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LetteraTurestorie

di Giorgio Baruzzi

Camus, L’atroce agonia di un bambino

Da Albert Camus, La peste

 

Nella descrizione della morte del piccolo Othon lo stile dell’opera non è più impersonale, ma denso di umana partecipazione. Con drammatico realismo Camus descrive i sintomi della peste: eccessiva sudorazione, accelerata e difficoltosa respirazione, accessi di febbre. Con la bocca e gli occhi chiusi, il bambino si trasforma in un essere disumano, con artigli al posto delle mani e un viso plumbeo. I movimenti del corpo del fanciullo esprimono l’asprezza della lotta. Il bambino in agonia assume “una grottesca posa di crocifisso”. La lotta fanciullo contro la peste diviene simbolo delle sofferenze dell’umanità. L’episodio è significativo perché per la prima volta tutti i personaggi protagonisti prendono fino in fondo coscienza della tragedia che li circonda. Un personaggio in particolare, Padre Paneloux, viene sconvolto da quell’esperienza. La morte del figlio di Othon è il simbolo dell’Assurdo ed esplica il senso di impotenza e di insignificanza davanti all’esistenza e alla condizione umana.

 

Negli ultimi giorni d’ottobre fu tentato il siero di Castel: praticamente, era l’ultima speranza di Rieux. Nel caso di un nuovo scacco, il dottore era persuaso che la città sarebbe stata in balìa dei capricci del contagio, sia che il male prolungasse i suoi effetti ancora per molti mesi, sia che decidesse di fermarsi senza ragione.
La vigilia stessa del giorno in cui Castel andò a trovare Rieux, il figlio di Othon era caduto malato e tutta la famiglia si era dovuta mettere in quarantena. […]
Quanto al ragazzo, fu trasportato all’ospedale ausiliario, in una ex-aula scolastica, dov’erano stati messi dieci letti. Dopo una ventina d’ore, Rieux giudicò disperato il caso. Il piccolo corpo si lasciava divorare dall’infezione senza reagire per nulla. Minutissimi bubboni, dolorosi, ma appena formati, bloccavano le articolazioni delle gracili membra. Era un vinto, sin dal principio. Per questo Rieux pensò di sperimentare su di lui il siero di Castel. La sera stessa, dopo cena, praticarono la lunga inoculazione, senza, ottenere la minima reazione, dal ragazzo. All’alba del giorno dopo, tutti si recarono presso il piccolo malato per giudicare di questa decisiva esperienza.
Il ragazzo, uscito dal torpore, si rotolava convulsamente nelle lenzuola. Il dottor Castel e Tarrou, dalle quattro della mattina gli stavano accanto, seguendo passo passo i progressi o le pause della malattia. A capo del letto, il corpo massiccio di Tarrou era un po’ curvo; in fondo al letto, seduto vicino a Rieux in piedi, Castel leggeva, con aria del tutto calma, un vecchio libro. A poco a poco, via via che il giorno cresceva nella ex-aula scolastica, arrivavano gli altri. Paneloux, prima, che si mise dall’altra parte del letto, relativamente a Tarrou, e addossato alla parete. Un’espressione dolorosa gli si leggeva sul volto e la stanchezza di tutti quei giorni, in cui aveva pagato di persona, gli aveva tracciato rughe sulla fronte congestionata. […] Giunsero Joseph Grand e Rambert. Castel, sempre seduto, guardava Rieux disopra degli occhiali:
“Ha notizie di suo padre?”
“No”, disse Rieux, “è nel campo d’isolamento”.
Il dottore stringeva con forza la sbarra del letto in cui gemeva il ragazzo; non lasciava con gli occhi il piccolo malato, che s’irrigidì all’improvviso e, coi denti di nuovo stretti, s’incavò un poco all’altezza della vita, aprendo lentamente le braccia e le gambe. Dal corpicino, nudo sotto la coperta militare, saliva un odore di lana e d’acre sudore. Il ragazzo si stese a poco a poco, ricondusse, braccia e gambe verso il centro del letto e, sempre cieco e muto, sembrò respirare più in fretta. Rieux incontrò lo sguardo di Tarrou, che distolse gli occhi.
