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Boccaccio, Nastagio degli Onesti

Boccaccio, Nastagio degli Onesti

Boccaccio, Nastagio degli Onesti

L’amore del giovane nobile Nastagio degli Onesti è ossessivo. Il suo cuore e la sua mente non sanno pensare ad altro, come spesso capita anche ai giovani innamorati di oggi. E se la vostra amata vi respinge non disperate: fatele leggere questa novella e magari cambierà idea.

[Versione parafrasata]

Nastagio degli Onesti amava una giovane della famiglia Traversari e spende tutte le sue ricchezze per lei senza essere corrisposto. Su invito della sua famiglia si trasferisce a Classe e qui vede un giovane cavaliere inseguire una giovane donna, ucciderla e farla divorare da due cani. Invita i propri parenti e quelli della donna amata a pranzo e mostra loro la scena crudele. Temendo che possa capitarle la stessa sorte la giovane accetta di sposare Nastagio.

[…]

A Ravenna, antichissima città della Romagna, vissero uomini assai nobili e ricchi, tra i quali un giovane, chiamato Nastagio degli Onesti, che aveva ereditato un’immensa ricchezza, in seguito alla morte del padre e di uno zio. Egli, che era scapolo, s’innamorò della figliola di messer Paolo Traversaro, una giovane molto più nobile di lui e cercò di conquistarla con grandi cortesie. Tuttavia, benché fossero grandissime, belle e degne di lode, non solo non servirono a nulla ma anzi sembravano produrre l’effetto opposto. Infatti la giovane amata era nei suoi confronti crudele, scontrosa e scortese, forse a causa della sua bellezza o della sua nobiltà, ed era divenuta così superba e sprezzante che non apprezzava né lui né qualsiasi cosa lui facesse.

Nastagio ne soffriva a tal punto che più volte, per il dolore, fu sul punto di uccidersi.

Poi, pur trattenendosene, si convinse che gli conveniva lasciar perdere e mettersi il cuore in pace, magari ricambiandola dell’odio che lei mostrava per lui. Invano però, perché più sembrava svanita ogni speranza più lui l’amava.

Il giovane continuava quindi ad amarla e a sperperare il proprio denaro per lei, tanto che ai suoi amici e parenti sembrò che stesse per esaurire se stesso e tutti i suoi beni. Così lo scongiurarono e gli consigliarono di trasferirsi da Ravenna in un altro posto per qualche tempo, in modo che, così facendo, potesse far diminuire l’amore e anche le spese.

Nastagio più volte si prese gioco di questo consiglio, ma siccome questi tanto insistevano, disse che l’avrebbe fatto. Predisposti grandi preparativi per la partenza, come se si stesse recando in Francia o in Spagna o comunque in un luogo lontano, montato a cavallo si allontanò da Ravenna accompagnato da molti suoi amici e raggiunse la località di Classe, a circa tre miglia da Ravenna. Qui si fece portare tende grandi e piccole e disse a coloro che l’avevano accompagnato che voleva fermarsi lì, invitandoli a rientrare in città. Lì dove si era accampato Nastagio cominciò a condurre una vita bella e ancor più dispendiosa di prima, invitando a cena ora questi ora quelli, come al solito.

Era quasi maggio e la stagione era bellissima. Un venerdì si mise a pensare alla sua innamorata crudele, e disse ai suoi famigliari che voleva restare solo, per poter rimuginare in pace, così s’incamminò lentamente verso la pineta, immerso nei suoi pensieri. Erano circa le undici del mattino quando si era inoltrato per oltre mezzo miglio dentro la pineta, dimenticandosi di mangiare e di ogni altra cosa. All’improvviso gli sembrò di sentire una donna che piangeva disperatamente, con fortissimi lamenti. Interrotti i suoi pensieri, alzò il capo per vedere che cosa stesse capitando e si accorse con stupore di trovarsi dentro la pineta. Inoltre, vide una bellissima giovane completamente nuda, che correva attraverso un boschetto intricato di arbusti e rami spinosi, verso il luogo in cui lui si trovava. Era scarmigliata e tutta graffiata dai rami e dai rovi, piangeva e implorava a gran voce pietà. Inoltre vide ai suoi fianchi due enormi mastini, che la rincorrevano rabbiosamente e che quando la raggiungevano la mordevano. Dietro di lei vide giungere un cavallo nero, montato da un cavaliere nero, furioso in volto, che con una spada in mano la minacciava di morte, con orrende e crudeli parole.

Questa visione lo meravigliò e terrorizzò al tempo stesso, poi lo mosse a compassione per la sventurata, perciò volle tentare di liberarla da una situazione tanto angosciosa e mortale. Poiché era disarmato, afferrò il ramo di un albero servendosene come di un bastone, e avanzò contro i cani e contro il cavaliere. Ma il cavaliere, quando lo vide, gli gridò da lontano:

– Nastagio non t’impicciare, lascia fare ai cani e a me quello che questa femmina malvagia ha meritato

Mentre pronunciava queste parole i cani addentarono la giovane per i fianchi e il cavaliere sopraggiunto smontò da cavallo.

Nastagio avvicinatosi disse:

– Io non so chi tu sia, per conoscermi, ma solo ti dico che è una gran villania che un cavaliere armato voglia uccidere una donna nuda, come anche farla inseguire dai cani come se fosse una belva selvaggia. Certamente la difenderò, per quel che mi sarà possibile.

