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Il surrealismo

Il surrealismo

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Il 17 gennaio 1920 Tristan Tzara arriva a Parigi. I suoi punti di riferimento sono Francis Picabia e un gruppo di giovani poeti che, scontenti delle tendenze classicistiche allora in voga nella letteratura, hanno fondato una rivista di avanguardia “Litérature”. La rivista, dal 1919 al 1921, è diretta, in collaborazione, da André Breton (1896-1966), Louis Aragon (1897-1982), Paul Eluard (1895-1952).

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Il Purgatorio

Il Purgatorio

catoneIl Purgatorio

(Purgatorium = che purifica)

Saliti attraverso uno stretto cunicolo che li conduce a rivedere la luce nell’emisfero meridionale, Dante e Virgilio si trovano su un’isola, su cui si eleva l’alta montagna del Purgatorio, di cui è custode Catone Uticense, che appare ai due poeti all’alba. (altro…)

L’Aktion T4: il progetto di eutanasia nazista

L’Aktion T4: il progetto di eutanasia nazista

Ausmerzen di Marco Paolini

  1. Le origini del concetto di eutanasia in Germania

Quando oggi discutiamo di eutanasia parliamo generalmente di un “diritto” del paziente, ci riferiamo cioè all’”eutanasia volontaria”. Nella Germania degli anni tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale si parlava di eutanasia in modo molto differente. Durante la Prima Guerra Mondiale vi fu un’impressionante impennata dei decessi dei malati cronici negli istituti di cura tedeschi. Con molta probabilità la scarsità di cibo causata dal conflitto aveva spinto molti medici ad affrettare la morte di una parte di queste cosiddette “bocche inutili”. Per certi versi si era creato in tal modo un terreno favorevole ad una sorta di “indifferenza” alla morte di individui definiti inguaribili. In questo clima trovò terreno fertile la teorizzazione di una “eutanasia di Stato”. Nel 1920 apparve un libro dal titolo “L’autorizzazione all’eliminazione delle vite non più degne di essere vissute”, di Alfred Hoche, uno psichiatra e Karl Binding, un giurista. Essi teorizzarono che il malato incurabile era da considerarsi non soltanto portatore di sofferenze personali ma anche di sofferenze sociali ed economiche: da un lato il malato provocava sofferenze ai suoi parenti, dall’altro sottraeva importanti risorse economiche, che sarebbero state più utilmente utilizzate per le persone sane. Lo Stato doveva farsi carico del problema: ucciderli avrebbe prodotto il duplice vantaggio di porre fine alle loro sofferenze, consentendo al tempo stesso una distribuzione più razionale ed utile delle risorse economiche.

  1. La psichiatria tedesca, l’eugenetica e l’eutanasia

Sin dai primi anni Venti, Adolf Hitler aveva teorizzato la necessità di proteggere la razza ariana germanica da tutti quei fattori di “corruzione” che avrebbero potuto indebolirla. Il nazismo predicava un progetto di “eugenetica” volto a potenziare i caratteri ereditari favorevoli (“eugenici”) e a eliminare quelli sfavorevoli (“disgenici”) per ottenere un miglioramento della “razza” germanica. All’interno di questo progetto di eugenetica non trovavano ovviamente posto i malati incurabili e i disabili fisici e psichici, considerati una minaccia non solo per l’economia tedesca ma per la razza tedesca. Buona parte del mondo psichiatrico tedesco si schierò con le teorie naziste: la psichiatria tedesca si arrese di fronte al progetto eugenetico nazista. La malattia mentale veniva ricondotta ad un puro problema di eredità genetica e veniva abbandonata l’idea di lottare contro la malattia, fornendo di fatto l’autorizzazione scientifica alla soppressione fisica dei malati in nome della purezza della razza.

  1. Sterilizzazione forzata e propaganda

Il primo passo verso l’attuazione del piano di eutanasia si ebbe nel 1933 con l’emanazione della “Legge sulla prevenzione della nascita di persone affette da malattie ereditarie”. Essa di fatto autorizzava la sterilizzazione forzata delle persone ritenute portatrici di malattie ereditarie. Il risultato pratico fu la sterilizzazione di più di 400.000 tedeschi in 12 anni. Parallelamente fu varata un’intensa campagna di propaganda volta a convincere il popolo tedesco della giustezza della sterilizzazione e dell’eutanasia: film, grandi mostre, periodici furono diffusi capillarmente. Dal punto di vista organizzativo fu creata la Direzione Sanitaria del Reich subordinata al Ministero degli Interni e guidata da Leonardo Conti e successivamente fu creata la “Commissione del Reich per la salute del popolo” che si dedicò all’organizzazione della propaganda nelle scuole, negli uffici pubblici e nel Partito Nazista. Ogni provincia fu dotata di un “Ufficio del Partito per la politica razziale” guidato da un esperto di eugenetica. La Direzione Sanitaria del Reich creò in tutta la Germania circa 500 “Centri di consulenza per la protezione del patrimonio genetico e della razza”. I medici che li dirigevano furono incaricati di raccogliere tutti i dati necessari per stimare quale parte della popolazione dovesse essere sterilizzata e controllare le nascite di bambini deformi o psichicamente disabili.

