ad esso da quattro sbarre di ottone che al sole mandavano riflessi accecanti. In mezzo ai cassoni, a un nastro d’acciaio, era sospeso l’erpice.
L’ufficiale, che prima non aveva mostrato di accorgersi dell’indifferenza dell’ospite, ora evidentemente percepiva l’accrescersi del suo interesse, tanto che interruppe la spiegazione per dargli modo di osservare indisturbato. Il condannato, che imitava il viaggiatore, non potendosi riparare gli occhi con la mano, ammiccava in su con gli occhi scoperti.
«Dunque, l’uomo è sdraiato qui,» disse il viaggiatore, e, sprofondatosi indietro nella poltrona, incrociò le gambe.
«Sì,» rispose l’ufficiale, spingendo un po’ il berretto sulla nuca e passandosi la mano sulla faccia accaldata, «e ora stia a sentire! Tanto il letto che il tracciatore hanno una batteria elettrica propria: il letto per i suoi movimenti, il tracciatore per il funzionamento dell’erpice. Appena l’uomo vi viene assicurato, il letto entra in moto, compiendo piccolissimi e rapidissimi spostamenti sia in senso trasversale che dall’alto in basso. Avrà visto apparecchi analoghi negli ospedali, solo che i movimenti del nostro letto sono esattamente calcolati, perché debbono sincronizzarsi al millesimo con quelli dell’erpice. A questo erpice, appunto, è affidata in definitiva l’esecuzione della sentenza.»
«E come suona la sentenza?» domandò il viaggiatore. «Non sa neanche questo?» chiese l’ufficiale meravigliato, mordendosi le labbra. «Voglia scusarmi se le mie spiegazioni possono sembrarle disordinate: mi perdoni, la prego. Prima era sempre il comandante a spiegare, ma il suo successore si è sottratto a quest’onorifico obbligo, e il fatto che non abbia nemmeno illustrato a un così esimio ospite…» (il viaggiatore fece con le mani un gesto come a respingere l’omaggio, ma l’ufficiale ripeté il termine) «…a un così esimio ospite la forma in cui si applica la nostra sentenza, è un’altra di quelle novità che…» e qui stava per sfuggirgli un improperio, ma si trattenne e disse solo: «Non mi avevano avvertito, la colpa non è mia. Del resto, è anche vero che nessuno meglio di me è qualificato a spiegare il genere delle nostre sentenze: porto sempre qui con me» (e si batté sul taschino dell’uniforme) «i disegni autografi del nostro antico comandante.»
«I disegni autografi del comandante?» fece il viaggiatore. «Ma faceva proprio tutto lui? Era soldato, giudice, costruttore, chimico, progettista?»
«Certamente,» rispose l’ufficiale assentendo lievemente col capo e fissando gli occhi assorti nel vuoto. Poi si esaminò le mani e, non giudicandole abbastanza pulite da toccare i disegni, andò di nuovo al mastello e se le lavò. Poi trasse di tasca una piccola busta di pelle e disse: «La nostra sentenza non è severa. Il comandamento che il condannato ha violato gli sarà scritto sul corpo dall’erpice. A questo, per esempio,» l’ufficiale indicò l’uomo, «verrà scritta sul corpo la frase: Onora il tuo superiore
Il viaggiatore gettò all’uomo un fugace sguardo: quando l’ufficiale aveva fatto cenno a lui, egli stava a testa bassa e sembrava tendere tutte le forze del proprio udito per sentire qualcosa; ma i movimenti delle sue labbra tumide e schiacciate dimostravano che non riusciva a intender parola. L’esploratore avrebbe voluto fare una quantità di domande, ma in presenza dell’uomo chiese soltanto: «Lui conosce la sentenza?» «No,» rispose l’ufficiale, e fece per proseguire nella sua spiegazione, ma il viaggiatore lo interruppe: «Come, non conosce la sua sentenza?» «No,» ripeté l’ufficiale; si arrestò un attimo, quasi aspettandosi dal suo interlocutore una maggior giustificazione di quella richiesta, poi continuò: «Non ci sarebbe motivo di comunicargliela, dal momento che la deve apprendere sulle sue carni.» Il viaggiatore non sapeva più che dire, ma si accorse che lo sguardo del condannato era rivolto su di lui: sembrava che gli chiedesse se poteva approvare un simile procedimento. Si chinò di nuovo in avanti, mentre prima se ne stava appoggiato allo schienale, e domandò ancora: «Ma almeno lo sa, no, che è stato condannato?» «No, nemmeno questo,» disse l’ufficiale sorridendo, come se fosse pronto alle più bizzarre sortite da parte dell’ospite. «No,» ripeté il viaggiatore tergendosi la fronte con una mano, «ma dunque quest’uomo neppure adesso sa come sia stata svolta la sua difesa?» «Non ha avuto alcuna possibilità di difendersi,» rispose l’ufficiale guardando di lato e come parlando tra sé, quasi che non volesse, col racconto di cose per lui tanto ovvie, mettere a disagio il viaggiatore. «Eppure deve essergli stata data la possibilità di difendersi,» disse quest’ultimo, e si alzò dalla poltrona.
L’ufficiale, rendendosi conto che rischiava di essere impedito a lungo nella spiegazione della macchina, si avvicinò al viaggiatore, lo prese sottobraccio e indicò il condannato, il quale, vistosi oggetto di tanta curiosità, si mise sull’attenti; e anche il soldato tirò a sé la catena. «Le cose stanno così,» disse l’ufficiale: «in questa colonia io svolgo le funzioni di giudice. Questo nonostante la mia giovane età, perché sono sempre stato a fianco del vecchio comandante in tutto ciò che concerneva le punizioni e m’intendo dell’apparecchio come nessun altro. Il principio in base al quale io decido è: la colpa è sempre fuori dubbio. Può darsi che altri tribunali non seguano questo principio, dato che sono collegiali e hanno altri tribunali sopra di loro; ma tale non è il nostro caso, o perlomeno non lo era col vecchio comandante. Il nuovo, in realtà, ha già mostrato voglia d’immischiarsi nei miei giudizi, ma finora sono sempre riuscito a tenerlo fuori, e ci riuscirò anche in seguito… Lei desiderava spiegazioni su questo caso? È semplice come qualsiasi altro. Un capitano stamane ha presentato denuncia contro quest’uomo perché, essendogli destinato come attendente e dormendo davanti al suo uscio, si è addormentato durante il servizio. Lui infatti ha la consegna di alzarsi ad ogni batter d’ora e di fare il saluto davanti all’uscio del suo ufficiale: una consegna sicuramente non difficile, ma ben necessaria per mantenersi alacre nello svolgimento dei suoi compiti sia di guardia sia di domestico. La notte scorsa il capitano volle verificare se l’attendente faceva il suo dovere: al suono delle due aprì la porta e lo trovò che dormiva, tutto raggomitolato. Allora prese lo scudiscio e lo frustò sul viso; e costui, invece di alzarsi e implorare perdono, afferrò il signore per le gambe, lo scrollò e si mise a gridare: ” Butta via quella frusta, o ti mangio! ” Fin qui i fatti. Un’ora fa il capitano venne da me, io trascrissi la sua deposizione e aggiunsi immediatamente la sentenza; quindi feci incatenare l’uomo. Semplicissimo, come vede. Se avessi cominciato col convocarlo e coll’interrogarlo, ne sarebbe nata soltanto confusione. Lui avrebbe mentito, e anche se io fossi riuscito a confutare le sue menzogne, ne avrebbe inventate delle altre, e così avanti. Invece ora lo tengo in pugno e non lo lascio più andare… Tutto chiaro, adesso? Ma il tempo passa, ormai l’esecuzione dovrebbe aver inizio, e io non ho ancora finito di spiegarle l’apparecchio.» Costrinse il viaggiatore a sedersi sulla seggiola, tornò verso la macchina e cominciò: «Come vede, l’erpice corrisponde alla forma del corpo umano: questa è la parte per il tronco, queste altre per le gambe. Alla testa è destinato solo questo piccolo aculeo. Chiaro?» E si sporse in avanti verso il viaggiatore, pronto a fornirgli le spiegazioni più ampie.
Il viaggiatore guardò l’erpice aggrottando la fronte. Le notizie sulle modalità del giudizio non l’avevano soddisfatto. Rifletté tuttavia che quella era una colonia penale, soggetta quindi a regole particolari e dove il costume militare doveva essere applicato in pieno. Inoltre faceva qualche affidamento sul nuovo comandante: questi sembrava aver intenzione di introdurre, seppur lentamente, una nuova procedura cui la ristretta mentalità di quell’ufficiale appariva refrattaria. Seguendo quel filo di pensieri il viaggiatore domandò se il comandante avrebbe assistito all’esecuzione. «Non è certo,» rispose l’ufficiale, sgradevolmente sorpreso dalla domanda fattagli a bruciapelo, tanto che l’espressione cortese sparì dal suo viso, «e appunto perciò dobbiamo sbrigarci. Sarò anzi costretto, per quanto me ne dispiaccia, ad abbreviare la mia spiegazione: ma domani, quando l’apparecchio sarà stato ripulito (l’unico suo difetto è proprio quello di sporcarsi tanto) potrò entrare in maggiori dettagli. Ora mi limiterò all’essenziale. Quando l’uomo è disteso sul letto e a quest’ultimo viene impresso il movimento tremolante, l’erpice si abbassa sul corpo, disponendosi da se stesso in modo da toccarlo soltanto con la punta: raggiunta tale posizione, il nastro d’acciaio diventa rigido come una sbarra. E a questo punto scatta il congegno. Il profano non si rende conto delle differenze che esistono tra una pena e l’altra, perché apparentemente l’erpice lavora in modo uniforme. Esso vibra mentre trafigge con gli aculei il corpo, il quale pure trema per il movimento impresso al letto. Per consentire a tutti di controllare l’esecuzione della sentenza, l’erpice è stato costruito in vetro; il fissarvi dentro gli aghi ha causato notevoli difficoltà tecniche, ma dopo vari tentativi ci si è riusciti. Davvero, non abbiamo risparmiato fatica. E adesso chiunque può vedere attraverso il vetro come la scritta s’incide nel corpo. Vuol dare un’occhiata agli aghi più da vicino?»
Il viaggiatore si alzò lentamente in piedi, si avvicinò e si chinò sopra l’erpice.«Come vede,» disse l’ufficiale, «ci sono due tipi di aghi diversamente raggruppati. Accanto ad ogni ago lungo ce n’è uno corto: quello lungo ha la funzione di scrivere, mentre quello corto, sprizzando un piccolo getto d’acqua, lava via il sangue e tiene la scritta sempre visibile. L’acqua insanguinata viene incanalata in queste piccole condutture e termina in una conduttura principale, il cui tubo di scarico sbocca nella fossa.» L’ufficiale mostrò col dito l’esatto percorso compiuto dall’acqua insanguinata, e infine, per rendere la cosa evidente al massimo, strinse con le due mani la bocca del tubo. In quel momento il viaggiatore rialzò il capo e, tastando con la mano, fece per rimettersi a sedere nella poltroncina; ma vide che il condannato, obbedendo al pari di lui all’invito dell’ufficiale, s’era avvicinato all’erpice per osservarne la struttura: tirando un po’ avanti con la catena il soldato sonnacchioso, si era piegato anch’egli sopra il vetro. Si vedeva bene come, coi suoi occhi incerti, cercava di scorgere lui pure le cose che i due signori avevano esaminato, ma senza riuscirci, dato che la spiegazione gli era sfuggita; e si piegava di qua e di là, mentre di continuo i suoi occhi percorrevano la superficie del vetro. Il viaggiatore voleva spingerlo via, poiché era senza dubbio un’infrazione quella che l’uomo commetteva; ma l’ufficiale lo trattenne con una mano, afferrò con l’altra dal mucchio lì accanto una manciata di terra e la gettò al soldato. Costui aprì gli occhi di colpo, vide quel che aveva osato fare il condannato; lasciò cadere il fucile e, puntando a terra i talloni, tirò indietro l’uomo con violenza, tanto da farlo ruzzolare al suolo, dove rimase a voltolarsi fra un tintinnar di catene. «Rialzalo!» gridò l’ufficiale, accortosi che il viaggiatore era tutto preso dal condannato: anzi, non s’interessava affatto dell’erpice, ma, chinato su di esso senza guardarlo, si preoccupava solo di ciò che stavano facendo a quell’altro. «Trattalo con un po’ di cura!» gridò ancora l’ufficiale, fece il giro dell’apparecchio, e, preso il condannato sotto le ascelle, con l’aiuto del soldato lo rimise egli stesso in piedi, sorreggendolo perché scivolava di continuo.
«Ora ho capito tutto,» disse il viaggiatore quando l’ufficiale gli tornò accanto. «Le manca la cosa più importante,» ribatté questi e, afferrandolo per il braccio, gli indicò un punto in alto della macchina: «Lì, nel tracciatore, c’è l’ingranaggio che regola il movimento dell’erpice, e quest’ingranaggio viene preparato a seconda del disegno cui la sentenza si riferisce. Io uso ancora i disegni del mio antico comandante: eccoli,» e trasse alcuni fogli dalla busta di cuoio, «però purtroppo non posso lasciarglieli toccare, sono la cosa più cara che ho al mondo. Si segga, glieli mostrerò da qui, un po’ distante, li vedrà benissimo.» E mostrò il primo foglio. Il viaggiatore sarebbe stato lieto di poter dire qualche frase di apprezzamento; ma non riusciva a vedere che una quantità di linee incrociantisi e intrecciantisi, a guisa di labirinto; la carta ne era così fittamente riempita, da lasciar distinguere a fatica qualche spazio bianco. «Legga,» gli disse l’ufficiale. «Non ci riesco,» rispose il viaggiatore. «Eppure è chiaro,» ribatté l’altro. «Molto artistico,» disse il viaggiatore schermendosi, «ma per me è indecifrabile.» «Ah certo,» fece l’ufficiale ridendo, mentre riponeva il foglio nella cartella, «non è un esercizio di calligrafia per scolaretti. Ci vuol tempo per leggerlo, ma alla fine anche lei riuscirebbe di certo a capire. È logico che non possa trattarsi di una scritta semplice, dato che non deve uccidere subito, ma soltanto, in media, entro un lasso di dodici ore; alla sesta ora si calcola che giunga il punto critico. Perciò è necessario che ci siano molti, moltissimi arabeschi intorno alla scritta: quest’ultima, in sé e per sé, forma intorno al corpo solo una piccola striscia, mentre tutto il resto è riservato agli ornamenti. S’è fatto un’idea, ora, del lavoro dell’erpice e di tutta quanta la macchina? … Guardi un po’!» D’un balzo salì una scala, azionò una ruota, gridò verso il basso: «Attento, si scosti!» e tutto si mise a girare. Se non fosse stato per il cigolio della ruota, l’effetto era stupendo. L’ufficiale, come seccato da quella ruota importuna, la minacciò col pugno, poi, quasi a scusarsi, spalancò le braccia verso il viaggiatore e ridiscese in fretta, per osservare dal basso il funzionamento dell’apparecchio. Accertatosi che c’era qualcos’altro fuori di posto, si arrampicò su di nuovo, frugacchiò con entrambe le mani all’interno del tracciatore, poi, volendo fare più presto, non si servì della scala, ma scivolò lungo una stanga, e superando il chiasso gridò a perdifiato nell’orecchio del viaggiatore: «Ha capito, adesso? L’erpice comincia a scrivere; appena ha completato il primo tracciato della sentenza sulla schiena dell’uomo, lo strato d’ovatta scorre avanti e fa ruotare lentamente il corpo sul fianco, lasciando così all’erpice nuovo spazio. Frattanto i punti trafitti si comprimono sull’ovatta, e questa, grazie alla sua speciale preparazione, arresta subito l’uscita del sangue e rende possibile un ulteriore scavo della scritta. Successivamente, questi denti collocati sull’orlo dell’erpice, man mano che il corpo gira, strappano l’ovatta dalle parti ferite e la gettano nella fossa, sicché l’erpice può riprendere a lavorare; e così continua ad incidere sempre più profondamente per dodici ore. Per le prime sei il condannato continua a vivere pressappoco come prima, solo prova forti dolori. Dopo due ore, quando si può ritenere che non abbia più forza per gridare, il tappo di feltro gli vien tolto di bocca. In questa ciotola che sta verso la testata, e che è riscaldata elettricamente, si pone una pappa di riso tiepida: il condannato, se ne ha voglia, può cibarsene, nella misura in cui riesce ad afferrarla con la lingua. Non ce n’è uno che vi rinunci, almeno per quanto ne so io, ed ho molta esperienza. Solo dopo sei ore cominciano a perdere il gusto del cibo; è il momento, di solito, in cui m’inginocchio qui ad osservare il fenomeno. Raramente l’uomo inghiotte l’ultimo boccone: se lo rigira in bocca e poi lo sputa nella fossa, tanto che devo abbassarmi se non voglio che me lo mandi in faccia. Ma, passata la sesta ora, come tutti diventano silenziosi! Anche nei più ebeti si desta l’intelligenza: comincia dagli occhi, e da lì si diffonde; lo spettacolo è tale che uno si sentirebbe invogliato di mettersi anche lui sotto l’erpice! Non che succeda nulla di nuovo, ma l’uomo comincia però a decifrare la scritta; e fa una smorfia con la bocca, come se stesse in ascolto. La scritta – lei l’ha constatato – non si decifra facilmente con gli occhi; ma il nostro uomo comincia a decifrarla con le sue ferite. Certo, il lavoro è lungo; per venirne a capo ci voglion sei ore. Dopo di che, l’erpice infilza per intero il corpo e lo scaraventa nella fossa, dove piomba in mezzo all’ovatta e all’acqua insanguinata. L’esecuzione a questo punto è finita, e noi due, il soldato e io, lo copriamo di terra.»
Il viaggiatore, chinato un orecchio verso l’ufficiale e affondate le mani nelle tasche della giacca, guardava il funzionamento della macchina. Anche il condannato la guardava, ma con occhio opaco: piegato un poco in avanti, seguiva il tentennio degli aghi, quando il soldato, obbedendo a un cenno dell’ufficiale, con un coltello gli aprì camicia e calzoni sul didietro. I panni caddero di dosso all’uomo, che tentò di afferrarli per coprire le sue nudità, ma il soldato lo alzò di peso, sì che gli ultimi stracci gli scivolarono giù dal corpo. L’ufficiale fermò la macchina, e nel silenzio che subito regnò il condannato venne disteso sotto l’erpice. Gli furono sciolte le catene e in loro luogo lo avvinsero le cinghie: questo sembrò al primo momento procurargli un senso di refrigerio. L’erpice venne poi abbassato ancora di un tratto, poiché l’uomo era magro. Al momento in cui gli aculei lo toccarono, un brivido corse la sua pelle; e, mentre il soldato si affaccendava intorno alla sua mano destra, egli stese la sinistra, senza saper dove: era la direzione in cui si trovava il viaggiatore. L’ufficiale sogguardava incessantemente quest’ultimo, quasi a spiare sul suo viso l’effetto che gli produceva l’esecuzione, da lui descrittagli almeno per sommi capi.
La cinghia destinata al polso si strappò: forse il soldato l’aveva tirata con troppa forza. L’ufficiale intervenne, il soldato gli mostrò il moncone di cinghia strappato. L’ufficiale passò dall’altra parte, vicino al soldato, e volgendo il viso al viaggiatore disse: «La macchina è complicatissima, fatalmente qui o là si strappa o si rompe qualcosa; non è però una ragione per lasciarsi sviare nel giudizio complessivo. Questa cinghia si sostituisce subito: ci metterò una catenella; è vero che per il braccio destro le vibrazioni non si potranno più imprimere con la dovuta leggerezza.» E, mentre applicava le catene, aggiunse: «I mezzi per la manutenzione della macchina oggi sono assai limitati. Quando c’era il vecchio comandante, io disponevo liberamente di un fondo creato apposta per questo scopo. Avevamo un magazzino completamente fornito di tutti i pezzi di ricambio. Devo dire che quasi quasi li sprecavo: prima, intendo, e non adesso, come sostiene il nuovo comandante, che approfitta di ogni pretesto per attaccare i vecchi sistemi. Adesso, il fondo per la manutenzione l’amministra lui stesso, e se io mando a cercare una nuova cinghia, devo unire quella strappata come pezza d’appoggio; la nuova arriva solo dopo dieci giorni, è di qualità scadente e non funziona a dovere. Come io poi faccia, nel frattempo, a far funzionare la macchina senza cinghia, è cosa di cui nessuno si cura.»
Il viaggiatore rifletteva come fosse scabroso ingerirsi risolutamente in questioni estranee. Lui non era cittadino di quella colonia penale e neppure dello stato cui la colonia apparteneva; se avesse voluto condannare l’esecuzione, o anche opporvisi, gli avrebbero potuto rispondere: «Taci, tu, che sei uno straniero.» Al che non avrebbe avuto nulla da obiettare, bensì solo da aggiungere che lui stesso non capiva come s’era messo in quella condizione, dato che viaggiava unicamente per vedere delle cose e niente affatto per modificare leggi e procedure di paesi stranieri. Stavolta però la tentazione era grande: l’iniquità del processo, l’inumanità dell’esecuzione erano fuori di dubbio; né d’altra parte alcuno avrebbe potuto sospettare il viaggiatore di avere interesse alla faccenda: il condannato non aveva rapporto con lui, non era suo compatriota e neppure tale da destare particolare compassione. Il viaggiatore, inoltre, disponendo di commendatizie di alti funzionari, era stato accolto con grande cortesia, e il fatto che l’avessero invitato a quell’esecuzione sembrava quasi sollecitare un suo giudizio sull’intero procedimento. La congettura era tanto più fondata, in quanto – come testé aveva chiarissimamente udito – il comandante era tutt’altro che favorevole a quel sistema e, di fronte all’ufficiale, si comportava quasi con ostilità.
In quel momento, un grido di rabbia dell’ufficiale arrivò sino a lui. Era riuscito, non senza fatica, ad infilare il tappo di feltro in bocca al condannato, allorché questi, preso da un incoercibile impulso di nausea, chiuse gli occhi e vomitò. In fretta e furia l’ufficiale gli scostò la testa dal tappo e fece per voltargliela verso la fossa di scarico; ma era già troppo tardi, l’apparecchio grondava ormai di sozzura. «Tutta colpa del comandante!» gridò l’ufficiale, scuotendo forsennatamente le sbarre d’ottone, «guardi un po’, la macchina mi s’imbratta peggio di una stalla!» E con le mani tremanti indicò al viaggiatore l’accaduto. «Non avessi per ore tentato di fargli capire che, il giorno prima dell’esecuzione, il condannato non deve più ingerire alcun cibo! Ma ormai s’inclina all’indulgenza, e si ragiona diversamente. Le signore del comandante, prima che quest’uomo fosse portato all’esecuzione, l’hanno imbottito di dolciumi: ha mangiato pesci marci tutta la vita, e adesso mangia i dolci! E del resto sarei anche d’accordo, non avrei nulla da obiettare, purché però ci mettessero un feltro nuovo, come chiedo da anni! Come si può non sentirsi rivoltare lo stomaco a prendere in bocca questo feltro, che è stato succhiato e morsicato da più di cento uomini agonizzanti?»
Il condannato aveva appoggiato giù il capo e sembrava tranquillo; il soldato gli aveva tolto la camicia e con quella si dava da fare a ripulire la macchina. L’ufficiale andò verso il viaggiatore, che, colto da un imprecisabile sentimento, fece un passo indietro; ma l’altro lo prese per mano e lo trasse in disparte. «Vorrei dirle qualche parola in confidenza,» disse: «me lo permette?» «Certo,» rispose il viaggiatore e stette ad ascoltarlo, lo sguardo abbassato.
«Questo processo e quest’esecuzione, che lei ora ha l’occasione di ammirare, ormai non trovano più, nella nostra colonia, chi li sostenga apertamente. Io ne sono l’unico assertore, così come sono restato solo ad incarnare l’eredità del nostro antico comandante. Ad ulteriori perfezionamenti procedurali non è nemmeno il caso di pensare: mi ci vuol già abbastanza fatica a conservare ciò che è rimasto. Quando il vecchio comandante era in vita, la colonia era piena di suoi seguaci, e a me, in una certa misura, si è trasmessa la sua forza di convinzione, ma mi manca il suo potere: di modo che i seguaci si sono rintanati, ce n’è ancora parecchi, sì, ma nessuno vuol riconoscerlo. Se oggi, che è giorno d’esecuzione, lei andasse al caffè e orecchiasse i discorsi che vi si fanno, probabilmente udrebbe solo delle frasi ambigue. Sono tutti della vecchia idea, ma sotto l’attuale comandante, e con le tendenze che prevalgono, non posso fare nessun conto su di loro. Ora, io le domando: è ammissibile che a causa di un comandante e delle donne che lo influenzano, questo», e indicò l’apparecchio, «ch’è l’opera di un’intera vita, vada in malora? È una cosa tollerabile, anche da chi si fermi per qualche giorno nella nostra isola come turista? Però non bisogna perdere tempo, si sta già macchinando contro la mia giurisdizione, al comando si tengono già riunioni alle quali io non sono convocato; perfino questa sua visita mi sembra illuminante per l’intera situazione: hanno paura e mandano lei, uno straniero, in avanscoperta… Com’erano diverse le esecuzioni in altri tempi! Fin dal giorno prima la valle riboccava di gente; tutti venivano soltanto per vedere; la mattina presto arrivava il comandante con le signore; l’intero campo si destava allo squillo delle fanfare; io riferivo che ogni cosa era pronta, e tutti gl’intervenuti si schieravano intorno alla macchina: nemmeno un alto funzionario poteva mancare; questa catasta di seggiole di vimini è un misero avanzo di quei tempi lontani. La macchina risplendeva, lucidata di fresco: quasi ad ogni esecuzione ne cambiavo qualche pezzo. Davanti a centinaia di occhi (tutti gli spettatori, fin lassù in cima alle colline, si ergevano sulle punte dei piedi) il condannato veniva posto sotto l’erpice dal comandante in persona. Il compito che oggi è affidato a un soldato semplice, allora era riservato a me, al presidente del tribunale, e mi onorava altamente. E finalmente aveva inizio l’esecuzione! Nessuna nota stonata veniva a turbare il lavoro della macchina. Molti non guardavano neppure, stavano sdraiati con gli occhi chiusi nella sabbia; ognuno sapeva che in quel momento si compiva la giustizia. Nel silenzio s’udiva solo il gemito del condannato, attutito dal feltro. Oggi la macchina non riesce più a strappare al condannato un gemito così forte che il feltro non riesca a soffocarlo, mentre allora gli aghi traccianti secernevano un liquido corrosivo di cui adesso è proibito l’uso. Bah! Infine arrivava la sesta ora! Era impossibile accogliere il desiderio che tutti manifestavano, di guardare lo spettacolo da vicino. Saggiamente il comandante disponeva che prima di tutto ci si preoccupasse dei fanciulli; io, che per motivi professionali dovevo sempre stare lì accanto, più di una volta ho tenuto in braccio due bambinelli, uno a destra, l’altro a sinistra. Come spiavamo l’espressione trasfigurata che appariva su quel viso dolorante! Come offrivamo le nostre gote al fulgore di quella giustizia che, appena raggiunta, già stava svanendo! Che tempi, camerata!» L’ufficiale evidentemente si era dimenticato di chi gli stava dinanzi: aveva abbracciato il viaggiatore posandogli il capo sulla spalla. Il viaggiatore, in preda al massimo imbarazzo, distolse con impazienza lo sguardo da lui. Il soldato, dopo aver terminata la ripulitura, versava ora da un barattolo nella ciotola la pappa di riso. Non appena il condannato – che ormai sembrava essersi completamente rimesso – si accorse di ciò, prese subito ad allungare la lingua verso il cibo. Il soldato lo respinse più volte, poiché la pappa doveva essere consumata in seguito; ma era comunque indecoroso vedere come anch’egli vi affondasse le mani sporche e se ne servisse mentre il condannato lo stava a guardare.
L’ufficiale riprese presto il controllo di sé. «Non volevo intenerirla,» disse, «so bene che è impossibile dare oggi un’idea di quei giorni. Del resto, la macchina funziona sempre e basta da sola a fare il suo effetto. Lo fa anche stando in mezzo a questa valle deserta. E alla fine il cadavere cade sempre con quel suo volo incredibilmente dolce giù nella fossa, anche se intorno a questa non si radunano più, come allora, centinaia di persone fitte come le mosche. Allora si dovette circondare la fossa con un solido parapetto, che da un pezzo è stato divelto.»
Il viaggiatore, desideroso di non guardare in viso l’ufficiale, girava intorno gli occhi senza meta. L’ufficiale, credendo che osservasse lo squallore del luogo, gli afferrò le mani, gli si portò davanti per fissare il suo sguardo e gli domandò: «Vede che vergogna?»