Di bambini, ne avevano ormai veduti morire: il terrore, da mesi, non sceglieva affatto; ma non avevano ancora seguito le loro sofferenze minuto per minuto, come stavano facendo dalla mattina. E, beninteso, il dolore inflitto a quegli innocenti non aveva mai finito di sembrargli quello che in verità era, ossia uno scandalo. Ma sino ad allora si erano scandalizzati astrattamente, in qualche modo: mai avevano guardato in faccia, sì a lungo, l’agonia d’un innocente.
Proprio allora il ragazzo, come morso allo stomaco, si piegava di nuovo, con un flebile gemito. Restò incavato per lunghi attimi, scosso da brividi e da tremiti convulsi, come se la sua fragile carcassa piegasse sotto il vento furioso della peste e scricchiolasse sotto i ripetuti soffi della febbre. Passata la burrasca, si stese un poco, la febbre sembrò ritirarsi, e abbandonarlo, ansante, s’un greto umido e avvelenato, dove il riposo ormai somigliava alla morte. Quando il flutto ardente lo raggiunse di nuovo, per la terza volta, e lo sollevò un poco, il ragazzo si accartocciò, si rifugiò in fondo al letto nello spavento della fiamma che lo bruciava e agitò follemente la testa, buttando via la coperta. Grosse lacrime, spuntando dalle palpebre infiammate, cominciarono a scorrere sul volto plumbeo, e alla fine della crisi, contraendo le gambe ossute e le braccia, la cui carne si era dissolta in quarantotto ore, il ragazzo prese, nel letto devastato, una grottesca posa di crocifisso.
Tarrou, chinandosi, asciugò con la greve mano il piccolo volto intriso di lacrime e di sudore. Da un momento Castel aveva chiuso il libro e guardava il malato. Cominciò una frase, ma fu costretto a tossire per poterla terminare: la sua voce improvvisamente stonava.
“Non ha avuto la tregua mattutina, nevvero, Rieux?”
Rieux disse di no, ma che il ragazzo resisteva da più tempo che se fosse stato normale. Paneloux, che sembrava un po’ accasciato contro la parete, disse allora sordamente:
“Se ha da morire, avrà sofferto più a lungo”.
Rieux si voltò vivamente verso di lui e aprì la bocca senza parlare, ma tacque, fece uno sforzo visibile per dominarsi, e ricondusse lo sguardo sul ragazzo.
[…] Lungo le pareti a calce la luce passava dal rosa al giallo. Dietro i vetri una mattina di caldo cominciava a crepitare. Appena si sentì Grand che se ne andava, dicendo che sarebbe tornato; tutti aspettavano. Il ragazzo, con gli occhi chiusi, sembrava calmarsi un poco. Le mani, divenute simili ad artigli, tormentavano adagio le sponde del letto; risalivano, grattavano la coperta presso le ginocchia, e all’improvviso il ragazzo piegò le gambe, si portò le cosce sul ventre, rimanendo immobile. Allora aprì gli occhi per la prima volta e guardò Rieux che si trovava davanti a lui. Nel cavo del volto ora rappreso in un’argilla grigia la bocca si aprì e quasi subito ne uscì un solo grido continuo, graduato appena dalla respirazione, che colmò immediatamente la sala d’una protesta monotona, discorde, e sì poco umana che sembrava provenisse da tutti gli uomini in una volta. Rieux stringeva i denti e Tarrou si voltò da una parte. Rambert si avvicinò al letto, accanto a Castel che chiuse il libro, rimasto aperto sulle sue ginocchia. Paneloux guardò quella bocca infantile, insozzata dalla malattia, piena d’un grido di dolore e si lasciò scivolare in ginocchio. Tutti trovarono naturale di sentirlo dire con voce un po’ soffocata ma distinta dietro il pianto anonimo che non cessava:. “Mio Dio, salva questo ragazzo”.
