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Albert Camus, La peste

Albert Camus, La peste

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Albert Camus, La peste

L’atroce agonia di un bambino

La  predica e la morte di Padre Paneloux

(Primo capitolo) – “tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso”

A Orano, in Algeria, in un giorno di aprile negli anni ’40, il medico francese Bernard Rieux trova un topo morto sul pianerottolo, mentre esce dal suo ambulatorio. Rieux riferisce la cosa al portinaio, il signor Michel, il quale esclude che nell’edificio ci siano topi e dice che certamente si tratta dello scherzo di qualche burlone. Il giorno seguente, Rieux accompagna alla stazione la moglie molto malata, che parte per sottoporsi a un ciclo di cure in una città vicina. Nei giorni successivi a Orano vengono raccolti topi morti a migliaia. Un’agenzia di stampa annuncia che in un solo giorno ne sono stati raccolti più di seimila e il numero di ratti morti raccolti dal servizio di derattizzazione aumenta nei giorni successivi. Gli abitanti di Orano sono sconcertati e angosciati, quando all’improvviso la situazione sembra tornare alla normalità: all’improvviso, il numero di topi morti crolla drasticamente fino a estinguersi. Proprio in coincidenza con l’estinguersi della moria, Rieux incontra il portinaio Michel, che non si sente bene, e gli dice che più tardi passerà a visitarlo. Il medico viene chiamato da Grand, un dipendente comunale, che ha appena salvato un certo Cottard il quale ha cercato di impiccarsi. Recatosi dal portinaio, Rieux lo trova in gravi condizioni e cerca di curarlo, ma la malattia peggiora rapidamente e dopo poco muore. A quel punto Rieux si rende conto che tutti stanno correndo un gravissimo pericolo. Sempre più persone di Orano cominciano a presentare gli stessi sintomi e poco dopo a morire. Rieux e l’anziano collega Castel capiscono che si tratta di peste. Inizialmente nessuno vuole credere ai due medici ma alla fine la situazione diventa evidente anche alle autorità che volevano negarla. La città di Orano viene così messa in quarantena.

“Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. Era stato colto alla sprovvista il dottor Rieux, come lo erano stati i nostri concittadini, e questo spiega le sue titubanze. E spiega anche perché fosse combattuto tra la preoccupazione e la fiducia. Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia, non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi. A questo riguardo, i nostri concittadini erano come tutti gli altri, erano presi da se stessi, in altre parole erano umanisti: non credevano ai flagelli. Dal momento che il flagello non è a misura dell’uomo, pensiamo che sia irreale, soltanto un brutto sogno che passerà. Invece non sempre il flagello passa e, di brutto sogno in brutto sogno, sono gli uomini a passare, e in primo luogo gli umanisti che non hanno preso alcuna precauzione. I nostri concittadini non erano più colpevoli di altri, dimenticavano soltanto di essere umili e pensavano che tutto per loro fosse ancora possibile, il che presumeva che i flagelli fossero impossibili. Continuavano a fare affari, programmavano viaggi e avevano opinioni. Come avrebbero potuto pensare alla peste che sopprime il futuro, gli spostamenti e le discussioni? Si credevano liberi e nessuno sarà mai libero finché ci saranno dei flagelli.” […]

(Secondo capitolo) – “Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti”. 

La città si chiude poco a poco nell’isolamento e nella paura, che modificano i comportamenti collettivi e individuali. L’isolamento dei cittadini di Orano è sia all’esterno che all’interno. Incontrano difficoltà a comunicare con i loro parenti, con i loro amici, con i loro amanti che si trovano fuori città. A fine giugno Rambert, un giornalista parigino chiede invano a Rieux di aiutarlo a uscire da Orano per poter raggiungere a Parigi la sua compagna. Nel frattempo invece Cottard sembra provare un’insana soddisfazione per il diffondersi del morbo. In realtà egli è contento perché così può dedicarsi ai suoi loschi traffici senza essere perseguito dalla polizia. Gli abitanti di Orano cercano di compensare le difficoltà dell’isolamento, abbandonandosi ai piaceri materiali. Grand si concentra sulla scrittura di un libro di cui riscrive ossessivamente, con minime varianti, la prima frase. Durante una sua predica, il gesuita Padre Paneloux indica nella peste uno strumento della volontà divina ed esorta i suoi fedeli a meditare sulla punizione di Dio per i loro peccati. Tarrou, figlio di un procuratore, tiene nei suoi taccuini una personale cronaca dell’epidemia. Egli dà prova di un coraggio straordinario, mettendosi a disposizione di Rieux per organizzare un servizio sanitario di emergenza. Dopo aver più volte cercato inutilmente di fuggire da Orano, Rambert deciderà di unirsi ai due nella lotta al contagio, nel periodo della sua forzata permanenza.

