Crea sito
Guy de Maupassant, Una scampagnata

Guy de Maupassant, Una scampagnata

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Guy de Maupassant (1850–1893) 

nasce a Chateau de Miromesnil, in Normandia, nel 1850 da una famiglia di piccola nobiltà terriera; muore a Parigi nel 1893. Vive un’infanzia segnata dai continui litigi dei genitori.

Dal padre sia Guy che il fratello Hevré ereditano una malattia venerea che li condurrà entrambi alla follia e alla morte.

Conclusi gli studi liceali, partecipa alla guerra franco-prussiana, da cui trae materiale per i suoi racconti. Ritornato a Parigi, si impiega al Ministero della Marina.

L’ultima fase della sua vita è segnata dall’acuirsi della malattia contratta dal padre, che lo porterà a un tentativo di suicidio e al ricovero in una clinica psichiatrica di Parigi.

In gioventù fa parte del circolo letterario che si raccoglie intorno al celebre romanziere francese Gustave Flaubert, intimo amico di famiglia, il quale dà a Maupassant preziosi consigli sull’arte della scrittura. Nel 1880 esce la sua prima novella Palla di sego, nel volume Le serate di Médan.

Nei tredici anni che seguono scrive oltre duecento novelle e i romanzi Una vita (1883) e Bel-Ami (1885), in una prosa semplice e diretta, tra realismo e proiezioni nel fantastico.

La lunga novella Una scampagnata inizia inquadrando immediatamente l’oggetto della narrazione: una merenda sulla Senna, alla periferia di Parigi. L’incontro della famiglia Dufour con due giovani canottieri crea l’occasione per una piccola “scappatella” extraconiugale da parte della madre e per un’avventura prematrimoniale per la figlia. Poi tutto si ricompone, in un borghese equilibrio di convenienze. Eppure…

Il racconto, Une partie de campagne, pubblicato sulla rivista La Vie Moderne nel 1881 fu ripubblicato, quasi senza correzioni, in La Maison Tellier, pochi mesi dopo. Il ricordo degli anni spensierati della giovinezza, intriso di gustosa ironia, è alla base della narrazione che giunge con naturalezza a una pessimistica conclusione. Jean Renoir (1946) ne ha tratto il bel film Une partie de campagne con Jane Marken. Sylvie Bataille, Georges Darnoux e lo stesso regista.

 

Maupassant, Una scampagnata

Erano cinque mesi che avevano progettato di andare a mangiare alla periferia estrema di Parigi, il giorno dell’onomastico della signora Dufour, che si chiamava Petronille. E così quella mattina, dopo aver atteso per tanto tempo quella scampagnata, tutti s’erano alzati molto presto.

scampagnataIl signor Dufour s’era fatto prestare la carretta del lattaio e la guidava personalmente. Era a due ruote e faceva la sua figura. Il tetto, fissato su quattro aste di ferro, aveva ai lati delle tendine che erano state tirate indietro per permettere di ammirare il paesaggio. La tenda di dietro ondeggiava al vento come una bandiera. La moglie, accanto al coniuge, si spampanava tutta in un vestito color ciliegia davvero fuor del comune. Dietro, su due sedie, c’erano la vecchia nonna e una ragazza. E dietro ancora spuntavano i capelli biondastri d’un giovanotto, che in mancanza di sedie, s’era accomodato sul fondo, lasciando spuntar solamente la testa.

Percorsa l’avenue des Champs-Elysées e oltrepassate le fortificazioni della porta Maillot, s’erano messi a guardare il panorama.

Arrivato al ponte di Neuilly il signor Dufour aveva detto:

«Eccoci finalmente in campagna!».

E sua moglie, a quel segnale, s’era intenerita sulla natura. […]

Il sole cominciava a scottare la faccia; la polvere riempiva continuamente gli occhi, e ai due lati della strada si apriva una campagna interminabilmente nuda, sporca e puzzolente. La si sarebbe detta devastata da una lebbra che rodeva persino le case, poiché alcuni scheletri di edifici cadenti e abbandonati, oppure miseri tuguri incompiuti per mancati pagamenti ai costruttori, mostravano quattro muri senza tetto.

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Di quando in quando, sul suolo sterile spuntavano alte ciminiere di fabbriche, sola vegetazione di quei campi putridi dove il venticello primaverile diffondeva un profumo di petrolio e di schisto frammischiato a un altro odore ancor meno gradevole.

Avevano infine varcata una seconda volta la Senna, e sul ponte era stato un incanto. Il fiume splendeva di luce; se ne sprigionava un vapore risucchiato dal sole, e si provava una dolce quiete, una freschezza che faceva bene ai polmoni: un’aria più pura, insomma, che non aveva raccolto il fumo nero delle officine o i miasmi dei canali di scolo.

Un passante aveva detto il nome del paese: Bezons.

La carretta si fermò, e il signor Dufour si mise a leggere l’insegna invitante d’un’osteria: Trattoria Poulin, zuppe e fritture di pesce, saloni per banchetti, giardino e altalene.

«Allora, signora Dufour, che te ne pare? Ti decidi o no?»

La moglie lesse a sua volta: Trattoria Poulin, zuppe e fritture di pesce, saloni per banchetti, giardino e altalene.

Poi guardò a lungo la casa.

Era un’osteria di campagna, bianca, e sorgeva sul margine della strada. Dalla porta aperta si vedeva lo zinco brillante del banco davanti al quale stavano due operai vestiti a festa.

Finalmente la signora Dufour si decise: «Sì, va bene», disse. «E poi c’è una bella vista.»

La carretta entrò in un vasto terreno con grandi alberi che si estendeva dietro l’osteria e che soltanto il sentiero dell’alzaia[1] separava dalla Senna. Allora smontarono. Il marito balzò a terra per primo, poi aperse le braccia per ricevere la moglie. Il predellino, sostenuto da due bracci di ferro, era assai discosto, così che per arrivarvi la signora Dufour dovette lasciar vedere l’estremità d’una gamba la cui primitiva finezza spariva ormai sotto un’invasione di grasso cadente dalle cosce.

Il signor Dufour, che la campagna eccitava già, le dette un bel pizzicotto sul polpaccio, poi, prendendola sotto le ascelle, la depose pesantemente a terra come un enorme fagotto.

Ella ebbe cura di spolverare con la mano la sua veste di seta, poi guardò il luogo dove si trovava.

Era una donna di trentasei anni, carnosa, fiorente e di piacevole aspetto. Respirava a fatica, soffocata dalla eccessiva stretta del busto: e la pressione di quell’arnese spingeva sino al doppio mento la massa gelatinosa del petto sovrabbondante.

Poi la ragazza, posta una mano sulla spalla del padre, saltò leggermente da sola. Il giovanotto dai capelli biondi era sceso mettendo un piede sulla ruota, e ora aiutava il signor Dufour a scaricare la nonna.

Staccarono il cavallo, che fu legato a un albero; e la vettura cadde in avanti con le stanghe in giù. Gli uomini, toltisi la giacca, si lavarono le mani in un secchio d’acqua, poi raggiunsero le loro dame che già avevano preso possesso delle altalene.

La signorina Dufour si studiava di dondolarsi stando in piedi, da sola, senza riuscire a darsi uno slancio sufficiente. Era una bella figliola tra i diciotto e i vent’anni: una di quelle donne che incontrate per strada suscitano un improvviso desiderio e lasciano fino a sera un vago turbamento e un’eccitazione dei sensi. Alta, sottile di vita e larga di fianchi, aveva una pelle scura, occhi grandissimi, capelli nerissimi. Il suo abito disegnava nettamente la soda pienezza delle forme, accentuata maggiormente dagli sforzi delle reni per prender quota. Le braccia tese tenevano le corde al di sopra della testa, cosicché i seni si ergevano, senza una scossa, ad ogni nuovo impulso. Il cappello, rapito da un colpo di vento, era caduto alle sue spalle: e l’altalena si lanciava a poco a poco, mostrando a ogni ripresa fino al ginocchio le gambe affusolate della ragazza, e gettando in faccia ai due uomini, che la guardavano ridendo, le ventate della sua sottana, più inebrianti che i vapori del vino.