Ma il ragazzo continuava a gridare, e tutt’intorno a lui i malati si agitarono. Quello le cui esclamazioni non erano cessate, all’altro capo della stanza, precipitò il ritmo del suo lamento sino a farne, anche lui, un vero grido, mentre gli altri gemevano sempre più forte. Una marea di singulti traboccò nella sala, coprendo la preghiera di Paneloux, e Rieux, sempre aggrappato alla sbarra del letto, chiuse gli occhi, ubriaco di stanchezza e di disgusto.
Quando li riaprì, si trovò vicino Tarrou.
“Bisogna che me ne vada”, disse Rieux, “Non posso più sopportarli”.
Ma improvvisamente gli altri malati tacquero; il dottore riconobbe allora che il grido del ragazzo s’era indebolito, che scemava ancora e che stava per finire. Intorno a lui i lamenti riprendevano, ma sordamente, e come un’eco lontana della lotta appena conclusa. Si era conclusa infatti. Castel era passato dall’altra parte del letto, e disse ch’era finita. Con la bocca aperta, ma muta, il ragazzo riposava nella buca delle coperte in disordine, rimpiccolito di colpo, con resti di lacrime sul viso.
Avvicinatosi al letto, Paneloux fece i gesti della benedizione. Poi raccolse la sua roba e uscì dal corridoio centrale.
“Bisogna ricominciare tutto?” domandò Tarrou a Castel.
Il vecchio dottore scuoteva la testa.
“Forse” disse con un sorriso contratto. «Dopo tutta ha resistito più a lungo”.
Ma Rieux lasciava ormai la sala, con un passo sì precipitoso e con una tale aria, che quando oltrepassò Paneloux, questi tese un braccio per trattenerlo.
“Andiamo, dottore”, gli disse.
Con lo stesso agitato trasporto, Rieux, voltandosi, gli buttò, con violenza:
“Questo qui, almeno, era innocente, lei lo sa bene!”
Poi si voltò e passando le porte della sala prima di Paneloux, raggiunse il fondo del cortile scolastico. Sedette s’una panca, tra gli alberelli polverosi, e si asciugò il sudore che ormai gli colava negli occhi. Aveva voglia di gridare ancora, per sciogliere, infine, il nodo violento che gli ingombrava il cuore. Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante. Rieux si lasciò andare sulla panca; guardava i rami, il cielo, ritrovando a poco a poco il respiro, eliminando a poco a poco la stanchezza.
‘“Perché avermi parlato con tanta collera?” disse una voce dietro di lui. «Anche per me, lo spettacolo era insopportabile”.
Rieux si voltò verso Paneloux.
“È vero”, disse, “mi scusi. Ma la stanchezza fa impazzire. Ci sono ore, in questa città, che non sento se non la mia rivolta”.
“Capisco”, mormorò Paneloux. “È rivoltante in quanto supera la nostra misura. Ma forse dobbiamo amare quello che non possiamo capire”.
Rieux si alzò di scatto; guardava Paneloux con tutta la forza e la passione di cui era capace, e scuoteva la testa.
“No, Padre, disse “io mi faccio un’altra idea dell’amore; e mi rifiuterò sino alla morte di amare questa creazione dove i bambini sono torturati”.
Sul viso di Paneloux passò, un’ombra di turbamento.
“Dottore”, fece con tristezza, “ora ho capito quello che chiamano la grazia”.
[…] Dopo essere entrato nelle formazioni sanitarie, Paneloux non aveva lasciato gli ospedali e i luoghi dove s’incontrava la peste. Si era messo, tra i salvatori, al posto che gli pareva dovesse essere il suo, ossia al primo. Gli spettacoli di morte non gli erano mancati e sebbene, di regola fosse protetto dal siero, il pensiero della propria morte non gli era rimasto estraneo. Apparentemente aveva sempre conservato la calma; ma dal giorno in cui aveva guardato a lungo morire un bambino, sembrò cambiato; una tensione crescente gli si leggeva sul viso.
[…]

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