Ma il viaggiatore tacque. L’ufficiale si allontanò un attimo da lui; a gambe divaricate, le mani puntate sui fianchi, se ne stette silenzioso guardando al suolo. Poi, rivolgendo all’ospite un sorriso incoraggiante: «Ieri le stavo accanto,» disse, «quando il comandante la invitò; udii l’invito che le rivolse. Io, il comandante, lo conosco. Perciò capii subito che cosa si proponeva invitandola. Anche se avrebbe abbastanza potere per procedere contro di me, non osa ancora farlo, ma mi vuole esporre al suo giudizio, al giudizio di uno straniero eminente. Il suo calcolo è astuto: lei è qui nell’isola da due giorni, non conosceva il vecchio comandante e il suo ordine d’idee, è imbevuto di mentalità europea, forse è un fiero avversario della pena di morte in genere, e in particolare di questo tipo di esecuzioni basate su macchine; constata inoltre come la condanna si esegue senza che il pubblico vi prenda parte, tristemente, per mezzo di una macchina già un po’ malandata… Considerato tutto ciò, non si può ritenere molto probabile (così ragiona il comandante) che lei disapprovi il mio procedimento? E se lo disapprova (parlo sempre seguendo il ragionamento del comandante), non ne farà mistero, dato che certo lei ha fede nelle sue granitiche convinzioni. Poiché però lei ha visto le costumanze di molti popoli, ed ha imparato a rispettarle, è prevedibile che non condannerà la nostra procedura con quella violenza di cui forse darebbe prova in patria. Ma di ciò il comandante non ha affatto bisogno: a lui basta una parola fuggevole, un’espressione appena un po’ incauta; e non è punto indispensabile che corrisponda all’opinione che lei si è fatta, purché si concilii coi suoi desideri. Le porrà delle domande scaltrissime, non c’è alcun dubbio; e le signore le sederanno in circolo attorno aguzzando le orecchie; lei per esempio dirà: “Da noi la procedura è diversa”, oppure: “Da noi, prima della sentenza, si usa interrogare l’imputato”, oppure: “Da noi ci sono anche altre pene oltre a quella di morte”, o infine: “Da noi la tortura c’era solo nel Medioevo”: tutte osservazioni altrettanto giuste quanto, ai suoi occhi, naturali: osservazioni innocenti, che non intaccano il mio sistema. Ma come le accoglierà il comandante? Già me lo vedo, quel brav’uomo, scansare di colpo la sedia e correre al balcone, già vedo le signore precipitarglisi dietro, e sento la sua voce (una voce di tuono, a detta delle signore) che parla così: “Un grande studioso dell’Occidente, incaricato d’indagare i procedimenti penali nei vari paesi, ci ha detto poco fa che il nostro sistema, regolato dalle antiche usanze, è inumano. Dopo questo giudizio espresso da una così illustre personalità, è comprensibile che io non possa più oltre tollerare tale stato di fatto. Dispongo perciò che, a partire da oggi… eccetera, eccetera.” Lei cerca d’interromperlo, di fargli presente che non ha detto ciò che lui sta annunciando, che non ha dichiarato inumano il mio sistema, ma anzi che in tutta coscienza lo giudica umanissimo e degnissimo, così come trova ammirevoli questi ordigni… ma ormai è tardi: non riuscirà a metter piede sul balcone, dove le signore fanno ressa; tenterà di farsi notare, di gridare, ma una mano femminile le tapperà la bocca, ed io sarò perduto, e con me l’opera del vecchio comandante.»
Il viaggiatore sentì un sorriso salirgli alle labbra: era dunque così semplice quel compito che gli era parso tanto gravoso? Disse, per sviare il discorso: «Lei sopravvaluta la mia importanza; il comandante ha letto la mia lettera di presentazione e sa che non sono uno specialista di processi penali. Se anche dovessi esprimere la mia opinione, sarebbe sempre l’opinione di un qualunque privato, in nessun modo più rilevante di quella di chiunque altro, e comunque assai più irrilevante di quella del comandante stesso, che, a quanto mi risulta, esercita nella colonia una potestà molto ampia. Se sull’attuale procedura egli si è fatto l’opinione che lei ritiene, temo che in ogni caso, anche senza il mio modesto aiuto, questo sistema sia destinato a scomparire.»
Bastava quel chiarimento all’ufficiale? Evidentemente ancora no. Scosse energicamente il capo, si voltò in fretta a guardare il condannato e il soldato, che trasalirono e smisero di mangiare il riso; si portò accanto al viaggiatore e, fissandolo non in faccia, ma in un punto a caso del vestito, gli disse abbassando la voce: «Lei non conosce il comandante; davanti a lui e a tutti noi lei fa – scusi l’espressione – un po’ la parte dell’ingenuo, mentre, mi creda, la sua influenza è davvero inestimabile. Quando sentii che lei solo avrebbe assistito all’esecuzione, ne fui felice. Quella disposizione del comandante, che era destinata a colpirmi, ora la posso ritorcere a mio favore. Lei è stato ad ascoltare la mia spiegazione senza essere distratto da falsi mormorii, da occhiate sprezzanti, cosa che non avrebbe potuto evitare se qui ci fosse stata folla; ha potuto vedere la macchina, e adesso è in procinto di assistere all’esecuzione. Il suo giudizio è sicuramente già formato, e, se avesse ancora qualche incertezza, la vista dell’esecuzione basterà ad annullarla. Ecco dunque la preghiera che le rivolgo: mi aiuti di fronte al comandante!»
Il viaggiatore non lo lasciò proseguire: «E come potrei?» esclamò. «Non ho alcun modo di aiutarla. Non posso esserle di giovamento, così come non posso nuocerle.»
«Certo che può,» disse l’ufficiale; e il viaggiatore, un po’ intimorito, notò che stringeva i pugni. «Certo che può,» ripeté l’ufficiale calcando le parole. «Ho un mio progetto e voglio farlo riuscire. Lei crede che la sua influenza non sia sufficiente: io invece so che lo è. Ma ammettiamo pure che lei abbia ragione: non dobbiamo allora tentare di tutto, magari andando incontro ad un fallimento, pur di mantenere in vita questo sistema? Ascolti dunque il mio progetto. Per realizzarlo è necessario anzitutto che lei oggi si astenga il più possibile dal dare alla gente della colonia un giudizio sulla procedura. Se nessuno la interroga in modo preciso, deve tacere; se manifesta un’opinione, lo faccia brevemente, vagamente; si deve avere l’impressione che le riesca sgradevole parlare dell’argomento, che è amareggiato, che, semmai dovesse parlare, uscirebbe in invettive. Non le chiedo di mentire, no, niente affatto; risponda solo con poche parole, per esempio: “Sì, ho assistito all’esecuzione”, oppure: “Sì, ho ascoltato tutte le spiegazioni.” Non più di questo. Quanto all’amarezza che si deve notare in lei, ce n’è motivo abbastanza, anche se non nel senso che piacerebbe al comandante. Il quale, beninteso, capirà tutto a rovescio, interpreterà la cosa a modo suo. E appunto su questo si fonda il mio piano. Domani al comando, sotto la presidenza del comandante, si terrà una grande riunione di tutti i massimi funzionari. Il comandante ha saputo trasformare, naturalmente, queste riunioni in manifestazioni spettacolari, ed ha fatto costruire una balconata che è sempre piena di gente. Io sono costretto, anche se nauseato fino al midollo, a partecipare a codesti consessi. Lei, in ogni caso, vi sarà certamente invitato, e se oggi si comporta in conformità al mio piano, più che di invito si dovrà parlare di pressante preghiera. Se poi, per un qualunque imprevedibile motivo, l’invito non le pervenisse, dovrebbe senz’altro reclamarlo: in tal caso non potranno negarglielo. Dunque, lei domani starà seduto insieme alle signore nel palco del comandante, il quale, con continue occhiate verso l’alto, si accerterà della sua presenza. Dopo che si saranno discussi parecchi argomenti – secondari, ridicoli, buoni solo a far presa sugli ascoltatori; di solito si tratta di opere portuali: sempre con queste opere portuali! – finalmente viene affrontata la questione della procedura. Se il comandante non volesse affrontarla, o non l’affrontasse abbastanza presto, ci penserò io a farlo decidere: mi alzerò e annunzierò che oggi ha avuto luogo l’esecuzione. Non dirò altro: solo questo. È un annuncio che, normalmente, non viene dato in quelle circostanze; ma io lo darò. Il comandante, come al solito, mi ringrazia con un bel sorriso, ma poi non può trattenersi dall’approfittare dell’occasione che gli si offre. “In merito all’annuncio testé dato dell’avvenuta esecuzione” – così, più o meno, si esprimerà -, “vorrei far notare che l’esecuzione stessa è stata presenziata dall’eminente studioso la cui visita, come tutti sapete, tanto altamente onora la nostra colonia; e anche alla nostra riunione odierna la sua partecipazione conferisce particolare significato. Perché non chiediamo ora a questo illustre studioso qual è il suo giudizio sull’esecuzione secondo la vecchia usanza, nonché sull’istruttoria che la precede?” Grandi applausi, non occorre dirlo, segni generali d’approvazione: son io quello che applaude più forte. Il comandante le rivolge un inchino, poi dice: “Pongo dunque a nome di tutti questa domanda.” Ed ecco che lei si fa al parapetto. Metta le mani in modo che tutti le vedano, altrimenti le signore gliele afferrano per trastullarsi con le sue dita – . Finalmente, adesso, si ascolta la sua parola! Non so come farò a sopportare la tensione delle ore che ci separano da quel punto. Nel suo discorso lei non deve porsi alcun limite: gridi forte la verità, si chini sul parapetto, urli, sì certo, urli in viso al comandante la sua opinione, la sua fermissima opinione. Ma forse non vorrà far questo, non corrisponde al suo carattere; nella sua patria ci si comporta forse diversamente in circostanze simili… be’, d’accordo, basterà anche così: non si alzi nemmeno, si limiti a pronunciare qualche parola, la sussurri, in modo che la odano appena i funzionari sotto di lei, sarà sufficiente; no, non occorre affatto che sia lei a parlare della scarsa assistenza di pubblico all’esecuzione, della ruota che cigola, delle cinghie strappate, del feltro ripugnante, macché, a tutto il resto ci penso io; e, mi creda, se il mio discorso non lo farà fuggire dalla sala, lo piegherà in ginocchio: “Vecchio comandante,” dovrà dire, “m’inchino a te.” Ecco qual è il mio progetto: vuole aiutarmi a realizzarlo? Ma si capisce che lo vuole; lo deve, anzi.» E l’ufficiale strinse entrambe le braccia del viaggiatore, e lo fissò gravemente negli occhi. Aveva gridato così forte le ultime frasi, che anche il soldato e il condannato si erano fatti attenti; sebbene non capissero una parola, smisero di mangiare e, con la bocca piena di cibo, guardarono il viaggiatore.
Costui non aveva mai nutrito il menomo dubbio sul come rispondere: troppo vasta era la sua esperienza della vita perché, in questo caso, potesse esitare, ed in fondo era un uomo leale e senza paura. Ciononostante, al vedere il soldato e il condannato, ebbe un attimo d’incertezza; ma poi, com’era suo dovere, rispose: «No.» L’ufficiale sbatté più volte le palpebre, pur continuando a fissarlo. «Desidera una spiegazione?» domandò il viaggiatore; l’ufficiale, muto, assentì. «Sono contrario a questa procedura,» dichiarò l’altro senza ambagi; «già prima che lei mi scegliesse a confidente (e stia certo che in nessun caso abuserò della sua fiducia) mi ero chiesto se mi sarebbe stato lecito oppormi ad essa, e se tale mia opposizione avrebbe avuto una sia pur minima speranza di successo. Fin d’allora era chiaro per me che la prima persona che avrei dovuto avvicinare a questo scopo era il comandante; lei non ha fatto che confermarmelo. Non che ciò abbia contribuito a rafforzare la mia decisione; al contrario, la sua sincera convinzione mi commuove, anche se non mi può indurre in errore.»
L’ufficiale non disse parola; si voltò verso la macchina, afferrò una delle stanghe di metallo, poi, piegandosi un po’ indietro, guardò in su verso il tracciatore, come per accertarsi che tutto fosse in ordine. Il soldato e il condannato sembravano aver stretto amicizia; il condannato, nonostante le cinghie che lo legavano strettamente, riuscì a fare un cenno al soldato, il quale si chinò verso di lui; l’altro gli sussurrò qualcosa, e il soldato annuì col capo.
Il viaggiatore raggiunse l’ufficiale: «Non le ho ancora detto,» proseguì, «che cosa ho in animo di fare. Esporrò al comandante la mia opinione sulla procedura, ma non in una riunione, bensì da solo a solo, e prima che possano convocarmi a qualsiasi riunione, me ne andrò via di qui. Ripartirò, o meglio m’imbarcherò, domattina stessa.»
L’ufficiale non parve nemmeno aver udito. «La procedura, dunque, non l’ha convinta,» disse tra i denti, e sorrise come un vecchio sorriderebbe alle sciocchezze di un bimbo, seguendo il corso dei suoi pensieri dietro il sorriso.
«È tempo, allora,» disse infine, e tutt’a un tratto diresse verso il viaggiatore uno sguardo lucido, in cui pareva vibrare come un invito, un appello.
«Tempo di che?» domandò inquieto il viaggiatore, ma non ebbe risposta.
«Sei libero,» disse l’ufficiale al condannato nella sua lingua. Quest’ultimo dapprima non gli credette. «Ti ho detto che sei libero,» ripeté l’ufficiale; e per la prima volta un raggio di vera vita illuminò il volto del condannato. Era la verità? O era solo un capriccio dell’ufficiale, una cosa del momento? Quello straniero gli aveva ottenuto grazia? Che stava accadendo? Tutte queste domande si succedettero sul suo viso; ma non durò a lungo. Comunque fosse, voleva essere libero, dato che gli concedevano la libertà; e cominciò a scuotersi, per quanto spazio gli lasciava l’erpice.
«Mi strappi le cinghie!» gridò l’ufficiale. «Sta’ fermo, adesso le slacciamo.» E, fatto un cenno al soldato, si pose con lui al lavoro. Il condannato rideva tra sé di un lieve riso muto, ed ogni tanto volgeva il capo all’ufficiale, che stava alla sua destra, o al soldato che stava alla sua sinistra, senza trascurare neppure lo straniero.
«Tiralo giù,» ordinò l’ufficiale al soldato. L’erpice intralciava alquanto: bisognò fare un po’ attenzione. Il condannato era tanto impaziente che si era già prodotto qualche scorticatura alla schiena.
Da quel momento in avanti l’ufficiale non si curò più di lui. Si avvicinò al viaggiatore, aprì nuovamente la sua cartellina di cuoio, vi frugò dentro, trovò finalmente la carta che cercava e la mostrò all’altro. «Legga,» disse. «Non ci riesco,» rispose il viaggiatore; «le ho già detto che non riesco a decifrare questi fogli.» «Via, lo guardi bene,» insisté l’ufficiale, e gli si fece accosto per leggere con lui; ma anche questo non servì a nulla, ed egli, tenendo il dito molto in alto, come se neppure potesse pensare di toccar la carta, ritracciò la scritta segnata sul foglio, in modo da facilitarne la lettura al viaggiatore. Questi pure si sforzava di capire, per dare almeno così soddisfazione all’ufficiale; ma gli era proprio impossibile. Allora l’ufficiale cominciò a compitare la massima, quindi la rilesse tutt’intera. «Vi sta scritto: sii giusto! Riesce adesso a leggerlo, o no?» Il viaggiatore chinò il capo tanto basso sul foglio, che l’ufficiale, temendo lo toccasse, lo allontanò ancora di un poco; il viaggiatore non parlava, ma si vedeva benissimo che non ce la faceva a leggere. «Sta scritto: sii giusto!» ripeté l’ufficiale. «Può darsi,» rispose l’altro, «ci credo senz’altro.» «Bene,» fece l’ufficiale, soddisfatto almeno in parte, e salì la scala col foglio in mano, lo depose accuratamente nel tracciatore e rimaneggiò completamente, a quanto parve, il congegno a ruote dentate: era un lavoro assai faticoso, tanto più che si doveva trattare di ruote piccolissime; a volte la testa dell’ufficiale scompariva per intero dentro il tracciatore, tanta era l’esattezza con cui doveva preparare il meccanismo.
Dal basso il viaggiatore seguiva quel lavoro con minuziosa attenzione: si sentiva il collo rigido e la luce solare che invadeva il cielo gl’indolenziva gli occhi. Il soldato e il condannato non si occupavano che dei fatti loro. La camicia e le mutande del condannato, che già erano nella fossa, vennero tirate su dal soldato con la punta della baionetta. La camicia era orribilmente sudicia; il condannato la lavò nel secchio pieno d’acqua. Quando poi indossò i due indumenti, tanto lui che il soldato scoppiarono a ridere, vedendo che erano squarciati sul didietro. Forse il condannato si sentiva in obbligo di tenere allegro l’altro, fatto sta che girava in tondo davanti a lui nelle sue vesti lacere; il soldato, rannicchiato a terra, rideva picchiandosi le ginocchia. Tuttavia cercavano di contenersi, per riguardo alla presenza dei due signori.
Quando l’ufficiale, in cima alla scala, ebbe finito di lavorare, esaminò ancora una volta, sorridendo, ogni parte dell’insieme; poi richiuse il coperchio del tracciatore che finora era rimasto aperto, discese, guardò nella fossa, si assicurò in breve, con un’occhiata al condannato, che questi avesse ripreso le sue vesti, si diresse al secchio per lavarsi le mani, troppo tardi notò la ripugnante sporcizia dell’acqua e, pieno di tristezza per l’impossibilità di lavarle, le immerse entrambe nella sabbia – era un ripiego che non gli bastava, ma doveva acconciarsi -, infine si alzò e cominciò a sbottonarsi l’uniforme. Ciò facendo, gli vennero presto tra le mani i due fazzolettini da signora che si era cacciato dietro il colletto. «To’, prenditi i tuoi fazzoletti,» disse al condannato, e glieli gettò. «Glieli avevano regalati le signore,» aggiunse a mo’ di spiegazione, rivolto all’ospite.
Si tolse l’uniforme e poi prese a spogliarsi del tutto. Malgrado l’evidente fretta con cui compiva queste operazioni, trattava ogni parte del suo vestiario con molta cura: tanto che lisciò perfino con le dita gli alamari d’argento della sua giubba, e riassestò un fiocchetto. Con tutta questa diligenza, in verità, pareva stonare il fatto che, non appena smetteva di occuparsi di un capo, subito lo gettava nella fossa con un gesto d’ira. Alla fine non gli rimase più in mano che lo spadino appeso alle cinghie. Tolse l’arma dal fodero e la spezzò; poi, fatto un sol fascio dei pezzi dello spadino, del fodero e delle cinghie, li gettò via con tal violenza, che giù nella fossa risonò un tintinnio.
Era nudo, ormai. Il viaggiatore, taciturno, si mordeva le labbra. Sapeva bene cosa stava per avvenire, ma non aveva diritto di porre all’ufficiale alcun divieto. Se la procedura giudiziaria di cui questi era convinto, era realmente così presso ad essere abolita – forse proprio per il suo intervento, che d’altronde riteneva doveroso -, ciò che l’ufficiale si preparava a fare era assolutamente giusto: egli stesso, al suo posto, non avrebbe agito altrimenti.
Il soldato e il condannato per un po’ di tempo non capirono nulla e non prestarono nemmeno attenzione. Il condannato era molto contento di aver riavuto i fazzolettini, ma la sua soddisfazione non durò a lungo, poiché il soldato, con una mossa rapida quanto inaspettata, glieli portò via e se li ficcò sotto la cintura. Il condannato tentò più volte di riacchiapparli, ma l’altro non si lasciava sorprendere; tra i due scoppiò un litigio semischerzoso. Solo quando l’ufficiale fu interamente svestito, si fecero attenti. Il condannato in special modo sembrava colto dal presagio di chissà quale rivolgimento. Ciò che era toccato a lui, toccava ora all’ufficiale; e forse quel destino doveva compiersi fino in fondo. Era un ordine che probabilmente era venuto da quel viaggiatore straniero. La sua vendetta, dunque: una vendetta totale, anche se per lui la sofferenza non era stata totale. Sul suo volto apparve un largo riso silenzioso, che non si spense più.
Intanto l’ufficiale si era appressato alla macchina. Se già prima la sua competenza dei meccanismi era stata evidente, la sicurezza con cui ora maneggiava l’apparecchio, e il modo in cui esso gli ubbidiva, avevano dell’incredibile. Gli bastò avvicinare una mano all’erpice perché questo si sollevasse e si abbassasse a più riprese, finché non ebbe assunto la posizione giusta per riceverlo; non ebbe che da aggrapparsi all’orlo del letto, e questo cominciò subito a vibrare; il tappo di feltro parve muovere incontro alla sua bocca: si vide nell’ufficiale destarsi la ripugnanza, ma fu solo un attimo, si vinse e lo imboccò. Tutto era pronto, solo le cinghie penzolavano ancora ai lati; ma evidentemente non servivano, non c’era bisogno di legare l’ufficiale al letto. In quel momento il condannato si avvide delle cinghie, gli parve che senza di esse l’esecuzione non sarebbe stata completa, e, fatto un cenno rapido al soldato, corse insieme a lui ad allacciarle. L’ufficiale aveva già allungato un piede per spingere il volano che doveva mettere in moto il disegnatore, ma quando vide i due uomini accanto a lui, ritirò il piede e lasciò che lo legassero. Adesso però non arrivava più col piede al volano, e né il soldato, né il condannato sarebbero stati capaci di trovarlo; quanto al viaggiatore, era deciso a non muoversi. Ma non fu necessario. Appena strette le cinghie, la macchina prese subito a funzionare: il letto tremava, gli aghi danzavano sulla pelle, l’erpice andava su e giù. Il viaggiatore, dopo esser rimasto qualche istante immobile a guardare, si ricordò che avrebbe dovuto sentire il cigolio di una ruota dello strumento; invece tutto era silenzio, non si udiva il minimo fruscio.
La macchina, lavorando così muta, si sottraeva letteralmente ad ogni attenzione. Il viaggiatore guardò i due uomini che stavano presso l’apparecchio. Il condannato era il più vivace: tutto, nella macchina, suscitava il suo interesse, a volte si chinava, a volte si tirava su, aveva sempre un indice teso per mostrare qualcosa al soldato. Il viaggiatore ne ebbe un’impressione sgradevole. Aveva deciso di restare fino all’ultimo, ma non si sentiva di sopportare a lungo la vicinanza dei due. ” Andate a casa, ” disse. Il soldato forse non avrebbe avuto nulla in contrario, ma al condannato quell’ordine parve un castigo: a mani giunte, con voce lagrimosa, implorò di essere lasciato lì, e poiché il viaggiatore, scotendo il capo, mostrava di non voler acconsentire, si mise perfino in ginocchio. Il viaggiatore, resosi conto che i suoi ordini erano inefficaci, era in procinto di andare verso i due per spingerli via, quando udì un fruscio provenire dal tracciatore. Guardò in su, pensando che la ruota ricominciasse a cigolare; ma era qualcosa d’altro. Lentamente il coperchio del tracciatore si schiuse, poi si spalancò del tutto. Si videro affacciarsi e alzarsi i denti d’una ruota, alla fine apparve la ruota intera: era come se una gran forza sconosciuta comprimesse il meccanismo, sicché la ruota non vi trovasse più posto; girò fino a raggiungere l’orlo del tracciatore, piombò giù, rotolò diritta per un certo tratto nella sabbia e infine si adagiò a terra. Ma già ne spuntava fuori un’altra, tante altre, grandi, piccole, quasi impercettibili’ e per tutte era lo stesso, pareva che ormai il tracciatore dovesse esser vuoto e invece appariva un nuovo fittissimo gruppo di congegni: saliva, cadeva, rotolava nella sabbia e si posava. Assorbito da quello spettacolo, e dimenticando l’ordine del viaggiatore, il condannato stava a guardare come incantato gli ingranaggi: cercava sempre di acchiappare una ruota, gridava al soldato di aiutarlo, ma poi ritirava subito la mano, spaventato da un’altra ruota che sopravveniva girando.
Il viaggiatore invece era molto inquieto: la macchina stava sfasciandosi, non c’era dubbio; quel suo ritmo tranquillo era un’illusione; gli sembrava che ora avrebbe dovuto occuparsi dell’ufficiale, dato che questi non era più in grado di provvedere a se stesso. Ma la sua attenzione essendo rimasta interamente attratta dalla caduta delle ruote, non gli era venuto in mente di osservare la macchina; tutt’a un tratto, dopo che l’ultima ruota era uscita dal tracciatore, chinandosi sull’erpice ebbe una nuova e più brutta sorpresa: l’erpice non scriveva più, trafiggeva soltanto, e il letto non rovesciava più il corpo, lo innalzava semplicemente verso gli aculei. Il viaggiatore volle intervenire per arrestare, se possibile, il funzionamento dell’apparecchio: quella non era più una tortura come l’intendeva l’ufficiale, era un vero e proprio assassinio. Ma in quel momento l’erpice, con il corpo infilzato, si spostò lateralmente, come di regola avrebbe dovuto fare solo alla dodicesima ora; il sangue scorreva in mille rivoli, non commisto ad acqua, poiché anche nelle minuscole condutture s’era prodotto un guasto. Ed ecco verificarsi il guasto massimo: il corpo non si staccava più dagli aghi, grondava sangue e stava sospeso sopra la fossa senza cadervi. L’erpice tendeva bensì a riprendere la posizione primitiva, ma, quasi si accorgesse di non aver scaricato il suo fardello, rimaneva sopra la fossa. «Aiutatemi!» gridò il viaggiatore al soldato e al condannato, ed afferrò i piedi dell’ufficiale: si proponeva di far forza sui piedi, mentre gli altri due avrebbero dovuto prenderlo per la testa; in tal modo sarebbero riusciti a liberarlo pian piano dagli aghi. Ma quelli non se ne diedero per intesi, anzi il condannato voltò deciso le spalle; il viaggiatore dovette andare fin da loro e costringerli con la forza a prendere la testa del cadavere. Ciò facendo, lo guardò quasi contro voglia in viso: era esattamente come appariva in vita. Nessun segno della promessa redenzione era percepibile; quello che la macchina aveva dato a tutti gli altri, l’ufficiale non l’aveva trovato. Le labbra erano serrate, negli occhi, aperti, era l’espressione della vita, lo sguardo era calmo e convinto, la fronte era trapassata dalla punta del grande aculeo di ferro.
Quando il viaggiatore, seguito dal soldato e dal condannato, raggiunse le prime case della colonia, il soldato ne indicò una e disse: «Quello lì è il caffè.»
Era un locale a piano terreno di una casa: profondo, basso, simile ad una caverna, annerito dal fumo sulle pareti e sul soffitto, aperto verso la strada per tutta la larghezza. Benché si distinguesse poco dalle altre case della colonia, che, ad eccezione dei vasti edifici del comando, erano tutte assai malandate, quel caffè destò nel viaggiatore l’impressione di una reliquia storica; davanti ad esso sentì la potenza dei tempi andati. Si fece più vicino, passò, seguito dai suoi accompagnatori, in mezzo ai tavolini vuoti che occupavano la fronte sulla strada, e respirò l’aria fresca e odorosa di muffa che proveniva dall’interno. «Il vecchio è sepolto qui,» disse il soldato; «il parroco gli ha negato un posto al cimitero. Per un po’ di tempo non han saputo dove metterlo; alla fine hanno deciso di seppellirlo qui. Questo l’ufficiale di sicuro non gliel’ha detto, perché lui se n’è vergognato più di chiunque altro. Ha anche tentato qualche volta di venire a disseppellirlo di notte, ma l’han sempre cacciato via.» «Dov’è la tomba?» domandò il viaggiatore, incredulo a tale racconto. Subito gli altri due, il soldato e il condannato, gli corsero innanzi e, tendendo le mani, gli mostrarono il punto in cui doveva trovarsi la tomba. Lo condussero fino alla parete di fondo: lì, intorno ai tavoli, sedevano dei clienti, probabilmente dei portuali, uomini nerboruti dalle corte barbe di un nero lucido; tutti erano senza giacca e vestivano camicie lacere, avevano l’aria di gente povera e umiliata. Quando il viaggiatore si avvicinò, alcuni si alzarono e lo guardarono, addossandosi alla parete. «È uno straniero,» si sentiva mormorare, «vuol vedere la tomba.» Scostarono un tavolo sotto il quale effettivamente c’era una lapide mortuaria: una pietra semplice, abbastanza bassa perché un tavolo la potesse nascondere. Portava un’iscrizione a caratteri molto minuti, tanto che il viaggiatore, per leggerla, fu costretto ad inginocchiarsi. V’era scritto: «Qui giace il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono portare un nome, gli hanno scavato la tomba e posto questa lapide. Una profezia dice che dopo un certo numero d’anni il comandante risorgerà e da questa casa guiderà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Abbiate fede e attendete!» Letta l’iscrizione, il viaggiatore si rialzò e, guardandosi intorno, vide gli uomini che, in piedi, sorridevano, come se avessero letta la scritta con lui, l’avessero giudicata ridicola e lo invitassero a condividere quel loro giudizio. Egli finse di non accorgersi di nulla, distribuì alcune monete, aspettò che il tavolo fosse nuovamente collocato accanto alla parete, uscì dal caffè e si diresse al porto.
Il soldato e il condannato avevano incontrato dei conoscenti al caffè ed erano rimasti con loro. Ben presto, però, dovevano averli lasciati in asso: infatti il viaggiatore si trovava solo a metà della lunga scala che conduceva alle navi, quando vide che lo rincorrevano, probabilmente con l’intenzione di costringerlo, all’ultimo minuto, a prenderli con sé. Mentre, giunto in basso, egli discuteva con un barcaiolo il prezzo per essere trasportato al piroscafo, i due scendevano a precipizio la scala, in silenzio, poiché non si attentavano a gridare. Ma quando arrivarono giù, il viaggiatore era già a bordo della barca e il marinaio stava staccandosi da riva. Avrebbero ancora fatto in tempo a saltare nell’imbarcazione, ma il viaggiatore, raccolta sul fondo una gomena grossa e nodosa, fece alla loro volta un gesto di minaccia, che li dissuase dallo spiccare il balzo.
Kafka, La Metamorfosi e altri racconti, Garzanti, Milano, 1989

