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Lafargue, Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria!

Lafargue, Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria!

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Paul Lafargue, Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria!

Citazioni da: Lafargue, Diritto all’ozio
 
E gli economisti continuano a ripetere agli operai: «Lavorate per la crescita della ricchezza sociale!». Eppure un economista, Destutt de Tracy, risponde loro:
È nelle nazioni povere che il popolo sta bene; nelle nazioni ricche, di regola è povero.
Lavorate, lavorate proletari, per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali, lavorate, lavorate: diventando più poveri, avrete più ragioni per lavorare ed essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.
Dal momento che, dando credito alle parole menzognere degli economisti, i proletari si sono dati anima e corpo al vizio del lavoro, non fanno che precipitare la società intera in quelle crisi industriali di sovrapproduzione che sconvolgono l’organismo sociale. Allora, per eccesso di merci e penuria di compratori, le fabbriche chiudono e la fame sferza la popolazione operaia con la sua frusta dalle mille code.
Di fronte a questa duplice follia dei lavoratori, di ammazzarsi di superlavoro e vegetare nell’astinenza, il grande problema della produzione capitalista non è più quello di trovare dei produttori e moltiplicare le loro forze, ma quello di scoprire dei consumatori, di eccitare i loro appetiti e di creare in loro dei falsi bisogni. Poiché gli operai europei, tremanti per il freddo e per la fame, rifiutano di indossare le stoffe che tessono, di bere i vini che producono, i poveri imprenditori devono correre agli antipodi, a rotta di collo, per cercare chi se le metta addosso e chi se li beva: sono centinaia di milioni e di miliardi che l’Europa esporta ogni anno ai quattro angoli del mondo a popolazioni che non sanno che cosa farsene.
Ma tutto è inutile: borghesi che si rimpinzano, classe domestica che diventa più numerosa della classe produttiva, nazioni straniere e barbare che vengono riempite di merci europee; niente, niente riesce a smaltire le montagne di prodotti che si ammucchiano più alte e più enormi delle piramidi d’Egitto: la produttività degli operai europei sfida ogni consumo, ogni spreco. Gli imprenditori, impazziti, non sanno più dove sbattere la testa, non sanno più dove trovare la materia prima per soddisfare la passione sregolata e depravata dei loro operai per il lavoro. Nei nostri distretti lanieri si sfilacciano gli stracci sudici e quasi marci e se ne fanno delle stoffe cosiddette rigenerate, che durano quanto le promesse elettorali; a Lione, invece di lasciare alla fibra serica la sua semplicità e la sua naturale morbidezza, la si carica di sali minerali che aumentandone il peso la rendono friabile e di breve durata. Tutti i nostri prodotti sono adulterati per facilitarne il logoramento e abbreviarne l’esistenza.
La nostra epoca sarà chiamata l’età della falsificazione, proprio come le prime epoche dell’umanità sono state chiamate età della pietra, età del bronzo, dal carattere della loro produzione. Degli ignoranti accusano di frode i nostri pii industriali, quando in realtà l’intento che li anima è di dare lavoro agli operai, che non sanno rassegnarsi a vivere con le braccia incrociate. Queste falsificazioni, che hanno come unico movente un sentimento umanitario ma procurano superbi profitti agli imprenditori che le praticano, se sono disastrose per la qualità delle merci, se sono una fonte inesauribile di spreco del lavoro umano, testimoniano la filantropica ingegnosità dei borghesi e l’orribile perversione degli operai che, per appagare il loro vizio del lavoro, obbligano gli industriali a soffocare le proteste della loro coscienza e perfino a violare le leggi dell’onestà commerciale.
Eppure, nonostante la sovrapproduzione di merci, nonostante le falsificazioni industriali, gli operai ingombrano innumerevoli il mercato implorando: «lavoro! lavoro!». La loro sovrabbondanza dovrebbe costringerli a frenare la loro passione, e invece la porta al parossismo. Appena si presenta una possibilità di lavoro, ci si avventano sopra; e allora eccoli reclamare dodici, quattordici ore di fatica per sentirsi sazi, per poi essere gettati sul lastrico il giorno dopo, senza più niente per alimentare il loro vizio. Ogni anno, in tutte le industrie, la disoccupazione ritorna con la regolarità delle stagioni. Al superlavoro che strazia l’organismo segue il riposo assoluto per due mesi o quattro; e niente lavoro, niente brodaglia.
Poiché il vizio del lavoro è diabolicamente radicato nel cuore degli operai, poiché le sue esigenze soffocano ogni altro istinto naturale, poiché la quantità di lavoro richiesta dalla società è necessariamente limitata dal consumo e dalla disponibilità di materie prime, perché divorare in sei mesi il lavoro di tutto un anno? Perché non distribuirlo uniformemente nei dodici mesi e obbligare ogni operaio ad accontentarsi di sei o cinque ore al giorno nel corso dell’anno, invece di prendere indigestioni di dodici ore in sei mesi? Rassicurati sulla loro parte quotidiana di lavoro, gli operai non saranno più prigionieri delle gelosie reciproche, non si combatteranno più per strapparsi il lavoro di mano e il pane di bocca. Allora, non più sfiniti nel corpo e nello spirito, cominceranno a praticare le virtù dell’ozio.
«Lavoriamo, lavoriamo per accrescere la ricchezza nazionale». Che idioti! È perché lavorate troppo che l’apparato industriale si sviluppa lentamente.
In regime di ozio, per ammazzare il tempo che ci uccide secondo per secondo, ci saranno in continuazione spettacoli e rappresentazioni teatrali; è un lavoro già trovato per i nostri borghesi legislatori: saranno organizzati in compagnie di giro, a dare rappresentazioni legislative per fiere e villaggi. I generali, in stivali alla scudiera, il petto gallonato di stringhe, patacche e croci della Legion d’onore, andranno per strade e piazze a raccogliere il pubblico.
All’interno del baraccone si comincerà con la Farsa elettorale. Di fronte agli elettori con teste di legno e orecchie d’asino, i candidati borghesi vestiti da pagliacci balleranno la danza delle libertà politiche, pulendosi la faccia e il culo con i loro programmi elettorali dalle mille promesse, e parlando con le lacrime agli occhi delle glorie della Francia; e le teste degli elettori a ragliare in coro: hihò hihò…
Poi avrà inizio la grande opera teatrale Il furto dei beni della nazione.
La Francia capitalista, femmina enorme, dalla faccia pelosa, calva, sformata, le carni flaccide, gonfie, giallastre, gli occhi spenti e assonnati, se ne sta sdraiata su un divano di velluto; ai suoi piedi il Capitalismo industriale, gigantesco organismo di ferro con maschera scimmiesca, divora meccanicamente uomini, donne, bambini le cui grida lugubri e strazianti riempiono l’aria; la Banca, muso di faina, corpo di iena e grinfie d’arpia, gli sfila di tasca con abilità le monete da cento soldi. Orde di miserabili proletari, macilenti, stracciati, scortati da gendarmi con la spada sguainata, incalzati da furie che li sferzano con la frusta della fame, portano ai piedi della Francia capitalista montagne di merci, barili di vino, sacchi d’oro e di grano.
Se, sradicando dal proprio cuore il vizio che la domina e ne avvilisce la natura, la classe operaia si sollevasse con la sua forza terribile, non per reclamare i Diritti dell’uomo, che non sono altro che i diritti dello sfruttamento capitalistico, non per reclamare il Diritto al lavoro, che non è altro che il diritto alla miseria, ma per forgiare una legge inderogabile che proibisca a ognuno di lavorare più di tre ore al giorno, la Terra, la vecchia Terra, fremente di gioia sentirebbe nascere in sé un nuovo universo… Ma come chiedere a un proletariato corrotto dalla morale capitalista una risoluzione virile?
Come il Cristo, dolente personificazione della schiavitù antica, gli uomini, le donne, i bambini del proletariato ascendono penosamente da un secolo il duro calvario del dolore: da un secolo il lavoro forzato spezza le loro ossa, strazia le loro carni, attanaglia i loro nervi; da un secolo la fame torce le loro viscere e rende allucinati i loro cervelli!… Ozio, abbi pietà della nostra lunga miseria! Ozio, padre delle arti e delle nobili virtù, sii il balsamo delle angosce umane!