  1. Uccidere i bambini. La commissione per le malattie genetiche ed ereditarie

Il 18 agosto 1939 Conti emanò un provvedimento segreto noto con la sigla IV-B 3088/39-1079 Mi, secondo il quale i medici dei “Centri di consulenza” dovevano essere obbligatoriamente informati dagli ospedali e dalle levatrici della nascita di bambini deformi o affetti da gravi malattie fisiche o psichiche. Una volta informati, i medici convocavano i genitori, illustravano loro i grandi progressi della medicina tedesca e li convincevano ad autorizzare il ricovero dei loro figli nei “centri specializzati” per la cura delle malattie. Veniva sottolineata la possibilità di decessi visto il carattere sperimentale delle cure ma si invitavano i genitori ad autorizzare il ricovero anche in presenza di speranze di guarigione ridotte. Ottenuto il consenso i bambini venivano ricoverati in cinque centri: Brandenburg, Steinhof, Eglfing, Kalmenhof e Eichberg. Qui giunti i bambini venivano uccisi con una iniezione di scopolamina o lasciati progressivamente morire di fame. Non è possibile stabilire con assoluta precisione quanti bambini vennero uccisi negli Istituti ma sembra probabile che il numero ammonti a diverse migliaia.

  1. Hitler e l’eutanasia

A dare inizio al processo di eutanasia fu un ordine scritto di Adolf Hitler datato 1° settembre 1939 su carta intestata della Cancelleria. Il testo recitava:

“Il Reichsleiter Bouhler e il dottor Brandt sono incaricati, sotto la propria responsabilità, di estendere le competenze di alcuni medici da loro nominati, autorizzandoli a concedere la morte per grazia ai malati considerati incurabili secondo l’umano giudizio, previa valutazione critica del loro stato di malattia”.

Con questo ordine la macchina per l’eliminazione fisica dei disabili fisici e mentali trovava la sua copertura giuridica.

Il programma di eutanasia soltanto formalmente si rivolgeva ai disabili psichici e fisici. In realtà la sua applicazione si estese anche a quelle persone che, per stili di vita e comportamenti fuori della norma venivano considerati una “minaccia” biologica. Ogni comportamento non conforme alla logica nazista poteva essere sanzionato come pericoloso per il popolo tedesco. Di qui la necessità di eliminarlo dalle radici.

  1. Tiergartenstrasse 4

Subito dopo l’emanazione dell’ordine di Hitler Phillip Bouhler e Karl Brandt iniziarono ad organizzare la struttura che avrebbe dovuto condurre l’operazione di eliminazione. In primo luogo fu individuata la sede dell’organizzazione: a Berlino, al centro dell’elegante quartiere residenziale di Charlottenburg, fu espropriato un villino di proprietà di un ebreo. Lo stabile si trovava al civico numero 4 della Tiergartenstrasse. Proprio da questo indirizzo fu ricavato il nome in codice per l’operazione di eutanasia: “Aktion T4“.

  1. Tecnica dell’eliminazione: la prassi della “Aktion T4”

Nell’autunno del 1939 dalla sede di Berlino della T4 partirono questionari indirizzati agli istituti psichiatrici del Reich, ufficialmente per un censimento volto a conoscere le capacità lavorative dei malati. I direttori, temendo di perdere sussidi e manodopera, spesso accentuarono la gravità delle malattie, condannando così a morte, indirettamente, migliaia di malati. Quando i questionari tornavano indietro venivano fotocopiati ed esaminati da tre periti, i quali inviavano il proprio parere a un quarto perito supervisore, che decideva della vita o della morte del paziente.

Una volta decise le persone da eliminare la sede centrale di Berlino preparava delle liste di trasferimento che inviava ai singoli istituti avvertendo che si preparassero i malati per la partenza. Il giorno stabilito si presentavano uomini della “Società di Pubblica Utilità per il trasporto degli ammalati”. I pazienti venivano caricati su grossi pullman dai finestrini oscurati e trasportati in uno dei sei centri di eliminazione: Grafeneck, Bernburg, Sonnenstein, Hartheim, Brandenburg, Hadamar. In questi istituti erano stati predisposti camere a gas camuffate da sale docce e forni crematori per l’eliminazione dei cadaveri.