– Nastagio, sono anch’io di Ravenna come te, ed eri ancora piccolo quando io, messer Guido degli Anastagi, ero ancor innamorato di lei più di quanto tu lo sia della tua donna. A causa della sua alterigia e crudeltà la mia disgrazia giunse a tal punto che io un giorno, con questa spada che mi vedi in mano, disperato mi uccisi, e per questo sono condannato alle pene dell’inferno. Non passò poi molto tempo che costei, che aveva gioito oltre misura per la mia morte, morì. Per il peccato della sua crudeltà e per la gioia che le caccia1era derivata dai miei tormenti, di cui mai si è pentita, perché non si sentiva affatto in colpa per questo, è anche lei condannata alle pene dell’inferno. Quando vi giunse, fu inflitta a me e a lei questa pena: a lei di fuggirmi davanti, e a me che tanto l’amai di inseguirla come odiata nemica, non come la donna da me amata. Ogni volta che la raggiungo, con questa spada con cui mi uccisi la strazio, le squarcio la schiena le strappo quel cuore duro e freddo in cui amore e pietà non poterono entrare e con tutte le interiora lo do da mangiare a questi cani. Poco dopo, come vuole la giustizia di Dio, lei risorge come se non fosse morta, e di nuovo comincia la dolorosa fuga, con me e i cani ad inseguirla. Questo accade ogni venerdì a quest’ora. In questo punto la raggiungo e qui ne faccio lo strazio che tu vedrai. Non credere che gli altri giorni ci riposiamo: la raggiungo in altri luoghi nei quali lei ha pensato e agito contro di me. Essendo da amante divenuto suo nemico, come vedi, dovrò inseguirla in questo modo per tanti anni quanti furono i mesi durante i quali lei fu con me così crudele. Dunque lasciami dare esecuzione alla giustizia divina e non cercare di opporti a quello che non puoi impedire.

Udite queste parole, Nastagio s’impaurì  e gli s’arricciarono tutti i peli che aveva addosso. Si tirò in disparte e, guardando la misera giovane, aspettò di vedere quel che il cavaliere ne avrebbe fatto. Il cavaliere, come un cane rabbioso, con la spada in mano si avventò sulla giovane che, inginocchiata e tenuta stretta dai due mastini, chiedeva pietà. Con tutta la sua forza la colpì in mezzo al petto e la trapassò da parte a parte. La giovane cadde bocconi, sempre piangendo e gridando. Il cavaliere , preso un coltello, le squarciò la schiena, le strappò il cuore e tutto quanto aveva dentro. Gettò ogni cosa ai mastini, che avidamente mangiarono. Dopo poco la giovane, come se non le fosse stato torto un capello, si alzò in piedi e cominciò a fuggire in direzione del mare. I cani di nuovo la rincorsero lacerandola e il cavaliere, risalito a cavallo e afferrata di nuovo la spada, si gettò all’inseguimento. In un attimo scomparvero dalla vista di Nastagio.

Egli, che aveva visto queste cose, rimase per lungo tempo tra pietoso e impaurito. Dopo un po’ gli venne in mente che questa visione poteva tornargli molto utile, visto che si ripeteva ogni venerdì. Così, quando gli sembrò opportuno, mandati a chiamare i suoi parenti e amici disse loro:

caccia2– Voi mi avete per lungo tempo invitato a smettere di amare inutilmente questa donna, che mi è ostile e di mettere fine al mio sperpero di denaro per lei. Sto per farlo, a condizione che voi mi otteniate un favore: che venerdì prossimo facciate in modo che messer Paolo Traversaro, sua moglie, sua figlia, tutte le loro donne e tutte le altre che vorrete invitare vengano qui a mangiare con me. Perché lo desideri lo scoprirete solo allora. Sembrò in fondo un favore da poco, perciò promisero di esaudire il suo desiderio. Tornarono a Ravenna e invitarono tutti quelli che Nastagio aveva richiesto, compresa la giovane amata da Nastagio, benché non fosse facile convincerla. Nastagio fece preparare un pranzo sontuoso, facendo mettere le tavole sotto i pini, attorno al luogo in cui aveva assistito allo strazio della crudele donna. Fatti accomodare uomini e donne a tavola, ordinò che la ragazza fosse messa a sedere proprio davanti al luogo in cui si sarebbe ripetuta la scena cruenta.

Era stata servita l’ultima vivanda, quando i commensali cominciarono a udire le grida disperate della giovane che veniva rincorsa. Tutti si meravigliarono e chiesero che cosa stesse accadendo. Siccome nessuno dava spiegazioni, si alzarono tutti in piedi per guardare che cosa stesse succedendo. Videro la poveretta, il cavaliere e i cani, che dopo poco arrivarono lì vicino.

Tutti inveirono contro i cani e contro il cavaliere, e molti si fecero avanti per aiutare la giovane. Ma quando il cavaliere disse loro quel che aveva detto a Nastagio, non solo si misero da parte ma si spaventarono e restarono stupefatti. Poi fece quel che aveva fatto la volta precedente, e tutte le donne presenti, tra cui molte che erano parenti della giovane o del cavaliere, che si ricordavano dell’amore e della morte di lui, tutte piansero con tale angoscia che sembrava fossero loro al posto della ragazza.

