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Joseph Sheridan Le Fanu, Carmilla

Joseph Sheridan Le Fanu, Carmilla

carmillaJoseph Sheridan Le Fanu, Carmilla

 

Rielaborazione dall’’introduzione al volume scritta da Valerio Evangelisti.

L’autore Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873) è stato nella vita un personaggio mite e conservatore, senza passioni evidenti e dall’esistenza quotidiana tendente alla banalità. Irlandese protestante di origini francesi, direttore di periodici reazionari che non hanno lasciato il segno e, malgrado il soprannome suggestivo (Principe Invisibile) di cui si fregiava nella società dublinese, confinatosi, dopo la vedovanza, in una solitudine che poco aveva di principesco. A questo fautore della società vittoriana in terra d’Irlanda dobbiamo la sorprendente creazione di una vampira adolescente esplicitamente lesbica, capace di risvegliare pruriti sessuali.

 

La trama:

Carmilla di Sheridan Le Fanu è ambientato in un castello di Stiria, presso una chiesa barocca in rovina, dove giacciono le tombe dell’estinta famiglia Karnstein. Nel castello vivono un ufficiale in pensione e sua figlia Laura. È lei a raccontare la storia in prima persona. Con loro abitano una governante e un’istitutrice francese. Essi vivono molto isolati e questo spiega la gioia della giovane padroncina del castello apprendendo che verrà a fare loro visita un amico che vive poco lontano: il generale Spielsdorf. Ma questi declina l’invito, in quanto la sua giovane nipote è morta improvvisamente. Il generale ha scritto una lettera oscura, nella quale afferma di sapere tutto, troppo tardi e giura che consacrerà il resto dei suoi giorni alla caccia del mostro che ha fatto morire la nipote. Un mattino, la solitudine del castello viene interrotta dall’arrivo di una carrozza; questa si rovescia sulla strada e la gente del castello corre in aiuto degli occupanti. Sono due donne: l’una seducente, di non più di diciannove anni; l’altra dice di essere la madre della prima. Impegni obbligano la signora più anziana a ripartire subito, prima che la figlia si riprenda dallo choc; il padrone del castello si offre di ospitare la giovane per tutto il tempo che le sarà necessario a riprendersi. La madre parte, mentre Carmilla – la graziosa ospite – si intrattiene al castello e diventa amica di Laura. Le due ragazze sono attratte l’una verso l’altra da un sentimento morboso; entrambe ricordano di aver sognato molte volte la compagna, prima di conoscerla. Carmilla dimostra ben presto delle curiose attenzioni per l’amica; parlando del suo affetto, la bacia e l’abbraccia, appassionatamente. L’altra è attratta e nello stesso tempo turbata da quei rapporti che non le sembrano normali. “Tu devi essere mia, solo mia”, le mormora Carmilla, baciandola sulle labbra.

Carmilla alterna a periodi di spensieratezza e di vivacità, altri di depressione e di sconforto. Il funerale della figlia di un guardacaccia, morta improvvisamente, la mette in crisi e le fa pronunciare parole cattive. Pare che ci sia una misteriosa epidemia nei dintorni; molte giovani donne muoiono, dopo aver avuto paurose allucinazioni ed essersi sentite afferrare alla gola. Intanto, Laura ha l’occasione di vedere un vecchio quadro, appartenuto ai Karnstein; in una donna ritratta (Millarca Karnstein, 1698) ravvisa una straordinaria rassomiglianza con Carmilla. Carmilla ammette di discendere dai Karnstein e la narratrice decide di mettere il quadro, che le piace molto, in camera sua. Una notte, mentre dorme, Laura prova una strana angoscia: si desta e le pare di vedere una figura femminile presso il suo letto. Ma l’ombra svanisce. Ora, Laura è tormentata ogni notte da incubi, ha paura, deperisce. Si sveglia debole, senza alcuna energia, ha dei segni sulla gola. Il medico che la visita li esamina dubbioso; Laura gli dice che le pare di aver sognato due aghi che le foravano la pelle. Il padre di Laura è impressionato; egli dubita il peggio e chiama Spielsdorf. Questi non mette in dubbio che Laura sia colpita dallo stesso male che ha condotto alla tomba la sua nipotina. Insieme al castellano, si reca alle tombe dei Karnstein, “per compiere un pio sacrilegio che libererà la terra da certi mostri”.