 

https://www.fondowalterbinni.it/biblioteca/Lafargue.pdf 

da https://www.marxists.org/italiano/lafargue/ozio.htm

Pubblicato sul periodico parigino «L’Égalité» in forma di articoli dal 23 giugno al 4 agosto 1880.
Paul Lafargue, Il diritto all’ozio. La religione del Capitale, a cura di Lanfranco Binni, Firenze, Il Ponte Editore, 2015. Trascritto da Leonardo Maria Battisti su licenza concessa dal Fondo Walter Binni, febbraio 2019.

 

Dall’Introduzione di Lanfranco Binni

Lafargue confuta il «diritto al lavoro» rivendicato dai dirigenti riformisti del movimento operaio: nelle condizioni del capitalismo il lavoro è schiavitù e abbrutimento. Al lavoro da schiavi e alle sue catene di comando è necessario opporre l’ozio attivo, la non collaborazione, l’autonomia, la coscienza di classe, la piena occupazione nella progettazione e nell’organizzazione della Rivoluzione. Il lavoro come libero sviluppo delle potenzialità umane potrà realizzarsi solo in società liberate dal modo di produzione capitalistico.
Nel programma del Partito operaio fondato in Francia nel 1880, redatto da Lafargue, Jules Guesde e Marx, si rivendica la riduzione della giornata di lavoro a otto ore per gli adulti, sei giorni su sette, proibendo il lavoro dei bambini e dei ragazzi sotto i quattordici anni. 
Nel 1880 il ragionamento tutt’altro che provocatorio di Lafargue nel Diritto all’ozio è questo: le «nuove tecnologie» del macchinismo industriale rendono possibile la riduzione della giornata di lavoro a tre ore, pena una sovrapproduzione di merci che ben presto saturerà i mercati vecchi e nuovi, rendendo inevitabili crisi capitalistiche, guerre interimperialistiche, devastazioni e nuove povertà negli stessi paesi industriali. Invece di restare prigioniero del dogma del lavoro, il proletariato farà bene a liberare il proprio tempo per cambiare radicalmente rotta. L’ozio di cui parla Lafargue è l’otium latino, lo spazio del pensiero e della vita attiva, per una diversa operosità, per il libero sviluppo delle potenzialità umane represse dal dominio capitalistico. 

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