“Da questo momento si può dire che la peste ci riguardò tutti. Finora, nonostante la sorpresa e la preoccupazione suscitate da questi eventi straordinari, ognuno dei nostri concittadini aveva continuato come poteva a dedicarsi alle proprie occupazioni, al proprio posto. E così doveva senz’altro essere in seguito. Ma dopo che furono chiuse le porte, tutti si accorsero, compreso il narratore, di essere sulla stessa barca e di doversene fare una ragione. Così, per esempio, un sentimento privato quale la separazione da una persona amata divenne improvvisamente, sin dalle prime settimane, quello di un’intera popolazione e, insieme con la paura, il principale motivo di sofferenza di quel lungo periodo di esilio.” […]

(Terzo capitolo) – “l’amore richiede un po’ di futuro, e per noi ormai c’erano solo istanti”

In estate crescono la tensione e l’angoscia, mentre la peste si diffonde esponenzialmente, passando dalla forma bubbonica alla più contagiosa peste polmonare. Ci sono tante vittime che occorre provvedere d’urgenza a gettarle nelle fosse comuni, come animali. Medici e infermieri si prodigano eroicamente per combattere il morbo, con scarso successo. Tuttavia, l’anziano medico Castel produce un nuovo siero, che sembra poter offrire qualche speranza di guarigione. Le forze dell’ordine si vedono costrette a reprimere con durezza rivolte, saccheggi e tentativi di fuga. Gli abitanti di Orano, in questa fase della pestilenza, sembrano ormai rassegnati. Danno l’impressione di aver fatto l’abitudine alla disperazione, cosa peggiore della disperazione stessa. Essi sembrano aver perduto la speranza e persino i loro ricordi della vita passata e delle persone care da cui sono separati. La peste ha tolto loro la disposizione all’amore e all’amicizia, poiché “l’amore richiede un po’ di futuro, e per noi ormai c’erano solo istanti”. Essi non nutrono più illusioni e si limitano, con ostinazione, ad aspettare.

(Quarto capitolo) – “a me interessa sapere come si diventa santo”

Rambert ha l’opportunità di lasciare la città, ma rinuncia a partire. È deciso ormai a lottare fino alla fine a fianco di Rieux e di Tarrou. Rieux decide di sperimentare il siero di Castel sul figlio del giudice Othon, che si è ammalato, ma i risultati non sono quelli sperati. L’agonia e le atroci sofferenze del bambino sconvolgono nell’intimo Rieux e mettono in crisi le certezze di Padre Paneloux. Così il tono della sua seconda predica alla popolazione, nella Cattedrale di Orano, è molto diverso da quello della prima. Il prete si chiude nella solitudine della propria fede, si ammala e muore senza aver chiamato il medico, stringendo febbrilmente al petto un crocifisso. Tarrou e Rieux, si aprono a un momento di autentica e intima amicizia, poi si concedono un rigenerante bagno in mare. A Natale Grand si ammala gravemente e sembra spacciato. Rieux decide di sperimentare su di lui un nuovo siero di Castel e l’uomo inaspettatamente guarisce, poi il siero risulta efficace anche su altri individui e la peste sembra aver perduto un po’ della sua virulenza. A un tratto cominciano a ricomparire in città i topi, vivi.

(Quinto capitolo) – “il bacillo della peste non muore né scompare mai”

Nel mese di gennaio la peste regredisce, ma fa tuttavia le sue ultime vittime, tra le quali il giudice Othon. Anche Tarrou, che ha prestato meno attenzione alle dovute precauzioni sanitarie, convinto di essere ormai fuori pericolo, si ammala e muore, affidando a Rieux i suoi taccuini. Da quando è evidente la regressione del flagello, l’atteggiamento di Cottard è cambiato. A febbraio, finalmente la quarantena viene revocata e gli abitanti di Orano si riversano nelle strade in preda all’euforia, tranne Cottard che, impazzito, spara sulla folla festante e viene arrestato dalle forze dell’ordine. Un telegramma comunica a Rieux che sua moglie è morta. Gli abitanti, assaporano finalmente di nuovo il gusto della libertà ma non dimenticano la terribile prova che li ha messi di fronte all’assurdità della loro esistenza e alla precarietà della condizione umana. Infine, il dottor Rieux rivela la propria identità di narratore, che ha voluto riferire gli eventi con la massima obiettività possibile. Lo ha fatto per rendere testimonianza delle ingiustizie e delle violenze. Ma lo ha fatto anche per dire che si può imparare dai flagelli e che “ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare”.Sa che il virus della peste può ritornare, perché “non muore né scompare”. Di questo è necessario essere consapevoli e vigilare.

“Rieux decise allora  di redigere il racconto che qui finisce, per non essere di quelli che tacciono, per testimoniare a favore degli appestati, per lasciare almeno un ricordo dell’ingiustizia e della violenza che erano state loro fatte, e per dire semplicemente quello che s’impara in mezzo ai flagelli: che ci sono negli uomini più cose da ammirare che non da disprezzare. Ma egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva; non poteva essere che la testimonianza di quello che si era dovuto compiere e che, certamente, avrebbero dovuto ancora compiere, contro il terrore e la sua instancabile arma, nonostante i loro strazi personali, tutti gli uomini che non potendo essere santi e rifiutandosi di ammettere i flagelli, si sforzano di essere dei medici. Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata: lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe il giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.”