Alla fine, quando la donna e il cavaliere scomparvero, tutti si misero a discutere su quel che avevano visto. Ma la più spaventata tra tutti fu la giovane amata da Nastagio, che aveva visto e udito distintamente ogni cosa, e compreso che quella scena riguardava lei più di ogni altro, perché sapeva di essere stata crudele con Nastagio. Anzi, già si vedeva mentre fuggiva davanti a lui irato, con i mastini che le mordevano i fianchi. Tale fu il suo spavento che, per evitare quella sorte, appena vi fu l’occasione, che le si presentò quella sera stessa, siccome l’odio si era mutato in amore, di nascosto mandò una cameriera di fiducia da Nastagio, per invitarlo ad andare da lei, dicendosi disposta a concedersi ad ogni suo piacere. Nastagio le fece rispondere che gradiva molto la proposta ma che caccia3voleva prendersi piacere di lei conservando il suo onore, cioè sposandola.

La giovane acconsentì, poiché se non era ancora moglie di Nastagio questo dipendeva solo da lei. Così, si recò di persona dal padre e dalla madre a chiedere di sposare Nastagio, della qual cosa loro furono molto contenti. La domenica seguente furono celebrate le nozze, ed essi vissero lietamente per molto tempo insieme. Il terrore suscitato dalla caccia infernale non produsse solo quest’esito felice: da allora tutte le donne ravennati, spaventate, divennero molto più accondiscendenti ai piaceri degli uomini di quanto fossero state in precedenza.

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La peste a Firenze

La peste a Firenze

La peste a Firenze

Dal Decameron, Introduzione [testo parafrasato]

Dico dunque che erano trascorsi 1348 anni dalla benefica incarnazione di Cristo,
quando nella pregiatissima città di Firenze, la più bella delle città d’Italia, giunse la pestilenza mortale. Essa, inviata agli uomini per negativo influsso degli astri o dalla giusta ira di Dio, per punire le nostre malvage azioni e per correggerci, era iniziata alcuni anni prima in Oriente, dove aveva fatto strage di esseri viventi, diffondendosi da un luogo all’altro senza fermarsi, ed era dilagata fino a Occidente in modo straordinario.

A nulla servì che si adottassero provvedimenti per ripulire la città dalle immondizie o che si vietasse ai malati di entrarvi, né i molti consigli dati a tutela della salute, né le suppliche a Dio fatte mediante le processioni o in altro modo da parte delle persone devote. All’inizio della primavera di quell’anno la pestilenza iniziò orribilmente a manifestarsi.

Non lo fece come in Oriente, dove a chi ne era colpito usciva sangue dal naso e questo era un segno evidente di morte inevitabile. All’inizio comparivano, sia negli uomini che nelle donne, all’inguine o sotto le ascelle, alcuni gonfiori che potevano assumere la dimensione di una mela di media grandezza o di un uovo, a seconda dei casi, e che il popolo chiamava gavoccioli (bubboni). In breve tempo il gavocciolo si cresceva e si estendeva indistintamente in ogni parte del corpo. Poi la malattia assumeva l’aspetto di macchie nere o livide, che a molti comparivano nelle braccia o nelle cosce e in ogni altra parte del corpo, ad alcuni grandi e rade, ad altri piccole e numerose. Anche queste macchie, come il gavocciolo, erano un sicuro indizio di futura morte.

Nessun consiglio di medico, nessuna virtù di medicina sembravano poter giovare a curare la malattia. Anzi, vuoi che la natura del male non ne risentisse vuoi che l’ignoranza dei medici (ai quali si erano aggiunte agli uomini di scienza moltissime persone che di medicina non avevano alcuna cognizione) non ne comprendesse le cause, non solo pochissimi guarivano, ma anzi quasi tutti circa al terzo giorno dalla comparsa dei sintomi, chi prima e chi dopo e i più senza febbre o altro sintomo, morivano.

La pestilenza fu così micidiale perché essa si trasmetteva dai malati ai sani al minimo contatto, come fa il fuoco messo vicino alle cose secche e unte. Anzi, era tanto pericolosa che non solo parlare o stare vicino agli infermi contagiava i sani, ma anche toccare i panni o altri oggetti toccati o adoperati dai malati. Sembra incredibile quel che sto per dire, tanto che io stenterei a crederlo, se dai miei occhi e da quelli di molti non fosse stato visto, anche se me lo riferisse persona degna di fede. Questa pestilenza fu così micidiale nel trasmettersi dall’uno all’altro, che non si trasmetteva solo da uomo a uomo, ma addirittura da oggetto di proprietà del malato ad animale, che in breve veniva contaminato e moriva. Di questo sono stato diretto testimone: essendo stati gettati sulla pubblica via gli stracci di un poveretto morto della malattia, ed essendosi avvicinati a essi due porci, che come è loro abitudine prima li annusarono col muso, poi li afferrarono con i denti, scuotendoli di qua e di là, poco dopo, scossi da convulsioni, come se avessero bevuto del veleno, entrambi caddero morti a terra sopra gli stracci.