Ai parenti veniva inviata una lettera standard che annunciava la morte per una causa qualsiasi. Si avvertiva che per ragioni sanitarie il cadavere era stato cremato e si avvertiva che l’urna con le ceneri era a disposizione. Si precisava che i beni personali dovevano essere ritirati entro 14 giorni ma l’invio delle lettere era calcolato in modo tale che quando la notizia giungeva alla famiglia i termini utili erano già trascorsi.

  1. La resistenza al progetto di eutanasia

Il Programma T4 nel suo svolgimento tra il 1940 ed il 1941 pose fine alla vita di 70.273 persone classificate come “indegne di vivere”. Questa attività non poteva rimanere a lungo segreta. In primo luogo lo spostamento attraverso tutto il Reich di così tante persone non passò inosservata alle autorità giudiziarie. Il procuratore generale di Lipsia scrisse al Ministro della Giustizia Gürtner facendo notare l’insolito proliferare di necrologi che riferivano di morti improvvise avvenute nelle cliniche della morte. Identica iniziativa fu presa dal procuratore di Stoccarda. La faccenda era divenuta di dominio pubblico: i cittadini di Hadamar oramai sapevano perfettamente che il fumo nauseabondo che si alzava dal camino della clinica era il frutto della cremazione dei malati. Le Chiese, sia protestante che cattolica, iniziarono a far sentire la propria voce contro la pratica dell’eutanasia. Tra le tante voci che si levarono vi fu quella dell’arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen, che pronunziò un sermone durissimo il 3 agosto 1941. Parallelamente cresceva l’inquietudine della gente: sempre più numerosi erano i familiari che rifiutavano di consegnare i loro congiunti. Hitler di fronte alla marea di proteste decise di sospendere l’Aktion T4. L’azione di eutanasia era ufficialmente finita ma l’eliminazione dei “malati di mente” non era terminata.

  1. L’Aktion 14F13

Heinrich Himmler e le SS pur avendo infiltrato i propri uomini all’interno della Aktion T4 non avevano mai assunto un ruolo di guida. Himmler si stava concentrando sulla gestione dei campi di concentramento e sulla eliminazione degli ebrei a Oriente. Quando l’operazione eutanasia iniziò a entrare in crisi, Himmler ne approfittò per usare la struttura ai suoi fini.

Nella tarda estate del 1941 Himmler ordinò che i prigionieri affetti da malattie di mente dei campi di concentramento fossero sottoposti a controlli medici, con lo scopo di eliminare tutti quelli non in grado di lavorare. Secondo Himmler il personale medico incaricato di svolgere le “visite” doveva essere esterno per garantire maggiore affidabilità, perciò egli si rivolse a Philipp Bouhler chiedendogli di mettere a disposizione un gruppo di psichiatri esperti. Bouhler incaricò Viktor Brack di organizzare l’operazione: la commissione medica di esperti proveniva direttamente dalle fila della Aktion T4 ed ebbe come capo il professor Werner Heyde. Essa doveva recarsi nei campi di concentramento per visitare malati di mente, psicopatici e detenuti ebrei di tutti i campi di concentramento controllati dalle SS. L’intera operazione ebbe il nome di “Aktion 14F13” dalla sigla del formulario utilizzato nei campi per registrare i decessi. I “selezionati” dovevano essere inviati nelle cliniche di eliminazione e gasati. Non è possibile stabilire quante persone furono uccise nel quadro della Aktion 14F13. Occorre tenere presente che nell’ambito della operazione venivano eliminate persone non affette da nessuna malattia. In più le visite della commissione si svolgevano in modo assolutamente approssimativo e superficiale.

  1. L’eutanasia come “scuola dello sterminio”

Il programma di eutanasia condotto verso i bambini disabili fu attuato utilizzando iniezioni letali di scopolamina, morfina e barbiturici. Le enormi quantità di questi medicinali venivano fornite con tutta la discrezione necessaria dall’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich (RSHA) vale a dire dalle SS. L’eutanasia degli adulti pose un problema per certi versi nuovo: come uccidere grandi masse di uomini in modo sbrigativo e privo di controindicazioni? La soluzione cadde sull’utilizzo del gas. Nel gennaio 1940 il metodo fu sperimentato per la prima volta nella clinica di Brandenburg. Da allora l’uso delle camere a gas camuffate da docce si diffuse. I cadaveri venivano poi affidati agli addetti alle caldaie che li bruciavano nei forni crematori. Queste stesse modalità furono poi utilizzate nei campi di sterminio, per questo motivo si può affermare che l’Aktion T4 fu la “palestra” che avrebbe preparato al massacro nei campi.