 

Una rivolta contro il non-senso della condizione umana

Il tema della malattia

Il tema della malattia attraversa tutta la letteratura occidentale. Camus si documentò anche sul piano letterario, oltre che scientifico: lesse la Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, la Storia delle guerre di Procopio, il Decameron di Boccaccio, La peste à Marseille (1720) di Jules Michelet, I promessi sposi di Manzoni, Le festin en temps de peste (1831) di Alexandre Pouchkine, The scarlet plague (1912) di Jack London. Del resto la malattia segnò la vita stessa di Camus, che a diciassette anni fu affetto da tubercolosi polmonare, patologia che lo accompagnò fino alla morte.

Metafora della guerra e del nazismo, emblema del male

Il romanzo, scritto due anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, tramite la metafora della peste vuole rappresentare la guerra e il nazismo appena sconfitto. La peste è però anche emblema del male, che in ogni epoca può minacciare l’umanità.

Le reazioni di fronte alla pestilenza

Il romanzo rappresenta le diverse fasi del sorgere e del diffondersi del morbo, dalle reazioni di fronte ad esso, con la sottovalutazione e l’incredulità iniziali, fino alla vasta gamma di emozioni, di sentimenti e di passioni dei diversi personaggi e della popolazione di Orano. Nell’emergenza, nella sospensione della normalità, affiorano i lati peggiori, ma anche quelli migliori, delle persone. C’è chi si dà da fare per combattere il flagello, senza risparmiarsi (come Rieux e Tarrou), chi si chiude in casa o cerca di scappare (molti cittadini di Orano), chi ne approfitta per arricchirsi illecitamente (Cottard), chi accetta il flagello mediante la fede (Paneloux), chi diviene poco a poco consapevole e partecipe, mentre prima cercava di fuggire (Rambert).

“essere felici insieme agli altri”

Camus analizza le dinamiche interpersonali, affettive, politiche, economiche che si verificano durante l’epidemia e la quarantena. Egli descrive i sentimenti e le reazioni derivanti dalla separazione dai propri cari, dalla privazione della libertà, dalla morte e dall’impotenza umana di fronte alla pestilenza. Lo scrittore parla però anche della solidarietà, della condivisione, del coraggio e della consapevolezza nell’affrontare questo male collettivo, nella speranza di poter tornare a “essere felici insieme agli altri“. Questa consapevolezza non deve assopirsi o rilassarsi, perché il morbo della peste può celarsi per un tempo a noi sconosciuto per poi risvegliarsi e tornare e diffondersi ovunque. Come il male, la peste non viene mai debellata del tutto, ma resta latente in attesa dell’ambiente propizio per una nuova esplosione.

Il tema del male

Il problema del Male è al centro del romanzo. Nel romanzo Camus contrappone lo spirito critico del medico-scienziato (ateo) Bernard Rieux a quello dogmatico del gesuita Paneloux. Quest’ultimo partecipa, tuttavia, alle formazioni sanitarie di Rieux, si ammala e muore. La figura di Paneloux è soggetta a un’evoluzione, evidente nelle due prediche rivolte agli abitanti di Orano. Nella prima il gesuita interpreta la malattia come una meritata punizione collettiva. Nella Bibbia la peste è infatti il simbolo della punizione divina per coloro che non ascoltano la sua parola. Per Paneloux, il credente deve affidarsi a Dio, rinunciando a comprendere i suoi disegni. Solo il pentimento può redimere il genere umano e si deve accettare l’imperscrutabile volontà di Dio.

Un castigo divino?

Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Consapevole della presenza del male nel mondo, con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. D’altronde Paneloux partecipa all’opera di soccorso organizzata da Rieux e da Tarrou e, di fronte alla morte straziante di un fanciullo, vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Paneloux perde la sua enfasi oratoria e rasenta l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore.

La lotta contro il male e lo sforzo di conservare l’amore per la vita

Ma come conciliare la fede in un Dio buono e giusto e l’esistenza del male, causa della sofferenza di innocenti? La religione non è, secondo Camus, la soluzione all’assurdità dell’esistenza. In un mondo simbolicamente dominato dalla peste l’unica dignità possibile per l’uomo è una continua lotta contro l’incomprensibilità del male e una consapevole “rivolta”, in cui gli uomini devono essere solidali, contro il non-senso della condizione umana. Il dissidio tra fede e scienza (e tra chi crede e chi non crede) giunge a una possibile conciliazione attraverso la comune lotta contro il male, lo sforzo di conservare l’amore per la vita, la solidarietà.

“Forse è meglio per Dio che non crediamo in lui”

Atei e cristiani, che condividono la stessa tragica condizione di vita terrena, possono in questo incontrarsi. Tuttavia, per Rieux/Camus è meglio non credere in Dio piuttosto che credere in un Dio che tace e che permette al male di manifestarsi con una violenza inaudita e “Forse è meglio per Dio che non crediamo in lui”.