Seduta sull’altra altalena, la signora Dufour piagnucolava in modo monotono e continuo: «Cyprien, vieni a spingermi: ma vieni un po’ a spingermi, Cyprien!».

Infine lui andò, e, dopo essersi rimboccate le maniche come prima di cominciare un lavoro, mise in moto sua moglie con sforzi infiniti.

Aggrappata alle corde, ella teneva le gambe tese perché non toccassero terra, e godeva dello stordimento prodotto dal moto alterno dell’altalena. Le sue forme, scosse, tremolavano continuamente, come gelatina su un piatto. Ma quando gli slanci aumentarono, fu colta dalla vertigine e dalla paura. Ad ogni discesa gettava un grido acuto che faceva accorrere tutti i monelli del paese: e laggiù davanti a sé, oltre la siepe del giardino, scorgeva vagamente una guarnizione di teste birichine che il riso atteggiava a smorfie diverse. Si presentò una serva alla quale ordinarono la colazione.

«Una frittura di pesce, una fricassea[2] di coniglio, insalata e frutta», articolò con importanza la signora Dufour.

«Porterete due litri e una bottiglia di bordeaux», disse il marito.

«Pranzeremo sull’erba», completò la ragazza.

La nonna, intenerita alla vista del gatto di casa, lo adescava da dieci minuti prodigandogli inutilmente i nomi più dolci. L’animale, indubbiamente lusingato nell’intimo da quell’attenzione, si teneva sempre vicino alla mano della buona donna, senza però lasciarsi prendere, e ripeteva tranquillamente il giro degli alberi, contro i quali si strofinava, con la coda alzata e facendo le fusa per il piacere.

«Toh!», gridò a un tratto il giovanotto biondastro, che curiosava intorno, «guarda che graziose barche!»

Tutti andarono a vedere. Sotto una piccola tettoia di legno erano riposte due superbe iole[3] da regata, svelte e lavorate come mobili di lusso. Riposavano a fianco a fianco, simili nella loro snellezza stretta e rilucente a due alte ragazze sottili, e mettevano voglia di scivolare sull’acqua nelle belle sere tiepide o nei chiari mattini estivi. di rasentare le rive fiorite dove interi alberi immergono i rami nell’acqua, dove oscilla l’eterno brivido delle canne e donde si lanciano a volo, come lampi turchini, i rapidi martin-pescatori.

Tutta la famiglia le contemplava con rispetto.

«Già, graziose davvero!», ripeté gravemente il signor Dufour. E le descriveva da conoscitore. Anch’egli in gioventù aveva fatto del canottaggio, diceva: anche con questi in mano – e faceva il gesto di forzare sui remi – non aveva paura di nessuno. Aveva battuto in corsa più d’un inglese, un tempo, a Joinville; e scherzò sulla parola «dame» con la quale vengono designati gli scalmi che fissano i remi, dicendo che i canottieri, a ragion veduta, non uscivano mai senza le loro dame. Così concionando[4] si scaldava e proponeva ostinatamente di scommettere che con una barca come quelle avrebbe fatto sei leghe all’ora senza scalmanarsi.

«È pronto», disse la serva comparendo sulla soglia.

Tutti si precipitarono: ma ecco che nel luogo migliore, scelto mentalmente dalla signora Dufour per collocarvisi, due giovanotti stavano già facendo colazione: certamente i proprietari delle iole, poiché erano in costume da canottieri.

Stesi, quasi sdraiati su due sedie, avevano un volto abbronzato dal sole e il torso coperto soltanto da una maglietta di cotone bianco che lasciava uscire le braccia nude, robuste come quelle dei fabbri. Erano due gagliardi giovanotti, che facevano sfoggio dei loro vigore, ma che in tutti i movimenti mostravano quella elastica grazia delle membra che si acquista con l’esercizio, così diversa dalla deformazione che lo sforzo penoso e sempre uguale imprime nell’operaio.

Essi si scambiarono rapidamente un sorriso vedendo la madre, poi uno sguardo ammirativo scorgendo la figlia.

«Cediamo il nostro posto», propose uno di essi, «così potremo far conoscenza.»

Subito l’altro si alzò, e tenendo in mano la berretta a metà rossa e a metà nera offerse cavallerescamente di cedere alle signore il solo punto del giardino dove non cadesse il sole. Esse accettarono profondendosi in scuse: e affinché la cosa fosse più campestre, la famiglia prese posto sull’erba senza tavola né sedie.

I due giovanotti portarono i loro piatti qualche passo più in là e si rimisero a mangiare. Le loro braccia nude, ch’essi mostravano continuamente, mettevano un po’ in soggezione la ragazza. Ella affettava anzi di voltare la testa e di non accorgersene, mentre la signora Dufour, più ardita, sollecitata da una curiosità femminile che forse era desiderio, le guardava con insistenza, paragonandole senza dubbio con rammarico alle segrete bruttezze del marito.

S’era buttata giù sull’erba, con le gambe piegate alla maniera dei sarti, e si agitava continuamente col pretesto che le formiche le entravano sotto le vesti. Il signor Dufour, reso scontroso dalla presenza e dalla cortesia di quegli estranei, cercava una posizione comoda che però non trovò; e il giovanotto dai capelli biondi mangiava silenziosamente come un orco.

«Abbiamo un tempo proprio splendido», disse la grossa signora a uno dei canottieri. Voleva essere cortese in considerazione del posto che essi avevano ceduto.

«Splendido davvero, signora», rispose; «venite spesso in campagna?»

«Oh! soltanto una o due volte l’anno, per prendere aria; e voi, signore?» «Io ci vengo a dormire tutte le sere.» «Oh! dev’essere molto piacevole!»

«Certo, signora, certo.»

E raccontò la sua vita d’ogni giorno, poeticamente, in modo da far vibrare nel cuore di quei borghesi, privi di verde e fanatici delle passeggiate campestri, quello sciocco amore della natura che li assilla tutto l’anno dietro il banco della loro bottega.

Turbata, la ragazza alzò gli occhi e guardò il canottiere. Il signor Dufour interloquì per la prima volta.

«Questo è vivere!», disse. Soggiunse: «Ancora un po’ di coniglio, cara?». «No, grazie, caro.»

Ella si rivolse nuovamente ai giovanotti, e accennando alle loro braccia:

«Non avete mai freddo così?», disse.

I due di misero a ridere, e spaventarono la famiglia col racconto delle loro gesta prodigiose, dei bagni presi pur essendo sudati, delle remate nella nebbia notturna: e si picchiarono violentemente il torace per far sentire il suono ch’esso rendeva.

«Oh, siete in gamba!», disse il marito, che non parlava più del tempo in cui batteva gli inglesi.

Ora la ragazza li esaminava in tralice e il giovanotto dai capelli biondi, bevendo di traverso, tossì sconciamente e innaffiò la veste di seta color ciliegia della padrona, che andò sulle furie e si fece portar dell’acqua per lavar le macchie.

Frattanto la temperatura diventava tremenda. Il fiume scintillante sembrava un braciere ardente, e i fumi del vino turbavano i cervelli.

Il signor Dufour, scosso da un singulto violento, s’era sbottonato il panciotto e la cintura dei pantaloni: mentre la moglie, presa da soffocazioni, allentava a poco a poco la camicetta. Il loro commesso scuoteva allegramente la sua zazzera di stoppa e si versava spesso da bere. La nonna, sentendosi alticcia, s’impettiva e si dava un contegno dignitoso. Quanto alla ragazza, non lasciava trasparire nulla: soltanto il suo sguardo s’accendeva vagamente, e la sua pelle scura si colorava d’una tinta più rosea alle gote.