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Franz Kafka, Nella colonia penale – Analisi del testo

 
Un viaggiatore/esploratore sta per assistere all’esecuzione di un soldato, condannato perché si è addormentato durante il turno di guardia notturno a casa di un comandante. All’esecuzione sono presenti, oltre al condannato, un ufficiale, un soldato al servizio dell’ufficiale e un viaggiatore straniero che, trovandosi nella colonia penale, è stato invitato ad assistervi. Per giustiziare il condannato viene utilizzata una macchina inventata dal precedente comandante della colonia, di cui l’ufficiale non manca di tessere le lodi, ricordando con nostalgia lo zelo con cui egli stesso si occupava della sua efficienza.
Il macchinario è composto di tre parti: il “letto”, rivestito di bambagia, su cui il condannato disteso viene legato con cinghie e costretto a mordere un cuscinetto di feltro che gli impedisce di urlare; il “disegnatore”, che “legge” le iscrizioni corrispondenti alle colpe, realizzati personalmente dal vecchio comandante; l’“erpice”, composta da una serie di aghi di diversa lunghezza, incide sul corpo del condannato il comando da lui non rispettato, che è scritto sul foglio inserito nel disegnatore. 
Come se si trattasse di un tatuaggio, le lettere di queste scritte sono arricchite da un’infinità di ghirigori e decorazioni, tanto da risultare illeggibili e da rendere più lunga e dolorosa l’esecuzione. Inizialmente l’erpice incide con leggerezza (gli aghi lunghi scrivono, quelli corti rilasciano un getto d’acqua per pulire il sangue e rendere nitido il disegno), ripassando poi sulle ferite con sempre maggiore profondità. Alla macchina occorrono circa dodici ore per uccidere il condannato, che alla fine viene trapassato dagli aghi e gettato a lato in una fossa. 
Il viaggiatore è negativamente impressionato dalla procedura, anche se in realtà non manifesta esplicitamente quel che pensa. Il comandante attuale della colonia è intenzionato ad abolire questa pratica, e ha inviato il viaggiatore, come esperto straniero, a visionarla, confidando in un suo giudizio in tal senso. L’ufficiale, molto legato al vecchio comandante e contrario all’abolizione della pratica (che un tempo godeva di largo seguito nella colonia, tanto da richiamare una gran folla di spettatori), tenta di trascinare dalla propria parte l’esploratore che però, dopo averlo ascoltato, dichiara la propria contrarietà.
L’ufficiale allora, disperato, libera il condannato (che appare persino inconsapevole di essere condannato e non ha avuto modo di difendersi) e lo sostituisce di persona, apportando però delle modifiche alla macchina, che mentre svolge la sua funzione comincia ad andare in pezzi. Per questo l’ufficiale muore poco dopo infilzato troppo profondamente dagli aghi, e il viaggiatore costringe l’ex-condannato e il soldato ad aiutarlo a staccare il suo corpo dall’erpice. Il condannato e il soldato sembrano aver stretto una profonda amicizia, scherzano e giocano insieme, noncuranti della situazione.
Il racconto si chiude con la visita del viaggiatore alla tomba del vecchio comandante, sepolto sotto il pavimento di una squallida sala da tè e ricordato da una lapide che porta incisa una profezia giudicata da tutti ridicola: «Qui riposa il vecchio comandante. I suoi seguaci, che ora non possono portare nessun nome, gli hanno scavato questa tomba e posto la pietra. Esiste una profezia secondo la quale il comandante dopo un determinato numero di anni risorgerà e da questa casa condurrà i suoi seguaci alla riconquista della colonia. Credere e attendere!»
Infine, l’esploratore si reca al porto e salpa. Il soldato e l’ex-condannato vorrebbero seguirlo, ma egli impedisce loro di raggiungerlo.
La colonia penale di Kafka, che potrebbe alludere a situazioni reali del mondo coloniale, è collocata in uno spazio e in un tempo imprecisati e indefiniti. L’espiazione da parte dei condannati si distorce in un sistema assurdo, crudele e perverso, nel quale “la colpa è sempre fuori dubbio”. Kafka ancora una volta descrive con lucido surrealismo la crudeltà del potere, il delirio dell’aguzzino, la complicità della vittima, l’acquiescenza dell’osservatore. Un’agghiacciante profezia.