 

http://www.treccani.it/enciclopedia/albert-camus/ 

URL: http://journals.openedition.org/studifrancesi/4265 – Brenda Piselli, Scienza e religione ne “La peste” di Camus, Studi Francesi Rivista quadrimestrale fondata da Franco Simone (2016). Edizione digitale.

http://sezionex.blogspot.com/2012/05/albert-camus-di-alberto-lazari.html 

https://www.raiplayradio.it/playlist/2017/12/La-peste-2719929f-50da-4561-a32a-4324d0fdc5e1.html 

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Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, La predica e la morte di Padre Paneloux

Da Albert Camus, La peste

 

Rieux e Paneloux agiscono entrambi per aiutare, per alleviare le sofferenze della popolazione. Essi però rispondono in modi divergenti, davanti alle manifestazioni dell’Assurdo. Rieux accetta il non-senso dell’esistenza e combatte contro di esso pur consapevole della sua inevitabile presenza. Rifiutando di rimettersi a Dio, Rieux non ammette che la peste sia un castigo e rifiuta la metafisica della colpa. Con la sua azione di medico e di uomo Rieux dimostra la propria dignità e ricerca una sorta di “salvezza”, che è però di natura terrena. Di fronte alla morte straziante di un fanciullo, Paneloux vede vacillare le proprie certezze. Il tono della seconda predica pronunciata dal gesuita nella Cattedrale di Orano è molto diverso. Il gesuita interpreta l’Assurdo in chiave teologica, rasentando l’eresia: il mondo è insensato e malvagio, ma Dio è buono e solo se si crede in lui, nonostante tutto, si può entrare in una dimensione migliore. Paneloux muore poco dopo la predica che ha sancito il culmine del suo percorso spirituale.

 

Il Padre pronunciò la sua seconda predica in un giorno di gran vento. […] Salì in pulpito e parlò con un tono dolce e riflessivo, e a parecchie riprese gli astanti notarono una certa esitazione nel suo discorso. Altra a cosa curiosa, egli non diceva più “voi”, ma “noi”.
Ciononostante, la sua voce a poco a poco diventò ferma. Cominciò col ricordare che da lunghi mesi la peste era in mezzo a noi e che ora, conoscendola noi meglio per averla veduta tante volte sedersi alla nostra tavola o al capezzale dei nostri cari, camminarci accanto e aspettare la nostra venuta nei luoghi del lavoro, proprio ora forse avremmo potuto accogliere meglio quello che ci diceva senza tregua e che, nella prima sorpresa, era possibile non avessimo ben ascoltato. Quanto Padre Paneloux aveva ormai predicato, nello stesso luogo, rimaneva vero, o almeno tale era la sua persuasione; ma fors’anche, come capitava a tutti, e se ne batteva il petto, egli lo aveva pensato e detto senza carità. Quello che rimaneva vero, tuttavia, era che in ogni cosa, sempre c’era da imparare; la prova più crudele era ancora benefica per il cristiano; e giustappunto quello che il cristiano, nella fattispecie, doveva cercare, era il suo beneficio, e di che il beneficio era fatto, e come si poteva trovarlo.
In questo momento gli ascoltatori sembrarono raccogliersi tra gli appoggiatoi dei banchi e disporvisi comodamente quanto potevano. Una delle imbottite porte d’ingresso sbatté, piano; qualcuno si mosse per fermarla. E Rieux, distratto da quest’agitazione, sentì appena Paneloux riprendere la predica. Egli diceva press’a poco che non bisognava tentare di spiegarsi lo spettacolo della peste, ma cercar d’imparare quello che si poteva impararne. Rieux capì confusamente che, secondo il Padre, non c’era nulla da spiegare. II suo interesse si destò quando Paneloux disse fortemente esservi cose che si potevano spiegare riguardo a Dio e altre che non si potevano.
Certamente vi erano il bene e il male e, in generale, ci si spiegava agevolmente quello che li separava; ma nell’ambito del male cominciava la difficoltà. C’erano, a esempio, il male apparentemente necessario e il male apparentemente inutile. C’erano Don Giovanni sprofondato agli Inferi e la morte d’un bambino. Se infatti è giusto che il libertino sia fulminato, non si capisce la sofferenza dell’innocente. E in verità non c’era nulla sulla terra di più importante della sofferenza d’un bambino e dell’orrore che tale sofferenza si porta con sé e delle ragioni che bisogna trovarle. Del resto, nella vita Dio ci facilitava tutto, sino a lì la religione era senza meriti; ma qui, invece, ci metteva ai piedi d’un muro. Noi eravamo sotto le muraglie della peste e alla loro mortifera ombra bisognava che trovassimo il nostro beneficio. Padre Paneloux rifiutava anche di concedersi i facili vantaggi che gli avrebbero consentito di scalare il muro. Gli sarebbe stato facile dire che l’eternità di delizie che aspettavano il bambino potevano, compensarlo della sofferenza, ma, in verità, lui non ne sapeva niente. Chi poteva affermare, infatti, che l’eternità d’una gioia possa compensare un attimo del dolore umano? Non sarebbe sicuramente un cristiano, il cui Maestro ha conosciuto il dolore nelle membra e nell’anima. No, il Padre sarebbe rimasto ai piedi del muro, fedele al supplizio di cui la croce è il simbolo, di fronte alla sofferenza d’un bambino. E avrebbe detto senza paura a coloro che in quel giorno Io ascoltavano: “Fratelli miei, il momento è venuto. Bisogna tutto credere o tutto negare. E chi mai, tra di voi, oserebbe tutto negare?”
Rieux ebbe appena il tempo di pensare che il Padre rasentava l’eresia, e l’altro, ormai riprendeva, con forza, che tale ingiunzione, tale pura esigenza, era il beneficio del cristiano. Era anche la sua virtù. Il Padre sapeva che quanto vi era d’eccessivo nella virtù di cui stava parlando avrebbe urtato molti spiriti, abituati a una morale più indulgente e più classica; ma la religione del tempo di peste non poteva essere la religione di tutti i giorni, e se Dio poteva ammettere, e anche desiderare, che l’anima riposi e si allieti nei tempi felici, egli la voleva eccessiva negli eccessi della sventura. Dio, oggi, dava alle sue creature il vantaggio di metterle in una sventura tale da dover ritrovare o assumere la più grande virtù, quella del Tutto o Nulla.
[…] “Fratelli miei”, disse infine Paneloux, annunciando che stava per concludere, “l’amore di Dio è un amore difficile: suppone un totale abbandono di se stessi e il disprezzo per la propria persona. Ma lui, solo può cancellare la sofferenza e la morte dei bambini, lui solo in ogni caso può renderla necessaria, in quanto è impossibile capirla e non si può che volerla. Ecco la difficile lezione che volevo dividere con voi; ecco la fede, crudele agli occhi degli uomini, decisiva agli occhi di Dio, a cui bisogna avvicinarsi. A questa terribile immagine bisogna che ci adeguiamo; in cima, tutto si confonderà e si eguaglierà, la verità sorgerà dall’ingiustizia apparente. Per questo, in molte chiese del Mezzogiorno della Francia, gli appestati dormono da secoli sotto le lastre del coro e i preti parlano al disopra dei loro sepolcri, e lo spirito ch’essi propagano sorge da quella cenere a cui anche i bambini hanno portato la loro parte”.