Da questi episodi e da altri simili o ancora più preoccupanti ebbero origine paure e fantasie nei sopravvissuti. Così quasi tutti miravano a un fine assai crudele, quello di evitare e di stare lontano dagli ammalati e dalle loro cose. Credevano in tal modo di poter preservare la propria salute. Alcuni ritenevano che il condurre una vita sobria e regolata, priva del superfluo, fosse molto utile a evitare la malattia. Creata una compagnia fidata, vivevano isolati, ritrovandosi e richiudendosi dentro case in cui nessuno fosse ammalato, consumavano cibi delicatissimi e ottimi vini in misura molto moderata, rifuggendo da ogni lussuria. E soprattutto vietavano che si parlasse o che si portassero notizie di quel che accadeva fuori, a proposito di morte o di malati.

Altri erano di opinione opposta, infatti affermavano che bere molto, godere e andare in giro cantando e divertendosi, soddisfare il desiderio di ogni cosa, per quanto si poteva, ridere e farsi beffe della tragica situazione erano una medicina certamente efficace. E così facevano, frequentando giorno e notte ora questa ora quella taverna, bevendo oltremisura e saccheggiando le abitazioni altrui, appena sentivano che lì vi fossero oggetti da prendere.    […]

E lasciamo stare che i cittadini si evitassero l’un l’altro e che nessun vicino avesse cura dell’altro e che i parenti si facessero visita raramente o mai e in ogni caso da lontano. Era tale lo spavento suscitato negli animi da questo terribile pestilenza che il fratello abbandonava il fratello, lo zio il nipote, la sorella il fratello, spesso la moglie il marito e, cosa ancor più tremenda e quasi incredibile, i padri e le madri abbandonavano i figli ed evitavano di visitarli e di servirli, come se non fossero figli loro.

Per questo a coloro che si ammalavano, ed erano una moltitudine inestimabile, non restava altro aiuto che la carità degli amici (e ve ne furono pochi) o la cupidigia dei servitori, attratti dalla prospettiva di lauti guadagni, sebbene per questi compiti non fossero rimasti molti. E i pochi fossero uomini e donne di ingegno grossolano, i più non abituati a tali servizi, che non facevano altro che porgere qualcosa che fosse richiesto dai malati o restare a guardare mentre morivano. E adempiendo a questi servizi si ammalavano e perdevano la vita assieme al guadagno.

Analisi del testo

Nell’introduzione del Decameron la descrizione della peste non è fine a se stessa, ma rende più marcata la piacevolezza del modello di vita cui dà vita la “brigata” dei giovani.

La peste distrugge norme e valori su cui si fonda la convivenza civile. Le autorità si rivelano impotenti e non trovano il modo di affrontare efficacemente la pestilenza, adottando adeguate misure di prevenzione. I medici si rivelano del tutto incapaci di curarla e spesso a loro si affiancano individui che nulla sanno di medicina. La peste si diffonde con tale virulenza da poter essere paragonata al fuoco messo a contatto con materiali altamente infiammabili. Mutano gli stili di vita: alcuni si isolano e cercano di evitare ogni rapporto con chi possa essere portatore della malattia; altri pensano bene di approfittare della situazione e di godere più che possono, poiché il tempo a loro disposizione potrebbe essere molto breve. Così, frequentano le taverne giorno e notte ubriacandosi ed entrano nelle case per appropriarsi di beni altrui.

Non solo i cittadini ma persino i parenti, i genitori e i figli, si evitano, poiché la paura della morte vince anche i legami di sangue. Alcuni servi, attirati dalla possibilità di lauti e spropositati compensi, si rendono disponibili ad assistere i malati, ma spesso ne pagano le conseguenze, perché loro stessi contraggono la malattia e muoiono.

La peste e la sua rappresentazione, per contrasto, danno risalto alla dilettevole convivenza dei personaggi-narratori e rendono accettabile la narrazione di storie talvolta scandalose e trasgressive rispetto alla morale comune del tempo.

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Boccaccio, Frate Cipolla

Boccaccio, Frate Cipolla

Boccaccio, Frate Cipolla [testo originale]

[Testo parafrasato][Analisi del testo]

Sesta giornata, Novella decima

Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo.

[…]

Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d’Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d’agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo tempo d’andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de’frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.

Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.

Il quale, secondo la sua usanza, del mese d’agosto tra l’altre v’andò una volta, e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse:

– Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il beato santo Antonio vi sia guardia de’buoi e degli asini e de’porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l’abate, stato mandato, e per ciò, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una delle penne dell’agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret.

E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.

Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato l’uno Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada e all’albergo dove il frate era smontato se n’andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.

Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire:

– Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove.

Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva:

– Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascurato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de’fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s’avisa che quante femine il veggano tutte di lui s’innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E’ il vero che egli m’è d’un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io d’alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde egli e sì e no, come giudica si convenga.

A costui, lasciandolo all’albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna persona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre.

Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l’usignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell’oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de’Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti l’avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò. E ancora che d’agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de’fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d’Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Castiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d’avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente.

Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della coda d’un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di mostrare a’certaldesi.

E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d’Egitto, se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare.

Contenti adunque i giovani d’aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.

Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell’agnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l’un vicino all’altro e l’una comare all’altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di veder questa penna.

Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose addimandate con fatica lassù n’andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell’acqua gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a sonare.

Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de’fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell’agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell’agnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospicò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, disubidente, trascurato e smemorato. Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì che da tutti fu udito:

– O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia!

Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:

– Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi.

Per la qual cosa messom’io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’nostri frati e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l’amor di Dio schifando, poco dell’altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ‘l vin nelle sacca: da’quali alle montagne de’bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ‘ngiù.

E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l’abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio.

Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l’anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v’è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell’abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante.

Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell’unghie de’Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de’vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de’raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre.

E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d’alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de’denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’agnol Gabriello, della quale già detto v’ho, e l’un de’zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de’carboni, co’quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.

E’ il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l’abbia mostrate infino a tanto che certificato non s’è se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n’è certo m’ha conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco.

Vera cosa è che io porto la penna dell’agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co’quali fu arrostito san Lorenzo in un’altra; le quali son sì simiglianti l’una all’altra, che spesse volte mi vien presa l’una per l’altra, e al presente m’è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de’carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom’io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co’quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dall’omor di quel santissimo corpo mi fe’pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v’appresserete a vedergli.

Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta.

E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s’appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno.

Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato.

E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l’anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.

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Frate Cipolla: analisi del testo

Frate Cipolla: analisi del testo

cipollaBoccaccio, Frate Cipolla: analisi del testo

La vicenda si svolge a Certaldo, piccolo borgo in Val d’Elsa, dove una volta l’anno è solito recarsi un frate di nome Cipolla per raccogliere le elemosine fatte dagli abitanti del paese. Cipolla è basso di statura, ha i capelli rossi e ama l’allegra compagnia; è un illetterato, ma il suo eloquio è così sciolto da poterlo paragonare a Cicerone o Quintiliano. Fra Cipolla giunge a Certaldo una domenica mattina d’agosto e di fronte al popolo, radunato nella canonica per la Messa, ricorda che è buona usanza che gli abitanti versino al «barone» sant’Antonio delle offerte, che lui è stato incaricato di raccogliere dal priore del suo convento, affinché il santo protegga animali e raccolti. La folla dovrà radunarsi lì dopo l’ora nona (nel primo pomeriggio), per ascoltare la sua predica e vedere una straordinaria reliquia in suo possesso, una penna dell’arcangelo Gabriele. Alla fine del suo discorso, il frate lascia il suo uditorio e torna alla Messa. Tra il pubblico ci sono due giovani, Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, amici del frate e membri della sua brigata, che decidono di fare uno scherzo al predicatore. Mentre frate Cipolla è fuori a pranzo i due, approfittando della sua assenza e approfittando dell’assenza di Guccio, il servo di Cipolla, sottraggono la famosa penna. Nella cassetta che la contiene, al posto della penna i due giovani mettono dei carboni, trovati in un angolo della stanza. All’ora convenuta il popolo giunse in massa alla chiesa. Il frate tiene la predica e, fatti accendere due ceri, apre la cassetta con fare solenne, ma dentro non trova la penna bensì i carboni. Frate Cipolla reagisce prontamente, iniziando un lungo discorso, in cui descrive con tratti fantasiosi e ironici doppi sensi, i propri viaggi in terre lontane. Racconta di aver portato con sé molte reliquie, tra cui la penna dell’arcangelo Gabriele e i carboni su cui è stato martirizzato san Lorenzo, che conserva in due cassette in tutto simili, al punto che, come altre volte gli è accaduto, le ha scambiate. Perciò, anziché la penna, per volontà di Dio, offrirà all’adorazione dei fedeli i carboni. Chi ne sarà segnato – dice con un nonsense ingannatore – non sarà scottato dal fuoco senza sentirlo. Poi il frate traccia con i carboni delle croci sulle loro vesti, mentre Biagio e Giovanni, che hanno assistito alla predica, ridono a crepapelle. Alla fine gli si avvicinano, gli spiegano ogni cosa e gli rendono la penna. L’anno seguente frate Cipolla torna in paese e mostra la reliquia, che gli varrà non minori offerte rispetto ai carboni.

Boccaccio descrive in chiave satirica la pratica ecclesiastica dello sfruttamento delle false reliquie, che approfitta della credulità popolare. Tuttavia la denuncia della corruzione ecclesiastica è lontana da toni di dura condanna morale, forse perché essa costituisce, per Boccaccio, una realtà ormai scontata. Non si tratta, di una denuncia della religione in sé ma piuttosto della ripresa di un atteggiamento irriverente e di un rovesciamento parodico presente nella cultura popolare del tempo. La novella esprime un punto di vista “cittadino”, che rappresenta i contadini come ingenui e creduloni, abilmente manipolati e facilmente manipolabili. Il racconto di frate Cipolla ai fedeli è un capolavoro di retorica, infatti il religioso incanta i popolani con la sua abilità affabulatoria, in cui a nomi di luoghi reali sono accostati quelli di luoghi immaginari dal suono esotico, anche se si tratta perlopiù di strade di Firenze. Il frate crea una sorta di realtà parallela, in cui oggetti, fatti e/o attività ordinari, spesso con allusioni irriverenti, sono presentati in una dimensione di eccezionalità. Il frate si fa beffe del popolo (e anche dei due giovani che credevano di poterlo beffare) ma Boccaccio narra la vicenda con tono divertito, quasi di ammirazione per un personaggio che, facendo abile uso dell’arte della parola, riesce padroneggiare una situazione critica e a volgerla a proprio favore. Guccio Imbratta, il servo di fra Cipolla, rappresenta una specie di “doppio” del religioso in tono minore: anch’egli è un furfante e un ciarlatano, ma si limita a usare la sua parlantina per sedurre delle sudice cameriere in una cucina maleodorante e, a differenza del suo padrone, non riesce quasi mai a ottenere quello che vuole.