Kafka, Il risveglio di Gregor (La metamorfosi)

Kafka, Il risveglio di Gregor (La metamorfosi)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, Il risveglio di Gregor Samsa

(da La Metamorfosi)

Gregor Samsa è un commesso viaggiatore che vive con i genitori e la sorella. Un giorno si risveglia nelle sembianze di un gigantesco scarafaggio, incontrando grande difficoltà nello scendere dal letto e nell’eseguire i movimenti più semplici. Inoltre, non riesce a parlare senza emettere strani versi. I genitori sono disgustati e spaventati dal nuovo aspetto del figlio e fanno di tutto per evitarlo. Soltanto sua sorella sembra mostrare compassione e si prende cura di lui. Si limita tuttavia a pulire la sua stanza (mentre Gregor si nasconde sotto al divano per non spaventarla) e lasciandogli del cibo a terra davanti la porta. Il protagonista si accorge di aver cambiato gusti alimentari, preferendo al buon cibo degli avanzi in stato di decomposizione. Gregor trascorre le giornate ascoltando i discorsi dei genitori attraverso i muri, conversazioni basate unicamente sul loro desiderio di liberarsi del figlio e sulla disperata situazione economica in cui sono precipitati visto che il protagonista ormai ha perso il lavoro. Il povero Gregor abbandonato al suo dolore finisce presto per sentirsi un peso per la sua famiglia, cadendo in uno stato di depressione che lo porterà a rifiutare il cibo, indebolendosi ogni giorno sempre di più. Nel giro di poco tempo, con sollievo della sua famiglia, Gregor muore. La sua carcassa viene portata via e gettata come fosse spazzatura. Liberatasi del figlio, la famiglia Samsa inizia una nuova vita.

 