Il caffè diede il colpo di grazia. Ci fu chi propose di cantare, e ognuno disse la sua strofetta, che gli altri applaudirono freneticamente. Poi tutti si alzarono con fatica, e mentre le donne, stordite, respiravano, i due uomini, quasi ubriachi, facevano la ginnastica. Pesanti, flaccidi, col viso scarlatto, s’attaccavano goffamente agli anelli senza riuscire a sollevarsi; e le loro camicie minacciavano continuamente di uscire dai pantaloni per sbattere al vento come stendardi.

Frattanto i canottieri avevano messo in acqua le iole e tornavano proponendo cortesemente alle signore una gita sul fiume.

«Signor Dufour, permetti? ti prego!», gridò la moglie. Egli la guardò con un’aria da ubriaco, senza capire. Allora uno dei canottieri s’avvicinò, tenendo in mano due canne da pesca. La speranza di prendere un luccio, questo ideale dei bottegai, accese gli occhi spenti del brav’uomo che permise tutto ciò che volevano e prese posto all’ombra, sotto il ponte, coi piedi penzoloni sul fiume, di fianco al giovanotto dai capelli biondi che s’addormentò accanto a lui.

Uno dei canottieri si sacrificò: prese la madre.

«Al boschetto dell’isola degli inglesi !», gridò allontanandosi.

L’altra iole partì più lentamente. Il rematore era così intento a guardare la compagna che non pensava più ad altro, e l’aveva colto un’emozione che ne paralizzava il vigore.

La ragazza, seduta al posto del timoniere, si abbandonava alla dolcezza di trovarsi sull’acqua. Si sentiva prendere da una rinuncia del pensiero, da una quiete di tutte le membra, da un abbandono di se stessa, come invasa da una ebbrezza molteplice. Era accesa in volto, aveva il respiro corto. Lo stordimento del vino, fomentato dal calore torrido che le scorreva intorno, faceva inchinare al suo passaggio tutti gli alberi della riva. Un vago bisogno di godimento, un fermento del sangue percorrevano la sua carne eccitata dagli ardori di quel giorno: ed era vivamente turbata dal trovarsi sola, in mezzo a quel paese spopolato dall’incendio del cielo, con un giovane che la trovava bella, il cui occhio le baciava la pelle, e il cui desiderio era penetrante come il sole.

L’inettitudine a parlare aumentava il loro turbamento, ed entrambi guardavano i remi. Allora, facendo uno sforzo, egli le domandò il nome.

«Henriette», disse lei.

«Toh! e io mi chiamo Henri», ribatté lui.

Il suono delle loro voci li aveva calmati: s’interessarono alla riva. L’altra iole s’era fermata e sembrava aspettarli. Colui che guidava gridò:

«Vi raggiungeremo nel bosco: noi andiamo sino a Robinson perché la signora ha sete». Poi si curvò sui remi e s’allontanò così velocemente che presto fu perduto di vista.

Frattempo un brontolio continuo che da principio si percepiva appena s’avvicinava rapidamente.

Il fiume stesso sembrava fremere come se quel sordo fragore salisse dalle sue profondità. «Che cos’è questo rumore?», domandò lei.

Era la cascata della chiusa che taglia in due il fiume alla punta dell’isola. Lui si perdeva in spiegazioni, quando, attraverso il frastuono della cascata, li colpì un canto d’uccello che sembrava lontanissimo.

«Gli usignuoli cantano di giorno», disse lui, «vuol dire che le femmine covano.»

Un usignuolo! Ella non ne aveva uditi mai, e l’idea di ascoltarne uno suscitò nel suo cuore una sensazione di confuse tenerezze poetiche. Un usignuolo! vale a dire l’invisibile testimone dei convegni amorosi che Giulietta invocava sul suo verone: quella musica del cielo accordata ai baci degli uomini: quell’eterno ispiratore di tutte le romanze languide che schiudono un azzurro ideale ai poveri cuoricini delle tenere giovinette!

Ella dunque stava per udire un usignuolo! «Non facciamo rumore», disse il suo compagno. «Potremo scendere nel bosco e sederci proprio accanto a lui.» La iole sembrava scivolasse. Qualche albero si mostrò sull’isola, la cui sponda era così bassa che gli sguardi potevano immergersi nel folto della macchia. Si fermarono: la barca fu fissata alla riva: ed essi avanzarono fra i rami, Henriette appoggiandosi al braccio di Henri.

«Chinatevi», disse lui. Ella si curvò, e penetrarono in un inestricabile groviglio di liane, di foglie e di canne, in un asilo introvabile che bisognava conoscere e che il giovanotto chiamava il suo «salottino particolare». Proprio sopra il loro capo, appollaiato su uno degli alberi che li nascondevano, l’usignuolo continuava a sgolarsi. Lanciava trilli e gorgheggi, poi filava lunghe note vibranti che riempivano l’aria e sembravano perdersi all’orizzonte, snodandosi lungo il fiume e fuggendo sulle pianure, attraverso il silenzio di fuoco che intorpidiva la campagna.

Essi non parlavano, per paura di farlo fuggire. Erano seduti uno accanto all’altra, e, lentamente, il braccio di Henri fece il giro della vita di Henriette e la strinse con una dolce pressione. Senza incollerirsi ella prese quella mano audace, e la allontanava a misura ch’egli l’avvicinava, non provando del resto alcun imbarazzo per quella carezza, quasi fosse stata una cosa naturalissima che lei respingeva con altrettanta naturalezza.

Ascoltava l’usignuolo, perduta in un’estasi. Aveva desideri infiniti di felicità, subitanee tenerezze, rivelazioni di poesia sovrumana, e un tale languore dei nervi e del cuore che piangeva senza sapere perché.

Ora il giovane la stringeva a sé: ella non lo respingeva più, quasi non se ne accorgesse.

L’usignuolo tacque improvvisamente. Una voce lontana gridò:

«Henriette !».

«Non rispondete!», disse sommessamente lui. «Fareste volar via l’usignolo.»

Nemmeno lei pensava a rispondere.

Rimasero un poco così. La signora Dufour s’era seduta da qualche parte, poiché di quando in quanto s’udivano vagamente le piccole strida della grossa signora che certo folleggiava con l’altro canottiere.

La ragazza piangeva sempre, penetrata da sensazioni dolcissime, con la pelle calda e trafitta dovunque da brividi sconosciuti. La testa di Henri era sulla spalla di lei: e, bruscamente, egli la baciò sulle labbra. Ella ebbe una ribellione furiosa, e per evitarlo si buttò indietro sul dorso. Ma egli le si abbatté addosso, coprendola con tutto il corpo: inseguì lungamente quella bocca che lo sfuggiva, poi, raggiuntala, vi attaccò la sua. Allora, resa folle da un desiderio irresistibile, lei gli rese il bacio stringendoselo al petto, e ogni sua resistenza cadde come schiacciata da un peso eccessivo.

Nelle vicinanze tutto era calmo. L’usignuolo ricominciò a cantare. Emise anzitutto tre note penetranti che parevano un richiamo d’amore, poi, dopo una pausa d’un momento, cominciò con voce affievolita qualche modulazione lentissima.

Un venticello blando spirò sollevando un mormorio di foglie: e nel folto dei rami passavano due sospiri ardenti che si frammischiavano al canto dell’usignuolo e al soffio leggero del bosco.

Un’ebbrezza invase l’uccello, e la sua voce, accelerandosi a poco a poco come un incendio che divampi o una passione che erompa, sembrava accompagnare sotto l’albero un crepitio di baci. Poi il delirio della sua gola si scatenò appassionatamente. Aveva abbandoni prolungati su una nota, grandi spasimi melodiosi.

Talora riposava un poco, filando soltanto due o tre suoni leggeri e terminandoli improvvisamente con una nota sovracuta. Oppure si lanciava in una corsa pazza, con uno sprizzare di scale, con fremiti, con scosse, come un canto d’amore furioso, seguito da grida di trionfo.