Analisi del testo.

  1. Quali sono le caratteristiche di frate Cipolla? Perché si reca a Certaldo?
  2. Perché Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini rubano la finta reliquia a frate Cipolla?
  3. Quali caratteristiche presenta Guccio, il servo di frate Cipolla?
  4. Perché i due giovani possono rubare la penna indisturbati?
  5. Quali elementi del discorso del frate appaiono inventati e quali presentano tratti equivoci, comici e irriverenti?
  6. Quale atteggiamento hanno i due giovani nel finale della novella nei confronti di frate Cipolla?
  7. Qual è l’atteggiamento di Boccaccio nei confronti dello sfruttamento delle false reliquie?
  8. Perché il discorso di frate Cipolla ai fedeli può essere considerato un capolavoro di retorica?

 

Boccaccio, Frate Cipolla

Boccaccio, Frate Cipolla

cipollaFrate Cipolla [testo parafrasato]

Sesta giornata, Novella decima

Frate Cipolla promette ad alcuni contadini di mostrare loro una penna dell’arcangelo Gabriele; al posto della quale, trovando dei carboni, egli dice che sono quelli su cui arrostì san Lorenzo.

[…]

Certaldo, come forse saprete, è un castello della Val d’Elsa posto nella nostra campagna che, benché piccolo, è abitato da uomini nobili e ricchi. Un frate di nome Cipolla, dei frati di sant’Antonio, era solito recarvisi ogni anno a chiedere l’elemosina, poiché se ne ricavava molto. Egli vi veniva accolto volentieri, forse anche per via del nome, dato che in quei luoghi il terreno produce cipolle famose in tutta la Toscana.

Questo frate Cipolla, minuto di corporatura, di pelo rosso e col viso sempre lieto, era grande amante delle allegre brigate. Inoltre, pur privo di istruzione, era un predicatore tanto abile che chi non l’avesse conosciuto l’avrebbe ritenuto un grande oratore, paragonabile a Cicerone o forse a Quintiliano. Infine, si era fatti amici quasi tutti quelli che vivevano in quel paese.

Come era sua abitudine, una domenica mattina d’agosto, in cui tutti gli uomini e le donne del contado si erano radunati in chiesa per la messa, al momento opportuno disse:

– Signori e signore, come è noto, siete soliti inviare ogni anno ai poveri frati di messer barone Sant’Antonio una parte del vostro grano e dei vostri cereali, chi poco e chi molto, secondo le proprie ricchezze e secondo la propria devozione. Questo affinché Sant’Antonio vigili sui vostri buoi, sui vostri asini, sui vostri maiali e sulle vostre pecore. Inoltre, siete soliti offrire la decima ogni anno. Io sono stato inviato dall’abate a raccogliere di persona queste offerte. Perciò, con la benedizione di Dio, oggi pomeriggio, dopo nona, quando sentirete suonare le campane, verrete qui, davanti alla chiesa, dove come al solito potrete ascoltare la mia predica e baciare la croce. E poiché so bene che siete molto devoti a Sant’Antonio, per speciale concessione vi mostrerò una santissima e bellissima reliquia, che ho portato di persona dalle sacre terre d’oltremare. Si tratta di una delle penne dell’arcangelo Gabriele, che restò nella camera della Vergine Maria quando le venne ad annunziare a Nazaret la venuta di Cristo.

Tra i molti che ascoltarono queste parole, c’erano due scaltri giovani, tali Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, che risero molto tra sé a proposito della reliquia e, benché fossero amici del frate, decisero di fargli una beffa al riguardo della penna. Appreso che Cipolla pranzava nel castello con un suo amico, mentre era a tavola, scesero in strada e si recarono al suo albergo: Biagio avrebbe intrattenuto e distratto il servo del frate, mentre Giovanni avrebbe cercato la penna tra i vari oggetti e l’avrebbe sottratta, per vedere come poi il frate se la sarebbe cavata davanti al popolo.

Il servo di frate Cipolla, che alcuni chiamavano Guccio Balena, altri Guccio Imbratta e altri Guccio Porco, era un omaccione peggiore di Lippo Topo.[1]

Lo stesso Cipolla spesso era solito burlarsi di lui con i suoi amici e dire:

– Il mio servo possiede nove difetti tali che, se anche uno solo di essi fosse in Salomone, Aristotele o Seneca, rovinerebbe la loro virtù, la loro saggezza, la loro santità. Pensate quindi di che soggetto si tratta.