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Gregor Samsa si trovò trasformato in un enorme insetto.
Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da solchi arcuati; in cima al ventre la coperta, sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le gambe, molto più numerose di prima, ma di una sottigliezza desolante.
«Che cosa mi è capitato?» pensò. Non stava sognando. La sua camera, una normale camera d’abitazione, anche se un po’ piccola, gli appariva in luce quieta, fra le quattro ben note pareti. Sopra al tavolo, sul quale era sparpagliato un campionario di telerie svolto da un pacco (Samsa faceva il commesso viaggiatore), stava appesa un’illustrazione che aveva ritagliata qualche giorno prima da un giornale, montandola poi in una graziosa cornice dorata. Rappresentava una signora con un cappello e un boa di pelliccia, che, seduta ben ritta, sollevava verso gli astanti un grosso manicotto, nascondendovi dentro l’intero avambraccio.
Gregor girò gli occhi verso la finestra, e al vedere il brutto tempo – si udivano le gocce di pioggia battere sulla lamiera del davanzale – si sentì invadere dalla malinconia. «E se cercassi di dimenticare queste stravaganze facendo un’altra dormitina?» pensò, ma non poté mandare ad effetto il suo proposito: era abituato a dormire sul fianco destro, e nello stato attuale gli era impossibile assumere tale posizione. Per quanta forza mettesse nel girarsi sul fianco, ogni volta ripiombava indietro supino. Tentò almeno cento volte, chiudendo gli occhi per non vedere quelle gambette divincolantisi, e a un certo punto smise perché un dolore leggero, sordo, mai provato prima cominciò a pungergli il fianco.
«Buon Dio,» pensò, «che mestiere faticoso ho scelto! Dover prendere il treno tutti i santi giorni… Ho molte più preoccupazioni che se lavorassi in proprio a casa, e per di più ho da sobbarcarmi a questa tortura dei viaggi, all’affanno delle coincidenze, a pasti irregolari e cattivi, a contatti umani sempre diversi, mai stabili, mai cordiali. All’inferno tutto quanto!» Sentì un lieve pizzicorino sul ventre; lentamente, appoggiandosi sul dorso, si spinse più in su verso il capezzale, per poter sollevare meglio la testa, e scoprì il punto dove prudeva: era coperto di tanti puntolini bianchi, di cui non riusciva a capire la natura; con una delle gambe provò a toccarlo, ma la ritirò subito, perché brividi di freddo lo percorsero tutto.
Si lasciò ricadere supino. «Queste levatacce abbrutiscono,» pensò. «Un uomo ha da poter dormire quanto gli occorre. Dire che certi commessi viaggiatori fanno una vita da favorite dell’harem! Quante volte, la mattina, rientrando alla locanda per copiare le commissioni raccolte, li trovo che stanno ancora facendo colazione. Mi comportassi io così col mio principale! Sarei sbattuto fuori all’istante. E chissà, potrebbe anche essere la miglior soluzione. Non mi facessi scrupolo per i miei genitori, già da un pezzo mi sarei licenziato, sarei andato dal principale e gli avrei detto chiaro e tondo l’animo mio, roba da farlo cascar giù dallo scrittoio! Curioso poi quel modo di starsene seduto lassù e di parlare col dipendente dall’alto in basso; per giunta, dato che è duro d’orecchio, bisogna andargli vicinissimo. Be’, non è ancora persa ogni speranza; una volta che abbia messo insieme abbastanza soldi da pagare il debito dei miei, mi ci vorranno altri cinque o sei anni, non aspetto neanche un giorno e do il gran taglio. Adesso però bisogna che mi alzi: il treno parte alle cinque.»
E volse gli occhi alla sveglia che ticchettava sul cassettone. «Santo cielo!» pensò. Erano le sei e mezzo: le sfere continuavano a girare tranquille, erano anzi già oltre, si avvicinavano ai tre quarti. Che la soneria non avesse funzionato? Dal letto vedeva l’indice ancora fermo sull’ora giusta, le quattro: aveva suonato, non c’era dubbio. E come mai, con quel trillo così potente da far tremare i mobili, lui aveva continuato pacificamente a dormire? Via, pacificamente proprio no; ma forse proprio per questo più profondamente. Che fare, ora? Il prossimo treno partiva alle sette: per arrivare a prenderlo avrebbe dovuto correre a perdifiato, e il campionario era ancora da riavvolgere, e lui stesso non si sentiva troppo fresco e in gamba. Del resto, fosse anche riuscito a prenderlo, i fulmini del principale non glieli cavava più nessuno, perché al treno delle cinque era andato ad aspettarlo il fattorino della ditta; e sicuramente già da un pezzo aveva ormai riferito che lui era mancato alla partenza. Era una creatura del principale, un essere invertebrato, ottuso. Darsi malato? Sarebbe stato un ripiego sgradevole e sospetto: durante cinque anni d’impiego Gregor non si era mai ammalato una volta. Certamente sarebbe venuto il principale, insieme al medico della cassa mutua, avrebbe deplorato coi genitori la svogliatezza del figlio e, tagliando corto ad ogni giustificazione, avrebbe sottoposto il caso al dottore, per il quale non esisteva che gente perfettamente sana ma senza voglia di lavorare. E si poteva poi dire che in questo caso avesse tutti i torti? In realtà Gregor, a parte una sonnolenza veramente fuori luogo dopo tanto dormire, si sentiva benissimo, aveva anzi un appetito particolarmente gagliardo.
Mentre in gran fretta volgeva tra sé questi pensieri, senza sapersi decidere ad uscire dalie coltri (e la sveglia in quel momento batté le sei e tre quarti), sentì bussare lievemente alla porta dietro il letto.«Gregor,» chiamò una voce – quella di sua madre -, «manca un quarto alle sette, non dovevi partire?» Dolcissima voce! All’udire la propria in risposta, Gregor inorridì: era indubbiamente la sua voce di prima, ma vi si mescolava, come salendo dai precordi, un irreprimibile pigolio lamentoso; talché solo al primo momento le parole uscivano chiare, ma poi, nella risonanza, suonavano distorte, in modo da dare a chi ascoltava l’impressione di non aver udito bene. Avrebbe voluto rispondere esaurientemente e spiegare ogni cosa, ma, viste le circostanze, si limitò a dire: «Sì sì, grazie mamma, mi alzo subito.» Evidentemente la porta di legno non permise che di là ci si accorgesse della voce mutata, poiché la mamma non insisté oltre e si allontanò. Ma il breve dialogo aveva richiamato l’attenzione degli altri familiari sul fatto che Gregor, contro ogni previsione, era ancora in casa; e già ad una delle porte laterali bussava il padre, piano, ma a pugno chiuso. «Gregor, Gregor,» chiamò, «che succede?» E dopo un breve intervallo levò di nuovo, più profondo, il richiamo ammonitore: «Gregor! Gregor!» Intanto all’uscio dirimpetto si udiva la sommessa implorazione della sorella: «Gregor! Non stai bene? Ti serve qualcosa?» «Ecco, son pronto,» rispose lui in tutte e due le direzioni, e si sforzò di togliere alla voce ogni inflessione strana pronunziando molto chiaramente le singole parole e intercalandole con lunghe pause. Il padre infatti se ne tornò alla sua colazione, ma la sorella sussurrò: «Apri, Gregor, te ne scongiuro.» Ma Gregor si guardò bene dall’aprire, anzi lodò in cuor suo l’abitudine presa viaggiando di chiudere sempre, anche a casa, tutte le porte a chiave.
Per prima cosa voleva alzarsi tranquillo e indisturbato, vestirsi e soprattutto far colazione, e solo dopo pensare al resto: giacché, se ne rendeva ben conto, standosene a letto ad almanaccare non avrebbe mai risolto nulla di sensato. Si ricordava che già parecchie volte, a letto, gli era avvenuto di sentire qualche dolorino, provocato probabilmente da una posizione sbagliata, ed aspettava ansioso di veder dileguarsi una ad una quelle chimere. Che poi il cambiamento di voce non fosse altro che il prodromo di un potente raffreddore, malattia tipica della sua professione, gli pareva indiscutibile.
Non ebbe alcuna difficoltà a rimuovere la coperta: gli bastò gonfiarsi un poco, ed essa cadde a terra da sé. Ma lì cominciavano i guai, segnatamente a causa dell’inusitata larghezza del suo corpo. Per alzarsi, avrebbe dovuto far forza sulle braccia e sulle mani, mentre non possedeva più che quella fila di gambette, annaspanti senza tregua nei modi più svariati ed incontrollabili. Se cercava di piegarne una, era proprio quella la prima ad irrigidirsi, e quando finalmente riusciva a farle compiere il movimento voluto, tutte le altre si dimenavano come scatenate, in un’agitazione intensissima e dolorosa. «Uno non dovrebbe mai fermarsi a letto senza motivo,» rifletté Gregor.
Cercò di uscire dal letto dapprima con la metà inferiore del corpo: ma questa parte, che egli non era ancora riuscito a scorgere, né a figurarsene l’aspetto, si dimostrò difficile a smuoversi; gli ci volle un tempo infinito; allora, quasi fuori di sé, raccolta ogni energia, si buttò in avanti alla cieca, ma sbagliò direzione, picchiò con violenza contro il fondo del letto, sentì un male atroce e capì che quella zona del suo corpo era forse, per il momento, proprio la più sensibile.
Tentò allora di iniziare la manovra dalla parte superiore e girò cautamente il capo verso la sponda del letto. Questo movimento gli fu agevole, e con l’intera massa del corpo, nonostante la lunghezza e il peso, riuscì infine a compiere la stessa manovra. Ma quando si trovò con la testa sospesa fuori del letto, provò paura: continuando così avrebbe finito col cascare di sotto, e a meno di un miracolo si sarebbe ferito alla testa. E guai se perdeva i sensi proprio adesso: meglio rimanere a letto, piuttosto.
Ma quando, dopo altrettanta fatica, giacque di nuovo sospirando nella posizione precedente, allo spettacolo delle sue gambette, che si azzuffavano più ostinate che mai, disperò di poter ridurre a ragione quell’intemperanza; era pazzesco – si disse – restare più a lungo coricato, tanto valeva giocare il tutto per il tutto, se ciò gli dava una pur minima speranza di staccarsi dal letto. Nel tempo stesso non trascurava di ripetersi che una calma, calmissima riflessione era più utile di ogni decisione precipitosa. In quegli attimi figgeva con la maggiore intensità possibile lo sguardo verso la finestra; ma purtroppo la vista del mattino nebbioso – non si riusciva nemmeno a scorgere il lato opposto della viuzza – era tutt’altro che adatta ad infondergli fiducia e buonumore. «Già le sette,» si disse, udendo nuovamente lo scocco della sveglia, «già le sette e ancora questa nebbia!» E per qualche minuto rimase lì fermo a respirare lievemente, quasi si aspettasse da quell’assoluta calma il rientro delle cose nella loro normalità.
Ma allora: «Prima che siano passate le sette e un quarto,» disse tra sé, «devo assolutamente essere in piedi. Del resto, nel frattempo saran già venuti a chiedere mie notizie dall’ufficio: aprono prima delle sette.» E si dispose a far uscire dal letto, con una sola spinta, l’intero corpo. Lasciandosi cader giù a quel modo, purché badasse a tenere il capo ben sollevato, poteva sperare di non farsi male. La schiena sembrava dura: battendo sul tappeto non avrebbe sofferto. Più che altro lo preoccupava il pensiero di non poter evitare di far parecchio rumore, il che avrebbe certo provocato, se non spavento, perlomeno apprensione dietro tutte le porte. Ma era un rischio da correre.
Si era già buttato per metà fuori del letto (il nuovo metodo adottato era più un gioco che una fatica: non aveva che da procedere scrolloni), quando gli venne in mente come ogni cosa si sarebbe facilmente risolta se qualcuno lo avesse soccorso. Due persone robuste se la sarebbero cavata benissimo: bastava che gli passassero le braccia sotto il dorso arcuato, lo sfilassero dal letto, deponessero a terra il carico, e avessero poi quel tantino di pazienza da aspettare che lui si ribaltasse sul pavimento, dove – c’era da sperarlo – le sue gambette avrebbero finalmente avuto una funzione. Però… a prescindere dal fatto che le porte erano chiuse a chiave, era proprio il caso di chiamare aiuto? Nonostante la situazione angosciosa, quel pensiero lo costrinse a sorridere.
Già era arrivato al punto di far fatica a serbare l’equilibrio, aumentando la violenza degli scossoni, e tra poco sarebbe stato necessario decidersi una volta per tutte, dato che alle sette e un quarto non mancavano più che cinque minuti, quando il campanello d’ingresso squillò. «È qualcuno dell’ufficio,» pensò Gregor e s’immobilizzò quasi, mentre il brulichio delle zampette si faceva più vorticoso che mai. Per un attimo tutto fu silenzio. «Non aprono,» si disse Gregor abbandonandosi a chissà quale folle speranza. Ma poi come sempre, la domestica andò con passo deciso alla porta ed aprì. Bastò a Gregor sentire la prima parola di saluto del visitatore, per capire chi era: il procuratore in persona. Perché mai egli era condannato a lavorare in una ditta dove la minima mancanza risvegliava subito i peggiori sospetti? Gl’impiegati erano dunque tutti, dal primo all’ultimo, delle canaglie, non c’era tra loro neppure un uomo devoto e fedele, che, se gli capitava una mattina di perdere qualche ora di lavoro, ammattiva dal rimorso ed era letteralmente incapace di alzarsi dal letto? Non sarebbe bastato mandare un apprendista ad informarsi – ammesso che d’informazioni ci fosse bisogno -? Proprio il procuratore doveva venire, mostrando a tutta l’incolpevole famiglia che su quel caso poco chiaro doveva indagare per forza la sagacia di un procuratore? E più per l’agitazione causatagli da questi pensieri, che non obbedendo a una decisione consapevole, Gregor si gettò a tutta forza fuori del letto. Ci fu un colpo sensibile, ma non un vero e proprio fracasso. Il tappeto attutì alquanto il tonfo, e la schiena si rivelò più elastica di quanto pensasse, perciò la violenza del rumore non fu molto grande. Aveva però dimenticato di badare alla posizione del capo e l’aveva picchiato al suolo: dalla rabbia e dal male, lo girò e lo rigirò, sfregandolo sul tappeto.
«È caduto qualcosa, lì dentro,» disse il procuratore dalla stanza di sinistra. Gregor cercò di figurarsi se anche al procuratore non sarebbe potuto capitare alcunché di simile a ciò che oggi era capitato a lui: era un’eventualità che si doveva pur ammettere. Ma, quasi a significare un’aspra replica a tale congettura, proprio in quell’attimo il procuratore mosse alcuni passi ben fermi nella stanza contigua, facendo scricchiolare gli stivaletti di vernice. Dalla stanza di destra la sorella bisbigliò per avvertirlo: «Gregor, c’è il procuratore.» «Lo so,» disse Gregor quasi tra sé, non azzardandosi ad alzare la voce tanto da farsi udire da lei.
«Gregor,» attaccò ora il padre dalla stanza di sinistra, «è venuto il signor procuratore ad informarsi come mai non sei partito col treno delle cinque. Noi non sappiamo cosa rispondergli; e lui d’altronde vuol parlare personalmente con te. Aprigli, dunque. Sarà tanto gentile da scusare il disordine in cui si trova la camera.» «Buongiorno, signor Samsa,» interloquì il procuratore con voce alta e cordiale. «È indisposto,» disse la madre al procuratore, mentre il padre continuava a parlare attraverso la porta, «Gregor è indisposto, signor procuratore, mi creda. Come avrebbe potuto altrimenti perdere il treno! Quel ragazzo non ha altro che il lavoro in testa. Mi fa quasi arrabbiare, perché la sera non esce mai. Adesso è stato in città otto giorni, ma tutte le sere è rimasto a casa, seduto a tavola con noi, zitto zitto, a leggere il giornale o a studiare l’orario delle ferrovie. La massima distrazione che si concede è qualche lavoruccio d’intaglio: in due o tre sere, per esempio, ha fatto una cornicetta; vedesse quant’è carina, è appesa al muro, lì in camera. Appena apre potrà vederla. Comunque, sono proprio contenta che sia venuto lei in persona, signor procuratore; noi da soli non saremmo mai riusciti a convincere Gregor ad aprirci la porta, ostinato com’è; e di sicuro non sta bene, anche se stamattina non ha voluto ammetterlo.» «Vengo subito,» disse Gregor adagio e circospetto, senza muoversi per non perdere una parola della conversazione. «Non saprei trovare altra spiegazione, signora,» rispose il procuratore, «speriamo non sia nulla. Anche se devo pur dire che noi uomini d’affari – purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista – per considerazioni di opportunità professionale, dobbiamo molto spesso saper vincere qualche lieve malessere.» «Dunque, ti decidi ad aprire al signor procuratore?» chiese impaziente il babbo, bussando di nuovo alla porta. «No,» disse Gregor. Nella stanza di sinistra si fece un silenzio penoso, in quella di destra la sorella cominciò a singhiozzare.
Perché la sorella non raggiungeva gli altri? Certo si era appena alzata, e non aveva ancora iniziato a vestirsi. E perché piangeva? Perché lui non si alzava e non apriva al procuratore, perché stava rischiando di perdere il posto, sicché il principale avrebbe ricominciato a perseguitare i genitori con le vecchie ingiunzioni? Ma non era ancora il caso di angustiarsi per questo! Lui, Gregor, era pur sempre lì, e non pensava minimamente ad abbandonare la famiglia.Al momento, è vero, se ne stava coricato sul tappeto, e nessuno, conoscendo il suo stato, avrebbe potuto seriamente pretendere che aprisse l’uscio al procuratore. Ma questa piccola scortesia, per la quale, del resto, sarebbe stato facile trovare in seguito una scusa adatta, non poteva costituire motivo sufficiente ad un licenziamento in tronco. Ed a Gregor sembrava che sarebbe stato assai più ragionevole, adesso, lasciarlo in pace, anziché infastidirlo con pianti e prediche. Ma già, gli altri non sapevano che pesci pigliare, ed era logico che agissero così.
«Signor Samsa,» tuonò il procuratore con accento vibrato, «che sta succedendo? Lei si barrica in carnera, risponde a monosillabi, mette i suoi genitori in un’ansia grave quanto ingiustificata, e trascura – sia detto fra parentesi – in grado veramente inaudito i suoi doveri d’ufficio.Le parlo a nome dei suoi genitori e del nostro principale, ed esigo tassativamente una sua dichiarazione immediata ed inequivoca; Trasecolo, davvero trasecolo. Credevo di conoscerla come persona posata e ragionevole, ed ecco che invece sembra volersi mettere a far sfoggio di ghiribizzi. In realtà, il principale stamani mi accennava ad una possibile spiegazione della sua mancanza, facendo riferimento a un certo incasso recentemente affidatole; ma io gli ho dato quasi la mia parola d’onore che era una supposizione infondata. Adesso però, vedendo la sua inconcepibile testardaggine, mi passa davvero la voglia d’intercedere anche minimamente per lei; e la sua posizione non è delle più sicure. In un primo tempo era mia intenzione esporle tutto ciò a quattr’occhi, ma dato che lei mi fa perder tempo senza costrutto, non vedo perché non debbano esserne informati anche i suoi genitori. Dunque: il suo rendimento negli ultimi tempi è stato molto insoddisfacente; è vero, ammettiamolo, che questa non è la stagione più propizia agli affari, ma una stagione in cui non si faccia nessun affare, signor Samsa, è cosa che non esiste, che non può esistere.» «Ma signor procuratore,» gridò fuor di sè Gregor, dimenticando ogni norma di prudenza, tanto era agitato, «le apro subito, all’istante. Un lieve malessere, un capogiro mi ha impedito di alzarmi. Sono ancora coricato, ma ormai mi sono rimesso. Ecco, sto scendendo dal letto, pazienti ancora un minuto! Non mi muovo tanto facilmente come speravo, però di malessere non si può più parlare. Vede come certe volte uno vien preso alla sprovvista! Ieri sera stavo benissimo, i miei lo sanno: o per meglio dire, già ieri sera sentivo come un piccolo avvertimento, me lo si poteva leggere in faccia, credo. Perché mai non ho subito avvisato l’ufficio! Ma si spera sempre di poter vincere la malattia, senza bisogno di rimanere a casa. Signor procuratore! Abbia clemenza per i miei genitori! Quanto ai rimproveri che lei mi ha mossi, non c’è nulla di vero; nessuno mi ha mai detto una parola al riguardo. Forse non ha letto le ultime commissioni che ho spedite? Immancabilmente partirò col treno delle otto, queste poche ore di riposo mi hanno ristabilito. Non si trattenga, signor procuratore: fra un attimo sarò in ufficio, abbia la bontà di dirlo al principale e gli presenti i miei ossequi!»
Gregor sciorinò in gran fretta tutto questo discorso, quasi inconsapevole di ciò che diceva. Frattanto, grazie alla pratica acquistata per uscire dal letto, non gli era stato difficile avvicinarsi al cassettone, e si appoggiò ad esso nel tentativo di drizzarsi. Voleva realmente aprire la porta e farsi vedere, voleva parlare col procuratore; era ansioso di sapere che cosa avrebbero detto, alla sua vista, gli altri che ora l’assillavano tanto. Se si spaventavano, lui non aveva più responsabilità e poteva star tranquillo; se invece lo prendevano come uno spettacolo normalissimo, neanche per lui c’era motivo di agitarsi, e affrettandosi un po’ avrebbe senz’altro potuto essere per le otto alla stazione. La parete liscia del mobile lo fece sci: volare parecchie volte, ma alla fine, con un ultimo slancio, riuscì a tirarsi su. Non si accorgeva nemmen più dei dolori al basso ventre, per quanto strazianti fossero. Si lasciò cadere contro la spalliera di una sedia vicina e con le zampette ne strinse il bordo: finalmente riusciva a padroneggiare il proprio corpo. Tacque, porgendo l’orecchio a ciò che il procuratore stava dicendo.
«Sono riusciti a capire una parola?» chiese il procuratore ai genitori; «che stia prendendosi gioco di noi?» «Per carità,» gridò la madre già in lagrime, «forse è ammalato gravemente, e noi lo tormentiamo. Grete! Grete !» chiamò poi a gran voce. «Mamma,» rispose la sorella dall’altro lato: si scambiavano discorsi attraverso la stanza di Gregor. «Corri immediatamente dal medico, Gregor è malato, Dal medico, presto. Hai sentito come parla?» «Era una voce di bestia,» disse il procuratore, in tono stranamente smorzato rispetto alle strida della madre. «Anna! Anna!» gridò il padre attraverso l’anticamera, in direzione della cucina, «va’ subito a chiamare un fabbro!» E già le due ragazze correvano nell’anticamera facendo frusciare le gonne (come aveva potuto la sorella vestirsi così presto?) e spalancavano la porta d’ingresso, che poi non si sentì sbattere: evidentemente l’avevano lasciata aperta, come avviene nelle case colpite da qualche grave sciagura.
Gregor intanto si era fatto molto più calmo. Dunque, gli altri non capivano le sue parole, benché a lui fossero parse abbastanza chiare, più chiare di prima, forse perché il suo orecchio vi aveva fatto l’abitudine. Ad ogni modo, ormai la gente era del parere che in lui vi fosse qualcosa non del tutto regolare, ed era disposta ad aiutarlo. La prontezza, la sicurezza con cui erano state prese le prime misure, lo rincoravano: si sentiva nuovamente accolto nella cerchia umana, e sperava da quei due uomini, il medico e il fabbro, che non gli apparivano ben distinti, qualcosa di grandioso e di sorprendente. Per garantirsi, negli imminenti colloqui decisivi, la più chiara voce possibile, tossicchiò lievemente, attento a non farsi udire, poiché poteva darsi (non si sentiva più di deciderlo da solo) che anche quel rumore suonasse diverso dalla voce umana. Nella camera attigua frattanto si era fatto silenzio. Forse i genitori erano seduti al tavolo col procuratore e bisbigliavano, o forse tutti stavano ad origliare dietro la porta.
Lentamente Gregor si spinse verso l’uscio con la sedia; poi, scostata quest’ultima, si appoggiò tutto eretto al battente – i polpastrelli delle sue zampine erano un po’ appiccicosi – e per un istante si riposò dallo sforzo; quindi si accinse a girare con la bocca la chiave nella serratura. Purtroppo gli pareva proprio di non aver denti; e con che cosa, allora, afferrare la chiave? In compenso però le mascelle erano ben robuste, e col loro aiuto la chiave potè essere smossa, anche se, così facendo, si ferì, e un liquido bruno gli sfuggì di bocca, cadendo sulla chiave e sgocciolando a terra. «Sentano,» disse il procuratore nella camera accanto, «sta girando la chiave.» Questa frase fu per Gregor di grande incoraggiamento; ma, pensò, tutti avrebbero dovuto incitarlo, anche suo padre e sua madre: «Su da bravo, Gregor,» avrebbero dovuto gridargli, «su, dài, forza con la serratura!» E immaginando che l’interesse generale fosse concentrato sui suoi sforzi, chiamò a raccolta ogni energia e disperatamente si diede da fare intorno alla chiave. Man mano che andava girandola, ballonzolava intorno alla serratura, e sorreggendosi con la bocca si appendeva alla chiave o, a seconda della necessità, la spingeva in giù con tutto il suo peso.
Finalmente la serratura scattò all’indietro, con un suono nitido che fu per Gregor un vero richiamo alla realtà. «Non c’è stato bisogno del fabbro,» pensò ripigliando fiato, e posò la testa sulla maniglia per aprire del tutto la porta.
Dato che fu costretto ad aprirla così, l’aveva già dischiusa abbastanza largamente senza che nessuno l’avesse ancora scorto. Dovette girare adagio intorno al battente, mettendoci tutta la prudenza, per evitare di andare goffamente a gambe all’aria prima di entrare nell’altra stanza. Era ancora tutto impegnato in quel difficile movimento, nè aveva modo di preoccuparsi d’altro, quando udì un sonoro «oh!», qualcosa di simile a un sibilo di vento, uscir di bocca al procuratore; e poi subito lo vide, lui che era il più vicino all’uscio, premersi la mano contro la bocca aperta e lentamente indietreggiare, come spinto da una forza invisibile e graduale. La mamma – che nonostante la presenza del procuratore portava ancora i capelli sciolti, alla guisa notturna, e tutti irti – guardò il padre giungendo le mani, fece due passi in direzione di Gregor e infine cadde, mentre le gonne le si sparpagliavano intorno, il volto invisibilmente sprofondato nel seno. Il padre strinse il pugno con aria irata, quasi volesse ricacciare Gregor nella sua stanza, si guardò attorno incerto nel tinello, si coprì gli occhi con le due mani e scoppiò in un pianto che gli squassava il petto possente.
Gregor non entrò nella stanza, ma si appoggiò al lato interno del battente fissato al suolo, in modo da lasciar scorgere solo una metà del corpo e, sopra di esso, la testa piegata, con la quale guardava gli altri. Nel frattempo l’aria si era fatta molto più chiara; sull’altro lato della via si vedeva distintamente un tratto dell’interminabile fabbricato color nerofumo – era una clinica – con le finestre che, rigide e regolari, ne tagliavano la facciata; continuava a piovere, ma solo a grosse gocce, visibili una ad una e che si spiaccicavano al suolo distintamente. La tavola era coperta di ogni genere di stoviglie per la colazione: questa per il babbo era il pasto più importante della giornata, ed egli soleva prolungarla per ore nella lettura di vari giornali. Proprio sulla parete di fronte era appesa una fotografia di Gregor in servizio militare: vestito da sottotenente, con una mano sullo spadino, sorrideva spensierato e pareva esigere rispetto per il suo portamento e la sua uniforme. L’uscio verso l’anticamera era spalancato, e poiché era aperta anche la porta di casa, si scorgeva il pianerottolo e l’inizio della scala che conduceva in basso.
«Ecco,» disse Gregor, ben consapevole d’essere stato l’unico a mantenere la calma, «ora mi vesto, riavvolgo il campionario e parto immediatamente. Volete lasciarmi partire una buona volta? Ecco, lo vede anche lei, signor procuratore, non sono testardo, lavorare mi piace; certo, i viaggi mi affaticano, ma senza di essi non vivrei. Dove va, signor procuratore? In ufficio, vero? Mi promette di riferire ogni cosa fedelmente? Vede, per un momento uno può non sentirsi in grado di lavorare, ma allora è giusto che ci si ricordi quel che ha fatto prima e che si abbia fiducia in lui, nella sua capacità di riprendere il lavoro con più zelo e impegno che mai, una volta superato l’ostacolo. Sono così obbligato verso il principale… lei lo sa bene! D’altra parte ho da pensare ai miei genitori e a mia sorella. Mi trovo nelle peste, ma me la caverò, vedrà. Lei però non mi complichi ancora la situazione, tenga le mie parti in ditta! Nessuno ha in simpatia i viaggiatori di commercio, si sa: tutti credono che guadagnino denari a palate, che facciano la bella vita, e non hanno mai occasione di riflettere un po’ a questo pregiudizio. Ma lei, signor procuratore, lei ha la possibilità di rendersi conto della realtà delle cose più chiaramente del restante personale: più chiaramente – lasci che glielo dica – dello stesso principale, che nella sua qualità di diretto interessato può essere facilmente indotto a dare un giudizio sfavorevole sui suoi dipendenti. E poi, lei lo sa, il viaggiatore sta lontano tutto l’anno ed è vittima d’una quantità di chiacchiere, di coincidenze, di lagnanze ingiustificate, contro cui non ha modo di difendersi perché quasi sempre non ne sa nulla; e solo quando, esausto, torna a casa da un viaggio, comincia a sentire su di sè le dolorose conseguenze dì cause che non è più in grado di ricostruire. Signor procuratore, non se ne vada prima di avermi significato con una parola che almeno in piccola parte mi dà ragione!»
Ma fin dalle prime parole di Gregor il procuratore si era voltato, e sporgendo le labbra, sopra la spalla scossa da tremiti, guardava indietro verso di lui. Durante tutto il discorso di Gregor non era mai stato fermo un istante, ma, sempre fissandolo, si era pian piano rannicchiato contro il battente della porta, quasi che un misterioso divieto gl’impedisse di uscire. Già stava nell’anticamera, e dal brusco movimento con cui per l’ultima volta staccò il piede dal pavimento del tinello, si sarebbe detto che le suole gli bruciassero. Dall’anticamera fece un ampio gesto con la destra in direzione della scala, come se lì lo aspettasse qualche liberazione venuta dal cielo.
Non era assolutamente il caso (Gregor lo capì subito) che il procuratore se ne andasse sotto quell’impressione, altrimenti il suo posto nella ditta correva i più seri pericoli. I genitori non lo comprendevano altrettanto bene: in tanti anni si erano fermamente convinti che quell’ufficio rappresentasse per lui una sistemazione definitiva, e le attuali ansie avevano ottenebrato in loro ogni possibilità di previsioni assennate; mentre lui aveva conservato tale facoltà. Era necessario trattenere il procuratore, calmarlo, persuaderlo, conquistarlo insomma: ne andava dell’avvenire di Gregor e dei suoi familiari! Almeno fosse stata lì sua sorella! Lei era intelligente, aveva già pianto quando lui ancora giaceva tranquillo sulla schiena: certamente si sarebbe imposta a quel cicisbeo del procuratore, avrebbe chiuso la porta di casa, e nell’anticamera sarebbe riuscita a dissipare i suoi terrori. Ma la sorella non c’era: bisognava che si muovesse lui. E senza riflettere che non aveva la minima idea delle sue attuali capacità di spostamento, nè d’altra parte che poteva darsi – anzi era molto probabile – che anche quel suo ultimo discorso fosse riuscito incomprensibile, si staccò dall’uscio e avanzò attraverso la soglia, desideroso di raggiungere il procuratore che si aggrappava comicamente con le due mani alla ringhiera del pianerottolo; ma ecco che subito, perso l’equilibrio, con un piccolo grido cadde giù sulle sue zampette. All’istante, per la prima volta quella mattina, provò una sensazione fisica di benessere: posate ben salde al suolo, le gambe (se ne accorse con gioia) gli ubbidivano perfettamente, fremevano anzi dalla voglia di portarlo dove voleva andare; e già gli pareva di essere sul punto di liberarsi da ogni sofferenza. Ma nello stesso istante in cui, oscillando per l’impulso ritenuto, si fermò sul pavimento di fronte a sua madre e a poca distanza da lei, questa, che fin allora sembrava tutta tramortita, balzò fulmineamente in piedi, a braccia aperte e dita divaricate: «Aiuto, signore Iddio, aiuto!» gridò, tenendo la testa china, quasi cercasse di vedere meglio Gregor; ma, in contrasto con tale atteggiamento, indietreggiò smarrita e, dimenticando di avere alle sue spalle la tavola apparecchiata, vi si sedette sopra precipitosamente, quasi avesse perso la testa, nè parve minimamente accorgersi che lì accanto, dal grosso bricco riverso, il caffè usciva a fiotti inondando il tappeto.
«Mamma, mamma,» disse Gregor sottovoce guardando su a lei. Per un momento non pensò affatto al procuratore, ma vedendo il caffè che si spandeva non riuscì a trattenere un ripetuto schiocco delle mascelle verso l’alto. All’udirlo, la madre cacciò un altro urlo e, fuggendo dalla tavola, cadde tra le braccia del padre accorrente. Ora però Gregor non aveva tempo di badare ai genitori: il procuratore, già sulle scale, ancora una volta guardava indietro, il mento appoggiato alla ringhiera. Gregor prese la rincorsa per essere certo di acchiapparlo; l’altro probabilmente ne ebbe il sospetto, perché fece un balzo di parecchi gradini e sparì, non senza gettare un «Uh!» che echeggiò per l’intera scala. Purtroppo anche il babbo, che finora aveva conservato una relativa calma, a quella fuga del procuratore perse davvero la testa: anziché rincorrerlo, infatti, o perlomeno anziché non ostacolare Gregor nel tentativo d’inseguirlo, afferrò il bastone, che colui aveva lasciato su una poltrona insieme al cappello e al soprabito, e agguantato con l’altra mano un giornale dalla tavola, pestando i piedi e agitando bastone e giornale si diede a ricacciare Gregor nella sua stanza. A nulla valse che Gregor lo implorasse, nè d’altronde le sue preghiere venivano intese; per quanto umilmente egli volgesse il capo, lo scalpiccio del babbo si faceva più forte. Per di più la mamma, incurante del freddo, aveva aperto una finestra e, tutta sporta di fuori, si premeva il viso tra le mani. Fra la strada e la scala soffiò un impetuoso riscontro d’aria, che fece svolazzare le tende e frusciare i giornali sparsi sulla tavola; alcuni fogli volteggiarono a terra. Inesorabile, il babbo incalzava lanciando fischi da selvaggio, e Gregor, ancora inesperto dell’arte di retrocedere, si muoveva lentamente. Se solo avesse potuto voltarsi, la sua camera era lì a due passi; ma temeva che la lunga giravolta facesse perdere la pazienza al babbo, nella cui mano il bastone minacciava incessantemente di calargli un colpo sulla testa o sulla schiena. Alla fine però non ebbe altra scelta, tanto più che, come notò sgomento, nell’indietreggiare non riusciva a serbare la direzione giusta; sicché, tra continui, atterriti sguardi in tralice al padre, cominciò il più velocemente possibile, ma in realtà assai adagio, a girare su se stesso. Forse la sua buona volontà apparve chiara al babbo, perché questi non solo gli lasciò compiere il movimento iniziato, ma a tratti gli venne in aiuto da lontano con la punta del bastone. Se solo avesse smesso di fischiare in quel modo insopportabile! Gregor ci perdeva la testa. Aveva già quasi compiuto l’intera rotazione, quando, sempre intento al sibilo, si sbagliò e continuò a girare per un altro buon tratto; ma quando alfine la sua testa si trovò felicemente davanti alla soglia dell’uscio, fu evidente che il corpo era troppo largo per passare.Il babbo, nel suo attuale stato di spirito, non ebbe – inutile dirlo – nemmeno l’idea di aprire l’altro battente e di lasciare, così, a Gregor sufficiente spazio. Assillato com’era dall’idea di farlo rientrare presto in camera, non avrebbe mai consentito i complicati armeggii di cui Gregor abbisognava per drizzarsi e tentare il passaggio da ritto; al contrario, come se non ci fosse più alcun ostacolo, lo spingeva innanzi raddoppiando lo strepito. Già alle spalle di Gregor risonava qualcosa che non assomigliava più alla voce di un solo babbo: non c’era proprio da scherzare, ed egli, a tutto rischio, s’avventurò attraverso la porta. Il suo corpo si sollevò da un lato e rimase bloccato nel bel mezzo della soglia, con un fianco tutto lacero, mentre sul bianco battente apparivano chiazze ripugnanti. Era immobilizzato, e non si sarebbe più tolto di lì – con le zampette che da un lato penzolavano inerti nel vuoto, dall’altro si schiacciavano dolorosamente a terra – se il babbo non gli avesse menato una gran botta, stavolta davvero liberatrice. Perdendo molto sangue si precipitò in camera; l’uscio fu richiuso col bastone, e finalmente tutto tacque intorno a lui. […]