 

Quando Rieux uscì, un fortissimo vento s’ingolfò per la porta semiaperta, assalendo in piena faccia i fedeli; portava nella chiesa un odore di pioggia, un effluvio di marciapiedi bagnato che lasciava indovinare l’aspetto della città prima che fossero usciti. […]
A Rieux che riportava le parole di Paneloux, Tarrou disse di conoscere un prete che aveva perduto la fede durante la guerra scoprendo il volto di un giovane con gli occhi crepati.
“Paneloux ha ragione”, disse Tarrou, “quando all’innocenza fanno crepare gli occhi, un cristiano deve perdere la fede o accettare che crepino gli occhi anche a lui. Paneloux non vuol perdere la fede, andrà sino in fondo. Questo ha voluto dire”.
L’osservazione di Tarrou permette d’illuminare un po’ gli avvenimenti sfortunati che seguirono e in cui la condotta di Paneloux sembrò incomprensibile a coloro che gli stavano intorno? Se ne giudicherà.
Pochi giorni dopo la predica, infatti, Paneloux si occupò del trasloco. Il Padre dovette lasciare l’appartamento in cui il suo Ordine lo aveva alloggiato per andare presso una vecchia signora frequentatrice di chiese e ancora immune dalla peste. Durante il trasloco, il Padre si era sentito crescere la stanchezza e l’angoscia e per questo perdette la stima della sua padrona di casa. […] Una sera accadde che al momento di coricarsi, con la testa che gli pulsava, egli si sentì liberare ai polsi e alle tempie il flusso scatenato d’una febbre che covava da parecchi giorni.
Il seguito non lo si venne a sapere che dai racconti della sua ospite. La mattina, essa si era alzata presto, secondo la sua abitudine. Dopo un certo tempo, stupita di non veder il Padre uscire dalla sua camera si era decisa, con molte esitazioni, a bussare alla porta. Lo aveva trovato ancora a letto, dopo una notte d’insonnia. Soffriva d’oppressione e sembrava più congestionato del solito. Secondo le sue parole, lei gli aveva gentilmente proposto di far chiamare un medico, ma la cosa era stata respinta con una violenza considerata da lei riprovevole. Non le restava altro che andarsene. Un po’ più tardi, il Padre aveva suonato, chiedendo di lei. Si era scusato del suo scatto d’umore, dichiarandole che non poteva trattarsi di peste, che non ne accusava nessun sintomo, e che doveva essere una stanchezza passeggera. La vecchia dama gli aveva risposto con dignità che la sua proposta non era nata da un’inquietudine del genere, che lei non mirava alla propria sicurezza, posta nelle mani di Dio, ma che aveva soltanto pensato alla salute del Padre, di cui si stimava, in parte, responsabile. Ma siccome lui non aggiungeva parola, la sua ospite, desiderosa, a volerle credere, di far tutto il suo dovere, gli aveva ancora proposto di far chiamare il suo medico.
Il Padre, di nuovo, aveva rifiutato, ma aggiungendo spiegazioni che la vecchia dama aveva giudicato assai confuse. […] La vecchia dama ancora esitava a chiamare un medico e a contrariare il suo malato. Poteva essere un semplice attacco di febbre, per quanto spettacolare sembrasse.
Ciononostante, nel pomeriggio essa cercò di parlare al prete e […] con una voce di cui essa notò il tono stranamente indifferente, lui disse che stava male, che non aveva bisogno di medico e che sarebbe bastato portarlo all’ospedale, in modo che tutto fosse in regola. Spaventata, la vecchia dama corse al telefono.
Rieux giunse a mezzogiorno. Al racconto della signora rispose soltanto che Paneloux aveva ragione e che doveva essere troppo tardi. Il Padre lo accolse con la stessa aria indifferente. Rieux lo visitò e fu sorpreso di non trovare nessuno dei sintomi principali della peste bubbonica o polmonare, se non l’ingorgo e l’oppressione dei polmoni. In ogni modo, il polso era basso e lo stato generale preoccupante: c’era poca speranza.
“Lei non ha nessuno dei sintomi principali della malattia”, egli disse a Paneloux,. “ma ho un dubbio, in realtà, e io la debbo isolare”.
Il Padre sorrise bizzarramente, quasi con cortesia, ma tacque. Rieux uscì per telefonare e tornò. Guardava il Padre.
“Le starò vicino”, gli disse con dolcezza.
L’altro sembrò, rianimarsi e girò verso il dottore degli occhi dove sembrava tornato un certo calore. Poi sillabò difficilmente, in modo ch’era impossibile sapere se lo dicesse con tristezza o no: “Grazie. Ma i religiosi non hanno amici; essi hanno posto ogni cosa in Dio”.
Domandò il crocifisso, che si trovava a capo del letto; e quando lo ebbe, si voltò per guardarlo.
All’ospedale, Paneloux non dischiuse i denti. Si abbandonò come un oggetto a tutte le cure che gli imposero, ma non lasciò più il crocifisso. Tuttavia, il caso del prete continuava a essere ambiguo. Il dubbio persisteva nella mente di Rieux. Era la peste, e non era. Da qualche tempo, d’altronde il contagio prendeva gusto a sviare le diagnosi. Ma nel caso di Paneloux, il seguito doveva, mostrare che l’incertezza non contava niente.
La febbre aumentò, La tosse si fece sempre più rauca e torturò il malato tutto il giorno. La sera, finalmente, il Padre espettorò l’ovatta che lo soffocava: era rossa. In mezzo al tumulto della febbre, Paneloux conservava il suo sguardo indifferente e quando, la mattina del giorno dopo, lo trovarono morto, quasi riverso fuori dal letto, il suo sguardo non esprimeva nulla. Sulla sua scheda fu scritto: “Caso dubbio”.