Ma tacque, ascoltando sotto di sé un gemito talmente profondo che lo si sarebbe preso per l’addio d’un’anima. Il suono si prolungò alquanto e finì in un singhiozzo.

Entrambi erano pallidissimi quando lasciarono il dolce letto di foglie. Il cielo turchino sembrava loro oscurato: il sole ardente era spento ai loro occhi: s’accorgevano della solitudine e del silenzio. Camminavano rapidamente uno accanto all’altra, senza parlarsi, senza toccarsi. come se fossero divenuti nemici irriducibili, come se tra i loro corpi fosse sorto un disgusto totale e un odio tra le anime loro.

Ogni tanto Henriette gridava: «Mamma!».

Sotto un cespuglio nacque quasi un tafferuglio. A Henri parve d’aver veduto una gonna bianca abbassarsi rapida sopra un gran polpaccio e la dama enorme riemerse, un po’ confusa e ancor più rossa, con gli occhi lucidissimi e il seno in tumulto, forse anche troppo vicina al suo compagno, il quale doveva averne viste davvero di tutti i colori, perché il suo viso era stravolto da risatine involontarie.

La signora Dufour lo prese sottobraccio, teneramente, e s’ incamminarono versi i canotti. Henri, che andava avanti, sempre silenzioso accanto alla ragazza, credette di sentire a un certo punto lo schiocco soffocato d’un lungo bacio.

Arrivarono finalmente a Bezons.

Il signor Dufour, tornato in sé, era impaziente. Il giovanotto dai capelli biondastri stava mangiando un boccone prima di lasciare la locanda. La carretta era attaccata nel cortile e la nonna già issata sopra si disperava perché aveva paura che l’oscurità li sorprendesse per la strada e i dintorni di Parigi erano tutt’altro che sicuri.

Si strinsero le mani e la famiglia Dufour partì.

«Arrivederci!», gridavano i canottieri. Risposero un sospiro e una lacrima.

Due mesi dopo Henri, mentre passava per rue des Martyrs, lesse su un uscio: DUFOUR CHINCAGLIERIE[5].

Entrò.

Dalla cassa traboccava la grassa signora. Si riconobbero subito e, dopo uno scambio di convenevoli, lui s’informò: «Come sta la signorina Henriette?».

«Benissimo, grazie. S’è sposata.»

«Ah! »

Provò un certo turbamento. Allora continuò: «E con chi?».

«Col giovanotto che stava con noi, ve lo ricordate? È lui che dovrà continuare a dirigere la nostra ditta.»

«Ho capito.»

Se ne stava andando, piuttosto triste senza rendersi conto del motivo. La signora Dufour lo richiamò: «E… il vostro amico?», domandò con timidezza.

«Sta bene.»

«Portategli i nostri saluti, mi raccomando. E se dovesse passare da queste parti, ditegli che venga a farci una visitina…»

Diventò tutta rossa e aggiunse: «Ditegli.., che mi farà tanto… tanto piacere».

«Non mancherò. Addio.»

«No, arrivederci.»

L’anno seguente, in una domenica torrida, tutti i particolari di quell’avventura, mai dimenticata da Henri, gli tornarono alla memoria, con tanta precisione e con tanto desiderio che se ne tornò solo solo nella loro camera nel bosco.

Quando v’entrò rimase basito[6]. Lei era lì, seduta sull’erba con l’aria malinconica, mentre al suo fianco, anche questa volta in maniche di camicia, il giovanotto dai capelli biondastri, suo marito, stava dormendo alla grande, come un animale.

Appena vide Henri, Henriette diventò tanto pallida che sembrava sul punto di venir meno. Poi si misero a parlare con naturalezza, come se tra loro non ci fosse mai stato niente.

Ma quando lui le raccontò di quanto fosse affezionato a quel posto che spesso, alla domenica, veniva lì per riposare, ella, presa da tanti ricordi, lo guardò negli occhi, lungamente.

«Io ci penso tutte le sere», disse.

«Su, bella mia», interloquì il marito tra uno sbadiglio e l’altro. «Credo sia ora di tornare.»

(Da Maupassant, Tutti i racconti, Tomo I, Newton, Roma, 1995. )

Analisi del testo

La novella si divide sul piano dello sviluppo temporale in tre parti: una prima macrosequenza in cui viene propriamente descritta la scampagnata della famiglia Dufour, sulle rive della Senna, e due sequenze successive, molto più brevi, segnalate dalle indicazioni Due mesi dopo e L’anno seguente.

All’inizio Maupassant descrive la periferia parigina, dove la campagna è interminabilmente nuda, sporca e puzzolente. Edifici cadenti ed abbandonati, abitazioni non terminate, camini di fabbriche in mezzo a campi putridi da cui proviene un odore fetido. Poi, finalmente, lo scenario cambia.

L’ampia descrizione dell’ambiente, dei personaggi e delle loro caratteristiche psicologiche, osservate con oggettività ma anche con divertita ironia, della prima parte della novella, anticipano l’esito, solo in apparenza sconcertante. La conclusione è per certi aspetti imprevedibile, ma al tempo stesso inscritta nella dinamica degli eventi narrati nella prima parte del racconto: la dimensione piccolo borghese della famiglia Dufour non può che risolversi nello squallido matrimonio d’interesse, celebrato a brevissima distanza di tempo dalla romantica parentesi amorosa. Enrico è sorpreso e turbato quando la signora Dufour lo informa del matrimonio di Enrichetta, ma solo perché lui non sapeva. Per la ragazza, non molto diversamente dalla madre, quell’avventura è stata solo, appunto, una breve parentesi, una boccata d’aria prima di immergersi nello squallore della vita coniugale. Maupassant denuncia con durezza l’inconciliabilità tra sentimenti e mondo borghese, in cui tutto è subordinato al denaro ed al vantaggio personale. Egli mette in evidenza, attraverso la figura della madre, come con tale divario si possa in fondo convivere, attraverso un rispetto formale delle convenzioni, per poi venir meno ad esse quando se ne offre l’occasione, salvando la “facciata”.

La novella è un esempio di narrazione realista, è un quadro di vita quotidiana borghese, di quella piccola borghesia per cui lo scrittore mostra, seppure non dichiaratamente, un sovrano disprezzo, che trapela, nonostante l’oggettività descrittiva, in alcuni passi, come il sarcastico “nel cuore di quei borghesi, privi di verde e fanatici delle passeggiate campestri, quello sciocco amore della natura che li assilla tutto l’anno dietro il banco della loro bottega”, in cui l’attributo sciocco non è da attribuirsi all’amore per la natura in sé ma alla forma da esso assunto, appunto, nel cuore di quei borghesi.

Amara, in ogni caso, la conclusione: nella breve scena conclusiva Enrico ed Enrichetta si incontrano nuovamente per caso (ma esiste il caso?) nell’amena grotta del loro idillio amoroso. Un lieto finale, se fossero soli…

Comprensione e analisi del testo.