Quando nell’agosto del 1941 l’operazione di eutanasia verso gli adulti fu sospesa, il personale e i mezzi tecnici furono impiegati immediatamente per l’inizio della “soluzione finale”. Il personale dell’operazione T4 fu inviato in Polonia dove creò i più terribili campi di sterminio:Treblinka, Sobibor e Belzec. Frattanto l’eutanasia continuò sino alla fine della guerra: nei campi con l’operazione 14F13, nelle cliniche con l’eliminazione dei bambini disabili e attraverso la cosiddetta “eutanasia selvaggia”, cioè l’eliminazione dei malati senza alcuna autorizzazione.

  1. Studiare il cervello: il Kaiser Wilhelm Institut

Il Centro per lo Studio del Cervello del “Kaiser Wilhelm Institut” era stato negli anni precedenti la guerra una delle istituzioni mediche internazionali più rinomate. Nel 1937 a capo del Dipartimento di Istopatologia Cerebrale fu nominato il professor Julius Hallervorden. Intorno ad Hallervorden si formò presto un gruppo di studiosi e di studenti interessati all’idiozia, alla sindrome di Down, e ad altre malattie congenite. L’occasione per poter sperimentare con un vasto numero di reperti non poteva essere perduta. Insieme con il suo tecnico di fiducia, Heinrich Bunke, Hallervorden lavorò alla rimozione dei cervelli nei centri di eliminazione. Hallervorden diresse personalmente la selezione di alcuni bambini per essere certo che le loro malattie coincidessero con i suoi studi. Poco soddisfatto dei referti medici sulle malattie dei bambini esaminò dettagliatamente 33 bambini e adolescenti prima che venissero uccisi a Brandenburg. Non si trattava di individui “mentalmente morti” come gli assassini indicavano le loro vittime, ma ragazze e ragazzi che in alcuni casi frequentavano la scuola speciale a Brandenburg-Gorden e provenivano da famiglie con difficoltà sociali. All’arrivo dei Sovietici l’Istituto di Ricerca sul Cervello fu spostato a Frankfürt an der Oder e ribattezzato “Max Planck Institut”, dove dopo la guerra Hallervorden lavorò come neuropatologista.

Sinistra storica e crisi di fine ‘800.

Sinistra storica e crisi di fine ‘800.

La Sinistra al governo

Un parziale ricambio nella classe dirigente avvenne con le elezioni del 1876, vinte dalla cosiddetta Sinistra storica. Si trattava di uno schieramento di notabili borghesi meno conservatore della Destra, che sosteneva la necessità di moderate riforme e di un intervento dello Stato in campo economico e sociale. Il programma dello schieramento di Sinistra, guidato da Agostino Depretis, prevedeva l’allargamento del diritto di voto, l’estensione dell’istruzione, l’introduzione di forme di decentramento. I primi governi della Sinistra, guidati da Agostino Depretis, introdussero l’istruzione elementare obbligatoria dai sei ai nove anni (legge Coppino). Con la riforma elettorale del 1882 la Sinistra fece approvare un parziale allargamento del corpo elettorale, che fece salire da 600.000 a due milioni circa il numero degli italiani aventi diritto al voto. Per realizzare il programma, in occasione delle elezioni del 1882, Depretis varò un accordo con la Destra di Minghetti che puntò a costituire una grande maggioranza di centro, da cui rimasero escluse le ali estreme dello schieramento politico. Questa prassi divenne presto nota col nome di “trasformismo”.

Francesco Crispi

Dal 1887 al 1896, salvo un’interruzione di due anni, fu presidente del Consiglio Francesco Crispi, un ex-democratico protagonista del Risorgimento, che non nascose le sue simpatie per il conservatorismo autoritario ed efficientista del cancelliere tedesco Bismarck (“cancelliere di ferro”). In politica interna egli cercò di rafforzare l’autorità dello Stato, con la decisa repressione dei conflitti sociali. Di fronte a un forte malcontento popolare in Lunigiana e al sorgere del movimento dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia, egli proclamò lo stato d’assedio e varò una legislazione antisocialista. Crispi realizzò al tempo stesso un’opera di rinnovamento con il varo del codice sanitario, della riforma degli enti locali e del nuovo codice penale(codice Zanardelli, 1890). In politica estera Crispi rinnovò la Triplice alleanza con Austria e Germania e mirò a un’espansione coloniale dell’Italia in Africa orientale, che però si scontrò con la forte resistenza etiope: l’esercito italiano fu pesantemente sconfitto ad Adua (1896). La reazione della pubblica opinione fu vivissima: Crispi dovette dimettersi e il nuovo primo ministro, Antonio Di Rudinì, fu costretto a firmare la pace con l’Etiopia.