 

Dalla prima predica di Paneloux (Secondo Capitolo)

 

Se oggi la peste vi guarda, vuol dire che il momento di riflettere è venuto. I giusti non possono temere, ma i malvagi hanno ragione di tremare. Nell’immenso granaio dell’universo il flagello implacabile batterà la messe umana sino a che la paglia sia divisa dal grano. Ci sarà più paglia che grano, ci saranno più chiamati che eletti e la sventura non è stata voluta da Dio. Troppo a lungo il mondo è venuto a patti col male, troppo a lungo si è riposato sulla misericordia divina. Bastava il pentimento, tutto era permesso.
E per il pentimento, ciascuno si sentiva forte. Venuto il momento, lo si proverebbe sicuramente. Di qui, la cosa più facile era lasciarsi andare, la misericordia divina avrebbe fatto il resto. Ebbene, questo non poteva durare! Dio, che per tanto tempo ha chinato sugli uomini di questa città il suo volto di pietà, stanco di aspettare, deluso nella sua eterna speranza, ora ne ha distolto lo sguardo. Privi della luce di Dio, eccoci per molto tempo nelle tenebre della peste! […]

 

Camus Albert, La peste, Bompiani

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Camus, L’atroce agonia di un bambino

Camus, L’atroce agonia di un bambino

LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, L’atroce agonia di un bambino

Da Albert Camus, La peste

 

Nella descrizione della morte del piccolo Othon lo stile dell’opera non è più impersonale, ma denso di umana partecipazione. Con drammatico realismo Camus descrive i sintomi della peste: eccessiva sudorazione, accelerata e difficoltosa respirazione, accessi di febbre. Con la bocca e gli occhi chiusi, il bambino si trasforma in un essere disumano, con artigli al posto delle mani e un viso plumbeo. I movimenti del corpo del fanciullo esprimono l’asprezza della lotta. Il bambino in agonia assume “una grottesca posa di crocifisso”. La lotta fanciullo contro la peste diviene simbolo delle sofferenze dell’umanità. L’episodio è significativo perché per la prima volta tutti i personaggi protagonisti prendono fino in fondo coscienza della tragedia che li circonda. Un personaggio in particolare, Padre Paneloux, viene sconvolto da quell’esperienza. La morte del figlio di Othon è il simbolo dell’Assurdo ed esplica il senso di impotenza e di insignificanza davanti all’esistenza e alla condizione umana.