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Franz Kafka, Il risveglio di Gregor Samsa (da La Metamorfosi)

Analisi del testo

 
Gregor Samsa si risveglia trasformato in un insetto gigantesco, una sorta di scarafaggio. Giace sulla schiena, ha la pancia convessa color marrone e numerose zampette tremolanti. La sua prima riflessione è che non sta sognando. La narrazione è intessuta di particolari realistici di cui Kafka si serve per le sue descrizioni: il corpo da insetto di Gregor e le sue funzioni, la stanza, il comportamento della famiglia.
Nel continuo gioco di rimandi tra il fantastico e il reale la tentazione di attribuire tutto a un sogno sopravvive di tanto in tanto nel protagonista. Egli attribuisce la responsabilità della sua curiosa condizione allo stress da lavoro, al mestiere faticoso, ai pasti irregolari, ai cattivi rapporti umani, allo scarso riposo. Gregor non è mai stato malato e pensa quindi che il principale sospetterebbe, che verrebbe col medico a verificare e che rimprovererebbe i suoi genitori per la sua pigrizia. La sua voce è cambiata, ma egli ne attribuisce la responsabilità a un incipiente raffreddore. Cerca di alzarsi dal letto, perché è tardi, ma i suoi ripetuti tentativi non hanno successo. Infine, dondolandosi si getta fuori dal letto e cade a terra. Intanto è giunto il procuratore per verificare le ragioni del ritardo di Gregor al lavoro.
Gregor esclude di essere affetto da una malattia ma al tema della malattia nel racconto si fa spesso riferimento. D’altra parte, Gregor tende a sminuire le sue condizioni, e si aggrappa alla possibilità che si tratti solo di una condizione passeggera, reazione comprensibile e comune in chi ha paura di ammettere la gravità delle sue condizioni e la prospettiva della morte. Sembra esservi, in questo, una relazione con il fatto che Kafka era ammalato di tubercolosi polmonare. Tale parallelismo giustificherebbe lo strano comportamento, i dubbi e i tentennamenti di Gregor, che si comporta come chi non voglia ammettere, per paura, il proprio stato.
Inoltre, la contrapposizione uomo-animale riflette quella tra salute e malattia, riferita a come quest’ultima trasforma la vita. La rappresentazione della malattia si risolve nell’animale. Kafka nella sua esposizione va oltre: a una condizione fisica ripugnante si sommano sensi di vergogna e di colpa per il proprio stato, colpa per la svogliatezza sul lavoro o per non poter più mantenere la famiglia, tanto da indurlo a sentirsi come un insetto nocivo o un parassita.
Spezzati i rapporti familiari, perduto il lavoro, costretto a vivere rinchiuso e nascosto, impedito nelle attività più banali, votato alla morte: ecco il quadro che si prospettava per il futuro, affidato da Kafka alle parole di questo lungo racconto.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. In che situazione si risveglia Gregor Samsa?
  2. Che mestiere fa il protagonista? A che cosa attribuisce la sua metamorfosi?
  3. Quali conseguenze poteva produrre darsi malato? Perché?
  4. A che cosa Gregor attribuisce il cambiamento della propria voce?
  5. Che cosa dapprima non riesce a fare e come alla fine ci riesce?
  6. In che senso il tema della malattia appare un elemento centrale nel racconto?
  7. Che tipo di rapporto ti sembra che ci sia tra Gregor, la sua famiglia e il lavoro?

Kafka, Il risveglio di Josef K. (Il processo)

Kafka, Il risveglio di Josef K. (Il processo)

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, Il risveglio di Josef K.

(Il processo)
 
Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.
La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli portava la colazione, quella volta non venne. Non era mai successo prima. K. aspettò ancora un poco, guardò dal suo cuscino la vecchia che abitava di fronte e lo stava osservando con una curiosità del tutto insolita per lei, ma poi, stupito e affamato insieme, suonò il campanello.
Subito bussarono e un uomo che K. non aveva mai visto prima in quella casa entrò. Era slanciato ma di solida corporatura, indossava un abito nero attillato che, come quelli da viaggio, era provvisto di varie pieghe, tasche, fibbie, bottoni e cintura, e dava quindi l’impressione, senza che si capisse bene a che cosa dovesse servire, di essere particolarmente pratico. «Lei chi è?», chiese K. subito sollevandosi a metà nel letto. Ma l’uomo eluse la domanda, come se la sua comparsa fosse da accettare e si limitò a chiedere a sua volta: «Ha suonato?». «Anna mi deve portare la colazione», disse K. e cercò, dapprima in silenzio, con l’osservazione e la riflessione, di stabilire chi mai fosse l’uomo. Ma questi non si espose troppo a lungo ai suoi sguardi, si volse verso la porta e l’aprì un poco per dire a qualcuno che stava evidentemente subito dietro: «Vuole che Anna gli porti la colazione». Ci fu una risatina nella stanza accanto, dal suono non poteva essere sicuro che non venisse da più persone. Sebbene l’estraneo non potesse con questo aver appreso nulla che già non avesse saputo prima, disse a K. con il tono di una comunicazione: «È impossibile». «Questa sarebbe nuova», disse K., saltò dal letto e s’infilò in fretta i pantaloni. «Voglio un po’ vedere che gente c’è nell’altra stanza e che giustificazione mi darà la signora Grubach per questa seccatura». Gli venne subito in mente che non avrebbe dovuto dire questo a voce alta, e che in tal modo riconosceva all’estraneo un qualche diritto di controllo, ma al momento la cosa non gli parve importante. L’estraneo, comunque, l’intese così, perché disse: «Non preferisce rimanere qui?». «Non voglio rimanere qui né che lei mi rivolga la parola finché non si sarà presentato». «L’intenzione era buona», disse l’estraneo e aprì ora spontaneamente la porta.
Nella stanza accanto, dove K. entrò più lentamente di quanto volesse, a un primo sguardo tutto pareva quasi immutato dalla sera prima. Era il soggiorno della signora Grubach, forse nella stanza stracolma di mobili, tessuti, porcellane e fotografie, c’era un po’ più spazio del solito, non lo si vedeva subito, anche perché il cambiamento principale consisteva nella presenza di un uomo, seduto vicino alla finestra con un libro da cui ora alzò lo sguardo. «Sarebbe dovuto rimanere nella sua stanza! Non glielo ha detto Franz?». «Ma lei che cosa vuole?», disse K., e volse lo sguardo dalla nuova conoscenza all’uomo chiamato Franz, che era rimasto sulla porta, e poi ancora all’altro. Dalla finestra aperta si vedeva di nuovo la vecchia che, con una curiosità veramente senile, si era adesso spostata alla finestra dirimpetto per continuare a vedere ogni cosa. «Insomma, voglio la signora Grubach…», disse K., e fece un movimento come per divincolarsi dai due uomini, che pure stavano distanti da lui, e andarsene. «No», disse l’uomo vicino alla finestra, gettò il libro su un tavolino e si alzò. «Lei non può andarsene, è in arresto». «Si direbbe proprio», disse K. «E perché?», chiese poi. «Non siamo autorizzati a dirglielo. Vada in camera sua e aspetti. Il procedimento è appena avviato, e lei saprà tutto a tempo debito. Vado oltre il mio incarico parlandole così amichevolmente. Ma spero che non ci senta nessuno al di fuori di Franz, e anche lui è gentile con lei contro ogni regola. Se continua ad avere la fortuna che ha avuta con l’assegnazione delle sue guardie, può sperare in bene».
K. volle sedersi, ma ora si accorse che in tutta la stanza non c’era possibilità di sedersi, se non sulla seggiola vicino alla finestra. «Se ne renderà conto, di come tutto questo è vero», disse Franz e mosse verso di lui insieme all’altro. Quest’ultimo, soprattutto, era parecchio più alto di K., e gli batté più volte sulla spalla. Tutti e due esaminarono la camicia da notte di K. e dissero che adesso avrebbe dovuto indossare una camicia molto più brutta, ma che avrebbero custodito quella camicia, come pure tutta l’altra sua biancheria, e che gliel’avrebbero restituita se la sua causa si fosse risolta favorevolmente. «È meglio che lei lasci a noi le sue cose piuttosto che al deposito», dissero, «perché al deposito spesso la roba sparisce e inoltre, dopo un certo tempo, vendono ogni cosa senza vedere se il procedimento relativo è concluso o meno. E quanto durano questi processi, specie negli ultimi tempi! Alla fine lei riceverebbe, questo sì, dal deposito la somma ricavata, ma prima di tutto questa somma è già scarsa in sé, perché alla vendita non è determinante tanto l’entità dell’offerta quanto quella della corruzione, e poi queste somme, per esperienza, si riducono ulteriormente passando di mano in mano e con gli anni». K. prestò scarsa attenzione a questi discorsi, non dava gran peso al diritto, che forse ancora possedeva, di disporre delle proprie cose, molto più importante per lui era vedere chiaro nella sua situazione; alla presenza di quella gente, però, non riusciva nemmeno a riflettere, la pancia della seconda guardia – perché non potevano che essere guardie – lo urtava di continuo quasi amichevolmente, ma se alzava lo sguardo vedeva un viso secco, ossuto, con un naso grosso e storto, che non si accordava per niente con quel corpo grasso, che s’intendeva con l’altra guardia senza badare a lui.
Che gente era quella? Di che cosa parlavano? Da quale autorità dipendevano? Eppure K. viveva in uno stato di diritto, dappertutto regnava la pace, tutte le leggi erano in vigore, chi osava aggredirlo in casa sua? Era sempre propenso a prendere ogni cosa con disinvoltura, a credere al peggio solo quando il peggio era arrivato, a non farsi preoccupazioni per il futuro, neanche quando si presentava minaccioso. Ma ora questo non gli sembrava giusto, si poteva considerare il tutto uno scherzo, uno scherzo pesante, montato dai colleghi della banca per motivi a lui sconosciuti, magari perché oggi compiva trent’anni, era senz’altro possibile, forse gli bastava ridere in un modo qualsiasi in faccia alle guardie che avrebbero riso anche loro, forse erano fattorini dell’angolo della strada, non sembravano troppo diversi – questa volta comunque, fin dal primo momento che aveva visto la guardia Franz, era deciso a non rinunciare al minimo vantaggio che forse possedeva di fronte a quella gente. Più tardi avrebbero potuto dirgli che non aveva capito lo scherzo, ma in questo K. vedeva un rischio minimo, eppure si ricordava – senza che fosse sua abitudine imparare dall’esperienza – di alcuni casi, di per sé insignificanti, in cui a differenza dei suoi amici aveva agito coscientemente con imprudenza, senza minimamente darsi pensiero per le possibili conseguenze, ed era poi stato punito dai fatti. Non sarebbe più successo, almeno non questa volta; se era una commedia, lui sarebbe stato al gioco.
Era ancora libero. «Con permesso», disse, e passando fra le due guardie tornò svelto nella sua stanza. «Sembra ragionevole», sentì dire dietro di sé. In camera aprì subito con uno scatto i cassetti della scrivania, dentro tutto era in ordine perfetto, ma nella sua agitazione non riuscì immediatamente a trovare proprio quei documenti d’identità che cercava. Finalmente trovò la tessera di ciclista e con quella voleva subito andare dalle guardie, ma poi gli parve un documento troppo poco importante e continuò a cercare finché trovò il certificato di nascita. Quando ritornò nella stanza accanto, la porta di fronte si aprì e la signora Grubach fece per entrare. La si vide solo un istante perché, appena riconosciuto K., rimase visibilmente imbarazzata, chiese scusa, sparì e chiuse con estrema cautela la porta. «Entri pure», aveva appena fatto in tempo a dire K. Ma ora se ne stava in piedi in mezzo alla stanza con i suoi documenti, guardò ancora verso la porta che non si riapriva e si scosse solo a un richiamo delle guardie che sedevano a un tavolino vicino alla finestra e, come K. ora si accorse, consumavano la sua colazione. «Perché non è entrata?», chiese. «Non può», disse la guardia più alta. «Lei è in arresto». «Come posso essere in arresto? In questo modo, poi». «Non ricominci adesso», disse la guardia e intinse una fetta di pane imburrata nel vasetto del miele. «A queste domande non rispondiamo». «Dovrà rispondere», disse K. «Ecco i miei documenti d’identità, fatemi vedere ora i vostri e soprattutto il mandato di arresto». «Santo cielo!», disse la guardia, «possibile che lei non riesca a rassegnarsi alla sua situazione e per giunta sembri mettercela tutta per irritarci inutilmente, noi che adesso le siamo forse più vicini di qualsiasi altro essere umano!». «È così, creda», disse Franz, e non portò alla bocca la tazza di caffè che teneva in mano, ma fissò K. con un lungo sguardo, probabilmente carico di significato, ma incomprensibile. K. indulse senza volere a un muto colloquio con Franz, poi batté la mano sui suoi documenti e disse: «Ecco i miei documenti d’identità».
«Che ce ne importa a noi?» gridò la guardia più alta. «Si comporta peggio di un bambino. Ma che cosa vuole? Vuole chiudere in fretta il suo grosso, maledetto processo discutendo con noialtre guardie di documenti e mandati? Noi siamo impiegati in sottordine che ne capiscono a malapena di documenti d’identità e che con la sua faccenda hanno a che fare solo per sorvegliarla dieci ore al giorno ed essere pagati per questo. Tutto qui quello che siamo, e tuttavia siamo in grado di comprendere che le alte autorità da cui dipendiamo, prima di disporre un simile arresto s’informano con esattezza sui motivi dell’arresto e sulla persona dell’arrestato. Qui non c’è errore. Le nostre autorità, per quanto le conosco, e conosco solo i gradi più bassi, non è che cerchino la colpa nella popolazione, ma, come è detto nella legge, vengono attratte dalla colpa e devono mandare noi guardie.
Questa è legge. Dove ci sarebbe un errore?». «Questa legge non la conosco», disse K. «Tanto peggio per lei», disse la guardia. «Esiste solo nelle vostre teste, del resto», disse K. Cercava in qualche modo di penetrare nei pensieri delle guardie, di volgerli a suo favore o di farli suoi. Ma la guardia si limitò a ribattere: «Avrà occasione di accorgersene». Franz intervenne dicendo: «Lo senti, Willem, ammette di non conoscere la legge e intanto sostiene di essere innocente». «Hai ragione, ma non si riesce a fargli capire niente», disse l’altro. K. non rispose più niente; devo forse, pensò, farmi confondere ancora di più dalle chiacchiere di questi infimi esecutori, come loro stessi ammettono di essere? In ogni caso parlano di cose che neanche capiscono. La loro sicurezza è possibile solo grazie alla loro stupidità. Due parole scambiate con un mio pari faranno più chiarezza su tutta la faccenda di lunghi discorsi con questi due. Andò avanti e indietro un paio di volte nello spazio sgombro della stanza, vide di fronte la vecchia che aveva trascinato alla finestra un uomo molto più vecchio ancora e lo teneva abbracciato. K. doveva porre fine a questo spettacolo: «Portatemi dal vostro superiore», disse. «Quando lo vorrà lui, non prima», disse la guardia che era stata chiamata Willem. «E ora», aggiunse, «le consiglio di andare in camera sua, starsene tranquillo e aspettare quel che si deciderà a suo riguardo. La consigliamo di non perdersi in pensieri inutili, si concentri, invece, le si richiederà un grosso sforzo. Lei non ci ha trattati come la nostra comprensione avrebbe meritato, lei ha dimenticato che noi, si sia quel che si sia, almeno ora, confronto a lei, siamo uomini liberi, e non è superiorità da poco. Comunque, se lei ha i soldi, siamo disposti a portarle una piccola colazione dal caffè di fronte».

 

Analisi del testo

Al suo risveglio Joseph K. si trova in stato di arresto. Questo l’incipit del romanzo. Il protagonista comprende la sua situazione gradualmente, in seguito alla constatazione di singolari differenze tra la prassi ordinaria del suo risvegliarsi mattutino e ciò che invece gli accade quella mattina particolare.
La cuoca della signora Grubach, la sua affittacamere, che ogni giorno verso le otto gli porta la colazione, quella volta non viene, due vicini di casa lo osservano dalla finestra con curiosità, infine uno sconosciuto entra nella sua stanza dopo che lui ha suonato il campanello. Nella stanza accanto c’è un altro sconosciuto, che lo informa del suo arresto, ma non gliene fornisce alcuna motivazione.
Le due guardie sostengono di aver usato nei suoi confronti particolari riguardi e che quindi lui non dovrebbe lagnarsi ma essere contento. Il protagonista pensa per un momento che quella che sta vivendo sia una messinscena, uno scherzo di cattivo gusto, e che forse dovrebbe stare al gioco.
Le guardie continuano a non fornire la motivazione dell’arresto ma anzi sono irritate dal desiderio del protagonista di chiarire la sua situazione. Si dichiarano semplici esecutori di un mandato, ai quali non interessano i documenti di identità che Joseph vuole presentare loro, né sono disposti a fornire i propri. Già i loro superiori – sostengono – hanno svolto tutti gli accertamenti necessari, senza che vi sia alcuna possibilità di errore. Non serve al protagonista dichiarare di non essere a conoscenza di una legge che preveda una tale procedura, né la richiesta di parlare con un loro superiore.
Come nel racconto La metamorfosi il protagonista, si risveglia in una situazione singolare, nella quale elementi ordinari e strani risultano fusi assieme. L’elemento fantastico non è collocato in una dimensione straordinaria: ci troviamo di fronte a una sorta di incubo della normalità. 

Esercizi di analisi del testo

  1. Al risveglio Joseph K. si trova a vivere una situazione inusuale: quali sono gli aspetti che destano in lui sorpresa?
  2. Che cosa lo attende nella stanza accanto?
  3. Quale motivazione gli viene fornita del suo arresto?
  4. Individua nel testo i tentativi di Joseph K. di chiarire la sua situazione e le risposte sconcertanti che riceve da parte delle guardie inviate ad arrestarlo.

 

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Kafka, Il processo

Kafka, Il processo

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di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, Il processo

Josef K., un giovane impiegato di banca viene improvvisamente svegliato da alcuni agenti della polizia che irrompono nella sua stanza e lo arrestano, senza fornirgli un valido motivo: K. dovrà essere sottoposto a un processo. L’assurdità dell’arresto di K. diviene ancora più evidente quando viene condotto per la prima volta davanti alla corte: l’udienza si svolge di domenica, in un malandato edificio alla periferia della città. Già dopo la prima udienza K. cerca di avvalersi di persone che lo possano aiutare a venir fuori da quella situazione. Contatta un avvocato, un industriale, un pittore. Alla fine però decide di non opporre più resistenza e di soccombere. Una notte viene catturato, condotto da due oscuri individui in un’area deserta e giustiziato.
 
Kafka scrive il romanzo Il processo (Der Prozess) tra il 1914 e il 1917. Il romanzo viene pubblicato postumo nel 1925, dopo la morte dell’autore, grazie all’amico di Kafka, Max Brod, al quale lo scrittore aveva affidato i propri lavori incompiuti o non editi perché li distruggesse. Brod in realtà decise di pubblicare i testi kafkiani, spesso intervenendo con revisioni per dar loro maggior unità e coesione. Il romanzo si compone di 10 capitoli, scritti principalmente fra l’agosto del 1914 e il gennaio dell’anno successivo, ma riveduti a più riprese da Kafka fino al 1917. Sebbene l’opera sia incompiuta, l’ordine dei capitoli rispecchia le indicazioni dell’autore e presenta un capitolo conclusivo.
 
Josef K., giovane procuratore di banca, vive a Praga in una stanza presa in affitto presso la signora Grubach. La mattina del suo trentesimo compleanno, K. scopre al suo risveglio che la cuoca non gli ha ancora portato la colazione. Sta per andare a lamentarsi quando alla sua porta bussano due sconosciuti che gli comunicano che è stato emesso un mandato di arresto a suo carico, per il quale dovrà subire un processo. L’incontro è confuso le due guardie non rivelano quali siano le imputazioni nei confronti di K. Questi, che è un individuo vorrebbe sbrigare rapidamente la faccenda, ma i due emissari, pur spiegandogli che può regolarmente recarsi al lavoro, gli notificano che dovrà presentarsi a delle udienze per difendersi e discolparsi. Il colloquio si svolge prima nella sala comune e poi nella camera della signorina Bürstner, giovane e avvenente affittuaria. Oltre ai due uomini nella stanza ci sono anche tre sottoposti di K., la cui presenza lo infastidisce molto.
La sera stessa K. ha un colloquio con la signora Grubach, che si dice molto dispiaciuta per l’accaduto e si dichiara sicura che Josef sia innocente. Subito dopo K. decide di confidarsi anche con la bella signorina Bürstner, che inizialmente non vuole credere a Josef, anche perché la sua stanza non reca affatto i segni del passaggio dei due uomini. Il colloquio è lungo e senza scopo, a una cert’ora la signorina Bürstner fa in modo di congedare K.. Quest’ultimo in mezzo al corridoio bacia improvvisamente la ragazza, sebbene questa abbia lasciato intendere di non essere interessata a lui.
Josef K. riceve una chiamata che lo convoca per la prima udienza, di domenica, nel condominio di uno quartiere di periferia. Josef arriva in ritardo all’udienza perché si aggira a lungo nel labirintico palazzo, faticando a trovare l’aula del tribunale. Alla fine una donna, intenta a fare il bucato, gli dice che lo stanno aspettando da tempo e lo conduce in un ampio sottotetto, gremito di persone. Il giudice istruttore e la platea gli sono apertamente ostili. Joseph K. tiene un’accorata arringa in cui denuncia l’illogicità della situazione e l’operato dei due uomini che si sono presentati nella sua stanza. Mentre parla, un uomo e una donna hanno un rapporto sessuale nella stessa aula. La seduta, tra i rumori della folla, si chiude in un nulla di fatto: K. ancora non sa di cosa è accusato ma il giudice lo ammonisce in merito al suo atteggiamento. K. abbandona l’aula, in cui il pubblico e tutto composto da funzionari.
Il protagonista torna la domenica seguente nel luogo dell’udienza, dove viene accolto da una donna molto seducente. È la moglie dell’usciere, la stessa coinvolta nell’atto sessuale durante la prima sessione del processo, che lo informa che quel giorno non è prevista alcuna udienza. Gli racconta anche di avere rapporti sentimentali con vari studenti e giudici, poiché suo marito è l’usciere del tribunale e quindi lei non può fare altrimenti. Josef si mostra baldanzoso e sicuro di sé, asserendo di non prendere seriamente né il processo né la minaccia di un’eventuale condanna. L’incontro, durante il quale la donna prova a sedurre Josef offrendogli il suo aiuto, viene interrotto da uno studente che la porta via con sé. All’arrivo dell’usciere K. si fa condurre alla Cancelleria del tribunale. Qui K. incontra altri imputati, abbastanza ostili nei suoi confronti. A causa della quasi totale assenza d’aria, K. si sente male e dev’essere riportato sulle scale.
Qualche giorno dopo, mentre Joseph si trova in ufficio sente dei rumori provenire da un magazzino, dove un uomo armato di bastone sta picchiando i due funzionari che gli hanno notificato l’arresto. K., sconvolto dalla scena, chiede quali siano le motivazioni della punizione e scopre che i due sono puniti a causa delle dichiarazioni da lui rese al processo. Josef, che non voleva accusarli direttamente, inizia a nutrire un profondo seppur immotivato senso di colpa.
Un pomeriggio K. riceve la visita di suo zio Karl che, preoccupato per il processo, conduce il nipote dal suo amico, l’avvocato Huld, molto vecchio e molto malato, che è accudito da una ragazza lasciva di nome Leni. Huld spiega a Josef che il suo caso è difficile, perché l’accusa nei suoi confronti non è nota e perché bisogna combattere contro la macchina della burocrazia. In maniera apparentemente assurda, Huld rivela a Josef che, in un angolo in ombra di quella stanza, si nasconde il capo cancelliere del tribunale, presso cui il protagonista è sotto processo. I due lo chiamano a partecipare alla discussione, ma K. esce dalla stanza e viene raggiunto da Leni, che riesce a sedurlo. Lo zio si infuria con K. che, secondo lui, con il suo atteggiamento rischia di perdere l’assistenza dell’unica persona che può aiutarlo davvero.
La situazione di K. peggiora di giorno in giorno: egli si reca spesso dall’avvocato, che gli spiega che il suo caso è sempre più intricato e che sarà necessario produrre una memoria difensiva. Josef capisce che l’avvocato può fare davvero poco per il suo caso e decide di scriversi da solo l’istanza di difesa. La crescente preoccupazione influenza anche il suo lavoro in banca, la cui qualità scade giorno per giorno.
In ufficio K. conosce un industriale, suo cliente, che gli consiglia di rivolgersi a un pittore di nome Titorelli che lavora come ritrattista per il tribunale e che conosce perfettamente tutti i meccanismi della Legge.
Il pittore spiega a Josef che non s’è mai verificato il caso che un imputato pienamente assolto. Quando Josef dichiara a gran voce di essere innocente, Titorelli gli risponde che, una volta avviato il processo, il tribunale non recede dalle accuse mosse all’imputato: nessuno è mai innocente. Un’opzione possibile è quella ottenere un verdetto d’innocenza provvisoria da un tribunale di grado inferiore, che però può esser ribaltata in qualsiasi momento dai livelli più elevati della giustizia. Un’altra possibilità è infine quella di ottenere un rinvio a tempo indeterminato del procedimento, ingraziandosi i giudici della corte. K. viene fatto uscire da una porta di servizio e si ritrova immerso nei labirintici uffici del tribunale.
Il protagonista, insoddisfatto del suo operato, decide di revocare il mandato al suo avvocato e di difendersi da solo scrivendo un memoriale.
K. viene incaricato dal suo ufficio di far visitare la città a un cliente italiano, che però non si presenta all’appuntamento stabilito presso la cattedrale di Praga. K. entra nella chiesa, dove trova un sacerdote che sembra intento a preparare le funzioni. Josef vorrebbe allontanarsi, ma il prete lo chiama a gran voce dal pulpito e incomincia a rimproverarlo per la sua condotta con le donne. Il sacerdote, che è il cappellano del tribunale, conosce perfettamente la situazione di K. e gliela illustra per mezzo di una parabola sulla giustizia (ispirata al racconto di Kafka Davanti alla legge) e il cui significato sembra alludere alla condanna di Josef.
Alla vigilia del suo trentunesimo compleanno, due uomini prelevano Josef K. dalla sua abitazione e lo portano via.
I due lo prendono sottobraccio e lo portano presso a una cava di pietra. Qui K. è fatto sedere in una buca, da cui può solo vedere, in lontananza, una figura misteriosa che si sporge da una finestra. Uno dei due estrae un coltello da macellaio e trafigge due volte al cuore Josef K. che, prima di morire, pronuncia le sue ultime parole: “Come un cane!”.
Il rapporto con la Legge è al centro del romanzo. L’angoscia e la consapevolezza di essere perseguiti e puniti per una colpa non commessa contraddistingue il rapporto di Josef K. con la realtà. Josef, che inizialmente denuncia l’insensatezza della burocrazia e della giurisprudenza, tuttavia a poco a poco matura un inconscio senso di colpa. Questa “colpa” è per l’autore emblema della più generale e universale colpa connaturata all’esistenza umana, intrecciata profondamente al rapporto conflittuale di Kafka con il mondo ebraico, di cui faceva parte, e con il proprio retroterra familiare. Corrispondente al senso di colpa è l’angoscia ossessiva di Josef: l’assenza di logica e l’alienazione dell’uomo dalla realtà svuotano progressivamente di senso e significato ogni gesto del protagonista.
Dal libro è stato tratto il film Il processo (1962), diretto da Orson Welles e interpretato da Anthony Perkins e dallo stesso Welles.
https://vimeo.com/180472456

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Kafka, La Metamorfosi

Kafka, La Metamorfosi

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di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, La metamorfosi

La metamorfosi è un lungo racconto, uno dei più rappresentativi di Franz Kafka, scritto nel 1912 ma pubblicato nel 1915.  In esso si descrivono le vicende di Gregor Samsa, un commesso viaggiatore che una mattina si sveglia e scopre di aver assunto le sembianze di un enorme insetto, presumibilmente uno scarafaggio.

