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di Giorgio Baruzzi

La peste a Firenze

La peste a Firenze

Dal Decameron, Introduzione [testo parafrasato]

Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo,
quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa, inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvage azioni e per correggerci, era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario.

A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi, né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi.

Non lo fece come in Oriente, dove a chi ne era colpito usciva sangue dal naso e questo era un segno evidente di morte inevitabile. All’inizio comparivano, sia negli uomini che nelle donne, all’inguine o sotto le ascelle, alcuni gonfiori che potevano assumere la dimensione di una mela di media grandezza o di un uovo, a seconda dei casi, e che il popolo chiamava gavoccioli (bubboni). In breve tempo il gavocciolo si cresceva e si estendeva indistintamente in ogni parte del corpo. Poi la malattia assumeva l’aspetto di macchie nere o livide, che a molti comparivano nelle braccia o nelle cosce e in ogni altra parte del corpo, ad alcuni grandi e rade, ad altri piccole e numerose. Anche queste macchie, come il gavocciolo, erano un sicuro indizio di futura morte.

Nessun consiglio di medico, nessuna virtù di medicina sembravano poter giovare a curare la malattia. Anzi, vuoi che la natura del male non ne risentisse vuoi che l’ignoranza dei medici (ai quali si erano aggiunte agli uomini di scienza moltissime persone che di medicina non avevano alcuna cognizione) non ne comprendesse le cause, non solo pochissimi guarivano, ma anzi quasi tutti circa al terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, chi prima e chi dopo e i più senza febbre o altro sintomo, morivano.

La pestilenza fu così micidiale perché essa si trasmetteva dai malati ai sani al minimo contatto, come fa il fuoco messo vicino alle cose secche e unte. Anzi, era tanto pericolosa che non solo parlare o stare vicino agli infermi contagiava i sani, ma anche toccare i panni o altri oggetti toccati o adoperati dai malati. Sembra incredibile quel che sto per dire, tanto che io stenterei a crederlo, se dai miei occhi e da quelli di molti non fosse stato visto, anche se me lo riferisse persona degna di fede. Questa pestilenza fu così micidiale nel trasmettersi dall’uno all’altro, che non si trasmetteva solo da uomo a uomo, ma addirittura da oggetto di proprietà del malato ad animale, che in breve veniva contaminato e moriva. Di questo sono stato diretto testimone: essendo stati gettati sulla pubblica via gli stracci di un poveretto morto della malattia, ed essendosi avvicinati a essi due porci, che come è loro abitudine prima li annusarono col muso, poi li afferrarono con i denti, scuotendoli di qua e di là, poco dopo, scossi da convulsioni, come se avessero bevuto del veleno, entrambi caddero morti a terra sopra gli stracci.

Da questi episodi e da altri simili o ancora più preoccupanti ebbero origine paure e fantasie nei sopravvissuti. Così quasi tutti miravano a un fine assai crudele, quello di evitare e di stare lontano dagli ammalati e dalle loro cose. Credevano in tal modo di poter preservare la propria salute. Alcuni ritenevano che il condurre una vita sobria e regolata, priva del superfluo, fosse molto utile a evitare la malattia. Creata una compagnia fidata, vivevano isolati, ritrovandosi e richiudendosi dentro case in cui nessuno fosse ammalato, consumavano cibi delicatissimi e ottimi vini in misura molto moderata, rifuggendo da ogni lussuria. E soprattutto vietavano che si parlasse o che si portassero notizie di quel che accadeva fuori, a proposito di morte o di malati.

Altri erano di opinione opposta, infatti affermavano che bere molto, godere e andare in giro cantando e divertendosi, soddisfare il desiderio di ogni cosa, per quanto si poteva, ridere e farsi beffe della tragica situazione erano una medicina certamente efficace. E così facevano, frequentando giorno e notte ora questa ora quella taverna, bevendo oltremisura e saccheggiando le abitazioni altrui, appena sentivano che lì vi fossero oggetti da prendere.    […]

E lasciamo stare che i cittadini si evitassero l’un l’altro e che nessun vicino avesse cura dell’altro e che i parenti si facessero visita raramente o mai e in ogni caso da lontano. Era tale lo spavento suscitato negli animi da questo terribile pestilenza che il fratello abbandonava il fratello, lo zio il nipote, la sorella il fratello, spesso la moglie il marito e, cosa ancor più tremenda e quasi incredibile, i padri e le madri abbandonavano i figli ed evitavano di visitarli e di servirli, come se non fossero figli loro.

Per questo a coloro che si ammalavano, ed erano una moltitudine inestimabile, non restava altro aiuto che la carità degli amici (e ve ne furono pochi) o la cupidigia dei servitori, attratti dalla prospettiva di lauti guadagni, sebbene per questi compiti non fossero rimasti molti. E i pochi fossero uomini e donne di ingegno grossolano, i più non abituati a tali servizi, che non facevano altro che porgere qualcosa che fosse richiesto dai malati o restare a guardare mentre morivano. E adempiendo a questi servizi si ammalavano e perdevano la vita assieme al guadagno.

Analisi del testo

Nell’introduzione del Decameron la descrizione della peste non è fine a se stessa, ma rende più marcata la piacevolezza del modello di vita cui dà vita la “brigata” dei giovani.

La peste distrugge norme e valori su cui si fonda la convivenza civile. Le autorità si rivelano impotenti e non trovano il modo di affrontare efficacemente la pestilenza, adottando adeguate misure di prevenzione. I medici si rivelano del tutto incapaci di curarla e spesso a loro si affiancano individui che nulla sanno di medicina. La peste si diffonde con tale virulenza da poter essere paragonata al fuoco messo a contatto con materiali altamente infiammabili. Mutano gli stili di vita: alcuni si isolano e cercano di evitare ogni rapporto con chi possa essere portatore della malattia; altri pensano bene di approfittare della situazione e di godere più che possono, poiché il tempo a loro disposizione potrebbe essere molto breve. Così, frequentano le taverne giorno e notte ubriacandosi ed entrano nelle case per appropriarsi di beni altrui.

Non solo i cittadini ma persino i parenti, i genitori e i figli, si evitano, poiché la paura della morte vince anche i legami di sangue. Alcuni servi, attirati dalla possibilità di lauti e spropositati compensi, si rendono disponibili ad assistere i malati, ma spesso ne pagano le conseguenze, perché loro stessi contraggono la malattia e muoiono.

La peste e la sua rappresentazione, per contrasto, danno risalto alla dilettevole convivenza dei personaggi-narratori e rendono accettabile la narrazione di storie talvolta scandalose e trasgressive rispetto alla morale comune del tempo.


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