 

Negli ultimi giorni d’ottobre fu tentato il siero di Castel: praticamente, era l’ultima speranza di Rieux. Nel caso di un nuovo scacco, il dottore era persuaso che la città sarebbe stata in balìa dei capricci del contagio, sia che il male prolungasse i suoi effetti ancora per molti mesi, sia che decidesse di fermarsi senza ragione.
La vigilia stessa del giorno in cui Castel andò a trovare Rieux, il figlio di Othon era caduto malato e tutta la famiglia si era dovuta mettere in quarantena. […]
Quanto al ragazzo, fu trasportato all’ospedale ausiliario, in una ex-aula scolastica, dov’erano stati messi dieci letti. Dopo una ventina d’ore, Rieux giudicò disperato il caso. Il piccolo corpo si lasciava divorare dall’infezione senza reagire per nulla. Minutissimi bubboni, dolorosi, ma appena formati, bloccavano le articolazioni delle gracili membra. Era un vinto, sin dal principio. Per questo Rieux pensò di sperimentare su di lui il siero di Castel. La sera stessa, dopo cena, praticarono la lunga inoculazione, senza, ottenere la minima reazione, dal ragazzo. All’alba del giorno dopo, tutti si recarono presso il piccolo malato per giudicare di questa decisiva esperienza.
Il ragazzo, uscito dal torpore, si rotolava convulsamente nelle lenzuola. Il dottor Castel e Tarrou, dalle quattro della mattina gli stavano accanto, seguendo passo passo i progressi o le pause della malattia. A capo del letto, il corpo massiccio di Tarrou era un po’ curvo; in fondo al letto, seduto vicino a Rieux in piedi, Castel leggeva, con aria del tutto calma, un vecchio libro. A poco a poco, via via che il giorno cresceva nella ex-aula scolastica, arrivavano gli altri. Paneloux, prima, che si mise dall’altra parte del letto, relativamente a Tarrou, e addossato alla parete. Un’espressione dolorosa gli si leggeva sul volto e la stanchezza di tutti quei giorni, in cui aveva pagato di persona, gli aveva tracciato rughe sulla fronte congestionata. […] Giunsero Joseph Grand e Rambert. Castel, sempre seduto, guardava Rieux disopra degli occhiali:
“Ha notizie di suo padre?”
“No”, disse Rieux, “è nel campo d’isolamento”.
Il dottore stringeva con forza la sbarra del letto in cui gemeva il ragazzo; non lasciava con gli occhi il piccolo malato, che s’irrigidì all’improvviso e, coi denti di nuovo stretti, s’incavò un poco all’altezza della vita, aprendo lentamente le braccia e le gambe. Dal corpicino, nudo sotto la coperta militare, saliva un odore di lana e d’acre sudore. Il ragazzo si stese a poco a poco, ricondusse, braccia e gambe verso il centro del letto e, sempre cieco e muto, sembrò respirare più in fretta. Rieux incontrò lo sguardo di Tarrou, che distolse gli occhi.
Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.
Proprio allora il ragazzo, come morso allo stomaco, si piegava di nuovo, con un flebile gemito. Restò incavato per lunghi attimi, scosso da brividi e da tremiti convulsi, come se la sua fragile carcassa piegasse sotto il vento furioso della peste e scricchiolasse sotto i ripetuti soffi della febbre. Passata la burrasca, si stese un poco, la febbre sembrò ritirarsi, e abbandonarlo, ansante, s’un greto umido e avvelenato, dove il riposo ormai somigliava alla morte. Quando il flutto ardente lo raggiunse di nuovo, per la terza volta, e lo sollevò un poco, il ragazzo si accartocciò, si rifugiò in fondo al letto nello spavento della fiamma che lo bruciava e agitò follemente la testa, buttando via la coperta. Grosse lacrime, spuntando dalle palpebre infiammate, cominciarono a scorrere sul volto plumbeo, e alla fine della crisi, contraendo le gambe ossute e le braccia, la cui carne si era dissolta in quarantotto ore, il ragazzo prese, nel letto devastato, una grottesca posa di crocifisso.
Tarrou, chinandosi, asciugò con la greve mano il piccolo volto intriso di lacrime e di sudore. Da un momento Castel aveva chiuso il libro e guardava il malato. Cominciò una frase, ma fu costretto a tossire per poterla terminare: la sua voce improvvisamente stonava.
“Non ha avuto la tregua mattutina, nevvero, Rieux?”
Rieux disse di no, ma che il ragazzo resisteva da più tempo che se fosse stato normale. Paneloux, che sembrava un po’ accasciato contro la parete, disse allora sordamente:
“Se ha da morire, avrà sofferto più a lungo”.
Rieux si voltò vivamente verso di lui e aprì la bocca senza parlare, ma tacque, fece uno sforzo visibile per dominarsi, e ricondusse lo sguardo sul ragazzo.