  1. Sul piano temporale il racconto può essere suddiviso in tre sequenze: individuale ed attribuisci loro un titolo. La prima macrosequenza può a sua volta essere suddivisa: quali sono i momenti che scandiscono la narrazione?
  2. Individua ed evidenzia nel testo scene, sommari, descrizioni, ellissi: il ritmo della narrazione è lento o veloce?
  3. Quale ti sembra lo scopo dell’autore?
    • Raccontare e descrivere scene di vita
    • Sviluppare un’analisi introspettiva
    • Creare suspense
    • Fornire al lettore un insegnamento morale
  4. Nel testo non vi sono indicazioni cronologiche precise (giorno, mese, anno). È tuttavia possibile individuare con una buona approssimazione l’epoca in cui si colloca la vicenda narrata: da quali elementi della narrazione puoi rilevarlo?
  5. Considera le indicazioni temporali: individua gli elementi che ti permettono di comprendere qual è la durata della storia.
  6. La prima sequenza contiene una descrizione dell’ambiente prima e dopo che la famiglia Doufur ha attraversato la Senna per la seconda volta. Individuane le caratteristiche e raccoglile nella tabella:
Il paesaggio prima di attraversare la Senna Il paesaggio dopo aver attraversato la Senna
 
  1. Considera le due descrizioni di cui sopra e le altre descrizioni d’ambiente presenti nella novella. Esse fanno riferimento ad ambienti diversi (città e campagna), che sembrano contrapporsi. Perché? Ti sembra che siano in relazione con la vicenda narrata e con il suo esito finale?
  2. Dopo l’arrivo al ristorante, l’autore concentra l’attenzione sulla descrizione delle due donne, la madre e la figlia, che pone in antitesi. Individua gli elementi con cui le descrive e completa la tabella:
La signora Doufur La figlia
  1. I due uomini vengono descritti in modo sommario e il lettore ricava informazioni su di loro prevalentemente dal loro comportamento. Quali?
  2. L’avventura amorosa coinvolge parallelamente entrambe le donne, madre e figlia, benché in modo piuttosto diverso: individua nel testo quali sensazioni, emozioni e comportamenti sono loro attribuiti:
Enrichetta La madre
 

 

  1. L’ambiente della grotta dove Enrico ed Enrichetta vivono la loro storia si ripropone nel finale. Perché i due protagonisti vi sono tornati?
  2. Come possono essere definiti narratore e punto di vista?
    • Esterno con focalizzazione interna
    • Esterno con focalizzazione zero (onnisciente)
    • Esterno con focalizzazione esterna
    • Interno con focalizzazione interna
  3. Considera l’intera vicenda ed il suo esito: quale ti sembra essere la tematica ed il “messaggio” dell’autore relativamente all’amore ed al matrimonio?
Produzione
  • Riassumi la novella in 50 parole (esclusi gli articoli)
  • Prova ad immaginare una conclusione diversa della novella.
  • Pensi che i condizionamenti sociali oggi siano, seppure in modo diverso, in grado di influenzare e determinare le scelte sentimentali degli individui? Sostieni la tua tesi con un breve testo argomentativo o scrivi un racconto che, modernizzando la storia e cambiando il contesto, abbia un esito simile.

Guy de Maupassant, La felicità

Guy de Maupassant, La felicità

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Guy de Maupassant, La felicità

L’amore duraturo è il tema del racconto La felicità di Maupassant. La classica fuga d’amore è coronata da un amore che dura una vita, in una Corsica selvaggia, ideale cornice naturale di questa passione.

Era l’ora del tè, non avevano ancora portato le lampade. La villa dominava il mare; il sole appena sparito aveva lasciato il cielo tutto rosato dal suo passaggio, come cosparso di polvere d’oro; e il Mediterraneo, senza una ruga, senza un brivido, lucente ancora sotto la luce del giorno morente, pareva una lastra di metallo levigata e smisurata. In lontananza, sulla destra, le montagne dentellate stagliavano il loro profilo scuro sulla porpora impallidita del tramonto.

Si parlava dell’amore, si discuteva su questo vecchio argomento, si tornavano a dire cose già dette molte volte. La dolce melanconia del crepuscolo rallentava le parole, e faceva aleggiare una commozione negli animi; e questa parola <<amore>>, che tornava incessantemente, ora pronunciata da una forte voce maschile, ora detta da una voce di donna dal timbro leggero, pareva riempire il piccolo salotto, volteggiarvi come un uccello, planarvi come uno spirito.

Si può amare per più anni di seguito?

<<Sì>> sostenevano alcuni.

<<No>> affermavano gli altri.

Si distinguevano i casi, si stabilivano demarcazioni, si citavano esempi, e tutti uomini e donne, pieni di ricordi ridestati e inquietanti che non potevano citare e che salivano loro alle labbra, parevano commossi, parlavano di quella cosa banale e sovrana, l’accordo tenero e misterioso di due esseri, con profonda emozione e interesse ardente.

Ma a un tratto qualcuno, con gli occhi fissi lontano, esclamò:

<<Oh! Guardate laggiù, cos’è?>>.

Sul mare, all’estremo orizzonte, sorgeva una massa grigia, enorme e confusa. Le donne s’erano alzate e guardavano senza capire quella cosa straordinaria che non avevano mai vista.

Qualcuno disse:

<<È la Corsica! La si vede così due o tre volte all’anno, in certe condizioni d’atmosfera eccezionali, quando l’aria perfettamente limpida non la nasconde più con quelle brume di vapore acqueo che velano normalmente l’orizzonte>>.

Si distinguevano vagamente le creste, parve di riconoscere la neve delle cime. E tutti restavano sorpresi, colpiti, quasi atterriti dalla improvvisa apparizione d’un mondo, da quel fantasma uscito dal madre. Forse avevano avuto visioni strane di questo genere, coloro che erano partiti, come Colombo, attraverso gli oceani inesplorati.

Allora un vecchio signore, che non aveva ancora parlato, disse:

<<Ecco, proprio in quell’isola che sorge davanti a noi adesso, come per rispondere a quanto dicevamo, come per richiamarmi alla mente uno strano ricordo, ho conosciuto un ammirevole esempio d’amore costante, d’un amore inverosimilmente felice. Ve lo racconterò: cinque anni or sono, feci un viaggio in Corsica. Quest’isola selvaggia è più sconosciuta e lontana da noi dell’America, sebbene la si veda a volte dalle coste francesi, come oggi. Figuratevi un mondo ancora avvolto nel caos, una tempesta di montagne che separano burroni stretti in cui scorrono torrenti; non una pianura, ma immense onde di granito, gigantesche ondulazioni di terra ricoperte di boscaglia o di alte foreste di castagni e di pini. E’ un terreno vergine, incolto, deserto, anche se a volte si scorge un villaggio, simile a un cumulo di rocce sulla cima di un monte. Nessuna coltivazione, nessun’industria, nessun’arte. Non si incontra mai un pezzo di legno lavorato, un pezzo di pietra scolpita, mai il ricordo del gusto infantile o raffinato degli avi per le cose aggraziate o belle. Ed è anzi questo che colpisce di più in quel paese duro e superbo: l’indifferenza ereditaria per la ricerca delle forme seducenti che si chiama arte. L’Italia, ove ogni palazzo, pieno di capolavori, è un capolavoro esso stesso, ove il marmo, il legno, il bronzo, il ferro, i metalli, le pietre attestano il genio dell’uomo, ove i più piccoli oggetti antichi che si trovano nelle vecchie case rivelano la divina cura della grazia, è per noi tutti la patria sacra che si ama perché ci mostra lo sforzo, la grandezza, la potenza e il trionfo dell’intelligenza creatrice. E, di fronte all’Italia, la Corsica selvaggia è restata tal e qual era nei suoi primi giorni. L’essere umano vive nella sua casa rozza, indifferente a quanto non tocchi la sua stessa esistenza o le sue questioni familiari. Ed è restato con i difetti e le qualità delle razze incolte, violento, pieno d’odio, sanguinario con incoscienza, ma anche ospitale, generoso, devoto, ingenuo, pronto ad aprire la sua porta ai passanti e a offrire la sua amicizia fedele in cambio del minimo segno di simpatia.

Dunque da un mese già stavo errando attraverso quell’isola magnifica, con la sensazione di trovarmi in capo al mondo. Nessun albergo, nessun locale pubblico, nessuna strada. Per mezzo di sentieri da muli si possono raggiungere quei paesetti inerpicati sul fianco delle montagne, sospesi su abissi tortuosi dal fondo dei quali si sente salire, la sera, il rombo continuo, la voce sorda e profonda del torrente. Si bussa alle porte delle case. Si chiede ospitalità per la notte e di che vivere sino al giorno dopo. E ci si siede all’umile tavola, e si dorme sotto l’umile tetto; e al mattino, si stringe la mano tesa dell’ospite che ci ha accompagnati sino all’uscita del paese.