II generale narra di sua nipote, di come conobbe una strana ragazza di nome Millarca e ne divenne amica. Anche lei cominciò ad avere incubi, a essere morsa, a deperire. Spielsdorf vuole recarci alla chiesa barocca, disseppellire la contessa Millarca, morta più di un secolo prima, e mozzarle la testa. Egli sa che il villaggio fu abbandonato per colpa dei vampiri Karnstein, che uscivano dalle loro tombe per succhiare il sangue dei vivi. I cadaveri furono esumati, decapitati, trafitti con le picche e bruciati, ma la tomba di Millarca non venne trovata. Ormai, è chiaro che Millarca è ancora in vita, sotto le sembianze di Carmilla; essa continua ad abbeverarsi alle gole per non perire. Carmilla, intuito che si sospetta di lei, è scomparsa. Ma il generale ricorre a un misterioso straniero, il barone di Vordenburg, uno specialista di vampiri. Sarà lui a ritrovare il sepolcro di Millarca, dove Carmilla si cela, e a trafiggere con un palo aguzzo il petto del vampiro, che muore con un urlo acuto.

Carmilla non è vampiro notturno, bensì solare. Il suo pallore è dovuto non già a un’esistenza umbratile, ma alla semplice circostanza di essere morta ormai da qualche secolo (per l’esattezza, dal 1698). Per il resto, si muove con disinvoltura sui prati, in pieno giorno, e ama le passeggiate all’aperto. Solo quando si trova in pericolo, trova rifugio in una bara colma di sangue. Il suo habitat naturale però non è fra le tombe e le ragnatele. Lei cerca la bellezza, ed è di quella che si nutre fino a dissanguarla.

O forse è meglio dire che insegue il piacere, di cui la bellezza è un tramite. Le Fanu collega per primo vampirismo e sensualità e assegna a Carmilla, o Mircalla o Millarca compiti di iniziazione nei confronti di Laura, la giovinetta ingenua e un po’ goffa che, ultima di una serie, cade sotto il suo influsso.

Le Fanu, dati i tempi in cui scrive (il racconto è del 1871), non può dirci tutto. Tuttavia ci sussurra che Laura giunge inizialmente a congetturare che Carmilla sia un maschio travestito, tanta è la frequenza con cui l’abbraccia e bacia. Laura apprende da Carmilla la nozione di amore carnale. Il paradosso sta nel fatto che chi l’ammaestra è un’ombra.

Come si legge nel racconto di Le Fanu, gli appetiti di Carmilla non sono equamente distribuiti. Verso i contadini, per esempio, ha un’invincibile ripugnanza, che confina con l’odio. Del sangue di alcuni di loro si ciba, sì, ma è un pasto consumato in fretta, tanto per tenersi in piedi. Antitetici ai suoi canoni di bellezza, non li destina né al piacere né alla morte vivente, non li vuole trasformare a loro volta in vampiri. Li spedisce sottoterra e non se ne cura oltre.

La nostra vampira instaura rapporti amorosi destinati a durare oltre la vita solo con appartenenti alla sua stessa classe aristocratica. Laura dice di non essere ricca però vive in un castello e la sua famiglia gode di una rendita, seppur modesta. Le turbe morbide e perverse di Carmilla trovano un ostacolo invalicabile nel dottor Martin Hesselius (una specie di Van Helsing): un borghese piuttosto ricco, ma pur sempre un borghese, che della caccia ai vampiri ha fatto la propria vocazione. E qual è il sistema che Hesselius suggerisce, per lo sterminio dei suoi nemici mortali? Il rude paletto nel cuore può funzionare ma serve di più: il taglio della testa. Il tipo di condanna che la borghesia ha utilizzato per sbarazzarsi degli aristocratici, della loro potenza e del loro sensuale sfinimento.