[…] Lungo le pareti a calce la luce passava dal rosa al giallo. Dietro i vetri una mattina di caldo cominciava a crepitare. Appena si sentì Grand che se ne andava, dicendo che sarebbe tornato; tutti aspettavano. Il ragazzo, con gli occhi chiusi, sembrava calmarsi un poco. Le mani, divenute simili ad artigli, tormentavano adagio le sponde del letto; risalivano, grattavano la coperta presso le ginocchia, e all’improvviso il ragazzo piegò le gambe, si portò le cosce sul ventre, rimanendo immobile. Allora aprì gli occhi per la prima volta e guardò Rieux che si trovava davanti a lui. Nel cavo del volto ora rappreso in un’argilla grigia la bocca si aprì e quasi subito ne uscì un solo grido continuo, graduato appena dalla respirazione, che colmò immediatamente la sala d’una protesta monotona, discorde, e sì poco umana che sembrava provenisse da tutti gli uomini in una volta. Rieux stringeva i denti e Tarrou si voltò da una parte. Rambert si avvicinò al letto, accanto a Castel che chiuse il libro, rimasto aperto sulle sue ginocchia. Paneloux guardò quella bocca infantile, insozzata dalla malattia, piena d’un grido di dolore e si lasciò scivolare in ginocchio. Tutti trovarono naturale di sentirlo dire con voce un po’ soffocata ma distinta dietro il pianto anonimo che non cessava:. “Mio Dio, salva questo ragazzo”.
Ma il ragazzo continuava a gridare, e tutt’intorno a lui i malati si agitarono. Quello le cui esclamazioni non erano cessate, all’altro capo della stanza, precipitò il ritmo del suo lamento sino a farne, anche lui, un vero grido, mentre gli altri gemevano sempre più forte. Una marea di singulti traboccò nella sala, coprendo la preghiera di Paneloux, e Rieux, sempre aggrappato alla sbarra del letto, chiuse gli occhi, ubriaco di stanchezza e di disgusto.
Quando li riaprì, si trovò vicino Tarrou.
“Bisogna che me ne vada”, disse Rieux, “Non posso più sopportarli”.
Ma improvvisamente gli altri malati tacquero; il dottore riconobbe allora che il grido del ragazzo s’era indebolito, che scemava ancora e che stava per finire. Intorno a lui i lamenti riprendevano, ma sordamente, e come un’eco lontana della lotta appena conclusa. Si era conclusa infatti. Castel era passato dall’altra parte del letto, e disse ch’era finita. Con la bocca aperta, ma muta, il ragazzo riposava nella buca delle coperte in disordine, rimpiccolito di colpo, con resti di lacrime sul viso.
Avvicinatosi al letto, Paneloux fece i gesti della benedizione. Poi raccolse la sua roba e uscì dal corridoio centrale.
“Bisogna ricominciare tutto?” domandò Tarrou a Castel.
Il vecchio dottore scuoteva la testa.
“Forse” disse con un sorriso contratto. «Dopo tutta ha resistito più a lungo”.
Ma Rieux lasciava ormai la sala, con un passo sì precipitoso e con una tale aria, che quando oltrepassò Paneloux, questi tese un braccio per trattenerlo.
“Andiamo, dottore”, gli disse.
Con lo stesso agitato trasporto, Rieux, voltandosi, gli buttò, con violenza:
“Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!”
Poi si voltò e passando le porte della sala prima di Paneloux, raggiunse il fondo del cortile scolastico. Sedette s’una panca, tra gli alberelli polverosi, e si asciugò il sudore che ormai gli colava negli occhi. Aveva voglia di gridare ancora, per sciogliere, infine, il nodo violento che gli ingombrava il cuore. Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante. Rieux si lasciò andare sulla panca; guardava i rami, il cielo, ritrovando a poco a poco il respiro, eliminando a poco a poco la stanchezza.
‘“Perché avermi parlato con tanta collera?” disse una voce dietro di lui. «Anche per me, lo spettacolo era insopportabile”.
Rieux si voltò verso Paneloux.
“È vero”, disse, “mi scusi. Ma la stanchezza fa impazzire. Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta”.
“Capisco”, mormorò Paneloux. “È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire”.
Rieux si alzò di scatto; guardava Paneloux con tutta la forza e la passione di cui era capace, e scuoteva la testa.
“No, Padre, disse “io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”.
Sul viso di Paneloux passò, un’ombra di turbamento.
“Dottore”, fece con tristezza, “ora ho capito quello che chiamano la grazia”.
[…] Dopo essere entrato nelle formazioni sanitarie, Paneloux non aveva lasciato gli ospedali e i luoghi dove s’incontrava la peste. Si era messo, tra i salvatori, al posto che gli pareva dovesse essere il suo, ossia al primo. Gli spettacoli di morte non gli erano mancati e sebbene, di regola fosse protetto dal siero, il pensiero della propria morte non gli era rimasto estraneo. Apparentemente aveva sempre conservato la calma; ma dal giorno in cui aveva guardato a lungo morire un bambino, sembrò cambiato; una tensione crescente gli si leggeva sul viso.
[…]

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