 

Il racconto La metamorfosi è diviso in tre parti:

I – Prima parte

Gregor Samsa si sveglia trasformato in un grande scarafaggio. È un rappresentante di commercio che lavora per pagare un debito dei genitori, e gli necessitano ancora 5-6 anni di lavoro.

Il pensiero di Gregor, però, non è inizialmente rivolto al suo aspetto mostruoso, quanto al consistente ritardo che sta accumulando: la sua professione lo costringe infatti ad un ferreo rispetto delle coincidenze ferroviarie e, nelle condizioni in cui si trova, Gregor perderà sicuramente il treno della mattina. Doveva prendere il treno delle cinque, invece sono già le sei e mezzo. Non ha sentito la sveglia. La madre bussa alla porta della sua camera. Poi bussa anche il padre e la sorella gli chiede se non si sente bene.

Il protagonista, mentre cerca faticosamente di scendere dal letto (egli infatti si è svegliato riverso sulla schiena, che ora è la sua corazza ricurva), rassicura i famigliari che va tutto bene, sebbene la sua voce sia già modificata dalla sua nuova condizione.

Qualcuno suona alla porta di casa: è il procuratore della sua ditta, venuto per capire i motivi del suo ritardo. All’inizio il procuratore vuole mostrarsi cordiale, ma successivamente lo incalza accusandolo di scarso rendimento e lo minaccia di licenziamento. Gregor reagisce disperatamente, vuole aprire la porta e farsi vedere, ansioso di sapere come gli altri reagiranno, visto che sbraitano tanto. Pensa che, nel caso che si spaventino, lui “non aveva più responsabilità e poteva star tranquillo”. Viceversa, è convinto che qualora prendessero il tutto come “uno spettacolo normalissimo”, neanche per lui c’era motivo di agitarsi e che ancora avrebbe potuto prendere il treno successivo per andare in azienda.

La madre sostiene che Gregor è malato. Grete viene mandata a chiamare il medico e la domestica a chiamare un fabbro per aprire la porta. Gregor, dalla venuta del medico e del fabbro si aspetta “qualcosa di grandioso e di sorprendente”.

Faticosamente Gregor riesce ad aprire la porta. La sua vista suscita la reazione inorridita del procuratore, della madre che sviene e del padre che piange e che stringe minaccioso il pugno verso il figlio.

Gregor si rivolge al procuratore cercando inutilmente di giustificarsi. Di fronte alla reazione del procuratore, che sta fuggendo spaventato, Gregor cerca di inseguirlo ma il padre glielo impedisce, minacciandolo e colpendolo con un bastone. Rinchiuso nella sua stanza, Gregor crolla addormentato.

 

II – Seconda parte

Dopo aver dormito fino al crepuscolo, Gregor si sveglia e trova una ciotola ricolma di latte zuccherato, che Grete ha lasciato nella stanza. Gregor con grande appetito tuffa la testa nel latte ma fa fatica a mangiare e il latte, che era il suo alimento preferito, ora non gli piace più e lo disgusta, per effetto della sua metamorfosi. Gregor pensa con orgoglio di avere per anni assicurato l’agiatezza della famiglia, mentre è angosciato dall’idea che ormai non potrà più farlo. La sorella comprende le sue nuove necessità alimentari e il giorno dopo gli fa trovare degli avanzi presi dal pattume: “verdura vecchia, mezzo marcita, delle ossa avanzate a cena, intinte di una salsa bianca coagulata, qualche chicco d’uva passa e delle mandorle, un formaggio che due giorni prima lui stesso aveva dichiarato immangiabile”. Così, finalmente Gregor riesce a mangiare.

Grete, ogni giorno, si reca in camera di Gregor per le pulizie quotidiane, mentre il fratello-scarafaggio, per non spaventarla, si rifugia sotto al divano. Gregor nelle lunghe ore di solitudine in camera ascolta attraverso il muro cosa sta succedendo nella casa e scopre che, a causa della sua condizione che gli impedisce di lavorare, i vecchi e stanchi genitori e la sorella dovranno ricominciare a lavorare.

Nel frattempo, Gregor guadagna nuova consapevolezza del suo corpo, arrampicandosi sulle pareti e sul soffitto. Per facilitarlo e lasciargli più spazio, Grete decide di togliere i mobili e le suppellettili dalla sua stanza. La madre inizialmente si oppone, sostenendo che in tal modo egli si sentirebbe abbandonato e si convincerebbe che i famigliari abbiano perso qualsiasi fiducia in una sua possibile guarigione. Grete però insiste, nonostante questo significhi togliere al fratello i segni della sua condizione umana precedente. D’altra parte, l’abbrutimento di Gregor la fa sentire ancora più indispensabile. Gregor si rende conto che gli stanno “pigliando tutto ciò a cui era affezionato”. Così, con un impulso estremo, egli decide di difendere almeno “il quadro della dama impellicciata” appeso alla parete, che sta per essere portato via. Esce così dal suo nascondiglio, facendo svenire la madre per l’orrore e facendo esplodere la rabbia di Grete.

Gregor, spaventato e confuso, si sente responsabile dell’accaduto e gira freneticamente per la casa. Nel frattempo il padre, che ora svolge il lavoro di fattorino, torna a casa e Gregor ne osserva stupito il cambiamento, trovandolo “in perfetta forma”. Quando il padre scopre ciò che è successo, lo assale rincorrendolo per casa e lanciandogli contro delle mele. Una di queste gli si conficca nel dorso, ferendolo gravemente e creandogli poi notevole difficoltà nei movimenti.

 

III – Terza parte

Per un mese Gregor soffre molto per la grave ferita, anche perché nessuno gli toglie la mela dal dorso. Non riesce più ad essere agile e si muove come se fosse un vecchio invalido. In compenso i famigliari, forse sentendosi in colpa, lasciano aperta la porta del tinello, dove si svolge la cena, così Gregor, dal buio della sua stanza, può ascoltare i loro discorsi.

La sorella, che a causa delle difficoltà economiche in cui ora versa la famiglia va a lavorare come commessa, ormai lo trascura e non pulisce più la sua stanza, né vuole che altri si occupino di Gregor. Viene assunta una nuova domestica, una vecchia vedova, che non prova alcun ribrezzo per Gregor, ma che anzi si diverte a tormentarlo e a rivolgersi a lui con sarcasmo (“Vieni un po’ qui, vecchio bacarozzo!”).

Una stanza della casa viene affittata a tre barbuti pigionanti e la stanza di Gregor si tramuta in un ripostiglio di oggetti e mobili vecchi e inservibili. Una sera, dopo la cena dei pensionanti, Grete suona per loro il violino. Gregor è affascinato dalla musica e si avventura nel tinello, dove i pensionanti stanno ascoltando Grete, indifferenti e annoiati. Alla vista di Gregor i pensionanti reagiscono dichiarando di voler dare la disdetta della stanza, per la presenza di quel mostro, di cui non erano stati messi al corrente.

La sorella, esasperata, dichiara che bisogna sbarazzarsi di Gregor, che rende loro la vita impossibile, e trova il sostegno del padre. Per lei non esiste più Gregor ma solo un immondo animale, che li perseguita e che vuole impadronirsi della casa. Così, tornato nella sua stanza, Gregor si convince fermamente di dover definitivamente scomparire, china il capo ed esala l’ultimo respiro.

Il mattino successivo la serva si accorge che Gregor è morto, dopo averlo inutilmente stuzzicato con la scopa per risvegliarlo. Informa la famiglia della sua morte e il padre si affretta a cacciare dalla casa i tre pensionanti. Poi, padre, madre e figlia si prendono un giorno di riposo e, viaggiando in tram, vanno a fare una gita “liberatoria” in campagna. Qui, mentre parlano del loro futuro, osservano che Greta è divenuta “una bella e florida giovinetta” pronta per cercare marito. Giunti alla meta, la ragazza si alza per prima “stirando le giovani membra”.

 

L’orrore della quotidianità

Il racconto assume una connotazione fantastica, priva di qualsiasi riferimento spaziale e temporale concreto. È evidente in esso la dimensione onirica, rimarcata dall’appena avvenuto risveglio del protagonista. L’orrore che pervade il racconto è però l’orrore del quotidiano, quello della quotidiana, ordinaria e oppressiva realtà borghese. Sono fondamentalmente due le direzioni in cui questa realtà si articola: quella del lavoro e quella della famiglia. Esse sono strettamente intrecciate e il protagonista di entrambe è vittima, tanto che il risvegliarsi scarafaggio è emblema di questa sua duplice oppressione.

Il lavoro di commesso viaggiatore, ripetitivo e faticoso, è fonte di sostentamento per l’intera famiglia. Il lavoro obbliga Gregor a uno scrupoloso rispetto di obblighi, orari e doveri d’ufficio. Non a caso, quando appena sveglio capisce d’essersi tramutato in un ributtante scarafaggio, il suo primo pensiero è di essere in forte ritardo. Inoltre, quando il procuratore lo minaccia di licenziamento, Samsa disperatamente riesce ad aprire la porta, incurante della reazione che potrà suscitare il suo aspetto, pur di poter giustificare il proprio comportamento.

Gregor è il pilastro su cui si regge il benessere della famiglia. Ma i rapporti di affetto e amore si capovolgono ben presto, quando Gregor non può più assicurare alcuna forma di sostentamento a causa della sua metamorfosi. Anzi, in poco tempo, egli diventa un peso insostenibile e anche la sorella lo vede come un peso insopportabile di cui disfarsi. In questa situazione emerge il difficile rapporto tra Gregor e il padre, che giunge al punto di ferire gravemente il figlio scagliandogli contro una mela. Infine, il protagonista stesso si convince, ascoltando i discorsi dei famigliari, della necessità di liberarli della sua presenza e muore.

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Kafka, Lettera al padre

Kafka, Lettera al padre

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di Giorgio Baruzzi

Franz Kafka, Lettera al padre

La Lettera al padre inizia affrontando una delle emozioni che Franz Kafka prova di fronte a lui: la paura che gli incute. La Lettera esprime un desiderio di chiarimento interiore prima ancora che di dialogo col padre. Per fare questo Kafka conduce un’analisi del rapporto col padre sulla base di ricordi dell’infanzia e delle conseguenze che tali episodi ebbero sul suo stato emotivo, e che avrebbero condizionato l’intera sua vita. Il condizionamento è stato per Kafka negativo, ed egli imputa al padre la responsabilità per i suoi insuccessi nel lavoro e nella vita sentimentale. Ne deriva una serie di accuse piuttosto pesanti, tra cui quelle di incoerenza e di violenze psicologiche, alla base di cui sta però il confronto tra il forte temperamento del padre e la propria debolezza, fisica e di carattere. Infine Kafka si ritrova ad analizzare soprattutto se stesso, la propria indecisione, il proprio senso di colpa, fatto risalire all’inevitabile confronto tra l’eccessiva risolutezza del padre e la propria vulnerabilità.

 

Carissimo padre,

di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.

Per te la cosa è sempre stata molto semplice, almeno nella misura in cui ne hai parlato davanti a me e, indiscriminatamente, davanti a molti altri. Ti pareva che stesse più o meno così: tu hai lavorato sodo per tutta una vita, hai sacrificato ogni cosa per i tuoi figli, soprattutto per me; di conseguenza io ho fatto la bella vita, ho avuto la massima libertà di studiare quello che volevo, non ho dovuto preoccuparmi né di procurarmi il cibo né di qualsiasi altra cosa; tu non pretendevi per questo la mia gratitudine, la conosci, “la gratitudine dei figli”, ma almeno un po’ di gentilezza, qualche accenno di compassione, e invece io mi sono sempre rifugiato davanti a te, in camera mia, tra i miei libri, coi miei amici stravaganti, nelle mie idee eccentriche; non ti ho mai parlato apertamente, non mi sono mai messo accanto a te nel tempio né ti sono mai venuto a trovare a Franzensbad; inoltre non ho mai avuto il senso della famiglia, non mi sono mai occupato del negozio e delle altre cose tue, la fabbrica l’ho addossata a te e poi ti ho abbandonato, ho dato man forte a Ottla’ nella sua testardaggine, e mentre per te non muovo un dito (non ti prendo nemmeno i biglietti per il teatro), per gli amici faccio tutto. Riassumendo il tuo giudizio su di me, ne emerge che non mi rimproveri, a dire il vero, qualcosa di davvero sconveniente o malvagio (fatta eccezione forse per il mio ultimo progetto matrimoniale), ma freddezza, distanza, ingratitudine. E me lo rimproveri come se fosse colpa mia, come se con una bella sterzata io fossi stato in grado di indirizzare diversamente il tutto, mentre tu non ne hai la minima colpa, se non forse quella di essere stato troppo buono con me. Trovo questa tua interpretazione esatta soltanto nel senso che anch’io credo che tu non abbia colpa alcuna del nostro allontanamento. Ma non ne ho colpa neppure io. Se potessi portarti a riconoscere questo, allora sarebbe possibile–non una nuova vita, per questo siamo entrambi troppo vecchi–ma una certa pace, non una cessazione, ma un’attenuazione dei tuoi incessanti rimproveri.

Una vaga idea di quello che voglio dire ce l’hai, sorprendentemente. Così poco tempo fa mi hai detto, per esempio: “mi sei sempre piaciuto, anche se esteriormente non sono stato per te quel che amano essere altri padri, ma proprio perché io non so fingere come gli altri”. Vedi, padre, nel complesso io non ho mai dubitato della tua benevolenza nei miei confronti, ma trovo ingiusta questa osservazione. Tu non sai fingere, è vero, ma voler affermare solo per questo che gli altri padri fingono, può essere pura prepotenza, su cui non si può discutere, oppure–e a mio avviso le cose stanno così–un modo velato per suggerire che tra noi c’è qualcosa che non va, e che tu ne sei concausa, anche se non ne hai colpa. Se lo credi davvero, allora la pensiamo allo stesso modo.

Non sostengo naturalmente di essere divenuto quello che sono soltanto per la tua influenza. Sarebbe molto esagerato (e io sono addirittura incline a questa esagerazione). E possibilissimo che, anche se fossi cresciuto lontanissimo dalla tua influenza, non sarei egualmente divenuto quello che tu definisci un uomo.

Probabilmente sarei stato egualmente deboluccio, pauroso, titubante, inquieto, né Robert Kafka né Karl Hermann, ma comunque diversissimo da quello che sono davvero, e ci saremmo intesi alla perfezione.

Sarei stato felice di averti come amico, come principale, come zio, come nonno e persino (pur con qualche titubanza) come suocero. Solo come padre eri troppo forte per me, soprattutto in considerazione del fatto che i miei fratelli sono morti in tenera età e le sorelle sono giunte solo molto tempo dopo, e quindi io ho dovuto parare il primo colpo tutto da solo, ed ero davvero troppo debole per farlo.

Mettici a confronto: io, per esprimermi in modo assai sommario, un Lowy con un certo fondo kafkiano che però non è mosso dalla volontà kafkiana di vita, di affari e di scoperta, ma da un pungolo lowiano, che agisce in modo più segreto e ritroso, in un’altra direzione, e spesso viene completamente a mancare. Tu invece sei un vero Kafka, per forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito, conoscenza degli uomini, una certa generosità e naturalmente anche con tutti i difetti e le debolezze, attinenti a questi pregi, in cui talvolta ti cacciano il tuo temperamento e talvolta la tua iracondia. […] 

Analisi del testo

La Lettera al padre inizia affrontando una delle emozioni che Franz Kafka prova di fronte a lui: la paura che il padre gli incute. Per comprendere tale emozione ed altre analoghe egli dice di aver stilato questo scritto. Sembra quindi che l’origine della Lettera sia un desiderio di chiarimento interiore prima ancora che di dialogo col padre. All’inizio della lettera Franz sostiene che le ragioni di questa paura non sono facilmente descrivibili, in primo luogo perché essa contribuisce a “bloccare” lo scrittore e in secondo luogo perché essa si basa su una grande quantità di particolari, che possono apparire irrilevanti.
Il rapporto col padre è uno dei nodi più controversi della vita e della problematica kafkiana, a causa delle figure di padri che compaiono nella sua opera, che spesso hanno effetti e conseguenze nefaste sulla vita dei loro figli. Ciò vale non solo per la Lettera al padre, pesante atto di accusa che Kafka nel 1919 rivolse al padre senza mai consegnargliela, ma anche per racconti come La condanna, Un incrocio, I coniugi, Indagini di un cane. Anche nel lungo racconto La metamorfosi uno degli elementi centrali sembra quello del rapporto con il padre, che tra i famigliari è quello che assume nei confronti del protagonista un atteggiamento di netto rifiuto e avversione.
Franz attribuisce in parte la propria debolezza alla “salute” e alla forza del padre. Il conflitto tra padre e figlio non sembra quindi derivare da un’intenzionale volontà persecutoria ma dalla natura del rapporto stesso, per cui il padre è apparso a Franz espressione di “forza, salute, appetito, intensità vocale, capacità oratorie, autocompiacimento, senso di superiorità, resistenza, presenza di spirito…” mentre egli si sente “deboluccio, pauroso, titubante, inquieto”. Alla base di tutto sembra esservi il confronto tra il forte temperamento del padre e la propria debolezza, fisica e di carattere, l’eccessiva risolutezza del padre e la propria estrema vulnerabilità.

 

Esercizi di analisi del testo

  1. Per quale ragione Franz non è in grado di spiegare con precisione la sua paura nei confronti del padre?
  2. Quale obiettivo si propone Franz scrivendo la lettera?
  3. Quali comportamenti e quali “colpe” Franz si sente attribuire dal padre?
  4. Per quale ragione Franz ritiene che il padre sia in parte causa, seppure involontaria, della propria debolezza?
 

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