Una sera, dopo dieci ore di marcia, raggiunsi una piccola casa isolata in fondo a uno stretto vallone che sboccava in mare, una lega più avanti. I due ripidi pendii della montagna, coperti di boscaglia, di rocce scoscese e di grandi alberi, racchiudevano come due scure pareti quel borro desolato e triste. Intorno alla casupola qualche vigna, un giardinetto, e, più in là, alcuni alti castagni, insomma di che vivere, una fortuna in quel paese povero. La donna che mi accolse era vecchia, severa e pulita, un’eccezione. L’uomo, seduto su una seggiola di paglia, si alzò per salutarmi, poi tornò a sedersi senza dire una parola. La sua compagna mi disse:

– Scusatelo; è sordo, adesso. Ha novantadue anni.

Parlava il francese di Francia. Rimasi sorpreso.

Le domandai:

– Non siete della Corsica?

Lei rispose:

– No, siamo del continente. Ma da ormai cinquant’anni viviamo qui.

Una sensazione d’angoscia e di paura mi prese al pensiero di quei cinquant’anni trascorsi in quel buco oscuro, così lontano dalle città in cui vivono gli uomini. Un vecchio pastore tornò a casa, e si mise a mangiare l’unico piatto della cena, una zuppa densa in cui erano cotti insieme patate, lardo e cavoli. Quando il breve pasto fu terminato, andai a sedermi davanti alla porta, con il cuore stretto dalla malinconia del triste paesaggio, in preda allo sconforto che prende a volte i viaggiatori in certe sere tristi, in certi luoghi desolati. Pare che tutto stia per finire, l’esistenza e l’universo. Si percepisce a un tratto l’orribile tristezza della vita, l’isolamento di tutti, la nullità di ogni cosa, e la nera solitudine del cuore che si culla e s’inganna da sé con sogni, sino alla morte.

La vecchia donna mi raggiunse e, torturata da quella curiosità che vive sempre nel fondo degli animi più rassegnati mi domandò:

– Allora voi venite dalla Francia?

– Sì, e viaggio per mio piacere.

– Siete di Parigi, forse?

– No, sono di Nancy.

Mi parve che fosse agitata da una straordinaria emozione. Come lo vidi o meglio lo sentii, non saprei dire.

Lei ripeté lentamente:

– Siete di Nancy?

L’uomo comparve nel vano della porta, impassibile come sono i sordi. La donna riprese:

– Non fa nulla. Non sente.

Poi, dopo alcuni istanti:

– Allora, conoscete gente a Nancy?

– Ma sì, quasi tutti.

– La famiglia Sainte-Allaize?

– Sì, molto bene; erano amici di mio padre.

– Come vi chiamate?

Dissi il mio nome. Mi guardò fisso, poi disse, con la voce bassa dei ricordi ridestati:

– Sì, sì, ricordo bene. E i Brisemare, casa n’è di loro?

– Sono tutti morti.

– Ah! E i Sirmont, li conoscevate?

– Sì, l’ultimo è generale.

Allora lei disse, fremente d’emozione, d’angoscia, di non so quale sentimento confuso, forte e sacro, di non so qual bisogno di confessare, di dire tutto, di parlare di quelle cose che sino a quel momento aveva tenute racchiuse nel fondo del cuore, e di quelle persone il cui nome le sconvolgeva l’anima:

– Sì, Henri de Sirmont. Lo so, lo so. E’ mio fratello.

Alzai gli occhi su di lei, sgomento dalla sorpresa. E a un tratto il ricordo ritornò in me. La cosa aveva costituito, una volta, un grosso scandalo nella nobiltà lorenese. Una fanciulla bella e ricca, Suzanne de Sirmont, era stata rapita da un sottufficiale degli ussari del reggimento comandato da suo padre. Era un bel ragazzo, figlio di contadini, che portava molto bene il dolman azzurro, quel soldato che aveva sedotto la figlia del suo colonnello. Lei lo aveva visto, notato, amato guardando sfilare gli squadroni, certamente. Ma come aveva potuto parlargli, come avevano potuto vedersi, intendersi? Come aveva osato lei, fargli capire che lo amava? Questo, non lo si seppe mai. Nessuno aveva intuito nulla, previsto nulla. Una sera, che il soldato aveva finito il suo turno, scomparve con lei. Li cercarono, non li trovarono. Non si ebbero più notizie di loro, e la ragazza venne considerata morta. E io la ritrovavo così, in quella valle sinistra.

Allora dissi a mia volta:

– Sì, ricordo bene, voi siete la signorina Suzanne.

Accennò di sì con la testa. Le lacrime le cadevano dagli occhi. Allora, indicandomi con gli occhi il vecchio immobile mi disse:

– E’ lui.

E capii che lo amava ancora, che lo vedeva ancora con gli stessi occhi affascinati.

Domandai:

– Siete stata felice, almeno?

E lei rispose con una voce che veniva dal cuore:

– Oh, sì, molto felice. Lui mi ha resa molto felice. Non ho mai rimpianto nulla.

La contemplavo, triste, sorpreso, meravigliato dalla potenza dell’amore! Quella ragazza ricca aveva seguito quell’uomo, quel contadino. Era diventata anche lei una contadina. S’era abituata alla sua vita senza incanti, senza lusso, senza delicatezze di alcun genere, s’era piegata alle abitudini semplici di lui. E lo amava ancora. Era diventata la moglie di un uomo rozzo, in cuffia e gonna di tela. Mangiava in un piatto di terracotta su un tavolo di legno grezzo, seduta su una sedia di paglia, una zuppa di cavoli e patate col lardo. E dormiva su un pagliericcio accanto a lui. Non aveva mai pensato a nulla, soltanto a lui! Non aveva rimpianto né gioielli, né abiti, né eleganze, né la mollezza dei divani, né il tepore profumato delle stanze imbottite di tappezzerie, né la dolcezza delle piume in cui si immerge il corpo per il riposo. Aveva avuto sempre bisogno soltanto di lui; purché fosse lì, con lei, non desiderava nulla. Aveva abbandonato la vita, ancora giovane, e la compagnia della gente, e coloro che l’avevano educata e amata. Ed era venuta, sola con lui, in quel borro selvaggio. E lui era stato tutto per lei, tutto ciò che si può desiderare, che si può sognare, tutto quello che sempre si aspetta, che si spera indefinitamente. Lui aveva riempito di gioia la sua esistenza, dal principio alla fine. E lei non avrebbe potuto essere più felice. E per tutta la notte, ascoltando il respiro rauco del vecchio soldato disteso sul giaciglio accanto a colei che l’aveva seguito così lontano, pensai a quella strana e semplice avventura, a quella felicità così completa, fatta di così poco. Me ne andai al levar del sole, dopo aver stretto la mano ai vecchi coniugi>>.

Il narratore tacque. Una donna disse:

<<Va bene, ma quella donna aveva un ideale troppo facile, necessità troppo primitive, esigenze troppo semplici. Non poteva essere altro che una sciocca>>.

Un’altra disse lentamente:

<<Cos’importa! Se è stata felice>>.

E laggiù, all’estremo orizzonte, la Corsica affondava nella notte, rientrando lentamente nel mare, e cancellava la sua grande ombra apparsa come per raccontare lei stessa la storia dei due umili amanti che le sue rive ospitavano.

 (da G. de Maupassant, Racconti del giorno e della notte, Rizzoli) 

Analisi del testo

La novella presenta una struttura complessa e anomala, rispetto la linearità dei canoni narrativi naturalisti. Mentre la precedente narra le vicende seguendo la loro successione cronologica, qui troviamo una narrazione che fa più volte ricorso al flash-back, nel contesto di un racconto a cornice, in cui un narratore di primo grado, identificabile con l’autore, “cede la parola” ad un narratore di secondo grado, che racconta la storia.