Una volta che gli chiesero quali fossero i nove difetti che aveva, lui rispose elencandoli in rima:

tardo, sudicio come il lardo e bugiardo; negligente, disubbidente e maldicente; trascurato, smemorato e scostumato; ha poi anche altri difettucci di cui taccio per il suo bene. Quello che più lo rende ridicolo è che ovunque capiti vuole prender moglie e affittare una casa, e benché abbia una gran barbona nera e unta, è così convinto di essere bello e piacevole da pensare che tutte le donne che lo vedono si innamorino di lui. Se non lo trattenessi correrebbe dietro a tutte senza pudore. In realtà lui mi è di grande aiuto, tanto che nessuno può parlare con me privatamente senza lui si intrometta, e se capita che mi venga chiesto qualcosa ha così paura che io non sappia rispondere che interviene prontamente lui a rispondere sì o no, come ritiene più opportuno.

Frate Cipolla chiese a costui di custodire con attenzione le sue cose, evitando, in particolare, che qualcuno si avvicinasse alle sue bisacce, che erano piene di sacre reliquie. Ma Guccio Imbratta preferiva stare in cucina, più che un usignolo sui rami verdi, soprattutto se c’era qualche domestica. Ne adocchiò una grassa e grossa, piccola e mal fatta, con un paio di poppe che sembravano due cestoni per il letame e il viso di singolare bruttezza, che pareva quello di una Baronci, tutta sudata, unta e affumicata. Come un avvoltoio si getta su una carogna, lasciata la stanza di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose abbandonate, si fiondò là. E benché fosse agosto, si mise a sedere vicino al fuoco e cominciò a raccontar frottole a costei, che si chiamava Nuta. Le disse di essere un gentiluomo dotato di enormi ricchezze tanto da poter donare fiorini senza problemi e di essere capace di fare tante cose che neppure un prete ne sapeva fare altrettante.

Guccio aveva un cappuccio tanto unto che avrebbe condito il pentolone dei monaci di Altopascio, una giubba tutta rotta e rappezzata, smaltata di sudiciume sotto il collo e sotto le ascelle, con tante macchie di più colori, più dei panni tartari o indiani, le sue scarpe erano rotte e le sue calze sdrucite. Eppure, come se lui fosse il signore di Castiglione, le disse che voleva rivestirla, rimetterla in buone condizioni e liberarla da quella schiavitù, al servizio di altri. Inoltre, con tono dolce e affettuoso, le raccontò molte altre frottole.

I due giovani videro Guccio Porco occupato con la ragazza, così poterono senza problemi introdursi nella stanza di frate Cipolla, che trovarono aperta. Subito cercarono la bisaccia dentro la quale era conservata la penna, che trovarono dentro una cassettina avvolta in un gran viluppo di seta. Si trattava di una penna presa dalla coda di un pappagallo, che i due ritennero fosse quella che Cipolla aveva promesso di mostrare ai certaldesi, contando sul fatto che essi non avevano mai visto penne di quel tipo.

I due giovani presero la penna e, per non lasciarla vuota, riempirono la cassettina di carboni che erano nella stanza e rimisero tutto a posto come prima. Poi, senza essere visti se ne andarono e si accinsero a vedere la reazione di Cipolla quando l’avrebbe aperta.

Intanto, in tutto il paese non si parlava che della penna dell’arcangelo Gabriele, che il frate aveva promesso di mostrare al popolo. Frate Cipolla, dopo aver mangiato e dormito, al suo risveglio vide che era giunta presso la chiesa una gran moltitudine di contadini, venuti per vedere la penna. Così, mandò Guccio a prendere le sue bisacce. Questi, a fatica liberatosi della Nuta, andò da Cipolla con quanto gli aveva richiesto.

Quando tutto il popolo fu radunato, frate Cipolla, senza avvedersi di nulla, cominciò la sua predica. Arrivato il momento di mostrare la penna dell’arcangelo Gabriele, pronunciata con enfasi la preghiera del confiteor, fece accendere due grandi ceri e prese con solennità la cassetta, togliendo con cura la seta che la avvolgeva. Pronunciate alcune parole in lode dell’angelo e della sua reliquia aprì la cassetta. Quando la vide piena di carboni non sospettò Guccio capace di avergli giocato uno scherzo e non lo maledisse per non aver vigilato sulle sue cose, ma maledisse se stesso per essersi fidato di lui, pur sapendolo tanto negligente.

Tuttavia, senza mutare espressione, alzati il viso e le mani al cielo, disse con voce roboante:

– O Dio, sia sempre lodata la tua potenza!

Poi richiuse la cassetta e si rivolse al popolo:

– Uomini e donne, dovete sapere che da giovane fui inviato nel luogo dove sorge il sole e mi fu ordinato espressamente di cercare i documenti che attestano i privilegi del Porcellana (l’ospedale di San Filippo a Firenze). Così, partito da contrada Venezia e avviatomi per Borgo dei Greci, poi cavalcando lungo il quartiere del Garbo e per contrada Baldacca, giunsi in Parione, da dove, non senza patir la sete, arrivai in Sardigna. Ma perché vi sto descrivendo tutti i paesi da me visitati? Passato il braccio di San Giorgio, giunsi in Truffia (truffa) e Buffia (beffa), paesi molto popolosi. Pervenni poi in terra di Menzogna, dove si trovano molti nostri confratelli e di altri ordini, che miravano tutti a scansare le fatiche e che non si curavano di quelle degli altri, pur di ricavare un vantaggio per sé. Arrivai poi in terra d’Abruzzi dove uomini e donne van per i monti con gli zoccoli[2], rivestendo i maiali con le loro budella. Poco più in là trovai popoli che portano il pane infilato nei bastoni e il vino negli otri. Di lì andai alle montagne dei Baschi, dove tutte le acque corrono in giù. Tanto mi inoltrai che alla fine giunsi fino in India Pastinaca, dove vi giuro, per l’abito che indosso, che vidi volare i pennati[3]. Mi sia testimone Maso del Saggio[4], grande mercante che trovai là, a schiacciare noci e vendere i gusci al dettaglio.