La crisi di fine secolo

Di fronte alla crisi politica e sociale di fine secolo la Destra liberale propose soluzioni autoritarie. Il marchese Di Rudinì cercò di frenare i moti di piazza attraverso lo stato d’assedio: a Milano il generale Bava Beccaris fece sparare sulla folla che reclamava pane e lavoro, provocando una strage. Luigi Pelloux, successore di Di Rudinì, cercò di imporre al parlamento il varo di leggi eccezionali limitative delle libertà. La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C’era il rischio che prevalesse un governo reazionario. L’attentato in cui morì il re Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 da un anarchico, rese più tesa la situazione. D’altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta democratica. Nel 1901 il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione, così come Giovanni Giolitti, ministro degli Interni, che divenne primo ministro nel 1903 e mantenne la massima carica politica fino al 1913, salvo brevi interruzioni. Giolitti avviò una linea di confronto con il movimento operaio e socialista, con l’obiettivo di fare prevalere al suo interno le componenti più moderate.

Lo sviluppo industriale

Negli ultimi anni dell’Ottocento l’Italia fu afflitta da un’emigrazione di massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe e in altri stati europei. In quel periodo l’Italia fece anche un decisivo passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di rapida industrializzazione, favorita dall’adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti concessi dallo Stato e da alcune importanti banche (Banca Commerciale Italiana, Credito italiano). L’industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella siderurgia (gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15.000 a 50.000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest’ultima sembrava risolvere una delle debolezze dell’Italia, paese privo di materie prime essenziali come il carbone e il ferro. Utilizzando l’acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu possibile ottenere energia senza dipendere dall’estero per l’acquisto del carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da 100 a 4.000 milioni di kWh. L’industria tessile mantenne una posizione di rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello internazionale. Anche l’industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l’economia conservava forti squilibri tra il Nord del paese, industrializzato e moderno, e il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo.

 

I problemi post unitari

I problemi post unitari

La politica della Destra storica

Dal 1861 al 1876 al governo furono nominati uomini della cosiddetta Destra storica, moderati e conservatori che si consideravano eredi politici di Cavour e che avviarono il processo di unificazione istituzionale del paese. Il processo di unificazione nazionale si realizzò in un primo tempo attraverso un’estensione della legislazione piemontese. Lo schieramento conservatore al governo subordinò al sistema dei prefetti gli ordinamenti del potere locale (legge Rattazzi). La grande influenza del modello statale francese suggerì di preferire un sistema di governo molto centralizzato. Inoltre, il governo tentò di estendere l’istruzione (legge Casati) e mise in vendita i beni ecclesiastici; ma soprattutto si preoccupò di dotare il paese della necessaria base infrastrutturale, attraverso la costruzione di una fitta rete ferroviaria nazionale. In campo economico la Destra attuò una politica di libero scambio (liberismo) e suo obiettivo principale fu quello del pareggio del bilancio dello Stato. Il ministro delle Finanze Sella vi riuscì nel 1875, attraverso una severa azione fiscale, che comportò il ripristino dell’impopolare tassa sul macinato, che fu causa di malcontento e di rivolte popolari.

La questione meridionale

Nel corso degli anni ’60 si fece strada la consapevolezza dell’arretratezza in cui si trova il Meridione rispetto al Settentrione del paese. Il fenomeno del brigantaggio, tra il 1860 e il 1865, e una rivolta popolare a Palermo, scoppiata nel 1866, mostrarono il disagio delle popolazioni meridionali. La vendita delle terre demaniali ed ecclesiastiche subirono forti ritardi, mentre l’introduzione nel 1868 della tassa sul macinato e della leva obbligatoria rese impopolare il nuovo Stato italiano.

La questione cattolica

Il governo italiano, fedele all’ideale risorgimentale di delineare una “libera Chiesa in libero Stato”, il 13 maggio 1871 varò la legge delle guarentigie che offrì un sistema di garanzie alla Chiesa, ma le rigide posizioni del papa Pio IX non giovarono al dialogo tra laici e cattolici, tanto più che egli vietò ai cattolici di partecipare alla vita politica (non expedit).