La discussione animata e commossa che si svolge in una villa della costa francese, di fronte a un paesaggio suggestivo, verte sul tema dell’amore: chi sostiene che può essere duraturo, chi sostiene di no. A sostegno della prima tesi interviene, all’emergere in lontananza del profilo, in lontananza, della Corsica, un vecchio che racconta la storia di un amore lunghissimo, indissolubile, capace di resistere agli ostacoli e al trascorrere del tempo. Due giovani di condizione sociale diversa, lei nobile e lui di origine contadina, si incontrano, si innamorano, fuggono in Corsica per sottrarsi agli ostacoli insormontabili che la società “civile” frapporrebbe al loro amore. Là vivono per cinquant’anni, e ancora dopo tanto tempo si amano. La donna, ormai vecchia, abbandonato l’ambiente raffinato in cui era vissuta, accetta di vivere in un ambiente selvaggio e povero, di condurre una vita lontano dagli agi della civiltà, pur di vivere con l’uomo che ama.

Alla conclusione della narrazione del vecchio una donna reagisce con scetticismo, giudicando la donna una sciocca che si accontentava di troppo poco. Un’altra replica che però questo non importa, perché quel che conta è che sia stata felice.

La novella si chiude con la scomparsa, nel buio della notte, del profilo della Corsica che, commenta il narratore di primo grado, sembra essere apparsa per raccontare lei stessa la storia di quell’amore felice e indissolubile. Una tesi sottintesa al racconto è che l’ambiente in cui la storia d’amore si svolge, quello della Corsica, così selvaggio e semplice, sia l’unico in cui essa è concepibile. Nella società civilizzata della Francia, o dell’Italia descritta in contrasto con l’isola, un amore così duraturo è inconcepibile, sembra voler dire l’autore.

La società civilizzata, come dimostra la novella precedente, non permette all’amore vero tra due persone di manifestarsi, di realizzarsi, per il prevalere su di esso delle convenzioni e dei condizionamenti sociali.

Esercizi di analisi del testo
  1. Individua le sequenze in cui si può scomporre il testo e gli elementi che indicano il passaggio da una sequenza all’altra.
  2. Che rapporto c’è tra fabula ed intreccio? Vi sono analessi o prolessi? Prevalgono le sequenze narrative, descrittive, o dialogiche?
  3. Il racconto vede la presenza di un narratore di primo grado e di un narratore di secondo grado, con una storia raccontata nel contesto di una cornice narrativa. Individua di ciascuna l’inizio e la fine.
  4. Che cosa caratterizza il narratore di primo grado ed il narratore di secondo grado? Sono narratori interni o esterni?
  5. Nel racconto vengono descritti in modo esteso due ambienti, quello della Corsica e quello dell’Italia. Che cosa li caratterizza?
  6. Quale concezione dell’amore ha Suzanne? Che idea dell’amore e quale giudizio viene espresso sulla vicenda narrata da coloro che appartengono all’ambiente d’origine della protagonista?
  7. Alla luce di quanto affermato da Suzanne, ritieni che l’espressione “era stata rapita da un sottufficiale degli ussari” corrisponda a quanto realmente accaduto? Motiva la tua risposta.
  8. In che cosa consiste la felicità a cui si riferisce l’autore col titolo del racconto?

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili

Guy de Maupassant, La morta

Guy de Maupassant, La morta

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Guy de Maupassant, La morta (1887)

       L’avevo amata alla follia. Perché amiamo? Non è strano che per qualcuno esista al mondo un solo altro essere, un solo pensiero, un solo desiderio? E che sulla sua bocca ci sia un nome solo: un nome che viene di continuo alle labbra, un nome che ne prorompe come l’acqua da una sorgente, che sale dalle profondità dell’anima e vien detto, ripetuto, mormorato ininterrottamente, dovunque, come una preghiera?

Non racconterò qui la nostra storia. L’amore ne ha una solamente, sempre la stessa. L’avevo conosciuta e me n’ero innamorato, tutto qui. E avevo vissuto un anno nella sua tenerezza, tra le sue braccia, nelle sue carezze, nel suo sguardo, nelle sue vesti, nelle sue parole, avviluppato, legato, incatenato in tutto quanto veniva da lei, così completamente che non sapevo più se fosse giorno o notte, se ero vivo o morto, se ero sulla terra o altrove.
E un giorno ella morì. Come? Non so, non so più. In una sera di pioggia fece ritorno a casa tutta bagnata, e il giorno dopo tossiva. Tossì un’intera settimana, poi si mise a letto. Che cosa accadde? Non lo so. I medici venivano, scrivevano ricette, andavano via. Qualcuno portava medicine e una donna gliele faceva prendere. Le sue mani scottavano, la fronte era madida e ardente, lo sguardo lucido e triste. Le parlavo, mi rispondeva. Che cosa ci dicevamo? Non so più. Ho dimenticato tutto, tutto! Quando morì ricordo il suo sospiro lieve, quel lieve sospiro tanto debole: l’ultimo. L’infermiera disse:  <<Ah!>>. E io compresi. Compresi.
Non seppi più nulla. Nulla. Vidi un prete che pronunciò una parola:
<<La vostra amante>>.
Mi sembrò che la insultasse. Dal momento che era morta non avevano più diritto di ricordare quella formalità. Lo scacciai. Ne venne un altro che fu molto buono, molto gentile. Piansi quando mi parlò di lei. Mi chiesero mille cose a proposito del funerale. Non so più. Ma ricordo benissimo la bara, il rumore delle martellate quando inchiodarono il coperchio. Ah, Dio, mio Dio! Fu sotterrata. Sotterrata! Lei! In quella fossa! Erano presenti alcune persone, amici. Fuggii. Correvo. Camminai a lungo per le strade. Poi tornai a casa e il giorno dopo mi misi in viaggio.

       Ieri sono tornato a Parigi.
Quando ho rivisto la mia camera, la nostra camera, i nostri mobili, il nostro letto, quella casa dov’era rimasto tutto quel che rimane della vita d’una persona dopo la sua morte, mi riprese un dolore tanto violento che poco mancò aprissi la finestra e mi buttassi giù nella strada. Non potendo più rimanere in mezzo a quelle cose, tra quelle pareti che l’avevano riscaldata e protetta e che nei loro spazi, anche i più piccoli, dovevano conservare mille atomi di lei, della sua carne e del suo respiro, presi il cappello per fuggire via. Di colpo, mentre stavo andando verso la porta, passai davanti alla grande specchiera che ella aveva fatto mettere nel ingresso per vedersi dalla testa ai piedi, ogni giorno, ogni volta che usciva, per osservare se tutto era in ordine nel suo abbigliamento, dagli stivaletti alla pettinatura.
Mi fermai lì, basito, di fronte a quello specchio che l’aveva riflessa tante volte, ah!, tante e tante volte che doveva averne conservata l’immagine.
Me ne stavo lì, in piedi, lo sguardo fisso sulla fragile lastra, su quel cristallo piano e profondo, ormai vacuo, ma che l’aveva contenuta tutt’intera, l’aveva posseduta come me, posseduta quanto il mio sguardo appassionato, e fremetti. Mi sembrò d’amare quello specchio – lo toccai – era gelido! Oh, il ricordo! il ricordo, immagine dolorosa, immagine bruciante, immagine vivente, orribile immagine che fa soffrire mille torture!
Felici gli uomini che hanno un cuore simile a uno specchio, dove i riflessi scivolano via e si cancellano, un cuore che dimentica tutto ciò che ha contenuto, tutto ciò che gli è passato davanti, tutto ciò che hanno contemplato affettuosamente o con amore! Mi sento male!
Sono uscito e mio malgrado senza rendermene conto, senza volerlo minimamente fare, sono andato verso il cimitero. Ho ritrovato la semplice tomba di lei, una croce di marmo che reca incise queste brevi parole:

AMÒ,
FU AMATA
E MORI.