Dato che non potei trovare quel che cercavo e poiché di lì si prosegue solo per mare, tornai indietro e arrivai in quelle terre sante dove d’estate il pane freddo vale quattro denari e il caldo è gratis. E qui trovai il venerabile padre Nonmiblasmete Sevoipiace[5], degnissimo patriarca di Gerusalemme, che per rispetto all’abito che indosso di messer il barone santo Antonio volle che io vedessi tutte le sante reliquie che aveva presso di sé. In primis mi mostrò il dito dello Spirito Santo, così intero e saldo come mai, poi il ciuffo del serafino apparso a san Francesco, poi una delle unghie dei Cherubini, poi una delle costole del Verbum-caro-fatti-alle-finestre[6], poi i vestiti della Santa Fede cattolica e molti raggio della stella che apparve ai re Magi in oriente, poi un’ampolla del sudore di San Michele quando combatté col diavolo e la mascella della morte di san Lazzaro, e molte altre ancora.

E poiché io spontaneamente gli donai i declivi di Monte Morello in volgare e non pochi capitoli del Caprezio, che da tempo cercava, lui mi fece partecipe delle sue sante reliquie: mi donò uno dei denti della santa Croce, il suono delle campane del tempio di Salomone, dentro una piccola ampolla, la penna dell’arcangelo Gabriele, di cui vi ho parlato, e uno degli zoccoli di san Gherardo da Villamagna (che io ho poi donato qualche tempo fa, a Firenze, a Gherardo di Bonsi, che vi è particolarmente devoto). Infine mi ha donato anche i carboni con i quali fu arrostito il beatissimo martire san Lorenzo. Tutte queste cose ho portato devotamente con me e le conservo con cura.

In verità il mio abate non ha mai gradito che io le mostrassi finché non fosse certificato che fossero vere, ma ora che hanno fatto miracoli e che sono pervenute lettere che ne attestano l’autenticità da parte del Patriarca, mi ha concesso di mostrarle. Siccome non mi fido a lasciarle in custodia ad altri, le porto sempre con me. La penna dell’angelo Gabriele è conservata in una cassetta, perché non si sciupi, e i carboni con cui fu bruciato san Lorenzo in un’altra. Ma sono a tal punto simili che mi capita spesso di scambiarle, e così mi è capitato. Perciò, io credevo di aver portato la cassetta con la penna invece ho portato quella con i carboni. Ma credo che in realtà non si sia trattato di errore, ma piuttosto certamente della volontà di Dio, e che Lui stesso abbia posto nelle mie mani la cassetta dei carboni, poiché rammento ora che la festa di San Lorenzo è tra due giorni. Così, volendo Dio che io alimentassi nelle vostre anime la devozione per il santo, mi ha fatto prendere non la penna, come era mia intenzione, ma i carboni benedetti su cui il santo fu martirizzato. E quindi, figlioli benedetti, scopritevi il capo e avvicinatevi devotamente per vederli. Ma prima voglio che sappiate che chiunque con questi carboni avrà il segno della croce, per tutto l’anno può essere sicuro che non si scotterà senza che lo senta. Dopo queste parole, cantando una lode a san Lorenzo, aprì la cassetta e mostrò i carboni. La stolta moltitudine li ammirò a lungo con reverenza, poi fece ressa attorno a frate Cipolla e, facendo doni più abbondanti del solito, lo imploravano di segnarli con i carboni. Di conseguenza frate Cipolla con i carboni in mano cominciò a tracciare croci a destra e a manca, sui camiciotti bianchi, sui farsetti e sui veli delle donne, affermando che quanto si consumavano a disegnare croci, tanto poi ricrescevano nella cassetta, come più volte aveva potuto verificare.

Così, non senza suo grandissimo guadagno aveva segnato con croci i contadini di Certaldo. E in questo modo, con la sua pronta reazione, si fece beffe di chi aveva creduto di poterlo beffare. I due giovani, che avevano assistito alla predica, che avevano sentito quale rimedio avesse trovato, come l’avesse presa da lontano e con quali parole, si smascellarono dalle risate. Dopo che il popolo se ne fu andato, si recarono da lui e allegramente gli rivelarono di avergli sottratto la penna e gliela resero. Con essa, l’anno seguente, fra Cipolla non guadagnò certo di meno di quel che avesse ottenuto quel giorno con i carboni.

[1] Lippo Topo: proverbiale personaggio di aneddoti e novelle.

[2] Si tratta anche di una perifrasi per indicare l’omosessualità.

[3] Pennati: doppio senso tra pennati (coltelli per potare) e pennuti, uccelli.

[4] Maso del Saggio: famoso burlone.

[5] Nonmiblasmete Sevoipiace: non mi biasimate per piacere.

[6] Verbum-caro-fatti-alle-finestre: storpiatura della frase evangelica “Verbum caro factum est” (Il Verbo si fece carne)