E lei è la sotto, imputridita. Che orrore! Singhiozzavo, la fronte sulla lapide. Mi sono trattenuto a lungo, molto a lungo. Poi mi sono accorto che giungeva il tramonto. Allora un desiderio particolare, un desiderio folle, un desiderio degno d’un amante disperato s’è impadronito di me. Ho voluto passare la notte vicino a lei, un’ultima notte, a piangere sulla tomba. Ma m’avrebbero visto e m’avrebbero fatto uscire. Come fare? Ebbi un’idea; mi alzai e cominciai a girovagare in quella città popolata da persone che non sono più su questa terra. Ho camminato, camminato… Com’è piccola questa città in paragone all’altra, quella in cui viviamo! Eppure questi morti sono più numerosi dei vivi! A noi occorrono grandi case, strade, piazze per le quattro generazioni che guardano il sole contemporaneamente, bevono l’acqua delle sorgenti, il vino dei vigneti e mangiano il pane dei campi di grano! E per tutte le generazioni dei morti, per tutta l’umanità discesa fin quaggiù, quasi niente… un pezzetto di terra.., quasi niente! La terra li riprende, l’oblio li cancella. Addio!
All’estremità di quella parte di camposanto più frequentato, scorsi all’improvviso il cimitero abbandonato, quello dove coloro che sono defunti da tanto tempo terminano di mescolarsi alla polvere, dove persino le croci di legno stanno marcendo: il cimitero dove domani metteranno i morti futuri. E pieno di rose selvatiche, di cipressi scuri e robusti, una specie di giardino abbandonato, triste e magnifico, un giardino che si nutre di carne umana. Lì ero solo, assolutamente solo. Mi nascosi dietro una pianta verdeggiante, appiattendomi tra quei rami grassi e scuri.
E attesi, avvinghiato al tronco come un naufrago al rottame.

Quando fu notte piena, notte fonda, lasciai il mio rifugio e mi misi a camminare tranquillamente, ma senza far rumore, su quel suolo popolato da morti. Errai a lungo, a lungo, a lungo. Non mi riusciva di rintracciarla. Le braccia tese, gli occhi sbarrati, urtando nelle tombe con le mani, coi piedi, con le ginocchia, col petto e perfino con la testa, andavo avanti senza trovarla. Toccavo, brancicando come un cieco che cerca la sua strada, percepivo lapidi, croci, ringhiere di ferro, ghirlande di fiori avvizziti! Leggevo i nomi con le dita facendole passare sulle lettere. Che notte! E non riuscivo a ritrovarla.
Niente luna. Una notte spaventosa! Avevo paura, una paura atroce, per quei sentieri così stretti, tra due file di sepolcri. Tombe, tombe, tombe! Sempre tombe! A destra, a sinistra, davanti a me, intorno a me, dovunque tombe! Mi sedetti su una di esse, poiché non potevo più camminare, dato che le ginocchia mi si piegavano per la stanchezza. Sentivo che il mio cuore batteva più forte. E sentivo anche altre cose. Quali? un rumore confuso, indescrivibile! Era nel mio cervello sconvolto, nella notte impenetrabile o sotto la terra misteriosa, sotto la terra seminata dì cadaveri, quel rumore? Mi guardavo attorno.
Quanto tempo sono rimasto là? Non lo so. Ero paralizzato dal terrore, ebbro di spavento, sul punto di urlare, sul punto di morire. E d’improvviso mi parve che la lastra di marmo su cui ero seduto cominciasse a muoversi. Si muoveva come se qualcuno la stesse sollevando! D’un balzo mi spostai sulla tomba vicina e vidi – sì! – vidi alzarsi verticalmente la lastra che avevo appena lasciato e il morto apparire, uno scheletro ignudo che la sollevava con le spalle curve. Lo vedevo, lo vedevo con chiarezza, benché quella fosse una notte tenebrosa. Potei leggere sulla croce:

QUI RIPOSA JACQUES OLI VANT,
DECEDUTO IN ETÀ DI ANNI 51.
AMAVA LA FAMIGLIA,
ERA BUONO E ONESTO.
MORI’ NELLA PACE DEL SIGNORE.

Anche il morto leggeva le frasi scritte sulla sua tomba. Poi raccolse un sasso sul sentiero, un sasso aguzzo, e cominciò a cancellare, grattandole via, tutte quelle parole. Le cancellò completamente, con lentezza, fissando con le occhiaie vuote il punto dove prima erano incise. Poi con la punta dell’osso che era stato il suo indice scrisse in lettere fosforescenti come quelle che si tracciano sui muri con i fiammiferi:

QUI RIPOSA JACQUES OLIVANT,
DECEDUTO IN ETÀ D’ANNI 51.
CON CATTIVERIA AFFRETTÒ LA MORTE DEL PADRE
DAL QUALE DESIDERAVA EREDITARE,
TORMENTÒ LA MOGLIE E I FIGLI,
IMBROGLIÒ I VICINI DI CASA
E RUBÒ QUANTO GLI FU POSSIBILE.
MORÌ MISERABILE.

Quand’ebbe finito di scrivere, il morto rimase immobile a contemplare l’opera sua. Mi volsi indietro e m’accorsi che tutte le tombe s’erano scoperchiate, che tutti i cadaveri ne erano usciti e tutti avevano cancellato le menzogne scritte dai parenti sulle lapidi. Tutti avevano ristabilito la verità.
Vedevo in tal modo che tutti erano stati i carnefici dei propri congiunti, astiosi, disonesti, ipocriti, bugiardi, canaglie, calunniatori, invidiosi. Tutti avevano imbrogliato, rubato, compiuto tutti gli atti più abominevoli, quei buoni padri, quegli sposi fedeli, quei figli devoti, quelle fanciulle caste, quei commercianti probi, quegli uomini e quelle donne irreprensibili.
Sulla soglia della loro dimora eterna, adesso avevano scritto tutti la crudele, la terribile, la santa verità che tutti ignorano o fingono d’ignorare su questa terra. Mi venne in mente che anche la donna amata aveva dovuto tracciarla sulla sua tomba. E senza paura, oramai correndo tra i loculi semiaperti, tra cadaveri e scheletri, andavo verso di lei, sicuro che questa volta l’avrei rintracciata. La riconobbi da lontano, anche senza vederne il volto che era ancora avvolto nel sudario.
E sulla croce di marmo dove poco prima avevo letto:
<<Amò, fu amata, e morì>>, scorsi:

USCÌ DI CASA PER TRADIRE IL SUO AMANTE,
PRESE FREDDO SOTTO LA PIOGGIA E MORÌ.

A quanto pare fui raccolto all’alba, inanimato, accanto a una tomba. 

Esercizi di analisi del testo

1. Dividi il testo in sequenze, riassumile e dai loro un titolo.

2. Perché la seguente riflessione del narratore assume alla fine del racconto un significato ironico? Quale ti sembra l’idea centrale espressa dal racconto?

“Non è strano che per qualcuno esista al mondo un solo altro essere, un solo pensiero, un solo desiderio? E che sulla sua bocca ci sia un nome solo: un nome che viene di continuo alle labbra, un nome che ne prorompe come l’acqua da una sorgente, che sale dalle profondità dell’anima e vien detto, ripetuto, mormorato ininterrottamente, dovunque, come una preghiera?”

3. In quale punto del racconto il narratore/protagonista trova la risposta alle seguenti domande?

4. E un giorno ella morì. Come? Non so, non so più. In una sera di pioggia fece ritorno a casa tutta bagnata, e il giorno dopo tossiva. Tossì un’intera settimana, poi si mise a letto. Che cosa accadde?

5. Quali elementi del genere horror ti sembra di poter individuare nel racconto? L’autore riesce a descrivere efficacemente un ambiente inquietante e spaventoso? Perché?

 

Index LetteraTUreStorie

Index Strumenti

Index Tematiche

Link utili